Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 29 ottobre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 9

(Link capitoli precedenti: p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)

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Era quasi buio quando il racconto di Marabel terminò e io ero lì a guardarla come un'ebete: ancora una volta mi rendevo conto di quanto quella storia fosse sconvolgente, terrificante e straordinaria.
Fino a quel momento avevo avuto chiara l'adorazione che lei aveva per il Fanciullo, ma ora, dopo l'ultima parte del suo racconto, mi si apriva una nuova prospettiva: vedevo, attraverso le sue parole, un intero popolo in trepida attesa di quel bimbo che era, ed era veramente per loro, un “salvatore”.

Definito da sempre “Faraone minore”, per la giovane età e per la breve durata del suo regno, era incompreso nella grandezza del suo ruolo, sminuito, usato, poiché credo che si sia detto e scritto di lui più che di chiunque altro, almeno della storia d'Egitto e, sempre più evidentemente, ciò che si sapeva non erano che teorie su un frammento di storia cancellato con violenza.
Del Faraone Fanciullo, la maggior parte di ciò che colpiva l'immaginario collettivo era la storia della “maledizione”...ero sempre stata dubbiosa su tutta la faccenda, ma esistevano interi volumi sulla “Maledizione di Re Tut” e ora, ascoltando la sua storia e quasi vedendolo, evocato dalle parole di questa donna innamorata oltre ogni immaginazione, mi pareva definitivamente una cretinata...a meno che, come spesso avevo sospettato, la maledizione non fosse DEL Faraone, ma SUL medesimo, da parte di qualcun altro.

Tornammo a lavorare per un'oretta.
Una mia amica mi ha raccontato, tempo fa, che molti lo descrivono come un arrogante, presuntuoso e pieno di sé” dissi mentre preparavo una tisana, dopo cena.
Marabel mi guardò sorpresa: “Chi dice questo?” mi strinsi nelle spalle: “Non ne ho idea, veramente. La mia amica è piuttosto appassionata di Egitto e un giorno, parlando, mi ha detto questa cosa, che molti testi lo descrivono in quel modo. Insomma, alla fine, ciò che si sa di questo ragazzo sta tutto nella sua tomba! Ammetto che non appare proprio umile un sarcofago di...quanti? Oltre cento chili d'oro, senza contare la famosa maschera e via dicendo, ma...”
Si alzò di scatto, seccata da quelle parole: “Idioti!” sibilò.
“Scusami, non volevo farti arrabbiare, io non la penso così. Mi è solo stato riferito”
Sorrise, ma aveva lo sguardo ferito: “Lo so”

C’era una cosa che mi rodeva da parecchio: “Senti, ma...” deglutii: “Tu hai detto che il nome con cui eri conosciuta ad AkhetAton, ovviamente, non era legato ad Iside...non lo ricordi?” Lei scosse la testa: “No, non era importante. Nomi, numeri, la lingua, anche in casi di ricordi molto precisi sono qualcosa di molto raro, presumo perché sono simbolici. È facile ricordare il senso di qualcosa, l'immagine che evoca, per esempio, ma non un numero o un nome, soprattutto se la lingua è molto antica e diversa. So che era un nome corto, probabilmente banale. Ma in fondo, che importanza aveva? Non era neppure il mio nome, era come l'abito prestato di qualcun altro”
Quindi non sai come ti chiamavano, in pubblico? Tutto ciò che ti è rimasto è quell'Is o Iset che il Principino usava quando eravate soli? Ma glielo avevi detto tu? O era così veggente da saperlo?”
Lei rise: “Presumo di averglielo detto, quando mi buttò il faccia di conoscere la mia identità”
Non potresti esserti chiamata...Maya?” Lei spalancò gli occhi, basita: “Maya? Maya era il suo capo contabile...oh, Matia, vuoi dire?” Mi sentii gelare la schiena: “SI!” lei scoppiò a ridere: “No! Io avevo circa sette anni più di lui! La donna che dici tu era la sua balia, sai?” e con le mani fece un gesto ad indicare un “davanzale” notevole: “Lei lo allattava! Gli insegnò le prime parole, a camminare, cose così, io ero piccola, come avrei potuto?”
Mi sentii sprofondare: per un momento avevo creduto di aver trovato una traccia della sua identità, invece, ancora una volta, mi ritrovavo senza nulla: “Perché pensavi si trattasse di me, Eva?”
Perché lo ha tenuto tra le braccia da piccino, perché ha una tomba, perché c'è! E poi...di lei non si sa nulla, non sono citati i genitori, né niente altro...tu non avevi genitori! Dove sei?”
Lei mi guardò a lungo, intensamente: “Nel deserto.” rispose soltanto.
Aprii la bocca, ma non trovai un suono da pronunciare: “Se io fossi lei...” iniziò cautamente: “Sarebbe una cosa grave, sai?” non capivo.
“Eva, io ammetto che avrebbero potuto mentire, scrivere sulla tomba che io ero stata la sua “nutrice”, colei che lo allattò, mentre non era vero, hanno addomesticato tante di quelle verità, perché non quella?
Sai, gli egizi pensavano che, se non veniva ricordato il nome del defunto, questo non potesse avere vita eterna, che la sua anima morisse poiché perdeva la propria identità. Ma un nome palesemente falso, non pensi che sarebbe stato come imprigionare l'anima di Luna Nascente in un viaggio nell'aldilà che non le apparteneva? Un modo perché lei si perdesse? Forse una cosa peggiore che essere negata e dimenticata”
Marabel teneva lo sguardo fisso sul pavimento: “Non so dirti molto di quella donna, se non un'immagine: siamo ad AkhetAton, i primissimi tempi. Lui vede una famiglia, una donna piuttosto prosperosa, con un uomo e tre bambini, uno più grande, uno praticamente della sua età e un fagottino in braccio all'uomo. Le corre incontro per salutarla chiamandola Ma-Ma...lei sorride e lo prende in braccio. Io resto a guardare da lontano. Doveva per forza essere madre di un piccolo dell'età del Principino, o non avrebbe potuto allattarlo e in seguito ne ebbe un altro. In ogni caso...la data della morte di Matia o Maya è intorno al 1330 e ti posso assicurare che ero viva e vegeta."

