Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

sabato 30 aprile 2011

Aiuto animali: iniziativa di un amico

Posto qui di seguito il messaggio di una persona impegnata in diverse iniziative animaliste.
Spero che possa trovare seguito e spero che, voi che leggerete, avrete voglia di diffondere il messaggio: in fondo 15 euro per un libro sono un buon prezzo e in più aiutiamo delle Creature povere…no, quello di qualche post più sotto NON è una Creatura povera!
Forse una povera Creatura, qualche volta e secondo il suo personalissimo punto di vista, ma sicuramente NON una Creatura povera!!!  

"Dopo 5 mesi di attività della nostra iniziativa su Facebook, con ottimi risultati, propongo anche qui l'iniziativa che sto portando avanti con una associazione animalista che si occupa di curare, vaccinare e dare in adozione pelosetti trovati per strada. L'iniziativa è molto semplice: metto a disposizione copie in quantità illimitata della mia opera e il ricavato (tolte le mie "spese vive") va nella loro cassa per aiutare i pelosi. Se qualcuno è interessato, o per ulteriori informazioni, sono a disposizione. Quello sotto è il link della pagina fb in questione, in modo che possiate vedere come tutto viene fatto alla luce del sole.
Rob
http://www.facebook.com/#!/group.php?gid=37358514435  "

Ecco. Se, come me, non siete iscritti al libro delle facce, potreste forse non riuscire a visualizzare la pagina.
Io ho provato diverse volte e l’ho visualizzata quasi sempre. In ogni caso, potete lasciare un messaggio qui sotto con la vostra mail, che provvederò a passare a Roberto.
Intanto vedremo di ottimizzare l’iniziativa, dando maggiori delucidazioni. J

