Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

...Come le Foglie

Importante prima della lettura

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“Ho sempre amato l’Autunno.
Ne amo l’odore di terra umida, di foglie che, nell’ultimo tratto di vita, sprigionano aromi e colori mai immaginati prima, come se quel momento, da quando cominciano a cambiare colore sul ramo, fino a che pian piano perdono la loro identità sciogliendosi con milioni di compagne nella Terra Madre, non fosse una fine, ma un trionfo.
Adoro i colori e le luci, le castagne, i capini dei funghi tra le radici, le brume che salgono piumose dalla Terra restando sospese come veli sulle cose, in attesa del Sole, per fondersi nella sua luce…adoro camminare scalza su tappeti di foglie, sentirne la carezza fragrante sotto i piedi…e spesso mi siedo su un masso e ascolto il sussurro del Bosco, finché arriva un Lupo e viene a posare la grande testa sulle mie ginocchia.

Anche la prima volta che sono arrivata qui era Autunno.
Avevo dieci anni ed ero una bambina molto debole, cagionevole e strana. Soffrivo di una grave forma di asma, di frequenti febbri e di incubi…ero molto triste. Serbavo nel mio cuore il dolore e la responsabilità degli errori dei grandi, che, almeno nella mia famiglia,  lo erano solo di nome, dal momento che l’unica in grado di occuparsi di me era mia sorella.

Lei era stata in Valdombra quasi un mese, a giugno, ed era tornata cambiata: era perfino ingrassata un po’, aveva imparato a tenere eretta la schiena, lo sguardo alto dinanzi a sé e aveva portato mille storie, alcune meravigliose, altre terribili, e mille segreti…parlava di Fate, di Elfi, di Lupi, di Signore di Ghiaccio e di Fuoco, di Sorgenti magiche, di ragazze che diventavano invisibili o si trasportavano da un luogo all’altro istantaneamente e questi racconti riempivano le nostre notti di confidenze e sogni.
Era tornata con una valigia piena di prelibatezze che avevano risvegliato in me una fame che non avevo mai avuto,  il desiderio di tuffarmi nei sapori e nei profumi assaporando la vita… e poi tante meraviglie: maglie di lane morbidissime di tutti i colori della Terra, piccoli gioielli di legno e pietra, doni da ognuno dei suoi nuovi amici e un mondo di promesse di giorni futuri.
Nascondeva un unghione di Orso, che, mi disse, le era stato donato da un Orso Sciamano e che mi avrebbe protetta per sempre, ma doveva rimanere un segreto.
E funzionò, fino al giorno in cui colei che chiamavo mamma lo trovò e lo distrusse…ma questo, all'ora, non potevamo saperlo.
Aveva portato anche altro, Miriam, senza neanche saperlo: un incantesimo.
L’effetto fu il trasloco in un’altra città, improvviso ed inatteso, ma quanto mai opportuno per allontanare lei, prima di tutto, da una situazione molto pesante che si era creata con compagni di scuola non proprio “per bene”, me da un canale artificiale strizzato tra argini umidi e marcescenti e nostra madre da un lavoro che non sopportava più e da una troppo vicina presenza di nostro padre e della sua nuova moglie.
Nonostante Tom, il suo nuovo compagno, lei continuava a provare astio feroce e una gelosia morbosa per l’ex marito e la sua nuova famiglia.
Traslocammo ad Agosto in una casa con grandi finestre che guardavano le Montagne, così azzurre e vicine che pareva di poterle toccare  allungando la mano. Avevamo un viale alberato sotto casa, ma poiché in quella nuova città, a parte le vie più piccole, gli alberi erano ovunque, oltre ai due giardini condominiali avevamo un bellissimo parco dietro casa, dove spesso si celebravano matrimoni o si tenevano spettacoli e , alcuni isolati più in là, un altro parco grandissimo.
A noi, cresciute  tra cemento e qualche aiuola striminzita, non pareva vero: non ci passò mai per la testa di provare nostalgia per la nostra vecchia casa.