Lasciò sciogliere nella tisana mezzo cucchiaino di miele di trifoglio.
“Mancavano pochi giorni all'incoronazione, che si sarebbe tenuta con la Luna piena e aveva giornate veramente intense, tanto che ero seriamente preoccupata per la sua salute, ma lui decise di prendersi due giorni di pausa.
La febbre era scesa rapidamente, ma era stanco e aveva ancora intensi mal di testa.
Mi chiedevo spesso se i suoi problemi fossero dovuti a qualcosa legato a quel suo sguardo magico, se semplicemente la fotofobia fosse un effetto della deformazione del cranio o fosse legata al suo sangue malato, ma non riuscivo a trovare una risposta certa.
Oggi penso che ci fossero diverse verità: la deformazione aveva prodotto certamente uno sviluppo anomalo del cervello durante l'infanzia e in seguito l'adolescenza, provocando l'attivazione di aree diverse dalla norma, o meglio di diversi percorsi neurali.
Era possibile che questo producesse picchi di attività cerebrale che lo rendevano prodigioso, che gli davano quelle capacità ESP che si manifestavano piuttosto intensamente assieme a quello sguardo particolarmente intenso, radiante, magnetico, ma, per contro, provocassero fotofobia, dolore e affaticamento.”
Annuii: “D'accordo, ma le febbri? Dicono che soffrisse di malaria, alla sua morte. Che in realtà, più che la botta in testa, ad ucciderlo siano state setticemia e malaria...”
Lei mi guardò sorpresa: “Soffriva di febbri da quando era piccolissimo, Eva.
Io lo presi che aveva quattro anni e mezzo e già ne soffriva da parecchio. Io non penso proprio fosse malaria, penso fosse una manifestazione dei suoi mali, in ogni caso so per certo che non morì per quello, anche se, in una situazione di forte debilità, una febbre alta può certamente essere fatale. In quel tempo e in quel clima, la malaria era un male molto comune, loro avevano delle cure, anche se a volte non funzionavano. Lui non si è mai preoccupato delle febbri, comunque...sentiva che a renderlo debole, ad accorciare la sua vita, a parte l’eventualità che lo facessero fuori, era la malattia trasmessagli dal padre.
Anni fa ho voluto studiare la sindrome di Marfan, che è oggi comunemente accettata come il male da cui era affetto e di cui le caratteristiche sono evidentissime in Ekhnaton, mentre i figli che mi sono più noti, Merytaton, Ankhesenpaaton e lui, avevano...beh, le mani, direi...aveva le dita molto allungate, ma, per esempio, non era particolarmente alto, rispetto alla norma, anzi, c'era un ritardo nello sviluppo scheletrico: solo pochi di giorni prima del presunto incidente, venne da me perché aveva dei forti dolori ai peroni e mi chiese di mettergli un unguento balsamico, molto riscaldante, che usavo in quei casi.
Per anni ho pensato che fossero i dolori che hanno i ragazzini nella fase dello sviluppo, quando le ossa si allungano rapidamente, ma lui aveva molto dolore. Negli ultimi anni prese a camminare male.
Si sforzava di stare sempre eretto, di muoversi elegantemente in pubblico, finché gli era possibile, ma spesso doveva usare un bastone, quando non ce la faceva più e...i medici di corte non sapevano cosa fare, non avevano la più pallida idea di come guarirlo.
Io imponevo le mani su di lui e il dolore passava, per un po', ma non guariva. “Perché non riesco a guarirti?” mi faceva paura questo. Era come una continua lotta tra la nostra volontà di riportarlo in salute e una specie di volontà avversa che si divertiva a creargli sempre nuovi problemi. Da bambino era matematicamente certo che sarebbe morto intorno ai quarant'anni, se non fosse successa qualche strana disgrazia, ma andando avanti si rese conto che, se anche non lo avessero tolto di mezzo, la sua vita sarebbe finita molto prima.”