mercoledì 27 aprile 2011

Frammenti di Valdombra...Diana e gli Origami delle Fate_ P.3

L’indomani ebbi una lavata di testa pubblica dalla Gallina Isterica per via dell’insegna, che finì a pomodorate.
Mi spiego: un paio di banchi più in là, dalla parte opposta ad Edo e Sonia, c’era un signore che importava frutta e verdura fuori stagione dalla Sicilia, ma, con tutta la buona volontà, qualcosa finiva per andare a male, così quel giorno venne utilizzata per giocare a birilli con la gallina e il birillo, ovviamente, era lei.
Ci fu perfino chi le tirò qualche uovo.
Minacciò di mandarci tutti in galera, disse che l’anno seguente nessuno di noi avrebbe avuto il banco, che avrebbe revocato tutte le licenze…poi si rese conto di avere contro tutto il mercato, dovette mentalmente fare il conto di quanto il comune avesse guadagnato con le nostre licenze e gli affitti e, almeno per il momento, se ne andò, seminando in giro foglie, polpa di pomodoro e pezzetti di guscio.
L’indomani, ultimo giorno, organizzammo una festicciola per pranzo a base di specialità degli espositori, almeno quelli che vendevano roba commestibile.
Io preparai una ghirlanda di gru a tempo di record per ornare la tavolata: alla fine, crisi o non crisi, il mercato era andato relativamente bene per tutti.
Sonia mi disse di aver indagato. Aveva telefonato con una scusa al Comando Operativo del Corpo Forestale per vedere se quel Mauro Pernel Montreux esistesse davvero: “È a posto!” mi spiegò cospiratrice: “Anzi, pare sia una specie di eroe! In ogni caso, se per la Befana non ti sento, mi organizzo e veniamo a cercarti! E se trovi un fisso, chiama! A qualsiasi ora, capito?”
Non sapevo se ridere o preoccuparmi, ma non vedevo l’ora di partire! Tra l’altro…non avrei visto Vanessa. Arrivava il ventuno e io sarei già stata in quel posto mitico. Quindi non mi avrebbe dato i miei 50 euro. E nemmeno la fattura.
E non me ne poteva fregare di meno!
Non vidi nemmeno la ragazza-orsa e questo mi dispiacque: alla fine avevo creato un paio di orecchini bellissimi e desideravo tantissimo consegnarglieli!
Forse non sapeva che il mercatino finiva il diciotto. Avrei dovuto insistere per farmi dare un recapito, accidenti!
Il Commissario arrivò puntualissimo, naturalmente, e…naturalmente appena iniziò a nevicare. Cominciavo ad avere non più il sospetto, ma la certezza, che l’arrivo della neve e degli UFO fosse collegato.
Mise in macchina l’ultimo scatolone, i nostri bagagli, prese mia mamma e la issò sul gippone.
Io saltai dietro. Notai uno strano profumo di frittelle, nell’auto, ma non c’erano tracce delle medesime. Probabilmente anche al Comando avevano fatto una festicciola natalizia e lui aveva portato il dolce.
Beh…non ero ancora partita e avevo già fame!
Il Commissario, ehm, Mauro, che non voleva formalità, prese la borsa di Malù, la guardò negli occhi e disse: “Farai un buon viaggio”. Malù iniziò a fare le fusa e smise solo quando, venti minuti dopo, piombò nel sonno.
Mamma era eccitata come una ragazzina: non faceva un viaggio dalla morte di papà, tantomeno in montagna. Aveva cominciato dopo pochi mesi ad avere problemi di salute, avevamo venduto…ehm, rottamato l’auto e i nostri viaggi si limitavano alla cintura. E anche quelli erano ben rari.
Mauro sfrecciava sulla strada ad una velocità che non pensavo fosse normale per una vecchia jeep, gli alberi innevati ci sfrecciavano accanto a loro volta, i paesetti che a volte attraversavamo parevano tutti usciti dalla pubblicità di qualche panettone e io mi sentivo euforica.
Verso mezzogiorno mi accorsi che ci eravamo infilati in un vallone brullo, stretto, buio, con pochi alberi rachitici. Nemmeno la neve riusciva a dare un po’ di luce a quel posto desolato, che strideva nel confronto con tutte le zone appena lasciateci alle spalle. Ma dove eravamo finiti? Mi diede un’angoscia terribile.
Pochi minuti dopo, mi trovai ad osservare la costruzione più assurda che avessi mai visto: in cima ad una bassa montagna decisamente impervia, svettava una specie di abbazia, costruita su uno sperone di roccia proteso nel vuoto e guardava verso di noi severa e minacciosa. “La Rocca Sacra di Chiusa” annunciò Mauro.
Mamma e io la fissavamo a bocca spalancata. Di fianco a noi correva sotto ghiaccio un fiume dall’aspetto poco rassicurante, tra rapide che erano visibilmente le ultime vestigia di un’antica cascata. Pareva uscire direttamente dalla roccia e noi ci stavamo correndo contro! Poi, con sollievo, mi accorsi che le pareti erano due, tanto strette che quasi si sovrapponevano, e che la strada passava sotto una semi-galleria nella parete alla nostra sinistra.
Mentre attraversavamo la gola, quasi mi venne un attacco di claustrofobia. Le pareti cadevano a strapiombo, nere, lisce e taglienti. Il fiume era cupo e pareva anche lui tagliente come la roccia, anche se correva ora quasi tutto sotto ghiaccio. Mi sentii soffocare: ma non doveva essere una serra morenica, quella roba? A me pareva basalto, pareva!
“Ora chiudete gli occhi e contate lentamente fino a dieci. Anzi, facciamo venti!” disse Mauro allegro. Obbedii, ma arrivata a sedici esclamò: “Aprite!”.
Per un attimo vidi solo bianco, accecata dalla luce. Poi restai a bocca aperta: davanti ai miei occhi c’era davvero l’El Dorado! Una valle immensa si apriva davanti a noi, coperta da una spessa coltre bianca punteggiata di paesini da favola. Il fiume aveva un aspetto forte, ma per niente cupo e scorreva accanto a due laghetti scintillanti.
Il più grosso era deserto, con un paio di barche incagliate nella superficie ghiacciata, mentre sull’altro diverse persone pattinavano allegramente. A sinistra dei laghi una strada portava ad un villaggio molto piccolo ai piedi di una specie di castello da fiaba sulla cui facciata campeggiava la scritta: “Grand Hotel des Thermes” affiancata da cinque stelle dorate. L’aria era incredibilmente trasparente, in cielo blu elettrico, attraversato da poche nuvole bianche come spuma di mare. C’erano boschi, e poi boschi e ancora boschi, e campi, campi a terrazze sulle pendici più prossime, file di piccoli alberi da frutto ora tutti coperti di bianco.
Nel cielo un grande uccello bruno planava in ampi cerchi, le ali immobili.
Mamma e io non avevamo nemmeno fiato per dire qualcosa. L’extraterrestre rideva: “Bell’effetto, eh?” chiese strizzandomi l’occhio dallo specchietto. Sorrisi con tutta la faccia, non c’era altro che fossi in grado di fare.
“Il Ponte di Cristallo!” annunciò. Era la cosa più fantastica che avessi mai visto!
Un lungo, elegante ponte a tre campate attraversava il fiume, bianco, lucentissimo, quasi trasparente. “Quarzite” disse Mauro con orgoglio.
Insomma, quel ponte di pietra bianca, a tratti era praticamente quarzo cristallino, attraversato da velature bianche e perfino arcobaleni, là dove il sole lo colpiva direttamente. Non era molto largo, ci passavano a malapena due auto in senso opposto, ma ai fianchi c’erano camminamenti, qua e là alcune panchine e, sul parapetto, campeggiavano vasi che ora erano rossi di bacche di agrifoglio.
Avevo le lacrime agli occhi! Se i Valdombricoli fossero davvero stati cannibali, beh…valeva la pena di rischiare!
“È la cosa più bella che abbia mai visto…” riuscii a dire alla fine.
La grande valle era circondata da alte montagne dall’aspetto severo, incantato dall’atmosfera invernale. Non avevo mai visto tanta luce. Mia mamma non fiatava, gli occhi che le tenevano quasi tutta la faccia, la bocca aperta. Malù si agitava nella borsa, tirando il collo verso i finestrini. Mi misi in braccio la borsa voltandola in modo che potesse vedere fuori.
Oltre il ponte ci aspettava un cartello: “Chiusa di Valdombra- Basse di Chiusa- Rocca Sacra” poco oltre un altro diceva: “Terme-Fourrez- Grand Hotel des Thermes”
Vidi nei prati accanto alla strada delle mangiatoie colme di fieno. Accanto ad una, alcuni cervi mangiavano guardandoci indifferenti.
Entrammo in paese dove, nel piazzale accanto alla stazione, diversi ragazzi giocavano a palle di neve e altrettanti adulti sostavano chiacchierando o leggendo seduti intorno ad un grande albero di Natale ornato di luci e addobbi. Non vidi fili però, e le luci sembravano muoversi e perfino cambiare colore.
Mah! Forse erano di un tipo loro speciale…davvero, davvero belle!
Chissà dove parcheggiavano i dischi volanti?
“Ci fermiamo qui alla piòla a mangiare, voi sistematevi che io vado a prendere un po’ di carburante” disse la nostra guida. La “piòla”, con una grande vetrata che guardava i laghi, si chiamava “La Tana del Coniglio” e sembrava più un ristorante di lusso in stile montano.
Era molto accogliente, luminosa e vi aleggiava un profumo che mi strappò un crampo di fame. L’aria, in quel posto, aveva un profumo e una freschezza incredibili, che metteva appetito ad un morto anoressico. Una bella signora ci fece strada, conducendoci verso la vetrata: “Al tavolo che di solito occupano il Commissario e famiglia” Orpo! Eravamo ospiti di riguardo.
Mentre ci sistemavamo, continuando a guardarci attorno come due sceme, la proprietaria si avvicinò indicando la borsa di Malù. Guardandomi con rimprovero, disse: “Non vorrà mica lasciarlo lì dentro, vero?” Cavolo! Avrei dovuto lasciarlo in macchina! “Scusi, ma non volevo lasciarla in macchina da sola, sa, non conosce nessuno (ma che diavolo sto dicendo?) e…dove potrei sistemarla? Non ci sarebbe un posticino, magari in cortile?” La donna sollevò un sopracciglio, con un gesto che mi ricordò pericolosamente la ragazza Extraterrestre: “In cortile? È così che tratta la sua gatta?” Non capivo: “Sarebbe opportuno che la facesse uscire dalla borsa, la accompagnasse alle toilette, nel caso abbia necessità. Cosa posso portare per lei?”
Eh?
“Cosa posso servire al signora Gatta?” ripetè la donna lentamente, come parlando con qualcuno molto tardo. Cioè, non mi stava cacciando?!?
“Nonsss…saprei, lei…ho le sue pappe in macchina…toilette? Per i gatti?” la donna annuì, prese la borsa e mi fece strada fino ad un bagno su cui si aprivano 4 porte: una con un omino, una con una donnina, una con un cane e l’altra con un gatto. Mai visto niente del genere!
Davvero, quella gente non poteva essere tanto kattiva! Nel bagno per gatti c’erano diverse cassette con lettiere pulite, ciotole con acqua, latte, scatole di salviette umide e spazzole. In un angolo c’erano sacchetti e palettine, dall’altra parte, vicino al muro, un bidone azzurro con la sabbia nuova. Malù emise un gorgoglio e si fiondò fuori dalla borsa, correndo avanti e indietro alla ricerca della cassettina migliore.
Poco dopo la portai, in braccio, nel salone.
Accanto al tavolo, un cameriere aveva preparato un piccolo tavolino alto un palmo su cui erano sistemati due piattini colorati colmi di delizie feline: “Vitello con riso e asparagi per la signorina” disse il cameriere: “E pasticcio di cinghiale all’erba cipollina” Quella roba aveva un profumo tale che l’avrei mangiata io! La posai accanto al tavolino e la guardai tuffare il muso alternativamente nei due piattini con una punta di invidia.
Mamma e io restammo a guardarci inebetite, mentre qualcuno sistemava sul nostro tavolo un piatto di antipasti misti da svenire! Mauro arrivò un attimo dopo con una tanica che consegnò alla signora.
“Mi mette un po’ di carburante di riserva“ spiegò: “Dopo la ritiriamo” Carburante? Come carburante? Da quando la benzina si prende al ristorante? Non feci domande, ma mi girava un po’ la testa. Le fusa di Malù riempivano tutta la sala.
Il cibo era stratosferico. Inimmaginabile. Indescrivibile!
Avrei voluto assaggiare tutto, ma, poiché eravamo ospiti, non osavo. Mauro, che, notai, tutti conoscevano e salutavano con molto rispetto, era divertito.
Ci suggeriva cosa assaggiare, con cosa accompagnarlo e spiegava alcune ricette. Molte erano cose che conoscevo da sempre, ma fatte…in modo atipico. Originale. Fantastico. Divino!
Forse ci tenevano a nutrirci bene per quando ci avrebbero mangiate…
Quando feci un salto in bagno (avevo bisogno di restare sola e sciacquarmi la faccia) scoprii che il cellulare prendeva! Chiamai Sonia: “Va tutto bene! Il posto è incredibile, e abbiamo mangiato la roba migliore che esista! Non si può descrivere, davvero! Ah, e c’è anche il servizio speciale per cani e gatti!” Questo parve dissolvere i timori della mia amica. Le raccontai della toilette e del menù felino e lei ne fu entusiasta: “Sai che forte se qui si aprisse un locale con un servizio del genere?!? Sarebbe una bomba! Diana, quando torni dobbiamo pensarci!”
Ah, perché, dovevo tornare?
Quando uscimmo, la signora ci diede un cuscino nuovo per la borsa di Malù: pareva che fosse l’ospite d’onore. A noi, invece, diede una piccola sporta con le cose che non avevamo assaggiato e a Mauro porse la tanica, da cui proveniva profumo di fritto misto.
Arrivati alla jeep lui aprì il serbatoio e ci versò il liquido dorato: “Ma…è olio!” esclamai. Lui sorrise: “Già. Noi non usiamo la benzina. L’unico carburante ‘normale’ che usiamo è quello degli elicotteri. Che sono solo due, comunque. Li usiamo per soccorso alpino, antincendio…”
“Ma il motore con l’olio si rovina! In cinquantamila chilometri è da buttare!” protestai curiosa. Lui rise: “Beh, da noi cinquantamila sono un bel po’. Non usiamo la macchina tanto quanto voi e comunque” sollevò la tanica e chiuse il tappo: “E’ stato sufficiente modificare il motore. Se vuoi saperne di più devi chiedere a quel signore là” disse indicando con la testa l’unico meccanico-benzinaio-elettrauto-autolavaggio della valle: “Con le modifiche di suo nonno, questi motori durano invece molto più del normale. E profumiamo perfino l’aria!” concluse soddisfatto. Altro che frittelle!
“Circa un chilometro oltre Chiusa i cellulari non prendono più. Vi conviene spegnerli e togliere le batterie” spiegò Mauro.
Io sono abituata ad usare il telefono come orologio, sveglia, calcolatrice e calendario. Che prenda o meno non è un problema, ma spegnerlo…“È meglio, credimi” disse il Commissario Capo nello specchietto: “Diciamo che questi aggeggi…patiscono l’aria Valdombriana”.
Per quanto i finestrini fossero chiusi, mi resi conto che l’aria aveva un odore diverso. Quel “qualcosa” che avevo sentito appena oltre la gola, e poi un po’ più intenso a Chiusa, ora era decisamente più percettibile, ma ancora non riuscivo a capire cosa fosse.
Non era neve, non era resina, non erano ioni…un po’ ci assomigliava, ma…ricordava molto vagamente l’odore di elettricità dei temporali. Era frizzante, a correnti, luminoso, pervasivo…mah…odor di Valdombra! Pensai arrendendomi.
Forse lo lasciavano gli UFO quando decollavano.
Stavamo attraversando una specie di conca ora, dove l’Ombra si allargava notevolmente, pur senza formare un lago, nella quale si creava una piccola isola a forma di goccia, collegata alla terraferma da due ponticelli. Al centro un minuscolo castello con una sola torre, attorniata da una decina di casette da fiaba: “Isola d’Ombra” presentò Mauro: “Detta anche ‘Isola delle Fate’. Difficilmente avrai il tempo di visitarla, ma tua mamma, se non vuole annoiarsi, sarà costretta a fare la turista. Questa è una meta imperdibile” mia mamma sorrise estasiata.
Non si era lamentata del mal di schiena nemmeno una volta, aveva mangiato a quattro palmenti e le brillavano gli occhi. Avevamo fatto bene a venire, qualsiasi cosa ci aspettasse.
Notai, vedendo su una strada al di là dell’Ombra una piccola auto, che le macchine erano davvero rare. In città ne avevo viste alcune parcheggiate, ma praticamente nessuna in movimento. Vero, c’era un sacco di neve, ma...
Stavo per chiedere come si muovessero, quando fummo incrociati da una grossa slitta trainata da due cavalli. Il conducente ci fece un gesto di saluto, cui Mauro rispose e passammo oltre. “WOW!” mi scappò. “Molti si sono modernizzati e usano slitte più piccole e veloci con i cani” spiegò Mauro. Mi ricordai che sua figlia aveva detto qualcosa sui pastori Valdombriani: leggeri, ma non adatti al traino, per quello usavano normali spitz. Al momento non ci avevo fatto caso, pensando che ci fosse qualche scuola di sledog. Invece…
Durante il tragitto incrociammo qualche altra slitta, tutte trainate da cavalli, e solo a Chiusa Alta (Ciusaot), la seconda città della Valle, vidi parcheggiata una slitta con otto cani accucciati in paziente attesa del loro umano. Mi sembrava di essere finita in una favola!
Ogni tanto avevo la sensazione che avanti ai miei occhi passassero delle scintille colorate. Era seccante, ma nelle ultime settimane avevo dormito poco e lavorato molto, spesso sforzando gli occhi su particolari microscopici, a volte quasi al buio. Avevo anche preso un sacco di freddo.
Mi piace l’inverno, sia chiaro. Mi piace che sia un inverno serio, con un sacco di neve, i ghiaccioli alle finestre e le auto che non partono per il gelo. Però passare sette ore al giorno immobili in mezzo al ghiaccio ad un mercatino natalizio all’aperto senza un minimo di riscaldamento…si rischia davvero di fare la fine della piccola fiammiferaia, ecco!
Insomma, ero convinta che si trattasse di stress e stanchezza. Certo, non erano come le classiche lucine che appaiono sulla retina per lo stress…erano rosa, azzurre, verdi. Brillanti. E sfrecciavano. Mah, se fossero continuate, sarei andata da un oculista. Magari era solo il cambiamento d’aria.
La strada continuava oltre Ciusaot in ampi tornanti sulla costa delle montagne innevate. Vedevo a volte l’Ombra scintillare tra la neve, senza sentirne la voce attutita dalla neve e dallo strato ghiacciato. L’unico suono era il rombo sordo della jeep, che mi pareva stridere in quel paesaggio incantato. Qua e là apparivano piccoli paesi imbiancati, con comignoli fumanti e ragazzini che correvano con i cani, giocavano a palle di neve o costruivano pupazzi e castelli. Perfino ai lati strada, ogni tanto, ci appariva qualche figura sorridente con una sciarpa, un berretto e un pezzo di legno al posto del naso.
Una parte di me era ansiosa di arrivare, un’altra desiderava che quel viaggio non finisse mai. Il silenzio aveva preso il posto degli “Oh!”,”Ah!”, “Guarda là!” miei e di mamma e perfino Malù se ne stava accoccolata con il musetto schiacciato contro il finestrino e gli occhi grandi di stupore.