Pochi giorni dopo arrivarono due amiche di Miriam a portarci “quelle provviste che non erano state in valigia”, come dissero loro e arrivarono cariche di pacchi di ogni cosa. Mamma faceva un sacco di smorfie, accendendo una sigaretta dopo l’altra, Tom sprizzava gratitudine da ogni poro, noi eravamo felici.
Andammo a pranzo fuori  con le nostre ospiti e io, che ero piombata in una sorta di venerazione per Justine, la più grande delle due ragazze, volli sedermi vicino a lei e non smisi mai di guardarla a bocca aperta, finché, osservando ossessivamente i suoi lineamenti da fata, i capelli che sembravano fatti di miele e raggi di sole del mattino e gli occhi dai colori incredibili, le dissi, molto sfrontatamente: “Tu sei la ragazza più bella del mondo!” la sorella Anastasia si morse le labbra per non ridere, Miriam spalancò la bocca per lo stupore, mamma quasi sprofondò per la vergogna, lei mi  guardò negli occhi con una grande intensità e mi rispose: “No, sei tu la più bella. Solo che non lo sai ancora”.
In qualche modo, le due ragazze riuscirono a convincere la mamma a mandarci da loro per le vacanze dei Santi, promettendo di avere la massima cura per me. Mamma tentò mille volte di cambiare idea, sempre ricondotta al buon senso da Tom, finché un giorno, durante l’intervallo, un bidello mi chiamò e mi scortò fuori da scuola, dove trovai ad attendermi una  vecchia Jeep del Corpo Forestale che suscitò l’ammirazione e l’invidia di duecento paia d’occhi a spiare dietro le finestre.
Mia sorella era già lì e mi caricò di peso sul sedile davanti, perché non patissi la macchina e finalmente partimmo per la mitica Valdombra!
Gli altri, poveri mortali, avrebbero avuto lezione ancora il giorno dopo, mentre noi eravamo già in viaggio per il paese dei sogni, grazie al passaggio del papà di Justine e Anastasia.
Continuavo a saltare sul sedile troppo grande cercando di guardarmi intorno da tutte le parti, finché, dopo un numero infinito di cambio strade, svolte, paesetti e cartelli stradali, ci infilammo in una valletta orribile, stretta da soffocare, sul cui fondo un fiume dall’aria cattiva  correva torbido di fango e rabbia: “Signor Papà di Justine?” chiesi spaventata, nonostante mia sorella mi avesse avvertita: “Ma perché questo posto è così orribile? Sembra di entrare nell’Inferno di Dante!” Mauro rise: “Però! Non dirmi che stai già studiando la Divina Commedia!” no, ma ne avevo letto sui libri di scuola di Miriam. Se passi metà della tua vita a letto ammalata, i libri non bastano mai e nemmeno i sogni riescono più a riempire le tue giornate. Mi spiegò che, una volta, molto tempo prima, la Valle Trista era solo un posto solitario ed inospitale che serviva a scoraggiare chi per caso passasse da quelle parti, così che non gli venisse in mente di esplorare meglio e trovare la Valle dell’Ombra, ma poi, con il passare dei secoli e l’aumentare della malvagità degli umani, si era trasformata in una specie di filtro, che teneva lontani, assorbendoli come una spugna, gli effetti malefici della loro presenza.
Il fiume, che pareva così cattivo, in realtà stava combattendo contro tutti i veleni che tentavano di arrivare dal mondo Oltrevalle. Dopo quelle parole, il fiume non mi fece più paura, solo una gran pena e mi ripromisi di comportarmi sempre meglio che potevo, là fuori, così da alleggerire il suo compito.
E poi ci infilammo in quel budello strettissimo e nelle gallerie. Chiusi gli occhi per non sentirmi soffocare e pensai che nascere dovesse essere un po’ così. Qualche istante dopo la luce colpì le mie palpebre e mi trovai in un altro mondo, dove l’Autunno era un trionfo di colori, di profumi e di luce. Le Montagne, più in alto, erano già innevate e contrastavano con il tripudio di rossi, gialli e violetti dei boschi e dei pascoli. Le nubi si specchiavano in due laghi trasparenti come cristalli e le loro acque sembravano dipinte da un pennello magico con tutti i colori della Terra. Spalancavo gli occhi riempiendoli di tutte le possibili meraviglie e poi lo vidi: “Eccolo!” gridai: “Il ponte, il ponte!!! Ci passiamo, vero? Ci passiamo sopra, signor Papà di Justine?” Mauro e mia sorella ridevano, ma più di una volta vidi Miriam asciugarsi furtivamente una lacrima: credo fosse la prima volta che mi vedeva veramente viva e felice, da quando ero nata. Imboccammo il Ponte di Cristallo e io sentii una campana, in lontananza, suonare dodici rintocchi. Eravamo stati velocissimi, soltanto due ore di viaggio, mentre Miriam diceva che ne servivano più o meno il doppio, di solito. Ma il tempo e lo spazio, diceva sempre, là sono diversi.
Arrivati oltre il ponte,  Mauro mi fece scendere nell’aria limpida e gelida delle Valli dell’Ombra, e, presami per mano, mi fece ripercorrere a piedi le tre campate in senso inverso, fino all’altro capo e poi tornare indietro, camminando tra gli arcobaleni che il Quarzo strappava ai raggi del Sole novembrino. Forse fu la passeggiata più lunga che avessi mai fatto e di certo la più meravigliosa.
Con mio stupore non ero stanca, non tossivo, respiravo bene e avevo una gran fame: “Che dici, Ellie, pranziamo prima di salire? È ancora lunga la strada, sai?” Mauro ci portò in un posto piccolo e delizioso, tutto di legno e ci prese un enorme Gofri, una cosa con dentro un sacco di cose buone che somigliava un po’ ad una piadina, ma era leggerissimo e si scioglieva in bocca liberando gli aromi di quella strana pastella misteriosa e delle cose che c’erano dentro, creando una meravigliosa sinfonia.
Non avevo mai mangiato niente di così buono!
Ne mangiai tre, tutti diversi, tanto che mia sorella pensava mi sarei sentita male, mentre Mauro e il proprietario della Gofreria mi guardavano ridendo.
Poi riprendemmo il viaggio fino a Vaymallez, una curva dopo l’altra, e io, incredibilmente, non patii nemmeno un po’.
