Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 29 maggio 2015

Pendente "Warrior" Ametista e mini Tormalina rossa

Un'Ametista a losanga, una canzone circa gothic metal in un contesto che le è totalmente alieno (e da cui è quasi totalmente incompresa), una voce quasi acida e graffiante gli ingredienti che hanno generato questo gioiellino.

Ammetto che nelle mie idee originarie avrebbe dovuto essere più aggressivo e graffiante, ma...insomma, parliamone! Se lo avessi lasciato come volevo, sarebbe stato tanto bellino, ma anche tanto scomodo: avete mai provato ad indossare una roba tutta punte affilate?!?
No, voglio dire, so che c'è chi lo fa e ci campa pure bene, ma io, ogni volta che vedo cotali opere, mi chiedo come accitopo facciano i clienti a non uscirne come dalla battaglia di Qadesh o a spedire al pronto soccorso amici e/o parenti, quindi...all'ultimo momento e a malincuore, ho arrotolato le punte.

L'aggeggino esteticamente ci perde, ma ci guadagnano coloro che lo indosseranno.
Ve lo presento:
Il taglio dell'Ametista è irregolare, per cui ovviamente risulta leggermente asimmetrico.
Indossato è all'incirca così:

Primo piano con luce naturale, si vede bene la piccola Tormalina rossa sulla V che imita la coroncina di Nina Sublatti nel video di Warrior:

 Lato B:
 Versione completa. La catena è doppia, scorrevole tra le spirali. Si rischia un po' di incrociamento qua e là, ma ho tolto gli artigli, lasciatemi almeno la catena doppia! :'(
Circa 110 cm di Argento 0.8 e 4 metri scarsi di 0.25
Come pare?
Dimenticavo: qui il pezzo collegato: Nina Sublatti_Warrior

lunedì 25 maggio 2015

Orecchini Opale Amazzonite

Buon lunedì!
Oggi, per inaugurare la settimana, postiamo un paio di orecchini.
Pietre così così, simpatiche e un po' arlecchine, non serie: due Opali verdi più matrice che Opale, semplicemente decorativi e piccole Amazzoniti brasiliane chiaaaare chiare.

Argento placcato, lo uso solo negli orecchini perché non sta a contatto con la pelle e non si sciupa.
Siorre e siorri, eccoli:
 Le foto sono un po' così, da qualche giorno non ho sottomano una modella...
 Provvederò
Che ne pensate?

sabato 23 maggio 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 27

(Link capitoli precedenti: p.:26 p.:25 p.:24 p.:23 p.:22 p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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“Miseriaccia, si è messo contro tutti loro e ha pure rovesciato l’etichetta!
Un Faraone che, in un’udienza ufficiale, si mette a parlare in prima persona, dicendo annoiato ‘non so’, si era mai visto, prima?”
“Beh, sai…il regno di Pepi secondo durò oltre novant’anni e pare che lui, alla fine, fosse un briciolino rimbambito…potrebbe averlo fatto, si”
“Ad oltre cento anni di età, posso anche capirlo, ma…quindi, il Gran Visir, oltre a celare i propri pensieri, non cadeva sotto l’incanto dello sguardo del Faraone?”
Marabel si appoggiò allo schienale: “No, probabilmente proprio perché non si poteva agganciare la sua mente.
Il Gran Visir era più che certamente uno di quei sacerdoti stregoni che si tramandavano le conoscenze magiche di generazione in generazione ed era molto allenato a nascondere quello che oggi chiamiamo campo energetico. Quel pomeriggio dovette quantomeno sospettare che la Sua Giovane Maestà avesse problemi ad usare le sue facoltà, anche se, finché non fummo soli nella stanza, Lui si mostrò rilassato e sereno, come nulla fosse.
Appena le porte si furono chiuse alle spalle dei convocati, le sue forze cedettero e si accasciò sul trono. Con una guardia gli tolsi le corone e il pettorale, ma nell’alzarsi ebbe un giramento di testa e ricadde seduto. La guardia lo sollevò di peso, se lo prese in braccio e lo portò ai suoi alloggi attraverso il passaggio di servizio, così da non incontrare nessuno.
Non era certo la prima volta che si sentiva male, i suoi crolli di pressione e le crisi convulsive, in quel periodo, iniziavano a manifestarsi con più frequenza, ma meno la corte lo vedeva in situazioni di debolezza, meglio era, soprattutto dopo aver appena imposto la propria mente sulle loro.

Appena nel suo letto si addormentò e dormì per molte ore.
Feci portare fichi e datteri freschi, acqua e latte di capra per quando si fosse svegliato.
Restai accanto a lui per un bel po’, poi feci per allontanarmi; il suo viso appariva pallido sotto la luce lunare che entrava dalle finestre, l’espressione era sfinita, ma ora riposava, eppure, quando mi alzai per andarmene sentii la sua mano afferrarmi. Tornai a sedermi tenendola tra le mie.
Non molto dopo chiese dell’acqua, così lo convinsi a mangiare due datteri e bere un po’ di latte. Lui obbedì, masticando e bevendo senza nemmeno aprire gli occhi, poi si distese su un fianco e si fece da parte per farmi posto. Quando, verso l’alba, tentai nuovamente di lasciarlo, mi prese le mani: “Is, devo parlarti, ricordi? Te lo dissi dopo l’operazione, ma non è più stato possibile…puoi restare nelle tue vecchie stanze, domani sera?” annuii: “Aspettami, verrò, ma se qualcosa mi trattenesse o se fossi troppo stanco, verrò la sera dopo. Puoi farlo?”
“Certo che lo farò, Maestà” si posò le mie mani sul cuore tenendole con la mano destra e accarezzandomi il viso con l’altra: “Parlerò con tuo marito. È giusto che abbia spiegazioni e, per quanto è possibile, scuse. È una persona giusta e fedele, merita il nostro rispetto.” Accennai un sorriso, poiché non sapevo cosa dire. Me ne andai mentre il sole si levava, come una ladra, come quasi sempre accadeva.”

A quel punto ero molto curiosa: cosa doveva dirle di così importante da non poterlo fare tutte quelle volte in cui si vedevano, anche se non avevano ore a disposizione?
“Marabel, a parte la storia degli Ittiti, ma lui che posizione aveva verso la guerra, in generale? Ci sono state molte campagne nei suoi anni di regno, però, da quel colloquio, pare che non gli andasse granché.”
“Se ricordi, già anni prima era molto addolorato per i caduti in battaglia, li onorava quando nessuno pareva curarsene, mentre tutti erano galvanizzati dalle vittorie.
Lui non era né per la guerra, né contro, come non era né a favore, né contro la schiavitù dei prigionieri. Considerava queste cose come necessarie, parte della vita, qualcosa da evitare se possibile, ma da affrontare se così doveva essere.
Non possiamo definirlo un pacifista, ma un Essere progredito che comprendeva come bene e male, gioia e dolore, pace e guerra, siano in qualche modo parte della stessa esistenza.
Oggi tutti strillano di essere ‘contro’ la guerra e questo è di per sé un ossimoro, perché se sei ‘contro’ qualcosa, stai già combattendo; è di moda volere la famosa ‘pace nel mondo’ ed, in effetti, si scatenano continuamente guerre, guerriglie o sfoghi di aggressività cittadina immotivata a gògò: il rifiuto di qualcosa che è connaturato con la vita, non fa che esasperare la cosa stessa, rendendola sempre più forte.
Lui, semplicemente, guardava il mondo con equanimità: accettava la guerra se necessaria, accettava che ci fossero prigionieri e che fossero adibiti al lavoro quasi gratuito, come in ogni altro paese.
Suo padre aveva abolito la pena capitale, lui non poteva abolire la schiavitù dei prigionieri, come non poteva abolire la guerra. A volte ci provò…tentò di negoziare, di discutere con popoli vicini, ma c’erano solo due strade, per quella gente: matrimoni per unire i regni o guerra.
Lui non solo non accettava matrimoni, ma era gracile, misterioso, su di lui e la sorella parevano gravare maledizioni: quello strano Re incuriosiva ed era temuto, perché su di lui giravano molte storie che lo volevano un potente mago o uno storpio  maledetto. Non lo comprendevano, era strano e ciò che è strano fa sempre paura, Eva.”

