Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 29 aprile 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 24

(Link capitoli precedenti: p.:23 p.:22 p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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“Posso portarvi il caffè, signore?”
Voltai lentamente la faccia verso la voce e mi trovai ad un palmo dal sorriso rajasthano del proprietario del ristorante: “Eh?”
Il sorriso si fece più ampio, un luccichio divertito balenò negli occhi di giaietto: “Le signore desiderano un caffè?” ripeté con un eccesso di gentilezza a nascondere la risata che faticava a trattenere.
Caffè…scrollai la testa per allontanare le mappe stellari che ancora mi danzavano davanti agli occhi: “Io lungo, grazie…” risposi. “Francese?” chiese l’uomo. Annuii. Tazza grande era buono, un secchio sarebbe stato meglio, ma mi sarei accontentata.
Marabel, ovviamente, prese lo stesso.
“Quantomeno ride…” brontolai.
Attendemmo i caffè senza parlare.
“Io vado” sbottai. Marabel mi guardò senza capire: “Devo prenotare il primo volo per Luxor. Come si fa a corrompere i guardiani?”
Rise. “Non è difficile, ma tradizionalmente preferiscono dollari o sterline. Almeno, era così fino a qualche anno fa, forse oggi l’euro li attrae allo stesso modo.”
“Bene!” esclamai spalmando le mani sul tavolo: “Te tu sei consapevole di quello che hai visto, si?”
Annuì: “Ora lo sono, a quel tempo presumo di esserlo stata molto meno. Avevamo tavolette di cera, papiro, pietra su cui scrivere, non certo lucidi o qualche tipo di pellicola. Quello che vedevo era talmente al di là della mia comprensione, da bloccare letteralmente il mio povero cervellino.
Mi svegliai di colpo dopo quelle immagini, senza che l’ipnotista mi avesse riportata al presente. Lui mi guardava incredulo. Mi fece un mucchio di domande su cosa avessi letto o che film avessi visto, era molto nervoso. Io continuavo a ripetere di non aver letto nulla di strano o che avesse un minimo riferimento a quello che era successo, mio padre confermava la mia versione, ripetendo come laggiù, nel viale degli arieti, a tremila anni di distanza, noi stessi avessimo vissuto un’esperienza assolutamente assimilabile a quella. Eppure era incredibile. Ricordo che, se noi eravamo scossi, lui era sconvolto.
Sedette alla scrivania con le mani che gli tremavano, chiamò la segretaria e ordinò un brandy.
Era…vediamo…l’ottantaquattro. Nemmeno Star Trek aveva ancora mostrato computer a schermo olografico o carte simili a quello che io avevo visto.
“Questo torna!” esclamò mio padre, bagnandosi appena le labbra con il suo brandy e posandolo subito con un brivido: “Torna con la storia della cintura di Orione, con la teoria della corrispondenza delle Piramidi con le posizioni stellari, Alfred! Ha tutto senso, mia figlia non sta dando i numeri!”
A dire la verità, io ero convinta di darli da molti anni, ma non dissi nulla.
“Ma è troppo!” ribatté secco lo psicologo: “È davvero troppo! Ti rendi conto? I bassorilievi del Corridoio di Opet avrebbero provocato…che cosa? Visioni? O letteralmente un viaggio astrale galattico? Potevano essere una porta d’accesso a qualcosa? Questa è fantascienza! Io sono un pazzo, un visionario, ma questo è davvero troppo!”
Ascoltavo mortificata: “Ma io non ero veramente andata via…” azzardai: “Ero sempre lì, nel corridoio, ma…ma come ci è successo due settimane fa. Era come una visione, almeno credo, solo più forte. Più grande, ecco. D’altra parte, i bassorilievi erano appena terminati e brillavano, erano bellissimi, sembravano vivi, anche solo passandoci davanti. Meno male che il popolo non aveva accesso ai templi, chissà come si sarebbe spaventata la gente comune!” ragionai.
Eppure, la parte più sconvolgente doveva ancora venire.