Mi rattristava scoprire che un bimbo con tutta la vita davanti, potesse avere anche la certezza che sarebbe morto al massimo entro i quarant'anni e solo con un parecchia fortuna.
Forse all'epoca non era nemmeno così poco e a dieci anni i quaranta ti sembrano così lontani da non preoccupartene più di tanto, ma trovavo triste ed angosciante quella spada di Damocle. D'altra parte...se ne era andato ben prima e in modo ben più drammatico.
Comunque” riprese Marabel: “Ebbe modo di riposarsi in quel paio di giorni. Gli piaceva stare a Waset. Non vedeva l'ora di stabilircisi definitivamente e osservava attento i lavori di restauro e i colori, le decorazioni, l'architettura.
Era cresciuto in una città incantata, dove tutto era arte e arte innovativa per di più, per cui non era tanto stupito da ciò che vedeva, piuttosto per la grandiosità della capitale e di tutto ciò che era oltre la prigione dorata che era stata tutto il suo mondo.
Gli piacevano i vecchi dei, quelli rinnegati da Ekhnaton e non faceva che chiedere conferme a quello che aveva segretamente imparato in quegli anni. “Finalmente vi ritrovo” lo sentii sussurrare ad Anepu (Anubi).
Soprattutto amava Aset: non si stancava di ascoltare la sua storia, la storia con Ausar (Osiride), Seth ed Heru (Horus) e socchiudeva gli occhi, stringendo le labbra al suo modo quando ascoltava. Sembrava che cercasse nella mente dei ricordi lontani e annuiva concentrato.
Non sembri convinto di ciò che ti raccontano, Divino Signore” gli dissi mentre lo aiutavo a distendersi dopo il pomeriggio passato a naso in su verso i bassorilievi della reggia.
Pensavo a quanto la storia sia alterata...” rispose pensieroso.
Gli avevo tolto i sandali, che era stato costretto a portare, e gli stavo avvolgendo i piedi in un panno impregnato di unguenti lenitivi. Lo guardai sorpresa: “Alterata? È riportata così da sempre, così è scritto nei testi antichi e...Cosa sai che è ignoto al mondo?” lui mi osservava con gli occhi socchiusi, studiandomi.
Restò in silenzio per un po', mordicchiandosi il labbro: “Non ricordi? Perché non ricordi?”
Mi aveva detto qualcosa del genere prima che partissi da AkhetAton, quando mi aveva toccato la fronte, ma non capivo. C'era qualcosa che sembrava muoversi dentro di me, qualcosa di lontano e indefinito, che non riuscivo ad afferrare, ma...ricordare? Cosa dovevo ricordare? Scossi la testa, chiedendogli aiuto e lui tese la mano ad accarezzarmi i capelli, senza rispondere, immensamente triste.
Gli massaggiai le tempie e la nuca, lo feci addormentare e poi uscii a camminare nella sera. Ero altrettanto triste perché lui lo era: mi sentivo ferita dalla consapevolezza di averlo deluso, ma non capivo come.
Per quanto sembrasse assurdo, sapevo che aveva ragione e che c'era qualcosa di molto importante che avevo dimenticato e non sapevo dove andare o da chi per avere consiglio.
Andai dal nuovo Gran Sacerdote. Mi faceva un po' specie, veramente, chiamare Gran Sacerdote uno che aveva tre anni più di me, ma i vecchi sacerdoti non avevano lasciato successori, mancava un’intera generazione.
Lo trovai seduto davanti alla finestra, la stessa da cui guardai una sera, tanto tempo prima, quando avevo deciso di accettare il compito ad AkhetAton, cambiando la mia vita per sempre.
Osservava assorto i lavori che fervevano nella città: “Quel ragazzino sta facendo miracoli” disse tra sé: “Troppi. Troppo in fretta. Finirà che pretenderanno la luna e chissà che altro, da lui!”Non ha fatto nulla!” risposi con mezzo sorriso: “Ha solo chiesto al popolo di riprendere a lavorare, niente di più”
Restammo un po' ad osservare, ma la notte calava rapidamente in Alto Egitto e presto fu troppo buio per lavorare, anche con torce e lampade accese.
Il popolo lo adora e ancora non è nemmeno stato incoronato...pretendono troppo da quel fanciullino, paiono coccodrilli famelici pronti a smembrarlo! Mi chiedo come farà a sopportare tutto questo. È così fragile! L'altro giorno era sfinito, eppure continuava a sorridere e rispondere a tutti e per tutti aveva qualcosa: un consiglio, una speranza, una promessa. Avevo io il capogiro e lui resisteva!”
Lui era tutte le cose e tutte le meraviglie del mondo. Eppure, considerare la sua grandezza, mi fece sprofondare nell'inquietudine, così ricordai la ragione per cui ero venuta e gli raccontai l'accaduto.
Il Gran Sacerdote restò a lungo seduto davanti a me, le mani sulle ginocchia, pensieroso, cercando parole che non poteva trovare.
Lo sai che le molte conoscenze del passato sono perdute, Luna Nascente” disse poi.
“I Misteri possono parlarci, almeno in forma di metafora, ma è difficile oggi discernere cosa sia corretto e cosa sia stato alterato dalla piccolezza umana”
D'accordo, ma come posso io aver dimenticato? Ho diciotto anni, quello che so e che posso ricordare è tutto qui! C'è forse qualche insegnamento importante che non ricordo di aver ricevuto? Qualcosa che dovrei sapere e non so?”
Lui mi studiò nell'ombra, sentivo gli insetti, giù tra l'erba, frinire e sussurrare: forse conoscevano le risposte che io non trovavo.
“Non ero certo io quello bravo, Iset” rispose divertito: “Eri tu quella che sapeva sempre tutto, ricordi? La bambina insolente e saputella trovata nel canneto al sorgere della Luna, era quella che sapeva tutto. Sei tu che dovresti dare a me le risposte che mi mancano” mi canzonò.
“Ero così orribile?” chiesi preoccupata. Lui rise: “Solo un po'. E solo con coloro che consideravi stupidi, in pratica direi...più o meno tutta l'umanità, a parte qualcuno. In ogni caso...non sono io, davvero, ad avere le risposte che cerchi” disse tornando serio.

Due giorni dopo fu il momento dell'incoronazione, che fu memorabile e sfarzosa in quell'enorme cantiere che era diventata la città.
Il Fanciullo salì al trono con cinque nomi reali, di cui solo l'ultimo era il suo nome di nascita e...e qui ci fu, come diremmo oggi, il colpo di scena.
Durante l'incoronazione, due ragazzini, seduti su troni posti uno di fianco all'altro su un alto palco così da essere visibili anche da molto lontano, sconvolsero il mondo.
Il Gran Sacerdote e il Gran Visir presero ad imporre sul Fanciullo i suoi nomi: il nome Heru, oggi noto come Horus, cioè Ka Nekhet Tut Mesut, Toro Possente dalla Nascita Perfetta, il nome associato alla Dea Cobra e alla Dea Avvoltoio, cioè le Due Signore: Nefer hepu segerehtawy Werahamun Nebrdjer,  il nome Heru d'oro: Wetjeskhausehetepnetjeru Colui che porta con sé l'ordine divino e compiace gli dei, il nome reale, Colui che regna sul giunco e sull'ape (cioè sui due regni) NebKheperuRa e, infine, il Gran Sacerdote arrivò al suo nome natale, ma mentre stava per pronunciarlo, il Fanciullo toccò Aye e gli sussurrò qualcosa all'orecchio.