Vidi Scoiattoli, un sacco di Scoiattoli, uccelli di tutti i colori e taglie, tra cui una coppia di Corvi Reali vicinissimi, un paio di Volpi Rosse, un Cervo con enormi palchi che si fermò sul ciglio della strada a guardarci passare, altero. Per un istante incrociai il suo sguardo e mi sentii infinitamente piccola.
L’aria,dallo strano profumo, come di temporale, era luminosa, sfavillante di piccole luci colorate che attraversavano velocissime il nostro campo visivo, facendomi girare un po’ la testa.  "Sono loro, vero?" chiesi stropicciandomi gli occhi: "Sono le fatine minuscole, è così?" Mauro sorrise. Sapevo che i forestieri difficilmente riuscivano a vederle, tantomeno appena arrivati. Ma io lo sapevo già, che c'erano, con tutti i racconti di mia sorella!
Conobbi, finalmente, Padre Lukas, di cui Miriam mi aveva parlato un sacco, che mi accolse come mi conoscesse da sempre.
 Elodie, la mamma di Tina e Tassi, mi mise addosso una giacca imbottita dalla foggia strana, che sembrava  uscita da un altro tempo, una cuffietta intonata e mi spedì fuori a giocare con le figlie e il cane, un cucciolone argentato di sei mesi, già  più grande di me.
Non ero mai stata “fuori a giocare”…ero felice.
Desideravo con tutta me stessa non dover mai più andare via, invece quei quattro giorni volarono e la domenica sera partii con la morte nel cuore.
Iniziava a nevicare, a Vaymallez, e il cielo notturno sembrava Lapislazzuli.
A casa, mia mamma mi parve un’estranea, ma mai quanto io dovevo esserlo per lei…più di quanto lo fossi sempre stata. Perfino lei doveva accorgersi quanto fossi cambiata.
Ero stata concepita per costringere mio padre a non andarsene con l’altra donna, ma questo lo aveva reso insofferente e arrabbiato. Né lui, né la mamma erano mai riusciti a volermi bene: ero un impaccio, un segno dell’inganno di una e della catena dell’altro, per entrambi testimone del loro fallimento e, oltretutto, ero strana e malata. Certo, le cose non avrebbero potuto andare peggio!
Così ero cresciuta solitaria, con i libri come soli amici, con favole che leggevo e altre che mi raccontavo quando le loro liti mi ferivano il cuore e le orecchie e nemmeno la protezione di mia sorella, che aveva cinque anni più di me, aveva più potere.
A volte i nonni ci portavano via, ma, sempre troppo presto, era ora di tornare…ci sentimmo sollevate quando papà se ne andò, anche se io piansi a lungo.
Sapevo da molto tempo che un altro bambino lo avrebbe portato via da noi: me lo aveva detto lui stesso mille volte, in sogno, deridendomi: “Io arriverò e lui sarà solo il mio papà!” ripeteva beffardo.
Pensavo  che non lo avremmo più visto.
Forse non sarebbe stato così grave, in fondo, ma noi bimbe, nonostante tutto, gli  volevamo bene perché era il nostro papà.
A Vaymallez, invece, avevo trovato una casa, anzi, due o tre: Elodie e Mauro mi avevano praticamente adottata, ma c’era anche la zia Ursula, che era una bellissima fata con la treccia rossa e cucinava meraviglie in una bottega nella piazza e poi la nonna Odette, una strega potente che all’inizio mi metteva soggezione, ma, soprattutto, c’era Padre Lukas, che ci aveva prese come sue nipoti, lui che bambini suoi non ne poteva avere.
Saremmo tornate per le vacanze di Natale, ma il tempo, laggiù in città, pareva immobile, lento e pesante come un dinosauro, anche se io non ebbi più asma, né febbre.
A Natale Tom decise che voleva accompagnarci, così si mise in strada dietro Mauro e venne con la mamma in Valdombra.
Credo che quello sia stato il suo primo errore: incantato da quel posto e da quel modo di vivere, fece amicizia con praticamente tutto il paese, soprattutto con Mauro,  Padre Lukas e il papà di Mathieu, un amico di Anastasia che faceva a mia sorella una corte spietata nonostante fosse più piccino di due anni e, l’indomani mattina, mi accorsi che partire gli creava una grande sofferenza, come era stato per noi e come sarebbe stato ogni volta.
Decise di tornare a Pasqua e di fermarsi alla pensione un paio di giorni: convinse la mamma dicendo che quell’aria mi faceva veramente bene e non poteva che giovare anche a lei, ma lei era insofferente a quella vita lontano dalla città e non sopportava che non ci fossero sigarette o le si chiedesse di non fumare in casa o in presenza di bambini. Nonna Odette la rimproverò duramente perché non aveva mai smesso di fumare nemmeno durante le gravidanze e fumava in casa pur sapendo quanto questo mi facesse male.
Lei non rispose, ma la vidi piangere di umiliazione.
In seguito Tom non cercò più di venire, ma spinse sempre perché ci fosse permesso di passare un po’ di vacanza quassù, appena  possibile,  combattendo con  mamma e con papà, che lo accusava di voler prendere il suo posto, un posto che, d’altra parte, lui non aveva mai occupato.
Poi, un giorno, Tom ebbe la malaugurata idea di dire quanto gli sarebbe piaciuto, una volta o l’altra, trasferirsi in Valle, magari giù vicino a Chiusa, che era quasi una città e questo fu il suo secondo errore, quello fatale.
So che lui e mamma litigarono parecchio e poi…mamma e papà ci impedirono di tornare.
Pochi mesi dopo tornai a soffrire di asma, tornò la febbre e ripresi a deperire. Una mattina non fui abbastanza prudente e la mamma vide l’artiglio dell’Orso che portavo al collo. Si spaventò: lo trovava mostruoso, gridò che ero diventata una stupida superstiziosa, mi comportavo come una piccola selvaggia, me lo strappò via e lo fece sparire. Piansi e gridai, ma fu inutile, anzi, forse peggiorai la sua repulsione…ero davvero spaventata: Miriam aveva fatto all’Orso una promessa e non l’avevamo mantenuta. Cosa sarebbe successo, ora?
Passarono i mesi e le mie condizioni si fecero sempre più gravi. A marzo mi diagnosticarono una grave forma di leucemia e ci diedero poche speranze.
Non avevo ancora tredici anni.