“Nessuno ha mai saputo fosse cresciuto sul mare, è una storia bellissima!”
“In verità, sulla sua nascita e i suoi primissimi anni, si sa poco o niente, anche se oggi è accettata l’ipotesi che sia nato ad AkhetAton, effettivamente, ma per molti c’è contraddizione per via della tomba di Matia, che lo allatta neonato a Men Nefer.
Se i miei ricordi sono corretti, lui sarebbe effettivamente nato alla capitale eretica, ma sarebbe stato mandato in un luogo più salubre per i primissimi anni. Ovviamente, non esistono prove della sua permanenza sul mare, ma perché no?
Madre e bambino soffrivano di problemi respiratori, quindi è molto probabile che un anno e mezzo sulla costa potessero avergli giovato molto. Non ci vuole una scienza per immaginare che i medici dell’epoca potessero consigliare il mare a persone fragili e con crisi asmatiche, in effetti. È la prima cosa che viene in mente a chiunque, in casi del genere, no?”

Ero assolutamente d’accordo. L’idea che il Principino avesse vissuto un periodo così bello, pieno di benessere e di pace nella sua breve vita tormentata, mi piaceva parecchio.
“Dai, Marabel, ma cosa doveva dirti di così importante da aver rimandato per…due? Tre mesi?”
Lei sorrise, paziente: “Mi raggiunse due sere dopo quel colloquio. Era molto stanco perché, a parte le solite incombenze reali, era circondato da architetti e geometri per l’avvio di nuove opere, più necessarie di altre: la costruzione della sua tomba e del tempio funebre.
Pare strano che un diciottenne pensi alla propria tomba, ma se consideriamo che un uomo come il Gran Visir aveva iniziato a costruirne ben due quarant’anni prima…un Faraone non poteva che passare la vita intera a costruire la propria, soprattutto un Faraone fragile e malato con un paio di attentati alla sua vita in curriculum.
Io non sopportavo di sentir parlare di una tomba, così gli tenevo il broncio e questo lo divertiva.
Quando arrivò mi sistemai alle sue spalle per farlo appoggiare contro di me e gli massaggiai a lungo le tempie, le spalle, scendendo lungo i fianchi fin dove arrivavo e così le braccia e le mani.
Lui sorrideva, tenendo gli occhi chiusi e beandosi di quelle coccole.
Lo unsi completamente con unguenti profumati ed infine lo coprii con un lenzuolo di lino finissimo, degno del Re che era,  lui mi sfilò la veste e mi coprì con lo stesso lenzuolo, tenendomi tra le braccia.
Non parlava, ma sapevo che aveva un pensiero fisso da quando era arrivato, così aspettavo che trovasse le parole.
“Mia sorella pensa sia il momento di provare di nuovo. Teme che, più aspettiamo, peggio sia…forse ha ragione. Sono passati diversi mesi, ormai.”
“Oh!”
“Aspetteremo un anno, a partire dall’inondazione.
Se arriverà un figlio, e noi sappiamo che potrà solo essere una bambina, sarà necessario che io prenda un’altra sposa con cui poter procreare un erede maschio per la dinastia, ciononostante…la presenza di una figlia porterà sicuramente maggior stabilità in tutta la corte, poiché la salvezza della linea di NeferuAton sarà assicurata.
Se non nascerà alcun figlio…sarà a questo punto ancora più necessario un erede, che mia sorella e io non siamo in grado di produrre.
Potremmo interrogare magi, sapienti da ogni dove, ma dubito che qualcuno possa mai trovare soluzione, quindi sarà il momento di fare questo passo, per il bene di tutti. Ho atteso a lungo, il più possibile, e ho provato di tutto…ora è il tempo.
Come ti dissi, ho una cosa in mente e ora sono riuscito a convincerla ad appoggiarmi, anche perché non ha esattamente scelta. Non è privo di rischi, ma…abbiamo pensato a tutto ed è un buon piano.”
Ascoltavo, gli occhi spalancati nella penombra, chiedendomi quale piano e quale donna avrebbe avuto l’onore di essere condotta al tempio come Seconda Sposa, soprattutto senza incorrere nelle ire di Aye e consorte.
“Siamo d’accordo che sia necessità assoluta una donna forte, bella, ma sopra ogni cosa sanissima, una donna che non abbia avuto un solo giorno di malattia in tutta la sua vita.” Tacque e si voltò ad osservarmi, io spalancai gli occhi interrogativi nei suoi: “Conosci qualcuna così, Iset?”
“Io…immagino più di una, ma non tra le nobili della tua corte, Am’n”
“Oh, che disdetta!” esclamò: “Davvero, davvero una terribile disgrazia! E dove mia sorella, la Sposa Reale, potrà mai trovare una sostituta degna di questo ruolo, allora?”
Ero in confusione, a quel punto: “Tua sorella? Perché tua sorella?”
“Per il bene del Regno e per la nostra sicurezza, mia, sua, della donna che siederà al mio fianco, è necessario che sia lei a scegliere la mia Seconda Sposa, la più adatta a ricoprire questo ruolo così importante. Di nobile aspetto, colta, possibilmente bella, dai fianchi adatti a procreare senza problemi, ma soprattutto sana, sanissima, forte. Intelligente, perché sarà la madre dell’erede al trono. Saggia, perché siederà al mio fianco. Appassionata, per fare breccia nel cuore della gente. La mia povera, amata sorellina ha un compito piuttosto gravoso, non è vero? Oh, siamo davvero molto esigenti, ma si tratta della dinastia, del trono…”
“Maestà, la donna che sarà al tuo fianco sarà al sicuro se a sceglierla sarà la Sposa Reale?”
“Naturalmente, mia cara. È questo il punto centrale del piano, vedi…se sarà la sua volontà, nessuno oserà opporsi, soprattutto certi infidi parenti.
Dimmi, chi mai potrebbe ostacolare una donna che abbia tanto sofferto e che, per amore del popolo, sceglie volontariamente l’oblio, pur di dare un erede al Regno?
E, se mai arrivasse una bambina, chi oserebbe opporsi, quando lei si mostrasse con la piccina tra le braccia, offrendo il sacrificio di entrambe al bene della stirpe? In nessun caso qualcuno oserà protestare.
Io accetterò il volere della mia sorella e sposa con il cuore spezzato, le giurerò eterno amore e gratitudine e le  offrirò una parte del regno, di cui sarà la Signora indiscussa, come ringraziamento.
A corte avrà incarichi prossimi a quelli del Gran Visir, che spartirà con lui, ormai anziano, pronta a prenderne gradualmente il posto, così Aye verrà messo da parte senza che nemmeno se ne accorga, un po’ alla volta, e proprio dalla sua pupilla, cui avrà l’ordine di essere sempre accanto e di guidare nelle scelte: avrà potere attraverso di lei, ma allo stesso tempo lo perderà a suo favore e non incorreremo nella sua furia.
Dubito salterà di gioia, ma dovrà accontentarsi.
L’alternativa è non avere discendenza o levarmi di mezzo. Ovviamente propenderebbe più per la seconda ipotesi, ma mia sorella ne sarebbe profondamente afflitta e questo sarebbe nuovamente una terribile disgrazia.
Quindi…lei e solo lei, al momento convenuto, annuncerà al popolo la decisione di restare al mio fianco come consigliera e mio visir, ma di essere con il cuore infranto costretta ad impormi una Seconda Sposa, secondo sua stessa scelta,  tu mi sposerai, Is?”
Lo disse così, con noncuranza, nel bel mezzo di quel lungo discorso, facendolo cadere come un macigno.
Mi si fermò il cuore, mi si bloccò il respiro, lo fissai a bocca aperta senza poter emettere un suono: “Si, lo so…sei sposata e il tuo settennato di prova non è terminato, ma chiederò una dispensa. Se il tuo povero consorte accetterà, potrai avere il divorzio entro l’anno stesso. Naturalmente, sempre se sei d’accordo, ammetto di chiederti un sacrificio terribile, ma sai, per il bene dell’Egitto! Certo, spezzare un così bel matrimonio, quanta sofferenza, oh, lo so, Sua Maestà è così crudele a chiedervi tanto, questo re passerà alla storia come un mostro crudele, distruttore della felicità coniugale di una donna che gli ha dedicato anni e anni di devozione e fedeltà, ma…accetterai, per amore del tuo paese, questo terribile peso?”
Saltai su a sedere e gli gettai le braccia al collo, cominciando a tempestargli la faccia, la fronte, il collo di baci, ridendo e piangendo e continuando a sbaciucchiarlo ovunque.
Lui rideva fino alle lacrime: “Aiuto! Non puoi strapazzarmi così, sono fragile e delicato, io!” tentò di protestare tra la grandinata di baci che gli arrivavano addosso.
Mi ritrassi, imbarazzata: per un momento avevo completamente dimenticato che Egli fosse, era soltanto il mio amore infinito, avevo scordato di trovarmi di fronte a Sua Maestà!
Abbassai lo sguardo, vergognosa, lui mi attirò a sé, mi sussurrò all’orecchio: “Strapazzami pure quanto vuoi!” e poi mi strinse forte, ridendo e piangendo insieme e il suo viso irradiava felicità, più luminoso del sole a mezzogiorno”