Tornammo a piedi alla pensione in cui alloggiavamo, non avendo ormai più casa a Londra, e prendemmo la strada più lunga attraverso il parco, così da riabituarmi alle sensazioni della materia solida.
Continuavo a vedere quei reticoli trasparenti, apparentemente sospesi nel nulla con un senso di frustrazione: era tutto follia? Dalla mia infanzia fino a quel giorno, avevo inseguito un sogno, qualcosa di completamente sbagliato che ora, nel suo picco fantascientifico, si rivelava in tutta la sua ridicola assurdità?
Papà era sbigottito, ma convinto che io fossi nel giusto, come al solito.
Non gli passava minimamente per la testa che potesse esserci una qualche forma schizofrenica o dissociativa, in me, o che potessi, per esempio, aver visto chissà quale strano film da piccolissima che si fosse insinuato nel mio inconscio originando tutta quella faccenda.
Dentro di me sentivo che quella là era stata la mia vita, sapevo che la mia missione, ora, era ritrovare il mio Signore, ma gli anni passavano e non riuscivo a trovarlo.

Spesso leggevo in giro stupidaggini sul “destino”, sull’anima gemella che, se c’è, il modo di arrivare lo trova sempre e che, se non arriva, semplicemente non è destino.
Mi irritavano.
Erano parole stupide, superficiali e qualunquiste.
Erano spazzatura buttata lì da mezzi maestri d’assalto in un crescendo di deliri di giornaletti o testi dallo spessore e approfondimento di una pellicola per alimenti.

“Ho trovato un trafiletto, l’altra settimana” disse papà sedendo su una panchina nel parco quasi deserto: “Parlava di un seminario sulle vite precedenti. Ti andrebbe di farlo?” lo guardai senza capire: “Non credi che la nostra vita attuale sia fin troppo impregnata di vita precedente? A volte mi sento totalmente estranea a qualsiasi cosa mi circondi ora” obiettai.
“Lo so. Ma io penso che, se lo facessimo, in primo luogo io potrei forse capire qualcosa di più di te e di ciò che provi, e secondo…facilmente uscirebbe qualche altra vita, in qualche altro tempo. E ti aiuterebbe ad avere una visuale più ampia, non trovi?”
Mi piaceva l’idea che si volesse iscrivere anche lui. Avrei voluto si iscrivesse anche mamma, ma in fondo avevamo bisogno di qualcuno in famiglia che riuscisse a restare ben ancorato alla realtà.
Altre vite? Quando? Prima o dopo? E con lui o senza? Avevo paura di vedere qualche tempo in cui avevo vissuto senza di lui: avevo paura dell’amarezza, della solitudine che vi avrei sicuramente trovato.
Non poteva esserci un giorno di sole in un mondo dove lui non esisteva o dove, semmai fosse esistito, io non lo avessi incontrato, né avessi saputo della sua esistenza.
Tornammo lentamente, entrambi persi nei nostri pensieri.

Appena arrivati lasciai papà al telefono con la mamma e ad un’occhiata a vari quotidiani e andai a sdraiarmi: volevo restare sola e riflettere su tutto quello che stava succedendo e anche sulla proposta di poco prima, inoltre avevo paura della reazione dell’ipnotista. Che avrei fatto se non avesse più creduto in me e non mi avesse più seguita?
Quell’uomo era stato il mio pilastro, il mio punto di riferimento negli ultimi dieci anni. Mi ero completamente affidata a lui, ai suoi metodi, ai suoi studi rivoluzionari e ora?
Mi prese freddo, un freddo innaturale, certamente causato dalla paura di quello che stava succedendo, di essere sempre stata solo una malata di mente che aveva chissà come ingannato tutti o, più ancora, di non essere più creduta nemmeno da coloro che mi avevano sempre appoggiata.
Certo, c’erano sempre i miei, mi sarebbero stati vicini, mi avrebbero protetta e creduta: loro sapevano che non avevo mai mentito, ma tutto il resto? Tutti gli altri? C’era un intero mondo, là fuori, e mi era ostile.
Mi rannicchiai in una spessa coperta, appallottolata con i piedi sotto le cosce per scaldarmi, finché, un po’ alla volta riuscii a smettere di tremare e fui invasa da una fortissima sonnolenza.
Mi addormentai senza neppure accorgermene e mi svegliai nel sogno.