Fu così che iniziarono le torture e le liti disperate: io ero terrorizzata, volevo andare da nonna Odette, perché ero sicura che lei mi avrebbe guarita, Miriam litigava continuamente con mamma per potermi portare lassù, lei e papà urlavano e le davano della pazza, la accusavano di avermi plagiata, volevano denunciare la famiglia di Anastasia e Justine per averci circuite.
Tom ci difendeva, ma non aveva alcun diritto su di noi, né  aveva davvero voce in capitolo, e alla fine papà decise di chiedere l’allontanamento di Miriam dall'ospedale, impedendole il diritto di venirmi a trovare e la mamma non si oppose.
Per la prima volta nella mia vita li vedevo d’accordo su qualcosa, ed era qualcosa di orribile.  
I mesi passavano, io ero sempre più grave, le cure erano più terribili del mio male, ma non avevo il diritto di dire la  mia e nessuno, nessuno ascoltava la mia voce.
Tom se ne andò di casa, ma questo fece si che anche a lui fosse negato il diritto di visita e io precipitai nella più disperata solitudine.
I miei meravigliosi capelli, lunghi fino oltre la schiena, erano caduti tutti e i miei occhi erano sempre più immensi in una faccia inesistente e scavata;  non sapevo più chi ero, non avevo specchi, se non i volti degli altri bambini come me, che vedevo spegnersi ad uno ad uno…sapevo quando si sarebbero aggravati, perché prima della loro vita, si spegneva la luce della consapevolezza, della forza vitale in loro e poi…se ne andava tutto il resto, divorato dai veleni fisici, psicologici ed energetici di quell’inferno.
Chiudendo gli occhi, vedevo l’Ombra nella Valletta Trista  combattere con ferocia disperata contro i peccati dell’Uomo.
Perché non ci uccidevano subito, con un po’ di clemenza? Perché ci torturavano finché ogni particella di noi era disgregata da dentro? Arrivavano sorridenti e dicevano di curarci, poi ci iniettavano veleni su veleni, facevano esperimenti, ci guardavano deperire, soffrire, diventare piccoli scheletri calvi che si vomitavano addosso, con indifferente soddisfazione…perché non ci uccidevano, una buona volta?
A volte qualcuno guariva, ma io vedevo che c’era una qualche forza esterna ad intervenire…Fate? Angeli? L’amore della famiglia, la loro coesione,  la loro speranza? Tutto questo e altro ancora? Non lo sapevo, ma io non avevo più nulla se non disperazione.