“E ALLORA PERCHÉ DIAVOLO NON LO FECE?!? EH? PERCHÉ?!? QUESTO MATRIMONIO S’AVEVA DA FARE!!! E INVECE NIENTE! DAMMI UN MOTIVO VALIDO PER CUI NON VENNE MAI CELEBRATO!!”
“Beh, io immagino…perché da morto gli veniva difficile…”
Mi presi la testa tra le mani, Grigno guaiva chiamandomi con la zampa sulla gamba, per sapere che stesse succedendo. I gatti si voltarono sdegnati.
“D’accordo, d’accordo! Faccio il caffè…caffettiera da sei, ok?” sentii la risatina di Marabel raggiungermi mentre preparavo un mezzo litro di caffè voltandole le spalle.
Non era assurdo quello che raccontava, aveva senso, aveva un sacco senso, accidenti!
A nessuno mai era venuto in mente che non avrebbero potuto andare avanti all’infinito a non procreare eredi? D’accordo, nessuno, ai nostri tempi, era a conoscenza degli altri bambini morti, ma in ogni caso!
Le parole di Marabel, così prive di qualsiasi controprova, erano terribilmente logiche. Ed inquietanti. Poteva essere questa la causa della morte del Faraone? Malaria, setticemia, malattie strane e non diagnosticate, oppure semplicemente la sua determinazione ad agire, togliendo gradualmente il potere che era stato assoluto per decenni ad uno stuolo di profittatori corrotti e scegliendo una compagna non nobile e invisa alla corte?
Fosse stato l’unico a morire improvvisamente e prematuramente, avrei potuto credere ad una causa naturale, ma la lista di morti misteriose di quel tempo, rendeva la faccenda davvero troppo sospetta.
Era debole, era gracile, era sicuramente provato, doveva soffrire molto, si. Tutto vero.
Ma sua sorella, dopo la sua morte, era terrorizzata e questa NON è un’ipotesi.
Ma sua sorella gridò aiuto nientemeno che al re Ittita, che per due volte inviò una delegazione e nessuna delle due arrivò mai da lei e nemmeno questa è un’ipotesi.
Misi la caffettiera sul fuoco e mi asciugai una lacrima, mentre ancora ero voltata.

“Quindi…quindi diventasti la probabile salvatrice della dinastia…”
Scoppiò a ridere: “Ohi, ohi! No, non accadde, anzi! Non avevamo capito come l’ambizione di Aye e Tey fosse superiore all’affetto per la nipote!

Quando riemerse quel ricordo l’ipnotista mi risvegliò.
Ero molto stanca, ma avrei voluto rimanere là, stretta tra le sue braccia, al sicuro, bere la sua felicità, la sua speranza, la mia speranza, la mia incredulità, il senso di stordito stupore che mi toglieva il fiato.
Purtroppo ero in regressione da quasi due ore, un tempo inaccettabile: una regressione non dovrebbe mai durare più di tre quarti d’ora tra la preparazione e il ritorno.
Papà, che prendeva appunti in un angolo fissava alternativamente me e lo psicologo.
“Domani dovrebbe arrivare il mio amico archeologo. È una buona cosa, non posso farti un’altra seduta dopo questa, è stata troppo pesante.”
Sedette e si versò del brandy.
Lo osservavo, ancora un po’ assente, pensando che, se mi fossi fermata a Londra ancora un po’, sarebbe diventato alcolista.
“Non le credi?” chiese mio padre. “Al contrario!” ribatté lui: “Le credo, invece, come no! Solo...Dio, cosa stiamo vivendo? Questa non è la storia come la conosciamo! Siamo sorci in un labirinto, ci godiamo il pezzetto di formaggio, pensando di sapere tutto, di essere padroni di tutto, ma siamo solo sorci da laboratorio! Che idioti!”

Tornammo alla pensione in silenzio, ancora una volta ci fermammo a sedere su una panchina, perché avevo bisogno di sentire l’odore degli alberi e di contemplare il mutevole e capriccioso cielo britannico.
“Papà? Che succederebbe se lo facessimo, quel seminario?” silenzio.
“Non lo so. Ma qualsiasi cosa, potrebbe essere affascinante. Affascinante ed inutile. O forse utile. Forse ci farebbe sentire la nostra continuità, sapere chi siamo…forse fugherebbe qualche dubbio. Chissà!”

La sera dopo l’ipnotista ci chiamò chiedendo se potessimo raggiungere lui e l’amico per cena. Erano le sette meno un quarto, noi eravamo a fine cena, ma domandammo scusa e scappammo all’assalto di un taxi, ridendo: forse avremmo avuto necessità di un ottimo bicarbonato, più tardi.
L’uomo era altissimo, con due occhi azzurro cielo eternamente stupiti, pochi capelli, barbetta bionda, una faccia incredibilmente yankee. Istintivamente sorrisi vedendolo e mi parve di stringere la mano ad un bambino troppo cresciuto.
Mangiammo poco, tutti e quattro, troppo impegnati a discutere fino a tarda notte del mio lungo cammino attraverso la memoria.
L’uomo prendeva appunti forsennatamente, consultava altri appunti presi durante l’interminabile telefonata notturna di alcuni giorni prima, annuiva, collegava…
Gli raccontammo anche della nostra esperienza a Karnak e ne fu incantato: “Signorina, da anni alcuni colleghi stanno studiando ipotesi che sembrerebbero più che fantascienza agli occhi della gente. Abbiamo fatto scoperte, ancora non del tutto provate, su una storia dell’umanità del tutto alternativa rispetto alle credenze comuni, ma lei è un tesoro ambulante, lo sa? Quella visione, quella incredibile visione delle Piramidi in costruzione, mi dica, lei ricorda come fossero costruite?”
Lo psicologo sbuffò: “Ti prego, ancora quella storia! Sembra che il vostro mondo sia concentrato su quei tre mausolei!”
L’americano non se ne ebbe a male per quella critica, troppo preso dal filo dei suoi pensieri: “Solo perché lei le ha viste! Ma la cosa straordinaria è…sono le sue parole: la Sfinge era già costruita, terminata e, a quanto pare, antica, giusto? Dava questa sensazione?” annuii: “Era lì da tempo immemorabile, un punto di riferimento, anche se non ho idea di come o per cosa o da quando. Immemorabile. Era già lì la prima volta, si”
“ECCO! La prima volta, la sua frase, com’era? ‘Era tutto verde la prima volta che siamo stati qui’ e ‘cosa hanno fatto?’ sembra che lei ritenesse la gente del posto responsabile del grosso cambiamento climatico, ma…lei sa che il clima, in quell’area, era umido, tanto che il Nord Africa era coperto di foreste lussureggianti, non dopo il 9000 avanti Cristo? Però lei vedeva che si stavano costruendo le Piramidi, tra l’altro, tutte e tre insieme. Significa due sole cose: o
le Piramidi sono, come molti di noi pensano, molto più antiche, oppure…lei era stata lì almeno seimila anni prima di quel giorno!”
Mi sentivo davvero una topolina da laboratorio: “Io…professore, era un sogno, non un ricordo! Può essere simbolico, una metafora di qualcosa, o…o semplicemente un sogno!” protestai.
L’uomo, però, non era affatto d’accordo: “Sogni di questo tipo non vengono a casaccio e lei ha una preparazione lunga dieci anni, senza contare le sue esperienze d’infanzia. Inoltre, quello che ha visto, per noi criptoarcheologi, ha molto senso. Sarebbe fantastico poterne parlare in qualche saggio!” esclamò sognante. “Ma al momento, non credo sia possibile” aggiunse contrito.
Tornammo alla pensione a notte fonda; per fortuna la proprietaria ci aveva dato una chiave dell’ingresso, che lasciammo sul bancone prima di ritirarci.
Era stata una serata molto piacevole, durante la quale avevo potuto parlare liberamente, senza alcun timore di essere giudicata, derisa, o considerata come una strana curiosità e questo mi succedeva di rado: la mia vita era un continuo giocare a nascondino, fingendo di essere come tutti gli altri, magari un po’ introversa e niente altro.
Sfinita, mi infilai sotto una doccia così veloce che quasi non ebbi il tempo di bagnarmi e mi buttai sul letto, crollando immediatamente.