Ad un tratto la mia attenzione fu attratta da qualcosa che correva parallelo alla strada. Cinque o sei animali scuri contro la coltre bianca, troppo piccoli per essere cervi, troppo agili per essere cinghiali, troppo in basso e troppo grossi per essere camosci. Ricordavano un po’ gli Huskies che avevo visto poco prima in paese, ma…no, non erano Huskies.
E, a ben guardare, non sembravano proprio cani…possibile?!? Mauro diede un leggerissimo colpo di clacson e sei musi appuntiti si voltarono verso di noi. Lui fece un gesto di saluto con la mano, come verso qualche compaesano, sorridendo. Poi indicò un punto della strada e proseguì più lentamente. Quegli animali scuri rallentarono e iniziarono a scendere lungo il pendio, verso di noi. Deglutii. Ovviamente non potevano essere quello che sembravano!
Il nostro accompagnatore percorse ancora duecento metri suppergiù, si fermò ad una piazzola, saltò giù e si diresse con un “torno subito” incontro agli animali.
Che si avvicinavano e sembravano proprio quello che sembravano.
Fissavo la scena in totale black out mentale, con un ronzio che riempiva il vuoto pneumatico formatosi tra le mie orecchie quando anche l’ultimo neurone aveva dato forfait.
Il branco si fermò un po’ più a monte, ma potevo vedere cinque paia di occhi ambrati obliqui sui musi affilati e attenti. Il sesto animale scese ancora, fermandosi a due o tre metri da Mauro. Avevo abbassato un filo il finestrino e, nel silenzio assoluto che dominava la Valle, riuscivo a sentire ogni tanto un leggero “flop!” di neve che cadeva dai rami, o il soffio di brevi folate di vento nelle pinete. Niente altro. Pareva impossibile potesse esistere un silenzio simile.
Mauro e quella creatura dai profondi occhi giallo fluorescente, si fronteggiavano in silenzio, anche loro. Eppure, ero convinta che stessero comunicando. Vedevo l’uomo fare piccoli gesti con la testa e con una mano. E l’altro rispondeva con occhi, orecchie, e riuscivo a sentire qualche basso brontolio. Poi l’animale si abbassò leggermente, tirando un po’ le zampe in avanti, scosse la testa e si allontanò verso i compagni che aspettavano appena più su, immobili. Mauro fece un gesto con la mano aperta e tornò in macchina: “Bene” disse fregandosi le mani: “Sono in perlustrazione. C’è stata una valanga, e pare ci siano delle cornici instabili in un paio di canaloni. Bisogna farle venir giù…Se ne occuperanno loro, comunque” Io ero così basita, incredula, allibita che non riuscivo a spiaccicare parola. In che senso se ne sarebbero occupati loro?
E poi…Lo so che i lupi non attaccano l’uomo, ma quelli erano un branco! Ed è sempre così difficile vedere un lupo e, se per caso ci riesci, è da lontano, di sfuggita e poi sparisce subito. Quelli se ne andavano in giro così, tutti tranquilli, a pochi metri dalla strada. E si avvicinavano a parlare di cornici e valanghe con un signore.
A parlare?!? Ma cosa stavo dicendo?!?
Mia mamma, con totale candore, se ne uscì con: “Che belli quei cagnoloni! Sono ben di qualcuno, vero? (“Oh, mamma!”) Avranno freddo! Si geleranno le zampine (“ZAMPINE?!? Ma le ha viste?”). Da noi, d’inverno, ai cani si mette il cappottino quando fa freddo!” continuò con tono di rimprovero. Io mi presi la testa tra le mani, Mauro tentava disperatamente di non ridere: “Oh, mamma!”
“Ma insomma, Diana, ma che cos’hai da continuare a ripetere ‘Oh, mamma!’?” Mauro ora rideva apertamente: “Signora, loro non sentono il freddo, nemmeno a meno quaranta. Hanno due tipi di pelo, giarra e borra. La borra è la cosa più calda e isolante che esista e la giarra, superiore, è del tutto impermeabile. E credo si altererebbero parecchio se qualcuno tentasse di mettere loro il cappottino!” mia mamma ancora non aveva capito: “Davvero? Ma è per il loro bene, ma guarda…” disse cercando le figure scure ormai lontane: “E i loro padroni li lasciano andare in giro così, tutti soli?” mi sfuggì un altro ‘ma mamma!’, e lei sbuffò: “Insomma, ma cosa c’è?”
Ma non hai visto che non sono cani?!?” strillai. Lei scrollò le spalle, offesa: “Davvero? A me non sono sembrati gatti! Vero amorino della mamma?” disse rivolta a Malù, così terrorizzata che nemmeno aveva soffiato o tentato di nascondersi. Si era semplicemente rannicchiata contro di me, continuando a fissarli con la coda gonfia.
Mauro si divertiva un mondo. Pensai che agli extraterrestri dovevamo sembrare proprio idioti!
E intanto continuavo a vedere nella mia mente il nonno di Edo che si voltava a guardarmi: “Valdombra”. Le parole si rincorrevano dietro i miei occhi spalancati su quella valle bianca e silenziosa: “Sono strani….il tempo scorre diversamente…c’è e non c’è…sono governati dai lupi…e da…altro…”
Altro.
Mi fregai gli occhi, perché avevo di nuovo visto quelle scintille colorate. Ne vedevo una verdino chiaro girare intorno alla jeep. Inaspettatamente Mauro frenò e aprì per un istante il finestrino. La scintilla entrò, lui sembrò guardarla per qualche istante, poi soffiò leggermente, senza parere, richiuse e partì: “Mia moglie ha bisogno di tre burnìe grosse. Mi chiedo che cosa sia successo…ci fermiamo solo un istante qui a Soprana. Ci vorranno cinque minuti”
(là il tempo scorre diversamente…sono governati dai lupi…)
E come faceva adesso a sapere che sua moglie aveva bisogno di tre grossi barattoli di vetro a chiusura ermetica?
Pochi minuti dopo arrivammo a Vaymallez.
Qualsiasi cosa mi fossi aspettata, immagino che non fosse all’altezza di com’era.
Non c’erano alberi dai frutti dorati, né case di marzapane e cristallo, o chissà che altro.
C’era un piccolo villaggio di montagna. Perfetto, qualsiasi cosa questo significhi.
Nella piazza principale molta gente si affaccendava a montare dei banchetti di legno, più piccoli delle casette e dei gazebo cui ero abituata e tutti democraticamente della stessa forma e dimensione.
Contro il muro della pensioncina, proprio a pochi metri dall’ingresso, vidi la mia insegna, già bell’e montata. Una signora con una lunga treccia rossa e un mantello grigio perla cangiante stava sistemando alcuni ganci cui appendere i mobiles. Vedendomi sorrise: “Ho aggiustato un po’ come mi pareva, se non ti piace cambiamo. Ora sistema le tue cose, poi vieni a prendere una cosa calda lì da me” disse come mi conoscesse da sempre. Aveva incredibili occhi blu violetto, quasi elettrici, che si intonavano perfettamente con quella mantella, che ne sottolineava la sfumatura.
Pensai che somigliava un po’ alla ragazza extraterrestre e Mauro aveva detto che sua sorella aveva un negozio proprio nella piazza.
Lui intanto, dopo averci fatto scendere e aver scaricato le nostre cose, corse a casa, dove a quanto pareva cane e gatto si erano messi d’accordo per combinare qualche disastro, e noi restammo affidate alla signora dai capelli rossi.
Ci sistemammo nella pensione e mia mamma decise di fare un riposino. La signora le prese la giacca a vento e disse: “Certo, le farà bene un bel sonno. La aiuterà ad ambientarsi” pensai che fosse una frase un po’ scema, ma quando mi voltai per dire qualcosa, mia mamma dormiva profondamente.
Mi venne in mente che, quella mattina, mille anni prima, Mauro aveva preso la borsa di Malù e le aveva parlato nello stesso modo.
E lei era stata così buona, nonostante il viaggio lungo, che l’avevo perfino fatta uscire dalla borsa per prenderla in braccio. Ora stava tutta felice sul davanzale, come non avesse aspettato altro tutto il tempo. O tutta la vita.
La signora la accarezzò e le chiese se avesse fame. Per tutta risposta, lei le diede una calorosa testata facendo le fusa e commentò con un “MIAO!” entusiasta la proposta di portare un vasetto di erba cipollina, una scodellina di panna e una lettiera pulita. “Volevo portare la sua sabbia, ma il Commissario non ha voluto” spiegai.
Scendemmo e lei chiamò una ragazzina dicendole qualcosa in una lingua incomprensibile che somigliava vagamente ad occitano, ma con sfumature arcaiche e vagamente sassoni. La ragazzina corse via e ci avviammo al banco.
Era il doppio del mio, perfettamente funzionale e attrezzatissimo. Bastava alzare le ante che cadevano sul davanti, scorrere quelle laterali e con un -clack- era chiuso. Per aprirlo, stessa cosa al contrario. Significa, in parole povere, che per preparare un banco ci volevano tre minuti esatti!
“Ma davvero non devo pagare niente?” chiesi vergognosa. La donna sorrise: “Non c’è niente che ci serva. Se non vuoi cambiare nulla, andiamo nella Bottega, che ti faccio assaggiare qualcosa di specialissimo!”
Il negozio era proprio lì nella piazza, con un nome affascinante: “La Bottega degli Incanti”.
Vendeva soprattutto due cose: cibo e libri.
Solo che il cibo era le più incredibili golosità avessi mai visto. Mi offrì Latte Incantato e Torta della Strega alle mele e cannella, insomma, una normale torta della nonna, detta così, solo che…era galattica!!
Avevo fatto una scoperta rivoluzionaria: gli extraterrestri mangiano un sacco bene!
Era come mangiare cibo degli dei. Sulla torta mi spolverò un po’ di cacao e io pensai che, se dovevo diventare la loro cena, rendevano i miei ultimi momenti così straordinari da non avere nulla da rimpiangere!
Alzando gli occhi al di là della piazza vidi Malù sul davanzale con musetto affondato in una scodellina.
Altra scoperta: gli extraterrestri nutrono i loro felini altrettanto bene.
Intorno gironzolavano diversi cani: quegli enormi pastori Valdombriani, spitz di vario tipo, e un Labrador particolarmente festaiolo che giocava con dei ragazzini.
Alcuni gatti se ne stavano uno su un altro davanzale, sdegnato da tutto quel caos, un paio sul parapetto di un piccolo delizioso ponte che conduceva ad una discesa alberata.
Guardai la facciata della piccola basilica (che, mi aveva detto la signora, veniva usata di rado) e vidi una meridiana. Erano le tre.
Avevo lasciato la mia casa appena da cinque ore e mezza.
Faticavo a ricordare la mia vita. Faticavo a ricordare il viso di Sonia, le facce dei miei amici, dei colleghi del call center, della padrona di casa. C’era qualcuno…oddio, come si chiamava? Vanessa, si! Chi era? Era importante?