I cuori si fermarono: era un gesto mai visto, una specie di eresia interrompere, seppure con graziosa discrezione, il cerimoniale di incoronazione, soprattutto al suo culmine.
Il Gran Visir lo fissò sgomento per un lungo istante e lui sorrise, facendogli un cenno con la testa e Aye, imbarazzatissimo, sussurrò a sua volta qualcosa all'orecchio del Gran Sacerdote, che sorrise e declamò trionfante Amon Tut Ankh, gettando la folla nel delirio.

L'età dell'eretico si era conclusa, definitivamente e per sempre. Quel gesto, all'apparenza quasi una bambinata dell'ultimo momento, era un macigno che cadeva sul passato, cancellandolo ufficialmente e restaurando gli antichi Dei e l'antico ordine naturale.
Fu la sua prima rivoluzione.

Ero immobile, il respiro fermo, quando lo vidi scambiarsi uno sguardo d'intesa con la Sposa Reale, che, pochissimo dopo, appena terminata l'incoronazione del Faraone, venne incoronata come Ankhesenamon.
Nessuno ne sapeva niente, ma loro due si, erano d'accordo.
Mi sentii ferita, esclusa, profondamente tradita. Eravamo stati molto insieme, in quei pochi giorni e mai aveva fatto cenno a questa sua intenzione.
Certo, era logico che la sorella dovesse saperlo, visto che sarebbe cambiato anche il suo nome, ma in quel momento il mio dolore di donna copriva qualsiasi ragionamento logico e sensato.
Semplicemente mi sentivo messa in un angolo, come un gioco infantile che non serve più a nessuno.
Ancora una volta lo tradii andandomene.
Voltai le spalle alla folla in delirio, alle lacrime e alle grida di giubilo, al suo visetto sorridente a nascondere la stanchezza ed il peso opprimente di quelle due corone e andai a nascondermi nelle mie stanze.
Non mi cercò quella sera, nessuno venne a chiamarmi.
Forse era semplicemente troppo stanco, forse circondato da gente da salutare e da cui accettare offerte e doni, forse il protocollo proseguì a lungo.
La notte era illuminata da fuochi, danzatori, giocolieri, l'Egitto intero era in festa.
Io mi sentivo in lutto: avevo paura, una terribile paura di perderlo, che non mi abbandonava mai. Quando finalmente si fece silenzio, mi resi conto che lui doveva essere sfinito.
Forse stava male e io non c'ero.
Mi avvolsi in un mantello e riuscii a raggiungere il Palazzo Reale senza farmi vedere, scivolai all'interno dei cortili e raggiunsi le sue stanze usando un passaggio attraverso i ponteggi e le balconate.
Lui era sveglio, troppo stanco per addormentarsi, troppo stordito dalla festa e da quella girandola di banchetti e sfilate di gente.
Mi guardò, non disse nulla, ma lessi il rimprovero nei suoi occhi.
Io...io non ce la faccio a sopportare tutto questo” dissi sedendomi ai suoi piedi.
Non rispose, lo vidi stringere la mascella, seccato. Si distese su un fianco e si tirò addosso una coperta. Mi alzai e gliela rimboccai, gli scoprii i piedi per massaggiarli.
Credi forse che per me sia facile?” disse dopo un po'.
No, non lo era, certo che non lo era. Sopportava tutto senza lamentarsi, sorridendo e distribuendo benedizioni, scherzando mentre il suo cuore era colmo di angoscia.
Mi vergognai, perché non sopportavo una situazione che era mille volte più facile della sua e mi ribellavo per egoismo.
Solo pochi giorni prima mi aveva chiesto perché me ne fossi andata, mi aveva detto di aver bisogno di me, lì, ora. “Non ti abbandonerò mai. Mi spezza il cuore sentirti lontano, mi manchi, mi manca l'averti tutto per me...”
Lo sentii tirare su col nasino e, nella penombra, vidi brillare qualcosa nei suoi occhi e scivolare lungo lo zigomo.
In quel momento era un bambino di dieci anni e mezzo, fragile, orfano, con un fardello che avrebbe terrorizzato un uomo adulto grande e grosso.
Mi distesi al suo fianco e lo abbracciai, cullandolo: “Perdonami, Signore Ra”
(...continua p.:10)

mercoledì 15 ottobre 2014

Orecchie Elfiche in Rame e Perle barocche

Questa sera sono lieta di presentare una commissioncina, molto carina (secondo me), cioè un paio di orecchini elfici, o meglio, di "orecchie Elfiche".
La gentil fanciulla che me le ha richieste voleva Rame con perle, così ho usato Rame rosa wrappato in Rame rosso gommato (dovrebbe essere antiallergico), per vivacizzare il tutto, e poi ho sistemato le perle d'acqua dolce.
Di tre misure diverse e tutte di diversa forma, come succede in questi casi.
Comunque, ecco il risultato:
Naturalmente, la mia proverbiale dislessia ha colpito ancora: il sinistro è venuto subito, il destro (dovendo pensare al contrario) ho dovuto rifarlo tre volte...
Sembrano un po' diversi perché devono essere adattati alla forma delle perle, alcune più piccole, altre più grandi, anche se tento di metterle uguali.
Ovviamente andranno un po' modellati sull'orecchio della proprietaria.
Sotto indossati dalla Milly. Non sono proprio della sua misura, ma...
 