Ero in una stanza molto diversa dalla pensione, la luce fresca mi dava l’impressione di un sole mattutino. Vedevo a trecentosessanta gradi le cose attorno a me circondate da aloni luminosi che mi infastidivano, così mi concentrai per mantenere la visione frontale.
C’era un letto a pochi passi da me, un ragazzo più o meno della mia età addormentato, con un pugno chiuso vicino al viso, come spesso fanno i bambini.
Sembrava totalmente indifeso.
Vedevo il suo corpo come doveva essere nella sua realtà attuale, ma si sovrapponeva al suo aspetto a me familiare, mutando sotto i miei occhi, così non riuscivo ad intuire come dovesse essere in quel tempo. Sapevo che doveva essere bello, ma ero consapevole che per me lo sarebbe stato anche fosse somigliato ad una rapa con naso e bocca.
Sorrisi per la mia mancanza di obiettività e sedetti accanto a lui a guardarlo dormire: nel sonno sorrideva appena, scoperto fino ai fianchi.
Concentrai al centro della mano una piccola palla di luce e gliela posai sul ventre, all’altezza del diaframma. Lui sorrise, stiracchiandosi beato nel sonno e io provai un’emozione senza confini.
Un attimo e aprì gli occhi.
Mi guardò e  gli si illuminò il viso di un sorriso dolce amaro, sorpreso, malinconico e gioioso insieme.
Avrei voluto dirgli un’infinità di cose, chiedergli chi fosse, dove fossimo, dirgli di me, di Londra dell’Egitto, ma rimasi incatenata ai suoi occhi dorati.
Sedette sul letto, poi, chissà come, fummo in piedi uno di fronte all’altra e lui teneva le mie mani tra le sue. Aveva il cranio rasato, come lo avevo sempre visto, ma improvvisamente presero a crescergli lunghi capelli neri, a boccoli lanosi, che scendevano giù sulle spalle, lungo i fianchi e continuavano a crescere, tanto da far pensare ad uno di quei sadhu che, per qualche voto, non si tagliano i capelli per decenni, fino a esserne rivestiti. Allo stesso modo la sua pelle diventava scura, nera come terra fertile bagnata, come il sacro limo dopo le piene. Continuava a guardarmi in silenzio, gli occhi nei miei, due soli splendenti sulla terra benedetta.
Mi svegliai di soprassalto con la faccia bagnata di lacrime di commozione: mi parve il sogno più bello che avessi mai fatto.
Scesi nella saletta comune, papà stava sfogliando distrattamente il Times, perso nei suoi pensieri: “Papà, l’ho visto…”
Si spostò per farmi posto sul divanetto e chiuse il giornale: “Non mi ha detto niente, ma era diverso dalle altre volte, era qui, in questo tempo, io credo…credo di essere stata nella sua stanza, a casa sua, sai?”
“E hai visto qualcosa che possa aiutarci? Che aspetto ha? Come si chiama, dove vive?”
Sembrava un giornalista di cronaca: “Non so, non ci siamo detti una parola e faticavo a vedere attorno, ma dormiva. Era mattina. Non presto, direi, ma mattina…e aveva, io lo vedevo come era sempre stato, sai, però poi mi ha sorriso, si è alzato e mi ha preso le mani ed è cambiato. È diventato…strano, cioè, per un essere umano.”
Papà sollevò un sopracciglio in un espressione molto british.
Gli spiegai l’accaduto, mentre si segnava a biro le mie parole sul bordo di una pagina del Times.
Strappò con cura il pezzo e rilesse gli appunti molte volte, assorto: “Doveva essere un messaggio…una visione, una specie di codice, ma…occhi dorati, capelli che crescono molto e molto mossi” prese un respiro: “I capelli rappresentano l’anima, ma anche la crescita spirituale. Qualcosa di fertile, che cresce, abbondanza e allo stesso tempo la divinità di un essere…ricordi Sansone? O pensa ai guerrieri Nativi Americani, all’importanza che danno ai capelli, tanto da deridere i soldati bianchi come deboli e codardi per i loro capelli corti, o ai Samurai, che arrivarono al suicidio rituale quando fu loro imposto il taglio dei capelli…il massimo del disonore.
La sua anima si espande, si libera…libera la propria divinità tenendo le tue mani. È straordinario, questo.
Quando alla pelle…la pelle è il mezzo, l’organo con cui l’essere si relaziona la mondo esterno. Ma era la pelle ad avere l’aspetto di limo, o il suo corpo? In questo caso, il significato cambia: il corpo diventa pane o, in questo caso, il fango che nutre il mondo. Ha un significato come corpo divino, nutrimento, portatore di vita. Credo vita energetica, spirituale. Ma forse c’è dell’altro, sono sicuro ci sia dell’altro…”