Una notte,  quando ero ormai molto grave, Miriam venne a prendermi. Riuscì a portarmi di nascosto fino oltre i portoni dell’ospedale, ma poi si accorsero della mia fuga e riuscirono a  riprenderci, perché io ero troppo debole e dovevo essere portata in braccio. Mi ricondussero alla mia stanza, mentre gridavo il nome di mia sorella e loro la tenevano in quattro, prigioniera.  Nel reparto il silenzio era profondo, ma sapevo che tutti i bambini del lager ascoltavano e piangevano, nascosti sotto i loro cuscini. Venne la polizia, la dichiararono incapace di intendere e, in attesa dell’udienza, la portarono in una casa famiglia perché, anche se per poco, era  ancora minorenne.

Era ottobre e le foglie, invece di colorarsi di fiamma e d’oro, là  oltre i vetri impiastricciati di dolore, morivano appese ai rami, accartocciandosi e rattrappendosi in un marrone spento, finché un colpo di vento le portava via…e noi bambini eravamo come le foglie.

La vita mi sfuggiva tra le dita come acqua, i miei giorni erano alla fine e non avrei mai più visto Miriam, Tom, Tassi, Tina e la loro famiglia. Non avrei mai più corso con il loro cane d’argento, non avrei più visto i cervi, i colori, le Fate…sperai che finisse tutto in fretta, così sarei stata libera e sarei volata lassù per sempre.
Mi addormentai.
Cadde un silenzio strano, immobile, innaturale perfino in quel posto che di naturale non aveva nulla e poi apparvero Odette e Anastasia. Aprirono la finestra sigillata ed entrò un’Aquila reale che si trasformò in Antoine, il fidanzato di Justine. Odette mi fece cenno di tacere, mi avvolse in una strana coperta dai colori cangianti, leggera come l’ala di una farfalla, e sprofondai nel buio.
Sentii la vita e la speranza tornare a scaldare la mia anima: sapevo che sarebbe andato tutto bene, dovevo solo resistere un altro po’!
Sentivo qualcosa cullarmi, avevo la sensazione di volare e, poco dopo, mi trovai nella casa di Odette, con un  signore che avevo visto un paio di volte e sapevo essere lo zio di Antoine, come Odette  un grande guaritore, che ora mi stava dando una cosa strana e luminosa da bere: “Starai malissimo, ma devi buttare fuori tutto il veleno, Eleonora”.
Non mi importava. Tentai di chiedere di Miriam, di Anastasia e degli altri, ma ero troppo debole. Crollai di nuovo addormentata e mi svegliai molti giorni dopo.
Ero diversa: i capelli avevano ricominciato a crescere,  non più del loro caldo castano, ma neri come ali di corvi, gli occhi avevano cambiato il loro colore in un grigio intenso e luminoso e avevano la profondità che solo occhi che hanno guardato oltre  la Soglia possono avere.
Ero io, eppure ero un’altra. Ogni traccia di malattia, di qualsiasi malattia, se ne era andata per sempre. Odette mi disse che avrei dovuto scegliermi un altro nome perché, per il mondo Oltrevalle, Eleonora giaceva in una piccola tomba ai piedi di un cipresso.
Oggi so che al mio posto c’era il corpo di una ragazzina di un paese dell’Est, uccisa dal suo protettore per aver tentato più volte di fuggire. Nessuno mai l’avrebbe pianta,  di lei non si sapeva neppure il nome, ma ora aveva una tomba, molte persone che le portavano fiori e ne avevano cura e non era più sola. 
Nessuno si era accorto della sostituzione,  vuoi per l’incantesimo che fece Odette su quel povero corpicino, vuoi perché, come disse lei, la gente, là fuori, è cieca, vede solo quel che vuole vedere e non si pone domande.
Nessuno si era accorto dell’incursione notturna di quelle strane persone. Nessuno sapeva, nè sospettava.
Per tutti ero nulla di più di una fotografia su una lapide.
Miriam era fuggita dalla casa famiglia la notte seguente al tentativo di rapimento ed era scomparsa.
Per un attimo Justine e Anastasia l’avevano intravista al "mio funerale”  travestita, ma, poiché loro stesse non potevano mostrarsi, non erano riuscite ad avvicinarla e l’avevano persa.