Eravamo da qualche parte, non c’era dubbio su questo. Dove, beh, era un altro discorso.
Ero come nel sogno di due giorni prima, almeno per quel che potevo vedere, avevo abiti che non riuscivo a collocare, né come periodo storico, né geograficamente, ma in cui mi trovavo molto a mio agio.
L’abito era bianco avorio, con fregi e bordi dorati piuttosto complessi, lineare, lungo, senza fronzoli o pieghe.
Non lo vedevo, ma lui era accanto a me, alla mia sinistra, come nell’altro sogno e questa volta vedevo un lungo abito nero brillante e sentivo la sua presenza dentro di me, sovrapposta a me; una sensazione di totale appartenenza, quasi voluttuosa, che non ho modo di descrivere.
Se ascoltavo il battito del mio cuore, sentivo il suo alternarsi al mio, se ascoltavo il mio respiro, sentivo l’aria nei suoi polmoni, e i suoi pensieri accarezzavano la mia mente, compenetrandosi ai miei.
Ovunque fossimo, c’era una luce giallastra, come quella di certe vecchie lampadine nelle cantine delle case d’epoca, davanti a noi un lungo tavolo perfettamente liscio, perfettamente rettangolare.
Noi eravamo in piedi, più o meno a metà del lato maggiore, osservavamo. Ad un capo del rettangolo un uomo molto alto, magro, in abiti sontuosi completamente coperti di iscrizioni dorate, sul capo una sorta di mitra, anch’essa istoriata e con qualcosa ai due lati che non avrei saputo descrivere. Due larghi nastri, forse?
Mi parvero viola chiaro, ma non potrei esserne sicura.
Altri due uomini, altrettanto alti, ma in abiti scuri, si avvicinarono al tavolo su cui ora era disteso un uomo sofferente. Al contrario di noi era molto basso, dai tratti piuttosto rozzi e brevilinei, lo sguardo morente eppure terrorizzato.
Credo fosse gravemente ferito, non malato. I suoi occhi esprimevano un’angoscia ed un terrore senza fine. Il tavolo si illuminò improvvisamente di una luce bianca, tanto intensa che per qualche attimo quasi inghiottì il piccolo uomo. Durò il tempo di un respiro.
L’uomo sbatté le ciglia incredulo, sedette sul tavolo non più illuminato, del tutto guarito. Disse qualcosa in una lingua gutturale, che le nostre menti comprendevamo attraverso le nostre menti: “Siete Dei?”
Ci scambiammo sguardi divertiti. L’uomo con la mitra fu l’unico a non sorridere.
“Vai e fonda un grande regno” gli ordinò.
L’omino lo guardò costernato: “Non ne sono capace, mio Signore” rispose intimidito. L’uomo con la mitra annuì: “Ora lo sei.”
L’immagine cambiò: lo stesso tavolo, ma non come lo vedevo un istante prima. Era un bassorilievo piuttosto grezzo, in qualche posto sotterraneo che riproduceva quello che era successo nella visione precedente.
Altre incisioni attorno mostravano sacerdoti e divinità. Anche il tavolo di pietra rappresentato era un tavolo di guarigione, meno potente, meno immediato, misterioso e magico per chi ne usufruiva.

Mi svegliai con negli occhi i bassorilievi e la sensazione calda, avvolgente, totalmente amorevole e intima della presenza dell’uomo al mio fianco durante quello strano rito di guarigione.
Il sogno era stato bellissimo, ma c’erano implicazioni inquietanti. Noi eravamo una razza umanoide molto alta, molto evoluta tecnologicamente, l’uomo ferito ci definiva “Dei”.
Ebbi paura, una paura atavica ed affascinante, mentre nella mia mente riecheggiavano le parole “Non ricordi, Is? Perché non ricordi?” avevo la sensazione fortissima che quello, esattamente quello che avevo visto nel sogno fosse ciò che avrei dovuto ricordare tremila anni prima.
Restai a fissare il buio, finché la luce prese il suo posto.”

(...continua p.:28)

mercoledì 20 maggio 2015

Ciondolo Quarzo e Agata Botswana

Dovevo postarlo ieri, ma era buio.
Così ho pensato di fotografarlo oggi, ma la batteria della digitale era scarica.
L'ho messa in carica, quando sono arrivata a casa pioveva...sono uscita fuori a fotografarlo e, siccome diluviava...era buio.
A saperlo, facevo le foto ieri sera!

Vabbè.
Un Quarzo che avevo lì da tempo. Essendo così trasparente, ho pensato di usare il Rame, per contrasto.
Il problema è che è forato, e se non avessi usato il foro sarebbe stato evidente e non è bello.
Ho provato a lasciare che il metallo facesse quello che voleva ed è uscito così:
 Lato B:
 Laterale:
Che ne pensate? Se mi riesce faccio un paio di fotine di giorno con la luce...

domenica 17 maggio 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 26

(Link capitoli precedenti: p.:25 p.:24 p.:23 p.:22 p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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La fissavo non so da quanto, con un pezzo non ben identificato di pollo tra le dita.
Dovevo avergli dato un paio di morsi ad un certo punto, perché c’era un ossicino spoglio che mi osservava incuriosito.
“Marabel?” deglutii: “Ti ha…detto…questo? Lui ti ha veramente detto queste cose sulla religione?”
“Si, si espresse molto chiaramente contro le religioni create come strumenti politici. Un credo religioso è sicuramente molto più forte di qualsiasi partito, lui stesso era il frutto di una situazione di questo tipo, era l’inquisitore di un’eresia creata da suo padre e preparava la strada ad una rivoluzione definitiva.

Il suo intento era, una volta riportata prosperità, benessere e fiducia, insegnare al popolo ad essere libero dalla paura, e far comprendere la vera natura degli Dei e di alcuni dei rispetto ad altri, non Dei di natura ma costrutti e questo avrebbe fatto perdere potere alle classi sacerdotali.
Ci sarebbe stata una rivoluzione di pensiero mai vista nella storia dell’umanità e che tutt’oggi è inimmaginabile. Le grandi religioni esistono e sono così potenti proprio perché lui non poté portare a compimento la sua opera.
A quel tempo nessuno poteva entrare nei templi, a parte i sacerdoti e, ovviamente, il Faraone. Il popolo poteva vedere le immagini degli Dei solo durante alcune celebrazioni, come Opet, ad esempio, quando le statue venivano portate fuori dai templi, quindi  aveva una devozione all’insegna di un oscuro timore reverenziale per il loro  mistero.

