Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

domenica 30 giugno 2013

Pendente "Everything I Do..."

Bene, postiamo l'ultimo pezzo importante partito la settimana scorsa...no, due settimane fa (come vola il tempo!).
Per coprire il meno possibile la pietra,  ho usato filo 0.6mm invece che 0.7 o 0.8.
Purtroppo non siamo riusciti in tempo ad avere lo 0.2mm, per cui ho dovuto cucire uno 0.6 con uno 0.3, cioè un filo appena la metà di quello da struttura, quindi è stato necessario cambiare parecchio il disegno di partenza, a causa anche della morbidezza dell'Argento 925.

Vediamo un po'...
Questo è il soggettino:

Con due luci diverse, sto diventando proprio megalomane!
Qui il posteriore:
Lati: 1)
 
e 2):
Assieme al pendente ho regalato alla cliente un laccetto di cuoio molto semplice, che però le è piaciuto un sacchissimissimo! Devo dire che è la mia cliente preferita. ^_^
Corretta, sempre puntuale, entusiasta, fantasiosa, un po' bambinona (in senso positivo), molto crucca.
 Opale Boulder Australiano (di proprietà della cliente), piccola Acquamarina, cinque Tormaline policrome.
Filo d'Argento 925 0.6mm= 2.05 m, Filo 0.3= 8.95m, Filo d'Argento 800 0.4mm= 15 cm,
Ottone 0.6mm= 40 cm, 0.3mm= 130cm
 
Laccio di cuoio 4mm=45cm, Argento 925 0.7= 28cm, Filo placcato argento per i capocorda e la "S" non pervenuti (la "S" è provvisoria, la farò in Argento per settembre).
 
Si, mi pare di aver messo tutto...è carino?

mercoledì 26 giugno 2013

Pietre per corrispondenza...

Questa sera parliamo di pietre, ma di una storia triste.
Tristissima.
Anzi, peggio!
Solitamente prendo le pietre o "soffiandole" ai miei amici gioiellieri, o alle fiere, o in un paio di posti "fidati" che conosco.
A parte il soffiaggio agli amici, dai quali cerco di recuperare pezzi d'avanzo o fili a metà o meno, riesco a trovare le "ceste dei rottami" in un punto vendita di alto livello e gestito da persone con notevole conoscenza ed esperienza.
In altri casi, se parliamo di pietre forate, quindi più economiche, sono costretta a comprare i fili interi.
Economici, per carità, ma se parliamo di grandi cifre, altrimenti è chiaro che un fili può costare ben più di un gioiello commissionato.
Faccio l'esempio dell'Acquamarina: un anno e mezzo fa mi servivano pochi pezzi e mi ero letteralmente innamorata di pietre a taglio "fancy" in un negozio che conosco.
La signora, togliendomi il fermaglio e facendomi un buono sconto, riusciva a farmi pagare il filo circa 450 euro. Facendo il conto, ogni pietra costava meno di 13 euro...
Non era un granché, per carità, ma il problema era pagarle tutte insieme!

Presumo che questo sia un problema per molte persone, soprattutto fuori fiera e soprattutto se non si ha una grande esperienza.
Quindi, il primo consiglio è sicuramente STUDIARE, STUDIARE, STUDIARE!!!!!
L'ideale sarebbe studiare non su libri, ma sul campo, che a volte è un po' più difficile da realizzare.

Ma al di là di questa ovvia opzione, oggi si trovano una marea di siti web dove si possono trovare pietre a fili o anche sfuse, in confezioni da tre, cinque o sei pezzi, per esempio.
Ho sempre avuto molta resistenza a comprare da un sito web, magari non di pietre soltanto, ma di componenti, minuteria, attrezzi e pietre, ma un giorno mi sono buttata e ho comprato una confezioncina di Labradoriti.
Non male, prezzo molto basso, qualità dignitosa, così ho ritentato con dell'Occhio di Tigre.
Carini pure quelli, un taglio simpatico.
Però, lo ammetto, le mie resistenze non erano vinte, anche se la voglia di tentare qualche altro acquisto e la curiosità non mi mollavano.
Insomma, ho fatto un altro paio di tentativi con pietre, come dire, a basso rischio e mi è andata relativamente bene.
Ho tentato con la Pietersite, una pietra che adoro, ma difficile da trovare e, trovandola, spesso bruttarella.
Effettivamente le tre acquistate erano scarsine, ma essendo il prezzo molto basso e due già prenotate, andava bene.

Ma poi...ecco che casca l'asino!
Pochi giorni fa, dovendo ordinare un altro paio di cose e avendo nessuna voglia di pagare più di spedizione che di merce, ho iniziato a cercare cosa avrei potuto comprare di sfizioso, senza correre troppi rischi.
Infatti, ho preso una delle pietre più a rischio.

C'era la foto di un tipo di Quarzo Lemon, notoriamente scaldato per il 90%  dei casi, così come il Citrino e cugini vari (Madera, Prasiolite o Ametista verde), tagliato a goccia briolette con foro laterale.
Ebbene, io adooooro quel tipo di taglio!
La confezioncina era 4 euro circa per otto goccioline.
Eppure non ero convinta. "Dai, Su, buttati!" Diceva Leonardino contemplando lo schermo con me: "In fondo non andiamo in malora per 4 miseri euro, no?"
"Sono 4 pappe per te, Leo"
"Ah, giusto!"
Nella sua testolina felina 4 pappe sono descisamente più tangibili e interessanti di otto goccioline di pietra giallina.
In fondo, pensavo, la cosa peggiore che può succedere è che siano scaldate, no? Ma la maggior parte della gente usa pietre scaldate!
Infatti io NON compro Quarzo Citrino, ad esempio.
Ma se me ne chiedono, e se, spiegando che il Citrino naturale è raro, difficile da trovare e soprattutto costoso, mi viene detto che va bene anche scaldato, io eseguo, no?
Quelle deliziose goccioline mi potevano davvero servire per un sacco di cose!

Ma cos'era a rendermi così dubbiosa, dal momento che ancora non le avevo in mano e dovevo accontentarmi di una foto?
Vediamo la foto, per cominciare:
 
Come possiamo vedere, la foto è su fondo bianco, piuttosto sbiadita e con una mancanza di contrasto e particolari. Nel sito si può ingrandire ulteriormente, ma non è possibile salvare la versione ingrandita.
Vorrei sottolineare che fotografare le pietre non è facile, anzi, sono forse una delle cose più difficili da riprendere correttamente.
Per questo motivo, i siti professionali, offrono foto molto particolareggiate e con illuminazione apposita, contrasti, sfondi che diano il massimo risalto al soggetto.
Una delle astuzie più usate, è creare il punto luce, cioè far in modo che la fonte di illuminazione faccia scintillare uno spigolo in modo maliardo.
Ovviamente stiamo parlando di siti professionali, che vendono pietre molto costose, e che hanno mezzi, necessità e abitudini molto diversi.
Questa foto mostrava delle gocce che potevano essere veramente qualsiasi cosa.
Ma, alla fine, al massimo, pensavo, sono scaldate, magari un po' palliducce! Andiamo, investo 4 euro!
 