Me ne stavo lì, seduta accanto a lui con le mani giunte infilate tra le ginocchia come una scolaretta d’altri tempi: “Ma allora? Che vuole dirmi?”
“Di certo vuol dire che la sua anima si fa più forte, cresce dopo i millenni di oblio. Si, questo è certo, è forte e lo è sicuramente perché lo hai portato dentro di te per tutto questo tempo, come disse lui stesso. E forse voleva darti un’indicazione sulla sua vera natura…distruttore delle tenebre…gu – tenebra, ru – distruggere...anima e terra fertile, nera, e anche, per estensione, il fiume Nilo. E gli occhi dorati che sembrano due soli.”
Sospirò: “Marabel, tesoro, io…io non posso fare a meno di pensare ad una stella doppia. Una stella doppia che produce vita su un mondo o forse più mondi e allo stesso tempo penso ad un significato iniziatico legato al distruggere le tenebre. Mi viene in mente la dualità e l’uno e l’indicazione di cercare un sistema solare doppio e stabile. L’attraversamento di epoche e mondi, mi viene in mente un caleidoscopio di significati simbolici, uno dentro l’altro come scatole cinesi, ma qualsiasi cosa possa significare questo sogno, so per certo, so con assoluta certezza, che tu sei il suo completamento, l’altra parte di lui! Hai visto, quando ha preso le tue mani è cambiato, è diventato completo in se stesso, esprimendo la sua divinità…porta in sé la propria divinità cosciente, divina in senso buddico. Chiunque sia, è certo un’Anima molto evoluta.
Però, figlia mia…per il resto ne sappiamo quanto prima. Non sappiamo dove sia, né come trovarlo. Potremmo passarci tutta la vita, senza arrivare a nulla” concluse tristemente.
“Io non voglio nessun altro, papà. Non voglio nessuno nella mia vita, soltanto lui”
“Lo so” rispose mio padre rassegnato.”

“È  una visione meravigliosa, Marabel! Lui era consapevole, consapevole di chi fosse? Probabilmente anche lui aveva dei ricordi, delle sensazioni, dei flash, no? E quindi forse, in tutti quegli anni, anche lui avrà fatto meditazione, avrà studiato, forse sarà arrivato a delle regressioni…e ti ha riconosciuta! Lo sa chi sei, ti sta cercando!!” esclamai emozionata, prima di ricordare che, da quel sogno, erano passati trent’anni.
Mi bloccai confusa, poi presi un respiro ed esclamai con forza: “LUI – TI – STA – CERCANDO!!”
Marabel annuì con le lacrime agli occhi.
“Ne sono sicura…” abbozzai imbronciata.
Marabel riprese il racconto:

“Comunque il giorno dopo l’ipnotista telefonò alla pensione, chiedendo a mio padre di vederci. Andammo allo studio dopo pranzo, le mani sudate per l’ansia che mi stringeva lo stomaco.
L’uomo ci aspettava sommerso di appunti e fogli scritti a macchina sparsi per tutta la stanza.
“Non lo so” sbottò appena chiuse la porta alle nostre spalle: “Non so cosa questo significhi, ma ho parlato con un amico, un ricercatore nel campo della criptoarcheologia. È un professionista, ma non è soddisfatto né delle spiegazioni ufficiali diciamo del novantacinque per cento dell’intera archeologia, né delle spiegazioni fantascientifiche. Penso sia in grado di essere obiettivo, senza facili entusiasmi e senza chiusure a priori.”
“E quindi?” chiese guardingo papà: “Lui ritiene interessanti le tue visioni, Marabel. Tutte, dagli episodi della tua primissima infanzia a quello che è successo ieri. Si trova negli Stati Uniti, al momento, abbiamo passato tre ore al telefono stanotte…mi devi una telefonata” disse con noncuranza.
“Anche qualche camomilla” aggiunse papà. “Questo significa che hai deciso di continuare a seguire mia figlia?” a quel punto avevo il cuore nelle orecchie. L’ipnotista annuì nervosamente: “In fondo” aggiunse dopo aver riflettuto qualche secondo: “Il giorno in cui ho intrapreso questa strada, dovevo aspettarmi qualcosa di molto lontano dalle credenze comuni. In fondo aspettavo da tutta la vita che succedesse qualcosa di veramente sconvolgente!”
Mi abbandonai completamente contro lo schienale della sedia e mi scoppiò un mal di testa da record.
Ero così sollevata ed elettrizzata che non sarebbero riusciti a portarmi in regressione nemmeno trascinandomici per i capelli, inoltre il male mi stordiva, così decidemmo di fissare una seduta per l’indomani e papà e io prenotammo un giro in barca sul Tamigi.

