Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

IL TOCCO NEL CUORE


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Che il Cielo mi perdoni!
Ciò che sto per narrare sono fatti così incredibili, terribili e meravigliosi, da indurre il pensiero ch’io non sia che un povero folle, vittima dei fantasmi della propria mente. 
Di certo, se queste cose fossero udite da orecchio umano, verrei imprigionato come blasfemo ed eretico, pure ogni cosa accadde realmente, così come la racconterò, per quanto possa parere mirabolante e strana.
Non oso parlare agl'omini di tutto questo, dunque non mi resta che affidare alla pergamena la mia testimonianza, perché rechi ai posteri la verità.”

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Anno Domini 1037, Principato di Eldenburg, Europa Centro Orientale:

“Era un giorno d’estate, poco prima del raccolto, il quarantesimo compleanno del Principe Veit, del quale ero Guardia Reale dal giorno della sua precoce ascesa al trono, quasi trent’anni prima.
Come ogni anno, il Principe aveva promosso una grande festa per il popolo e i Signori delle terre confinanti, estendendo inviti a marche e ducati lontani e, a volte, non particolarmente amici, in segno di pace e rispetto, come suo costume. Egli, tuttavia, non vi aveva partecipato, se non per il breve momento necessario, facendosi quasi immediatamente sostituire da un sosia ed ora se ne stava quietamente seduto di fronte alla finestra dei suoi alloggi ad osservare da lontano. 
Sentendomi entrare si volse a guardarmi e provai una fitta di inquietudine: sotto i lunghi capelli neri e lucenti che scendevano fino oltre la metà della schiena, la fronte era imperlata di sudore e gli occhi grigi apparivano tanto cupi da sembrare quasi neri, come accadeva quando il male lo schiacciava senza pietà.
Mi parvero innaturalmente grandi in un viso innaturalmente pallido. Accennò un sorriso tirato e subito chiuse gli occhi alla notte illuminata da fuochi e danze.
Nonostante il misterioso male lo affliggesse da prima ancora di salire al trono, il Principe non dimostrava più di trent’anni e, pure da uomo, non potevo non constatare la sua grande avvenenza e l’aura di autorità e potere che emanava.
“Principe…tua moglie è molto seccata per l’assenza dei gemelli al tavolo signorile” riferii cautamente: “Oh, io possiedo una moglie?” ripose egli divertito, senza aprire gli occhi: “Ufficialmente…non avendola mai ripudiata…” lui fece un gesto con la mano, come a scacciare una mosca: “Non mi pareva una cosa garbata, dal momento che si è presa il disturbo di procurarmi due eredi, ma…” sospirò: “Gradirei che non mi seccasse con le sue stupidaggini. Perché non ha chiesto al mio sostituto di occuparsene?”
“Credo perché lei non è seduta al tuo...suo tavolo, Sire. E io ho creduto opportuno avvisare te, invece del sostituto, se non erro...ella non sa non trattarsi di te, non è vero?”
“Giusto” sospirò: “I gemelli sono quasi sicuramente arrampicati sul grande tasso a guardare la festa e fare scherzi, dal momento che, al contrario di Margaretha, loro sono consapevoli che l’uomo sul trono non è il loro padre”
“Tuttavia sarebbe più saggio tenessero un comportamento più consono al loro ruolo, mio Signore. Il popolo mormora sulla loro scarsa educazione”
Veit strinse le labbra, innervosito. Sembrò concentrarsi intensamente e, pochi momenti dopo, si videro una lunga treccia biondissima e un caschetto dello stesso colore correre verso il tavolo cui sedevano i nobili e prendere posto ai lati del “Principe”, educati e perfetti nella loro commedia.
Non ero nuovo a questi eventi naturalmente, pure, ogni volta, mi davano un profondo senso di meraviglia e un brivido di timore.
La porta si aprì, lasciando entrare l’Alchimista, il quale recava sotto un braccio rotoli di pergamena, papiri vetusti e una coppa nella mano rimasta libera.
Il Principe si voltò a guardare la coppa avidamente, appena fu alla sua portata l’afferrò e ne trangugiò il contenuto d’un fiato, trattenendo un conato di disgusto.
Rimase immobile per alcuni istanti, la fronte madida di sudore, il respiro affannoso che piano piano si calmava, il colore che rifioriva sulle guance.

Il vecchio mago lo studiò per tutto il tempo, rosicchiando nervosamente un baffo grigio: “Ebbene?” chiese il Principe riaprendo gli occhi, ora quasi del loro naturale grigio acciaio, sebbene ancora sofferenti: “Mi dispiace, io…io posso tenerti in vita, Sire, ma non guarirti, non ne ho il potere. Il tuo male è troppo antico e complesso e” prese un respiro: “Troppo profonde sono le sue radici. Profonde e spaventose”
Il Principe accennò un sorriso ironico, fece cenno di proseguire, gettando un’occhiata distratta ai rotoli abbandonati sul tavolo poco lontano: “Tuttavia…” riprese esitante l’Alchimista: “Potrebbe esserci una strada, anche se…”
Veit socchiuse gli occhi incuriosito: “Anche se non è facile, insomma…ecco, esistono diverse testimonianze di gente delle Montagne dell’Ovest, che parlano di uno strano posto, una Valle misteriosa carica di antica Magia. Non si tratta di favole, ho studiato a lungo e verificato il più possibile le fonti e mi sono fatto un’idea abbastanza precisa. Si tratterebbe di una, si, di una Terra d’Ombra…”
Il Principe spalancò gli occhi al colmo dello stupore e scoppiò a ridere dopo attimi di pesante silenzio: “Andiamo! Una Terra d’Ombra? Io ti chiedo guarigione e tu mi propini delle favole? Non è divertente, Mago, cosa ti salta in mente?”

L’Alchimista sedette di fronte a lui senza chiederne l’autorizzazione, consapevole sia di chi fosse l’uomo al suo cospetto, sia del proprio stesso ruolo: “Mi meraviglio, Sire” rispose gelido: “Proprio tu, con le tue così particolari capacità e poteri, riduci a favoletta qualcosa senza degnarlo di uno sguardo, solo perché lontana dall’esperienza della gente comune? Proprio tu, che sei afflitto da un male prodotto da oscure e terribili magie? Davvero, mi meraviglio!”
Veit lo scrutò sorpreso, quasi piccato dall’ardire del vecchio.

Nessuno osava mai contraddirlo, era qualcosa che non era contemplato, non faceva parte della realtà del mondo. Nessuno, semplicemente, diceva di “no” a Veit di Eldenburg.
Reclinò la testa da un lato, socchiudendo gli occhi per meglio studiarlo: “Quindi la mia salvezza sarebbe in qualche luogo sospeso a metà tra questo ed altri mondi? Un luogo che, secondo ciò che si dice delle Terre d’Ombra, non è esattamente dove dovrebbe essere e non sempre vi si trova? È davvero incoraggiante!” considerò lentamente.
Il vecchio annuì: “So che pare una favola o un eccessivo azzardo…si narra che Cesare abbia cercato questo luogo per decenni, spendendo in uomini e mezzi più di quanto avrebbe dovuto, ma inutilmente”
Il Principe sollevò un sopracciglio: “Cesare? Giulio? Oh, perbacco, io credevo avesse tutt’altro da fare! Sono oltremodo sorpreso!” appariva divertito ed incredulo, ma, conoscendolo da quando era undicenne, potevo scorgere il lampo di curiosità che brillava nell’intenso abisso dei suoi occhi: “Non fu lui personalmente, Sire, a cercarla, affidò sempre la cerca ai migliori uomini della repubblica, spie ed esploratori, ma inutilmente. A dire il vero, non credo vi cercasse guarigione di sorta, beh, forse lunga vita, ma egli la chiamava Valle dell’Oro. Le testimonianze narrano infatti di ricche miniere di metalli pregiati, oro, argento, rocce di ferro celeste e poi pietre preziose che si trovano perfino in superficie, senza neppure dover scavare. La terra è ubertosa, l’acqua pura e abbondante, il bestiame numeroso ed opulento, i frutti dal sapore celestiale, ma…in particolare, si narra di guaritori di grande abilità ed immenso e antico potere. Ritengo che trovare quella valle sia la tua unica speranza di guarigione, Principe.”
Veit rigirò la coppa vuota tra le lunghe dita, pensieroso: “Cosa ti fa pensare che io possa riuscire dove tanti hanno fallito? Non credo di avere decenni a mia disposizione”
“Alcuni la trovano, Principe. Gente che si perde tra le Montagne innevate, pellegrini, anime infelici e diseredate, artisti, viandanti…”
“Dovrei dunque andare ad Ovest, arrampicarmi come una capra fin oltre le nuvole e poi provare a perdermi sperando che il Cielo me la mandi buona?”
Il vecchio sospirò paziente: “Sire…non vi è dubbio alcuno che tu abbia molte delle caratteristiche di coloro che sono riusciti, nel corso dei secoli, a trovare quella Terra: hai nemici feroci, sei sicuramente un’Anima nobile, hai un grande potere magico, sei profondamente ferito eppure sei saggio e giusto. Ti ho portato alcune testimonianze interessanti che sono riuscito a raccogliere, ti prego di leggerle e di riflettere. Appena avrò pronta la tua medicina tornerò e ne potremo parlare”
Vidi il viso del Principe farsi terreo alle ultime parole del Mago: appena la medicina fosse stata pronta, significava che doveva aver terminato le scorte delle sostanze che usava per prepararla, che avrebbero potuto volerci giorni, forse settimane, per averne di nuove e che lui avrebbe potuto stare molto male, nel frattempo.
“Non preoccuparti” disse il Mago attorcigliandosi distrattamente un baffo sull’indice: “Questa dovrebbe avere effetto per un tempo sufficiente”

Passarono diversi giorni. Il Principe lesse e rilesse i rotoli, copiando, sottolineando, passò notti intere nei sotterranei (peraltro troppo freddi e malsani per lui) a studiare antichi scritti per suo conto, giorni a camminare da solo nei giardini perso nei propri pensieri.
I gemelli gli trotterellavano a fianco, cercando di distrarlo, riuscendo a volte a strappargli un sorriso, per lo più limitandosi a confortarlo con la loro stessa presenza.
Quei due ragazzini erano un altro dei suoi prodigi, in effetti.
Anni prima, quando era nato il nostro ultimogenito, la mia sposa e io avevamo deciso di domandare al Principe l’onore di tenerlo a battesimo.
Quando glielo avevo chiesto era rimasto così profondamente sorpreso da non riuscire a dire una sola parola per molto tempo: “Perché?” aveva sussurrato: “Nessuno della tua famiglia o di quella di tua moglie desidera esserne padrino?” avevo sorriso: “Sicuramente molti, mio Signore, ma ognuno è già zio, cugino, padrino o madrina di qualcuno, mentre tu…non hai famiglia e…noi…noi saremmo immensamente onorati di poterti considerare come un membro della mia famiglia, perdonami…” avevo detto flettendomi su un ginocchio e chinando la fronte.
Nessuna risposta. Dopo un po’, avevo alzato gli occhi verso di lui.
Il Principe, appoggiato col gomito sul bracciolo della sedia, mi osservava in silenzio, intensamente.

Mi vergognai per avere osato fargli una simile richiesta, ma quando lo guardai non vidi severità o disappunto sul suo volto, bensì una sorta di commosso stupore. “Ne sarei grandemente onorato” aveva risposto con un leggero tremito nella voce, dopo un interminabile momento.
Lo osservammo, tempo dopo, tenere il nostro neonato tra le braccia con delicatezza commovente, gli occhi lucidi e pieno di meraviglia: non aveva eredi e ora, all'approssimarsi dei trent’anni, era il momento di pensarci seriamente.

Poco tempo dopo ebbe inizio la ricerca di una moglie.
Il Principe la cercò a lungo, tra le nobildonne di Terre e Signorie più o meno prossime ai nostri territori, tra figlie di militari e commercianti, tra popolane e contadine…nessuna pareva andare bene.
Tutte le donzelle del regno anelavano a divenire la sposa del Principe, così bello, affascinante, misterioso e magnetico, ma egli pareva indifferente a tutte loro, quasi annoiato.

Da anni, da quando il Principe non era che un giovinetto, tra il popolo e la corte erano diffuse voci che dicevano ch’egli non gradisse le donne, che non fosse in grado di apprezzarne le grazie o che avesse altri, perversi gusti.
In verità era semplicemente indifferente, forse alla perenne ed infruttuosa ricerca di un sogno, forse perché impegnato in altro, forse perché nessuna era in grado di curare il male che affliggeva il suo corpo e la sua anima.
Dal suo dodicesimo compleanno, quando era salito al trono del padre, si era occupato dei campi, del bestiame, della cura di foreste e pascoli, delle acque, del benessere del popolo, dell’istruzione e della cura dei fanciulli, rendendo il regno prospero, sereno, colto.
Aveva costruito scuole dove i piccoli potessero studiare, luoghi di cura, terme, giardini, luoghi ricreativi dove, al coperto, si tenessero spettacoli o mercati…dirimeva questioni e diatribe tra la gente, aveva abolito la pena capitale e reso le carceri meno terribili, seppure vi alloggiassero i criminali; era uomo giusto, generoso e saggio, che sapeva essere arguto e divertente.
Tanto più il suo male lo affliggeva, tanto più si mostrava sorridente e si prodigava per infelici ed ammalati, organizzava feste e tornei per il popolo.
Certo, era normale che centinaia di giovani donne si affollassero chiedendo udienza, aspiranti spose.
Egli le riceveva, conversava con loro, le ascoltava ed osservava in silenzio, poi, inevitabilmente, le congedava con un piccolo dono, sempre diverso per ognuna.
Ognuna, scoprii, riceveva qualcosa che aveva desiderato in segreto, nessuna ciò per cui era venuta.
Il tempo passava e il Principe si faceva più triste e distante, finché un giorno scelse a sorpresa una giovane contadina.
Bionda come oro, dalle guance rosee e le labbra come petali di rosa, il sorriso radioso, dall’aspetto sano e le braccia forti.
Lo sguardo era pure vivace ed intelligente, ma non compresi mai a fondo il perché di quella scelta: pur graziosa e sana, pur se di lingua sciolta, non era la più bella, né la più affascinante, né la migliore tra le pretendenti che mai si fosse presentata.

Vi fu un matrimonio ufficiale, sfarzoso senza eccessi, elegante senza fronzoli, raffinato e, ad occhio attento, freddo.
Quella notte il Principe si ritirò come al solito nei suoi alloggi e lo fece da solo, lasciando la sposa con doni, abiti e servitori, nelle stanze a lei destinate.
Passarono settimane, che divennero mesi.
Il Principe si mostrava in pubblico con la novella sposa, la faceva sedere al proprio fianco, la conduceva nelle danze, poi, silenzioso e freddo, si ritirava nei suoi alloggi a studiare e fare calcoli.
A volte si recava dalla consorte, che al principio lo accoglieva al colmo dell’emozione, ma egli sedeva in un angolo e la osservava per un po’, socchiudendo gli occhi, distante come la luna.
Infine, con un delicato bacio sulla fronte, se ne andava.
La giovane si fece sempre più triste, inquieta, nervosa: si domandava cosa in lei non andasse, cercava di migliorare la sua cultura, il proprio aspetto, la dizione, si rendeva affascinante, frequentava cortigiane per apprendere da loro i segreti della seduzione, ma nulla serviva.
Il Principe pareva non notarla, come non si nota una crepa in un vecchio muro.

Finché, diversi mesi dopo il matrimonio, parve soddisfatto dei suoi calcoli e grafici.
Una sera, dopo essere a lungo rimasto a fissare la campagna sotto le stelle, con un sospiro rassegnato si alzò, bevve la pozione dell’Alchimista e si recò dalla sua sposa.
Lo fece sette sere di seguito per tre mesi.
La giovane donna rifiorì immediatamente, si fece radiosa, allegra e finalmente si sentiva calata nel proprio ruolo di Principessa, per quanto non le fosse mai stato attribuito quel titolo e fosse semplicemente “la sposa del Principe”.
Poi, così come aveva cominciato, il Principe non si presentò più alla sua porta.
Pochi giorni dopo la giovane scoprì di essere in attesa di un figlio. Nacquero i gemelli e lui non si recò mai più presso le sue stanze.

Quando i piccoli furono svezzati fece preparare una splendida casa ai piedi della più verde delle colline, con vasti terreni di proprietà, bestiame e animali da corte, riempì la casa di mobilio elegante, gli armadi di abiti regali e gioielli, poi vi fece trasferire la consorte.
Da quel giorno provvide ad ogni sua necessità, senza mai incontrarla, se non in occasioni ufficiali, né occuparsi di lei in altro modo.
Non la ripudiò, ma, come le disse in una lettera che fece trovare al suo arrivo nella nuova casa, la rese libera e ricca, grato per il dono dei figli.
Poteva avere gli amanti che desiderava, poteva avere da loro altri figli che egli avrebbe provveduto a mantenere e crescere, pur non riconoscendoli.

La donna pianse di rabbia, spaccò le suppellettili contro i muri, s’infuriò, poi si fece triste, infine si rese conto di essere ricca, ammirata, giovane e bella e di poter ricominciare una nuova vita, sebbene non da principessa ed accettò la nuova situazione prendendo a volgerla a proprio vantaggio, poiché era donna intelligente e scaltra.

Un giorno, trovando il Principe intento alla cura dei gemelli assieme ad una bambinaia, presi il coraggio di domandargli perché mai si fosse comportato in quel modo. Egli sorrise, un sorriso amaro, mi portò fuori a passeggiare nei giardini che si apprestavano a rifiorire di lì a poco e, sedutosi accanto ad una fontana, mi raccontò: “Ho guardato nei loro occhi, ho ascoltato i loro pensieri, uno ad uno, di una per una, per molto tempo, per anni.
Ho sentito i loro sospiri al mio passaggio, sospiri di desiderio che loro chiamavano con altri nomi, ma non era che brama…brama di molte cose.
Di potere, perché essere al fianco di un Principe è essere in cima alla torre più alta.
Di lusso, perché si hanno abiti eleganti, servitù, gioielli…essere ammirate, al mio fianco, invidiate, ingioiellate, vedere la gente inchinarsi al loro passaggio, questi erano ogni volta i loro pensieri.
Il mio presunto fascino, il mio ruolo, per poter brillare della mia luce riflessa, questi i loro intenti.
Per altre i pensieri erano di potere, di fusione di casate con la mia, di eredità e contratti tra terre e paesi.
Nessuna ha mai avuto veri pensieri di rispetto e di amore per Veit, a nessuna è mai interessato, se non come un bell’oggetto con cui mostrarsi in giro.
Solo a loro stesse pensavano, a come si sarebbero sentite, a come le avrebbe guardate la gente, a cosa avrebbero fatto…tutte volevano il principe, nessuna si curava di Veit.
Così, alla fine, ho semplicemente cercato una donna che avesse nascite gemellari nella famiglia, che fosse di costituzione forte e sana, intelligente, anche se magari senza aver mai fruito di questa sua stessa dote e di bell’aspetto, infine volevo fosse una donna pratica, che non avrebbe intralciato i miei piani una volta che io l’avessi ben sistemata per la vita…ed ecco che ho trovato moglie”
Ero allibito dalle sue parole, benché sapessi da tempo che il Principe era in grado di conoscere i pensieri celati nel cuore di chi lo circondava. “Quindi sapevi che avreste avuto due gemelli?” domandai al colmo dello stupore.
 Lui sorrise, sibillino: “Non lo sapevo. Ne ero certo perché avrei fatto in modo che così fosse. E così ho fatto.”
Così mi resi conto di quanto l’esistenza di quei due fanciulli fosse opera di un prodigio, ancor prima di scoprire, negli anni, quella loro capacità di comunicare da mente a mente tra loro e con il loro padre.
Lui non era un uomo come gli altri e i figli che aveva così fortemente voluto erano come lui anime grandi e misteriose.
Ero fedele, gli ero devoto, ma non riuscivo a non temerlo.

Ora che aveva i gemelli sembrava più sereno, si era fatto più allegro e la sua malattia pareva migliorare e così andò avanti per un po’.
Il regno prosperava, i suoi impegni politici mantenevano un ritmo costante così da permettergli di passare con i gemelli il maggior tempo possibile e di allontanarsi in modo regolare, senza creare loro eccessivo disagio, pure rimaneva distante, remoto al mondo al di là delle sfarzose e ingegnose feste ricche di invenzioni, colori e magie che regalava al paese e ai suoi ospiti, avidi di novità e di tutto ciò che il misterioso Signore di Eldenburg poteva offrire.

Non potevo, ogni volta, non rimanere al colmo della meraviglia nel vedere uccelli di fuoco librarsi nella notte per scomparire in scintille colorate che si posavano sugli ospiti facendoli brillare come gemme, o le fontane di acque multicolori dai cui zampilli si libravano effimere farfalle o ancora gli arditi pinnacoli di ghiaccio per le feste d’inverno, che catturavano arcobaleni rilasciandone i colori poco a poco, a suon di musiche dolci o grandiose cui gli ospiti si abbandonavano.
Tutto questo era opera dell’ingegno del Principe e dell’abilità di coloro che prendeva al proprio servizio, maghi, alchimisti, artigiani di grandi e misteriosi talenti.
Eppure, i sorrisi che distribuiva non cancellavano il velo amaro dai suoi occhi d’acciaio, né quella ruga che, troppo spesso, si formava tra le sue sopracciglia.

I gemelli avevano circa sei anni quando scoprii il suo segreto, o quantomeno una parte di esso…Sapevo dall’infanzia di come la madre del Principe fosse cambiata il giorno stesso della sua vedovanza: sposa ineccepibile e devota fino a che il consorte ebbe vita, cambiò come il vento di marzo non appena il pover’uomo ebbe sepoltura dopo una brevissima quanto misteriosa malattia.
In tutto il regno si sussurrava come quel male fosse stato sospetto, ma il Principe venne sepolto sotto gli occhi attoniti ed asciutti del figlio e quelli fin troppo disperati della moglie senza che nulla di realmente strano fosse scoperto sicché ogni cosa prese il suo nuovo, inevitabile corso e la Principessa mostrò un orribile volto di donna dissoluta, cambiando amanti come abiti o gioielli, incurante del dolore del fanciullo che stava crescendo.

All’epoca, di pochi anni più grande del Principino, mi preparavo a diventare Cavaliere e spesso combattevo con lui, allenandolo, ci sfidavamo a giostre a cavallo o a gare di tiro con l’arco, in cui, pur così giovane, eccelleva.
Mai si lamentò della madre, ma sempre sobbalzava, quasi spaventato, nel sentirne la voce o la osservava pensoso e contrito, triste e sofferente.
Non chiesi mai nulla, lui non mi confidò mai nulla e gli anni trascorsero tra sussurri e segreti.

Poi venne quella notte d’ottobre…il Principe si era incontrato con l’Alchimista, in preda ad un attacco del suo male, con dolori in ogni fibra del corpo e febbri che lo attanagliavano da giorni.
Al contrario di ciò che accadeva di solito, l’Alchimista non gli aveva portato pozioni o altri intrugli, ma insieme erano discesi nei sotterranei.

Poco dopo si era scatenato un violento temporale fuori stagione e un fulmine si era abbattuto su un’ala del castello, incendiando un magazzino dove erano stoccati tessuti e balle di cotone, con risultati immaginabili. Subito a corte ci si era attivati per spegnere l’incendio, ma ugualmente ero disceso di corsa ai sotterranei per avvertire il Principe.
Discesi per molto, scale sempre più ripide e strette, con sempre più rare torce a rischiarare i cunicoli e sempre più ombre inquietanti ed ingannevoli a circondarmi.
Sono un soldato, non mi spaventano le ombre, pure sentivo la schiena gelida e il cuore rimbombare nelle orecchie, finché udii una sorta di canto, basso, profondo, di cui non ero in grado di comprendere le parole e un grido lacerante in cui riconobbi la voce del mio Principe.
Dimentico della prudenza, sguainai la spada e corsi lungo il corridoio buio e irregolare, fino alla luce dove un’ampia camera si allargava e…credetti di impazzire.

Il Principe era accoccolato a terra, al centro di un cerchio di polvere bianca e rossastra, il torso scoperto, i lunghi capelli sparsi sulla schiena e appiccicati al viso madido di sudore, pallido come la luna e rigato di lacrime.
In un angolo tre uomini sedevano concentrati e cantavano in quello strano modo, come prendendo voce dal centro della Terra, mentre l’Alchimista girava attorno al cerchio strappando qualcosa dal corpo del Principe, una sorta di serpi nere che emergevano da misteriosi fiori di luce colorata, feriti eppure splendidi, che sembravano provenire da dentro quel corpo sofferente.
Era una scena terribile, ma non la peggiore: di fronte a me, sulla parete della sala, era infatti una lastra di pietra nerissima e lucida, levigata come specchio, in cui si riflettevano non le cose e le persone nel locale, ma qualcosa di mostruoso: ognuna di quelle serpi maledette e sibilanti si rifletteva per un istante divenendo immediatamente un’immagine, un evento, un ricordo.

Avrei voluto fuggire, ma ero inchiodato alla pietra ai miei piedi, nascosto agli occhi degli altri da uno spigolo di roccia viva.
Vidi il piccolo Veit alla morte del padre versare lacrime silenziose lasciando cadere petali dalle piccole mani, non petali di qualche fiore dei giardini, ma petali di luce che parevano formarsi dalle sue stesse dita.
E vidi, nascosto nell’ombra, un uomo coperto da un cappuccio rosso osservarlo malevolo.
Ora l’incappucciato, assieme ad altri della sua stessa genia, discuteva con la madre del Principino e ne sentii, come da grande lontananza, le voci: “Quel bambino è prodigioso, non è figlio d’uomo, che hai fatto, donna? Da dove viene?” lei rise, lusingata e colma di superbia: “E’ figlio di suo padre il Principe e di uno spirito potente insieme per opera di una strega d’Oriente”.
L’incappucciato le mise in mano molte monete d’oro, vidi lo sguardo avido ed astuto della donna, la vidi prendere il fanciullo per mano e consegnarlo a quegli uomini, concedendosi loro davanti agli occhi del figlio sconvolto ed attonito.
Vidi quegli esseri malvagi imprigionarlo, legarlo su una pietra piatta, costringerlo a bere un liquido verdastro, lasciarlo al buio per quello che mi parve molto tempo, circondato da fruscii, voci come d’oltretomba che emettevano lamenti spaventosi, luci singhiozzanti che catturavano lo sguardo, mentre il piccolo lottava per non guardare, tentando invano di chiudere gli occhi, forse impedito dalla bevanda.
Vidi quegli uomini violare il corpo innocente del bimbo con atti terribili e malefici, li vidi tentare di strappare da lui la sua stessa Anima immortale…
Vidi il fanciullo piangere, aggrappato al braccio della madre, chiedendole pietà, implorandola di non mandarlo da quegli uomini, che sarebbe stato buono, sarebbe stato il figlio migliore al mondo e vidi la donna guardarlo con rabbia, dicendo quanto fosse stupido ed egoista, che quella gente avrebbe fatto di lui un grande!
Incapace di resistere oltre, fuggii lungo le scale ripide e buie, uscii all’aperto sotto la pioggia torrenziale e, caduto in ginocchio, vomitai e piansi tutte le mie lacrime insieme alla pioggia.

Non ebbi mai più paura di lui, ma imparai ad averne per lui.

Il giorno dopo mi chiamò nelle sue stanze. Era più pallido del solito, pareva smagrito e quasi sprofondava negli alti cuscini bianchi, il viso del loro stesso colore.
Mi chiese cosa fosse successo la notte precedente, glielo spiegai…gli dissi che non avevamo voluto disturbarlo, poiché non c’era null’altro che potesse fare, oltre a ciò che noi tutti avevamo fatto.
Veit mi guardò a lungo, intensamente, gli occhi neri come un pozzo senza fine.
Sapeva.
Si lasciò ricadere sui cuscini e mi chiese di lasciarlo solo. Era molto stanco. Ero stanco anch’io, come mi fossero caduti addosso mille anni di battaglie perdute. Nell’uscire, mi voltai a guardare il viso esanime: vidi una lacrima scivolare silenziosa lungo la tempia e perdersi tra i capelli d’ebano.