(...Continua link p.:4)

sabato 23 aprile 2011

Frammenti di Valdombra...Diana e gli Origami delle Fate_ P.2

Dopo cena cercai su internet notizie di questa Vaymallez, ma non trovai un bel niente. Ovviamente avrei potuto aver digitato sbagliato, non ero sicura di ricordare giusto, ma…forse si era inventata tutto. Sperai solo che l’indomani non tornasse a restituire la roba, dicendo di essere stata ubriaca la sera prima. E che, soprattutto, non rivolesse i soldi indietro.
Non riuscii a dormire.
L’indomani il sole splendeva sulla neve caduta tutta la notte.
Malù volle giocare nel cortiletto a fare i balzi nella neve fresca e dovetti ripescarla e asciugarla ben bene. La gente spalava davanti ai portoni, le auto giravano con le catene che grattavano sull’asfalto delle strade principali e a mezzogiorno, quando arrivai al mercato, il mio banco era sommerso da strati geologici di roba bianca e gelida.
Sonia, suo fratello e io, giocammo a palle di neve finché le mani ce lo permisero, alcuni venditori costruirono pupazzi ornamentali qua e là per il mercatino e finalmente fummo pronti per il lavoro. Il sabato era perfino meglio della domenica, perché la gente, in genere, non era a sciare.
Chiesi in giro se qualcuno avesse mai sentito un nome come Vaymallez, ma nessuno dei miei colleghi sembrava riconoscerlo, né, a quanto pareva, il nome somigliava a qualcos’altro.
La sera prima, tra una cosa e l’altra, avevo chiesto a Vanessa se lo avesse mai sentito e lei se lo era segnato, se avesse trovato qualcosa mi avrebbe informata. E io ero sempre più convinta che si trattasse di uno scherzo. Pazienza. L’extraterrestre mi era comunque tornata utile e, poiché quel giorno la gente pareva allegra, azzardai un aumento dei prezzi secondo il suo suggerimento.
Vendetti dodici palle, tre mobiles e cinque paia di orecchini. Ero ricca, e niente debiti. Insomma, sarei stata felice se avessi guadagnato tutta quella roba entro il diciotto, altro che!
Intanto lavoravo agli orsi, tentando e ritentando diversi modelli, ma con risultati non proprio soddisfacenti.
La domenica, nonostante le stazioni sciistiche aperte, ci fu pienone.
Mi rubarono tre coppie di orecchini, vendetti gli ultimi due mobiles con le gru ad una coppia con due bimbi, un altro bambino ruppe due palle natalizie per “vedere com’erano fatte dentro”, si arrabbiò quando i genitori lo rimproverarono, e poi si arrabbiò perché la Fatina era “finta”.
Comunque i genitori mi pagarono il danno. Probabilmente ero troppo nervosa per riuscire a lavorare, per cui fui contenta, alla sera, di aver racimolato comunque qualcosa.

Venne il lunedì. Tornai al call center con pochissima voglia di litigare con la gente al telefono, ma lieta di lavorare al chiuso per tre ore.
Al mercato, come prevedibile, fu piuttosto morta, il che ci lasciò la libertà di socializzare tra noi espositori.
Al banco di Edo venne suo nonno, che fece una bella grolla per tutti noi, così il nipote ne approfittò per domandargli se avesse mai sentito un posto di nome Vaymallez.
Lui si grattò la testa, ripetendo quel nome. Non disse niente, ma vedevo che continuava a pensarci. Prima di andarsene venne da me: “Sai…se c’è una specie di castello, una torre o qualcosa del genere?” mi chiese. Non ne avevo proprio idea. La ragazza extraterrestre non mi aveva detto niente, a parte la questione del mercato. Lui scosse la testa: “Perché la chiami extraterrestre?” domandò sospettoso. Gli spiegai come era fatta e di quegli occhi stranissimi: “Doveva avere delle lenti a contatto per apprendisti ipnotisti” scherzai. Lui sembrò turbato: “Potrebbe essere…” disse allontanandosi: “Che cosa?” gli gridai dietro. Lui si voltò a guardarmi per un lungo istante: “Valdombra” disse soltanto e se ne andò.
Verso le sei riprese a nevicare forte.
Scoprii che il faretto era anche un’ottima fonte di calore, anche se mi batteva sulla testa.
L’extraterrestre non si era vista, come avevo immaginato, e cercai di allontanare la delusione impegnandomi sull’orso.
Mentre me ne stavo con il naso ad un centimetro dal modello, mi trovai un grosso tartufo nero e bagnato ad un centimetro dal mio. Si, dal mio naso, ovviamente. Guardai oltre il tartufo e mi trovai a fissare due occhi blu zaffiro pieni di entusiastica aspettativa: “Ma che meraviglia!” esclamai.
È noto che i cani, tutti i cani, hanno la capacità di capire parole come “Bellissimo, Meraviglia e Adorabile” in qualunque lingua, viva o morta che sia. Ed è ancor più noto di come abbiano sempre la certezza matematica che simili parole non possano che essere indirizzate a loro. Il proprietario del tartufo e degli occhioni blu prese a scodinzolare entusiasta, con un sorriso canino che gli arrivava alle orecchie argentate, agitando pericolosamente non solo la coda, ma tutta la parte posteriore, quasi abbattendo il banco accanto al mio.
Aveva più o meno la forma di un malemute, ma delle dimensioni di un maremmano.
Va bene, ho esagerato, non proprio un maremmano, un maremmano non del tutto cresciuto, ecco.
Indossava un collare microscopico, di fettuccia, che sarebbe andato bene per un coniglietto d’angora non troppo sveglio, attaccato al quale c’era un guinzaglio altrettanto ridicolo.
Alla fine del guinzaglio, l’extraterrestre mi osservava divertita: “Gli piaci” dichiarò. Beh, ne ero lieta; i dentini che spuntavano dal sorriso non erano affatto rassicuranti.
“Ma di che razza è?” “È un pastore Valdombriano. Lupoide, grande, ma leggero nella corsa e sulla neve. Comunque non ama il traino, per quello abbiamo normali spitz”
Pastore Valdombriano? Mi balenò in mente l’immagine del nonno di Edo, che si voltava a guardarmi con una sorta di timore: “Valdombra”…quindi aveva ragione. Ma che significava? Era un bene o…
“È tuo?” chiesi accarezzandogli la testa argentata attraversata da un motivo scuro: “Non proprio. Siamo di sua proprietà e tutti insieme apparteniamo al gatto. Comunque, a grandi linee, è mio, si. Regalo per i miei sedici anni” una leccata a tradimento mi lavò metà della faccia.
“Ne voglio almeno tre!” esclamai ridendo.
 Accanto alla ragazza c’era un uomo. Le somigliava, ma era troppo giovane per essere suo padre; probabilmente era un cugino, o qualcosa di simile. Aveva un lungo involto dall’aspetto legnoso: “Sono Mauro, il papà di Justine” disse tendendomi la mano. Non dimostrava più di trentacinque anni, per la miseria! O dalle sue parti si riproducevano all’asilo, oppure…Appoggiò l’involto accanto al banco: “Ti abbiamo portato l’insegna. La piccola e i suoi amici si sono sbizzarriti, spero ti piaccia” disse semplicemente.
C’erano due pali di sostegno con dei fermi alla base e delle cagne più o meno a metà per ancorarlo al banco, e poi l’insegna vera e propria, una lunga asse sagomata con dipinta la scritta “Gli Origami delle Fate” in caratteri grandi e colorati, che delle fatine usavano come altalena o su cui si arrampicavano.
A sinistra c’erano fiocchi di neve, stalattiti di ghiaccio, con fate che pattinavano o avevano abiti invernali, in alto era un tripudio di fiori, api e fatine rosa, gialle e verde chiaro, a destra c’erano foglie verde intenso, fascine di grano e rododendri, e fate che danzavano con spighe e frutti tra le mani, mentre il basso era tutto colori rossi, marroni e ocra con fate che danzavano con grappoli d’uva, si lanciavano nocciole e castagne. Degli gnomi brindavano. Era fantastica!
“Ma…come ha fatto a fare tutto in due giorni?” chiesi estatica: “Oh, beh…si è fatta aiutare da un paio di amici. L’insegna invece è stata tagliata e incisa a fuoco da mio genero…cioè, dal mio futuro genero” disse il papà extraterrestre.
Mi aiutarono a montarla e tutti si fermarono a guardarla applaudendo: “Adesso voglio vedere quella gallina isterica del comune!” strillò Sonia trionfante.
Gli extraterrestri si guardarono, complici: “Allora, vieni al nostro mercato?” disse la ragazza. Come potevo rifiutare? Certo, c’era ancora il problema mamma, ma…l’uomo osservava soddisfatto l’opera appena montata: “Faremo così” pianificò: “Io verrò a prendere l’insegna e tutto il materiale che puoi darmi il sedici sera…pensi che ti creeranno problemi se starai senza per due giorni? Tina dice che volevano metterti in un angolo…” non mi importava: se dovevo partire per un mercato così promettente, un paio di giorni nello stanzino delle scope non mi avrebbero uccisa. “Bene” continuò: “Allora, il diciannove mi dici a che ora posso passare a prendere te, tua mamma e il gatto e si parte” sorrise e mi diede un bigliettino “Commissario Capo del Corpo Forestale dello Stato Mauro Pernel Montreux ecc…”
cavolo! Un ufficiale del Corpo Forestale! Ero in buone mani, e mamma non avrebbe avuto da obiettare.