Quella notte feci un sogno ancora più incredibile della seduta del giorno precedente.
Vedevo le piramidi, ma non come le conosciamo: erano poco più che iniziate, circondate da cantieri.
Le osservavo da una strana prospettiva stereoscopica, quasi attraverso una lente biconvessa, dal folto di una fittissima vegetazione, mentre attorno ai cantieri era tutto desertico e sabbioso.
Alla mia destra intravedevo il fondoschiena della Sfinge, che aveva una grande testa leonina dalla bocca aperta. C’era qualcosa di familiare, di confortante in quella Sfinge, come essere a casa: era una sensazione che passava addosso lasciandomi un senso di nostalgia perfino dentro il sogno.
C'era qualcuno accanto a me, qualcuno che non vedevo, ma sentivo come un’estensione di me stessa.
Era al mio fianco e mi osservava attento, percepivo su di me la dolcezza del suo sguardo: “Ma cosa hanno fatto?” dissi guardandomi attorno costernata: “Era tutto verde quando siamo venuti qui la prima volta, ora è un deserto!”
Mi svegliai di soprassalto, le parole che ancora riecheggiavano nella mia mente.
Avevo lunghi capelli biondo scuro, nel sogno, che scendevano a morbide onde fino alla vita, ma non sapevo altro di me. Lui, accanto a me, era almeno una spanna e mezza più alto e avevo la sensazione indossasse una specie di tunica di stoffa nera lucida.
Non sapevo se raccontarlo o meno a qualcuno, ma era così intenso, colorato, reale, che lo scrissi e restai a rileggerlo finché mi riaddormentai.
La mattina papà mi lasciò dormire perché fossi riposata per la seduta del pomeriggio.