Rivelare al mondo verità su di essi e la loro natura avrebbe completamente infranto questo timore, ma attenta: non avrebbe creato ateismo!
Sarebbero crollati quegli “dei prepotenti”, ma le Forze Divine, stellari, terrestri, solari, sarebbero tornate a splendere nella loro purezza e questo era solo l’inizio. Ancora oggi mi domando a chi o a quando fossero rivolti i suoi giochetti magici con bassorilievi, sfingi criocefale, messaggi criptati di cui ogni cosa lo riguardasse era cosparsa.
Ogni cosa era là, a disposizione imperitura: bastava mettersi in ascolto e tendere metaforicamente le mani. Oggi l’enorme ricchezza di messaggi nel Codice Tutankhamon è a brandelli, stuprata da mani ignoranti e violente prima che dal tempo, ma io so che quello che Lui ha potuto compiere non è che una piccola parte”

“Ma loro, i sacerdoti, sapevano di non servire gli Dei? Ci saranno stati sacerdoti veramente fedeli al loro credo, no?”
Lei mi osservò tra le ciglia un po’ abbassate: “Sicuramente c’erano, ma…Eva…i sacerdoti avevano costruito il loro potere per almeno duemila anni su egregore di Dei ambiziosi, lunatici e a volte minacciosi, sebbene mai crudeli, come invece avvenne in altri regni. Li crearono proprio per i loro scopi e nei secoli li resero sempre più potenti, così da diventare loro stessi sempre più potenti.
Il mondo è pieno di egregore, alcune più piccole, altre gigantesche. Guarda l’egregora del Nazional Socialismo, che si servì di simboli divini, sradicandoli dalla loro natura per asservirli ai propri scopi: quanta gente conosci, oggi, che riconosca in una svastica la forma dell’Uno Senza Nome, della Sua volontà creativa ed eterna? Non sono invece tutti, indistintamente o quasi, convinti di vedere il simbolo di un demone? Il simbolo dell’odio nazista, la chiamano.
Bestemmiano, non sanno di farlo ed è proprio a causa di questo che il demone, seppure frammentato, è ancora forte: prende forza dall’ignoranza di chi lo teme, molto più che dalla devozione di chi lo ama. Non mi stupirei di vederlo risorgere, uno di questi giorni…” disse riflettendo.

“D’accordo, ma gli altri? Gli alcuni che citavi?”
“Alcuni avevano veramente una profonda devozione e un potere che derivava non solo dallo studio, ma direttamente dall’essere che servivano. Non sempre ne erano consapevoli, come non lo è la gente oggi, spesso completamente persa in una o più egregore e assolutamente convita di parlare di un vero Dio, che solitamente considerano quello giusto, a dispetto degli altri.
Tra l’altro i costrutti odierni, nonostante siano nutriti da un numero di menti innumerevoli volte più numerose, hanno un potere molto inferiore a quelli di allora.
Vedi, oggi, per quanto templi, sinagoghe, chiese o quant’altro siano zeppi, i pensieri dei “fedeli” sono vaghi, dispersivi, frammentati, distratti e la loro energia va a perdersi in migliaia di rivoletti inutili.
A quell’epoca non era così: le menti erano sicuramente più semplici, magari incolte, spesso analfabete, ma erano capaci di grande concentrazione e meditazione, di pensieri lineari, diretti ed efficienti.
Non importa se pregavano o adoravano per fede o paura, in ogni caso erano ben determinati e, quindi, forti; se noti, i miracoli erano molto più frequenti di oggi, nelle epoche passate.

Le caste sacerdotali, a loro volta, usavano i pensieri dei fedeli, sommati alle proprie conoscenze, agli incantesimi, ai riti per ottenere un risultato quantomeno soddisfacente. Come credi avrebbero mai potuto imprigionare un’anima, non una qualsiasi, ma un’Anima così grande ed antica come la Sua, altrimenti? Un simile potere, fortunatamente, non è proprio dei comuni mortali, no?

Ebbi un flash su cosa potesse essere successo dopo la morte del Fanciullo, ma ne scacciai l’immagine. Non aveva ancora diciotto anni, non volevo anticipare quel che sarebbe successo, non potevo, semplicemente, accettarlo!
Lo avrei fatto fin troppo presto, ci sarei stata costretta, ma ora, in quel momento, lui era vivo e, nonostante i suoi mali, ancora forte.

“Hai detto che in quei giorni tuo marito era sul delta per un carico di legname dal Libano?” chiesi cambiando discorso.
“Si, era lontano. Quando c’erano carichi commerciali da imbarcare per Waset, spesso lui era lo scriba sulle navi; non dimenticare che lo ieratico era la scrittura usata commerciale e contabile, era normale che si occupasse di incombenze del genere”
“Ma…stava via molto? Se non erro, via fiume, ci volevano un paio di settimane tra Tebe e Menfi, no? significa che stava via…un mese? È così?”Marabel reclinò la testa da un lato, socchiudendo gli occhi: “Stai pensando che in quel modo Sua Maestà e io avevamo il campo libero?”
Distribuii equamente le patatine tra il suo piatto e il mio, vagamente imbarazzata: “Beh…magari un pochetto…” azzardai.
“A dire il vero, Sua Maestà non si faceva vedere spesso, soprattutto se mio marito era lontano, d’altra parte, non mi si può definire come sua amante: per quanto ci vedessimo spesso, questo avveniva per lo più pubblicamente, in modo del tutto formale e, se veniva da me o mi chiamava, era per passare del tempo insieme in pace e quel che succedeva era di restare abbracciati a parlare, addormentandoci in quel modo, oppure gli imponevo le mani e poi restavo a vegliarlo.
Dopo le due volte in cui eravamo stati assieme prima del matrimonio, non era più successo nulla e, a quel punto, era passato un anno e mezzo, forse di più.”

“Già” brontolai delusa: “Non dovevi essere una concubina. Ma cheppalle!”
Ridacchiò: “Non lo sarei stata comunque, anche se tra noi ci fosse stato qualcosa di fisico e continuo. L’idea di concubine gli era inaccettabile, una mancanza di rispetto per se stesso e per la donna, la divinità della donna. anche la fedeltà era sacra, per lui e l’amare un’altra donna che non era la Sposa Reale, era per lui un conflitto tremendo, anche se era stato costretto a quel matrimonio innaturale. Non avrebbe mai voluto dover avere due spose, o dover amare una donna che non era la sua sposa. D’altra parte, non poteva amare per forza una donna che non era “la sua” e cui lui non apparteneva.
Tutto questo è unico nella storia d’Egitto: nemmeno la Grande Nerfertari, una delle donne più importanti mai esistite in quel paese, braccio destro e anche sinistro di Ramsess il Grande, fu la sua unica sposa: oltre a lei, il Faraone aveva almeno altre sei, sette spose solo tra quelle principali e alcune fu proprio Nefertari a procurargliele…”

Allungai un paio di patatine a Grigno, che mi guardava adorante e poco dignitosamente piagnucoloso: “Insomma…quella faccenda della bambina…Mi risulta che nessuno studioso le abbia mai dato grande importanza. Io l’ho sempre vista come una specie di eccentricità, una curiosità storica, quasi un capriccio di due genitori disperati e un po’ infantili, ma loro non erano i primi reggenti a perdere uno o più figli, no? Eppure, né prima, né dopo, qualcun altro ha fatto una cosa del genere e quasi nessuno la prese bene, a quel che racconti. Cosa rappresentava, davvero, una simile scelta?”
“Un’eresia. Una grande, enorme eresia”
“E quindi? Il popolo era spaventato?”
“Non venne reso pubblico, all’inizio, ma la voce, durante i quasi due mesi e mezzo della mummificazione, in qualche modo si sparse…e, si, questo rese molto nervosa la popolazione.
Sette anni di regno esemplare non erano serviti a cancellare la paura di una nuova eresia, né a far dimenticare gli anni bui: la gente preferiva tasse e balzelli per nuove ricchezze in templi cui nemmeno aveva accesso, ad una simile ed incomprensibile stranezza.
Lo amavano, era per ognuno un figlio, un nipote, un fratello, ma cominciarono ad avere paura.
Quanto ai nobili, ai sacerdoti, loro vedevano in quel ragazzo un pericolo sempre più grande”
“E lui se ne rendeva perfettamente conto, ma questo non gli impediva di continuare per la sua strada, è così?”
Marabel annuì. “Come da programma, direi. Anche se i suoi programmi erano andati a farsi benedire almeno nove anni prima”
Presi del maraschino per condire la macedonia con il gelato: avevo l’acquolina e non era per il dessert. Mi rendevo conto di essere arrivata al punto focale di tutta la storia, che ormai si sarebbe dipanata in modo drammatico, ma mi avrebbe rivelato retroscena forse inimmaginabili.
Le posai la scodellina di fronte, infilai con un eccesso di decisione il cucchiaino nel gelato e restai ad osservarla.
“In ogni caso, le cose andarono avanti. La Sposa Reale stava molto da sola, nei suoi alloggi, o passeggiava assieme alle due ancelle più fedeli nei luoghi più ombrosi, a volte si faceva portare in barca sul fiume nelle ore più calde.
A volte andava al Tempio a pregare con uno o due sacerdoti, a volte veniva a pregare Aset, con lo sguardo basso e spento.
Non la vedevo più con la nobile Tey, anzi, se era nei dintorni, pareva patirla parecchio, come era infastidita dalla presenza del Gran Visir e loro se ne accorgevano eccome.