 
Dunque, giuro che sono grossi uguali! Forse Milly li ha indossati un po' diversamente, o ha le orecchie diverse...mah!
Che ne pensare? Io adooro il Rame con le perle!
Ed ecco...la Cliente con l'orecchino indossato!
Io pensavo le servissero per qualche serata un po' fantasy, o per Halloween, invece lei se li è messi per andare a lavorare, pensate un po'!
E mi dice di aver avuto un sacco di complimenti e curiosità...beh, questa 'hosa mi pare molto bellina, ohvvia! Eccola:
Primissssimo piano:
 
Su di lei, essendo fatti su misura, sono più "importanti" che alle orecchie della Milly, dove la parte appuntita appariva meno evidente.
Allora, come vanno? Possiamo pensare di lanciare qualcosa di nuovo nel quotidiano?

domenica 12 ottobre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:8

(Link capitoli precedenti: p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1 )
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Per oltre sei anni, non ero uscita dalla città del Faraone Eretico, se non per gite al fiume o cavalcate con il Principino e ora, così come quando ero arrivata bambina ad AkhetAton, il mondo mi pareva troppo grande e misterioso.
Fuori da quelle mura, nei lunghi giorni di navigazione, mi sentii libera pur se soffrivo  la lontananza dal mio Bambino.
Se chiudevo gli occhi, vedevo i suoi occhi, se sorridevo tra me, erano le sue labbra a sorridere, se inspiravo il vento sul fiume, erano i suoi polmoni a colmarsene e le sue le orecchie erano quelle che ascoltavano le risate dei battellieri o lo stormire delle fronde quando ci appressavamo alla riva.
Il dolore non mi abbandonava, ma, con mia sorpresa, era un dolore quasi dolce, qualcosa che cullavo dentro di me, in quella lontananza che mi rendeva manifesto quanto il legame tra noi fosse indissolubile e soprannaturale.
Lo sentivo dentro di me, lo sentivo muoversi, camminare, ascoltare e sapevo che, a volte, si fermava nelle sue attività, chiudeva gli occhi e vedeva il mondo attraverso di me e nessuno e niente poteva, né avrebbe mai potuto, cambiare questa realtà.

Il paese non pareva diverso da come lo ricordavo, o da come era sempre stato finché restavamo lontani dai porticcioli lungo il tragitto, ma appena ci avvicinavamo alla costa, miseria, paura, caos, abbandono e decadenza ci assalivano nauseabondi...in tutto questo e nonostante tutto, si intravvedeva un alone di speranza negli sguardi feriti e furtivi della gente: “Dove state andando? Da dove venite?” ci chiedevano vedendo i nostri abiti e i gioielli: “Da AkhetAton, siamo diretti a Waset per preparare l'arrivo del Faraone Fanciullo” ed ecco che le facce si illuminavano come il cielo nell'aurora: “Vuoi dire che il Fanciullino sarà incoronato a Waset? E riporterà lì la capitale? E tornerà le prosperità? Rimetterà le cose a posto?”
Annuivo, felice della gioia e della speranza che riusciva a suscitare ancor prima di salire al trono. “E tu lo conosci bene? E com'è?” Ci chiedeva la gente affollandosi attorno a noi: “È bello come dicono?” Chiedevano le fanciulle: “ È più radioso del sole dopo una pioggia e splende come l'acqua pura in cui esso si riflette” rispondevo ed esse ridevano spalancando gli occhi sognanti.
Era il sogno, la speranza, era atteso ed agognato come un messia...nell'antico Egitto, il faraone era veramente una divinità in corpo di uomo, ma ora, dopo quegli anni bui, allo sbando, in balia di ogni calamità naturale o umana che fosse, quel bambino era tutta la speranza di un popolo.
Tutti volevano vederci, toccarci, ci chiedevano benedizioni come se il solo fatto di essere suoi messaggeri, di essere stati a contatto con lui, ci rendesse colmi di magia.
Avevamo parecchie cose: abiti, biancheria, oro, così distribuivamo quello che potevamo nei villaggi cui approdavamo col risultato, quando giungemmo a Waset, di essere quasi in miseria.
Avevamo comunque un piccolo carico di oro e pietre preziose nascosto in un sacco di grano, da consegnare alla capitale per iniziare il restauro del tempio di Amon e della reggia prima dell'arrivo della Coppia Reale.
Non trovammo pirati, per via, o, se c'erano, non si curarono di noi, poiché la barca aveva l'aspetto di un umile barcone da pesca, ma la notizia del nostro viaggio era ormai nota lungo tutto il fiume ed era dunque improbabile che i criminali non ne fossero a conoscenza. Credo che la popolazione ci abbia protetti per tutto il tragitto.

Approssimandoci al porto, a Waset, fummo accolti da un lezzo nauseabondo, tanto che pensai fosse scoppiata qualche epidemia: “È normale” mi spiegò il capitano della barca: “Da anni la sporcizia nelle strade aumenta e ora che i templi sono praticamente quasi del tutto abbandonati, nessuno si cura più della pulizia della città. I rifiuti si accumulano, le strade sono piene di pidocchi e ratti. E di miserabili”
Sospirai: avevamo poco più di un mese di tempo e un gran mucchio di lavoro da fare!
Per fortuna eravamo lì con buone notizie e lavoro da offrire...