Il giorno stesso chiesi al Ciambellano di poter alloggiare nelle stanze adiacenti a quelle del Principe, con la mia famiglia: volevo poter stare accanto a lui più possibile, senza trascurare mia moglie e i miei figli.
Mi fu concesso e mi stabilii là pochi giorni dopo.
Quando se ne accorse si limitò a sorridere, senza dire nulla.
Nei giorni seguenti i gemelli vennero spesso a giocare da noi: le corse e le risate, le grida dei ragazzini, riempivano gli ampi corridoi e il Principe, spesso assorto nei suoi studi o nel lavoro, sorrideva tra sé.

Così passarono ancora alcuni anni, fino a quel famoso giorno d’estate che, ancora non sapevamo, tanto avrebbe cambiato le nostre vite.
Il Principe studiò a lungo ogni possibile riferimento a quella terra misteriosa, ma più approfondiva i suoi studi, più pareva perdere speranza.
Non esisteva, infatti, un modo certo per trovarla, anche se era scritto che, una volta trovata la Valle, non ci si doveva preoccupare di ritrovarne la strada, poiché sarebbe stata la strada a trovare il viandante…ma…come trovarla una prima volta? Come, se non era che rincorrere un sogno?

Vennero le feste per il raccolto, venne il tempo di stoccare le provviste nei magazzini, venne il vento del Nord con l’odore di nebbia e castagne, e la nebbia, in quel periodo, sembrava essere una sola cosa con le nostre terre, come da esse generata: ristava fitta ed immobile tra le corti e le strette vie dei villaggi come sui fiumi e i campi, fino infilandosi nel profondo dei boschi.
Il Principe era uno scuro fantasma che camminava silenzioso in solitudine per i sentieri invisibili nel grigiore.
“Nelle nebbie” raccontò una vecchia di corte: “Soprattutto ai crocicchi, è facile fare strani incontri, sai, con Creature Fatate o Spiriti…il Principe sta cercando qualcosa, ma dovrebbe stare attento. Non puoi mai sapere cosa si celi tra le ombre!” Cercava forse una via tra quei crocicchi?

Lo trovai, o meglio, ci inciampai un mattino.
Era seduto tra cespugli di rose tardive che, come capitava spesso in sua presenza, mostravano una improvvisa e rigogliosa fioritura, inondando le stesse nebbie del loro profumo. Se ne stava là, seduto in solitudine, con un gomito posato su un tavolo di pietra e il viso sul palmo, gli occhi chiusi, profondamente assorto.
Restai a guardarlo, indeciso se dire qualcosa o allontanarmi, quando alzò gli occhi e mi vide: “Dunque, mio fido Cavaliere, che succede nel mondo?” domandò sottovoce.
“Nulla di notevole, al momento, Sire. Pare che queste nebbie abbiano reso il popolo piuttosto riservato e inattivo, perfino i ladri e i criminali se ne stanno rintanati nei loro covi” sorrise: “Non comprendono la bellezza del mistero…temono la nebbia perché nasconde ogni cosa alla vista, la rende velata e incorporea, trasforma la realtà in sogno e il sogno in realtà. Ma tu non te ne curi, Reichard, me ne compiaccio”
Sedetti accanto a lui: “Sire…sei sempre più triste e distante in questi tempi. Che cosa stai cercando? Ancora quel luogo inesistente? Capisco che tu cerchi la guarigione, ma forse questa volta…insomma, l’Alchimista potrebbe aver sbagliato! Forse stai inseguendo una chimera!”
Lui scosse la testa: “No. Quel luogo esiste, ma è davvero inafferrabile. Non riesco a trovare un modo per potermici avvicinare, pure se sento…ho la sensazione che là vi sia qualcosa di davvero importante per me.
Non trovo una soluzione. Non mi resta che pregare: non per avidità o cupidigia io sto cercando la Valle dell'Ombra, ma per salvare la mia vita. Prego, invio le mie preghiere al vento ogni volta che volge ad Ovest, sperando che qualcuno ascolti…non mi resta altro da fare”
Venne l’inverno.
Una fitta coltre bianca ricoprì i campi e le colline e ogni giorno il Principe si raccoglieva in preghiera per molto tempo in solitudine.
Pareva sempre più fragile, sebbene il suo passo fosse agile e lo sguardo determinato e attento.

Un mattina, da Oriente, avvistammo un drappello di cavalieri, uno dei quali reggeva l’insegna del ducato di un parente del Principe.
Mi avviai ad accogliere gli ospiti, una gradita sorpresa nel lungo inverno, ma vidi, già da lontano, le armi in resta, in allerta.
Spronai il cavallo con una fitta di ansia, raggiungendoli lungo la strada e chiamando l’uomo a capo del drappello: “Che succede? Non è un buon vento a condurvi nelle nostre terre?”
Il cavaliere mi rispose con un cenno del capo, osservando guardingo la campagna circostante: “Conducimi al sicuro tra le mura del castello, Cavaliere, offrici qualcosa di forte e potremo parlare”

Più tardi ci trovammo attorno ad un tavolo nelle cucine del castello, con boccali pieni e abbondanti porzioni di pane, formaggio e noci: “È urgente che io parli con il Principe Veit, Cavaliere. Come mai non è venuto a darci il benvenuto?”
“Non so dove sia, a dire il vero” risposi: “Di questi tempi molto spesso si rifugia in preghiera e meditazione in qualche posto sperduto, in solitudine e, poco prudentemente, troppe volte al freddo. Pare incurante della propria salute benché, in un certo qual modo, preghi per essa”
Il Cavaliere Ignatius annuì, serio: “E ne avrà ben donde, Reichard. Nubi oscure si addensano all’orizzonte, più nere dell’anima del demonio!”
Gli riempii il boccale di birra schiumante e lo invitai a proseguire.
Egli prese un lungo sorso, riflettendo bene su ciò che aveva da dire: “Nemici. Nemici che da lungo tempo vogliono la sua testa, e probabilmente non solo quella” si fermò, batté le mani di piatto sul tavolo e prese un lungo respiro: “Tu sai che il Principe non è un uomo come gli altri?” sorrisi, mio malgrado: “È indubbiamente un persona particolare e possiede doti fuori dal comune, ma definirlo un uomo non come tutti gli altri, mi pare eccessivo, Ignatius”
Lui scosse la testa: “Vi sono cose che non conosci, evidentemente, e di cui io stesso sono a conoscenza solo grazie alla mia parentela con il Duca suo cugino e, di conseguenza, con il Principe stesso.
Pur figlio del Principe Padre, Veit è una creatura particolare. Alla sua nascita fu subito evidente il suo essere prodigioso e questo risvegliò l’interesse di gente malvagia, potente ed oscura.
Essi fanno parte di caste antiche, si dice originarie della Terra di Babilonia, ma non so se sia una leggenda o risponda a realtà, comunque…vagano nel mondo cercando potere, oro, pietre preziose ed amuleti, usando per i propri scopi occulti le menti più deboli, plagiandole a loro piacimento e distruggendo i giusti e i coraggiosi, soprattutto se questi intralcino i loro piani.
Vengono chiamati ‘Gli Incappucciati’ per gli abiti che il loro ordine indossa.”
Mi sentii raggelare a quelle parole, memore delle immagini nei sotterranei.
“Essi” continuò il mio ospite “Viaggiano spesso travestiti da mercanti, sacerdoti, perfino nobili o generali, spiando ed osservando ogni cosa ed ognuno, pronti a passare all’azione dove ritengano necessario. Osservarono il piccolo Principe, fecero su di lui vaticini ed oroscopi e, quando furono certi della sua identità, decisero di impossessarsi della sua Anima Immortale o di distruggerlo.
A questo scopo assassinarono il Principe suo padre, benché non si sia mai trovata alcuna traccia di veleno nel suo corpo, poiché essi sono astuti, subdoli e, purtroppo, hanno grandi conoscenze. Sappiamo che torturarono il piccolo Veit, operarono su di lui malefici per cambiare e corrompere la sua mente, ma il fanciullo fu più forte di loro e resistette, sebbene non essendo mai più lo stesso e sviluppando questa strana ed inguaribile malattia…”
“Si, ma sono passati trent’anni da allora! Che succede, perché sono tornati?”
“Immagino che Veit sia per loro di nuovo un pericolo, o lo sia più di prima, oppure…oppure questo fa parte di un loro piano di cui non siamo a conoscenza. Non lo so, Reichard. Nemmeno il Duca lo sa, ma hanno cominciato a mettere a ferro e fuoco le nostre regioni con i loro metodi più disgustosi: agguati notturni a piccoli gruppi di persone, bestiame avvelenato, campi bruciati, derrate maleodoranti e marce. Se non stiamo attenti presto si scateneranno epidemie. Il Duca ha deciso di chiudere i nostri confini per evitare contagi prima ancora che sia necessario. Gli Incappucciati non sono molti, ma riescono a trasformare le persone, come ti dicevo, a renderle schiave al loro volere, riuscendo così a creare interi eserciti…sono molto pericolosi.”
Ne avevo un’idea, anche se mi ero imbattuto in loro solo attraverso le visioni e i ricordi del Principe.
I quattro cavalieri che accompagnavano Ignatius non avevano proferito parola fino a quel momento, ma uno di loro, un giovane biondissimo con un cerchio d’oro ad un orecchio e una vistosa cicatrice su una guancia, prese la parola: “C’è una leggenda che si sussurra nel Ducato…” disse quasi distrattamente, senza guardare in faccia nessuno: “Che tipo di leggenda?” Indagai: “Una storia che raccontano i veggenti della nostra corte…”
Ignatius strinse le labbra, seccato, io incalzai il giovane cavaliere perché proseguisse il racconto: “Raccontano che, secondo le ricerche fatte alla nascita del Principino, questa non sarebbe la prima volta che viene al mondo. Egli sarebbe stato un re sacerdote, o principe filosofo, o qualcosa del genere in un tempo molto remoto, in una terra lontana, ad Occidente, oltre le Colonne d’Ercole...un paese meraviglioso, abitato da civiltà molto evolute. I veggenti raccontano che ci fosse una guerra terribile, con una popolazione malvagia, potente e dotata di armi terrificanti. Arrivavano volando su uccelli di ferro e gettavano immense palle di fuoco sopra le città.
Il Principe combatteva costoro assieme alla sua gente, strenuamente, sebbene la guerra volgesse a loro sfavore. I veggenti dicono che i nemici lo temessero e volessero la sua fine, ma che invece di ucciderlo, uccisero la sua sposa ed egli ne fu distrutto in ogni fibra del suo essere: le sopravvisse per molte ore, in una sofferenza atroce e senza limiti…pare che sanguinasse da ogni poro della pelle, lacrime di sangue uscissero dai suoi occhi, che i suoi organi bruciassero come lava incandescente…noi crediamo che quei malvagi potessero essere gli antenati degli Incappucciati”
“E che ne fu di quella terra? Di quel popolo?”
Il giovane fece una smorfia, afferrando un pezzo di carne secca: “Pare sia scomparsa…inghiottita dall’oceano…”
Ignatius fece un gesto di stizza: “Io non darei troppa importanza a queste storie! Non esiste alcuna prova dell’esistenza di questa terra fantastica, sebbene abbia sentito di antichi testi greci che ne parlerebbero, ma potrebbero essere tutte fandonie e noi dobbiamo rimanere con i piedi per terra! A me interessa chi il Principe sia oggi e quali reali pericoli corra. E noi con lui, naturalmente. Cavalieri, armigeri e popolo!”

A me, però, quella storia continuava a pulsare tra le tempie, terribile ed affascinante: “Ma dunque…perché, ammettendo che i veggenti abbiano ragione, il Principe sarebbe tornato al mondo ora? E perché gli Incappucciati lo cercherebbero con tanta insistenza? Egli non importuna nessuno, si cura della sua terra e del suo popolo, mantiene ottimi rapporti con gli altri reami e ogni cosa e prospera…che cosa vogliono da lui?”
Il cavaliere fissò in silenzio il piatto: “Probabilmente sta cercando la sua sposa. Probabilmente anche lei è qui, da qualche parte, nata nuovamente in un nuovo corpo. E se dovessero riunirsi sarebbero troppo potenti perfino per gli Incappucciati. Come si è detto, Cavaliere, essi mirano a dominare subdolamente ogni regno, principato, ducato, impero…ogni terra, libera o meno. Il Principe ha…aveva, alla nascita, grandi poteri e una mente superiore. C’erano solo due scelte: portarlo dalla loro parte o distruggerlo, ma, come sappiamo, non è possibile corromperlo, non è stato possibile nonostante fosse un bambino. Non resta loro che ucciderlo, e in fretta, prima che possa riunirsi alla sua sposa”

Quella notte non riuscii a prendere sonno: la storia dell’antica civiltà in quel paese sconosciuto, la morte atroce dell’uomo che un tempo era il Principe, si, forse non erano che favole partorite dalle menti troppo eteree dei veggenti del Duca, ma in qualche modo risuonavano in me, come campane lontane.

La malinconia del Principe, il suo sguardo inquieto che sempre pareva cercare qualcosa al di là, alle spalle dei suoi interlocutori, la sua ossessione per un amore perfetto, apparentemente irreale…forse egli sapeva? Ricordava, in qualche modo? Era veramente possibile che la sua antica sposa fosse, ora, da qualche parte? Perché non si era presentata, anni prima, quando il Principe cercava moglie?
Mille e ancora mille domande affollavano la mia mente, ma l’unica cosa reale, tangibile, era che eravamo in pericolo e così i regni circostanti.

Mi presentai nei suoi alloggi poco dopo l’alba, ma, nonostante il freddo intenso ed asciutto, il letto era vuoto e il Principe non era né al suo scrittoio, né a tavola o presso il caminetto.
Non lo vedevo da oltre un giorno e cominciavo a preoccuparmi. Mi affacciai all’alta finestra che guardava oltre i giardini del castello e lo vidi a cavallo, al passo, accanto ad un cavaliere in cui riconobbi Ignatius.
L’uomo dalle vesti avorio e oro parlava animatamente, gesticolando con la mano libera dalle redini, mentre l’altro, dal mantello nero e lucente come i suoi capelli e il pelame del cavallo, ascoltava attento, lo sguardo basso e pensoso.
Eretto ed elegante sul suo destriero, mi parve un giovane virgulto che appassiva senza aver potuto fiorire. Senza volere, lo immaginai correre abbracciato ad una splendida donna sotto una pioggia di sfere infuocate in una grande città dall’aspetto fantastico ai piedi di grandi montagne coperte di vegetazione in fiamme.
Fu una strana immagine, forse un sogno ad occhi aperti, ma più simile, in modo inquietante, ad un ricordo sepolto nelle profondità dell’anima.

Andai loro incontro, portando con me un pesante tabarro per il Principe, che lo indossò senza reclamare, divertito dalla mia quasi paterna apprensione.
Ignatius stava spiegando le azioni commesse nei territori ad Est e Nord negli ultimi mesi dagli Incappucciati e dai loro ancora piccoli eserciti e il Principe ascoltava più pallido del solito, gli occhi neri come pozzi in una notte senza luna, una profonda ruga a segnargli la fronte.
Era teso, mi resi conto che il dolore e la paura di quegli esseri stavano tornando a tormentarlo: “Sono disposti a mettere a ferro e fuoco intere regioni solo per arrivare a me?” domandò dopo una lunga riflessione. “Naturalmente, Veit. Vogliono la tua testa, a qualsiasi costo. Credo non sia andato loro giù il fatto che tu ti sia loro ribellato e non solo, sia riuscito a cacciarli dalla tua vita e dalle tue terre pur essendo un fanciullino apparentemente indifeso. Ti temono, nonostante siano riusciti a fare di te un uomo malato e…non è che hai qualcosa in mente? Del genere che hai trovato una cura contro i loro malefìci infernali?”
Il Principe strinse le labbra, fissando l’orizzonte con una sorta di ansia: “Non lo so. Potrebbe, ma non ho nulla di davvero certo e non ho come agire, questa volta…non ho un minimo di traccia, di linea di azione per raggiungere il mio obiettivo. È come se la mia vita fosse nelle mani di un dio beffardo al di là di un velo che non riesco a lacerare e lacero me stesso nel cercare una strada”  Ignatius lo osservò pensieroso: “Forse sei più vicino alla soluzione di quanto tu creda, cugino. E forse loro ne sono consapevoli” Il Principe scrollò le spalle: “O forse si accorgono che sto perdendo forze mentre i gemelli crescono e pensano che questo sia l’unico momento per potersi impadronire delle terre e delle ricchezze del principato. Se io sono in pericolo, anche i bambini lo sono, quanto e più di me” disse preoccupato.
Quelle parole, il riferimento al suo perdere le forze, mi sprofondarono in uno stato di allarme e di profondo timore.
Da anni la salute del Principe pareva stabile, con momenti di benessere e allegria, giorni di dolore e solo alcuni momenti in cui la sua sofferenza diveniva insopportabile.
Ritenevo che le cure dell’Alchimista lo avrebbero mantenuto in una condizione dignitosa per ancora molti anni, fino a quando fossimo stati due vecchi canuti e i gemelli ormai ascesi al trono, probabilmente a loro volta sposati e genitori di qualche regale, prodigioso marmocchio, ma ora sentii i giorni davanti a me farsi vuoti e cupi, abitati non più dal mio servire il mio Signore, ma dall’onorarne la tomba.

I Cavalieri del Duca non tornarono alle loro terre, ormai chiuse ad ogni contatto esterno da cui solo poche, preoccupanti notizie filtravano, ma rimasero ad Eldenburg per aiutarci ad organizzare le difese.
Il Principe non si risparmiava, occupandosi giorno e notte dell’esercito, di protezioni per la popolazione, dello stoccaggio delle derrate alimentari in sistemazioni sicure, cavalcando lungo i confini instancabilmente per controllare sentinelle e chiuse, rinforzando i punti deboli e studiando ogni possibile tattica dei nemici.
Allo stesso tempo, assieme agli Alchimisti, passava le notti creando incantesimi e protezioni contro l’altra guerra, non quella degli eserciti, ma dei loro malvagi signori occulti.
Lo vedevo ogni giorno più stanco, il viso tirato, qualche improvviso filo d’argento tra i capelli d’ebano e, a volte, sapevo non essere lui l’uomo altero a cavallo, ma il suo sostituto, quando il male lo sfiniva o la febbre lo divorava.
I nemici erano ancora lontani, ma io sapevo che la guerra era ormai iniziata, dura e feroce nel corpo martoriato del mio Sire.

Tempi oscuri si preparavano, nubi di tempesta si accalcavano pesanti sul nostro futuro: se anche avessimo vinto la guerra, la morte del Principe era quasi inevitabile.
Non ne parlavamo, ma sapevo che questo era nella coscienza di tutti noi, più prossimi a lui: lo leggevo negli occhi di Ignatius, nello sguardo silenzioso e penetrante del Cavaliere biondo, nell’espressione dubbiosa e sfuggente del Capitano delle Guardie, nel cupo incedere dell’Alchimista, sempre più perso nei suoi pensieri ed incessantemente intento a succhiarsi il baffo grigio.
E lo leggevo nello sguardo lontano e velato del Principe, soprattutto quando si posava silenzioso sui suoi biondi gemelli.

Il Natale era ormai prossimo, la neve era caduta abbondante per giorni e ora il nostro paese risplendeva sotto un cielo limpido e gelido color zaffiro.
Il Principe aveva scelto un manipolo di uomini d’arme e, in due gruppi separati, avevamo pattugliato i confini, lontani dal castello per settimane.
Un gruppo era guidato da Veit in persona, l’altro da Ignatius, dal momento che l’Alchimista mi aveva affidato alcune dosi di pozione, spiegandomi come preparargliele in caso si fossero manifestati i primi segni del male. Era successo due sole volte e gli uomini non se ne erano quasi accorti, se non per il suo bisogno improvviso di riposare dopo aver bevuto quella poltiglia maleodorante eppure benedetta.
Quel giorno stavamo tornando finalmente al castello, sfiniti, dopo esserci riuniti al drappello di Ignatius, ma il Principe era nervoso: continuava a guardarsi alle spalle, tornare indietro e, solitario, pattugliare la zona ad un centinaio di passi da noi, la spada sguainata e in piedi sulle staffe.
Ignatius, forse per la recente esperienza nel Ducato, forse per non esser da meno al cugino acquisito, camminava guardandoci le spalle, all’indietro, controllando il boschetto dietro di noi.

L’aria era immobile, il silenzio assoluto, tanto che il morbido tonfo degli zoccoli dei nostri cavalli nella neve sembrava rombo di tuono.
Solo neve, le nuvole di fumo bianco che si levavano dal nostro fiato e dalle groppe dei cavalli, il cielo blu limpido e il paesaggio immoto…e poi accadde, all’improvviso, come fossero stati sempre lì in attesa, invisibili fino ad un istante prima…un’orda di uomini male armati ci correva incontro urlante, brandendo rastrelli, bastoni, accette e sassi.
Non potevo capire da dove fossero usciti, laceri, sudici, maleodoranti da molti passi di distanza, potevo vedere già da lontano gli sguardi fissi, come assatanati, disumani.

Il Principe mi superò come un fulmine, di lato al cavallo, quasi del tutto fuori dalla sella, la spada scintillante che roteava nella sua mano menando fendenti tanto micidiali da staccare tre teste con un solo colpo: “Non permettete loro di toccarvi e non abbiate pietà! Non deve restarne uno solo!” gridò.
Il suo tono e le sue parole, la furia con cui decapitava quei miserabili, per un istante mi sconvolsero a tal punto che uno dei nostri assalitori mi si aggrappò ad una gamba.
Fu un istante, la sua testa volò lontano, immediatamente seguita dalla mano ancora aggrappata al mio gambale: “Levati quel gambale e gettalo via!” mi gridò, gettandosi nuovamente verso i nemici: “Ma Sire, non mi ha toccato, ha toccato solo il cuoio!” sentii solo un sibilo e i lacci del mio gambale furono tranciati di netto, facendolo cadere sulla neve, mentre il Principe era di nuovo nel mezzo della battaglia, il cavallo impennato a scalciare tra i nemici come un nero demonio nel biancore accecante, la spada così veloce da non essere che una scia di luce insanguinata…eravamo Cavalieri e soldati di grande esperienza, ma quegli esseri, tanti, forse una settantina, parevano dotati di forza e ferocia bestiali e, per contro, dovevamo stare molto attenti a non farci toccare.
Ciononostante, la battaglia fu breve quanto intensa e presto la neve fu sporca del sangue e dei corpi immondi dei nostri assalitori.
Veit smontò, ordinò secco di radunare i cadaveri usando rami o le picche per trascinarli e di bruciare tutto immediatamente, poi sparì nel bosco e tornò con dei gambi di ortica e un bel po’ di muschio secco con cui mi preparò un gambale perché non mi si congelasse la gamba. “Questo è davvero un grande essere” pensai “Colui che, nobile e potente guida di una nazione, si china ai piedi di un suo servitore, servendolo egli stesso!”
Pulimmo le armi nella neve e nella terra su cui stavamo per accendere la pira e ancora le purificammo passando le lame nel fuoco che ormai divampava.

A notte fonda arrivammo stremati e congelati al castello, ognuno perso nei propri cupi pensieri, forse simili gli uni agli altri.
Ci rifugiammo nelle ampie, calde cucine del castello e ci fu dato di che rifocillarci, acqua calda per lavarci, bende e unguenti per le ferite, non molte e non molto gravi, fortunatamente.
Non riuscivo a mandar giù un solo boccone, nonostante non mangiassi dal giorno precedente. “Che cosa ti sconvolge, Cavaliere? Sei uomo d’armi di grande esperienza, pure sembri turbato come un giovinetto” chiese Herms, il Cavaliere dall’orecchino: “Tutto mi turba in questa situazione, soldato. L’aspetto lacero e maleodorante di quella gente, il loro sguardo folle e assetato di sangue, come posseduti dal demonio, il loro resistere al dolore come non appartenesse ai loro corpi, che continuavano per lunghi momenti a combattere dopo essere stati trafitti dalle nostre spade e dalle picche da parte a parte, il loro apparire così improvviso, come per un’oscura magia, ma sopra ogni cosa…mi turba il comportamento del Principe”
Herms mi guardò allibito: “Di che parli, Cavaliere? Il Principe si è battuto da valoroso, gettandosi avanti a noi e guidandoci come un grande condottiero, indomabile e dal colpo infallibile! A dire il vero, mi sembra incredibile che si parli di lui come di un uomo seriamente ammalato, davvero!” annuii: “Sono d’accordo con te, amico, pure non posso non provare sgomento per…per le sue parole e il suo comportamento. Il Principe Veit fu da sempre uomo di grande compassione, generoso e clemente con i nemici, pure i peggiori criminali.
Mai ha colpito un altro essere se non per reale necessità…invece oggi ci ha gridato di non avere pietà e si è gettato avanti a noi come posseduto dal furore, mietendo quei miserabili come la sua spada fosse stata la falce della Morte in persona…mi sento confuso di fronte a questo comportamento”
Herms mi studiò per un lungo istante: “Non credo davvero che il tuo Signore abbia perduto il senno o il cuore, Cavaliere, sono invece certo che egli, più di tutti noi, conosca le proprie ragioni. Hai visto quei miserabili? Come essi mostrassero tutti i segni di gravi malattie contagiose? Vaiolo, macchie nere che fanno pensare alla peste, alcuni parevano perdere pezzi delle carni, come i lebbrosi e…”
“Dubito fortemente potesse essere lebbra” disse la voce di Veit alle nostre spalle: “A meno che…loro non siano riusciti a cambiarne la natura, quel male non sopravvive al freddo. La lebbra è un male delle terre calde, molto lontane da noi che qui, durante un freddo inverno come questo, non può sopravvivere. Molte malattie contagiose vengono fermate dal freddo, eccetto influenze e polmoniti, ma…non oso pensare cosa accadrebbe se creature come quelle dovessero attaccare i villaggi dopo il disgelo (anticamente venivano scambiate per lebbra malattie quali cancro alla pelle o porfiria n.d.a.) …”
Appariva stanco, i capelli legati in una coda con un laccio di cuoio, le mani ferite dalle armi e dall’aver maneggiato a lungo i grossi rami usati per radunare i cadaveri, gli abiti impolverati e ingrigiti dalla cenere, pure meno pallido del solito, grazie ai lunghi giorni passati all’aperto nel riverbero della neve e gli occhi, sebbene affaticati e arrossati, limpidi e dallo sguardo più fermo delle montagne.
Emanava odore di unguenti, di cuoio, di cavallo e di vento. “Quegli esseri non erano delle nostre terre: il Cielo e la Terra mi sono testimoni” disse ponendosi a capotavola cui si appoggiò con il dorso dei pugni: “Che nelle mie terre mai sono esistiti poveri, abbandonati e ammalati cenciosi come quelli. Da ovunque venissero, non erano mai e poi mai appartenuti al mio popolo, eppure erano qui. Come? Arrivati da dove? Da quanto tempo? Qualunque siano le risposte, non possiamo attendere oltre. In qualche modo sono riusciti ad entrare, nonostante le pattuglie ai confini, le vedette e i tratti di alte palizzate nei punti di facile accesso, ed erano in molti…una sessantina, se ho ben contato. Saranno arrivati di notte, probabilmente con la Luna nuova, ma in ogni caso, nessuno li ha visti, sentiti o immaginati, eppure c’erano, ci hanno attaccati ed erano chiaramente alterati. Forse furono date loro droghe perché non sentissero il dolore, forse erano posseduti dalle menti dei loro aguzzini e signori, forse essi stessi trasformati in demoni…se è questo il genere di guerra che ci attende, dobbiamo stare attenti, perché non c’è arma che possa valere, né abilità e valore d’uomo che vi si possa opporre.
È tempo che io faccia scendere in campo i miei alchimisti, che cerchiamo altre strategie, altri mezzi per portare avanti questa guerra, la più sporca tra tutte. E preghiamo perché l’inverno sia più rigido e lungo possibile…”

In quel momento due piccole furie bionde apparvero dal nulla come saette, precipitandosi al collo del Principe: “Padre, padre, sei tornato!” strillarono all’unisono, coprendolo di abbracci e di baci: “È vero che hai ucciso da solo duecento nemici enormi e armati dalla testa ai piedi?” chiese Ippolitha: “Insomma, non erano duecento, non erano enormi, non erano così ben armati e non ero da solo, ma…il resto è abbastanza corretto, si!” rispose, allentando immediatamente la tensione e facendoci, nostro malgrado, precipitare in un’improvvisa e benedetta ilarità.