È come la lama di una ghigliottina, quel periodo: c’è il prima, la vita che scorre a volte più leggera e lieta, a volte dolorosa, a volte drammatica, poi c’è la bambina e qualcosa che cade con un colpo secco e tagliente sulle vite di tutti.
Solo dopo, un dopo dai contorni indefiniti e nebbiosi, c’è di nuovo la vita.
Zoppa, pallida, piegata su se stessa, ma c’è di nuovo, ed è lì, che ci guarda in attesa delle nostre mosse.

Qualche giorno dopo la visita del Faraone, un membro della segreteria venne a portarmi un messaggio: Sua Maestà stava molto male, il suo medico mi pregava di raggiungerlo negli alloggi di Sua Maestà.
Mi precipitai, naturalmente. Era molto debole e la febbre era alta, aveva avuto forti convulsioni, una crisi più lunga del solito e anche il piede era nuovamente peggiorato; ora gli avevano dato dell’oppio, così che riposava e il medico aveva un’espressione cupa quando arrivai.
Mi portò nei suoi uffici perché potessimo parlare senza essere ascoltati. “Non va bene per niente” disse: “Non abbiamo una via sicura da seguire, ormai non posso negare che vi sia una potente maledizione su di lui, su di loro e dubito che i riti eseguiti alla morte della bambina siano serviti a qualcosa.”
Sedette, come era sua abitudine, con le mani appoggiate sulle ginocchia, la testa abbassata e lo sguardo sul pavimento: “Se tu hai qualche magia che non conosco, ti prego di usarla. Se non ce l’hai, ti prego di andarla a cercare, anche in capo al mondo, perché non c’è più niente che possiamo fare”
Deglutii la nausea che mi aveva assalita: “Io ho tentato tutto ciò che conoscevo. Se esistono altre cose sono andate perdute prima della mia nascita e non ho come recuperarle, oppure non sono ancora state inventate.”
Quando fu disceso il buio tornai nelle sue stanze, di nascosto: da dietro lo spigolo che copriva l’ingresso di servizio, vidi la Sposa Reale accudirlo.
Lo lavò con un panno caldo, cambiò il lenzuolo che lo copriva, lo imboccò con un po’ di cibo.
Era carina e premurosa e mi si strinse il cuore: lui era mio, ma era lei lì accanto.
Avrei mai più potuto essere al suo fianco come un tempo? Meglio di un tempo, non più ancella, ma compagna, se non sposa?
Restai in attesa a lungo. Ankhesenamon restò con lui finché si fu addormentato, poi spense un paio di lumi e se ne andò.
Mi domandavo se fosse il caso che me ne andassi anch’io, quando sentii la sua voce: “Ist?” era sveglio, sapeva che ero lì nascosta e aveva finto di dormire per rimanere solo. Corsi al suo fianco, accovacciandomi sul seggio dove poco prima era seduta sua sorella e lo abbracciai: “Perché non mi hai chiamata? È venuto da me un messaggero, io avrei dovuto essere qui!”
Lui mi accarezzò con la guancia: “No, non è il momento. Non voglio irritarli.
Ho delle cose importanti da dirti, ma occorre che mi riprenda un poco. Anche il mio piede peggiora e il medico dice che, se continua, non resterà che tentare il tutto per tutto e amputare almeno una parte. Io sono disposto a farlo, ma lui sostiene che è tanto rischioso, soprattutto per me.
E sai una cosa? Teme anche che il popolo veda un re mutilato come una nuova sciagura…vedi come le genti siano stolte, rese paurose e prive di volontà, spaventate da superstizioni inculcate dai loro padroni?” gli si incrinò la voce, a quelle parole: il popolo preferiva vederlo soffrire o addirittura vederlo morto, che privato di un pezzetto del suo corpo, perché il Faraone è Dio, il suo corpo è la casa di Dio e non si può dare a Ra una casa privata di un pezzo.
Ma dunque, si può dare a Dio una casa di dolore?
Gli imposi le mani, afferrai la sua sofferenza e la estirpai dal suo corpo finché non fui sfinita. Misi le mani nell’acqua fredda di un bacile a lungo, per scaricare il male là dentro, poi mi rannicchiai accanto a lui, passando il resto della notte ad accarezzarlo e mi dileguai per lo stesso passaggio da cui ero venuta, prima dell’alba.

Non si era ancora ripreso che dovette affrontare nuove diatribe tra contabili, visir e il Generale, che, tornato dall’ultima guerra, reclamava nuove forze per controllare i confini e lasciare guarnigioni nelle terre riconquistate.
Voleva, anzi, iniziare nuove campagne per estendere il dominio Egizio fino all’impero Ittita, approfittando delle loro continue lotte con i Kaska, ma Sua Maestà rifiutò energicamente e ripetutamente: il Regno era ormai restaurato, l’Egitto era nuovamente ricco, temuto e rispettato e non voleva impoverirlo con una nuova ed inutile guerra.
Non so quale fosse la posizione del Gran Visir, rispetto a questo argomento, ma sicuramente, se pure non avesse gradito una guerra, doveva temere la determinazione del Faraone: sempre più debole fisicamente, provato dal dolore per la perdita della figlia, segnato dal crescente nervosismo di chi lo circondava, mostrava una forza al di là di ogni previsione.
Sicuramente questo preoccupava l’uomo serpe. Sicuramente sentiva la terra tremargli sotto i piedi.

Sua Maestà mi chiamò pochi giorni dopo una lite con i capi dell’esercito.
Quando arrivai teneva le gambe in una grande tinozza di acqua calda e sale marino: per quanto gli fosse molto utile, bruciava come fuoco, ma lui se ne stava lì, gli occhi stretti, mordendosi il labbro per non lamentarsi.
Sedetti ai suoi piedi: “Basta ora, lo hai fatto abbastanza!” Lui mi fece un gesto con la mano, come a dire di aspettare e dopo un po’ annuì e posò i piedi sul panno che tenevo in grembo: “Ho bisogno del tuo aiuto” disse. Era triste e molto stanco.
“Ho bisogno che, durante le udienze ufficiali, tu sia presente. Dovrai stare in un angolino, in silenzio, senza farti notare, come, non so, come semplice membro del mio gabinetto, come un’osservatrice. Non piacerà ai segretari averti tra i piedi, perciò ti chiedo di non intervenire mai e di rimanere in silenzio.”
“Ma allora a che ti servo?” si passò una mano sulla fronte: “A tutto. Nessuno lo sa, né lo deve sapere, ma leggere dentro di loro mi è diventato difficile e mi provoca dolori alla testa insopportabili, non posso andare avanti così.
Riesco ad intuire se siano o meno sinceri, ma non basta. Essi devono pensare che io continui a conoscere ogni loro pensiero, come è stato per anni e questo lo farai tu per me. Se sapessero, tenterebbero in ogni modi di manovrarmi.”
“Ma io non sono abile come te, Heru Ra!” protestai.
Lui mi prese il viso tra le mani: “Non hai mai dato abbastanza valore alle tue capacità, sei sempre troppo critica e, in ogni caso mi è completamente naturale sentire i tuoi pensieri e le tue emozioni, quindi, qualsiasi cosa tu comunicherai al mio cuore, io lo saprò.
Andrà benissimo, te lo prometto. E poi, chissà, magari se mi potrò riposare per un po’, dopo mi sarà più facile…” lo disse, ma non sembrava crederci.
“Che cosa ti sta succedendo ancora, Heru Ra? Come puoi perdere i tuoi doni?” trovai il coraggio di chiedere: “Non sto bene, sono sempre più debole…Santi Dei, come vorrei riposare! Vorrei andare al mare! Hai mai visto il mare, Is?”
Scossi la testa: da bambina ero stata sul delta, un paio di volte, ma non avevo mai visto il mare aperto, solo l’immensa foce dell’Iteru, ricca di anse, campi alternati ad anfratti e zone paludose. Non mi piaceva molto, a dire il vero.