Il sedici dicembre la mia vita era decisamente diversa da due settimane prima. Il banchetto era ancora minuscolo, ma ora avevo una splendida insegna, due faretti laterali, una tovaglia beige di feltro leggero su cui spiccavano ordinatamente le coppie di orecchini, i ciondoli, da usare anche come orecchini singoli, le palle natalizie e diversi splendidi mobiles.
Avevo anche cominciato a produrre degli ornamenti per capelli, con cautela, perché cappucci, cappelli e sciarpe avrebbero potuto rovinarli.
Novità: avevo anche una piccolissima stufa elettrica e non prendevo più la corrente da Edo, ma avevo un cavo tutto mio.
La gallina isterica del comune mi guardava con ferocia ogni volta che passava, ma non poteva dire niente e avevo perfino preso una ragazzina che mi desse una mano per i pacchetti e perché mi aiutasse a tenere d’occhio il banco: ero stata derubata un altro paio di volte e non sapevo nemmeno come ci fossero riusciti. Essere in due serviva.
Non ero più andata al call center al mattino: la sera, dopo cena, lavoravo fino a tardi al materiale per la Valdombra e continuavo, dove possibile, anche al mercatino.
Avevo scoperto alcune cose: sentirsi poveri non aiuta. La gente sembra fuggire e se decide di comprare, lo fa per pietà, ergo, è disposta a pagare non più di un paio di euro, perfino se dai loro perle rare. Se spari una cifra superiore, ti guardano scandalizzati e se ne vanno.
Se invece ti senti forte, se pensi: “Non ti va? Allora smamma, baby, e lascia il posto a chi ne capisce!”, la gente ti ammira. E non solo compra, ma compra più volentieri se hai prezzi più alti.
Avevo anche scoperto che, se la gente ti vede lavorare, si sente partecipe e vuole proprio quella cosa lì che stai facendo. Ovviamente questo non è possibile, perché io devo vetrificare gli oggetti e poi devono essere lasciati asciugare, a parte le sfere che, una volta chiuse e decorate, essendo in vero vetro, devo fare a casa, con il cannello.
Comunque, c’era sia chi era disposto a tornare il giorno dopo pur di avere proprio quella cosa lì, e c’era chi, visto come si svolgeva il lavoro, si buttava su altri pezzi finiti con entusiasmo.
Volevo vendere poco. Insomma, se avessi venduto troppo, mi sarei trovata con meno roba per il mercato importante e infatti, manco a dirlo, pareva che questo attirasse i clienti come il miele! Vendevo una ventina di pezzi al giorno e la sera mi dovevo rimettere al lavoro fino a tarda notte.
Però ero diventata ricca, almeno secondo i miei canoni. Era una sensazione cui non ero abituata.
Mia mamma aveva accettato il viaggio, anche se avevo dovuto minacciarla: se lei non fosse venuta, io non sarei certo andata via proprio durante le feste e ci saremmo perse un’occasione irripetibile!
Il sedici dicembre trascorse veloce,
Erano le sei quando cominciò a nevicare fitto. Fu come un segnale: guardai la neve cadere copiosa e quando abbassai lo sguardo, lui era lì, come si fosse materializzato dalla neve stessa. Aveva gli occhi della figlia, capelli castani con una strana ciocca bianca, come se qualcuno gli avesse passato sui capelli quattro dita sporche di calce ed era un gran bel pezzo di Commissario!

Mi aiutò a smontare l’insegna e caricò due casse di materiale pronto: “Sei ancora migliorata” disse osservando gli oggetti sul banco. Aveva ragione, probabilmente era l’obiettivo del mercato a caricarmi.
Mi sorrise: “Sai che da noi i cellulari non prendono?” mi informò vedendo il mio cellulare d’annata. “Con nessun gestore?” lui scosse la testa: “Nemmeno satellitari” rispose: “In generale gli aggeggi elettronici hanno qualche difficoltà. I computer li usiamo solo negli uffici della Forestale, di polizia, scuole superiori e all’ospedale del capoluogo. Comunque, nella piazza dove si terrà il mercato, c’è un telefono pubblico, apposta per i turisti” lo fissai inebetita: ma io non avrei abitato in una pensione? Lì ci sarebbe stato un telefono, no?
No.
Bene.
Gli chiesi come comunicavano in genere. Il Commissario Capo parve riflettere un momento: “Oh, beh…via gufo, naturalmente”.
Prese l’insegna e sparì tra i fiocchi. Volevo fargli ancora qualche domanda e lo rincorsi, ma sembrava davvero sparito, anche se avrebbe dovuto essere appena due passi avanti a me.
Edo aveva seguito la scena nervoso.
Appena congedai la mia aiutante, si avvicinò e si appoggiò al banco: “Ti ho tenuto due pagnotte, una bianca e una di segale” esordì. Non era lì per il pane: “Allora…ci vai?” mi strinsi nelle spalle: “Come posso perdere un’occasione simile?” lui fece una smorfia: “Non potrai nemmeno gridare aiuto, se succede qualcosa…” azzardò. Lo guardai perplessa: “Cioè?” lui si ficcò le mani nelle tasche con rabbia: “Non so, non so, Diana! Mio nonno mi ha detto qualcosa…insomma, questa Valdombra, io credevo fosse una leggenda, sai…” deglutii. Un brivido mi percorse la schiena: “Continua…” lui prese ad andare avanti e indietro davanti al banco, come avesse voluto macinare chilometri: “Ecco…è una leggenda. Una valle che sarebbe rimasta nascosta per migliaia di anni e dove solo alcune persone, se si perdono in montagna, riescono ad arrivare. La leggenda dice che è ricca di metalli e pietre preziose, di acque termali e sorgenti curative, fertile come non si può immaginare e…insomma, pare che i romani l’abbiano cercata per secoli. Come…come l’El Dorado, hai presente? Ma nessuno l’ha mai trovata. In giro per le montagne c’è ci giura di averla vista, e chi dice di esserci stato e che le vacche sono il doppio del normale, la gente vive duecento anni e parla con gli animali”
“Ma allora…ammesso che sia tutto vero, che problema ci sarebbe?” chiesi sollevata: “Sono strani, Diana! Succedono cose strane, laggiù. Il tempo, il tempo scorre diversamente, e…e poi c’è e non c’è, come se non fosse sempre nello stesso posto e…loro…loro sono governati dai lupi. E…e da…altro” disse chiudendosi in un mutismo ostile. “Altro?”
Edo scrollò le spalle: “Sarà che siamo una manica di imbecilli, là in Val d‘Aosta, noialtri!” “Altro che? Parla, malefico Valdostano dalla testa dura!” lui mi guardò in tralice: “…fate…” disse così sottovoce che non mi riuscì quasi di capire.
Lo fissai per un pezzo, con gli occhi a cartone animato. Poi scoppiai a ridere: “Oh, per questo mi hanno chiamata, allora! Si vede che delle loro non ne avevano basta!”
“Piantala di prendere in giro!” riattaccò il mio collega: “Là succede roba strana, sai! Se cerchi di passare dai colli, ti viene giù una cornice, o il vento ti porta via! La gente è strana e si dice che, una volta che si è stati là, non si sia più gli stessi. Si dà di matto, capisci? E poi…e poi un sacco di gente non ritorna. Sparisce, non se ne sa più niente, così, -PUF!- E poi…li hai visti in faccia? Ti sembrano normali, quelli lì, con quegli occhi? E il tizio? Prima si è voltato e -PUF!- è sparito! Tu l’hai visto andare via? No! si è voltato e non c’era più! Dammi retta, non c’è da fidarsi! Stai lontana da quel posto e da quella gente!” Edo sbaraccò il banco senza più una parola e se ne andò nella luce aranciata dei lampioni.
Portato il mio scatolone nella casetta di Sonia, restai a fissare i fiocchi che scendevano svolazzando e rincorrendosi…come le parole di Edo si ricorrevano nella mia mente, alternate all’incontro con il papà extraterrestre. Pericolosa? Questa valle…mitica? Cioè, in pratica, io ero stata contattata da gente che si riteneva leggendaria, che veniva da una valle che i romani avevano cercato invano per secoli, di cui non si sapeva niente…e IO, ragazzi, proprio IO, stavo per andarci?
Mi mordicchiai il labbro. Insomma, la mia vita, fino a dieci giorni prima, era un disastro. A vent’otto anni già non avevo più sogni e cercavo di “tirare avanti” come potevo. Niente laurea, niente fidanzati, lavoro barzelletta, paga da barboni, prospettive zero…che avevo da perdere? Non pensavo che i Valdombricoli fossero cannibali…e, almeno quelli che avevo visto, erano belli da spavento! Justine era forse antipatica, ma in modo simpatico…insomma…alla fine era giusta, mi si perdoni il gioco di parole. E la mia insegna era uno schianto.
Io il cellulare l’avrei portato, che prendesse o meno e poi…insomma, se non fossi tornata, Sonia sarebbe venuta a cercarmi. Forse lei e Edo avrebbero organizzato una spedizione di salvataggio e…ah, già…i romani non erano riusciti a trovare la valle in diversi secoli.
Ma il signor Commissario Capo era della Forestale, non poteva essere cattivo, almeno non kattivo, kattivo!
E poi…gente che, pur vivendo fuori dal mondo, conosce Harry Potter, proprio tremenda non può essere, no?
Miseriaccia!
Ma io ci volevo andare, ci volevo proprio andare!
                                                                   (continua link p.:3)

venerdì 22 aprile 2011

My Boss...