Ed ecco che arriva il pacco.
prendo la bustina trasparente e, prima di aprirla, ho avuto una pessima impressione.
Ho estratto le pietrine e...vetro!
Non quarzo di qualità scarsa, scaldato, pallido, no!
Vetro!! Pezzetti di vetro!
Beh, ho provato una grande amarezza.
Non per i 4 euro, che potevano servire a 4 scatolette per il mio "capo", ma per la fiducia che riponevo in quel negozio on line.
Io ho fatto un tentativo, ma quanta gente compra entusiasta quei sassetti e non saprà mai che sono pezzetti di vetro?
Mai, almeno finché qualche cliente non se ne accorgerà, creando quindi un grande imbarazzo o facendo fare una ben magra figura al povero/a venditore/artista.
 
Come facciamo, allora, a capire, almeno una volta che le pietre sono in mano nostra, se abbiamo buttato 4 pappe o meno?
Bene, esaminiamo un attimo.
 
Primo: temperatura.
La pietra autentica è sempre più fredda dell'ambiente. Ovviamente, tenuta in mano per un po', diventa più calda, ci mancherebbe, ma "a riposo" è fredda e tanto più lo è quanto aumenta la trasparenza.
 
Mi spiego: una pietra come il Diaspro, ad esempio, porosa e "densa" è meno fredda di un Quarzo, ma più di una Malachite.

Secondo: Luce. Anche questo vale per le pietre trasparenti, naturalmente. Ora, Purtroppo io non ho in casa pietre tagliate simili al Quarzo Citrino, o lemon, per cui dobbiamo confrontare gli elementi di cui parliamo con pietre diverse.

Come dicevo, fotografare le pietre, soprattutto quelle preziose, non è facile...secondo me, però già riesce a rendere l'idea.
Vediamo le goccioline che non hanno alcun contrasto tra le faccette, mentre le Ametiste hanno continui contrasti e, ben visibile, il "fuoco", totalmente inesistente nelle gocciole.
Vediamo che in queste ultime non c'è alcuna "forza vitale", sono opache, spente, mentre le Ametiste sembrano saltare sul tappetino di sale.

Ma veniamo a ben altre "magagne" (che non so come si dice in italiano), sperando di riuscire a mostrarle nelle foto.

Ecco, vediamo una pietra autentica tagliata:
Purtroppo i segni sono un po' troppo leggeri, ma non volevo coprire la pietra.
Vediamo il taglio vivo degli spigoli, segnati dai cerchietti rosso chiaro.
La cintura, tra le righe gialle, sottile e leggermente bombata, nonché "plastica", cioè mostra di seguire l'andamento delle faccette.
Infine, segnato dal cerchio rosso scuro, abbiamo la manifestazione del "fuoco", nel padiglione (la parte inferiore) della pietra all'intersezione delle facce.
Ovviamente il fuoco è molto meno visibile in un taglio a goccia, che non ha la parte profonda, ma troveremo sempre un effetto che possiamo barbaricamente definire "flash"
La mia Ametista non è forata, essendo un taglio a brillante, ma nel caso, il foro ha sempre margini netti e taglienti (all'aspetto, non ci si taglia, tranquilli!)
 
Vediamo invece cosa succede qui sotto:
 

La cintura è molto larga, molto bombata, sembra un'autostrada che divide a metà la goccia. Vediamo poi le faccette, segnate nella parte inferiore dalle lineette rosse, piuttosto arrotondate e abbozzate, non nette e decise come nelle pietre vere. Inoltre, già in questa foto, possiamo vedere come il foro sembri leggermente "sciolto" sui bordi, come se la, ehm, pietra, non fosse stata forata, ma fusa e raffreddata intorno a un ago o un filo.
Qui si vede molto meglio: nel cerchio alla vostra destra, vediamo il bordo del foro molto irregolare e arrotondato, quasi sciolto, ma, nel cerchio alla vostra sinistra, vediamo ancor meglio la presenza di una conchetta. Attenzione, non si tratta di una scheggiatura, ma proprio di una conchetta formata durante il raffreddamento del vetro.
Anche qui si vedono le faccette prive di nitidezza e piuttosto appiattite.
Al tatto la goccia non è fredda, non presenta mai velature o inclusioni tipiche dei minerali, ma molte bollicine tipiche invece del vetro per irregolarità della sabbia per la fusione e del raffreddamento.
Sembra di toccare qualcosa di prossimo alla plastica, solo un pochiiiiiiino più freddo.

Queste, in breve (si fa per dire) sono le caratteristiche più evidenti quando compriamo delle pietre, o presunte tali, per poter capire cosa abbiamo in mano.
Naturalmente ci sono ben altri parametri, tipo la durezza, la sfaldatura, lo striscio, il peso specifico (variabile però da pietra a pietra e a seconda della zona di estrazione, per esempio i Quarzi del Madagascar hanno un peso specifico inferiore a quello dei medesimi alpini o brasiliani), ma non sono caratteristiche immediate per chi compra un filo di qualcosa on line o meno che sia.