Sua Maestà chiuse gli occhi, sorridendo al ricordo:“Io ci sono rimasto oltre un anno e mezzo, quando ero molto piccolo. Kiya pativa le polveri che aleggiavano su AkhetAton, che a quel tempo era un solo, grande cantiere, e nemmeno io stavo bene: tossivo spesso e avevo attacchi di asma, temevano potessi morire, così piccolo, così Ekhnaton ci mandò a Men Nefer, con la corte di mia madre e la mia nutrice. Restammo un paio di settimane, poi gli wabu ci fecero trasferire sulla costa.
Là mi portavano sulla spiaggia, mi mettevano nella cesta e io mi addormentavo cullato dalla voce del mare…ero piccolo, ma ne ricordo il suono, l’odore…era meraviglioso, come ascoltare il canto della vita. Quelle onde raccontavano la storia del mondo, tutte le storie del mondo, ed era così straordinario restare ad ascoltare e sognare al mormorio di quella voce, ora dolce, ora grandiosa, lasciarsi rapire, cavalcare con l’anima le acque sconfinate, volare nelle grida degli uccelli attraverso sogni più veri della realtà.
Era meraviglioso svegliarsi alla risata di mia madre e delle sue ancelle, sentirsi la faccia calda e le labbra salate. Osservavo incantato le veloci navi che attraccavano, quelle grandi navi Keftiu (minoiche n.d.a.), fenice, dalle prue affusolate e le alte chiglie dipinte e mi facevo portare, appena in equilibrio sulle gambette ancora instabili, a guardare i marinai che scaricavano le merci o la pesca, così grandi, scuri contro il cielo, gli occhi eternamente fissi oltre l’orizzonte, anche quando si abbassavano sulle casse o sulle reti, o quando si posavano su quel bambinetto curioso e accennavano un sorriso.
Non guardavano davvero me, o le cose intorno: erano là, in quel punto inarrivabile, sempre, e nel sorriso di quegli sguardi io mi specchiavo, si che rapivano il mio cuore e mi conducevano a quello stesso infinito.
Erano forti, i visi scavati da venti di innumerevoli tempeste e bruciati dal sole, le barbe incrostate di salsedine, così come le pelli brunite macchiate di sale biancastro, silenziosi portatori di misteri insondabili ai miei occhi appena aperti sul mondo.
Restai là fino a circa due anni, là appresi a camminare e a dire le mie prime parole, ma ricordo...
Sai, Is? Non ebbi mai febbri per tutto quel tempo, né dolori alla testa o agli occhi, nonostante a volte mi bruciassero per il riflesso del sole sull’acqua, che non mi stancavo mai di guardare, né ebbi convulsioni, mai una volta!
Là il clima è diverso: spesso il mare si fa grosso,  il cielo si riempie di nubi e arriva il vento, forte, potente, carico di odori che parlano di paesi lontani, di genti, di colori…era un sogno!
Ricordo le risate, mentre mi rotolavo spinto dalla spuma bianca sulla battigia e poi venivo risucchiato verso la risacca, al ritrarsi dell’onda. Ricordo la sensazione di sabbia e sassolini che scivolavano via da sotto di me e dalle mie mani, o prendevano spessore all’arrivo dell’onda seguente e io ridevo, avvolto di spuma e di alghe.
Anche il mare rideva con me, giocando a spingermi e trascinarmi.
Per tutto questo tempo mi è rimasto impresso nel cuore. Come vorrei poter crescere sul mare, un giorno…un’altra vita…”

Lo ascoltavo a bocca aperta, sognante, sentendo odori e suoni che non avevo mai conosciuto, né immaginato, ma le sue ultime parole mi erano oscure, tanto che mi riscossi: “Cosa?”
Lui aprì gli occhi, ancora sognanti e sorrise: “Scusami, mi sono perso dietro ai ricordi...Farai questo per me, Signora di Aset?” Mi sentivo in imbarazzo all’idea di assistere alle udienze pubbliche e, a volte, ad alcune private, ma non lo avrei abbandonato, di sicuro; piuttosto mi turbava il peggiorare delle sue condizioni, ma mi morsi il labbro e non dissi nulla.

Iniziai così questo mio nuovo ruolo: alle udienze in sala del trono sedevo alla sua sinistra, non vicina, per non suscitare scontento e chiacchiere, ma in una posizione da cui Lui potesse vedermi con la coda dell’occhio, e me ne stavo lì, buona, buona, osservando.
Alla Sua destra sedeva spesso la Sposa Reale, alle Sue spalle l’onnipresente Gran Visir e a ventaglio attorno c’erano Maya, alcuni membri di gabinetto, scribi, segretari, qualche servitore e le guardie alle porte e ai lati della sala.
Osservavo i postulanti susseguirsi e prostrarsi ai Suoi piedi, richiedendo giustizia, elemosine, aiuti o soluzioni a complicate diatribe e gli indicavo l’onestà o malafede, l’innocenza o la menzogna di quella gente, poiché mi bastava osservare quella gente e Sua Maestà, il cui cuore era uno con il mio, immediatamente conosceva ciò che io scoprivo.
Lo vedevo distendersi, fiducioso, meno affaticato da quelle continue suppliche e richieste, e, a volte, sentivo lo sguardo da serpe su di me.

Non molto tempo dopo le prime udienze ci fu una riunione privata, in una saletta secondaria, cui Egli mi chiese di partecipare, più discretamente del solito, per non destare sospetti.
C’era il Generale, il solito Aye, Maya, due scribi, un secondo contabile. Nessun altro, nemmeno sua sorella.
Quando entrai di soppiatto nella stanza, sentii la tensione soffocarmi, densa da tagliarsi col coltello: attorno ai due contabili vedevo un alone livido, i loro occhi che si interrogavano a tratti l’un l’altro, gli scribi, pur mantenendo l’apparenza indifferente, non meno preoccupati dei colleghi; il Gran Visir era circondato da una strana luce verdastra, simile a fiele, e il Generale, che dominava la scena in ogni modo, era avvolto da nubi di tempesta cariche di fulmini. 
Era sempre stato molto fiero del suo ruolo, della grande libertà d’azione che Sua Maestà gli attribuiva e della fiducia nelle sue capacità militari, nonché della gratitudine per le sue molte conquiste: in quel momento mi parve spaventoso.
Non mi era mai piaciuto, fin dalla prima volta in cui lo avevo incontrato, il giorno dell’assassinio di Kiya: era arrogante, troppo sicuro di sé, convinto di poter avere qualsiasi cosa volesse semplicemente prendendosela, ma era sempre stato entusiasta del suo giovane Re, lo guardava con totale adorazione e, quando ne riceveva premi ed onori, diventava improvvisamente più alto, tronfio e gongolante.
Per quanto ambizioso e sgradevole, non avevo mai, per un solo attimo, pensato potesse rappresentare un nemico per il Faraone.
Ora non era così: lo temevo, soffocava.