Eravamo tutti parecchio ansiosi, quel giorno, ma, fortunatamente, le cose si svolsero in modo piuttosto…normale.
Ero nella mia casa coniugale, in compagnia di un’ancella. Doveva essere passato un po’ di tempo dalla notte delle visioni al Tempio.
Era un giorno tranquillo, le api ronzavano oltre la finestra con un rumore ipnotico che mi dava sonnolenza, quando sentii avvicinarsi di zoccoli al galoppo: “IST! Is, presto, vieni, vieni a vedere!!”
Corsi fuori, terrorizzata da cosa potesse essere successo, e lo vidi alla guida di un cocchio che aveva qualcosa di diverso dai soliti, rosso in viso e con gli occhi che brillavano di gioia.
Accanto a lui un anziano maniscalco, un uomo che conoscevo fin dai primi giorni ad AkhetAton: “Che succede?” esclamai andando loro incontro: “Guarda, guarda cosa mi ha fatto!” strillò lui indicando il cocchio e il vecchio assieme.
Mi avvicinai meravigliata e lo vidi slacciarsi una spessa cinghia di cuoio dai fianchi e poi chinarsi ad armeggiare con qualcosa verso il basso, sorvegliato dal vecchio che gli indicava e suggeriva qualcosa.
Restai ad osservarli per qualche attimo, incuriosita, finché Sua Maestà saltò giù, sorretto dal maniscalco, con un sorriso da orecchio a orecchio e mi mostrò cosa stesse succedendo: era geniale!
Il vecchio aveva costruito un cocchio apposta per Lui, con una sorta di mezzo gambale di cuoio spesso e un alloggiamento per la parte posteriore del piede, che lasciava libera la parte anteriore, sollevata dalla base: in pratica, il Faraone appoggiava il polpaccio e il tallone contro quella specie di stivale che veniva poi allacciato al cocchio con una cinghia infilata in fessure  appositamente tagliate nella struttura stessa.
Poi, dal momento che l’equilibrio non era facile da mantenere, nonostante la sicurezza del gambale, un’altra cinghia lo assicurava alla vita, passando nuovamente dentro alla struttura di legno.
In questo modo Sua Maestà avrebbe potuto tranquillamente correre e percorrere anche lunghezze notevoli senza stancarsi, né affaticare il piede, che, al contrario, durante quel viaggio poteva riposare completamente, restando sollevato nella parte anteriore. Era una cosa meravigliosa, geniale e perfino elegante.
Il Faraone ne era entusiasta e il vecchio gongolava, felice ed imbarazzatissimo e, d’altra parte, anche l’ancella e io eravamo ammirate da quell’opera. “Tu devi essere benedetto dagli Dei per quello che hai fatto!” gli dissi, facendolo precipitare ancora di più nell’imbarazzo.
“Salta su, ti faccio fare una corsa!” disse Sua Maestà. 
Guardai il maniscalco che annuì, così attesi che Sua Maestà risistemasse le cinghie e montai al suo fianco.
Correvamo come anni prima, il vento in faccia mi faceva lacrimare gli occhi.
Lo osservavo di nascosto sorridere come da bambino, gli occhi accesi, attento ai cavalli e alla strada, come non avesse smesso di correre un solo giorno: “Vedi? Questo carro è sicuro” disse rallentando la corsa: “Non rischio di stancarmi, ma anche se prendessi dei sassi o se per caso il cocchio sbandasse, non devo sforzare la gamba per reggermi. Non è possibile cadere, a meno che si rovesci il cocchio, ma in quel caso cadrebbe di lato, con un rischio davvero minimo. Comunque le possibilità che il carro si rovesci sono remote.” Constatò.
“È bellissimo…e tu sei felice come non ti vedevo da anni, Am’n”
Non rispose, si limitò a sorridermi guidando i cavalli verso una deviazione e facendoli poi tornare sui loro passi: “Non mi riesce di lanciare frecce, ma almeno posso correre. Ed è utilissimo per andare da qualche parte. È orribile dover essere sempre in portantine o su carri seduto, ti senti davvero un giocattolo rotto”
“Ti fa male?” scosse la testa: “Ora no. Questa posizione mi fa riposare, senza che debba scaricare tutto il peso sulla gamba sana…Is? Sta tornando, sai? Sarà qui entro tre giorni”
Sapevo di chi parlasse e mi si strinse il cuore: “Che farai?” scrollò le spalle: “Nulla, che posso fare? Per poter prendere in mano la situazione dovrei accusarlo di qualcosa e dovrebbe essere qualcosa di grave. E io non ho nulla. Accusarlo di tramare alle mie spalle o tradimento o addirittura di portare maledizione alla mia famiglia, mi renderebbe un ragazzetto ridicolo e prepotente, perfino la corte più fedele potrebbe esserne sgomenta. Non c’è nulla che possiamo fare, a parte tenere gli occhi aperti e cercare di arginarne lentamente il potere. E tu, mi devi fare il favore di stare buona. Molto buona. D’accordo?”
Promisi.
Fermò il cocchio mentre non eravamo ancora in vista delle case e mi abbracciò forte: “Mi manchi.” Sussurrò: “Ti vedo troppo poco in questo periodo!” mi sentii sciogliere.
Dopo tanti anni, il suo abbraccio mi dava il capogiro e mi emozionava come non si potrebbe credere.
La sua pelle era calda di sole e fresca di vento ed era meraviglioso stare tra le sue braccia.
Si guardò attorno due o tre volte, poi sorrise birichino e mi baciò stringendomi forte contro di sé, cuore contro cuore, respiro contro respiro, la pelle che si fondeva con la mia, la gamba libera tra le mie.
“C’è troppa stoffa tra noi due, donna!” commentò poi.
È buffo…mi sentii imbarazzatissima per quel commento. Lui sorrise malandrino, si sciolse riluttante dal mio abbraccio e riprese la corsa ben più moderatamente di prima.
Il maniscalco ci aspettava a braccia conserte davanti a casa, discorrendo con la mia ancella.
“Non stancarti, Maestà!” lo rimproverò come un nonno. Lo aiutò a scendere, lo sorresse mentre camminava a terra, facendolo appoggiare al proprio braccio. “Come ti senti?”
“Ora fa male…ma non più del solito, anzi. È piacevole dimenticarsene per un po’.” Si voltò a guardare il vecchio e lo abbracciò: “Grazie. Mi hai fatto un regalo meraviglioso, che non ha eguali in tutto l’Egitto!”
L’uomo aveva la pelle molto scura, da nubiano, eppure lo stesso lo vidi avvampare per l’imbarazzo.
“Sei un nipote, per me, Maestà” disse umilmente, gongolando.
Era un’immagine dolce, familiare, affettuosa senza interessi reconditi, qualcosa di un morbido tepore che scendeva nell’animo, cui Sua Maestà, nelle sue innumerevoli fredde ricchezze, non era avvezzo. 
Si fermò un po’ a riposare, la gamba su un cuscino mentre io lo curavo, e poco dopo tornò al palazzo reale, raggiante.