Venne Yule, carico di neve e di pizzi di ghiaccio posati su ogni cosa e il Principe, incurante di quella guerra subdola e malvagia, volle distrarre la sua gente con la Festa d’Inverno, come al solito.
Più parca, più sobria, ma ricca di sorprese e di colori, così da portare gioia e speranza, facendo dimenticare quei tempi oscuri.
I mesi passavano tra scaramucce, battaglie con strani demoni che non cadevano al suolo se non dopo averli trafitti da parte a parte almeno tre volte, agguati di disperati coperti di croste maleodoranti, folli come i primi che avevamo incontrato…le pire si moltiplicavano, le magie degli alchimisti riuscivano a tenere lontane epidemie di morbi sconosciuti e spaventosi, grazie soprattutto al freddo pungente e alla spessa coltre di neve. Anche gli alberi da frutto e i campi venivano attaccati nella notte, si che al mattino i rami si spezzavano o le zolle, improvvisamente spoglie dal manto nevoso, si facevano nere come la pece e i germogli da esse protetti parevano bitume.
Il Principe era sempre più stanco eppure instancabile, si divideva tra gli antri dei maghi, i pattugliamenti ai confini, le battaglie e le cure ai feriti e, per fortuna pochi, agli ammorbati dal tocco mefitico dei nemici.
Vedevo nei suoi occhi veli sempre più pesanti di preoccupazione e sofferenza, i tratti più affaticati, le spalle, sempre erette e nobili, curvarsi sotto il peso di quella guerra infernale.

Ad inizio febbraio ci convocò nei suoi alloggi.
Abitandogli accanto, arrivai prima di tutti e lo trovai intento a studiare strani disegni su un gran numero di pergamene insieme all’Alchimista.
Mi sorrise distrattamente e gettò lo sguardo oltre l’arco della finestra alle sue spalle: “Durerà ancora quaranta giorni” disse secco: “Deve essere tutto compiuto per allora. Non possiamo permettere che arrivi il disgelo senza averli resi inoffensivi”
Sedetti su una panca, in attesa. Il Principe pareva molto determinato, la coppa della sua pozione vuota all’angolo del tavolo.
Mi parve forte, ma ebbi la sensazione che celasse un terribile segreto…la sua vita era alla fine, lo sentivo.
Forse aveva deciso di consegnarsi ai nemici? Pensava davvero che questo li avrebbe fermati? Sarebbe stato solo consegnare il Principato nelle loro mani, pensai con un brivido di orrore.
Sentivo la bocca amara, asciutta, lo stomaco trafitto da una spada di timore.

Arrivarono Ignatius, Herms, il Capitano delle guardie del Castello e il Comandante degli eserciti, secondo solo al Principe stesso, poi, mi sorpresi, gli assistenti dell’Alchimista, il Ciambellano e, soprattutto, il sostituto del Principe, vestito con la stessa veste blu scuro bordata di uno spesso risvolto nero, i capelli sciolti fino quasi alla vita e la cintura d’argento bassa sui fianchi, una daga appesa sul fianco sinistro, quasi identico al vero Veit.

Quel giorno ebbi modo, dopo molti anni, di osservarlo più attentamente di quanto avessi mai fatto: quell’uomo misterioso assomigliava davvero in modo impressionante al Principe, ne aveva le movenze e le espressioni, ma per chi conosceva davvero Veit, tra essi era un baratro.
Brian, infatti, pur dal viso così simile al Principe, non ne aveva l’eleganza dei tratti e gli occhi erano di un grigio fumo, astuti, intelligenti, ironici, ma privi della loro variabilità di colore, della loro profondità e magnetismo.
Guardando negli occhi di Brian si vedeva uno sguardo affascinante, intelligente, astuto e beffardo.
Guardando, chi ne avesse l’ardire, negli occhi di Veit, si vedeva l’Abisso, se ne veniva risucchiati come da un vortice, sia che fossero di quel quieto e sereno grigio acciaio, sia nei momenti di dolore o preoccupazione in cui si facevano così scuri da non distinguere l’iride dalla pupilla.
L’altezza era pressapoco la stessa, forse Brian era un dito in meno del Principe, pur se di notevole statura.
I capelli, tenuti della stessa lunghezza, erano però di un nero inchiostro, non simili a lunghi fili di seta nerissima e altrettanto brillanti, inoltre Veit non mostrava quasi mai, se non dopo giorni, l’ombra della barba sul viso, mentre Brian presentava un leggero alone sul mento e le guance, pur se rasato da poco.
Entrambi erano individui interessanti e mostravano tra loro una grande complicità, per quanto Brian avesse sempre un atteggiamento più malandrino ed irriverente.

Ero piuttosto sorpreso: il compito del sostituto del Principe era quello di essere lui o rendersi invisibile. Era molto difficile incontrarlo, se non travestito e con i capelli nascosti dentro un berretto o un cappuccio, tantomeno vederlo pubblicamente assieme a tanta gente.

Finalmente il Principe lasciò le sue pergamene e si rivolse ai presenti: “Siamo in un momento terribile, senza precedenti per il nostro paese. Per ora la Madre Terra ci è stata d’aiuto, mantenendo a lungo l’inverno, ma presto verrà il disgelo…e non possiamo permettere che questa guerra perduri oltre i primi germogli, o si scateneranno epidemie tra uomini, animali e campi…vogliono la mia testa, perciò hanno prodotto tutto questo. Ma io so che, se mi consegnassi loro, la guerra non cesserebbe: semplicemente essi diverrebbero i padroni del mio trono e soggiogherebbero il mio popolo con paura, malattia e carestia.
Si approprierebbero dei tesori del Principato, del nostro capitale e di tutto ciò che rende ricca e rigogliosa questa terra…dunque…io devo morire” nella sala tutti i respiri si arrestarono.
Veit sorrise: “Ma non per mano loro, anche se questo è ciò che faremo credere” ero terrorizzato, le orecchie mi ronzavano.
Vidi il ciambellano e il Capitano delle Guardie guardarsi intorno smarriti, mi specchiai nei loro occhi, incredulo: “Principe…non puoi…” tentai di protestare.
In quel mentre il mio sguardo incontrò quello di Brian, divertito e beffardo. Mi strizzò un occhio, dondolandosi mollemente sulla sedia cui era, poco principescamente, cavalcioni.
“Io” continuò il Principe con un sguardo sereno: “Dovrò morire per mano loro, senza che loro lo sappiano, né possano in alcun modo intervenire e il mio sostituto Brian potrà…tagliarsi i capelli, farsi crescere la barba e andare per il mondo a fare il giocoliere, dopo anni di onorato servizio, mentre i miei figli ascenderanno precocemente al trono, come fu per me, d’altra parte” lo fissai senza capire: c’era qualcosa di strano nel suo discorso.
“Signore…Sire…tu…non puoi morire…” Il Principe sorrise: “Potrei, a dire il vero, ma…non succederà. Non ancora” Mi sentii rinfrancato da quelle parole, vidi i presenti tirare un sospiro di sollievo: “Avrò bisogno di qualcuno, con me. Reichard, avevo pensato a te, sei il mio fido Cavaliere da quando ero un fanciullino, ma per questo dovresti lasciare la tua famiglia, fingerti morto con me e forse per molto tempo. Se non te la senti, mi accompagnerà il Cavaliere del Duca mio cugino, Herms, che non ha famiglia” Il biondissimo Herms annuì senza scomporsi. “No, mio Signore! Ti ho giurato fedeltà ed onorerò fino alla fine il mio giuramento! Dimmi cosa devo fare e lo farò senza ombra di dubbio” Il Principe sorrise, sicuro della mia risposta.

Era strano, quel giorno: nonostante quella la ruga di preoccupazione non abbandonasse la sua fronte, aveva gli occhi incredibilmente limpidi, quasi argentei e pareva particolarmente di buon umore.
“Vogliono la mia testa, il mio oro, le mie terre e il mio popolo…non si arrenderanno finché non avranno ciò che cercano o finché…” si interruppe: “Potrebbero avere tutto se perissi in una battaglia, più o meno onesta, ma…se il popolo vedrà il mio assassinio, crudele, feroce, infido, come d’altra parte è loro abitudine, allora tutti i paesi intorno scenderanno in guerra a fianco ai gemelli senza esitare e non basteranno i loro eserciti di appestati folli, i loro demoni e i malefìci, inoltre, se non avranno nulla di tutto ciò che si pensa debbano avere, pur essendo apparentemente i vincitori, non potranno che ritirarsi. Non è vero, mio vecchio amico?” disse rivolgendosi all’Alchimista, che annuì gravemente.
Avevo completamente perso il filo del discorso, a quel punto.
“Verranno accusati della mia morte pubblicamente, da ogni parte.
Ci saranno molti testimoni, mi vedranno cadere avvelenato e trafitto da un dardo infuocato, tra atroci sofferenze, assieme alla mia Guardia Reale.
Il giorno dopo verrà esposto pubblicamente il mio corpo, tutto il popolo potrà vedere i segni della loro malvagità su di me, poiché davvero la mia espressione, nella morte, sarà di intensa sofferenza innocente”
Sorrise malizioso, un lampo malandrino negli occhi d’argento: “A questo scopo abbiamo già procurato un calco della mia regale faccia ad artisti che provvederanno a creare alcune maschere perfettamente somiglianti da applicare al manichino che verrà tumulato al mio posto. Tutti potranno sfilare, vedermi, piangermi, ma…nessuno, a parte l’Alchimista, i miei figli e i miei più fidi Cavalieri, potranno avvicinarsi tanto da rendersi conto dell’inganno.
L’oro non verrà trovato, ma Brian si occuperà di far trovare i miei alloggi e le stanze del tesoro in totale disordine e svaligiate, così come verranno bruciati, la notte stessa della mia morte, i magazzini delle provviste e delle sementi per la prossima primavera. Abbiamo già costruito nascondigli sicuri, lontani dalla città. Gli Incappucciati saranno attaccati da ogni parte, dal popolo infuriato ai miei alleati, che stanno già preparando i loro eserciti, allarmati dal forte sospetto di una cospirazione contro di me.
Verranno accusati di avermi ucciso, derubato e di aver distrutto e condotto alla miseria Eldenburg, cosicché non rimarrà loro che andarsene, sconfitti dalle loro stesse intenzioni. Sono certo che non crederanno nemmeno per un attimo alla mia morte, ma…non potranno dire nulla, dimostrare nulla, anzi!
La gente, il popolo, sentirà leggende sulla mia esistenza in vita e porterà in sé la speranza. Per parte mia…nostra…” disse guardandomi intensamente: “Avremo una missione da compiere. Una missione difficile. Voglio che sappiate che non me ne vado con l’unico scopo di salvarmi la vita e fermare la guerra. Guidare la nazione da dietro il velo mi permetterà di cercare una strada, un modo per sconfiggerli definitivamente. Potrebbe volerci molto tempo, potrebbero volerci anni, ma questo è ciò cui aspiriamo.
Se anche oggi vincessimo gli Incappucciati, non sarebbe la vittoria di una guerra, ma solo di una battaglia, un modo per rimandare una inevitabile disfatta, che sarebbe certa un giorno o un altro: questa gente è detta esistere dai tempi di Babilonia, ma io vi dico che non è così. Essi esistono sulla Terra da un tempo tanto antico da non avere un nome. E, sempre, subdoli e silenziosi, malvagi e corrotti nell’oscurità, la dominano, in un modo o nell’altro. Non come imperatori, condottieri o re, piuttosto come serpi striscianti e velenose tra le mura dei palazzi, annidate nei cuori delle genti. Dominano in mondo nutrendosi del potere derivato dalla paura e dall’ignoranza, dominano le menti, in modo non troppo dissimile dalle menti di quei disperati che ogni giorno abbiamo combattuto negli ultimi mesi, si...non guardatemi con quello sguardo incredulo: ogni mente potrebbe cadere sotto il loro dominio” la sua voce si era fatta più bassa e dura, tagliente, i suoi occhi avevano ora il colore del piombo e della nebbia insieme.

Ricordai la notte nei sotterranei, un brivido gelido mi percorse la schiena: “Devo trovare un modo per renderli inoffensivi, per tagliare la testa all’idra che loro sono, una volta per tutte. Solo così saranno sconfitti…almeno…” prese un lungo respiro: “Almeno finché, in qualche modo, un’altra idra sorgerà a prenderne il posto in altri cuori corrotti” ci guardò tristemente, uno ad uno: “Ma se riuscirò a portare a termine il mio compito…sarà tra molto tempo. Abbiate fiducia, credete in me e la vostra fiducia mi renderà forte”
Mi allontanai in silenzio, riflettendo…continuavo a pensare al racconto del Cavaliere Herms, la sera dell’arrivo del drappello.
Non avevo mai fatto cenno al Principe riguardo a quella storia e Ignatius sosteneva che lui non ne sapesse nulla. Era possibile che ricordasse? Che sapesse chi era, perché fosse venuto al mondo e sapesse di quella antica guerra e della sua sposa?
Quella questione mi spaventava, mi spaventavano i sogni che da mesi facevo su quel mondo perduto e le sensazioni che questi lasciavano su di me.
Chi era il Principe Veit di Eldenburg? Chi erano veramente i suoi nemici? Le sue parole, quel giorno, sul doverli sconfiggere alla radice, lasciavano nell’aria un alone scuro, pesante come piombo e con il cuore altrettanto pesante mi preparai alla partenza e alla mia prossima “morte”.

La notte era senza luna, né si vedevano stelle.
Come al solito il Principe e i suoi più stretti aiutanti avevano calcolato tutto: la notte, nonostante il leggero chiarore della neve, era buia come se l’alba del mondo non fosse ancora sorta e potevamo viaggiare senza timore di essere individuati, seguendo il Principe che aveva la capacità di muoversi al buio percependo il mondo attorno a sé con il corpo anziché con gli occhi, come un gatto.
Percorremmo con i cavalli un lungo cunicolo sotterraneo che conduceva lontano dal castello, in un luogo riparato da cui era agevole raggiungere in poche ore (considerato un galoppo moderato, circa 60km n.d.a.) un tratto di confine segnato da una gola di difficile accesso per chi non la conoscesse più che bene.
La gola, aspra e stretta, dalle pareti a strapiombo, era guardata dai più valorosi e fidi soldati e dal Capitano delle Guardie si che nessuno, nemmeno i demoni degli Incappucciati, era mai riuscito a passare e, per noi, era la più sicura delle vie di fuga.
Presso la gola ci attendeva Brian con Herms, travestito da…da me, rosso di barba e capelli e reso più massiccio da abiti imbottiti.
Ci salutammo; Brian, che aveva provveduto a vuotare le stanze del tesoro e trasportare oro e preziosi nei nuovi nascondigli, ci diede una borsa di monete d’oro e una di argento e rame, che ci rendevano abbastanza ricchi da poter affrontare qualsiasi imprevisto per molto tempo. Nascondemmo le armi sotto le selle, tenendo al fianco una semplice daga e indossammo abiti da viaggio. Herms mi consegnò una borsa piuttosto voluminosa: “Da parte dell’Alchimista, con tutte le istruzioni”

In assoluto silenzio superammo la gola nel buio più profondo, sentendo la presenza dei soldati attorno a noi, invisibili ombre tra le ombre, portammo nel cuore il loro muto augurio di buon viaggio e all’improvviso fummo fuori, oltre i confini, oltre la nostra vita, morti al mondo e soli come in una tomba.

L'alba ci colse ormai oltre il confine e ci riparammo in una nicchia ad attendere la nuova notte e, quando giunse, riprendemmo il viaggio.
Camminammo per ore, al passo, tra campi innevati e silenti, sotto un cielo cupo che via via, a fatica, rischiarava. Il freddo era pungente, i cavalli, pazienti e tranquilli, camminavano tenendosi ai lati dei sentieri, ponendo le zampe in vecchie tracce o sulla nuda roccia dove non vi fosse neve o fango, si da rendere difficile ogni inseguimento, se mai vi fosse stato.
Il giorno era sorto da un pezzo quando il Principe deviò per un sentiero secondario e ci fermammo in una capanna, preparata per accogliere dei viandanti, calda, asciutta, con le braci dormienti, due giacigli di paglia fresca e spesse coperte. Accanto al caminetto una pignatta con un denso minestrone e un piatto di formaggio, pane, carne secca e burro. Sorrisi: come al solito aveva pensato a tutto.

Viaggiavamo di notte, senza una lampada o una torcia ad illuminarci la strada, in silenzio, al passo o al trotto se la via era sicura, di giorno trovando un rifugio, una capanna, un anfratto in cui poter avere asilo e riposare, noi e i cavalli.

La Luna era piena quando il Principe mi disse: “Ecco. Ora siamo morti. La commedia è iniziata” Non sapevo come ne fosse a conoscenza, presumo avesse preso accordi precisi con Brian e i Cavalieri, ma ebbi la sensazione che, dentro di sé, egli avesse sentito il suo finto assassinio.
Ebbe un momento di tristezza, per un po’ rimase muto, lasciando decidere al suo stallone la strada da prendere, poi, per la prima volta dalla partenza, si gettò il mantello di lato e si lanciò al galoppo sulla strada bianca e liscia nella notte chiara.
Lo seguii meravigliato e, raggiuntolo, mi accorsi che rideva, gli occhi d’argento brillanti come la luna: “Sono libero!” esclamò con una smorfia infantile e riprese la corsa tra i campi deserti.
Istintivamente toccai la borsa al mio fianco: era libero, forse…per quanto tempo ci sarebbe bastato l’occorrente per la sua medicina?

Settimane dopo la neve era ormai quasi del tutto scomparsa, i prati molli di fango prendevano a farsi verdi e l’aria si riempiva di profumo di una prossima primavera, quando arrivammo ad una valletta nascosta tra le prime vestigia dei monti d’Occidente.
Trovammo una piccola casa su due piani e un soppalco a formare un caldo sottotetto, una stalla ormai vuota da tempo e un recinto attorno a quello che un tempo doveva essere l’orto.
Il pozzo, scoprimmo, pescava in un torrente sotterraneo fresco e limpido e pareva ogni cosa fosse lì, in placida attesa di nuove braccia e nuove voci per abitare quel luogo.
Andai in avanscoperta intorno, chiedendo ai contadini se sapessero chi fosse il proprietario della casa, ma tutti dissero che era ormai disabitata da anni e nessuno si era più visto.
Ne prendemmo allora possesso e il Principe si inginocchiò in preghiera, ringraziando sia il Dio cristiano che gli antichi Dei per quell’aiuto così prezioso.

Era sereno, seppure triste per la lontananza dai gemelli, che tuttavia riusciva a contattare da mente a mente come loro abitudine.
Comunicavano, certo e, prendendo un bacile di acqua fresca, poteva perfino vederli e parlare con loro…quale prodigio, mi ripetevo! Era davvero una grande magia, quella, che ci faceva sentire vicini a casa e ai nostri cari, pur lasciandoci un senso di malinconia e di perdita, alla fine.
A volte, non troppo frequentemente, il Principe cadeva in un attacco del suo male, ma cercava di limitare l’uso della pozione, per non finire le scorte troppo in fretta: “Dovremmo averne per oltre un anno, se non sto troppo male” mi spiegò: “Dopo…non so cosa succederà, ma se il Cielo e la Terra ci assistono come finora hanno fatto, non devo temere. Qualcosa accadrà, forse…” sorrise amaro: “Forse potrei trovare la Terra d’Ombra, nel frattempo”
Passarono i mesi: eravamo giunti a quella magione alla fine dell’inverno, troppo tardi per riuscire in tempo a dissodare e rendere ricco l’orto, ma trovammo diversi alberi da frutto carichi di gemme e una grande quantità di arbusti di frutti di bosco.

Il Principe, come spesso accadeva, con il solo tocco delle sue mani, era riuscito a far fiorire un gran numero di arbusti e aiole che parevano morti da lungo tempo, si che il giardino davanti alla casa era carico di fiori di ogni tipo, colore e profumo.
Questo ci rese popolari tra contadini e pastori, così, senza quasi intaccare le nostre borse, riuscivamo ad ottenere verdure, formaggio, burro, pane, in cambio di rose, giacinti, gigli, viole profumate, mughetti e via discorrendo.
Ogni quindici giorni partivamo per una battuta di caccia, per la gioia nostra e dei cavalli, tornando quasi sempre con un ricco bottino.
Non ci mancava nulla, tranne le nostre famiglie.

Ad ogni Luna Piena il Principe si metteva in contatto con i gemelli attraverso uno specchio d’acqua, tanto che io stesso potevo vedere mia moglie e i miei figli per qualche sempre troppo breve momento.
Avevamo così notizie di come andavano le cose nelle terre di Eldenburg, nel Ducato e nei territori amici.
Scoprimmo che l’assassinio del Principe e mio erano stati spettacolari, nella torre più alta del castello illuminata dall’incendio di una pesante tenda, così che le ombre si facevano gigantesche nella notte tanto che tutta la corte e il villaggio ai piedi del castello, videro molti Incappucciati prima gettare addosso al Principe un mantello avvelenato, poi trafiggerlo con dardi infuocati fino a farlo cadere esanime ai loro piedi e, ancora, non paghi, infierire sul suo povero corpo martoriato.
 Io stesso, accorso al suo fianco, fui colpito più volte ed infine sfigurato con la stoffa che ancora bruciava.
L’orrore era serpeggiato rapido tra la gente, migliaia di bocche avevano pronunciato il nome degli Incappucciati, l’odio e il furore si erano impadroniti del popolo, dei popoli tutti anche delle altre terre…subito Herms (liberatosi dal travestimento) Ignatius, il Capitano delle Guardie con un drappello dei suoi uomini migliori erano corsi alla sala del tesoro, trovandola vuota.
A quegli esseri ignobili non restò che scomparire, con i loro eserciti di demoni e morti viventi, sconfitti.
I gemelli erano ascesi al trono poco dopo la morte del Principe e, sebbene dodicenni, parevano saper governare il paese con saggezza ed equità sorprendenti.
Intanto erano nate delle leggende.
Brian, con il suo carattere da bagatto, si presentò al funerale in abiti da Cavaliere, i capelli quasi rasati e una barba bruna ed affilata.
 Sfilò ad onorare i Gemelli assieme al resto del popolo e, quando si inginocchiò al cospetto dei fanciulli, essi non poterono trattenere il riso, pur mascherandolo in pianto, così che, improvvisamente, i presenti notarono l’incredibile somiglianza con il Principe.
Fu troppo tardi, poiché egli si dileguò prima che qualunque mano potesse fermarlo, più veloce e silenzioso di un fantasma, ma subito si diffuse la voce che il Principe fosse misteriosamente sopravvissuto all’assalto degli Incappucciati, forse salvato dal suo Alchimista, e ora si nascondesse traendo in inganno i suoi nemici, per il bene proprio e del popolo tutto, pronto a tornare, un giorno o l’altro, a capo di un esercito di valorosi in cotte d’oro puro nella luce di una nuova aurora.

Il Principe amò molto questa storia, naturalmente e lo intenerì la forza con cui la sua gente nutriva con essa il suo ricordo e la propria speranza: “Mio Signore” domandai inquieto quando lo specchio d’acqua si fece di nuovo chiaro a riflettere il cielo: “Questa è una storia bellissima, ma non temi che i tuoi nemici possano sospettare qualcosa? Essi ben sanno di non essere riusciti ad ucciderti”
Lui sorrise: “No, non mi danneggia. Sanno con certezza che io non sono morto, sanno che l’uomo nel sepolcro non é che uno spaventapasseri in abiti regali con una maschera da Papa. Sanno di non essere colpevoli delle razzie dei nostri tesori, né dei magazzini vuoti di ogni provvista, naturalmente. Sanno con assoluta certezza tutto questo, ma…quando io sia fuggito, come e soprattutto dove e come io possa comunicare con il mio paese, no, questo non lo sanno. Sono sconfitti, furiosi, feroci nella loro torva collera.” Sorrise, divertito, negli occhi un lampo di gioia infantile: “E siamo liberi. Sempre cercati, certo, ma lontani, ben mascherati da popolani, in un angolo di mondo riservato e silenzioso, ignoto. Brian si mostrerà, a volte, più o meno travestito, più o meno somigliante a me, scomparendo subito con la sua consueta abilità, fomentando la leggenda, terrorizzando i nemici. Qualcuno, a volte, lo fermerà chiamandolo col mio nome ed egli, sorridendo, si inchinerà per poi volatilizzarsi nel nulla, ma creando nuovi, emozionati testimoni. È un buon piano, Reichard. Lo abbiamo studiato a lungo e preparato in ogni particolare”

Ero ammirato. Sereno, nonostante la nostalgia mi pungesse il cuore ogni giorno, confortato dalla vista, sebbene come riflesso in uno specchio d’acqua, della mia famiglia. Facevo il contadino, il cacciatore, pur non dimenticando di mantenere agile il corpo e pronti i riflessi di Cavaliere, allenandomi con il Principe in un angolo di bosco, al riparo da occhi curiosi.

I mesi trascorrevano, la serenità pareva aiutare il Principe e il suo male gli dava attacchi meno violenti del solito, un po’ più lontani uno dall’altro di quanto fosse abituato e questo ci permetteva di far minore uso della pozione, così che le scorte potessero durare a lungo.
Pure, sebbene lentamente, diminuivano.
Ogni giorno e ogni sera, il Principe si recava nella stanzetta più alta, sotto quella parte del tetto appuntita e dalla finestra a bovindo, girata ad Occidente e pregava e meditava.
Per parte mia, pur pieno di dubbi, pregavo che qualcuno o qualcosa ascoltasse le sue preghiere.

Venne settembre, i giorni si fecero più freschi, le sere più precoci e l’aria più dolce mentre sulle Montagne i pascoli prendevano ad imbrunire e i larici a vestirsi d’oro.
Il Principe divenne improvvisamente strano, taciturno, pareva inquieto e sognante ad un tempo, distratto, a volte con lo sguardo perduto nell’orizzonte e l’accenno di un sorriso, come serbasse in sé qualche dolce segreto.
Non pareva peggiorare nella sua malattia, anzi, gli occhi risplendevano chiari ed argentei, le guance meno scavate e dal colorito sano, il passo agile e il portamento sempre meno affaticato e gli attacchi del suo male parevano placarsi, si facevano più rari, meno feroci, più brevi.
Non osavo chiedere nulla, forse per non turbare quello strano equilibrio, né egli pareva volersi confidare. Attendevo.

Una mattina d’inizio ottobre, poco prima dell’alba, lo sentii svegliarsi d’improvviso, come scosso da un incubo o forse da una qualche fitta di dolore.
Il mio giaciglio era a ridosso del muro, mentre il suo accanto alla finestra, così che potevo vederlo bene, pur nella fioca luce d’inizio autunno.
Lo vidi sedersi sul letto, quasi tremante, nascondere il viso tra le mani e restare in ascolto.
Fingendo di dormire, tesi l’orecchio cercando l’elsa della spada sotto la paglia, ma non udii che i primi suoni del mondo al suo risveglio, attutiti dalla foschia.
Restò immobile, in silenzio, ancora in ascolto di qualcosa che solo lui poteva udire, poi, con movenze più leggere e felpate di un gatto, scivolò fuori dal pagliericcio e salì al sottotetto, gettandosi addosso il mantello.