Il Tempio di Aset era sbarrato, cupo, scrostato e così pure il grande Tempio di Amon: sembravano abbandonati da secoli.
Il Principino mi aveva detto che il vecchio Sacerdote di Amon non era più in vita...non sapevo se avessi o meno ancora persone amiche, qualcuno che si ricordasse di me, in quella città.
Entrai nel mio tempio forzando una porticina secondaria.
I miei passi risuonavano sul pavimento, amplificati dal vuoto dell'ambiente: una volta abbandonato, era stato saccheggiato forse per ordine dell’Eretico, poi dai ladri o dalla gente, che si sentiva in diritto di prendere ciò che poteva.
Restava una sola statua, la stessa che stavo lustrando quel giorno di sei anni prima. Provai un tuffo al cuore, mi prostrai, sentii il suo sguardo di pietra su di me.
Me ne ero andata bambina, tornavo donna, con un ruolo importante e il cuore in pezzi.
Luna Nascente!” Mi voltai. Nella penombra non riconobbi l'uomo che mi chiamava e mi correva incontro, finché non fu ad un passo da me, sorridente, le braccia tese ad accogliermi.
Era il ragazzino che io consideravo “stupido maschio”, il novizio che mi aveva accompagnata dal Gran Sacerdote: “Non posso crederci, gli dei ci ascoltano! Sei tornata! Per Amon, sei bellissima, chi l'avrebbe mai detto?” mi canzonò.
Non mi piaceva, da bambino, ma forse ero sempre stata ingiusta con lui.
Era un ragazzetto timido, piuttosto chiuso, ossuto, ultimo di una nidiata troppo numerosa di una famiglia modesta, che se ne era liberata spedendolo al tempio, dove sarebbe stato nutrito, vestito e, soprattutto, istruito, portando benessere ai suoi.
Non si sentiva all'altezza di altri e si era trovato in quella situazione folle in cui eravamo tutti, per cui la classe più ricca e potente d'Egitto era quella che versava in condizioni peggiori, un giorno dopo l'altro, così lui, da risorsa, come ci si aspettava, si era trasformato in un peso inutile...
Ora, dopo anni, mi resi conto del fardello che doveva aver portato per molto tempo e mi sentii colpevole per le volte che lo avevo trattato con sufficienza.
Lo abbracciai, con più entusiasmo di quanto avrei voluto: “Ehi! Che succede?” chiese stupito, scostandomi per osservarmi. Quegli anni mi caddero addosso di colpo e scoppiai a piangere.

Sedemmo in un angolo tranquillo, all'ombra delle colonne e gli raccontai della mia vita ad AkhetAton. Non del mio reale rapporto con il quasi Faraone, ma gli dissi molte cose, cose che non avevo mai detto a nessuno, nemmeno alla coppia di spie che mi era rimasta accanto.
Lui mi ascoltò in silenzio, senza farmi domande.
Il Sacerdote era molto preoccupato nel mandarti là. Sapeva che era un covo di serpi, ma sapeva anche di non poter inviare nessun altro che te. Non ne conosco i particolari, ma so che c'erano di mezzo degli oracoli...una profezia, qualcosa che aveva a che fare con il tuo ritrovamento appena nata, sai...”
Ne fui sorpresa: avevo sempre creduto di essere stata scelta semplicemente perché ero la più piccola e perché sapevo parlare come la gente della costa.
No” mi disse: “Ti prepararono anni prima della nascita del Sacro Fanciullo, perché tu ti occupassi di lui. Dicevano esserci un legame immenso tra le vostre anime”
Ero al settimo cielo: io, la ragazzina di nessuno, facevo parte di una profezia!
Io, la trovatella buttata tra gli sterpi, avevo un immenso legame con l'anima del Fanciullo Sacro!
Mi sentii forte, mi sentii viva.
Lui era mio, veramente mio! Non c'erano sorelle, né leggi che tenessero, io ero in una profezia ed ero per lui!
“Dimmi di più!” lo pregai.
Non sapeva altro, solo quello che mi aveva appena detto e il Gran Sacerdote era morto senza potergli raccontare altro. “Ma si crucciava ogni giorno per la tua sorte, soprattutto man mano che arrivavano notizie di quanto laggiù ci fosse la tendenza a morire prematuramente”
“Il Principino vuole che io completi la mia formazione come sacerdotessa, ma come è possibile, se non c'è più nessuno?”
Alcune vecchie sacerdotesse sono morte, alcune partite e non saprei rintracciarle, ma qualcuna è rimasta, ti porterò da loro. Il popolo non vede l'ora di poter tornare a lavorare, produrre, servire gli dei.”
Si voltò in direzione del fiume, lasciando scorrere lo sguardo sulla città di cui arrivavano i miasmi pure al tempio: “Waset rinascerà. Il Fanciullo riporterà la ricchezza, la gloria e l'Egitto conoscerà un tempo di luce e prosperità tali da non aver pari nella storia...così è scritto. Porterà saggezza, giustizia e verità, ma...” si volse verso di me, guardandomi molto penetrante: “La profezia dice anche che Egli corre gravi pericoli, poiché i Servi del Male vogliono offrire la sua testa a Seth. Deve essere protetto, amica mia. Se c'è una cosa di cui non c'è penuria, a Waset, sono ratti malvagi e serpi velenose”
Rabbrividii. Il sole stava rapidamente calando alle nostre spalle, tingendo di un intenso colore rosso le strade e le case sotto di noi e quel colore, tutt'a un tratto, prese l'aspetto di una marea di sangue che ricopriva la terra, densa e minacciosa.

La mattina dopo, di buon'ora, cominciammo ad assumere lavoratori: uomini e donne si accalcavano speranzosi presso il tavolo dove si sceglievano operai, maniscalchi, fabbri, falegnami, sarti, muratori e così via.
Gli occhi brillavano di speranza, alcuni chiedevano se anche i templi fossero da restaurare, se servissero soldati e alle risposte, per lo più positive, che davamo loro, gli occhi si facevano più brillanti, i sorrisi più ampi, la voglia di fare si sostituiva all'inerzia e alla frustrazione.
Più volte, rivolgendosi a me, la gente mi chiamò “Signora”, come io fossi già colei che avrei dovuto diventare.

Nel primo pomeriggio la vita ferveva nel Palazzo Reale, nel Tempio di Amon, lungo la strada per il porto, le strade venivano lavate, ripulite, la folla si accalcava davanti a bottegucce dove barbieri tagliavano e pettinavano incessantemente.
Era magia: era bastato il suo nome perché la vita rifiorisse prepotente.
Camminavo tra i lavoratori come in estasi e la gente si inchinava al mio passaggio e mi chiedeva benedizioni.
Nessuno, mi resi conto, mi chiese della Sposa Reale, o ne fece mai il nome.
A loro non importava della figlia di Nefertiti che forse avevano già dimenticato.
Le settimane trascorsero veloci come in vento nel deserto, in un'attività frenetica e piena dei colori delle stoffe appena tessute e dei filati appena tinti e distesi ad asciugare, nell'odore della pietra tagliata e levigata, delle mescole di stucchi e del tintinnare di scalpelli.
E, in tutto questo, io ripresi il mio studio con quelle due o tre donne della Dea su cui ancora potevo contare.