Ebbene...forse QUESTA non è una Creatura Fatata. In molte culture è una Creatura Divina, in altre demoniaca. Nella mia individuale coscienza collettiva (!) è un grandissimo rompi****!
Ma è anche l'amore della mia vita, nonché mio valido assistente e consigliere:


E siccome parlo spesso di lui, ovunque, è giusto farlo conoscere. Lui è Leonardo.
Non è carino da morire?!?

mercoledì 20 aprile 2011

Parure da cerimonia

Ebbene: ecco un collier con Fata del Cigno. Eco perle (310) con nodini di metallo, cinque foglie, due cigni laterali di cui uno è così sovresposto che manco correggendo sono riuscita  a limitare i danni. E’ che la Milly ha voluto fare lei le foto, visto che il suo collo non era impegnato.     
Conto di ripetere le foto appena possibile. Gli orecchini non sono troppo male, invece.
Infine, al centro la foglia con la Fata è sovrastata da una rosellina, cui si rifanno quelle degli orecchini.
La parte interna della collana, quella diciamo a girocollo, è intercalata da un filo dorato, senza nodini. La chiusura ha tanto di sicura, mi scuso per la rima.

lunedì 18 aprile 2011

Frammenti di Valdombra...Diana e gli Origami delle Fate_ P.1


Nevicava. La gente passava lungo la via con guance e naso arrossati, nascondendosi nelle sciarpe e sotto i cappucci.
Molti si fermavano a guardare la merce sui banchi, in fila al centro della via pedonale, tutti con un bel gazebo, alcuni vere e proprie minuscole casette in legno da cui c'era chi offriva vin brulé, chi Bicerin, café valdôtain o semplice cioccolata calda e frittelle per pochi spiccioli.
Io avevo un vecchio ombrellone da spiaggia, che nemmeno copriva tutto il mio pur microscopico banco e, da me, nessuno si fermava: non avevo nemmeno i soldi per un faretto e la poca luce rendeva quasi invisibili i miei prodotti.
Avevo freddo, fame e paura: non avevo venduto niente in tutto il giorno e i miei ultimi risparmi se ne erano andati per pagare la tassa del banco e, dal momento che mia mamma non era al corrente della nostra reale situazione economica, non sapevo come le avrei spiegato perché non avessi comprato niente da mangiare. In più ero stata messa alle strette la sera prima da una mia…cara amica.
Lei viveva in una supervilla vicino a Ginevra e lavorava al Palazzo dell’ONU, vestiva solo abiti firmatissimi, andava una volta al mese a Lugano all’atelier Aldo Coppola e non considerava nemmeno un profumo se era sotto i cinquecento euro. Non faceva che vantarsi della casa, del lavoro, di quanto guadagnasse lei e di quanto suo marito.
Ora, grazie alle sue conoscenze era riuscita a farmi avere delle rare medicine omeopatiche per mia madre, introvabili dalle mie parti e molto costose, così mi aveva telefonato la sera prima dicendo perentoria che le aveva già spedite e che le dovevo 150 euro più quindici di spedizione, che avrei dovuto mandarle l’indomani.
Mi ero sentita mancare: a me aveva detto che non sarebbero stati più di 50 in tutto!
Non che, sapendolo, avrei gettato la spugna: mia mamma ne aveva veramente bisogno e non avevano gli effetti collaterali tremendi delle medicine ufficiali, ma…avrei potuto organizzarmi, che diamine!
Lei mi aveva derisa, trattandomi come una profittatrice, una che non voleva saldare i suoi debiti e cercava (inutilmente) di fare la furba.
Era giovedì. Le avevo risposto, seccamente, che glieli avrei mandati il lunedì seguente, mi servivano due o tre giorni.
Le avevo chiesto solo due o tre giorni e lei aveva ancora cercato di attaccarmi, dicendo che, dal momento che lei era l’intermediaria, lei si era occupata della cosa, lei si era presa la briga di andarle a ritirare, era lei a decidere come e quando essere pagata!
Ero così scioccata che, per un momento, non ero riuscita a respirare, poi mi si era accesa una rabbia disperata che ancora non so come fossi riuscita a dominare, in quel momento: “Sai benissimo che io ho un fisso di 300 euro al mese, e ne ho spesi più della metà per fabbricare i mobiles che ti ho mandato per il tuo meravigliosissimo salone! Lunedì ti mando il saldo, ora non mi è possibile. Spero riuscirai a sopravvivere per tre giorni!”
Lei, sempre più sprezzante, aveva risposto che non poteva certo fare regali, visto che i soldi le servivano per le piccole riparazioni di casa e la manutenzione di giardini e piscina!
Non le era passato per la testa di chiedermi cosa mi dovesse per i mobiles, ovviamente.
In effetti, quando me li aveva ordinati, aveva fatto un discorso del tipo: “Tu me li fai e io non te li pago, ma nel caso tu decida di far curare tua mamma qui, Hans e io ti pagheremmo le eventuali terapie”. Eventualmente…
Se li avessi venduti, ovviamente trovando un cliente, avrei tirato su a dir poco un migliaio di euro netti. Ma lei non li pagava. Infatti lei aveva la stravilla stragalattica e io vivevo in due stanze umide in affitto con mia mamma.
C’era qualcosa che non avevo capito, della vita.
I mobiles in questione erano due grandi doppie spirali in legno di betulla, formate da cinquecento gru ognuna e altrettanti fiocchi di neve in carta di seta tinta a mano (da me) e poi vetrificati, come d’altra parte ogni mia creazione.
Vanessa mi aveva mandato una serie di fotografie del suo preziosissimo salone, perché mi rendessi conto di come dovessero essere, dei colori da usare, delle dimensioni e così via.
La sua offerta di “scambio” era ridicola, ma avevo fatto finta di niente: glieli avrei comunque regalati, anche se non si fosse inventata quello stupido trucco.
Non era la prima volta che mi sfruttava: anni prima la ricca signorina si era fatta pagare dai miei, con un altro abile trucco, la metà di un viaggio che avevamo fatto insieme.
Poi era scomparsa, per anni. Per vie traverse avevo saputo che aveva impalmato il rampollo di un banchiere ginevrino e che si era trasferita nei pressi di Ginevra.
Due anni prima era ricomparsa nella mia vita e aveva ricominciato come prima. Moine se le faceva comodo, disprezzo e sfruttamento altrimenti e, naturalmente...il farsi fare lavori a gògò, tentando di non pagare o pagare una sciocchezza...che fosse per questo che pensava io volessi fare lo stesso?
Perché non la mandavo al diavolo? Perché aveva sentito della salute di mia mamma e, una volta tanto, si era data da fare per trovare le cure giuste.
Certo, tra regali e creazioni varie, avevo pagato almeno il triplo di quanto le avrei dovuto, disturbo compreso, ma io non volevo doverle niente: anche se mi sfruttava, avrei pagato fino all’ultimo centesimo, e in più avrebbe avuto i suoi mobiles, avrebbe fatto un figurone con i suoi amici altolocati e speravo che, là, dal soffitto del suo salone, la facessero sentire per quello che era! Le mie creature avrebbero dominato la sua casa, dall’alto, eleganti e leggiadre, e lei li avrebbe avuti sempre lì, a ricordarle quanto fosse meschina e miserabile.
“Figurati! Come se quella avesse una coscienza! Per lei tutto è dovuto, non lo sai? Dovresti sentirti onorata di essere la sua pezza da piedi!” esclamò la voce di Sonia alle mie spalle.
Sonia era la mia vicina al mercatino: aveva un meraviglioso banco di prodotti apistici con i genitori, appena due posti più in là, una di quelle casette in legno, calde e piene di luce, ricche di ornamenti natalizi e con una quantità indescrivibile di leccornie che io guardavo sognante. Inoltre regalavano api di peluche ai bambini e apine di cera a chi faceva qualche acquisto.
Ogni tanto lei o sua mamma mi portavano qualche cosa da assaggiare, dicendo che si fidavano un sacco del mio giudizio, ma sapevo bene che lo facevano perché non morissi di fame.
“Senti, non devi mandarle i mobiles! Visto che vuole i soldi, i suoi aggeggi te li tieni e li vendi! Chiedo a papà se possiamo metterli in mostra da noi, che c’è più luce e…”
“Sono enormi, Sonia! E poi sono già in viaggio, li ho dati ad un ragazzo che conosco e che ha degli zii a pochi chilometri da Ginevra. Glieli ho promessi e li avrà. E avrà i suoi maledetti soldi!” ringhiai: “No, dille che è lei a doverti almeno i soldi del materiale! Buttaglielo in faccia!“ insistette: “Le ho detto che glieli regalavo, e così sia” riposi cocciuta.
“Allora non mandarle i soldi! E poi…secondo me ha gonfiato la cifra! Che prove hai che abbia speso tanto, eh?” scossi la testa: “No, non credo proprio. Avrà la fattura, per cui…” lei non demordeva: “Ah, la voglio proprio vedere questa fattura! Non deve venire per Natale? Bene, allora vedremo se te la darà, ma secondo me, non ti dà un bel niente, vedrai!” esclamò convinta: “Senti…ma come fai a darle i soldi lunedì?” chiese cambiando tono: “Tua mamma lo sa?” no, non le avevo voluto dire niente, ci sarebbe rimasta troppo male e non volevo coinvolgerla. Non avrebbe più voluto saperne delle medicine: “Vado al banco dei pegni, prima di aprire il banchetto. Ho un bracciale di mia nonna in oro e rubini. Dovrebbero darmi abbastanza, forse perfino un po’ di più” Sonia inorridì: “IO L’AMMAZZO!!!!” sbraitò allontanandosi e strappandomi mio malgrado un sorriso.
Sentii le lacrime pungermi gli occhi: “Avrò anche un solo vestito, mi aggiusterò le scarpe da dieci euro con l’attak, sarò una poveraccia, ma non sarò mai una miserabile come te!” pensai all’indirizzo della mia cara amica, inghiottendo un nodo più grosso della mia gola.