Due giorni dopo arrivarono il Gran Visir e il suo seguito.
Già il giorno seguente il suo arrivo li vidi da lontano, nei giardini, discutere animatamente: Sua Maestà, il Capo Contabile, Il Generale, e il Gran Visir. Assieme a loro c’erano un segretario, uno scriba, un assistente contabile e due guardie.
Sapevo che c’erano discussioni per nuove tasse che Sua Maestà non approvava, mentre gli altri erano tutti determinati ad imporle, per cui, anche se da dov’ero non potevo sentire le loro parole, mi rendevo conto che doveva essere in atto un tiro alla fune in cui la lotta era di quattro a uno.
Provai un senso di rabbia e di impotenza, ma sopra ogni cosa ero infastidita dall’atteggiamento del Gran Visir: se ne stava seduto su una panca di pietra, lo scriba sedeva a terra, Maya appoggiato con un piede ad un muretto, l’assistente, il Generale e Sua Maestà in piedi e vedevo che Egli si reggeva ad un lungo bastone cui teneva la gamba malata perché fosse sollevata.
Come si permetteva quel prepotente di stare seduto, mentre Sua Maestà era in piedi, visibilmente sofferente? Sentii la vista offuscarsi per la rabbia, feci due passi per correre là e gettarmi al collo di quell’orribile uomo, poi mi trattenni: non potevo, avevo promesso!
Mi nascosi dietro una colonna, pensando al da farsi, quando vidi il Medico Reale attraversare i giardini a passo di carica, i pugni serrati e gli occhi che lanciavano fiamme.
Si avvicinò e investì il Gran Visir che lo fissò stupito e infuriato. Lo vidi discutere animatamente, agitando le mani e indicando Sua Maestà che osservava a sua volta meravigliato, con un accenno di sorriso.
Il Gran Visir si alzò dal seggio seccato, ma il medico schioccò le dita e una guardia sollevò il Faraone tra le braccia, portandolo verso gli uffici.
Nascosta dalla colonna mi sbellicavo dalle risate.
D’altra parte, il Gran Visir era appena tornato e già la serenità di quell’ultimo mese e mezzo sembrava svanita e lui pareva, ora, più odioso e prepotente di quanto fosse mai stato.