Spero tutto questo sia di qualche utilità. ^_^

giovedì 20 giugno 2013

Frammenti: Il Dono p.16

Avevo detto di avere parecchie cose da postare, in questi giorni. A dire la verità, l'ultima puntata NON era tra le cose più urgenti, come non lo era un post che metterò tra un paio di giorni...
Ma era davvero ora di rispedirla a casa...
con un ultimo colpo di scena, porella!
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Fu il profumo a svegliarmi.
Un incredibile profumo di vaniglia fiorita che entrava dalla porta finestra appena socchiusa, salendo dai piani inferiori.
“Mirko!” pensai. Doveva aver di nuovo invaso le cucine dell’Hotel per preparare qualcosa di favoloso!
Per me, realizzai con una stretta al cuore.
Già…in un altro momento sarei stata felice per quel semplice gesto di amicizia, ma quella mattina rappresentava un addio.
Cioè, un addio, un attimo! Un arrivederci e speriamo pure presto!!
Insomma, in fondo potevo saltare in macchina e venire su quando volevo, no? Ovviamente trovando la strada…
Squillò il cellulare: “Tesooooro!!! Io sono arrivato ora in aeroporto, Tréméndo! Per un voletto di quattro ore, ci vuole tutta la notte…tu quando arrivi?”
“Ehhh??? Ma sono le…le sette! Insomma, io partirò tipo alle dieci, forse un po’ dopo…”
“No, cherie, sono le otto! Quanto arrivi, vieni direttamente a casa mia, così prepariamo un piano…ricordi il fratello fighissimo ed etero della ragazza con cui ho fatto amicizia? Beh, è un genio del computer, così, quando ho spiegato che ti stavo coprendo e che in teoria avresti dovuto essere là con me, mi ha dato una mano!”
“Cioè?”
“Cioè…tu appari sorridente ed abbronzata in diverse foto. Così, per magia! Non è grandioso? E ho anche comprato qualche carabattola per tua –sigh!- madre”
“Frà, sei un genio!! Davvero, non so come avremmo potuto…”
“Oh, non ringraziare me, ringrazia Amelie e –sigh!- Laurent. Peccato, davvero peccato! Avrebbe potuto essere l’uomo della mia vita! Ah, che destino ingrato! E abitano pure a Bourges, figurati! Non lo rivedrò, lo sento!” gemette penosamente.
“Beh, Frà, ma se è etero, meglio così, no? Almeno te lo levi dalla testa…” azzardai trattenendomi dal ridere: Franco fa sempre il melodrammatico in queste situazioni, ma in fondo non ci crede neanche lui!
“Oh, non so…forse…Oooh, che eccitazione, possiamo iniziare il trasloco domani stesso!!! No, magari meglio domenica, devo riposarmi, riprendermi da questa vacanza! A bientôt, cherie!”
Guardai l’ora…dimenticavo sempre che in Valdombra non c’era l’ora legale.
Il trasloco.
Che bello! Peccato per la penale per non aver dato un preavviso e non aver concluso il contratto, ma pazienza!
Saltai giù dal letto, del tutto priva di sonno: mi rimanevano poche ore e non volevo perdere tempo, anche se presumevo l’incantesimo del Lupacchiotto fosse ancora in atto.
Il sole sembrava giocare con una moltitudine di particelle di vapore acqueo creando arcobaleni che si sovrapponevano e riflettevano gli uni negli altri aggiungendo magia alla magia di cui quel posto trasudava.
Scesi e trovai la zia in meditazione sui pains au chocolat ancora caldi: “Non so, il tuo amico forestiero dice che ti ha preparato una cosa da portare via, ma non conviene che tu parta dopo pranzo?" chiese dubbiosa. Scossi la testa: “Mi ha chiamata Franco prima, zia, è già a casa. Devo andare, abbiamo un sacco di cose da sistemare prima di domani mattina, altrimenti tutto il lavoro di Jo su quella donna sarà stato inutile!”
“Oh!
Si!
Certo!” mugugnò la zia.
Mirko si materializzò alle mie spalle in perfetta tenuta da cameriere e mi posò un vassoio di prelibatezze sotto il naso, senza minimamente fingere di chiedermi cosa desiderassi, servì graziosamente altri due tavoli e poi sedette con nonchalance al nostro tavolo: “Quindi che progetti hai?”
“Sgrunf!”
“No, questo non è un progetto!”
“Stai diventando peggio di mia cugina!”
“Hi!Hi! Valdombrite acuta. Contagiosissima! Non ti danno la cittadinanza se non ne sei affetto almeno un pochino. Allora? Tutto quello studio, un sacco di fatica, che progetti hai?”
“Beh, insomma, io…voglio riuscire a creare una struttura energetica capace di sbloccare, liberare, insomma, che permetta alle reti neurali di accendere dei percorsi sinaptici diversi dal normale, o come accidenti vogliamo chiamarlo. Di sfruttare ed ottimizzare la presunta intelligenza dei dislessici. Insomma, di accedere a quello scrigno di cui qualcuno ha gettato la chiave, ecco! ” risposi d’un fiato, senza guardare in faccia nessuno.
“Foooorte!!” controllò l’ingresso del salone e si alzò di scatto per andare ai tavoli: “Beh, sono sicuro che ci riuscirai! Non so quanto là fuori ti daranno credito, ma in ogni caso TU ci riuscirai!” e scappò via. E a me venne una cosa allo stomaco, una specie di mano che stringeva simpaticamente il mio povero pancino, impedendomi di trangugiare qualsiasi cosa.
Stavo guardando il mio dolcetto profumato e caldo cercando di allontanare quel gran senso di nausea da ansia, quando un vecchietto con il bastone entrò nella sala e si diresse dalla parte opposta a noi, stringendo calorosamente mani, rifiutando graziosamente piccoli assaggi di varie leccornie e chiacchierando fitto con l’uno e l’altro: “Zia? Quel signore là…” La zia si voltò distrattamente: “Quale? Chi?”
“Là, con il panama, lo vedi? L’ho incontrato ieri sera e mi ha detto una cosa strana…sai chi è? Non ha un accento molto, come dire, locale”
La zia fece un gesto di saluto verso l’uomo: “Oh, certo che no!” rispose illuminandosi: “Quello è Don Efisio. Un forestiero, o almeno lo era ottant’anni fa, quando arrivò in Valle come parroco di Chiusa. Ora è in pensione, da uhmmm…tre anni, mi pare. O quattro?”
“Ma mi ha detto una roba strana quando l’ho incontrato!”
“Strana?”
“Si, aspetta, non ricordo benissimo. Ha detto…ah:
‘Te tu se’ forestiera? C’hai qualcosa di familiare!’ e io: ‘No, non proprio, ho una zia qui, su a Forno di Morione e…’ e lui mi ha guardata un bel po’da tutte le parti e poi fa: ‘Ah, ma tu se’ quell’altra bambina!’
Che voleva dire? In che senso l’altra bambina?”
La zia posò la tazza, profondamente imbarazzata: “Oh…” disse: “Che c’è?” incalzai, sentendo un brivido lungo la schiena: “Beh, sai, un sacerdote può essere che a volte debba, ecco, intervenire in qualcosa che non è proprio il suo mestiere e…”
“…Ee???”
La zia fissò a lungo il cucchiaino, poi prese un profondo respiro: “Su, vieni, facciamo una passeggiata”
Camminammo a lungo, almeno così mi parve, per sentierini e angoli segreti che non riconoscevo, finché trovammo una panchina circondata di aster e campanule, ovviamente non ancora fioriti e la zia sedette guardando i ciottoli ai suoi piedi.
“Non sei nata sola. C’era un’altra bambina”