Dopo poco lo seguii e lo trovai inginocchiato davanti alla finestra, le mani tese come verso un’invisibile luce, sul viso un sorriso estatico.
Teneva gli occhi chiusi e pareva sussurrare qualcosa, non una preghiera, anche se udii distintamente “Ti prego!” pure non furono quelle parole a spaventarmi, ma quelle che seguirono: “Non lasciarmi, non ancora!”
Terrorizzato lo chiamai, ma non parve sentirmi, perduto in quella sua contemplazione. Poteva essere vittima di un maleficio? Forse i suoi nemici lo avevano trovato con un incantesimo ed ora imprigionavano la sua mente con l’inganno?
Non vedevo e non sentivo nulla, tutto era quieto e il sole sorgeva pigro dietro la casa, illuminando le nostre spalle.
Lo vidi sorridere, emozionato, muovere le mani con delicatezza, come tenendovi qualcosa di prezioso, un vuoto nulla di cui pareva in adorazione.
Incapace di resistere mi avvicinai, battendo la spada contro la finestra, come a scacciare quel fantasma: “SIRE!” gridai.
Lui si voltò di scatto, strappato a quel sogno dalla mia violenza: “Che succede? Chi ti aggredisce?”
Mi guardava vacuo, senza capire: “Principe! Non vedi? Non sei in te, sta succedendo qualcosa, qualcuno ti sta attirando, forse per spingerti a gettarti nel vuoto!” gridai ancora.
E lui, dopo un momento di stupore, scoppiò a ridere e rise tanto da finire sdraiato a terra, il viso nascosto tra le mani come un fanciullo.
“No, Reichard!” disse alfine riprendendosi e sedendo sul legno incrociando le lunghe gambe: “Nessuno vuole gettarmi nel vuoto, io…” si fermò, mordendosi il labbro incapace di trovare parole: “Lei…lei è…”
Guardava oltre la finestra, nella luce che si faceva via via più rosea incendiando i pascoli e il lariceto oltre il torrente: “Lei, Sire? Di chi stai parlando?”
Lui giunse le mani davanti al viso, riflettendo. Mi parve all’improvviso incredibilmente giovane.
“Lei…un giorno, tempo fa, è arrivata da me con un tocco nel cuore.
Era un mattino, molto presto. La sera prima ero stato male, mi avevi dato una dose piuttosto abbondante di pozione, così ero sprofondato in un sonno pesante e senza sogni. All’alba ero uscito ed ero andato a camminare tra i larici. Ero molto triste: il tempo scorreva, il mio male non potrà che peggiorare e noi non abbiamo pozione per sempre. Sono qui, nascosto, in attesa di qualcosa che non potrà arrivare se le mie condizioni non lo permetteranno e intanto il mio paese mi attende, come un angelo vendicatore che forse non tornerà mai. Loro mi stanno cercando, un giorno potrebbero trovarmi e tutto sarebbe perduto, in quel caso.
Un principe e la sua Guardia Reale contro demoni e uomini malvagi traboccanti di magie oscure…un principe a metà, malato e stanco…ero triste, arrabbiato con il Cielo che non mi dava un segno, una risposta a tante preghiere.
E, all’improvviso, ho sentito quel tocco. Una carezza dentro il cuore, leggera come l’ala di una farfalla, ma così intensa da scuotermi fin dentro le viscere e far gridare la mia anima.
E stupore: chi mi toccava ha provato stupore, è scomparsa per un lungo istante precipitandomi nell’angoscia e poi…’Dunque sei vivo?’ il tocco era tornato, un po’ più deciso, accompagnato da una voce di donna che mi faceva questa domanda, meravigliata, e io tremavo per l’emozione.
Non ha l’accento delle nostre terre, pare…oh, direi provenire da Occidente, dalle terre dei Franchi, forse…forse il vento ha portato le mie preghiere alla Terra d’Ombra…non so, non conosco il suo nome, pure se a ho la sensazione di averlo sentito, in un modo o nell’altro, non conosco il suo viso, ma il suo tocco è la cosa più bella e più dolce che mai abbia potuto sentire, qualcosa che ho cercato ogni giorno della mia vita inutilmente e che ora risplende dentro di me come un nuovo sole, un amore puro e perfetto che non brama possedere il corpo, ma lo onora come onora l'anima. Le chiesi chi fosse, scomparve.
Tornò tre giorni dopo, toccandomi ancora con una lieve carezza dalla fronte fino al ventre, scuotendomi fino nelle profondità, dove nemmeno sapevo esistere. Le chiesi di restare.
‘Non posso. Ma posso tornare’ e da quel giorno è tornata sempre. Il suo tocco si fa via via più intenso, più sicuro, quasi penso di vedere il suo viso a volte.
La sogno, ma non è che un’ombra, un riflesso di cui non riesco a vedere le fattezze e la cerco, la cerco disperatamente, pure mi sfugge come acqua tra le dita.
Ogni notte cerco di raggiungerla. Ogni giorno la cerco sui campi, sperando di vederla arrivare per il sentiero, così, come nulla fosse, come un miracolo.
Ho sognato la sua ombra riflessa sulla neve, mi sono gettato in ginocchio per afferrarla, ma sempre le mie mani non sollevavano che neve senza nome e l’ombra rimaneva lì, davanti a me, ai miei piedi, senza ch’io potessi raggiungerla…eppure…sento la sua voce, un sussurro che mi chiama nella notte o nella prima luce del mattino. Ho sentito il suo profumo di erbe rare e fiori sconosciuti e la forza del suo passo su terre straniere. Lei risplende. Come quel sole che esplode dentro di me”
Avevo ascoltato ogni parola paralizzato dal terrore: poteva essere un inganno? Oppure…oppure…nella mia mente risuonavano insistenti le parole di Herms: “I nemici lo temevano e volevano la sua fine, ma invece di ucciderlo, uccisero la sua sposa ed egli ne fu distrutto in ogni fibra del suo essere. Le sopravvisse per molte ore in una sofferenza atroce e senza limite…pare che sanguinasse da ogni poro della pelle e lacrime di sangue uscissero dai suoi occhi, che i suoi organi bruciassero come lava incandescente…Probabilmente sta cercando la sua sposa. Probabilmente anche lei è qui, da qualche parte, nata nuovamente in un nuovo corpo…

Era mai possibile? Forse, davvero, da qualche parte questa donna esisteva e in qualche misterioso modo il vento le aveva portato il richiamo del Principe? Forse davvero stava avvenendo un prodigio sotto i miei occhi cui non ero in grado di essere partecipe? O forse, semplicemente, la mente del Principe, logorata dal dolore e dalla malattia, stava vacillando, preda di qualche dimonio infernale?
“Sire…quello che dici sembra meraviglioso, ma…come fai a dire che non vi sia nulla di ingannevole? Una voce nel vento, un tocco, un’ombra…perché, se costei è qualcosa di buono, non riesci a vederla e ne vedi soltanto l’ombra? Forse perché si tratta veramente di un’ombra, uno spirito, un demonio! Forse ti sta conducendo su una strada senza ritorno! Sei cambiato, nelle ultime settimane, Principe: sei distratto, lontano, sembri perso nel vuoto…”
Lui sorrise: “Come ogni uomo innamorato, Cavaliere, che non riesce ad allontanare la mente ed il cuore dal suo amore, no?”
“Ma…ma Principe! Non la conosci! Non sai nemmeno come sia fatta, non sai se sia fatta in qualche modo o di qualcosa! E se fosse davvero soltanto uno spirito? E se fosse vecchia, brutta, sudicia?”
“Non è uno spirito” disse ridendo “E se lo fosse, amerei lo spirito fino al giorno in cui io stesso dovessi lasciare il mio corpo. E se fosse…vecchia, brutta e sudicia…beh, al sudicio si può porre rimedio facilmente, al vecchio, che farci, prima o poi tocca a tutti, quanto ad essere brutta, sono certo che i miei occhi muterebbero in pregio ogni difetto e me la renderebbero bella come una dea”
“E se fosse cattiva? Perfida, una strega malvagia?”
“Una strega deve esserlo di sicuro, Reichard. Ma nessun essere perfido o malvagio potrebbe avere un tocco così puro, così capace di guarigione, una carezza che ti scende nell’anima guarendone ogni ferita.
Mi sta guarendo, Reichard. Dove passa il suo tocco, il dolore svanisce, si scioglie come neve al sole. Una ad una le nere serpi che abitano il mio spirito vengono decapitate e so che presto non potranno più riprodursi, bruciate dalla sua luce.
Io…mi sento…mi sento amato. Non sento più vuoto, non sento più solitudine…sento pace. E tanto amore. Mi colma, mi riempie, mi rigenera. Non vi è niente di malvagio, Cavaliere, nessun essere votato al male, nessun cuore corrotto può trasmettere qualcosa di simile: è così puro, così perfetto. È un miracolo” mi diceva queste cose tenendo ancora le mani chiuse contro lo sterno, come tra esse tenesse la mano di quell’essere che lo “toccava”, il viso estatico, rigato di lacrime di gioia.

Non gli dissi nulla.
Non gli parlai del racconto di Herms, né del mio strano sogno della città in fiamme in cui scappava abbracciato ad una donna.
Non gli dissi dei sospetti dei veggenti del Duca suo cugino sull’esistenza di quella donna, ora, nel nostro tempo.
Quello strano fenomeno mi faceva sentire inadeguato, indifeso: non c’era nulla con cui confrontarmi, non c’era un nemico da affrontare, qualcosa contro cui potermi scagliare se avessi dovuto difendere il mio Sire. Un fantasma. Un sogno. Un’ombra.
Mio Dio! Il Principe si era innamorato di un’ombra!
Mi tornarono alla mente gli avvertimenti della vecchia sguattera delle cucine: “Non puoi sapere cosa si nasconda veramente nella nebbia, Cavaliere, quali pericoli si celino tra le ombre

Alto Medioevo, XI° Secolo, Alta Valdombra Centrale

“Orijeeeeeenneeeee? Doove seeeeeiiiiiiiiiiii?????? Non riesco a –SPLUT!- vedeertiiiiiiiiiiiiiii!!”
Nevicava, nevicava tanto, tantissimo, ed erano ben oltre il limite entro-cui-crescono-gli-alberi.
La lince sputacchiò la neve e si scrollò fino alla coda, cercando ancora la sua compagna umana: “Oorijeeeeeeeeeenneeee!!!!!!!! Ma perché ti ho seguita, stupida umana?!? Non potevo restarmene davanti al fuoco, tutto tranquillo, dico io? Doooveeee seeeiiiiiiiiiiiiiiiiii?”
Finalmente, tra le folate di vento zeppe di neve di riporto, intravide la donna, arrampicata alle rocce che salivano verso la Vetta dell'Orsa: “Ma cosa fai lassù? Orijenne, non c’è niente là! E poi come fai a scendere?” miagolò verso l’umana incosciente.
Era quasi certo che il sibilo della tormenta le impedisse di sentirlo, ma riprese a chiamarla arrampicandosi alla parete, nel tentativo di raggiungerla.
“Coff! Coff! Orijenne! Aspettami, perché sei salita fino qui, non potevi prendere il –coff!- sentiero?”
La figuretta avvolta nel mantello, i lunghi capelli castani disciolti dal vento che le sventolavano attorno al viso schiaffeggiandola, bagnati e ghiacciati, non si scompose: “L’Artemisia!” ripose continuando a tendere verso una cengia esposta sul lato più liscio della parete: “Ma…ma Orij, cosa dici? Non abbiamo Artemisia a casa? Io ne ho vista, ne sono sicuro e…”
“Luna Piena, Merwie, e questa è la migliore delle Tre Valli. E comunque non ne avevamo più molta”
“Orij? Rischiamo di avere l’Artemisia per il nostro funerale, però…non…non potresti mica scendere di lì, per favore? Mi stai facendo venire le vertigini!”
La ragazza imprecò, cercando ancora di raggiungere la cengia sulla quale, a dispetto della stagione invernale e dei metri di neve attorno, cresceva un notevole numero di piantine di Artemisia nera (glacialis, varietà di Genepy n.d.a.). “Oohhh!!” esclamò la lince: “Come fa a crescere in questa stagione? È ancora buona, Orij?” la donna la tagliò con il minuscolo falcetto, affilatissimo, che portava alla cintura: “Ottima. Congelata, ma ottima. Ringrazia la Madre, Merwie e dammi una zampa, dobbiamo raggiungere il sentiero…a meno di trovare…ancora…qualcosa…” la lince si arrampicò, si sporse verso la donna per afferrare il mazzetto di piantine con i denti, quindi tentò di scalare le ultime rocce, scivolose di neve fresca: “Oh, oohhooohhiiiii!!” miagolò scivolando, senza mollare le piantine.

Qualcosa la afferrò, sollevandola facilmente e depositandola sull’ampio sentiero.
La lince posò il mazzetto, scuotendosi: “Oh, grazie, io…” rimase basita a fissare il suo salvatore: “Ohcchevergogna!! Un lupo! Sono stato salvato da un lupo!” gemette nascondendo la testa sotto le grandi zampe argentee.
Orijenne la raggiunse, issandosi sul sentiero, aiutata da una forte mano bruna.
Merwie alzò lo sguardo, meravigliato e si accorse che il “lupo” era una donna alta, dai gambali e calzoni di pelle di lupo e una pelle di lupo pesante, in manto invernale, attorno alle spalle. Aveva la carnagione bronzea, i lineamenti eleganti e taglienti, gli occhi giallo-verde chiaro e capelli corti ai lati del viso e lunghi fino al coccige al centro, dal colore biondo scuro, nocciola e fino ad una banda nera in mezzo: “Ellara? Ohhh!” esclamò: “Perdonami, Madre dei Lupi, non è certo una vergogna essere salvato da te!” la donna gli gettò un’occhiata divertita: “Entrate” disse con una voce bassa, simile ad un ringhio: “Aspetterete qui la fine della tormenta. Ho un fuoco acceso e paglia calda e asciutta. E cibo, se volete dividere quello dei miei figli”
Orijenne si inchinò leggermente alla donna, cui arrivava ben sotto la spalla la seguì verso una fenditura delle rocce poco più in alto.
All’interno la fenditura si ampliava in una sala asciutta e calda, in cui riposava un intero branco di una quindicina di individui adulti, più cinque cuccioli (ormai grossi quanto gli adulti) della primavera precedente. La lince deglutì, a disagio in mezzo a tutti quei canidi e si strinse prudentemente contro le gambe della sua umana.

Ellara fece sedere entrambi in un angolo accanto ad un piccolo fuoco, prese delle strisce di carne e le fece cuocere sulle braci per la donna e per sé, mentre ne diede alcune crude alla Lince. “C’è qualcosa che dovresti vedere, giovane strega” disse mentre masticavano la carne di un vecchio stambecco, nutriente e gustosa, ma piuttosto dura: “Sarei venuta a chiamarti se non avessi avuto la certezza che non ti saresti fatta sfuggire l’ultima Artemisia dell’inverno” continuò sorridendo e mostrando un canino affilato tra le labbra: “Di che si tratta, Madre?” chiese l’umana strizzandosi i lunghi capelli fradici.
La Madre dei Lupi scosse la testa, facendo cenno di aspettare. Finirono la carne, bevvero idromele caldo aromatizzato dalle spezie degli Elfi, poi la Fata si alzò, passandosi le mani sui calzoni e fece loro cenno di seguirla verso il fondo della grotta.
Discesero uno stretto cunicolo, nel quale Ellara dovette chinarsi per passare, raggiungendo una polla d’acqua trasparentissima che sgorgava in un bacino calcareo quasi perfettamente circolare e vi sedettero attorno: “Guarda, Orijenne: da settimane appare questa immagine nella Polla Oracolare, ma non riuscivamo a decifrarla, fino all’altro giorno” spiegò. La strega socchiuse gli occhi, concentrandosi, mentre la Madre dei Lupi disegnava cerchi con la mano sulla pozza, ripetendo parole nell’antica lingua.

Pochi istanti dopo l’acqua si fece lattea ed apparve l’immagine, dalle spalle in su, di un uomo seduto accanto ad un tronco secolare, probabilmente di un grande tasso.
Aveva un viso dai tratti nobili, eleganti, decisi, ma di una particolare grazia, capelli nerissimi e lucenti come penne di corvo reale, che gli scendevano setosi lungo le spalle, a quanto pareva per un buon tratto.
Gli occhi, chiusi, sembravano grandi, dal taglio un po' allungato, circondati da spesse ciglia altrettanto nere che, così abbassate, gettavano un’ombra sul viso scarno, pallido e dall’aspetto sofferto.
L’arco delle sopracciglia era netto, deciso come i tratti del volto, ma non troppo spesso, dando alla fronte ampia e liscia un aspetto ancor più nobile. Il naso era dritto, non troppo sottile, né spesso, né aveva irregolarità, in una parola era perfetto, come ci si aspetta debba essere un naso ideale e le labbra piuttosto piene, dal disegno regolare e nitido che ne rendeva l'aspetto quasi duro.
Pareva distante dal mondo, sofferente, in un certo qual modo fragile: “Chi è? Perché appare qui?” domandò Orijenne.
Ellara si strinse nelle spalle: “Appare qui perché prega. Prega per trovare una strada verso la Terra d’Ombra…è molto malato, Orijenne, da molto tempo e il suo male, a quanto pare, non si può curare nel Mondo degli Uomini, là fuori” La donna scosse la testa: “Molti mali, là fuori, non si possono curare…non è strano? Sai perché è malato?”
“Malefìci” rispose la Madre dei Lupi: “Ma è un uomo giusto, non è come quegli esseri disgraziati che provocarono qui tanta guerra e distruzione oltre trent’anni fa. Dobbiamo aiutarlo e credo che…tu sia la persona adatta” Orijenne spalancò gli occhi nerissimi in mezzo ad una mascherina di lentiggini: “IO?!? Ma…ma perché io? Non sono nemmeno nel Cerchio dei Segreti, ci sono Guaritori e Sacerdoti molto più in gamba di me!” la Lupa sorrise, facendo scintillare il canino candido: “Ti sottovaluti, guaritrice. In ogni caso, loro non sono in grado di raggiungerlo e tu invece si. Ne avranno cura quando sarà qui, se riuscirai a portarcelo. Per ora sarà compito tuo. Non è una richiesta, Orijenne. È la Madre dei Lupi che te lo ordina...e anche la Madre delle Madri” disse toccando la terra accanto a sé.
“Ma…cosa devo fare?” borbottò la strega, confusa: “Prendi l’acqua della polla, portala a casa e segui la sua immagine. Poi, quando il tempo lo permetterà, uscirai dalla Valle e andrai verso il suo paese, ma, se possibile, allo stesso tempo porterai il suo cammino verso di noi. Per ora resta ad osservarlo, valichi e passi sono bloccati e lo resteranno per almeno altri due mesi. Intanto impara dalle immagini che ti appariranno più cose che puoi, perché la missione che ti affido non sarà facile”

Nevicava ininterrottamente da tre giorni.
Merwie era diventato una cosa sola con il caminetto, da cui si allontanava per mangiare e andare (quando non ne poteva proprio più) a liberare la pancina da sostanze fertilizzanti per i campi, il nonno si divertiva a giocare a palle di neve con il galletto segnatempo in cima ad cancello dell’orto e costruire pupazzi di neve sempre più elaborati (che poi andava a ripulire dalla neve fresca almeno quattro volte al giorno), Orijenne…passava ore a fissare il piatto d’argento in cui aveva deposto l’acqua raccolta nella Polla Oracolare.
Le immagini dell’uomo cambiavano, a volte lentamente, sostituendosi gradualmente una ad un’altra, come disegni mutevoli, a volte rapidamente, muovendosi come una seconda realtà all’interno dello specchio d’acqua.
L’uomo che osservava era un nobile, il Signore di una terra fiorente e felice grazie al suo saggio governo, ma era anche profondamente ferito e, ora, il suo paese era in guerra, a quanto pareva contro gli stessi che già lo avevano perseguitato fin dall’infanzia.
Nonostante fosse un forestiero, uno di là fuori, aveva interessanti capacità e potere magico, eppure non riusciva a guarire se stesso, non ne trovava la forza o forse il giusto modo, ed ora era davvero in pericolo.
Orijenne lo vide pattugliare i confini e combattere orde di nemici, che a lei apparivano come denso fumo nero e pesante: “Demoni, costrutti o entrambi? Orridi mostri evocati da qualche luogo di pece malefica…è davvero difficile combattere in quelle condizioni, basta una piccola ferita e si infetterà portando alla vittima cancrena e febbri altissime” tentò di gettare protezioni sui soldati del Principe, peraltro già protetti da incantesimi dei suoi maghi di corte, ma qualche vittima fu comunque inevitabile.

Per parte sua, il Principe si batteva come quattro leoni, almeno finché il suo male non lo riduceva quasi all’incoscienza, allora si faceva sostituire da un altro uomo che gli assomigliava come un gemello.
Soffriva, sentiva la vita sfuggirgli ed era preoccupato per il suo popolo e per i suoi figli, due ragazzini bellissimi e dallo sguardo intenso come il suo.
Era talmente circondato da incanti e malefici dei suoi nemici, che raggiungerlo era come finire in una rete a maglie molto piccole e molto appiccicose.
Orijenne avrebbe voluto inviargli dei sogni, in modo da confortarlo, potergli indicare la via per la Valle, comunicargli quanto fosse protetto, ma si scontrava sempre contro quello strano, invalicabile muro di pece. “Per questo ci hanno messo tanto a leggere la Pozza Oracolare” pensò mentre lo osservava tagliare a strisce il suo mantello e farne delle bende per alcuni feriti.

Si accorse che il nonno era già uscito e corse fuori, riponendo con cautela il bacile e coprendolo con un vassoio che fungeva da coperchio. Si sentiva riluttante a lasciarlo, come temesse di non trovare più nessuno nell’acqua oracolare, al suo ritorno.
Quell’uomo misterioso era circondato di pericoli, troppi, e troppo progrediva il suo male. Si rese conto con disappunto di provare una sorta di apprensione protettiva verso di lui. Decise di non pensarci e seguì il nonno verso il villaggio con Merwie: era la notte del Solstizio, non era tempo di pensare ad una guerra che non li riguardava minimamente, eppure non poteva distogliere i pensieri da quell’uomo ferito nell’anima, che avrebbe passato Yule curando feriti e combattendo demoni.
Gli inviò in cuor suo una preghiera per benedire la sua Notte e tutti i suoi giorni futuri.
Passò il tempo del Solstizio, venne il mese del ghiaccio e Orijenne continuava ad osservare lo straniero nello specchio d’acqua, ormai come si osserva un vecchio amico: aveva imparato a riconoscerne le espressioni, le abitudini, sapeva quando il male covava dentro di lui ancora prima di manifestarsi, leggeva nei suoi occhi i dubbi, le preoccupazioni, le poche speranze, l’amore per i figli.
Aiutata dal Maestro dei Segreti cercava di superare quella barriera di fumo denso e appiccicoso che avvolgeva il Principato, ma, sebbene riuscissero nell’intento di osservare ciò che vi accadeva, non riuscivano a farsi sentire in alcun modo, né dagli alchimisti del Principe, né dal Principe stesso, che aveva notevoli doti magiche.
Soprattutto non riuscivano ad inviare energia di guarigione: per quanto si concentrassero, per quanto la piccola Orijenne provasse sempre nuovi strattagemmi, la loro magia si fermava, annullata da quelle maglie di oscurità.

La Luna scomparve nel cielo e si fece piena due volte, poi, guidata dai Lupi, Orijenne, un mattino prima dell’alba, lasciò la Valle.
Prese con sé una borraccia in cui pose l’acqua Oracolare, arco, faretra, una bisaccia con ciò che le sarebbe servito, affidò il nonno a tutto il villaggio e se ne andò.
Una volta entrata nel Mondo Là Fuori, sperava di riuscire a mettersi in contatto con il Principe senza per forza raggiungere il Principato, davvero molto lontano.
Sperava di poter inviare dei sogni al Principe, ispirandolo sulla strada da prendere, sempre che il suo senso del dovere non lo costringesse a restare nelle sue terre a combattere…ma sarebbe stato inutile: non faceva che indebolirsi e i suoi nemici non facevano che rafforzarsi, pur perdendo (apparentemente) battaglie sul campo. Seppure la soldataglia o gli esseri demoniaci finissero sempre per darsi alla fuga o essere sterminati, i nemici avanzavano, avanzavano avvelenando la terra, le acque, gettando sul popolo incubi e risvegliando in esso ataviche paure, ma soprattutto avanzava il loro potere sul Principe attraverso la malattia.

Così Orijenne camminò per diversi giorni e, non avendo un catino d’argento, non poteva osservare ciò che accadeva nelle lontane terre di Eldenburg.
Aveva solo un piccolo specchio d’argento elfico, legato con polvere di scaglie di Drago: al momento opportuno avrebbe solo dovuto bagnare un po’ lo specchio e di sicuro sarebbe riuscita a vedere ciò che le serviva, usando pochissima acqua e poi…se fosse riuscita a farsi sentire dal Principe…doveva aspettare il momento giusto e poi fare dei tentativi, ma doveva riuscire, soprattutto! Doveva conservare l’acqua oracolare al massimo, finché non avesse sentito di essere al posto e al momento giusto: le serviva un luogo di potere su qualche altura, un luogo carico di forza della Terra che guardasse ad Est.

Il disgelo, nelle pianure, era ormai cominciato quando, già nel pieno del Sacro Romano Impero, discese verso un villaggio dall’aspetto lindo e ospitale. Non le piaceva l’idea di mescolarsi alla gente di là fuori, ma aveva bisogno di punti di riferimento e di notizie. Lasciò il suo bagaglio in un anfratto tra le rocce assieme alla lince e, cambiata e pettinata, come una
contadinella qualunque, entrò nel piccolo mercato rionale.
Provava, da giorni, una strana inquietudine.
“… hanno incoronato i Principini, che disgrazia!” sentì dire ad un carrettiere.
Allarmata si avvicinò per ascoltare.
Pareva che la notizia fosse nota da un paio di settimane: il Principe di Eldenburg era stato brutalmente assassinato dai suoi nemici, una notte, assieme alla sua Guardia Reale e ad alcuni devoti cavalieri, in un agguato terribile quanto misterioso, dal momento che i nemici erano riusciti a raggiungerlo nei suoi alloggi, dove era scoppiato anche un incendio che aveva reso visibile a tutto il villaggio entro le mura ciò che stava accadendo.
Le sale del tesoro erano poi state trovate vuote, tanto che una terra ricca e prospera come quella, versava ora in condizioni di miseria e carestia. Ora molte voci si levavano gridando che il Principato era in rovina per colpa del Principe, che aveva nascosto a tutti la verità sulle condizioni delle proprie finanze, altri dicevano fosse stata la guerra e il suo continuo donare al popolo, altri che fossero stati i nemici a rubare tutto il grande tesoro di Eldenburg dopo la morte del Principe.
Benché appena dodicenni, i gemelli, suoi figli, erano quindi ascesi al trono nel giorno dell’Equinozio.

Orijenne si sentì mancare: quei mesi, che erano parsi anni, passati ad osservarlo, studiarlo, tentare di proteggerlo, lo avevano reso non più un nome o un volto sconosciuto, ma “qualcuno” vero e reale, una persona cara, per quanto la strega delle Terre d’Ombra non volesse ammetterlo.
Era stato tutto inutile: mentre lei era in viaggio per raggiungerlo, era successo qualcosa di terribile. Tornò all’anfratto, si rannicchiò tra le rocce e pianse.
Non pensò di prendere lo specchio, non le venne in mente di cercarlo: perché mai? Per vedere una vuota nebbia, o una tomba e dei bambini in lacrime? Perché cercare qualcuno se non c’era nessuno da cercare?
Non le vennero dubbi, se non su se stessa, poiché, per qualche ragione, una parte di lei voleva andare avanti, non credeva all’assassinio del Principe, eppure ne aveva visto i continui attacchi, lo aveva visto stanco e preoccupato, consapevole della ferma volontà dei suoi nemici di ucciderlo, in un modo o nell’altro.
Si era perfino stupita, a volte, che potesse ancora trovare la forza di restare in piedi, tanto lo sfinimento traspariva dal suo viso e dai suoi occhi…eppure…

Rimase tre giorni tra quelle rocce, non potendo darsi pace nonostante Merwie tentasse di consolarla, poi, sfinita, riprese la strada di casa.
Arrivata in vista del Valico dei Germani, da cui, centinaia di anni prima, erano discese le popolazioni dei Guardiani delle Montagne (probabili insediamenti Walser, di molti secoli precedenti alle prime notizie storiche ufficialmente riconosciute n.d.a.), non ebbe cuore di attraversarlo.
Non si sentiva di tornare a casa dopo il suo fallimento, né, tutto sommato, era attesa: la sua missione avrebbe dovuto durare molto più a lungo, se tutto fosse andato per il meglio.
Rimase così presso un vecchio rifugio di passo a riflettere, vivendo di pesca, di caccia, di ciò che la terra, generosa e prospera, le offriva.