Passarono ancora un paio di giorni, Sua Maestà mi convocò con molta riservatezza nel suo ufficio privato.
Lo raggiunsi pregando che non fosse successo nulla di grave e mi infilai nell’ufficio con anticipo, pensando non fosse ancora arrivato, invece era là, seduto con il piede su un appoggio morbido, come era ormai sua abitudine, uno stilo in mano che agitava distrattamente tra le dita, lo sguardo assorto perso nel vuoto.
Mi accovacciai davanti a lui, gli presi le mani tra le mie e le baciai: “Hai visto mia sorella ultimamente?” chiese accarezzandomi il viso.
Temevo quella domanda. Abbassai gli occhi cercando le parole: “Io…non la vedo da diversi giorni, Maestà”
“Va bene. Quando l’hai vista?”
“Dopo il nostro incontro, quando mi hai detto che Aye era partito e sarebbe arrivato presto.”
Alzò lo sguardo oltre la finestra, annuendo al ricordo: “E come l’hai vista?”
Chiusi gli occhi: “Era stanca, ma felice e mangiava ridendo con le sue ancelle. Loro la canzonavano per le sue strane voglie da donna incinta e lei rideva.”
“Hai visto altro?”
Cercavo parole che non lo ferissero, senza trovarle. Sospirai e lui si accorse del mio imbarazzo: “Non è vitale, è così?” chiese in un sussurro: “Lei…si muove poco. Sembra molto debole, Nibhurrereya ed è…è strana. Io non ho mai visto una cosa simile”
“Non sopravviverà, vero?” non mi guardava, stringeva le mie mani nelle sue tenendo lo sguardo fisso oltre la cornice della finestra.
“Ne dubito, Maestà…” sentii quelle parole come fossero uscite dalla bocca di una sconosciuta. Non avevo osato dirle nemmeno a me stessa, fino a quel momento.
Silenzio.
“Non c’è speranza?” chiese dopo un tempo interminabile.
“Non lo so, Heru Ra. Non ho mai visto niente così: è come spezzata in due e…e soffre. Sembrava lottare, ma era molto stanca.”
Le mani strinsero impercettibilmente le mie, lo guardai e gli vidi gli occhi troppo lucidi: “Heru Ra?” lo chiamai sottovoce.
“Quanto male dovrò ancora sopportare? Quanti figli dovrò piangere?” sussurrò, tanto piano che faticai a sentirlo.
Mi alzai, presi uno sgabello, lo sistemai al suo fianco, sedetti e lo abbracciai forte. Lui si strinse contro di me, nascose il viso nell’incavo del mio collo: “Non ce la faccio, Is, non ce la faccio più. Come posso andare avanti? Come farò a consolarla, questa volta?”
Non lo sapevo. Gli altri li avevano persi talmente presto che quasi non avevano avuto il tempo di sentirli: erano sogni infranti, illusioni perdute, tristezza, paura, senso di desolazione, smarrimento, ma non erano veramente i loro figli come questa bambina.
Lei era cresciuta, l’avevano sentita, immaginata, avevano fantasticato sui nomi, su come sarebbe stata, avevano preparato per lei l’occorrente per accudirla, avevano gioito, riso, l’avevano ascoltata muoversi, le avevano parlato per mesi.
Lei non era un sogno finito troppo presto, era una figlia, era reale, tangibile, non vedevano l’ora di stringerla tra le braccia.
Lo tenni stretto a lungo, finché sentimmo delle voci nei corridoi e ci accorgemmo che il sole stava calando.
Un paio di settimane dopo la Sposa Reale partorì in anticipo una bambina che non visse nemmeno il tempo di un respiro.”

Erano le dieci e mezza passate, a quel punto.
Pagammo e il proprietario volle farci lo sconto e regalare a Marabel uno scialle con ricamanto Garuda: “Distruggerà i tuoi nemici, Signora” disse inchinandosi.
A me regalò una bustina con un foulard in seta indiana che presumevo fosse un regalo piuttosto comune per i clienti più affezionati.
Camminammo in silenzio fino all’auto.
Avevo un milione di domande che si rincorrevano per la testa, così veloci che non riuscivo ad acchiapparne nemmeno una.
Una cosa mi era chiara: il primo giorno di intensivo era finito. Sua Maestà era ormai prossimo ai diciotto anni. Non c’era più tempo, né per noi, né per lui: la nostra storia volgeva al termine e non ci sarebbe stato un lieto fine.

A casa mi buttai sul letto vestita, aprii la bustina con il foulard e lo allargai: rappresentava fiori di loto rosa in campo dorato e al centro c’era un Ganesha benedicente.
Mi svegliò il gatto a zampettate sulla faccia, ore dopo.
Restavano tre giorni. Mi rannicchiai con il foulard contro la faccia, chiedendomi come sarebbe stato tornare alla mia vita di sempre quando fosse finito tutto.

(...continua p.:25 )