Restai immobile ad ascoltare: beh, non era strano che quello stesso giorno fosse nata un’altra bambina nello stesso posto, no?
“L’altra bambina nacque con un problema respiratorio, aveva chiaramente poche ore da vivere. I nostri medici, qui, di solito si sono laureati là fuori per, beh, per non dare nell’occhio, ma hanno ben altra formazione e mentalità, sai, sono pranoterapeuti, erboristi, cose così, ma lo stesso non riuscivano a venire a capo del problema, così decisero di chiamare i Maestri guaritori delle Valli, ma…ma tua madre non voleva. Vedi, la cosa strana, sai, è che i medici dell’Oltrevalle che seguivano tua madre non si erano accorti che foste in due. Per questo, penso, lei era così spaventata: riteneva che si trattasse di una qualche stregoneria di qui, ma questo era ridicolo! Una bambina inaspettata e con un problema che potrebbe portarla via in poche ore! Un mostro, una specie di demone, no, di demonio, secondo lei. Venne chiamato don Efisio per cercare di calmarla, ma, sebbene fosse un prete e non di qui, non riuscì a farla ragionare, finché non decise al posto suo e chiamò lui stesso i guaritori”
Mi sentivo di pietra: non era la bambina di qualcun altro, nata per caso lo stesso giorno nello stesso posto.
“Una gemella…io avevo una gemella!” sibilai con la testa completamente vuota.
La zia annuì: “Era quasi l’alba, ormai. Erano state perse ore preziose, quella notte e…quando i guaritori arrivarono, l’anima della bambina stava ormai lasciando il piccolo corpo. Definitivamente. La…la Corda d’Argento era danneggiata, si spezzò sotto i loro occhi e lei se ne andò”
Non capivo. Cos’era la corda d’argento? “Zia, il cordone ombelicale si spezza, si taglia alla nascita, non può aver…”
“No, Eva. Non parlo di quello: la Corda d’Argento è quel filo che tiene l’anima degli esseri viventi attaccata al corpo fisico. Noi sappiamo ripararlo, quando è danneggiato, ma non siamo in grado di farlo se è spezzato. Non possiamo più fare nulla, voli via, capisci?”
Non tanto. Non ne ero sicura, almeno. “Mmma…ma perché era danneggiato? Perché si ruppe?”
Zia Greta scosse la testa: “Non lo so. La vita è una cosa strana, Eva. La vita della tua gemella (ecco, lo aveva detto!) lo fu particolarmente. Un gemello non riconosciuto, non visto, che non sopravvive, ma che avrebbe potuto. Si, sembra davvero un incantesimo, non trovi? Ma se lo fu, ti assicuro che non venne da noi. E poi sarebbe stato davvero ridicolo, illogico, che diamine!”
Immagino di si, ma non sapevo che dire.
“Zia, ma come è possibile che nel ’79 non avessero riconosciuto una gravidanza gemellare?”
“Tua madre venne qui di sei mesi. Scoprimmo, in seguito, che aveva fatto quelle cose, quelle grafiche ecologiche…”
“ecografie, zia”
“Ah, si, giusto, beh, le aveva fatte di circa quattro mesi. Un dottore di fuori ci disse che, pur raro, è possibile che un gemello, prima dei 4 o 5 mesi, non venga visto dalle macchine. Le macchine sono stupide, sai? I nostri guaritori non fanno mai errori di questo tipo, ma in ogni caso, tutta la situazione fu molto strana. Perfino per tua madre!”
“E…e quindi? Che fece della bambina? Io non ne ho mai saputo niente, né ho mai visto una tomba” protestai: “Oh, no, cara! La bambina spirò mentre don Efisio era assente, e non era stata sbatacchiata…”
“Battezzata, zia”
“Oh, certo…beh, lei la lasciò qui e non le diede un nome. Decise di dimenticarsene, decise che quella piccola cosa diabolica non era mai esistita e ne cancellò il ricordo dalla mente. Almeno, questo è quello che fece credere a tutti. Io dubito che sia davvero così. Io credo che la pensi sempre, in un modo o nell’altro. Non può essere altrimenti!
La seppellimmo noi, lassù ai piedi del ghiacciaio, sai, a Morione, e siccome tu eri stata chiamata Eva, don Efisio ci suggerì di chiamarla Lilith. E ci parve davvero il nome più giusto per lei.
Ma non è tutto qui: la piccola anima di Lilith rimase con noi, come una sfera di luce gioiosa che giocava con il vento”
“Scusa, zia, che intendi? Come rimase qui? Come facevate a saperlo?”
La zia scosse la testa: “Questo è argomento delle prossime lezioni, Eva. Per il momento cerca di fidarti. Sappi che noi percepivamo e vedevamo la sua anima correre tra gli alberi e ridere, e, si, e crescere. Cresceva come sarebbe cresciuta se avesse avuto un corpo fisico, capisci, e noi vedevamo in lei la tua evoluzione. Certo, il più delle volte era solo luce, ma capitava che si riuscisse a vedere la sua figuretta di bambina che, a volte, ci rivolgeva un sorriso. Correva nel vento, volava con gli uccelli e danzava tra gli alberi. Era felice, sicuramente molto più di quanto non lo fossi tu. Alcune Driadi avevano cura di lei: crebbe, se così si può dire, nel cuore degli alberi.
Poi, un giorno, disse soltanto: ‘devo andare’ e sparì. Erano passati circa cinque anni,”
Mi sentii crollare il mondo per la terza volta in pochi minuti: “E…e dove andò? In che senso?”
“Ah, Eva, andò a nascere! Solo che non fu qui in Valdombra e noi non sappiamo dove sia nata e nemmeno esattamente quando. Un’anima di solito trova una mamma ben prima di nascere, a volte prima che la donna che sarà sua madre conosca il padre, pensa! Allora cosa fa? La segue, la studia, la conosce. A volte decide che non è il caso e se ne va, e allora i bambini non nascono proprio. A volte qualcosa cambia all’ultimo momento e la piccola anima va via, e i genitori piangono per la perdita non sapendo che non c’era nessuno in quello che pensavano il loro bambino. Altre va tutto per il meglio e l’anima rimane finché, quando è tutto pronto, entra definitivamente nel suo corpo e di lì a poco nasce. A volte, però, ha troppa fretta, e si hanno nascite premature, altre volte è un po’ pigra e bisogna tirarla per le orecchie.
In ogni caso, come vedi, molte cose sono variabili. Potrebbe essere nata di lì a pochi mesi, come aver aspettato due o tre anni. Sappiamo che non l’abbiamo più percepita, né noi, né le Driadi,
Sappiamo che è là fuori, da qualche parte. Sicuramente ormai è una giovane donna e altrettanto sicuramente ha un forte rapporto con la Madre. Cinque anni cullata dalle Driadi le devono aver lasciato una traccia profonda e meravigliosa,”
“Quindi, dovrebbe essere nata tra…tra l’ottantaquattro e l’ottanta…sette? Più o meno? Voglio trovarla!” dissi scattando in piedi
Mi aspettavo che mi fermasse, che mi dicesse che era un’idea assurda, che non avrei mai potuto riconoscerla, anche trovandola in mezzo a qualche milione di persone, e che, anche l’avessi riconosciuta, non avrei certo potuto dirle: “Ehi, sorella!! Qual buon vento? Chi muore si rivede, eh?”
Ma la zia non disse niente di tutto questo. Mi guardò seriamente e disse soltanto: “Si”
E poi tornammo al salone.
Era ora d’andare.