Poco dopo Sua Maestà salì sul trono, quasi si arrampicò per non poggiare l’avampiede sinistro, tutto sbilanciato a destra e sul tallone. Quella postura lo affaticava, gli dava un aspetto fragile e disarmonico, ma lui non se ne curava, anzi, sospetto che volesse mandare un messaggio al mondo: “Il Tempio del Dio è ferito, il Dio è ferito”.
Provavo sempre una stretta al cuore al vederlo così fragile, l’immagine di lui piccino che rideva sulle mie ginocchia che si sovrapponeva a quell’amaro presente, e non finivo mai di sentirmi fallita nella mia incapacità di guarirlo.

Lui si sistemò comodo, distese la gamba e si guardò attorno, osservando e soppesando i presenti uno per uno, pensieroso, prima di prendere la parola: “Dunque, Gran Visir, quali sono le ragioni per cui siamo qui riuniti oggi, inaspettatamente?” domandò giocherellando con le pieghe della tunica: “Dobbiamo stendere un programma delle future campagne militari, Maestà” disse la voce gelida di Aye.
Sua Maestà restò in silenzio, apparentemente del tutto assorto nello studio del disegno che la tunica formava sulle sue ginocchia. Il silenzio attorno era profondo e carico di tensione; l’aria attorno al Generale era bollente, dardi rossastri partivano dalla sua fronte proiettandosi attorno.
Gli inviai il mio timore, preoccupata. Lui mi osservò, non visto, e accennò un sorriso ironico: “Quali campagne?” disse poi, cadendo dalle nuvole.
Uno degli scribi fece uno scarabocchio sul papiro per lo stupore, Maya strabuzzò gli occhi e gli cadde la mascella fino allo stomaco: “M…Maestà?” soffiò, incredulo: “Sua Maestà si sente bene?”
Il Faraone si strinse nelle spalle, pareva annoiato.
Era un gioco che, in quel momento, mi sembrò molto pericoloso: “’on so…perché?”
“Come può Sua Maestà domandare quali campagne, quando da giorni ne parliamo ed Egli conosce bene quale sia il problema…” insistette il contabile, intimidito. Sua Maestà alzò gli occhi nei suoi, stupito ed innocente come un bimbo: “Problema? Problema di chi, di grazia?”
“D…di noi tutti, poiché riguarda ogni sfera del governo…” sembrava molto confuso, il Gran Visir livido, il Generale stringeva forte i pugni.
Mi si posò involontariamente lo sguardo su quel pugno e istintivamente i miei occhi scattarono verso il Faraone: sembrava un pulcino di fronte ad un toro inferocito.
“No, non è un problema, non di Sua Maestà. Sua Maestà si è già espresso riguardo questo inutile spreco di vite, oro e tempo.
Dunque, poiché il volere di Sua Maestà è che gli Ittiti si facciano gli affari loro e noi i nostri, Sua Maestà non ritiene esista un problema legato ad alcuna campagna militare. Ci sono ottime pattuglie ai confini e, se Sua Maestà non erra…” si fermò, lasciando scorrere malandrino gli occhi dorati su ognuno, a sottolineare quel “non erra” del tutto retorico: “Una parte dell’esercito si occupa stabilmente della Nubia e dei Regni vassalli riconquistati negli ultimi sei anni, dunque…se non esiste una ragione valida, a parte infastidire i nostri nemici, rendendoceli più nemici di quanto non vogliano essere, non ci saranno campagne verso Oriente. Questo è il volere di Sua Maestà.”
Strinsi le labbra per non ridere: il pulcino stava tenendo testa a tori e serpenti velenosi e li canzonava, oltretutto.
“SUA MAESTA’ NON CAPISCE!!!”Urlò a quel punto il Generale: “Mursilis è distratto dai Kaska e ad Hatti c’è la peste! Sono deboli, non avremo un’altra occasione simile per sconfiggerli!”
Sua Maestà lo guardò vacuo: “La peste?!? Oh, questo si è interessante! Dunque, Sua Maestà dovrebbe inviare i propri eserciti di uomini sani contro eserciti di appestati, Generale? E per quale oscura ragione si dovrebbe fare una cosa così stupida? Vogliamo forse portare la peste all’Egitto? O vogliamo fregiarci dell’onore di avere sconfitto eserciti di cadaveri? Per inciso, Generale, Sua Maestà Amenophis terzo e tutte le Loro Maestà prima di Lui avrebbero fatto giustiziare qualsiasi suddito per un’affermazione come quella di poco fa…si vuole forse accusare Sua Maestà di essere stupido?”
Il Generale fece un passo indietro, umiliato: “No, no, niente di tutto questo, Maestà, io chiedo perdono, mi sono lasciato trasportare dalla passione, ma intendevo che non avremmo contatto alcuno con Hatti e di certo Mursilis non manderà malati in battaglia, solo…solo potrà disporre di molte meno truppe! Sua Maestà non può non vedere come l’occasione di schiacciarli sia ghiotta e irripetibile, non saranno mai più così deboli!”
Il Faraone non rispose, si limitò a guardarlo, vagamente stupito: “Maestà! Ti sei sempre fidato del mio giudizio, e io ho riportato per Te grandi vittorie e tesori inestimabili! Abbi ancora fiducia in me e nel mio valore!” sembrava allibito nel vedere come il suo Re non intendesse in alcun modo assecondarlo, non questa volta.
Sua Maestà restò a lungo in silenzio, osservandolo e basta, senza giudizio alcuno, si sarebbe detto.
Poi, con un sospiro rassegnato, si alzò lentamente, appoggiando il ginocchio sul trono con un secondo sospiro di sollievo, in un gesto quasi infantile: “Non ci sarà alcuna guerra. Non ci sarà mai alcuna guerra contro deboli e malati. Questo è il volere di Sua Maestà” lo disse quieto, come avesse chiesto un bicchier d’acqua, ma inamovibile.
Il Generale era senza parole, con gli occhi fuori dalle orbite, incredulo e sconfitto, gli altri ammutoliti, il Gran Visir furioso: sebbene non potessi vedere dentro di lui, aveva attorno quello sgradevole alone verdastro che contraddistingueva il suo disappunto e, per quanto mi riguardava, era più che sufficiente.
Io lo avrei pugnalato in quel momento, ma non mi era permesso, naturalmente, e mi sarebbe anche stato difficoltoso farlo sembrare un incidente.
“Maestà” iniziò mellifluo: “Comprendo che la nobile persona di Sua Maestà sia preoccupata per i nostri eserciti, ma ci sono innumerevoli ricchezze nell’impero Ittita”
“Ci sono innumerevoli ricchezze anche in Egitto, Gran Visir” rispose senza guardarlo.

Poi lo fece. Da anni non glielo vedevo fare e sapevo come ora fosse per lui penoso, ma lo fece.
Vidi i suoi occhi cambiare colore, trasformarsi in cupi vortici radianti, mentre con due dita della mano destra accennava il gesto di abbassare qualcosa.
E il Generale si abbassò, cadendo in ginocchio, schiacciato dallo sguardo dorato del suo Faraone.
Sorrideva, sembrava piuttosto stupido, per quanto, a parte l’abilità militare, non mi fosse mai parso particolarmente intelligente.
“Il volere di Sua Maestà è che non vi siano nuove guerre, d’ora in poi, se non per difendere il Regno e mantenere l’ordine, né verso Oriente, né verso Occidente, o Sud. E neanche a Nord, naturalmente, a meno di voler combattere contro le onde. Sua Maestà ordina che ogni campagna sia limitata al necessario e il necessario è il bene del popolo. Questo è il volere di Sua Maestà e il volere di Amun Ra.”
Sedette, sfinito, il Generale si rialzò, si guardò attorno, quasi meravigliato di trovarsi in quella sala e così Maya, gli scribi e i segretari.
Solo Aye sembrava consapevole di quanto successo. Il suo sguardo saettò per un istante verso la colonna dietro cui ero nascosta, poi tornò a posarsi sul Faraone.
Chiusi gli occhi e inghiottii la paura che mi attanagliava il cuore.”

(...continua p.:27)