Sono passati tre anni da quel giorno.
Io sono diventata allieva di Odette, con il nome di Nora Brianna.
Più volte  la donna che chiamavo mamma è venuta a cercare Miriam, perché non ci crede che nessuno qui sappia nulla di lei. Ci siamo incontrate, ma i suoi occhi non vedono e sua figlia rimane in quella piccola tomba ingrigita. Speravo in un suo sguardo, in un suo trovare in me una somiglianza con la sua bambina volata in cielo, ma lei restava sempre con gli occhi bassi e una sigaretta spenta tra le dita nervose.  Tom, che è tornato da lei impietosito dal suo dolore, mi ha riconosciuta. Non sa cosa sia successo, ma nel vedermi mi è corso dietro per parlarmi, per capire, incredulo. Non ci siamo parlati, ma gli ho sorriso e gli ho  fatto segno di tacere e il suo viso si è illuminato, commosso.
Un giorno tornerà e troverà la sua famiglia.
Mamma e papà hanno perso entrambe. So che ora si sentono spesso, si vedono, vanno d’accordo come mai prima…Dovevamo morire entrambe perché imparassero a crescere?

E poi, un giorno, tre mesi fa, da molto lontano è arrivato un messaggio, passato tra le Montagne di Lupo in Lupo: pare che una ragazza di nome Sophie stia lavorando con un gruppo per la protezione dei Lupi in un piccolo paese dell’Alsazia. Secondo un branco di passaggio, la ragazza ha una certa somiglianza con la persona che stiamo cercando, così, parte del Branco principale dell’Alta Valle è partito per andare a cercarla e, finalmente,  stamattina presto è arrivato un Esploratore, con il messaggio del Capobranco: Sophie è Miriam.
Due ore dopo, Mathieu,  che ora è un ragazzone bello e forte, è partito per raggiungerla.
Chissà come prenderà la notizia che sono viva e sana come non sono mai stata? 
Che sono stata adottata da Odette e sono sul cammino per diventare una strega potente?
Ho dato a Mathieu una lettera, ma mi riconoscerà? Anche la mia scrittura non è più la stessa…le manderò dei sogni, perché possa comprendere.
È di nuovo Autunno, come allora, la stagione in cui i miei poteri sono più forti, perché all’Autunno io appartengo, come tutti gli spiriti che hanno gettato lo sguardo Al di Là.
Presto scenderà la prima neve e, forse, per allora, anche colei che un tempo era Miriam tornerà a casa e questa volta per sempre.
Oggi i Lupi cantano una canzone nuova,  che parla di eroi alla ricerca di una fanciulla eroica, perduta e ritrovata, le loro voci struggenti e appassionate riempiono l’aria cristallina delle Tre Valli…mi fermo ad ascoltare, perdendomi nel coro delle loro voci...i Lupi cantano. Va tutto bene.”

4 commenti:

  1. è bellissimo...grazie

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  2. è bellissimissima!!!Però è triste assai!!
    ma i genitori sono due s*****i!!!!
    anyway (non mi ricordo come si scrive!!XD)....
    mi è piaciuta tantissimo .....
    HOLA!!!
    .....KaMi@....

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