Come potevo tornare là fuori? Come aveva potuto mia sorella tornare ad esistere là, dopo anni passati ad essere Luce tra gli Alberi? Forse aveva avuto paura, forse si sentiva sola. Forse aveva passato notti intere a piangere per il rimpianto di qualcosa che nemmeno lei sapeva, forse…
“Ma come farò a trovarla?” domandai mentre chiudevo a fatica il bagagliaio pieno di pietre, barattoli, leccornie preparate da Mirko e dai cuochi dell’Hotel e un po’ di altra roba: “Non preoccuparti, Eva. Non devi cercare la strada, perché sarà la strada a trovare te. Pensa a Lilith e lei verrà sicuramente da te, in un modo o nell’altro.”
La mia mente capiva, ma il mio inconscio e qualche dozzina di livelli di condizionamenti, erano terrorizzati. Mi morsi il labbro, avevo la bocca secca e un nodo in gola grosso come un melone.
Da qualche parte si levò un lungo ululato.
“Devo andare” dissi meccanicamente, rendendomi conto che, molti anni prima, quelle erano state le parole della Luce tra gli Alberi.
Mi misi in strada dopo un numero imprecisato di abbracci, arrivederci, baci e torna presto, frastornata e forse quasi felice di poter rimanere da sola, di allontanarmi da tutto,
Poco dopo mi infilai nelle gallerie e mi lasciai la Valdombra alle spalle.
Il rombo cupo e fangoso dell’Ombra nella gola della Valtrista mi riportò alla realtà come uno schiaffo e, per un attimo, mi sentii soffocare.
Era come se tutti i colori e i profumi fossero rimasti dietro di me, oltre quell’interminabile curva cieca tutta gallerie.
Alzai gli occhi a cercare il cielo e vidi, nello specchietto, un Lupo correre lungo il crinale, come ad accompagnarmi.
Corse come il vento finché fui nei pressi dell’imbocco della Valtrista e allora sedette, restando a guardarmi sparire oltre il costone.
Feci un cenno con la mano, come avesse potuto vederlo, da laggiù, ma chissà!
L’ultima immagine della mia vera Vita, fu il Lupo che si stagliava minuscolo contro il cielo, di sentinella.
Sorrisi. La zia aveva ragione: non avrei dovuto cercare la strada, sarebbe stata lei, sempre, a trovare me.
La radio crepitò, captando segnali dimenticati per dieci giorni, lunghi come dieci anni e la voce di Sharon Den Adel esplose avvolgendomi come un improvviso soffio di brezza, un germoglio forte come una liana:

“She Rules Until the End of Time
She Gives and She Takes
She Rules Until the End of Time
She Goes Her Way”

 
Fine...?

lunedì 17 giugno 2013

Orecchino "Echoes"

Finalmente posso postare l'altro pezzo di questa "strana" ed anomala parure.
Eccolo, indossato dalla legittima proprietaria:

 
Immagini un po' più dettagliate. L'Opale:
L'orecchino in fase di costruzione (infatti dopo non stava più in quella scatolina):
Prove prima del montaggio:
I due gioielli insieme. L'orecchino non è ancora montato in quanto ho aspettato che la Monica lo provasse prima di attaccare l'Opale, in caso di problemi:
 
Orecchino: Opale Boulder australiano, 5 perline barocche d'acqua dolce, 85cm di Argento 925 da 0.7mm, 4.65m di 0.3 (sempre 925)
Pendentino di Opale: 80cm di Argento 925 da 0.6mm, 1.5metri di 0.3.

lunedì 10 giugno 2013

Anello "Echoes"

Che bello, pensavo di avere già pubblicato l'anelletto, qui, invece no!
Rimedio, perché conto di mettere giù diverse cosette nei prossimi giorni, giusto per par condicio con il mese scorso, infaustamente vuoto (di post, non di lavoro, per fortuna!).

Questo è un pezzo di una specie di parure anomala, basata su un pezzo dei Pink Floyd molto particolare, di cui la cliente è innamorata.
Echoes dura 24 minuti circa. La cliente avrebbe voluto un pezzo su Echoes e uno su "A Great Gig in The Sky", che però a me proprio non sconfinferava...vuoi perché cantato da, come dire, un'estranea (Clare Torry), vuoi perché non funziona così: è sempre il gioiello a scegliere la sua musica.
Io mi adeguo.

Alla fine, dal momento che un solo piccolo oggetto mi pareva pochino per quasi mezz'ora di musica, ho pensato di metterli dentro Echoes tutti e due.
Quasi tre.
Però, stasera, mettiamo solo il primo, l'anellino, anche perché per l'altro pezzo mi serve una modella, per forza.
Eccolo qui:
Opalino nero di un carato e mezzo, ovvero circa 8mm per 5,
120 cm di Argento 925 da 0.6mm
315 cm di Argento 925 da 0.3
misura 7/25
Purtroppo il flash lo ha flashato...ma non potevo fare diverso. Spiace...
Lato1: 
Lato2:
Lato..."B":
Indossato:
Insomma...spero si veda benino, ho fatto del mio meglio... 

sabato 1 giugno 2013

Frammenti: Il Dono p.15

Per la gioia di Black Baccarat e per la disperazione di altri, ho deciso di lasciare il finale per un post successivo.
In effetti, quando ho ingrandito i caratteri per postarli, mi sono resa conto che erano ben otto pagine A4, per cui non era proprio il caso di aggiungere niente.
Avrei potuto eliminare la parte descrittiva della Valle e magari pure la "lezione" sul povero Michelangelo Merisi da Scarafaggio, ma questi pezzetti di esperienze hanno un loro perché, al di là della trama, e non era il caso di cancellare proprio il Dono vero e proprio.
Si, il Dono sarebbe la dislessia di Eva, ma, ammettiamolo, la verità è che sono gli effetti della medesima ad essere interessanti.
Se noi si fosse solo dislessici nello straparlare, straleggere e strascrivere e strafar di conto (wow, sono riuscita a scrivere tutte queste parole senza far casino! Grande!), beh...non sarebbe chissà che dono e non saremmo granché.
Quindi, ecco, non ho tagliato niente e vi dovrete sorbire la sua partenza un'altra  volta. Portate pazienza.
***********************************

Anche la notte pareva non avere fine, ma forse era solo perché non riuscivo a dormire…mi pareva di essere là fuori sulla terrazza da ore, invece il campanile di Chiusa, laggiù oltre l’Ombra, aveva appena battuto l’una.
Mi infilai pian piano il giaccone e me ne uscii in giardino.
La hall era deserta, anche se sentii un paio di voci provenire dalla saletta del personale.
Mi augurai che non mi chiudessero fuori, ma presumo ci fosse qualcuno tutta la notte a disposizione della clientela.
L’aria era decisamente frizzante, la notte illuminata da un lieve chiarore azzurrino e dorato che aleggiava sui boschi come una nebbiolina pulsante di vita.
Qua e là mi pareva, ogni tanto, di intravvedere figure eteree muoversi tra gli alberi, tra le rocce o sull’acqua dei laghi, poco lontano dall’Hotel.
Mi diressi al giardinetto pietroso, dicendomi che avrei avuto una migliore panoramica, ma la verità era che speravo di veder passare i lupi.
Là, seduta tra rametti ancora brulli di rododendro, riuscivo a vedere sia il laghetto delle carpe, vicino a quei giardini con i mandala dove ti spedivano con i beveroni colorati, sia il frutteto, avvolto da una nube luminosa verde chiaro, sia parte del viale centrale d’accesso, che si snodava tra siepi e alberi secolari.
Nella semioscurità riuscivo a vedere i movimenti e i vortici delle correnti, le leggere differenze di densità e sfumatura, le diverse direzioni…mi facevano girare un po’ la testa.
Tra i rami degli alberi e nei cespugli del parco le Pòrtune si affaccendavano rapide come piccole saette multicolori attorno a gemme, foglie, rametti.
Vidi anche, nel cespuglio rampicante di Rose antiche, un nucleo superprotetto, una sorta di nido oblungo nel quale alcune fatine si occupavano di lunghi fili di perle semitrasparenti. Mi parvero uova, tipo i filamenti di uova di anfibi negli stagni, ma probabilmente mi sbagliavo…
Le stelle erano così tante da rischiarare la notte come sciami di polvere scintillante e mi venne la buffa idea che potessero pesare troppo e finire per cadere giù.
Non le avrei più viste, una volta tornata “là fuori”.
“Hanno ucciso la notte…” sussurrai tra me.
“Ovviamente! Lo fanno con tutto ciò che non riescono a controllare…perché sei schizzata per aria?”
“MA PORC...!!!!!!!!!!! Ma devi proprio piombare alle spalle della gente in quel modo?!?”
“IO non piombo! Sono un Lupo, IO! Mi muovo leggiadro e silenzioso! E voi umani siete terribilmente nevrotici!”
“Ma mi hai fatto prendere un accidente!!! Ti sei mai chiesto perché gli umani saltino come molle quando non piombi leggiadro e silenzioso alle loro spalle?”
“Scherzi?!? Sono secoli che me lo chiedo!”
“ E che risposta ti sei dato?”
“Ah, niente, che siete stressati. Da migliaia di anni. Decine di migliaia, probabilmente. Strana specie, la vostra”
Stressati…certo, come non esserlo, in quella gabbia di matti?
“Dove hai imparato la parola ‘stressati’, dimmi?”
“Boh? Sai com’è, a furia di frequentarvi mi sto imbarbarendo”
Sospirai, sedendo sulla pietra accanto a lui. Emanava quella strana frequenza, un misto di forza e dolcezza, di quiete e giocosità, di coraggio e prontezza che faceva sentire al sicuro: “Adoravo i lupi, prima di conoscerti”
“No, adori i Lupi perché mi conosci. Da sempre. Molto meglio, no?” gli lanciai un’occhiataccia, ma non se ne curò.
Restammo un bel po’ in silenzio, persi ognuno nei propri pensieri.
Cioè, forse io ero persa nei miei pensieri e lui semplicemente aspettava.
“Non ho la più pallida idea di cosa farò e di come fare quello che farò e che non so cosa sia” dissi sconsolata.
“Pensi troppo” rispose stiracchiandosi e grattandosi un’orecchia con una manovra assurda per la forma umana.
“E che altro potrei fare?”
“Vediamo…agire, per esempio? Sederti ad ascoltare la Madre e poi muoverti in armonia con la sua Volontà?”
La Madre…la Terra, Gaia…quel giorno avevo sentito il Suo tocco, per un attimo, ma…
“Sto per partire, zietto. Non avrò molto modo di ascoltare la Madre in mezzo al cemento…”
"Continui a metterti limiti. Continui a pensare a cosa non sai o non puoi fare, invece di chiederti cosa sai e cosa puoi fare e cominciare a farlo. Hai un’idea, piuttosto vaga, di un punto misterioso che vuoi raggiungere e ti fermi a fissarlo, sentendoti incapace, invece di cominciare a camminare lungo il sentiero. Che ne sai delle difficoltà che incontrerai o non incontrerai, da dove sei ora? E di come potrai eventualmente superarle? Perché non cominci semplicemente a camminare? E perché, invece di fissare quel punto sulla vetta, non ti volti un attimo? Potresti scoprire di aver già fatto un sacco di strada, senza neppure essertene accorta”