Finché un giorno, un giorno in cui gli uccelli volavano più alto, il cielo era più  blu che mai e l'aria traboccava del profumo dei gelsomini, la voce dell'arrivo della Barca Reale percorse le vie come una piena.
In men che non si dica la folla era tutta radunata presso il fiume, qualcuno venne alle mani per poter guadagnare un posto migliore, solo per poter vedere il Fanciullo e la sua Corte.
E la nave arrivò, risalendo lenta e maestosa la corrente, splendente per gli addobbi e le ghirlande di palma e fiori che lungo la via erano state donate dalla gente, una specie di palco di legno su cui erano sistemati i troni su cui la Coppia Reale era assisa, perché tutti potessero vederli.

Lei era molto elegante, molto graziosa, più fine della madre, di una bellezza più discreta e meno altera.
Lui sembrava fatto d'oro tanto risplendeva. Vestiva una tunica semplice, bianca, un collare di turchese a mezzaluna e un copricapo rosso e oro, ma niente di più, poiché non ne aveva bisogno. La luce sembrava provenire direttamente da dentro il suo corpo e, pure da lontano, vedevo risplendere i suoi occhi dorati.
Non era più il mio Bambino.
Era il Divino Fanciullo, la Divinità incarnata, era ciò che era sempre stato e doveva essere: il Signore d'Egitto.
Discese dalla barca tra due ali di guardie d'onore, al fianco della Sposa Reale che si guardava attorno smarrita da quell'immenso mondo nuovo e sconosciuto, seguito da dignitari, altre guardie (il Generale appena alle sue spalle con il Gran Visir), servitori, ancelle...camminava sorridente, a testa alta, gli occhi che scintillavano tra le linee di bistro lapislazzuli, perfettamente a suo agio.
Mi parve cresciuto in quei due mesi di lontananza, ma forse è normale a quell'età...i fanciulli crescono in fretta, quasi li vedi cambiare sotto i tuoi occhi quando li hai lì, ogni momento della tua vita. E quando li hai lontani per un periodo, nel rivederli sono così mutati da strapparti il cuore.

La folla era prostrata in ginocchio, qualcuno tentò di porgergli un bambino da benedire, lui si fermò e posò dolcemente la mano sulla testa del piccolo, chinandosi appena.
Mi era lontano, ancora.
L’uomo che era stato novizio sei anni prima, ora Gran Sacerdote di Amon, lo accolse e condusse lui e il corteo reale verso il Palazzo, che, in quelle settimane, aveva cambiato totalmente aspetto.
Lui levò gli occhi a guardarne la facciata e sorrise con un cenno di approvazione.
Lo sentii così lontano...lassù, in cima al mondo...io non ero più nulla.
Sua sorella, pur con quella sua aria sperduta, camminava al suo fianco, si faceva forte di lui, della sua essenza, adorante.
Chi ero io?
Esistevo ancora?
Io ero nata per lui, ero colei che era stata inviata al Bambino, ma...ma cos'ero per l'uomo che doveva diventare?
Mi inginocchiai quando mi passò vicino, la fronte quasi a toccare il suolo. Non si fermò, non mi sfiorò, non mi guardò neppure, ma percepii il suo sorriso.
Poi scomparve alla mia vista, dentro il Palazzo.
Me ne andai, sola, verso il Tempio ancora chiuso e restai a lungo seduta ai piedi della statua di Aset, incapace di pregare, di pensare, immersa nei ricordi che, semplicemente, scorrevano davanti ai miei occhi chiusi.
Per gli dei, come mi mancava! Come mi mancava la nostra vita di prima, insieme!
Quegli anni senza ieri, senza oggi, né domani, in cui vivevamo immersi in un nostro sogno, al di fuori del tempo, immemori del resto del mondo, perduti l'uno nell'altra, crescendo insieme, l'una per l'altro! Ora, ora che tutto era passato e perduto per sempre, mi rendevo conto di quanto, nonostante tutto, nonostante i pericoli, i mille lutti, le minacce, le preoccupazioni, avessimo vissuto intensamente ed intensamente felici, ebbri di noi due soltanto.

Non so quanto tempo passò.
Era quasi buio quando mi sentii chiamare con insistenza. Uscii sbattendo le palpebre alle lame di luce del tramonto e vidi una ragazzina correre verso di me: “Signora, Signora, presto! Ti cercano da tempo, il Far...il Fanciullo ti vuole!”
Corsi verso il Palazzo così in fretta, con il cuore che volava e mi portava sulle sue ali, che quasi non respirai per tutto il tragitto, la ragazzina che mi rincorreva affannata.
Mi accolse il Gran Visir in persona, accigliato: “Dove eri finita?” Si interruppe, mi fissò attonito: “Ma...cosa sei?”
Una Sacerdotessa di Aset, Gran Visir. Il Fanciullo ne è sempre stato al corrente, fin dal primo giorno” risposi alzando il mento e fissandolo fieramente negli occhi gelidi.
Non rispose, socchiuse gli occhi e serrò la mascella.  
Mai avrebbe sospettato che la bambinetta sempre appiccicata come un'ombra al Principino potesse essere qualcosa di diverso e di più di una bambinetta timida e sola.