Passò l’estate, ma non la sua tristezza, che forse nemmeno lei era in grado di spiegarsi: non conosceva quell’uomo, era un perfetto estraneo e per di più uno di là fuori. Forse era per il fallimento, forse perché quell’uomo era la speranza per tanta gente e ora la speranza era sconfitta.
Più di trent'anni prima la gente di là fuori aveva scatenato guerre e carestie in Bassa Valle, aveva compiuto atti terribili verso la Madre Terra, verso i suoi figli tutti, aveva assassinato, bruciato, distrutto. Lei stessa, allora piccolissima, aveva perduto un fratello, la nonna ed entrambi i genitori…era cresciuta con l’orrore verso i forestieri e mai le sarebbe interessato salvarne qualcuno, eppure…
Eppure, quel Principe, così diverso dai suoi simili, le era diventato caro, senza averlo mai incontrato, se non in uno specchio d’acqua d’argento.
Aveva sognato di poterlo sanare dai suoi mali, di portarlo nella sua Terra Magica, di mostrargli le meraviglie celate agli occhi dei suoi simili da millenni.
Era stato tutto inutile: aveva fallito e non sapeva come dirlo alla Madre dei Lupi.

Tornò settembre.
Un giorno sentì grattare alla porta e si trovò davanti un giovane lupo dal bel pelame grigio e nocciola: “Vehar?” sussurrò riconoscendolo.
Non appena lei ebbe pronunciato il nome, il lupo prese l'aspetto di un bel giovane slanciato, dal fisico asciutto e bella muscolatura, con grandi occhi obliqui gialli e verde salvia, curiosi e penetranti: “Che stai facendo qui?” domandò la Fata: “Manchi da mesi! Nessuno aveva tue notizie, né del tuo protetto!”
Orijenne scrollò le spalle: “Io...io non posso tornare” Gli occhi del Lupo si fecero ancora più grandi, assumendo sfumature giallo intenso: “No? Perché, no?”
“Ho fallito. Tua madre mi aveva affidato questa missione piena di fiducia e io…io ho fallito e a causa mia il Principe è morto”
Vehar non rispose, per un po’: “Non credo sia stata tu ad ucciderlo, eh?”
Lei si asciugò una lacrima: “In un certo qual modo…non ho controllato per settimane, l’ho abbandonato per non sprecare l’acqua oracolare e…e intanto lo hanno ucciso”
“Ah. Tu lo hai visto?”
Orijenne alzò gli occhi interrogativa: “Visto? No, come avrei potuto? Ho sentito la notizia in un villaggio, quasi due settimane dopo!”
“E non hai controllato?”
“Ma…ma perché? Se tutti ne parlavano, perché mai un intero villaggio avrebbe dovuto mentire?” il Lupo si grattò un orecchio, in un modo terribilmente improbabile per la sua forma umana di quel momento: “Uuhmmmmggrrorrlll….”
“Si?”
“Voglio dire…” si accoccolò sulla sedia, appoggiandosi al tavolo: “Orijenne, le notizie, tra quegli umani, non viaggiano via Pòrtuna! Vanno di villaggio in villaggio, cantate da cantori o messi, o peggio da viandanti…non puoi sapere cosa sia vero e cosa no, non per davvero!”
“Ma hanno incoronato i suoi figli!”
“Ma non lo hai visto! Non sai cosa sia successo veramente e…e anche fosse come l’hai sentito raccontare, non puoi certo incolparti, in ogni caso…devi vedere, Orijenne, devi vedere cosa è successo veramente quella notte! Non potrai darti pace, altrimenti! Devi guardare, anche se questo ti fa così paura!”
Orijenne non voleva vedere, non aveva nessuna voglia di vedere cadere il Principe sotto le grinfie del nemico, le veniva una stretta al cuore solo all’idea, ma il Lupo insistette: “Facciamo così, evochiamo la sua immagine e  vediamo cosa succede, eh?”

Bruciarono erbe magiche, altre Orijenne se le sfregò sulle mani, sulla fronte e sullo sterno, poi Vehar fece gocciolare un po’ di acqua oracolare sullo specchio della strega ed evocò l’immagine del Principe.
Soltanto l’immagine, così come sarebbe stato gli ultimi giorni della sua vita, non importava se fosse o meno ancora in vita.
E Orijenne si concentrò, poi pose la mano davanti al Principe, più o meno all’altezza dello stomaco…e un istante dopo saltò indietro, quasi terrorizzata: “Che è successo?” chiese il giovane Lupo: “L…l…l….lui è…lui è…lui è….” Vehar socchiuse gli occhi giallo-verdi: “…vivo?” la donna annuì: “Bene. Allora sarà d’uopo che tu continui ad indagare. Ormai è quasi autunno. La guerra è finita e quasi sicuramente essere più tranquillo e al sicuro avrà giovato alla sua salute, senza contare che non subisce più attacchi da parte dei suoi nemici, quindi penso tu possa cercare di contattarlo e di curarlo da qui, almeno finché non sarà possibile per lui intraprendere questo viaggio.
Vado a raccontare tutto alla Madre dei Lupi, voi due rimanete qui, ci occuperemo di tuo nonno, gli dirò che sta andando tutto bene. Tornerò prima delle grandi nevi”
Prese forma di lupo e corse via, sparendo tra le rocce.

Orijenne non poteva crederci. Era stato così semplice! Era tutto così quieto, ora, così limpido e silenzioso, lo aveva toccato come lo avesse avuto a due passi da sé.
Si morse il labbro, ancora incredula, poi si concentrò e lo toccò nuovamente, senza fuggire questa volta.
E lui la sentì: “Dunque, sei vivo?” sussurrò lei nel suo cuore: “Si” rispose soltanto Veit, sorpreso, curioso, affascinato: “Chi sei?”
“Orijenne di Valdombra”


Anno Domini 1038, Inverno, da qualche parte tra Longobardia e Contea del Tirolo.

“Era ormai pieno autunno, la nostra piccola magione era immersa in tutte le possibili sfumature del rosso e del giallo, circondata da boschi profumati di funghi, terra umida e castagne.
Al contrario dell’anno precedente, ad Eldenburg, la nebbia era rara e si levava con le prime luci del mattino, lasciandoci la gioia di vedere i lariceti salire dorati fino al limite dei pascoli e alle propaggini delle prime nevi dell’annata.
Non avevo più parlato con il Principe del suo misterioso spirito guaritore, ma, scettico e fin troppo sospettoso, lo tenevo d’occhio per vedere se vi fosse in lui qualche segno di uscita di senno.
Ciò che vedevo era fino ad allora un uomo immerso in uno stato quasi perenne di meditazione, non assente, tutt’altro, sempre ben vigile, pronto di riflessi ed agile nei movimenti, pure era come i suoi occhi fossero rivolti a qualcosa che non era nel mondo, ma dentro di lui o in un altro mondo, manifesto a lui solo.
Piuttosto rapidamente gli attacchi del male si erano affievoliti, fino a non lasciare che rari mal di testa o dolori di schiena, alle mani o alle gambe, per i quali raramente prendeva la pozione e, nel caso, gliene occorreva una quantità invero ridotta.
Al mattino e poi, dalla fine di ottobre, anche verso il tramonto, lo vedevo appartarsi e raccogliersi in una muta preghiera che sapevo essere, in realtà, una comunicazione con…‘Lei’, come usava dire.
A volte, anche in altri momenti della giornata, lo vedevo improvvisamente portare una mano verso lo stomaco o al petto e sorridere tra sé, perso nella beatitudine di quel suo Paradiso personale.

Avrei voluto poter gioire della sua gioia, ma il tarlo del sospetto non mi abbandonava: troppo misterioso e troppo miracoloso pareva essere ciò che stava accadendo e, dopo i tanti attacchi degli Incappucciati, il timore di qualche nuova disgrazia celata da miracolo, era per me davvero grande.
Pure, non potevo non accorgermi di quanto il Principe fosse migliorato, di quanto profonda fosse l’emozione e la gioia che serbava in sé e di quanto nei suoi occhi, ormai quasi sempre di un luminoso grigio perla, vi fossero speranza e determinazione.

Venne l'inverno con una quantità di neve, in quelle zone di Montagna, per noi davvero sorprendente.
Lungi dal mostrare disappunto per i sentieri coperti da braccia di coltre bianca e pesante o dalle porte bloccate quasi ogni giorno, il Principe si divertiva a coinvolgermi in frequenti battaglie a palle di neve, con tanto di costruzione di fossati dietro cui ci nascondevamo assieme alle nostre scorte di bolidi bianchi mentre, altre volte, ci dilettavamo nella costruzione di grossi uomini o animali, i miei sgraziati e goffi, difficili a riconoscersi, quelli del principe quasi opere di un antico scultore ellenico.
Nemmeno da bambinello avevo visto il Principe giocare in quel modo e tantomeno divertirsi come un matto, apparentemente senza un pensiero al mondo.

Il periodo delle Festività, però, ci rese meno allegri e spensierati: le nostre famiglie ci mancavano e io scoprii che la mia primogenita si sarebbe sposata in primavera. Il mondo pareva in pace, almeno laggiù tra monti protettivi e silenti, noi eravamo soli e morti al mondo, pieni di malinconia.
Pure, notavo con una punta di invidia, il Principe pareva non essere mai abbandonato a se stesso, perennemente cullato dal suo angelo di guarigione.
In quei giorni brevi nei quali la luce solo per poche ore raggiungeva la bassa valle, mi resi conto di un nuovo prodigio: potevo infatti vedere quando “Lei” arrivava perché una leggera luce avvolgeva improvvisamente il Principe, dorata e rosea come l'aurora e per quanto ancora il sospetto mi tormentasse, mi resi conto di quanto quella nebbiolina luminosa fosse sublime perfino alla vista di un rude, vecchio guerriero qual ero.
Non dissi nulla, ma mi sentii più fiducioso verso quel mistero straordinario.

Era il mattino di Natale quando assistetti al prodigio più grande, almeno fino a quel giorno.
Aveva nevicato tutta la notte, ma ora le nubi avevano lasciato il posto ad una mattinata gelida e luminosa, con un sole che allungava raggi fino all'imbocco della valle giocando con ghiaccioli e cristalli di neve.
La nostra stanza era ancora quasi immersa nell'ombra quando qualcosa mi svegliò.
Ci misi un po' a comprendere: non sapevo se si trattasse di un suono o di un profumo, cosicchè mi guardavo attorno cercando, guardingo, la mano sull'elsa...poi la vidi.
La nebbiolina dorata che avevo imparato a vedere aveva assunto la forma di una donna minuta, dai lunghi capelli sciolti sulle spalle. La vidi sedersi sul giaciglio del Principe addormentato, chinarsi in quello che pareva un bacio sui capelli e prendergli le mani tra le proprie.
Il Principe sorrise nel sonno, aprì gli occhi e tese le mani verso l'immagine: “Grazie” sussurò: “Sei venuta, anche oggi! Grazie, grazie a Dio per te!”
Fissavo quella scena incapace di reagire, a bocca aperta, tra l'incantato e il terrorizzato...eppure, come avrebbe potuto essere un dimonio?

Ricordai le serpi nere uscite dal corpo del Principe, ne ricordai il dolore e l'orrore, ripensai agli esseri mostruosi con cui eravamo in guerra l'anno precedente...nulla somigliava a quella visione.
La figura avvicinò una mano alla fronte del Principe, senza toccarlo, restandone lontana una spanna, come accarezzando qualcosa e vidi un fiore radiante blu intenso uscirgli dalla fronte e aprirsi nella mano di lei.
Fece lo stesso gesto diverse volte, sulla gola, sul cuore, sullo stomaco e più o meno a livello dell'intestino e ad ogni tocco appariva un fiore di luce, radiante, luminoso, di colori diversi.
Lei pareva accarezzarne delicatamente i petali, poi chiudeva le dita e vi infilava la mano, immettendo altra luce o facendo gesti che non comprendevo, ma che mi facevano pensare al lavoro di un cerusico sulle ferite dei soldati.
Veit sorrideva, a tratti quasi rideva mordendosi il labbro, ebbro di gioia.
Quando quelle strane operazioni terminarono e pensavo il prodigio fosse ormai alla fine, vidi il Principe tendere la mano verso di lei, cercando in quella nebbiolina di luce gli stessi punti che lei aveva toccato poco prima su di lui e vidi formarsi gli stessi fiori, meno visibili, come appena visibile era la donna stessa poi, da entrambi, uscire raggi di luce che si fondevano gli uni negli altri infilandosi poi gli uni nei fiori dell'altro.
La luce si fece più intensa, poi, dopo alcuni momenti, la figura della donna scomparve e tutto tornò com'era.
Mi accorsi di tremare e di avere la faccia rigata di lacrime.
Il Principe si lasciò ricadere sui cuscini infilando le dita nei capelli, a metà tra la beatitudine e la disperazione.

Passò il tempo delle festività e le nevicate lasciarono il posto ad un gelo asciutto e penetrante come lame di pugnale, tanto che perfino gli strati di neve più spessi e morbidi si trasformarono in ghiaccio.
Per quanto sotterranea, l'acqua del pozzo congelava ogni notte, finché decidemmo che era più agevole spaccare blocchi di neve ghiacciata per scioglierla, che tentare di rompere lo strato laggiù in fondo.
Usavamo notevoli quantità di legna, pure la casa era sempre gelata e ci pareva non bastassero mai le coperte nella notte. Perfino il denso latte appena munto arrivava a noi gelato nei secchi, benché il tragitto dal pastore a noi fosse breve.
Non vedevamo l'ora che arrivasse il disgelo a scongelarci le ossa.
Il Principe stava bene, a parte rari attacchi di stanchezza improvvisa o mal di testa, non aveva più febbri, né molti aspetti del suo male che un tempo erano quasi quotidiani.

Un giorno, tornando in casa con un carico di legna, lo vidi fissare il vuoto, pallido e apparentemente terrorizzato: “Reichard, io devo partire, devo andare da lei!” esclamò appena si accorse della mia presenza: “Non è possibile, Principe, cosa dici? Ci sono molti piedi di neve ovunque e sono del tutto gelati, ghiacciate sono le strade, i sentieri e perfino torrenti e fiumi principali. Come possiamo metterci in viaggio ora e per dove?” lui si mise a camminare nervosamente per la stanza: “Sta male, è sfinita, c'è qualcosa che non va, qualcosa di grave. Stanotte l'ho sognata, l'ho sentita piangere e ho visto un'ombra alle sue spalle...sono loro, ne sono sicuro! Vogliono attaccarla, forse per scoprire dove sono o come arrivare a me”
“Ma lei non sa dove siamo, Sire. I nostri nemici non lo sanno, né possono scoprirlo e...e come avrebbero fatto a scoprire lei? Questo non ha senso, potrebbero averla scoperta solo se avessero un qualche contatto con te, e anche così non vedo come, dal momento che noi stessi non sappiamo altro che si trova ad Occidente...”
Veit si strinse nelle spalle: "Il suo spirito vola da me, in qualche modo sa come trovarmi e come loro l'abbiano scoperta non è importante al momento, Reichard! Il fatto è che le stanno facendo del male e lei è sola. So che non è nella Terra d'Ombra, anche se non so esattamente per quali ragioni, ma è in pericolo! Io devo, devo raggiungerla!”
Mi lasciai cadere sulla sedia: “Come? Non dureremmo due giorni, Sire, viaggiando ora. Il terreno è troppo duro e scivoloso per i cavalli, il freddo intenso e feroce, i passi e i valichi sono tutti coperti di neve alta e quasi tutti i ponti sono bloccati. I fiumi gelati impediscono qualsiasi navigazione di chiatte...e per di più, Principe...dove dovremmo andare? Non ne abbiamo idea! Non possiamo girare a vuoto per le Montagne, non ha senso, soprattutto ora, pensa, pensa se ti accadesse qualcosa” esclamai con un'improvvisa ispirazione: “Lei non avrebbe più speranze e tutta la sua fatica  sarebbe stata vana! E sarebbe sola davvero, allora! Sire, devi avere cura di te, devi farlo per lei!”
Come pensavo, questo colpì il Principe. Rimase a lungo a fissare oltre la finestra, serrando la mascella tormentato, poi sedette presso il camino, appoggiandosi alle ginocchia: “Aspetteremo che almeno io abbia qualche minima notizia in più, poi, gelo o non gelo, io mi metterò in marcia. Tu potrai tornare ad Eldenburg, se lo desideri. Basta mi lasci la pozione”
Lo guardai incredulo: “No, non ti lascio di sicuro, Sire. Sono morto con te per fedeltà, resterò al tuo fianco e combatterò fino alla vittoria o fino alla morte. Non potrei tornare dalla mia famiglia se non onorassi il mio giuramento” lui sorrise amaro, non disse nulla.
Lo vedevo soffrire di un tipo di dolore che non aveva pozioni per calmarlo e lo rodeva dentro l'anima.
Anche io mi sentivo rodere, ma non dissi nulla, ancora una volta, combattuto tra le parole di Herms e quelle di Ignatius, temendo di rendermi ridicolo.

Quella notte sognai di essere al castello, al tavolo con i Cavalieri del Duca. Herms sembrava molto più vecchio e Ignatius non era presente: “Loro cercavano la donna, soldato!” non ero più cavaliere, ero disonorato e distrutto: “Tu potevi impedirlo. Loro volevano la donna perché solo così potevano ucciderli tutti e tre!”
Mi svegliai di soprassalto, non era ancora l'alba e la notte era buia, appena illuminata dal riverbero indaco della neve ghiacciata.
Quel sogno non aveva senso, era certo causato dalla mia inquietudine: un Principe e una donna fa due, non tre. Forse stavo diventando anch'io un visionario come certi maghi di corte.
Dopo la Candelora pensavo che il tempo sarebbe diventato più clemente, ma mi sbagliavo: pareva invece che il ghiaccio fosse ancora più tenace e il gelo allungasse le sue dita fin dentro i camini accesi, nemmeno le stalle erano più calde e confortevoli com'erano solite essere.
Il Principe era sempre più nervoso, trascorreva sempre più tempo in solitudine, raccolto preghiera, quasi scontroso: la sua preoccupazione era densa come nebbia di novembre, pesante come le coltri di neve ghiacciata che circondavano la nostra casa e il gelo non pareva intenzionato a dare tregua.

Passarono ancora tre settimane buone prima che un timido sole intiepidisse l'aria e risollevasse i nostri umori di un pollice.
Un mattino mi recai al più vicino villaggio e, al mio ritorno, notai che i primi crochi stavano pungendo la neve con i loro capini violetti e l'acqua del torrente iniziava a scorrere libera nel mezzo al ghiaccio. Tornai a casa pensando di dare al Principe la buona notizia, ma lo trovai intento a preparare la partenza: “Presto sarà l'Equinozio, Reichard, non è più tempo di aspettare” disse secco.
Sorrisi e mi accinsi a preparare le mie cose.

Partimmo il giorno seguente, dopo aver lasciato ad un contadino del denaro e l'incombenza di occuparsi della casa, degli orti e del frutteto e iniziammo il viaggio verso Ovest.
Il Principe sembrava sollevato di essere finalmente in azione, teneva lo sguardo fisso verso le montagne laggiù, in fondo alla grande pianura che si snodava dinanzi ai nostri occhi. Preoccupato, nervoso.
Cercavo di non pormi domande, di vivere alla giornata, ma continuavo a chiedermi cosa avremmo fatto una volta arrivati a quell'orizzonte roccioso laggiù.
“Per il momento raggiungeremo la Marca di Ivrea, dove sono i sabbioni auriferi. Una volta lì...qualcosa succederà” mi disse sforzandosi di essere fiducioso.

Ogni giorno lo vedevo più teso e preoccupato. Viaggiavamo con la luce, ora, e la sera si allontanava da solo, rannicchiandosi sotto un albero o presso una fonte, cercando risposte nel corso delle nubi o nel volo degli uccelli. “Dove sei? Che succede?” gli sentii dire un paio di volte in cui mi trovai lì accanto.

Le Montagne si avvicinavano lentamente mentre i giorni si facevano più tiepidi e carichi di fioritura, ma l'umore del Principe non migliorava, anzi, un giorno, dopo l'ora mediana, mi chiese di fermarsi a riposare. Era pallido, sudato e tremante, gli occhi grigio cupo, tormentati dal dolore.
Gli preparai la pozione, una buona dose, poi lo costrinsi a riposare fino al mattino seguente. La notte ebbe un sonno agitato, si svegliò diverse volte di soprassalto, una volta quasi gridando.
La mattina non ricordava nulla, ma, poco prima dell'alba, lo sentii sussurrare un nome di donna.
Davvero le stava accadendo qualcosa o semplicemente lo stava abbandonando?
Ci pensai tutto il giorno e la sera, dopo avergli dato ancora la pozione, caddi in un sonno agitato quasi quanto il suo, abitato da sogni infernali, nei quali una città fantastica tra alte, verdi montagne, con altissime e agili torri circondate da giardini incantati, crollava pezzo per pezzo sotto sfere di fuoco che cadevano dal cielo.
Al mattino il Principe pareva essersi rimesso, lasciammo la capanna che ci aveva ospitati e ci rimettemmo in viaggio. Non gli parlai del sogno, non gli raccontai di ciò che mi aveva detto Herms.

Ancora oggi mi domando se qualcosa sarebbe cambiato...

Anno Domini 1039, Equinozio di Primavera, Montagne tra Impero Germanico Marca di Ivrea e Terre dei Franchi:

Un giovane Lupo arrancava nella neve alta, agile oltremisura, ma comunque affondando fin quasi alla pancia. Arrivò alle rocce presso lo stretto passo e vi balzò, scuotendosi e correndo agile verso lo spartiacque, oltre cui si apriva il Mondo degli Uomini.
Restò ad osservare per un po' i declivi che si alternavano sotto le sue zampe, le cime che, in qualche modo più basse e opache di quelle delle Valli dell'Ombra, declinavano fino al piano, laggiù, da qualche parte, pieno di villaggi di umani e delle loro miserie.
Emise un leggero ringhio e saltò agilmente oltre le rocce, sulla traccia di sentiero appena visibile sotto la spessa coltre nevosa.
Là la neve era parzialmente pressata e le sue zampe rimanevano agevolmente in superficie. Scomparve tra le rocce trotterellando agile.
La baita era chiusa, buia, apparentemente disabitata. Il lupo superò il muretto a secco con un balzo e fu un giovane alto, dai lunghi capelli che andavano dal grigio al marrone caldo fino a due bande nere lungo le tempie, vestito di pesanti pelli di lupo. Si aggirò guardingo attorno alla casa, si avvicinò alle piccole finestre sbirciando dentro, poi strinse le labbra corrucciato.
Si avvicinò alla porta e le diede una spinta. Non cedette, gliene diede una più forte e quella si spalancò con un colpo secco.

Dentro era freddo, il fuoco si era spento e la casa appariva trascurata e in disordine.
Il giovane annusò l'aria, teso. Cercò tra le ceneri fredde del camino, osservò e annusò ogni particolare, poi, turbato, uscì e si mise a cercare delle tracce.
Discese lungo il costone cercando, in forma di lupo per meglio controllare il terreno, fino ad un'area dove erano antichi resti di rifugi delle tribù nomadi di millenni prima: sapeva che c'erano anche delle grotte in quella zona, asciutte e poco profonde. Si mise su due zampe e corse verso quella che sembrava una carbonaia accesa: “Orijenne, sei qui?” chiamò raggiungendo lo spiazzo davanti alla carbonaia. Era possibile che la strega si fosse rifugiata là dentro?

Lo raggiunse un miagolio profondo e gutturale. Attese, cercando nel biancore l'animale che gli apparve come una macchia argentea e nera: “Vvrrrr...Vehar, sei tu?” disse stancamente la lince: “Certo che sono io, non avevamo notizie e al villaggio non sanno nulla nemmeno del nonno...dov'è Orijenne? Perché la casa è vuota e c'è odore di male?”
La lince scosse la testa: “Orijenne sta molto male, Lupo Giovane. E il nonno, oh, santi dei, non sai cos'ha combinato! Sembra...” si guardò intorno e abbassò il tono in un miagolio sommesso: “Sembra posseduto da qualche strano demone” sussurrò guardingo: “Che stai dicendo, gatto?”
“Questo! È la verità, dovresti vederlo, dovresti! E poi ha fatto impazzire Orijenne, non dorme da mesi io...io ho le zampe e non sono grosso come un orso, non so come aiutarla, tante volte! Vado a caccia, ecco, questo lo posso fare, ma non è che proprio ci sia granché in giro, da solo prendo roba piccola: qualche lepre, uccelli…ma lei avrebbe bisogno di sostanza e poi il nonno si mangia tutto! Orijenne vuole che io mangi, per mantenermi in forze, ma a lei non rimane niente!” disse sconsolato l'animale.
“Dov'è Orijenne?” chiese gelido il lupo, gli occhi a fessura. La lince fece un gesto e si diresse verso uno dei rifugi, il più basso e in buono stato, nascosto tra le rocce quasi al limitare del bosco. “Perché non ha acceso il fuoco?” chiese il Lupo: “Non vuole fare fumo. Dice che ha paura che la vedano e la carbonaia, che non l'abbiamo accesa noi, laggiù, fa un po' da, uhmmm...trappola? Come dire, uno pensa che ci sia solo quella e basta, capisci? La gente viene e va, una volta ogni tanto, ma nessuno viene a guardare qui, se non vede fumo.”