Più tardi, finalmente al calduccio sotto le coperte e con un grosso, morbido scaldaletto piuttosto invadente contro le gambe, riflettevo su come ero fino ad un paio di settimane prima, ma i miei ricordi si perdevano a quella curva cui avevo inchiodato la macchina ed ero corsa fuori a guardare tutto.
Il “prima” era nebuloso e confuso, come visto con gli occhi di una persona molto miope che abbia smarrito gli occhiali.
Come sarei sembrata agli amici, ai colleghi, ai vicini, a…ok, a mia mamma?
Avrebbe capito subito che non ero stata a Sharm el Sheik? O avrei potuto propinarle la storiella che quei dieci giorni di vacanza lontano da tutto mi avevano completamente rigenerata?
Non poteva essere veramente così scema, insomma! Arriva la misteriosa zia, si ferma da me una settimana, improvvisamente sento l’irrefrenabile necessità di una vacanza, torno che sono un’altra persona…no, non ci sarebbe cascata.
A meno che…

“Jo? Ma quell’incantesimo che stai facendo ai miei, no?”
“Si?” chiese mia cugina senza staccare gli occhi da una pallina che ruotava a mezz’aria senza che niente la sostenesse o toccasse o telecomandasse in qualche modo, a parte il pensiero coerente di Miss Splendore: “Beh, mi chiedevo…non è che potrebbe continuare in qualche modo o magari che ce ne potrebbe essere uno simile? Insomma, ho una certa inquietudine all’idea di reincontrare mammina…”
Lei fece una smorfia: “Immagino. In questi giorni mi sono resa conto di che razza di soggetto sia. E non dà neppure il meglio, dal momento che la condiziono. Se vuoi possiamo trasformarla in qualcosa di più evoluto…una salamandra, per esempio…”
Strabuzzai gli occhi: “Davvero potresti?!?”
Lei si strinse nelle spalle, la pallina cadde nel vaso di petunie su cui stava svolazzando creando notevole scompiglio tra le Pòrtune variopinte.
“Beh, ovviamente dovrei chiedere il permesso al Consiglio, ma…”
“Ma che sciocchezza!” protestò la zia alle nostre spalle: “Cosa pensate di ottenere con questi trucchetti? Una salamandra, povera bestia! Figuriamoci! Una salamandra che non sarebbe nemmeno in grado di riconoscere una buona fontana, né di generare il fuoco, totalmente in contrasto con la sua natura! Certo, ammetto che potrebbe essere istruttivo, per lei, ma…”
“No, dai” esclamai risvegliandomi da quel sogno ad occhi aperti: “Io avevo in mente qualcosa di più…soft!”
“Tipo?” chiese la zia: “Un…un programmino mentale, ecco…un piccolo hackeraggio al suo cervellino, che la rendesse quantomeno innocua. No?”
“Hacheche?!?” fece la zia sgranando due occhioni così: “Si potrebbe, si…” rifletté Joelle: “ma alla lunga…”
“alla lunga?”
“Alla lunga potrebbe non funzionare, non essere più attivo, capisci? La gente che incanto di solito non sa esattamente cosa stia succedendo, solo si trova ad avere esperienze incredibili per i vostri canoni e quindi con la mente più che predisposta a cancellare l’assurdo. Lei, invece, è perfettamente consapevole di cosa sia questo posto, a grandi linee, e di cosa possiamo o non possiamo fare. È prevenuta, ha delle difese, ecco”

“…e così??”
Sospirò: “E così non sarà così facile, diciamo così. D’altra parte, non abbiamo molta scelta!” disse chiudendo l’argomento per ripararsi dall’attacco delle fatine infuriate.
Quel giorno, con mia trepidazione, avrei dovuto vedere come i campi energetici delle “cose viventi” interferiscono tra di loro ed ero preoccupatissima.
Secondo il professore, la zia e Joelle ero pronta e mi sarebbero bastate quelle nove o dieci ore di lavoro per poi poter andare avanti da sola, ma io stavo veramente entrando nel panico: ero sicura che, nel giro di un paio di giorni, sarei tornata ad essere più o meno quella di sempre, che avrei dimenticato tutto, che mi sarei scordata i miei buoni propositi e mi sarei accontentata della mia solita vita.
“Non avrai più la solita vita” disse Joelle attaccando lo sformato di asparagi al formaggio filante: “Ricordati che stai per traslocare, che avrai un aumento di stipendio e una diminuzione delle spese, che significa un aumento doppio. Avrai un giardino, una veranda…insomma, casualmente la tua vita ti sta già ponendo nella migliore posizione per poter andare avanti su questa strada. E poi, giurerei che il tuo simpatico Padrino non ti mollerà molto facilmente”
“Vuoi dire che mi si materializzerà alle spalle mentre mi faccio la doccia?” domandai preoccupata: “Non necessariamente, però potrebbe materializzarsi direttamente dentro la tua doccia, giusto per vedere com’è, per esempio”
“L’importante è che non si metta ad…ululare mentre è sotto l’acqua!” sospirai: “Non saprei come spiegare al mio padrone di casa, per quanto sia il mio migliore amico, cosa fa un pazzoide ululante vestito di pelle di lupo, nel mio bagno, soprattutto se, uscendo dalla doccia, decidesse di prendere forma lupina e scuotersi alla loro maniera!”
La zia ridacchiò: “Non pensi che dovresti parlargliene? Al tuo amico, intendo” disse Joelle: “Di Vehar?!? E come??? ‘Ehi, Frà, sai che ho un madrino Fatato che un po’ è un Lupo, un po’ un umano, ma non è proprio umano perché è un Fato?’ No, dai, ma immagina!!”
“Non in questi termini…ma un po’ alla volta, sarebbe bene che tu gli spiegassi. E non mi stupirei se lui comprendesse molto meglio di quanto tu pensi.”
Ci pensai a lungo: Franco era l’unico al corrente di alcune mie stranezze. A volte mi prendeva in giro in privato, chiamandomi “Maga Magò” per esempio, ma non aveva mai fatto un fiato con anima viva e, se avevo una qualche premonizione, si fidava ciecamente, molto più di quanto facessi io stessa, in effetti…inoltre era stato l’unico a credermi quando avevo visto quella ragazza assieme alla Lupa uccisa, anni prima.
Forse aveva la mente più aperta di me? Beh, non mi stupivo: in fondo lui era l’artista, il filosofo, l’alternativo.
Io ero la noiosa quasi scienziata.
“Forse potrei…magari potrebbe aiutarmi. Magari potremmo lavorare insieme su queste cose…”
La zia sorrise, annuendo. Il mio amico “originale”, come lei lo definiva, le era piaciuto subito un sacco e non certo, come mia madre, perché non attentava alla mia virtù.