“Che belli!” la voce mi fece sussultare. Davanti a me c’era una ragazza…la fissai incredula: era vestita con una pelle d’orso e aveva una collana di unghioni al collo! Sbattei le ciglia e mi accorsi, con sollievo, che era una ragazza normale, dai lunghi capelli castani e un piumino di un bel marrone caldo. Evidentemente la fame e il freddo mi davano le allucinazioni! Al collo aveva semplicemente la tracolla della borsa, altro che unghioni!
“Tutto a posto?” mi chiese con una voce argentina: “Scu…scusa, ero distratta…dicevi?” la ragazza rise. Per qualche strano motivo continuava a ricordarmi un’orsa. “Dicevo che sono belli. Li fai tu? Ne venderai un mucchio, no?” disse sollevando un paio di orecchini con orchidee grosse come mosche: “No, al contrario!” esclamai delusa: “La gente pensa che, essendo di carta, non valgano niente” lei strabuzzò gli occhi: “Scherzi? Ma poi…non è carta, sembra vetro!” le spiegai il procedimento e lei sorrise affascinata: “Arte pura!” esclamò sincera: “Ma non ne hai con gli orsi?” quasi volai dal mio seggiolino: “O…orsi?” lei annuì, speranzosa: “No, veramente. Non ho mai trovato un buon modello. O troppo semplici e leggeri, o troppo complessi e pesanti…mi dispiace!” lei fece il broncio, delusa. Mi parve molto giovane.
“Allora…mi devo accontentare, immagino? Non è che, pagando un supplemento, potresti provare a farmi un paio di orsi per Natale? Mancano tre settimane!” insistette con due occhioni supplichevoli. Accidenti! Una cliente e non avevo quello che cercava! Se non è sfiga questa!
“Posso provare…stasera vado a casa e mi metto alla ricerca di un modello su internet…a volte se ne trovano…potrei aggiustarlo, nel caso…” lei si illuminò: “Oh, lo faresti?!? Davvero?!? Te ne sarei così grata! Senti, se vuoi te li pago subito, poi alla consegna mi dici quanto ancora ti devo, eh? Così non lavori in perdita!” non credevo alle mie orecchie!
C’era qualcosa che mi turbava, a parte il fatto che continuava a sembrarmi un’orsa e che parlava di orsi, ma non capivo cosa…poi mi resi conto che, dalla sua tracolla, usciva un profumo di panino caldo che mi stava provocando la nausea. Lei prese il portafoglio e tirò fuori il sacchetto da cui proveniva il profumo: “Oh…sono caldi…quella scema della mia amica mi ha dato bidone e io ho già preso i panini! Verranno freddi e non saranno più buoni! Che ne dici se ce li mangiamo noi, alla faccia sua? Ti va un panino al molto barbarico wurstel e crauti con senape?” Se mi andava? Avrei ucciso per averlo! Sorrisi timidamente: “Oh, ma no, ci mancherebbe!”
“Ma si fredda!” “Ha ragione, idiota!” protestò il mio stomaco: “Però te lo pago!” dissi prendendo il portafogli vuoto come lo stomaco: “Ma figurati!” fece lei con mio immenso sollievo, infilandomi in mano un enorme, profumato, meraviglioso hot dog bello caldo e traboccante di senape. “È piccante, ti va?” chiese la ragazza-orsa. Annuii biascicando qualcosa sul fatto che la senape piccante scalda e libera il naso.
Mi ci volle tutto il mio autocontrollo per non sbranarlo in pochi bocconi. La ragazza esaminò paziente diversi orecchini, ne scelse un tipo con semplici foglie di vite intrecciate e mi diede trenta euro: “Bastano come anticipo?” La guardai stupita: avevo i soldi per la spesa! “Ma che anticipo, quindici quelli che hai preso, quindici l’orso…siamo a posto così, devi solo ricordarti di venirli a ritirare! Se mi dai il tuo cellulare, ti mando un messaggino appena sono pronti” Lei sorrise sibillina: “Oh, non ce ne sarà bisogno. E poi non ce l’ho il cellulare” mi salutò con un gesto della mano e sparì.
La giornata aveva preso una piega decisamente diversa: avevo mangiato una cosa buona e calda per la prima volta in trentasei ore, avevo trenta euro e aveva smesso di nevicare. Forse potevo sperare di vendere ancora qualcosina, nell’ora che rimaneva…mi sentivo terribilmente ottimista!
“Questa è mia cugina Anna” fece Sonia materializzandosi davanti a me: “Vuole assolutamente un paio di orecchini e una palla natalizia!” disse raggiante: “Ho visto tutto, sai? Forte!” mi sussurrò all’orecchio.
Anna comprò un paio di orecchini con i fiocchi di neve e una palla natalizia con dentro una stella ad otto punte in carta dorata ad arabeschi. Le chiesi venticinque euro e lei mi guardò allibita: “Ma non devi farmi tutto questo sconto!” disse arrossendo. Stavo per ribattere, quando l’occhiataccia di Sonia mi zittì: “Diana è sempre troppo buona, ma tu sei mia cugina e le troverai dei clienti, no? Guarda che lei non vende solo a Natale!” la ragazza, imbarazzata, mi ringraziò e se ne andò felice con i suoi pacchetti.
Poco dopo tornò con un vaso di miele di tiglio da un chilo: “Questo è per ringraziarti” disse timidamente. Ero basita. Ora avevo più di cinquanta euro, la pancia piena e un vaso di miele pregiato. Wow! Niente sarebbe più andato storto, ora, ne ero sicura!
Poco dopo mi arrivò una comunicazione da parte del comune: il mio banchetto, che aveva un buon posto grazie al fatto che avevo ereditato da un precedente espositore licenza e postazione, risultava troppo misero e fuori luogo, per cui, a meno di apportare le dovute migliorie e l’illuminazione entro il lunedì seguente, avrebbe dovuto essere spostato in fondo alla via.
Il mondo mi crollò addosso: il minimo di visibilità era dato dalla vicinanza con i gazebo e le casette che mi circondavano e, se mi avessero messo in coda in fondo alla via, dove non passava quasi nessuno. di sicuro sarei diventata un semplice fagotto. L’euforia di poco prima lasciò il posto alla disperazione: da mesi lavoravo giorno e notte per il periodo natalizio, sperando di far quadrare un po’ i conti e al call center c’era sempre meno lavoro, tanto che erano stati quasi felici quando avevo chiesto di ridurre l’orario di dicembre a tre ore al mattino per poter andare al mercatino in tempo.
Mi presi la testa tra le mani, senza nemmeno curarmi dei passanti che sfilavano carichi di pacchi. Forse persi la nozione del tempo.
Riprese a nevicare.
Mancava ormai pochissimo all’ora di chiusura e io ero congelata e stanca di quella vita. Come un’idiota rivedevo scorrere davanti ai miei occhi le immagini di una vecchia favola che avevo sempre detestato, da bambina, in cui una piccola fiammiferaia orfana muore congelata la notte di Natale.
Ma che razza di favola è una in cui la protagonista soffre all’inizio, è disperata a metà e alla fine muore?!?
“Mia sorella sarebbe felice di farti un cartello per lunedì, se credi” disse una voce oltre il buio dei miei palmi premuti sugli occhi.
Alzai la testa e la vidi, tra le ombre violette impresse sulla retina: una ragazza di forse vent’anni, avvolta in un parka bianchissimo, di una bellezza irreale. Dal cappuccio scappavano capelli biondo miele d’acacia, incorniciando il viso perfetto e severo e un paio di occhi dal colore pressoché assurdo: grigio perla con screziature dorate. Non che la luce fosse delle migliori, ma li vedevo bene, tanto sembravano risplendere.
O erano lenti a contatto o lei era un UFO.
No, gli UFO volano, quindi era scesa da un UFO parcheggiato da qualche parte.
“Scusa?” balbettai. Lei indicò la lettera posata sul banco: “Non è che volessi ficcare il naso, ma è proprio sopra orecchini che mi volevo prendere…” disse lievemente scocciata dalla presenza della mia fastidiosa lettera sui suoi orecchini. “Oh, scusa!” dissi affrettandomi a toglierla. Avevo le dita così congelate da non riuscire ad afferrarla. Lei la sollevò e me la porse: “Mia sorella può fartelo e io posso portarlo lunedì. Penso di scendere in città, devo sbrigare alcune cose…” Sospirai, guardandomi intorno: “E’ che vogliono anche l’illuminazione e…e io non li ho i soldi per pagare tua sorella e il tuo disturbo!” dissi mestamente: “Noi non abbiamo bisogno di essere pagate!” protestò lei, spalancando due enormi occhi extraterrestri scandalizzati.
Mi sentii avvampare: in effetti lei era così elegante, raffinata e bellissima, e io, pezzente, pensavo di pagarla!
Le chiesi scusa, mordendomi il labbro per non ricominciare a piangere. Non piangevo dalle elementari, se si eccettua la morte di mio padre, sei anni prima, ma ora stavo proprio per crollare.
Cioè, forse ero già crollata.
La ragazza extraterrestre socchiuse gli occhi: “Quanto vengono?” chiese sollevando quei famosi orecchini con le stelle del colore dei suoi occhi. Beh, quasi. “…quindici” borbottai soffiandomi il naso: “È ridicolo, te ne do venti!” sospirai: un’altra che tirava sul prezzo: “D’accordo, come vuoi…cos’hai detto?!?” Lei studiava la merce esposta sul banco, come fosse la cosa più ovvia del mondo: “Ho letto il volantino. E in ogni caso il risultato parla da sé: è ridicolo venderli a quindici euro, almeno venti o non se ne fa niente” restai come un’idiota a guardarla a bocca aperta con il fazzoletto in mano. Annuii senza parlare: il mio cervellino doveva ancora elaborare quella novità. L’extraterrestre si mise a scegliere con cura, contando sulle dita. La sentii dire tra sé: “Mamma, Tassi, nonna, zia Uschi, zia Myrta…” e via così. Ne scelse dieci paia, poi passò alle palle natalizie. Ne sollevò una in cui volava una fata di velina multicolore di quelle che mi erano riuscite meglio e sorrise.
“Le sfere le fai tu?” scossi la testa: “No, non ho l’attrezzatura. Metto l’origami dentro dal foro che pratico sotto, vedi, e poi lo chiudo con i decori di pasta di vetro a fiamma. Non mi pare tremendo, come risultato” lei mi sbirciò. Ne prese altre dieci.