Vehar si infilò nella porta, il fondo dorato dei suoi occhi scintillò alla fioca luce all'interno. La donna schizzò in piedi, presa di sorpresa puntandogli un coltello: “Vehar!” esclamò riconoscendolo e gli saltò al collo lasciando cadere l'arma. Il lupo la prese in braccio, pur chinando la testa per non sbattere sul soffitto.
“Adesso spiegami cosa succede. Perché non hai mandato un messaggio al branco? O al villaggio? E cosa succede a tuo nonno, perché è qui?”
Orijenne tremava, il rifugio non era caldo e tutte le coperte erano sul pagliericcio di fianco alla finestrella, addosso ad un fagotto che russava sonoramente: “Che diamine sta combinando?!?”
“Lui dorme, ora. Io no. Non dormo da mesi, Vehar...lui è arrivato un giorno, appena dopo la Berchta (Festa pagana trasformata nella moderna epifania n.d.a.), a piedi, tutto intirizzito e ubriaco fradicio: per scaldarsi aveva fatto tutto il tragitto bevendo Idromele e Vin Folletto. Non è volato via probabilmente a causa dell'Idromele, ma...insomma, dava di matto. Aveva camminato da prima di Yule, un po' aveva chiesto passaggi a qualche carro, poi a piedi, ma ha girato in tondo perché seguiva le proprie impronte, sbronzo com'era, sai?”
“Ma...ma perché lo ha fatto? Non stava bene al villaggio? Era guardato, coccolato, viziato...non si sa come abbia fatto a scappare!” Orijenne scosse la testa, sconsolata: “Non lo so, Vehar, non lo so, dice che ha sentito la voce degli dei che gli ordinava di raggiungermi per mettere a posto le cose...le ha messe a posto eccome!” disse trattenendo le lacrime.
Appariva sfinita, così totalmente priva di forze e vitalità, lo sguardo spento e smarrito, i capelli piatti e sfilacciati, le spalle curve. Sembrava invecchiata di vent'anni. Sembrava sull'orlo della sconfitta, lei che era indomabile.
Il Lupo ebbe un'ondata di tenerezza e le diede una vigorosa leccata sulla faccia, dimenticando di avere l'aspetto umano, ma almeno ebbe l'effetto di farla ridere.
“E poi cos'è successo? Perché non dormi da mesi? Merwie dice che non riesce ad aiutarti e cerca di andare a caccia per te...che significa?”
“Beh, quando è arrivato gli è venuta la febbre, era stato bagnato e sudato per due giorni prima di arrivare. Gli ho fatto delle pozioni, ma lui ha iniziato a vomitare tutto e si è molto indebolito. Le mie pozioni, però, hanno avuto effetto, la febbre è scomparsa e gli è tornata la fame, ma era diverso, sembrava...non so, sembrava diventato stupido. Parlava nel sonno, faceva discorsi strani, seduto sul letto, come stesse discutendo con qualcuno...poi, il terzo giorno, mentre ero fuori a spalare la neve, ho sentito un colpo tremendo, davvero, terribile! Sono entrata di corsa e lui era sul pavimento che strillava: aveva cercato di arrampicarsi sulla finestra ed era caduto. Da quel momento ha iniziato davvero a dare di matto, anche se ho verificato che non avesse niente di rotto, lui...lui forse era spaventato, forse la botta, non so, ma non è più lucido da quel momento.
Ha bisogno di essere aiutato ad alzarsi, a camminare, a mangiare e mi chiama di continuo, giorno e notte, spesso per nulla. Lui poi dorme, io no! Non riesco a mangiare, perché ne do a lui, lo imbocco e poi, se ne avanza, e spesso non ne avanza, appena mi siedo per mangiare, mi chiama e deve essere portato alla latrina, sempre, a pranzo e cena, ogni volta e devo stare lì a sostenerlo e perfino pulirlo, anche se potrebbe tranquillamente fare da solo...dopo sono così stanca e disgustata che non mangio.
E poi, lui è magrolino, ma diventa tutto duro e rigido come il legno di una vecchia quercia e sembra che pesi come un grosso bue adulto! E spesso, mentre cerco di sollevarlo, mi da delle testate in faccia, dicendo che vuole aiutare. Ho male dappertutto. Giorni fa è scappato, non so come, pareva preso da un demone! È corso giù per la montagna, poi è ruzzolato fin là, allo spiazzo, e così l'ho portato a braccia qui, non potevo ritornare alla baita e poi...c'è qualcosa che non va, lassù...da un po' sono sparite tutte le Pòrtune,
e io non avevo la forza, né la possibilità di mandare un messaggio in altro modo”
 Vehar annuì: “Ho sentito uno strano odore, infatti, di malvagio. Io credo che tuo nonno sia stato usato da qualche forza oscura, ma non capisco, le forze  esterne non dovrebbero arrivare in Valle e non ci siamo accorti di niente”
“A meno che non si tratti di qualcosa o qualcuno già nella Valle, però!” miagolò la lince. “Vuoi dire che potrebbe essere qualcuno dei coloni giù alle Chiuse? Non posso crederci, vorrebbe dire aver infranto nuovamente il trattato di pace, sarebbe la loro fine! Non possono essere così stupidi!”
“È l'unica spiegazione possibile, però...” ammise Orijenne.
Il lupo diventò nervoso: “Io ero per sterminarli tutti, definitivamente, trent'anni fa, ma non mi hanno ascoltato... voglio sperare che ci sia una spiegazione plausibile per questo. Ora vi riporto su, poi il gatto e io andiamo a caccia, caccia grossa, non di arvicole e poi ci occuperemo delle ombre. Non ti lascio di nuovo sola. Ah, e mi porto via il vecchietto, ce ne occuperemo noi, lo terremo con il branco, guardato a vista”

Merwie si sentì piuttosto piccato dai commenti sulle arvicole, ma non poteva mettersi a litigare con il futuro Signore dei Lupi, il quale acchiappò di peso il nonno, se lo buttò di traverso sulle spalle e prese a correre su per il pendio.
Quando Orijenne, carica delle coperte e delle poche cose che aveva trasferito al rifugio, raggiunse la baita, il nonno dormiva profondamente, sotto l'effetto di un incantesimo e Vehar stava compiendo dei rituali di purificazione e protezione della casa.
Sigillò con sale e salvia ogni apertura, sistemò teste d'aglio attorno a porte e finestre e creò una trappola all'interno del camino. Orijenne osservava ogni cosa, sfinita e felice che qualcuno fosse venuto in suo aiuto, finalmente: “Ogni volta che cercavo di fare un rituale o di compiere delle preghiere di guarigione, ogni volta, lui iniziava a dare di matto. Non potevo rigenerarmi, non potevo purificare la casa o altro...Non sono più capace di fare nulla, Vehar! Non riesco più a far volare la mia anima tra i mondi, non riesco a sognare, né a vedere, sentire, né a mandare la luce di guarigione! Non sono più una strega, non sono più niente!”
Il Lupo le si avvicinò, sedette accanto a lei e la abbracciò tenendola stretta perché piangesse: "No, non è così, è solo un momento. Presto sarai più forte di prima e non ci sarà più niente in grado di fermarti" disse cullandola come una bambina. "Non sono più nemmeno riuscita ad aver cura del Principe!"
“Di chi?” esclamò distrattamente Vehar: “Il Principe straniero, Lupo! Sono rimasta qui per occuparmi di lui, ricordi?”
“Hai continuato ad averne cura? Sei impazzita, non potevi permetterti di sprecare anche il minimo delle forze! Orijenne, gli esseri viventi hanno bisogno di dormire, più che di bere e mangiare, sennò impazziscono e muoiono preda delle allucinazioni e dello sfinimento! Quel po' di forza che ti rimaneva, avresti dovuto serbarlo con la massima cura!” esclamò stupito: “Per tutti i demoni, non ti rendi conto che lui deve entrarci per forza qualcosa in tutto questo? Un anno fa non riuscivamo neppure a raggiungerlo o a decifrare la sua immagine nella Polla, e ora tu sei circondata da ombre e tuo nonno è completamente andato. Ed è, come dire...è sempre stato troppo egoista per combattere le forze che lo hanno catturato. Simpatico, buffoncello, ma notoriamente molto egoista, un brutto difetto, questo, ottimo per essere preda di creature malvagie...eppure tu non ne sei contagiata” disse addolcendo la durezza dello sguardo: “Ora metteremo davvero le cose a posto, tu riposerai e la tua Fata Lupo preferita si occuperà di te e sterminerà i demoni, se oseranno presentarsi. Manderò mia madre in Bassa Valle presso i coloni. Vedremo che è successo...trent'anni fa c'era quel mago, quell'essere mostruoso che si alleò con gli Irch-à e preparò l'incanto della Morte dell'Anima.
Pare scomparso nel nulla, nemmeno gli Elfi Neri ne trovarono traccia la notte in cui li sterminarono alle Chiuse. Possibile che possa essere sopravvissuto e che ora...”
Completò i rituali e gli incantesimi, creò un incantesimo attorno al vecchio perché non si svegliasse per alcune ore, poi corse via con la Lince alle calcagna.

Orijenne, tremante di fatica, si lavò il viso scoppiando a piangere di amarezza e sollievo, poi si rannicchiò sul suo pagliericcio, su cui Vehar aveva messo coperte pulite e si mise lo specchio sulle ginocchia, bagnandolo con l'acqua della Polla. Il Principe le apparve subito, era triste e preoccupato, gli occhi dilatati dall'ansia. Lei si concentrò, infilò la mano nelle profondità dello specchio, riuscì a toccarlo e una debole luce rosa e dorata iniziò ad uscire dalle sue dita avvolgendolo. Poi tutto si fece buio.

Molto più tardi un uomo stranamente simile ad un lupo e una lince fin troppo casareccia, tornarono con un grosso cervo e la trovarono con ancora lo specchio in grembo, la mano appoggiata sulla superficie, come a proteggerne l'immagine.
 
A.D. 1039, inizio Primavera, Marca di Ivrea:

“Arrivare alla Marca degli Arduini pareva aver portato al Principe un miglioramento e una sorta di muta speranza: eravamo nelle Alpi Occidentali, ai piedi delle Grandi Montagne, quantomeno. Ci guardavamo attorno ammirati dalla maestosità di quelle cime, ancora grandemente innevate, dalla magnificenza del paesaggio e dalla ricchezza dei sabbioni auriferi, che da migliaia di anni regalavano oro e argento in abbondanza a quelle ch'erano state prima le Gallie, poi l'Impero Romano e ora l'Impero Germanico, le terre dei Franchi e quelle Longobarde.
L'aria pareva scintillare di pulviscolo dorato e l'odore dell'oro aleggiava sottile nell'aria e su ogni cosa. Mentre attraversavamo il mercato della capitale, vidi un paio di volte il Principe sorridere osservando intorno a sé, le guance di un colorito sano e gli occhi, pur profondamente velati di tristezza e preoccupazione, luminosi e attenti.
Di una cosa eravamo certi: eravamo molto lontani da Eldenburg e morti da più di un anno. Potevamo distenderci, pur nascondendo le insegne del Principato, ormai nessuno avrebbe potuto riconoscerci o nutrire su di noi dei sospetti.
Contavamo di fermarci in città il giusto il tempo per rifornirci del necessario e trovare, soprattutto, qualche indicazione, anche se avevamo poche speranze in proposito.

Nei giorni seguenti, decidemmo di spostarci dalla capitale alla città di Ysengarda, dove, a detta della gente, pur trovandosi fiorenti commerci di spezie, stoffe, armi e oro, si trovavano facilmente altri generi di mercanzia, ammennicoli da alchimisti, maghi e stregoni, informazioni, leggende e mappe; certo doveva essere un posto pieno di gaglioffi, magari pericolosi, ma sicuramente più adatto alla nostra ricerca.
Ysengarda era davvero un luogo straordinario, pareva che tutti i popoli del mondo più qualche altro, si dessero appuntamento per le sue strade e i suoi mercati, pieni di colori e odori mai sentiti.
Prendemmo alloggio in una piccola locanda proprio nel centro della città e il Principe iniziò ad allargare sul pavimento mappe e altri papiri e pergamene che, nei secoli, avevano dato qualche indicazione sulla Terra d'Ombra, ma più le osservavamo da ogni angolazione, più tutta la faccenda pareva farsi confusa, come  avvolta dalla più fitta.

Passarono alcuni giorni, nei quali io mi divertii a bighellonare per i mercati e le piazze, studiando i costumi e i linguaggi di quella gente pittoresca e ad annoiarmi, insonnolito dall'aria che intiepidiva caricandosi dei profumi delle fioriture.
Il Principe, tutt'altro che annoiato, non faceva che osservare le Montagne e inseguire pastori e vecchiette dall'aria inquietante per avere da questi notizie riguardo ai misteri e alle leggende di quei monti.

Un giorno arrivò un uomo attorno alla cinquantina, impolverato e dalla strana espressione sofferta e profonda di coloro che hanno commesso una grave colpa e, pur avendo per questa scontata la loro pena, ancora ne portino il peso sulle spalle ogni giorno della loro vita. Da guerriero avevo sviluppato un fiuto particolare per costoro ed egli attrasse la mia attenzione come il magnete attira il ferro.
Me ne stavo appoggiato al ponte ad osservare i mercanti e prendere aria, quando lo notai: era diverso dagli altri, quasi infastidito dalla folla, teneva gli occhi bassi e il passo deciso di chi non veda l'ora di portare a compimento le proprie faccende per potersene andare.
Interessato, lo seguii con lo sguardo nel mezzo della folla e lui, d'un tratto, alzò gli occhi e li fissò dritti nei miei. Mi osservò per un momento, poi attraversò il mercato e si diresse verso di me: “Tu non sei uomo da frequentare questo posto” disse senza preamboli. Glielo confermai, un po' sulle mie, sospettoso: “Ma sei ricco, o perlomeno sei ben sistemato, è così?”
“Sono un Cavaliere” risposi secco.
“Un Cavaliere, non un soldato. E pure di esperienza, a giudicare dai segni sulle tue mani e dall'argento che si fa strada nella tua barba e nei tuoi capelli. Sono certo che tu non sia povero, Cavaliere”
Mi sentivo infastidito dalla sua sfrontatezza: “Insomma, che vuoi? Cerchi elemosina?” lui fece un sorriso con solo metà della faccia, come alzare le labbra anche dall'altra parte gli costasse eccessiva fatica: “No, ma se ti interessano Smeraldi da far invidia all'Imperatore Corrado...”
Lo osservai incuriosito: “E perché pensi mi interessino delle pietre preziose?” l'altro sorrise di nuovo a metà: “A chi non interessano? Io posso venderti i migliori a prezzi ben inferiori di tutti gli altri e poi tu puoi decidere cosa fare della tua fortuna: tenerli, rivenderli a dieci volte il loro prezzo, o che altro” lo studiai a lungo: “E cosa vuoi in cambio?”
“Denaro, da poter usare dove e come voglio, senza dare nell'occhio. Non devo dare nell'occhio e tu sei un cavaliere, mi fai comodo” giocherellai con la daga appesa al fianco: “Non copro i criminali” sibilai. Lui si fece improvvisamente pallido, come colpito: “No, non è questo, io...non voglio domande sulla provenienza di queste pietre, verrei duramente punito dai Val...dai padroni delle terre che abito. Ho il permesso di prendere l'oro e l'argento che il fiume porta all'ansa prossima al mio villaggio e di scavare pietre preziose in un preciso luogo, ma devo essere cauto. Loro non vogliono intromissioni” era molto nervoso, troppo: “Loro? I Val che cosa?” dissi con tutti i sensi all'erta. Il tizio fece per allontanarsi, turbato dall'aver detto troppo, io lo afferrai per un braccio e gli puntai la daga alla gola: “Mostrami la tua merce, anzi, la mostrerai al mio Signore” Sempre puntandogli la lama lo condussi alla locanda e lo trascinai alla nostra stanza.

Il Principe era immobile, in piedi davanti alla finestra, immerso in chissà quali pensieri, sul letto era aperta un'ennesima volta una pergamena che mostrava una valle dallo strano aspetto a tridente.
Appena entrammo sentii il mio prigioniero trasalire nel vedere la mappa e mi accorsi che improvvisamente la sua fronte era imperlata di sudore. Tentò di fuggire, ma lo tenni più stretto mentre il Principe, che si era voltato al nostro arrivo, comprendendo la situazione, afferrò la spada e serrò la porta, mettendosi tra noi e la stessa.
Parlò senza preamboli alcuni: “Dov'è la Terra d'Ombra?” disse con gli occhi febbricitanti: “Io...io non lo so, non lo so, non posso portarvici, mi uccideranno!” gemette. “Perché?” domandò il Principe. L'altro tremava, terrorizzato: “Trent'anni fa, loro...ci hanno sterminati! Solo pochi di noi hanno avuto salva la vita e il permesso di restare, attenendosi a patti severi alla lettera. Abbiamo l'ordine di impedire l'ingresso alla valle a qualsiasi altro forestiero, pena la morte e...e loro non ti uccidono con un colpo di spada, straniero! Loro ti mandano nel Bosco Maledetto, perché ad ucciderti siano gli spiriti dannati di coloro che tradirono e sterminarono i popoli degli Uomini e degli Elfi” tremava, vedevamo nei suoi occhi un terrore infinito.

La lama si abbassò, guardai il Principe e vidi gli occhi farsi neri, profondi di dolore: “Di quali delitti vi siete macchiati?” sussurrò. “Dei peggiori, Cavaliere, non chiedermi oltre! Io ero un giovane scapestrato, non avevo ancora ventanni, ma mi resi conto di quello che stava succedendo, mi pentii, non tentai di fuggire ed ebbi salva la vita, assieme a pochi di noi, che ora vivono in quella terra, ma gli altri! Ah, non posso pensare, trent'anni e ancora gli incubi tormentano i miei sonni! Non posso condurvi alla Terra d'Ombra, non posso!”
Il Principe lasciò cadere la spada, sedette sul letto prendendo la testa tra le mani: eravamo ad un passo dalla nostra meta e il tizio pareva intenzionato a farsi uccidere piuttosto che condurci alla Valle.
Io, per parte mia, non avevo intenzione di mollarlo, a costo di squartarlo un pezzettino alla volta come il peggiore dei carnefici: “Forse dovresti pensarci, buon uomo” sibilai al suo orecchio con un sorriso da vipera: “Non so quanto crudeli possano essere i signori della tua Valle, ma posso mostrarti quanto posso esserlo io” Veit si alzò e tornò a fissare oltre la finestra.
“Ma...ma perché vi interessa tanto?" chiese l'uomo, turbato: "È l'oro che volete? Ce n'è così tanto che la sabbia del fiume pare oro puro e pepite d'oro e argento si trovano spesso nella pancia dei pesci...posso portarvene anche per nulla, se mi date salva la vita e promettete di non dire ad alcuno che mi conoscete!”
Lo lasciai andare e gettai la borsa del nostro oro sul letto, che si aprì mostrando un bel mucchio di monete gialle e lucenti: “Non ci interessa tutto questo...” sussurrò il Principe.
“Allora? Che volete? Pietre preziose, pelli, bestiame o...là c'è tutto quello che un uomo possa desiderare e molto di più, ma loro non ve lo concederanno, non vi vogliono! Manderanno orde di lupi a sterminarvi prima che possiate anche solo intravvederne il grande bacino”
“La vita” disse quietamente il Principe voltandosi appena verso di lui: “Ci è stato detto che vi sono grandi guaritori e...e una di costoro, tempo fa, ha curato il mio male, solo...poi è successo qualcosa e lei se n'è andata. Sono qui per cercarla e per avere la buona salute. Niente altro”
“Sei ammalato?” domandò l'uomo con cautela: “Contagioso?” il Principe sorrise appena: “Non direi. Ho questo male da oltre trent'anni, avrei sterminato il mio popolo a quest'ora” l'altro sorrise un po' più audace: “E dici che una di loro ti ha curato in passato? E quando?”
“L'autunno scorso. Ma poi non è più tornata, e temo le sia accaduto qualcosa di grave. La sto cercando, sono disposto a rinunciare alla mia salvezza per la sua” lo disse calmo, come parlando di come sellare i cavalli o del tempo dell'indomani, ma con una profondità che scosse perfino me.

L'uomo rimase a lungo in silenzio: “Questo cambia tutto” balbettò grattandosi un orecchio, dopo un po': “Non vi ci condurrò, ma farò in modo che possiate seguirmi. Quando arriveremo ad un bivio che vi segnalerò, dovrete prendere il sentiero verso Nord, non quello ad Ovest. Questo vi condurrà, entro un paio di giorni di marcia, presso un passo ora ancora innevato, che porta all'Alta Valle. In questo modo io non ne sarò coinvolto e voi potrete raggiungere più facilmente i Valdombriani, i maghi e guaritori che cercate. Se i lupi non vi sbraneranno o i Valdombriani stessi non vi trasformeranno in pietra, naturalmente”

Partimmo l'indomani alle prime luci del giorno. L'uomo aveva un mulo, ma per lo più gli camminava al fianco, tenendolo per le briglie, lasciandolo carico soltanto di un piccolo bagaglio.
Un paio di volte mi domandai cosa potesse aver comprato in città, dal momento che, a quanto diceva, là nella Terra d'Ombra era abbondanza di tutto.
Il Principe era particolarmente taciturno, la notte precedente non aveva chiuso occhio ed era rimasto a vegliare presso la finestra, apparentemente guardando la Luna.
Eravamo entrambi increduli della fortuna che ci era toccata, eppure mille domande mi assalivano. Cosa ci aspettava? I Valdombriani si sarebbero mostrati davvero così nemici? Erano in grado di guarire il Principe? Avremmo mai incontrato la donna o non era che sogno?

L'aria era tiepida, la terra aveva un forte odore di erba, di radici pronte a riprendere vita, di neve sciolta in rivoli che scorrevano come carezze lungo i pendii e via via il paesaggio si faceva più aspro e solitario, il silenzio rotto soltanto dal gorgoglio di qualche ruscello e dal rumore dei nostri passi, il tempo pareva immobile.
Il nostro uomo camminava solitario e quasi distratto, a volte gesticolando come portasse avanti un discorso cui il mulo, evidentemente avvezzo, annuiva rassegnato: “Principe, sei sicuro che possiamo fidarci di quell'uomo? Ha lo sguardo e i modi infidi e, guarda, discorre da solo, come i pazzi...come possiamo sapere dove ci conduce?” Veit strinse le mascelle, lo osservò un lungo istante: “Non abbiamo altra scelta, Reichard. Questo è più di quanto sperassi e non ho dubbi che egli venga davvero dalle Terre d'Ombra. Il suo terrore era sincero e comunque, cavaliere, non parla da solo, non vedi? Discute col mulo! Non è matto!” levai gli occhi al cielo: no, se parla col mulo, di sicuro non è matto!
Presi a scuotere la testa e ridacchiare da solo, si che certamente ad estranei sarei apparso io, come matto.

La sera l'uomo scomparve apparentemente dentro una grossa roccia, ma ci lasciò indicazioni per raggiungere, mimetizzate tra i massi erratici, alcune casupole di pietra, evidentemente d'uso dei pastori d'estate.
Non mi fidavo, passai la notte a spiarlo, nel timore che lasciasse il rifugio prima dell'alba, abbandonandoci senza indicazioni, ma si comportò onestamente.
Non vedevamo tracce umane, a parte quelle vecchie grange diroccate, da oltre un giorno e mezzo ormai.
L'ambiente era grandioso, cime innevate che si stagliavano contro un cielo di zaffiro, rocce si alternavano a torrenti e macchie verdissime, pinete da cui il vento portava un odore pungente e balsamico, ma la solitudine era tale e così immensa, da farci sentire minuscoli e dimenticati perfino da Dio.
Almeno, questi erano i miei sentimenti: il Principe camminava assorto, a volte guardandosi intorno, come in attesa di qualcosa, più spesso tenendo gli occhi sul sentiero, non per porre attenzione ai propri passi, ma perché profondamente immerso nei suoi pensieri.

L'uomo si fermò presso un torrentello verso la metà del giorno, prese acqua, sedette a mangiare e noi lo imitammo. Quando porsi la borraccia al Principe, lui mi sorrise, un sorriso quieto e sereno e vidi che aveva gli occhi grigio acciaio colmi di una strana dolcezza.
Lo guardai interrogativo, lui annuì: “La sento. È vicina. Ora è al sicuro, anche se stanca...e sa che sto arrivando. Mi attende.” vide la mia inquietudine e gli scappò da ridere: “Non siamo in pericolo, per quanto egli ne sia convinto”

Verso il tramonto l'uomo si fermò nuovamente, in mezzo al sentiero. Si guardò attorno, parve fare dei gesti per sgranchire le braccia e le gambe, poi, senza parere, indicò con il braccio verso la montagna alla sua destra.
Si mosse ancora un po' di volte, allargando e chiudendo le braccia e girando sui fianchi, poi, soddisfatto, riprese il cammino, sventolando il cappello come a levarne la polvere.
Veit lo osservò allontanarsi, non rispose al saluto, ma osservò intento la parete ormai in ombra.

Poco dopo raggiungemmo il bivio dell'addio: a terra dei bastoncini di legno indicavano una via tra le rocce, un pezzo di stoffa su un cespuglio, poco avanti, mostrò il sentiero nascosto da fronde e pietraia.
Dei sassolini bianchi indicavano che avremmo dovuto camminare ancora un intero giorno, in salita, poi saremmo arrivati a qualcosa: “Un gruppo forse di rifugi, di rocce o comunque un luogo dove qualcosa è costruito da uomini. Tracce di abitazioni, dice” annuii, guardando la strada salire a mezzacosta: “Dobbiamo trovare un bivacco per stanotte, ormai è quasi buio.”
Il Principe fece una smorfia: sapeva che avevo ragione, ma avrebbe voluto proseguire il cammino anche tutta la notte. “Sii saggio, Sire: è meglio arrivare, ovunque siamo diretti, mezza giornata più tardi interi, che non arrivare affatto. Che direbbe la tua fanciulla magica se dovesse recuperarti in fondo ad un burrone un pezzetto alla volta?” lui rise. Una risata serena, forse appena stanca, ma come non lo sentivo da mesi.
Eppure, qualcosa lo turbava.

Mangiò poco, guardandosi spesso attorno, cercando tra i pinnacoli e le pareti ormai più nere del cielo forse un punto di riferimento, gli occhi che scrutavano ansiosi quel silenzio infinito: “Temi ci attacchino? Secondo il nostro accompagnatore, non dovrebbero esserci pericoli, se i Valdombriani non ci mandano...come diceva? Orde di lupi o non ci trasformano in pietra essi stessi. Per il momento, penso ci considerino abbastanza innocui, tuttavia” scosse la testa: “No, non corriamo pericoli, se non quelli legati alla nostra incoscienza, ma...Reichard, tu non sai quanto mi senta tormentato! Vorrei correre verso quel crinale ove siamo diretti e allo stesso tempo vorrei scappare, tornare indietro e perdere per sempre la strada. Ho immaginato mille volte, in mille modi diversi, il nostro incontro. Ho immaginato di vederla tra la folla di un mercato, sulla soglia di una casa, su un ponte, ho sognato che le sarei corso incontro e l'avrei sollevata tra le braccia come qualcuno che, semplicemente, non vedi da tempo, ho sognato di svegliarmi e trovarla al mio fianco ad osservarmi, in attesa del mattino, di vederla arrivare dai campi con i capelli nel vento...ma ora...niente sarà come l'ho immaginato, sicuramente accadrà qualcosa di ancora diverso e io...io mi sento smarrito, indifeso, inerme. Preferirei affrontare da solo un esercito di demoni che trovarmi di fronte a lei!”
Scoppiai a ridere: “Benvenuto tra noi, fratello!” il Principe mi guardò nel buio, ne sentii la perplessità: “Siamo tutti così, Sire. Il più valoroso degli uomini si sente del tutto inerme davanti agli occhi di una donna...di quella donna. Non abbiamo più coraggio, non parole, non determinazione, siamo come poppanti incapaci di ogni cosa. Noi abbiamo armi, destrieri veloci e selvaggi, eloquenza e conoscenze che spesso loro non hanno, ebbene...non ne hanno bisogno: a loro basta uno sguardo. E siamo morti.
Credo sia per questo che gli uomini più vili e prepotenti giocano a schiacciare le donne: hanno paura, paura di quegli occhi che li rendono piccoli come moscerini.
Io tentai di fuggire il giorno del mio matrimonio. Ero così terrorizzato che mi nascosi nel fienile mentre tutto il villaggio mi cercava. Mi venne la febbre, mi sentii male, poi mio padre mi acchiappò per la collottola e mi spedì alla cappella con un calcione ben assestato. Non ricordo nulla, mi pare di essermi svegliato improvvisamente durante il banchetto di nozze”
Veit rise: “Sembravi un idiota, in effetti, Cavaliere. Davvero, sembrava ti fossi ingoiato una picca e cucinato un piatto di muscaria! Bene, oltre ventanni mi ci sono voluti, ma oggi ho scoperto il tuo segreto!”