Non avrei mai sperato che Miki collaborasse, invece se ne stava lì, in mezzo ad un grande cuscino di velluto marrone (che metteva in risalto i colori dei campi energetici), facendo fusa talmente intense da far vibrare le pietre che erano posate intorno a lui.
“Ai gatti piacciono un sacco queste cose” commentò il professore soddisfatto: “Adorano le cure energetiche, ma naturalmente non da parte di chiunque. E non con qualsiasi tipo di energia. Sono creature davvero evolute…” disse come tra sé.
Lo osservai: il gattone era al centro di una bolla luminosa screziata di tutti i colori dell’arcobaleno, decisamente ampia per le dimensioni del corpo fisico, ma non sapevo cosa esattamente significasse: “I gatti sono molto abili a nascondere il loro campo. A volte non è proprio possibile vederlo, sembra che non abbiano altro che un leggero alone azzurrino attorno. Sono veramente rari gli esseri che sono in grado volontariamente di fare una cosa del genere. Per esempio, tra gli umani, chi sia in grado di celare il proprio campo energetico è considerato un Maestro, o un grande mago. Oppure un ninja. Per i gatti è normale” disse in tono confidenziale.
Le fusa aumentarono di intensità.
Il professore prese un Quarzo Ialino piatto, biterminato e trasparente come acqua e lo passò lentamente davanti a Miki come una lente e mi fece segno di guardare.
Attraverso il Quarzo, Miki risplendeva di una luce intensa e multicolore che sembrava partire dal centro del suo corpicino, mentre era tutto circondato e pervaso dalla famosa bolla di luce che avevo già visto senza l’aiuto del cristallo.
In molti punti dislocati lungo la colonna vertebrale e lateralmente in modo simmetrico, vedevo fonti di luce più coerente che sembravano ruotare più o meno velocemente, collegate da sorta di strade luminose, ma la cosa più affascinante era la testolina.
In cima, proprio tra le orecchie, c’era una fonte di luce intensissima bianco radiante screziata da raggi multicolori che partiva come un faro diretta verso l’alto, ma non era tutto qui: il raggio si apriva a ventaglio, in parte andava verso l’alto, in parte creava un fascio luminoso con una predominanza dei toni blu/violetto con una direzione di novanta gradi rispetto all’altro raggio. I raggi erano circondati da un vortice ad 8 che si stringeva e si allargava nel mezzo, come respirando. Per qualche ragione quella cosa mi diede una specie di vertigine.
“Vede? Questo è molto interessante. I gatti sono perennemente in contatto con quella che potremmo chiamare la “Fonte Universale”. Sembrano ricordare facilmente vite passate, anche molto lontane, come non avessero una vera e propria soluzione di continuità e il loro Cakra coronale, per usare il termine Sanscrito comune, è totalmente aperto verso il Terzo Occhio. Se osserva, la testolina del micio è come un solo vortice, tra la Corona, e la parte anteriore e posteriore del Terzo Occhio. Se poi osserva bene, vedrà che da qui…ecco, osservi” disse avvicinandoci alla lente: “Vede? La Corona si divide e origina due piccoli Cakra secondari nelle orecchie, mentre il Terzo Occhio ha due derivazioni all’angolo degli occhi. Molto luminosi. Penso vedano perennemente con la seconda vista e probabilmente anche una terza a una quarta…insomma, roba che non possiamo immaginare, una specie di visione multidimensionale. Ha idea di cosa facciano per noi i gatti?” chiese sottovoce.
Miki si stava lavando energicamente le orecchie, con quell’espressione buffissima che hanno i gatti impegnati nella toeletta: “Ehmm…ci vogliono tanto bene? Ci usano come schiavetti?”
L’uomo rise: “Oh, beh, già che ci sono, perché no? Evidentemente per loro è un buon tipo di scambio…Loro sono in grado, vede, di farsi carico dei nostri problemi, sia fisici che mentali o spirituali. Ci proteggono, spesso si ammalano per causa nostra, quando non riescono più a trasformare l’energia negativa che assorbono da noi in energia pura. Per questo sono così soggetti a problemi di reni e fegato, perché sono i filtri dell’organismo, capisce? Sono molto più evoluti di noi, mi creda. Solo lo sono in modo molto diverso…e gli stupidi umani, molte volte, pensando di essere intelligenti, pensano che i gatti non lo siano, solo perché le loro menti si muovono in modo diverso. In realtà…credo siano troppo avanti per voi…per noi” si corresse troppo tardi.
Miki aveva terminato la toeletta e ora si era allungato sul cuscino in tutto il suo bel metro dalla testa alla base della coda, rendendoci facile la visione dei suoi Cakra, almeno sul dorso. Era un tripudio di luce colorata: “Ma loro non vedono tutti questi colori…” azzardai, pensando alla loro vista all’infrarosso. Il professore rise: “No, no, aspetti! Loro vedono i colori smorzati rispetto a noi, ma solo i colori fisici! Non dimentichi che, con la vista normale, vanno nell’infrarosso e probabilmente nell’ultravioletto, con uno spettro superiore al nostro, ma qui parliamo di seconda vista! Tutt’altra frequenza, tutt’altra funzione! Mi spiego?”
Certo che si! Nemmeno io vedevo tutto quel po po di roba con la mia vista ordinaria…d’altra parte, io non sono certo evoluta come un gatto!
Il professore posò la lente di Quarzo (che per inciso era uno di quelli trovati nel geode della fata dei Cristalli) e prese lentamente un bell’ottaedro di Fluorite verde e azzurra, avvicinandola alla bolla che circondava Miki. Quando la pietra entrò nel campo del micio, vidi la luce che la circondava modificarsi, così come anche la luce di Miki, e insieme sembrarono accordarsi, cambiando le reciproche frequenze per…come dire, per cantare insieme.
La Fluorite sembrava vibrare quando la avvicinavamo alla testolina di Miki, mentre rimaneva più silenziosa presso la parte posteriore del micio.
Il professore prese un Quarzo fumé e fece la stessa cosa, poi un Quarzo Ialino, poi un’Ametista e infine un Granato. Ogni pietra emetteva luci e onde diverse, “note” diverse e si armonizzava in modo del tutto personale con il campo di Miki, entrandone in contatto.
“Il gattone è in ottima salute” disse il professore: “Peccato, perché ci sarebbe servito un malanno piccolo piccolo, anche solo un bolo di pelo nel pancino, per mostrarle come si attiva la pietra per sciogliere il blocco. Ora le mostro come muoverle, come sistemarle, ma vedrà, quando si troverà a dover sperimentare, ora che può vedere le correnti e le frequenze di luce, riuscirà a capire cosa fare da sola. Tra l’altro, le pietre guideranno letteralmente le sue mani, in modo da evitare che lei possa fare sciocchezze”
“Insomma, sarebbe a dire che, se mi lasciassero fare da sola, combinerei di sicuro qualche guaio?”
“Beh…non ci sarebbe da stupirsi” replicò sornione.
Ci esercitammo un po’ con il gatto, un po’ con la zia, che però non era proprio consenziente, così io andai in paranoia, un po’ con le piante, le cui Pòrtune si alterarono parecchio, convinte che non le considerassimo all’altezza dei loro compiti, cosa che ci procurò alcuni lividi, poi iniziammo ad impacchettare.
La direzione dell’Hotel mi aveva fornito un grosso scatolone e un mucchio di lana grezza in cui avvolgere le mie pietre, così che restò fuori soltanto il Cristallone.
Chiusi la scatola con spesso nastro adesivo marrone e provai un’intensa malinconia.
Si, stavo davvero partendo. Niente come fare i bagagli rende reale una partenza, voluta o meno che sia.
Uscii e me ne andai verso la Sorgente della Croce, passando dal bosco. Vidi alcuni scoiattoli rincorrersi, un cervo reso molto timido dal non avere ancora i suoi bei palchi sviluppati, una volpe che si girò a guardarmi meditabonda.
Avevo pure la sensazione che ci fossero delle Driadi, ma non si fecero vedere, mentre la presenza delle Pòrtune era molto concreta.
Controluce le vedevo saettare tra gli aghi morbidi dei Larici, affaccendandosi attorno agli strobili ed ai coni ancora chiusi in loro stessi.
Tra i due fusti di un larice mi apparve un omino alto un palmo e con un cappellino a cono rosso, alto quasi quanto lui. Era intento a maneggiare una radice e non si accorse di me per un attimo, poi, scorgendomi, filò via alla velocità della luce o quasi.
Mi girava la testa: avevo davvero visto uno Gnomo?!?
Ma poi…perché mi stupivo? Ero ben io quella con la Fata Padrina!
Alla Sorgente mi sedetti a contemplare la Bassa Valle ai miei piedi, con i campi che si alternavano ai frutteti, la zona delle risaie dove l’Ombra creava un’ansa, Chiusa e Basse di Chiusa, laggiù, piccine piccine, e un paese verso le pendici della montagna crollata di cui non conoscevo il nome.
Presso la serra di basalto, alla mia destra oltre Terme e l’Hotel, la stradina che si snodava tortuosa, tra una spolverata di casette, verso la Rocca Sacra con la sua incredibile abbazia.
Risalendo leggermente la grande conca, invece, ecco le due montagne dalle pendici tutte terrazzate e poi, salendo ancora verso la Media valle, boschi, frutteti, prati, boschi, qualche villaggio troppo lontano per essere identificato, qua e là le vigne abbarbicate alle pendici, campi più piccoli attorno ai paesi.
In alto, oltre più o meno i mille metri, la Valle non apparteneva più agli uomini e le cime ancora ben innevate ristavano distanti, distaccate, severe, eppure protettive.
Oltre un costone che creava un’ampia curva, sapevo snodarsi la Media e l’Alta Valle Centrale e la Valle Sassona, abitata dalle popolazioni Walser da ormai un paio di millenni, mentre alle mie spalle, pur se non potevo vederla, si apriva invece la Vall’Inverso, la valle più stretta, meno soleggiata e relativamente povera.
Poiché là i campi e i pascoli erano più avari che nelle altre due valli a causa della conformazione e della minor insolazione, i suoi abitanti avevano dovuto inventarsi un altro ruolo.
Era così diventata la valle degli artisti, dei cristallieri, degli intagliatori e dei pittori, ricca, se non di luce e campi fertili, di miniere d’Argento, filoni di Rame e Ferro, nonché di circa la metà dell’Oro presente in tutta la Valdombra e di una grande quantità di pietre preziose.
Le lampade con quelle piccole lastre di Quarzo asimmetrico che mi avevano tanto colpita al mio arrivo, erano prodotte in Vall’Inverso, per esempio, così come i meravigliosi ciondoli a forma di foglia, spesso incisi con figure di Creature Fatate, i cui profili venivano riempiti con Oro o Argento e rivestiti con una resina protettiva trasparentissima e lucente, che le faceva sembrare bagnate di rugiada. Non sapendo resistere, ne avevo comprate un paio, che non avrei potuto indossare senza creare un incidente diplomatico con i miei…
Nella parte centrale della Valle, nei profondo dei boschi più fitti che circondavano i molti affluenti dell’Ombra, sapevo vivere i Cacciatori, misteriosi e antichi discendenti dei primissimi abitanti umani della Valle.
E lassù, nascosta dalle curve dispettose delle molte pendici, era l’Alta Valle, con le sue grandi Cime perennemente bianche. La terra dei miei antenati, della zia Greta, del mio fato madrino. La mia Terra.
Avevo una settimana di vita e sembravo una trentenne…e in quei pochi giorni, avevo imparato su di me e sull’esistenza più che nei trentadue anni (e mezzo) precedenti.
E adesso, era ora d’andare.
Un’Aquila volteggiava tra le cime alle mie spalle e l’Ombra, divertendosi a planare con le ali immobili disegnando ampi otto, uno scoiattolo passò velocemente correndo a nascondersi tra gli alberi più in basso.
Alzai gli occhi e di fronte a me c’era un Lupo.
Sedeva a pochi passi e mi osservava, un po’ timido.
Mi parve giovane, forse era uno di quelli che si erano divertiti ad osservarmi notti prima, mentre incontravo il loro Capobranco. Per un attimo i nostri occhi si incrociarono, poi cercai di distogliere lo sguardo e di tenerlo fisso sulla sua spalla, ma era difficile: mi attraeva come una calamita, era così bello, così emozionante!
Emise un leggero guaito e si stiracchiò. Non sapevo se si aspettasse qualcosa da me, non sapevo che fare…sapevo che a volte i Valdombriani offrivano ai Lupi pezzi di carne essiccata in segno di amicizia, ma non ero ancora abituata ai loro usi: “Mi dispiace” sussurrai: “Non ho nulla con me. Non pensavo di incontrarti, scusami” il giovane reclinò la testa, osservandomi pensoso e attento. Poi si alzò e venne verso di me.
Ok, lo ammetto, ebbi paura per un momento, pure se il suo atteggiamento era tutt’altro che ostile.
Ma lui era pur sempre un lupo, e io una forestiera o quasi. Una stupida umana.
Piano piano arrivò ad un passo da me e prese ad annusare, poi, tenendosi basso con il fondoschiena e allungando al massimo il collo mi diede una leccata e scappò via, quasi vergognandosi del suo ardimento.
Restai a lungo immobile, incredula nell’imbrunire.
L’aria si fece più fredda e discesi, prima che fosse buio.

(...continua link p.: 16)