Non avevo mai venduto tanto, ed ero terrorizzata: troppo bello, ora sarebbe scappata con la mia roba, senza pagare. Mi stava prendendo in giro, di sicuro!
Da lontano Sonia, che stava chiudendo la casetta con i suoi, non si perdeva una virgola.
Con mani tremanti e il cuore a martello pneumatico, presi i sacchettini e cominciai a confezionare i vari pezzi.
L’extraterrestre osservò soddisfatta le sue scelte, prese con calma il portafoglio e tirò fuori tre bei bigliettoni da cento euro e uno da cinquanta: “Sono giusti?” disse porgendomeli. La guardai ebete: “Veramente…sono di più. Le palle vengono dieci…” la ragazza annuì, con un gesto nervoso: “Ho visto, ma abbiamo già capito che non sai fare i prezzi!” rispose secca. Insomma, ma chi si credeva di essere, quella lì? Strabella, d’accordo, ma anche str…!
Sembrava che quegli occhi impossibili mi leggessero dentro, mentre non li staccava dai miei. Presumo avesse letto i miei pensieri perché le scappò appena appena da ridere.
Mi sentii stupida. “Perché vuoi spendere di più?” lei non si scompose: “Perché valgono di più! Tu non li vendi perché non dai loro il giusto valore. D’accordo, il giusto valore sarebbe almeno il doppio, ma qui la gente non è pronta. Il prezzo che dico io, per il momento, è…accettabile” la guardai e guardai tutti quei soldi. Mi stava salvando la vita…oppure erano falsi. Balbettai un grazie e cominciai a mettere i pacchetti nella borsa di carta, una di quelle belline che tenevo per le occasioni speciali: “Allora, cosa vuoi che scriva mia sorella sull’insegna?” la guardai, sempre più ebete. Avevo completamente dimenticato la sua offerta: “Ma…io non vorrei disturbare…” lei inarcò un sopracciglio perfetto: “Scherzi? Almeno fa qualcosa di utile. E poi ti servirà...Giusto, quando finisci qui? Il ventiquattro?” disse bruscamente: “No” sospirai: “Il comune…vuole risparmiare, quest’anno finiamo il diciotto. Proprio la settimana migliore…” dissi afferrando un po’ troppo bruscamente una delle palle. Lei sorrise: “Perfetto!” perfetto? Ma aveva idea di cosa stava dicendo?
“Cioè?” l’extraterrestre prese la borsa: “Perché così puoi venire al mio paese! C’è un mercato nella piazza principale dove vengono migliaia di persone! Circa ventimila, per l’esattezza! Inizia il venti, quindi hai il tempo di chiudere qui, fare i bagagli, venire su e sistemarti nella pensione che ti darà il Consiglio di Borgo di Vaymallez. Non devi pagare nulla e di sicuro venderai tutto. A proposito, quanti pezzi hai, pronti? E quanti ne puoi preparare per il venti?”
Ero confusa: “Mmmma….Vaiche? Dove sarebbe? E che cosa ti fa pensare che io voglia venire?” questa volta le scappò davvero da ridere: “Perché se non venissi saresti proprio scema! Quali altri programmi milionari hai?” non aveva torto, per niente. “Io…io ho mia mamma…non voglio lasciarla sola a Natale…” le sopracciglia quasi sparirono sotto il cappuccio: “Vorrei vedere! Porti anche lei, le farà bene cambiare aria” ma lei che ne sapeva? “E ho anche un gatto” continuai, decisa a trovare problemi: “Anch’io!” rispose lei, spazientita.
Aveva ragione, ero un’idiota! Ma ero anche confusa: “Ho quasi trecento pezzi pronti, in tutto” sospirai: “Ma perché offri a me questo posto? Se il mercatino del tuo paese è così buono, ci sarà la fila, no?” lei fece una smorfia: “Ssiii, in un certo senso, i posti sono limitati, maaa...di solito chi deve esserci, c’è. Siamo organizzati. E volevamo una novità, qualcosa che da noi non ci fosse” prese il penultimo bigliettino da visita: “Gli Origami delle Fate” lesse, con un sorriso malandrino: “E’ proprio quello che ci vuole!” intascò il bigliettino e prese la borsa: “Allora, siamo d’accordo? Domani mostro al Consiglio di Borgo le tue opere e lunedì ti do programma e modulo d’iscrizione” fece per andarsene: “Aspetta! Ma quanto dura? E dov’è questo paese? Io…io non ho la macchina e non posso prendere un pullman con bagagli, la merce e il gatto! E poi quanto costerà alloggiare lì?” l’extraterrestre sospirò rassegnata: “Ma quanti problemi ti fai! Mi stupisco che tu riesca ad alzarti dal letto la mattina! Lunedì viene mio papà, così vi conoscete. Lavora qui in settimana…potrete venire su con lui” restai a bocca aperta. Non c’era più niente che potessi ribattere: “Ma se mia mamma non viene, non vengo nemmeno io!” dissi decisa: “Ovviamente” si voltò e scomparve, come inghiottita dalla nevicata.
Al centro del banchetto, al posto del bigliettino che lei aveva preso, ce n’era una piccola pila ordinata. Sbattei gli occhi diverse volte…eppure…
“Che fai, sbrigati o resterai senza cena!” Sonia mi saltò letteralmente addosso, raggiante: “Sei salva! Domani montiamo un faretto, noi ne abbiamo uno in più a casa. Edo ha detto che puoi attaccare una derivazione al suo cavo, alla faccia di quella gallina del comune. E hai i soldi per quella ******!” esclamò.
Scappai a fare la spesa, mentre lei finiva di riporre le mie cose e infilava lo scatolone nella loro casetta per la notte.
Non so come arrivai a casa. Avevo due borse piene di leccornie ed ero riuscita a prendere un bel po’ di pappe di qualità per Malù. Mia mamma era al telefono: “Guarda, è entrata adesso!” disse tendendomi la cornetta: “E’ Vanessa” sussurrò.
Non sapeva nulla della litigata, per cui la salutò affettuosamente. Presi la comunicazione dal cordless d’anteguerra e mi infilai in camera mia, sperando di non mettermi ad urlare. Malù soffiò al telefono e seguì mia mamma in cucina con la coda ritta e il naso in su: “Le poste sono chiuse domani e anche le banche. Per i tuoi soldi dovrai aspettare lunedì, mi dispiace” attaccai senza preamboli. Mi sentivo forte, terribilmente forte. “Seeenti…qui vedo che non ci siamo capite (ma dààààiii?)…Ma i mobiles di cui parlavi…erano mica per me?” Ma che le prendeva, adesso, a quella stupida? “Ovvio che sono per te!” silenzio: “Ma…te li ho ordinati io?” contai fino a dieci: “Certo! Mi hai anche mandato una dozzina di foto del tuo favoloso salone, per decidere come e dove andassero!” silenzio. “Oh…già, le foto…e…quanto mi verrebbero a costare?” stavo per perdere la pazienza: “Senti, se non li vuoi non è un problema, telefono alla persona che dovrebbe consegnarteli e me li faccio riportare. Li posso infilare nel mercatino natalizio e guadagnarci un migliaio di euro netti e con tanto di sconto. Comunque non ti verrebbero a costare, te li avevo promessi e li ho fatti!” non sembrò ricordare l’accordo di scambio salutistico e non glielo ricordai, anche se immaginavo Sonia minacciarmi di morte: “Oh, ma mi hai detto che ti sono costati un bel po’ di materiale e…duecento hai detto?” più o meno. Più più che meno, ma non aveva importanza. “Beh, ma allora…guarda, io so che queste cose hanno un costo elevato, mio cugino faceva modellismo e spendeva veramente un sacco! Sei sicura che duecento bastino?” “Non ho fatto il conto preciso, ma a grandi linee il costo del materiale è quello” Assunse un tono incredibilmente cortese: “Allora mi mandi una mail con il conto preciso, mettici tutto, mi raccomando e io ti faccio un vaglia lunedì mattina” mi scappò da ridere: “Non ce n’è bisogno, vieni per Natale, no? IO posso sopravvivere fino ad allora” risposi calcando sul pronome e sentendomi trionfante. Sarò una poveraccia, ma non sarò mai una miserabile come te! “Oh, si, è vero! Allora ti va bene se te li do quando vengo? Sei sicura?” e si mise a chiacchierare, tutta allegra, del regalo di Natale che il marito le aveva promesso, della piscina chiusa che avevano messo nel giardino d’inverno e di come avrei potuto fare il bagno riscaldato mentre fuori nevicava quando fossi andata a trovarli, e che avevano riarredato il giardino con nuove piante…io non l’ascoltavo. Non dovevo impegnare il bracciale della nonna, avrei avuto il faretto, se l’extraterrestre fosse tornata avrei avuto perfino un’insegna vera e propria e poi ci sarebbe stato il mercato…no, non dovevo fare castelli in aria! Non avevo debiti, avevo una bella spesa, un barattolone di miele pregiato, un bel gruzzolo e un faretto. Il resto…chissà!
Se la ragazza era scesa da un UFO, di sicuro ormai era ripartita per il suo pianeta. Pazienza.
Vanessa continuava a raccontare di sé.
Adorava parlare di sé o comunque parlare. Amava il suono della propria voce. Amava tessere le lodi di se stessa, dicendo come fossero gli altri a tesserle.
Amava sentirsi buona, generosa, magnanima. Al centro dell’attenzione. Amava avere sempre ragione, anche se ce l’aveva di rado. Adorava sentirsi intelligente, anche se non lo era mai stata.
Alla fine mia mamma mi fece notare che era pronto da un pezzo in tavola e riuscii a sganciarmi. Saltavo di gioia.
“Diana, ma come hai comprato tutta questa roba?” disse mentre entravo in cucina: “Deve esserti costata un occhio!” io presi il portafoglio e tirai fuori trecentoventi euro, quello che rimaneva del malloppo guadagnato. Mia mamma si lasciò cadere su una sedia, a bocca aperta. Le raccontai della ragazza orso, della cugina di Sonia, e naturalmente della strana ragazza extraterrestre che aveva comprato tutta quella roba, ma non le dissi del mercato e dell’insegna. Se mai fosse tornata e se mai avesse mantenuto le promesse, allora ne avremmo parlato. Era inutile fare castelli in aria, proprio!
(...continua link p.:2)