Restammo in silenzio per un po', tanto che pensai si fosse addormentato: “Ma che farai se...se con questa donna succederà qualcosa, Sire?” rispose dopo un lungo silenzio: “Che intendi?” mi sollevai su un gomito, guardando verso di lui nel buio: “Non hai mai ripudiato tua moglie, ricordi? Farai di lei la...la tua cortigiana?” domandai contrito.
Lo sentii ridacchiare: “Non ricordavo di essere sposato. È buffo come questo particolare della mia vita tenda a sfuggirmi di continuo. Oh, beh, vorrà dire che quando si presenterà il problema, ripudierò Margaretha e Brian ne sarà felice.” non capivo: “Brian, Sire? Che ha a che fare il tuo sostituto con tua moglie?” rise di nuovo, un po' più forte: “Parecchio. Ha parecchio a che fare con lei da...vediamo...quattro, forse cinque anni. Lei non lo sa: non si è mai resa conto di essere l'amante del sosia di suo marito. Naturalmente esiste il rischio che la scoperta la renda, ecco, irritabile” non potevo credere alle mie orecchie!
“Vuoi...mi stai dicendo davvero che Brian è...è...l'a...mante di tua moglie, Sire?” Lui sospirò e sedette, gli occhi argentei che scintillavano alla fioca luce delle braci:
“Era un compleanno dei gemelli. Io avevo avuto un attacco molto pesante, che mi aveva lasciato sfinito e Brian mi sostituì per tutta la durata dei festeggiamenti, poi, molto più tardi venne da me, per raccontarmi come fossero andati, ma vedevo che qualcosa pareva turbarlo.
Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini, insieme ne abbiamo combinate di tutti i colori e ci siamo, un po' per gioco, un po' per necessità, scambiati abitudini e modi, si da divenire ogni giorno più simili. Ci conosciamo l'un l'altro più di quanto ognuno conosca se stesso. Gli domandai cosa stesse succedendo. Esitò. Poi mi disse di aver danzato tutta la sera con la mia consorte, di trovarla molto, ecco, appetibile e graziosa e che lei non si era resa conto affatto di non essere in presenza del Principe. Lo trovò strano, visto che, come diceva? Ah, si, ci 'avevo cucinato' due gemelli. Gli dissi che le cucine erano alla fioca luce lunare e che in seguito non avevamo avuto molto a che fare insieme, se non in via del tutto ufficiale e che da anni i nostri rapporti erano oltremodo rari, giusto in casi come quello presente. Lui sorrise, sembrava una faina: 'Dunque, non te ne avrai a male se mi occupo di riempirle le giornate o almeno le nottate, vero?' quest'idea, devo ammettere, mi sorrise. Scambiarsi le fidanzate, anzi, in questo caso la moglie, era una delle poche cose che mancavano alla nostra lista di bricconerie e, benché fossimo cresciutelli, trovai la cosa divertente.
Non avevo alcun interesse in Margaretha, ma, nonostante avesse il mio permesso, lei non si è mai trovata un amante, un compagno…Brian mi parve capitato a fagiolo, mi avrebbe risolto parecchi problemucci.

Pensavo che le avrebbe detto la verità, almeno dopo un po', ma non lo fece mai, sostenendo di divertirsi troppo e di...avermi fatto un grande favore. Pare infatti che la mia signora mi consideri molto più passionale ed interessante di prima” rise di nuovo, divertito dalla mia espressione sconvolta appena visibile nel buio.
“In ogni caso, quello che era un gioco, divenne per lui qualcosa di simile ad una storia seria. Non posso dire che si sia innamorato di lei, ma so che la tiene in conto notevole, per un manigoldo come lui”
“Manigoldo, Sire?” in quella notte chiara, dalla solitudine infinita e in un mondo così ignoto, mi bastò poco per spingere il Principe alle confidenze più segrete.
“Brian non è arrivato a corte per essere il mio sostituto. Lui e la sua famiglia erano saltimbanchi, giocolieri, prestigiatori da generazioni.
Venivano dal Regno d'Inghilterra, dove suo padre mal sopportava la presenza sul trono degli Scandinavi. Aveva quattordici anni, uno solo più di me, ma sapeva della vita tutto quello che c'è da sapere e molto di più.
 Allora aveva i capelli più chiari, corti e piuttosto ricci, un principio di baffetti che lo rendevano ridicolo, ma a lui davano l'idea di sembrare un grand'uomo e la sua somiglianza con me non era così evidente, ma io me ne accorsi subito e...e lui pure. Erano venuti per farmi ridere: ero da poco al trono, ma stavo molto male, come sai bene, ed ero molto solo. Mia madre era scomparsa poche settimane prima e, se questo mi aveva liberato dall'angoscia, d'altra parte mi trovavo completamente privo di parenti prossimi, a parte i miei cugini duchi, che vivevano a duecento miglia da Eldenburg.
Quel giorno, durante lo spettacolo, provai uno strano senso di complicità e di appartenenza con quel ragazzino dall'aria troppo vissuta. Mentre applaudivo, mi trovai a fantasticare sull'essere fratelli, a scappare con loro e condividere quell'immensa ricchezza che io non riuscivo nemmeno ad immaginare: una famiglia, dei fratelli, delle sorelle, una tavola tutti assieme. Il giorno dopo lo feci richiamare, da solo.
Fece per me un paio di numeri da giocoliere, mi stupì con i suoi giochi di prestigio e poi mi insegnò alcuni suoi segreti. Giocammo come...normali fanciulli tutto il pomeriggio, e la sera lo salutai a malincuore, ma lui mi strizzò l'occhio, dicendo che sarebbe tornato e avrebbe organizzato per me una sorpresa.

Ero al colmo della frenesia, non chiusi occhio quella notte. L'indomani mi portò un travestimento e riuscì a farmi scappare con suo fratello più grande, mentre lui, con una ridicola parrucca nera in testa, metteva i miei abiti e restava lontano da tutti, nei giardini: così, da lontano, nessuno si accorse che non si trattasse di me e io passai alcune ore per strada con l'altro ragazzo.
Ci nascondevamo e facevamo scherzi alla gente in strada, andai dove loro vivevano e conobbi da vicino sua madre, il padre, l'altro fratello e la sorellina, mangiai cibo comprato in strada e corsi dietro ad una palla di stracci con i ragazzi del villaggio.
La famiglia di Brian, al corrente del mio male, mi teneva d'occhio, ma non successe nulla di grave, ero solo molto stanco, forse per via della precedente notte insonne.
Fu così che iniziò il nostro rapporto: feci notare al ciambellano come Brian mi assomigliasse e venne assunto ufficialmente, iniziando la sua trasformazione.
Gli fecero crescere i capelli, man mano allisciandoli come i miei e, da allora, usa sempre una tintura di erbe per avere un colore il più possibile vicino al mio. Iniziammo a passare molto tempo assieme, studiandoci a vicenda e, soprattutto, lui imparò ad assomigliarmi tanto da credere di essere me.
Non gli era così difficile, essendo un guitto abituato ad immedesimarsi in diversi ruoli. Rimase a corte, mentre la sua famiglia continuava la sua vita girovaga ad Eldenburg e nelle marche e ducati vicini, così da poter tornare a vederlo spesso.

Se per lui fu in parte un sacrificio, lo fece comunque volentieri: la vita dei guitti è molto incerta e loro erano quattro figli. La maggior parte delle volte i guadagni erano buoni, ma capitava che le cose non andassero bene o, se qualcuno si ammalava, subito tutto si faceva più complicato...per questo Brian e suo fratello avevano imparato presto a cavarsela in ogni situazione e anche...a rubacchiare o mettere a segno qualche piccolo raggiro e in quei primi anni in cui visse con noi” si fermò, lo sentii sorridere nel buio: “Io stesso imparai molte cose utili e molto divertenti.
A volte fuggivamo dal castello travestiti da servi e ne combinavamo di tutti i colori in giro per il villaggio e dintorni: facevamo dispetti alle ragazze, ci arrampicavamo sugli alberi per lanciare qualche frutto marcio ai malcapitati che si trovavano a passare là sotto, rubacchiavamo polli ad un mercante odioso che non riuscì mai a prenderci, e nemmeno a vederci a dire il vero.
Io gli insegnavo a comportarsi da principe, a duellare, leggere e scrivere e lui a...vivere in strada e fare giochi di destrezza.
Eravamo una coppia di briganti, quando stavo bene. Poi, un po' alla volta, siamo diventati grandi e più responsabili, soprattutto a causa mia. Ma se siamo qui, se ho potuto portare a termine la mia fuga e la mia eclatante e grandiosa morte, è grazie a lui e agli anni passati a crescere insieme.
Io ho messo mezzi e fantasia, lui la praticità nel realizzare le idee e l’esperienza, la capacità di vedere i possibili problemi e trovare soluzioni.”

Restai in silenzio, sconcertato da quel racconto: “Ho visto Brian per anni, Sire, ma mi rendo conto solo ora di non aver veramente mai fatto caso alcuno a lui. Era il tuo sostituto, aveva quell'aria sorniona e beffarda, quando non era te, ma era poco più di un fantasma a corte. Pochissimi sappiamo della sua esistenza, perfino al castello. Eppure lui è lì, sempre.” Sentii il sorriso del Principe nella notte ormai fonda: “Come ogni buon angelo custode”.
Un lungo ululato lacerò la notte, seguito da altri, lontani: “Non temere, Cavaliere” sussurrò Veit nella notte: “Non sono interessati a noi” mi addormentai cullato da quello strano canto e sognai ragazzini giocare col fuoco in una piazza affollata di colori.

La mattina ci colse già in marcia lungo un infinito sentiero sassoso a mezzacosta, su cui dovevamo passare a piedi uno alla volta. L'aria aveva un pungente odore di neve e più volte dovemmo attraversarne qualche fazzoletto, ma il cielo era di un intenso blu e il sole, forse per il riverbero sulla pietraia, forse per il nostro lungo camminare, più caldo di quanto avremmo immaginato.

Ci fermammo verso l'ora sesta (circa mezzogiorno n.d.a.) per rifocillarci. Il sole era a picco sulle nostre teste e cercammo l'ombra della cresta che ci sovrastava, solitaria e desolata: “Solo pietre e pietre e pietre, Sire. Uno strato infinito di pietrame grigio e scivoloso su un terreno umido e sterile. Ci avrà dato indicazioni corrette?” domandai riferendomi alla nostra riluttante guida.
Il Principe mi apparve un po' affaticato, forse serbando i miei stessi timori: “C'è molta solitudine, vero? Confido che, oltre quel crinale, troveremo il posto che ci ha indicato. Fin'ora, a parte la desolazione, le indicazioni sono corrette” appariva pallido, nonostante da giorni fossimo all'aria aperta e al sole, sebbene ancora smorto, di montagna. “Ti senti bene, Principe?” domandai: “Sono solo stanco. La tensione, credo. Si sta facendo ogni ora più forte...penso che scapperò come una lepre verso valle, un momento o l'altro” rispose con un sorriso tirato.

Eravamo senz'acqua, ma qualcosa gorgogliava poco lontano, così mi allontanai con le borracce, lasciandolo riposare. Percorsi un centinaio di passi fino ad una piccola polla nascosta tra le rocce piatte e sdrucciolevoli e, quando mi chinai per metterle sotto il piccolo zampillo, trovai due punte di freccia, apparentemente di quella stessa roccia, del tipo più nero e compatto, con una scanalatura ondeggiante e tre punti incisi sul lato sinistro.
Quell'ansa era ombrosa e fresca, l'acqua faceva crescere basse erbe e muschi che stavano allora fiorendo.
Chiamai trionfante il Principe, che mi raggiunse con i cavalli pochi attimi dopo. Gli mostrai le punte di freccia: “Non mi sembrano molto vecchie, che ne pensi?” lui le rigirò tra le dita, pensieroso: “Non sono più vecchie di qualche mese, di prima che cadesse la neve...” rispose lentamente: “Sono di una donna” lo guardai: “Come fai a dirlo?”
“La forma, troppo curata e rifinita per essere di un uomo. Non ci avrebbe perso tanto tempo e poi la linea curva, come un'onda. Potrebbe essere un simbolo di appartenenza ad una tribù, ma io penso sia più un simbolo di chi le ha costruite. I tre punti potrebbero indicare la Triquetra o le tre forme della Dea Madre. Questo significa che chi ha fabbricato queste punte non è solo una cacciatrice o una guerriera, ma una strega o una guaritrice...o entrambe” fissavo le frecce, ma la sua voce aveva assunto un tono così morbido e sognante che alzai lo sguardo di scatto: “Vuoi dire...potrebbero essere sue? Della donna che stai cercando?” lui sorrise, chiudendo le dita su quei triangoli di pietra e cercando intorno, sulla cresta e oltre i pendii: “ È vicina...” sussurrò, gli occhi che divoravano ogni particolare, avidi e ansiosi, limpidi e chiari come argento polito. Non risposi, mi limitai a lasciarmi cadere su una roccia piatta e asciutta: “Mangiamo, riposiamoci un po' e andiamole incontro” dissi poi pratico.
Ancora non riuscivo a credere all'esistenza di quella donna, ancora ero convinto si trattasse di un'ombra priva di corpo, di un fantasma, al più di un angelo, ma ora la curiosità e il desiderio mi rodevano.
Se davvero lei o una sua simile aveva usato quelle frecce appena prima dell'inverno, finalmente l'avremmo raggiunta e avremmo scoperto la verità: “In ogni caso, Sire” aggiunsi masticando della carne affumicata: “Possiamo stare certi che non sia una vecchietta. Non potrebbe venire a caccia in posti simili, arrampicandosi su queste rocce scivolose!” Il Principe rise, afferrando del pane e un bel pezzo di carne.
Forse presto non avremmo più avuto bisogno della sua pozione. Forse.

Il sentiero pareva non finire mai. La sera ci accampammo in una piccola gola, poco sotto il passo che ci avrebbe condotti, secondo le indicazioni, a quel sito abbandonato. La notte fu più fredda delle precedenti, forse anche per l'altitudine e la presenza di molte chiazze nevose dove il sole batteva solo al mattino.

Ripartimmo poco dopo l'alba. Il Principe sembrava avere davvero molta, molta fretta, ora.
Poco dopo superammo il passo che, a quanto pareva, ci immetteva in un territorio franco, ormai quasi parte delle Terre d'Ombra.
Il sole mattutino accarezzava i nostri volti e il manto del cavalli, l'aria frizzante profumava diversamente da poco prima e i colori mi parvero farsi via via più vividi e trasparenti. A tratti, con una folata di vento, mi arrivava uno strano odore, affatto sgradevole, ma che, per qualche motivo, mi faceva rizzare i capelli sulla nuca.
Veit pareva non accorgersene o non vi dava peso. “Là” sussurrò ad un tratto: poco più in basso, presso un fitto e basso boschetto di betulle e pino mugo, saliva il lento filo di fumo di una carbonaia, con attorno diversi bassi cumuli ricoperti di muschio, rifugi evidentemente abbandonati da tempo. “Erano dunque corrette le indicazioni” esclamai, quasi sorpreso.
Eravamo a pochi passi dai rifugi quando un sibilo mi gelò il sangue nelle vene e, alle mie spalle, una freccia si conficcò nel morbido tronco di una betulla.
Sguainai la spada, mentre il Principe parve molto sorpreso, ma non sulla difensiva: “Un'imboscata, Sire!” lo allarmai.
Lui non mi ascoltò, continuò a cercare verso l'alto, oltre il pendio roccioso lungo cui si arrampicava uno dei sentieri che partivano dalla carbonaia, accigliato.
Con molta calma si voltò ed estrasse la freccia, la soppesò sull'indice a tastarne la fattura, poi la infilò con noncuranza nella faretra.
Il piumaggio rosso chiaro contrastava con quello blu pavone delle sue frecce.
Si muoveva con lentezza, calma, senza movimenti bruschi o improvvisi e mi resi conto che doveva essere il suo modo di mostrare amicizia a chiunque ci avesse attaccati: “Non temere, Reichard” disse sottovoce: “Se ci avesse voluti morti, non ce ne saremmo nemmeno accorti. Non ci sta attaccando” abbassai la spada, ma non la riposi nel fodero, anche se non mi sarebbe stata di grande aiuto contro un nemico distante ed invisibile.

Il Principe stava osservando qualcosa che aveva staccato dalla freccia: mi avvicinai. Un sottile nastro di corteccia di betulla arrotolato su cui era scritto, nella lingua dei Franchi: “Seguite la Lince”
Ci guardammo, io a bocca aperta, lui con un sorriso che non avevo mai visto su volto umano. Mi strizzò l'occhio: “Siamo arrivati, Cavaliere” sussurrò.
Oltre la carbonaia, ai piedi del sentiero, apparve una grossa lince argentea, fece due passi verso di noi, poi si voltò come a tornare sul suo cammino e rimase in attesa.
Ero affascinato: non avevo mai visto un simile comportamento in una bestia selvatica ed improvvisamente mi resi conto che eravamo davvero alle porte della Terra d'Ombra! Per quasi due anni era stata qualcosa di fumoso e vago, irraggiungibile e forse inesistente, così come la misteriosa creatura che per mesi aveva curato il Principe.
Una speranza che ci aveva spinti ad andare avanti senza davvero sapere se mai saremmo giunti a qualcosa di reale...e ora, improvvisamente, eravamo lì, presso il confine.
Mi sentii tremare le ginocchia, il cuore prese a battermi forte per l'emozione. Guardai il Principe, che ora teneva lo sguardo fisso sulla lince e oltre, a cercare ansioso al di là delle rocce.

Il sentiero si inerpicava tra due alti bastioni di granito, compatti e freschi, ben diversi dalle rocce friabili e scivolose del crinale di poco prima e noi procedevamo a piedi, lentamente, tenendo per le briglie i cavalli e a volte tirandoli o confortandoli quando infastiditi da quel sentiero erto e difficile. La lince spesso spariva, per riapparire seduta poco più in alto, paziente, fissandoci con inquietanti occhi rossi e penetranti (nell'XI° secolo il termine arancio non era conosciuto e il colore era un tipo di rosso n.d.a.), come a rimproverarci per la nostra goffaggine, d’altra parte residui di neve ancora coprivano molte rocce, rendendole scivolose a noi e agli zoccoli dei cavalli.
Il Principe pareva non accorgersene, camminava come incosciente di ogni cosa intorno, consapevole soltanto di quel quadrato di cielo lassù.

E alla fine accadde. Alzai gli occhi e, anziché soltanto roccia, vidi stagliarsi una figura snella, con lunghi capelli sciolti nel vento, l'arco in una mano, in attesa.
Il Principe la fissava, un sorriso appena accennato, gli occhi ansiosi e colmi di emozione, le labbra tremanti, il respiro rapido e non per la salita.
Senza curarsi di me, della lince o dei cavalli, senza curarsi del sentiero ripido e delle chiazze di neve ghiacciata, aumentò il passo, come non sentisse fatica alcuna, né altitudine, né qualsiasi altra cosa.
Gli corsi dietro, parlando piano al cavallo, innervosito da quella fretta improvvisa e, finalmente, il camino roccioso ebbe fine e fummo nel sole, in cima allo spartiacque.
Alle nostre spalle il mondo che conoscevamo, davanti a noi il Sogno.

Veit era a pochi passi da lei. Era minuta, fiera, in abiti da caccia e i capelli castani selvaggi nel vento, una daga al fianco, la faretra sulle spalle, la lince ora seduta accanto a lei.
Le corse incontro, pronto ad abbracciarla, ma si fermò ad un passo, improvvisamente incapace di qualsiasi cosa, forse turbato dalla forza e dalla profondità dei suoi occhi scuri come la notte, forse perché, al fine, eravamo entrambi increduli di fronte all'impossibile che si faceva reale.

Ci guardava curiosa, ma diffidente, e pensai all'uomo che ci aveva indicato la via, al suo terrore del popolo della Valdombra, alle sue parole, quando il Principe gli aveva domandato di quali crimini si fossero macchiati: “I peggiori!” aveva risposto.
Qualunque cosa fosse successa in quella terra, ora pesava come un'incudine su di noi.
“Poco più avanti c'è una sorgente” disse la fanciulla con una voce morbida, calda e vellutata eppure dura, almeno verso di noi in quel momento: “Fate riposare i cavalli e togliete loro tutto di dosso, lasciateli sgambare liberi per un po'. Qui non ci sono pericoli...non per voi”
Discendemmo il leggero declivio per forse duecento passi, fino ad un ampio pascolo in quel momento completamente bianco di bucaneve e crochi appena violetti agli apici dei petali, nel mezzo di cui scorreva un ruscello ancora in parte gelato.

Oltre il pascolo, il sentiero si snodava attraverso morbidi declivi ammantati di bianco e lilla, qua e là chiazzati di verde tenero e marrone, fino ad una catena di monti ancora del tutto innevati che correva come l'ininterrotto bastione di una cittadella fin dove lo sguardo poteva spingersi, in entrambe le direzioni.

Compresi che quelle Montagne dall'aspetto così immoto e altero, che ci osservavano severe, segnavano il vero confine tra il nostro mondo e le Terre d'Ombra.
Eppure, già ciò che ci circondava aveva assunto colori e limpidezza diversi, una leggera luce dorata pareva pervadere ogni cosa e su ogni cosa aleggiava.
Rumori, profumi, mi arrivavano come nuovi ed inaspettati, mi sentivo come un fantolino per la prima volta alla scoperta del mondo.
I cavalli si rotolavano tra i fiori umidi, beati, noi sedemmo accanto al ruscello, io un paio di passi discosto, il Principe il più possibile accanto alla sua fata.

Ci era venuta improvvisamente fame, una fame gioiosa e soddisfatta con cui attaccammo le provviste, offrendone alla nostra ospite, che scosse più volte la testa, forse intimidita, forse sdegnata dal nostro barbaro cibo.
“Orijenne?” sussurrò il Principe osservandola: “Che è successo? Sei scomparsa quasi all'improvviso e non riuscivo a trovarti...sentivo che eri in pericolo, ti ho sentita piangere nei miei sogni, io...avrei così voluto aiutarti, poter essere lì con te, eppure...se riuscivo per un momento a trovare la tua mano, subito mi sfuggiva. Dimmi, ti prego!” La giovane lo osservò a lungo, il viso serio, quasi corrucciato, ma vidi passare un'ombra nei suoi occhi.

Mi inteneriva, aveva un'aria così giovane, mi ricordava mia figlia ventenne, che di lì a poco si sarebbe sposata e non sarebbe stata condotta all'altare da suo padre. Sentii una fitta di dolore che non sfuggì alla piccola strega, la quale mi lanciò un'occhiata fuggevole, ma tanto intensa da trafiggermi come uno stiletto.
E mi resi conto, con mio immenso stupore, di non trovarmi di fronte ad una giovinetta, ma ad una donna adulta, forse trentenne. Non so da cosa lo avessi compreso, se da quello sguardo, se da qualcosa che sfuggiva alla mia comprensione arrivando al mio cuore, ma ne fui certo, ammirato ed ammaliato dalla strana forza arcana che da lei emanava.

Veit, che faticava visibilmente a non toccarla, si sporse verso di lei appoggiandosi al suolo sul fianco, puntellato su un gomito e trovando il coraggio di prenderle la mano.
Lei, sorpresa, quasi si ritrasse, poi vidi il suo sguardo diffidente ammorbidirsi.
Si morse il labbro nell'identico modo in cui lo vedevo fare al Principe da trent'anni, una ruga apparve tra le sopracciglia corrugate: “Si, sono...successe delle cose. Ma ora è passato”
“Ma sei stanca” incalzò il Principe: “Sei più forte, ma sei stanca e triste. Non eri così, prima. Eri splendente, radiosa, fortissima. Sento la tua stanchezza, ora, pesa sul mio cuore…Dimmi, che cosa posso fare? Sono qui, ora.
Ho attraversato le terre degli uomini, i miei mille dubbi e le mie paure per sfidare l'impossibile e trovare questo posto, per trovare te. Sono stato esaudito e ora voglio avere io cura di chi mi ha cullato tra le sue braccia quando il mio cuore era nuda roccia congelata” lei non rispose, restò a fissarlo, scrutandolo, in silenzio per un lungo momento.
“Sei vivo...” sussurrò poi, come a se stessa: “Lo sei davvero, nonostante tutto e io ho rischiato di fallire due volte il mio compito per aver creduto a ciò cui tutto il mondo non poteva che credere. Sono in collera con te, per questo”
Il Principe, che teneva ancora la mano di lei tra le sue, se la portò al petto, in quel gesto che gli avevo visto fare durante i mesi precedenti, afferrando il nulla. Lei lo osservava attenta, i sensi all'erta, ma parve non accorgersi di quel gesto, o forse non volle.

I loro occhi erano immersi gli uni negli altri, immemori del resto del mondo, diversi eppure identici. Lo sguardo del Principe si velò di tristezza: “Perdonami. Il mio popolo è quasi certo della mia esistenza in vita, i menestrelli cantano leggende in cui sono fuggito dalla torre in fiamme in sella ad una cometa e tornerò alla testa di grandi eserciti.
Sono leggende, ma ognuno in cuor suo nutre questa certezza...pochi sanno la verità, molti sospettano. Pure, come è d'uopo, la storia ufficiale mi vuole morto un anno fa, poco prima dell'Equinozio, in una notte di Luna piena, crudelmente e barbaramente assassinato. Non sapevo mi stessi cercando” lei lo studiava, intenta, severa, la testa reclinata da un lato.

Mi accorsi di sorridere e non poter smettere di farlo nel guardarla, intenerito e in soggezione. Come poteva esserci tanta forza e tanto potere in una creatura così minuta e dolce?
La sua voce incatenava, sommessa, morbida, eppure profonda come la terra, musicale come il canto di un'allodola. Faceva rizzare i capelli e risvegliava sensi dimenticati.
Si, era la voce di una strega, non v'era dubbio alcuno. “Una notte di tormenta la Madre dei Lupi mi chiamò nella sua grotta, dov'è una polla oracolare. Da almeno due, tre lune, una preghiera tentava di raggiungere invano la Valdombra, ma solo da pochi giorni si manifestava l'immagine di un uomo. Appena le Fate Lupo capirono chi fosse e cosa cercasse, mi affidarono la sua custodia. Non so perché abbiano scelto me. I miei genitori erano grandi sacerdoti, ma furono uccisi nelle guerre dei forestieri trentadue anni fa, quando io ero molto piccola e mia nonna se ne andò due anni dopo, ancora a causa loro. Ho imparato da altri, ma senza la guida della mia famiglia e sono soltanto una strega guaritrice. Forse sono sempre stata solo troppo ribelle e solitaria, non so...comunque, questo mi sorprese, ma la Madre dei Lupi mi ordinò di avere cura di te, di studiarti, di trovarti e condurti qui.
C'era molta, molta neve, almeno due trabucchi nei pianori, di più sui passi che erano tutti impraticabili e lo rimasero per mesi.
Io ti ho studiato, come mi era stato ordinato. E, forse, ho incominciato a capire: per me i forestieri sono sempre soltanto stati esseri immondi, da evitare, da odiare, senza distinzione, il male assoluto.
Non ho mai pensato sapeste amare, essere leali, coraggiosi, generosi, non ho mai pensato che, là fuori, potesse esserci qualcuno degno di rispetto o degno del nostro soccorso. Pure...anche il mio popolo arrivò qui oltre cinquemila anni fa, da là fuori...e poi arrivarono i Salassi, sfuggendo ai romani, in seguito i Guardiani delle Montagne, poi, molto tempo dopo, i Franchi Burgundi...nessuno di loro compì mai atti malvagi, e, pure se in ogni popolo si annida qualche serpe, tutto andò sempre nel migliore dei modi.

Quando arrivarono questi non fu così. A causa loro si scatenarono guerre, epidemie, distruzione, cose che ancora oggi rendono questo mondo ferito e sofferente. La mia famiglia ne fu sterminata. Un fratello, i genitori, la nonna. A causa vostra...dei tuoi simili, sono cresciuta sola e piena di rabbia e di dolore, incapace di perdonare e del tutto priva della voglia di farlo. Così la Madre dei Lupi ti affidò a me, perché leggessi nel tuo cuore e trovassi un uomo giusto, coraggioso, sofferente eppure libero dall'odio.
Non ho trovato rancore in te, puoi essere arrabbiato...ma l'odio e il risentimento non abitano la tua anima” incantato da quella voce, sorrisi al racconto della donna: per non averlo mai incontrato prima, pareva davvero conoscerlo nel profondo.