Mi scortò in una stanza con grandi finestre volte verso i giardini interni.
C'era ancora odore di stucchi e calce, ma era stata arredata con cura ed estrema ricchezza con ogni sorta di oggetto prezioso.
Lui stava osservando un tavolino d'ebano e avorio con un prezioso senet degli stessi materiali: “Chissà se avrò mai il tempo di usarlo?” disse tra sé.
Si voltò a guardarmi. Era stanco, pallido, oppresso da settimane di fatica.
Il sorriso e l'espressione di totale, distaccata serenità, avevano lasciato il posto ad un visetto di fanciullo sfinito, le spalle incurvate, gli occhi dorati lucidi e dilatati.
Lo feci stendere su un divano carico di cuscini, gli bagnai la fronte bollente, lo coprii con un telo di lino ricamato: “Perché te ne sei andata? Mi hai lasciato solo in mezzo a tutta quella gente...” sussurrò lasciandosi cadere tra i cuscini.
Mi dispiace, mi sentivo di troppo. Là in mezzo non potevo neppure avvicinarti, ero inutile. Sono andata al Tempio a riflettere”
Sentii i suoi occhi puntati su di me: “Perché mi hai abbandonato? Per lasciarti cullare dai ricordi? Non possiamo tornare indietro, ci sono troppe cose davanti a noi da portare a termine. Non è là, in quel tempo, che ho bisogno di te. È qui, è ora.”
Sedetti su un poggiapiedi accanto al divano: “Lo sai che...mi hanno mandata da te per via di una profezia?” lo dissi ad occhi bassi, un po' vergognosa, sentii che sorrideva e trovai il coraggio di guardarlo: “Certo che lo sapevo. Io non sono nulla senza di te” disse dolcemente.
Gli feci una smorfia e gli diedi un buffetto sul braccio per quella presa in giro, ma il suo sguardo era velato e sapevo che il dolore alla testa e agli occhi lo stava opprimendo.
Il viaggio, lentissimo, era durato oltre due settimane e lui aveva dovuto, ogni giorno, passare ore ed ore immobile sul trono a farsi ammirare ed adorare dal popolo, a sorridere sotto il sole cocente che riverberava sull'acqua.
Lo costrinsi a mangiare qualcosa, gli infilai in bocca dei piccoli dolci preparati in suo onore, cercai acqua fresca e latte di capra, lo feci ridere, lo cullai tra le braccia come da piccino, poi passai l'intera notte accanto a lui, sostituendo i panni freddi sulla sua fronte e accarezzandogli il petto e la testa per curarlo, sussurrando formule di guarigione.
A tratti ne ripeteva alcune, lasciandosi poi andare con un sospiro alla fatica.
La notte era fresca, fuori, sotto la luna che presto sarebbe stata piena, frinivano innumerevoli minuscole creature, cantando ad Aset la loro canzone.

"Mi dispiace, Is..." disse ad un tratto: "Non doveva andare così. Oh, se avessi potuto aspettare, salire al trono tra...cinque anni, come sarebbe stato giusto! Allora sarebbe stato tutto diverso: mio cugino avrebbe restaurato l'Egitto, riconquistato i territori perduti, generato qualche figlio e io avrei avuto il tempo di essere pronto, di essere adulto o quasi...invece sono lì, tutti attorno a me come avvoltoi, pensando di avere una bambola di palma e stracci cui far fare ciò che vogliono e tutto è troppo, semplicemente troppo per me.
Mi sento schiacciato sotto questa responsabilità, con un intero paese sulle mie spalle, un paese grande, pesante come una montagna, che aspetta da me miracoli...e io ho bisogno dell'aiuto dei consiglieri e cortigiani, pur se non mi fido di loro.
Dovrò compiacerli e tenerli a bada, permettergli di guidarmi e mostrare il peso della mia mano, che si rendano conto che il Fanciullino è il Faraone e non un loro trastullo.
Eppure dovrò essere cauto: se anche sono l'ultimo della mia dinastia, se non sarebbe una buona idea farmi fuori, non posso essere imprudente.
Ho bisogno di te, Is. Non c'è niente e nessuno di cui io possa fidarmi completamente e nessuno che possa comprendere il mio cuore fino in fondo, a parte te. Tu sei l'unica con cui io possa sentirmi davvero al sicuro e amato, lasciando fuori tutto il resto"
"Sono qui, mio Signore. Sono qui e lo sarò sempre, perché è per te che io esisto, finché tu esisterai e finché mi vorrai al tuo fianco. Il tuo regno sarà un'età dell'oro e durerà almeno settant'anni"
Gli scappò da ridere: "Dubito di poter arrivare ad ottant'anni, Is! Sarei felice di raggiungere i quaranta, a meno che tu diventassi così potente da guarire i mali che il faraone padre ha impresso in me. Chissà...forse il tuo amore un giorno troverà una via per guarirmi e rendermi forte e indistruttibile...ma a me basterebbe che la mia vita finisse tra le tue braccia, che cullassi i miei ultimi istanti e mi dessi un ultimo bacio al momento della fine."
Inorridii a sentire quelle parole: era un bambino di nemmeno undici anni a pronunciarle e mi sentii gelare dal terrore.
"Io ti cullerei e ti darei l'ultimo bacio, ma non potrei esalare un solo respiro dopo di te. Prometti che, se mai accadesse, prenderai la mia anima e la porterai con te, qualunque sia il tuo cammino dopo questa vita."
Non rispose. Si rigirò sul fianco, verso di me e abbracciò una spessa coperta avvolta lì accanto, posandovi il viso sfinito e si addormentò.
Io restai a lungo ad ascoltare la notte, le sue parole che risuonavano spaventose dentro di me.

Quando sorse il sole sentii entrare qualcuno: "Cercavo mio fratello...” disse la voce esitante di Ankhesenpaaton: “È vero che non sta bene?" lui dormiva profondamente.
Le feci cenno di tacere e lei sedette dall'altra parte del divano. Restò a guardarlo dormire, giocherellando con i molti braccialetti.
Era elegante, carica d'oro, di unguenti profumati dei più rari e preziosi, ma non aveva nulla. Tutto ciò che aveva era un fanciullo fragile addormentato tra sete e broccati.
(...continua link p.:9)