Anche Veit sorrise, mordendosi appena il labbro, imbarazzato da qualcosa cui, forse, egli stesso non aveva mai veramente pensato. “Al tuo paese era in atto una guerra subdola, fatta di malefici, di tradimenti, veleni ed inganni, di menti schiave di padroni potenti ed invisibili, alleati di demoni, se non demoni essi stessi. Tanta oscurità pesava su quelle terre, le rendeva prigioniere, così che non ci era possibile raggiungerti e per questo, appena possibile, avrei dovuto partire per il tuo paese. Non sapevo cosa avrei fatto quando ti avessi trovato.
Mi dicevo che non potevo certo arrivare e dire: “Oh, salve, sono una strega delle Terre d'Ombra, mi hai per caso chiamata?” d'altra parte, era un problema che avrei affrontato al mio arrivo.

Eldenburg era molto distante, avrei dovuto compiere un viaggio lungo e sapevo che non avevi molto tempo, ormai: il tuo fisico era troppo stremato, continuamente sotto attacco e tu non ti risparmiavi, lottando come un leone per la tua gente.
Ho imparato a rispettarti, per quanto questo...questo...beh, mi rodesse” disse imbronciata, facendoci sorridere.

“Ma quando sei arrivata in qualche città hai sentito della mia morte e hai pensato fosse troppo tardi, è così?” chiese dolcemente il Principe.
Lei abbassò lo sguardo: “Sono partita quando ancora la neve era alta, lasciando mio nonno alle cure del mio villaggio. Ho camminato per settimane, senza mai scendere a valle e, temendo di perdere l'acqua oracolare che portava in sé la memoria della tua vita (impronta vitale n.d.a.), non ho controllato cosa stesse succedendo, se non i primi giorni.
Volevo arrivare alla pianura, mettermi sulla strada giusta, ero certa che sarebbe andato tutto bene. Invece, quando sono scesa in quella città longobarda, tutti si rammaricavano della tua atroce morte e parlavano dell'ascesa al trono dei tuoi figli.
Sono scappata sulle montagne e sono rimasta nascosta giorni, poi ho preso la via del ritorno, ma...arrivata qui mi sono fermata a quella baita laggiù” disse indicando una casupola di pietra alle nostre spalle: “Non potevo tornare alla mia gente dopo questo fallimento. Mi sentivo la loro vergogna”

“Ma non era colpa tua!” sbottai.
Lei mi guardò, con quegli occhi così profondi ed intensi, forse l'ombra di una lacrima dietro la loro notte: “Lo era, si. Ho un uomo sofferente nel mezzo di una guerra e io penso andrà tutto bene e lo abbandono. Mi sono detta che aveva guardie, cavalieri, alchimisti e maghi al suo fianco e che non aveva certo alcun bisogno di me, che nemmeno esistevo per lui. E così ho fallito.”

Il Principe si inginocchiò al suo fianco, trovò il coraggio di prenderle in viso tra le mani: “Non è successo niente. Non hai fallito, vedi? Era un inganno, un piano di fuga geniale e strategico per salvarmi la vita e terminare una guerra logorante e senza speranza. Solo usando le loro stesse armi avremmo potuto sperare di vincerli, ma questo sarebbe stato il modo più certo di perdere: da sempre vogliono uccidermi o rendermi loro pari e comportarmi come loro mi avrebbe dannato. Non avevo speranza di vittoria, nessuna, se non questa. Perdonami per averti creato tanto dolore”
Lei fece una smorfia, piantò gli occhi nei suoi, offesa come una bambina: “Non potevi saperlo. Se solo fossimo riusciti a farci sentire, a dirti che avevamo avuto le tue preghiere, allora sarebbe stato diverso. Io lo so, eppure sono arrabbiata con te”

Mi pareva più arrabbiata con se stessa che con lui, veramente, ma non dissi nulla.
Il Principe le si avvicinò di nuovo, le prese entrambe le mani e le baciò lentamente: “Perdonami” ripeté ancora in un soffio.
La ragazza sembrava molto selvatica: lo guardò stupita, imbarazzata da quel gesto, ritrosa e diffidente.
Il Principe non aveva il minimo dubbio su di lei, non faceva che contemplarla come vedesse il Paradiso e tutti gli Angeli, in adorazione, mentre lei pareva infastidita dalla nostra presenza.

Ci attendeva, si era presa cura del Principe per mesi, lo avrebbe fatto ancora, ma come per lei fosse soltanto un obbligo, qualcosa cui si dedicava perché le era stato ordinato e aveva promesso. Sicuramente si sarebbe fatta infilzare come un cappone per salvarlo, ma senza provare per lui il minimo affetto.
Eppure avevo visto con i miei occhi la dolcezza di quell'immagine di luce, mesi prima, la tenerezza con cui le sue mani, o le mani del suo spirito, lo avevano curato.
Avevo visto quella figura chinarsi a sfiorargli la fronte con la tenerezza di una sposa, ero rimasto incantato io stesso da quella visione.
Quella giovane pareva così impavida, forte, libera e selvaggia, eppure provavo il desiderio di proteggerla, di cullarla come cullavo mia figlia infante quand'era malata.

Imbarazzata dalle tenerezze del mio Sire, si alzò di scatto: “Partiremo per le Valli dell'Ombra domani mattina, oggi vi accamperete qui, dove ho abitato in questi mesi. Stanotte dormirete in un vero letto, apprezzatelo perché non ne vedrete uno per molti giorni” e corse con la lince al fianco verso la casupola, lasciandoci a recuperare cavalli, armi e masserizie. “Non mi sembra molto amichevole, Sire...” dissi quando fu lontana.
Il Principe la osservò pensieroso, con gli occhi socchiusi: “È solo spaventata, ma non per quelle cose successe durante l'inverno e di cui non vuole parlare...c'è dell'altro...” si interruppe folgorato da un'intuizione e sorrise tra sé, abbassando la testa come per un improvviso pudore.
Afferrò le briglie del cavallo, si caricò in spalla il suo bagaglio e si avviò sorridendo verso la costruzione, prendendo a fischiettare.

Lei non rimase con noi nella baita, quella notte. Ci osservò sistemarci, ci offrì del cibo nella dispensa, al posto delle nostre provviste che, disse, avrebbero fatto comodo per il viaggio e poi scomparve nella notte.
Il Principe era contrariato: poteva capire che una donna nubile non volesse rimanere da sola in una stanza con due uomini, ma avrebbe voluto che fossimo noi a stare all'addiaccio, lasciando a lei la casa, ma, a quanto pareva, nessuno diceva ad Orijenne di Plan dej Masche (Piano delle Streghe n.d.a.) cosa doveva o non doveva fare.
Ci lasciò riposare fino a che il sole fu del tutto sorto e poi lasciammo quel luogo solitario e pacifico, dove restarono i nostri finimenti e parte delle nostre cose: la donna disse che le selle pesavano quasi come un umano sulle groppe dei cavalli, definendoci barbari.
 Ci mostrò una sella trovata nella baita al suo arrivo, di fattura Valdombriana: era leggerissima, molto più piccola delle nostre, di un cuoio leggero in superficie, ma con un'imbottitura morbidissima verso la groppa della cavalcatura.
“Ve la scambierete, domani dovremmo trovare qualcuno dove prenderne un'altra” intanto ci diede delle briglie senza morso. Il Principe volle a tutti i costi che fossi io a tenere la sella e mi resi conto che il mio baio pareva deliziato dalla nuova bardatura.

Ci mettemmo in marcia e presto mi accorsi che Orijenne si rivolgeva alla lince come avrebbe parlato ad un suo simile, ma ciò che più mi sconvolse, era che la lince emetteva suoni e miagolii in risposta che parevano veri e propri discorsi.
Il Principe, attento, sorrideva divertito.
Ero certo che avrebbe voluto una diversa accoglienza, che soffrisse per quella strana ostilità, ma se così era, non lo mostrava e manteneva le distanze, pur tentando in ogni modo di essere galante, un perfetto signore nei suoi comportamenti.
Con cautela: ogni gesto di premura, ogni attenzione, parevano insospettire quella creatura, farla fuggire di nuovo come al primo impatto.
Osservavo quel loro strano studiarsi e girarsi intorno, la resa e sottomissione del Principe di Eldenburg (quello cui nessuno diceva di no) e il continuo fuggire e tornare ad avvicinarsi, pur diffidente, della strega, incredulo, tanto che mi sorprendevo, a volte, a scuotere il capo durante il cammino, perso nelle mie osservazioni e nei miei pensieri su di loro.
Veit era un grande uomo, senza dubbio, un'anima nobile e pura, ma era pur sempre il Signore del Principato più ricco, prospero e vasto dell'Impero Germanico, unico figlio di un Principe Padre che gli aveva lasciato un'immensa biblioteca, un'educazione e una cultura al di sopra di qualunque altra, capacità di giudizio e abilità di eloquenza che il Principino, da quel bambino straordinario che era, aveva magnificato ulteriormente, guadagnandosi, ancor fanciullo, i favori di nobili di ogni parte, la grande stima degli Imperatori, dapprima Enrico II° e ora Corrado il Salico.
Egli era saggio, giusto, generoso, gentile con i poveri come con gli Imperatori, equanime, ma...con un'autorità e un potere che schiacciavano chiunque gli si ponesse di fronte ed era così che era dalla nascita: per lui, essere Veit di Eldenburg, era l'unico modo possibile di essere.
Il Principe ascoltava i consigli di tutti, garbato e umile, ma allo stesso tempo un suo solo sguardo metteva in ginocchio il più fiero dei guerrieri o il più grande dei nobili.

Pure, ragionavo andando per via, le donne stesse erano ben diverse con lui di quella piccola creatura.
Tutte: ricche e povere, giovani e vecchie, nobili o plebee, erano soggiogate dal suo fascino e dalla sua grandezza, si commuovevano al suo passaggio, avvampando se solo per caso il suo sguardo si posava su di loro per il breve istante di un battito di ciglia e, molte volte, se per qualche motivo egli rivolgeva loro la parola, rimanevano inebetite a fissarlo, arrivando, talvolta, perfino a perdere i sensi.
Le nobildonne, più forti e abituate al potere, non si comportavano con lui in modo molto diverso, litigandosene i favori e civettando senza ritegno alla sua presenza, spesso sfrontate o maliarde.
Nessuna, prima d'allora, lo aveva mai trattato come questa straniera: leale come un cavaliere, lo aveva protetto e curato per mesi senza riserve, lo rispettava come riteneva gli fosse dovuto, non per il suo stato nobiliare, ma per il suo valore, al contempo guardandolo col sospetto riservato ad un probabile brigante.
Lo fissava negli occhi senza timore, né avvampava, né abbassava lo sguardo fiero e profondo.
Da lontano la osservai indicare qualcosa alla lince, che partì a grandi balzi, tornando poco dopo a “riferirle” qualcosa. Parvero consultarsi un breve momento, poi ci indicò di prendere la via alla nostra destra: “Prendete dell'acqua, non ne troveremo per ore” disse avviandosi verso una nuda pietraia, non dissimile da quella che avevamo lasciato alle nostre spalle, solo più aperta e luminosa.

Il Principe sorrise: si divertiva nel vedere il rapporto di Orijenne con la sua lince, nel suo lasciarci indietro, come non volesse saperne della nostra presenza: “Me la aspettavo diversa, sai, Sire?” lui si voltò e mi rivolse un sorriso più ampio: “Davvero? È fantastica, non credi?” lo guardai sorpreso: “Fantastica, Principe? Non saprei...è diversa da qualsiasi donna io abbia mai incontrato, questo è sicuro” ragionai.
“Non c'è dubbio alcuno” confermò divertito.
“Ma, Sire, la luce che vedevo circondarti e le tue parole nel descriverla, io...la immaginavo soave e leggiadra, ammantata di luce. Immaginavo che ci sarebbe venuta incontro accogliendoci a braccia aperte, colmandoci di benedizioni...vestita di bianco o di un morbido rosa pesca, nobile e amorevole” Lui prese a camminare all'indietro, per potermi guardare bene in faccia: “Ma tu stai descrivendo la Vergine Maria, Cavaliere!” esclamò ridendo.
Scossi la testa imbarazzato: “Lei non sembra timorata di Dio, Sire” Veit rise nuovamente, di gusto: “Dubito che potrebbe mai esserlo, soprattutto se parli del Dio cristiano! Dubito che ne abbia mai sentito parlare, a dire il vero”
Mi fermai di colpo: “Come?” Lui si strinse nelle spalle: “Ragiona, Reichard: queste valli sono rimaste isolate per migliaia di anni e solo meno di quarant'anni fa hanno subito l'invasione di quella brutta gente. Ricordo che, quando ero bambino, l’Imperatore Enrico raccontò a mio padre una storia su una falange scomparsa durante la guerra con Arduino d'Ivrea, più o meno trentacinque anni fa. Si trattava per lo più di fanteria, soldataglia formata da mercenari dediti a razzie. L'Imperatore era convinto che anche Arduino avesse perso una parte della fanteria nello stesso posto e nello stesso tempo, probabilmente gli uni erano all'inseguimento degli altri...ecco, io credo che l'uomo che abbiamo incontrato fosse uno di quei mercenari e che le falangi scomparse si siano trovate nelle Terre d'Ombra, per qualche strano destino. E dubito molto che siano venuti a portare la...buona novella a queste genti, Cavaliere. D'altra parte, se pure lo avessero fatto, dopo aver messo a ferro e fuoco le loro terre, difficilmente avrebbero avuto molto seguito...”

Aveva ragione, naturalmente. “Principe...vuoi dire che questa gente è pagana? Che sono peccatori destinati all'inferno?” lui mi guardò severamente, corrucciato: “Non dire sciocchezze, Cavaliere! Non posso tollerare una simile grettezza dalla mia Guardia Reale!”
“Ma...Signore, le Scritture...” si voltò verso di me, seccato, fece un gesto di stizza: “Le Scritture! Non dimenticare, Cavaliere, che sotto i cappucci rossi dei miei nemici si nascondono alti membri del Clero e che Santa Romana Chiesa ha rubato e ucciso in nome di Dio, solo per il potere e per dominare le menti. Non confondere la politica, il potere, con il Divino, Reichard, non lo fare, non essere stolto! Tutto ciò che ci è insegnato mira solo a confondere le menti, a soggiogarle con il pretesto della volontà divina, ma la Volontà Divina non ha nulla a che fare con una religione o un'altra! Pensa con la tua mente, guarda con i tuoi occhi, ascolta con le tue orecchie e senti con il tuo cuore! Non dimenticare che le festività che oggi sono della Chiesa, un tempo erano delle genti pagane, i santi cristiani erano dei o eroi pagani. E che i figli di Dio hanno sterminato e tradito questa gente”

Dietro una curva del sentiero Orijenne ci aspettava, osservando il passo ancora innevato ad un paio d'ore di marcia: ero certo che avesse sentito le nostre parole e mi vergognai, pur non sapendo se comprendesse il germanico e quanto.
Se qualcosa aveva compreso, il Principe aveva certo guadagnato valore.
Fece finta di nulla, semplicemente indicando la via a Veit che le si era fatto accosto, senza parere, e ora osservava le sue indicazioni ad un palmo da lei.
Sorrisi: potevo sentire da dov'ero quella sorta di energia, come di quelle misteriose rocce magnetiche che attraggono irresistibilmente il ferro, perfino da dov'ero, benché entrambi fingessero indifferenza.
Scossi la testa e ripresi il cammino ridendo tra me.
Da qualche giorno dovevo sembrare piuttosto stupido, a dire il vero.

Giungemmo al passo con il sole a picco sopra di noi. Orijenne scomparve per un breve tempo e tornò con una lepre, mentre la lince teneva in bocca un uccello simile ad una pernice.
Veit sorrise, stupito: “Sei incredibile! Come hai potuto essere così veloce? Nessun cacciatore delle mie terre saprebbe fare altrimenti!” Lei parve sorpresa: “No?” scuotemmo la testa insieme, ammirati: “Beh, io...gliel'ho semplicemente chiesto. Domani il suo spirito cercherà un altro corpo...no?” ero senza parole, non potevo credere alle mie orecchie!
Il Principe, invece, si aprì in un sorriso radioso. Stava bene, in quella terra, che sembrava adattarglisi addosso come un guanto.
Si piegò su un ginocchio, di fronte alla donna: “Ti prego, mia signora” disse sottovoce: “Lascia che me ne occupi io: tu ci sei guida, hai procacciato il cibo, permetti a me di occuparmi del resto, ora”
Lei lo lasciò fare, cercò due rami simili, ne tagliò un'estremità aprendola e si mise a scorticare un altro ramo cui avremmo appeso la lepre. Io osservavo, senza parlare e sentendomi di troppo. Quando sistemarono il fuoco da campo e la lepre ai rami, lavorando insieme, chini sul terreno, le loro mani si sfiorarono appena più di una volta e le scintille erano tali che avrebbero potuto accendere agevolmente il fuoco.
Mi accorsi che Veit tremava per il desiderio di toccarla, ma si fingeva indifferente e noncurante.
Davvero, mi sentivo di troppo.

Mi domandai cosa sarebbe successo se fossero stati là da soli, in mezzo a quella pietraia e decisi che era il caso di fare conversazione: “Dimmi, Signora, chi è la Madre dei Lupi di cui parlavi?” domandai: “Forse la vostra regina?” lei si voltò sorpresa, come solo in quel momento si fosse resa conto della mia presenza: “Re...regina? No, non direi, non credo si possa chiamare così, almeno. Però è a capo della Valdombra, al di fuori e al di sopra dei Consigli. Quindi, forse, in un certo qual modo, hai ragione” considerò.
Il Principe non disse nulla, limitandosi a seguire la cottura della lepre e attizzare il fuoco. “Perché la chiamate Madre dei Lupi? È un titolo nobiliare?”
Orijenne mi guardava con un'espressione interrogativa, come non riuscisse a capire bene la mia domanda: “Lei...l'hanno sempre chiamata così e prima di lei suo padre e prima sua nonna. È la Fata Lupo che governa qui, da molto tempo e suo figlio, il giovane Signore dei Lupi, un giorno prenderà il suo posto. È un amico, è lui che mi ha...aiutata quando...beh, in diverse occasioni”
Fata? L'avevo sentita, il giorno prima, dire qualcosa riguardo alle fate lupo, ma ero certo si trattasse di un semplice modo di dire, come io stesso avevo tra me definito lei stessa una fata, invece...Sentii la mandibola cadere inesorabilmente verso il suolo, forse emisi qualche suono gutturale, ma non ne sono sicuro, fatto sta che lei mi guardò come fossi improvvisamente uscito di senno, per quel poco che dovevo averne avevo avuto fino a quel momento.

Il Pricipe non si era scomposto, continuando ad occuparsi della lepre: “Che succede, Reichard? Siamo in una Terra di confine tra i mondi e tu ti meravigli della presenza di Creature che, fino a prova contraria, potrebbero esistere anche nei nostri regni?” commentò divertito.
Mi voltai a guardarlo cercando di formulare qualche suono sensato, inutilmente. Lui se ne stava semisdraiato sull'erba, puntellato su un gomito succhiando un filo giallognolo di qualche tipo di foraggio: “...mmm...mmm...ma...” riuscii ad articolare.
Avvampai alla sua espressione divertita: pensai che volesse far colpo sulla ragazza e le desse ragione con quell'aria complice, così tenni per me i miei commenti e mi concentrai su un'incrostazione sull'elsa della mia spada.

“Tu hai conosciuto qualche Creatura Fatata?” domandò la nostra guida. Veit si fece cupo, non rispose, riprese a girare lentamente il ramo cui era appesa la lepre: “Ho avuto...più dimestichezza con demoni che con Fate...” disse poi sottovoce.
Lo sguardo di Orijenne si addolcì.
“Quando ero bambino” continuò il Principe “Un paio di volte ho visto qualcosa, vicino al fiume. C'erano dei faggi. Un giorno mi ero seduto su una roccia a mangiare una focaccia e sentivo addosso a me lo sguardo di qualcuno, ma non vedevo nessuno, per quanto continuassi a voltarmi. Poi, è buffo, ero lì con i denti affondati nell'impasto e, con la coda dell'occhio vidi una donna. Doveva essere molto alta, seduta tra le foglie dell'anno precedente, vestita di molti veli di tutte le sfumature di verde.
Teneva le dita intrecciate attorno ad un ginocchio e mi osservava. Alzai lo sguardo e lei rimase lì, non scomparve, non si mosse. Semplicemente restammo a guardarci a lungo, finché uno dei ragazzi che era uscito a cavallo con me, mi chiamò e, quando tornai a voltarmi, lei non c'era più.
Sono tornato molte volte in quel posto, ma...” sospirò: “Ho provato conforto, sedendomi su quella roccia o sotto quel faggio, è vero, ma non ho mai più visto nulla”
Ero sconvolto da quella rivelazione, per quanto fossi abituato al Principe e sapessi da decenni che l'impossibile con lui era quasi probabile: “E l'altra volta?” domandò Orijenne: “Hai detto un paio di volte...”

Lui sorrise, malinconico, grato per come, apparentemente senza volere, lei allontanava i suoi pensieri dai momenti più bui: “Nell'abetaia. Un giorno di primavera ho inseguito per un intero pomeriggio due creaturine alte...così” disse mostrando una spanna: “Erano vestiti di verde e marrone e correvano tra le radici degli alberi ridendo. Non scappavano da me, era una specie di rimpiattino. Mi divertii molto, ma in seguito non ebbi modo di tornare, per molto tempo e...quando lo feci, ah, saranno stati due anni dopo, non li vidi più. Forse non c'erano, forse semplicemente non si mostrarono. Forse il mio cuore era diventato troppo pesante per vederli”
“Io so che, là fuori, la gente di rado riesce a vederli. Probabilmente erano gnomi e l'altra una Fata d'alto Lignaggio. Perfino i bambini non sempre sono in grado di vedere le Creature Fatate. Tu si. Tu sei in grado di fare e vedere molte cose e di sentire. Sei strano, per il tuo mondo” lo disse senza giudizio, dolcemente, accarezzandolo con la voce e strappando perfino a me un'emozione nelle viscere, come un'eco profonda.
Respirai profondamente, pensando ad altro.
Incantava, seduceva.
Quando tornai a guardare il Principe mi accorsi di quanto i suoi occhi fossero incatenati a quelli della piccola strega. Sorrisi, mi allontanai per qualche momento, con una scusa.
Mi girava la testa, e dubito fosse l'altitudine o la stanchezza.

Quell'uomo era un mistero, continuava ad esserlo. Incredibilmente forte e coraggioso, il più coraggioso che avessi mai incontrato, infinitamente stanco e fragile. E mai, in oltre trent'anni, si era lamentato.
“Mio Dio, ti prego, fai che lei lo ami! Fai che stia con lui per sempre!” pregai, lasciando vagare lo sguardo su quei monti sconosciuti e misteriosi.
Qualcosa si mosse dentro di me, qualcosa che non conoscevo, né comprendevo, ma fui certo che il Principe non sarebbe mai più stato solo.
Attirato dal profumo della carne arrostita, tornai dov'eravamo accampati e non potei trattenere un sorriso nel vedere come lei teneva la lepre, mentre lui ne divideva le parti con secchi colpi di spada, entrambi accoccolati accanto al fuoco, le teste vicine, quella strana corrente, come un vento di magia che scorreva e pulsava tra loro.

Più tardi entrammo finalmente nelle Terre d'Ombra: i colori, la luce, l'odore dell'aria, tutto era diverso.
Eravamo davvero in un luogo magico, una terra a metà tra il mondo degli uomini e quello fatato.
Strane, minuscole luci colorate volavano tra i rami e sui pascoli, fiumi di acque cristalline si gettavano verso il fondovalle, carichi di acque di disgelo, gioiosi per il ritorno del sole.
Animali sbucavano dalle tane, conigli, marmotte, ermellini a metà tra l'abito invernale e quello estivo, uccelli riempivano il cielo di grida e canti.
“È il Paradiso, questo!” gridai, al colmo dell'emozione: “Sire, sicuramente qui potrai guarire, come potrebbe essere diversamente? Senti, Principe, senti l'aria, che freschezza e che odore...come...come dopo il temporale, oppure...no, dove ho già sentito un odore simile?”
Il Principe rideva, gli occhi risplendenti di emozione, forse per essere finalmente alla meta, forse perché la meta camminava al suo fianco: “Hai sentito un odore simile, molto più grezzo, negli alloggi del mio Alchimista” disse di rimando.
Era vero, in un certo senso...ma a me, quell'odore, ricordava di più l'odore dei temporali, forse misto ad un po' di Alchimista.
La sera ci accampammo in una radura accogliente, al riparo di una grande parete grigio chiaro, che formava quasi un angolo, creando uno spazio tiepido e sicuro.
La lince sparì per la sua caccia, noi mangiammo pane e un grosso pezzo di un formaggio di Orijenne dal sapore celestiale, bevendo acqua di un ruscello cristallino a pochi passi.
Il cielo era tanto carico di stelle che la luce, riflessa dalle nevi ancora abbondanti e dai ghiacciai eterni, rendeva il paesaggio tanto chiaro da far si che si vedesse come di giorno.
Ci avvolgemmo nei mantelli e presto mi sentii scivolare nel sonno, ma, prima che le braccia amorevoli di Morfeo mi avvolgessero, sentii il Principe spostarsi verso la sua strega. Restai in ascolto, aspettandomi il rumore di uno schiaffo, ma non accadde nulla e precipitai in un sonno abitato dal matrimonio di mia figlia, da mia moglie tornata fanciulla che danzava con le guance rosse, da corse a cavallo e banchetti di Natale.

Aprii gli occhi quando il sole dell'aurora mi sfiorò la fronte.
Mi voltai a cercare i miei compagni e vidi il Principe e Orijenne addormentati l'uno verso l'altra, le fronti vicine, le mani intrecciate.

Orijenne ci lasciò con i cavalli su una mulattiera intorno a metà mattina e scomparve verso un gruppo di capanne più in alto, dove la pineta lasciava il posto ai pascoli, ordinandoci di proseguire verso un colle a mezza giornata di distanza.
Camminavamo come due idioti, guardando ogni cosa a bocca aperta e, di tanto in tanto ridendo di noi stessi, ma più volte vidi il Principe cercare con gli occhi avidamente lungo il costone, mordendosi il labbro, sempre più corrucciato e teso.
“Non credo ci abbia abbandonati, Sire” lo canzonai ad un certo punto, ma egli non sorrise.
Continuò la strada tenendo lo sguardo fisso sul sentiero, sempre più cupo. Osservandolo di nascosto, mi accorsi che, nonostante l'aria e il sole, si stava facendo più pallido, gli occhi si scurivano e le labbra erano strette e quasi livide.
Pareva spaventato: “Che ti succede, Principe? Ci ha detto che ci raggiungerà sulla strada del colle, perché mai sei così preoccupato? Temi corra dei pericoli? O forse il tuo male ti sta aggredendo? Siamo in viaggio da molti giorni, forse la stanchezza ti sta sopraffacendo...” lui scosse la testa, volgendosi ancora a cercare, lo sguardo quasi implorante: “Non è nulla, Reichard, nulla di reale. Ho solo...” prese un respiro, cercando le parole: “Ho solo un terrore assoluto di perderla. Mi soffoca, ogni volta che non è a portata d'occhi o d'orecchio, in un modo infantile e stupido.
È un terrore atavico, cui non riesco ad oppormi, così forte da farmi male. Io...immagino che sia solo una mia apprensione, dovuta alle troppe cose accadute in questi ultimi tempi e al mio passato. Ho perduto chi amavo troppo presto e dolorosamente e troppo sono rimasto solo, solo dentro di me, in una torre inespugnabile che io stesso avevo costruito...sono sicuro che passerà presto. Ho solo bisogno di un po' di tempo e...e che lei si sbrighi a tornare, anche!”

Alla mia mente si presentò, violenta come uno schiaffo, l'immagine della città fantastica, che crollava sotto la pioggia infuocata e ancora le parole di Herms risuonarono nella mia mente, come tante altre volte: “...uccisero la sua sposa ed egli ne fu distrutto in ogni fibra del suo essere...le sopravvisse per molte ore in una sofferenza atroce e senza fine…”
Ebbi l'impulso di raccontare tutto, là, su quel sentiero solitario dalle curve dolci come i fianchi di una donna, ma ancora una volta mi parve una storia troppo folle ed irreale, ancora una volta tacqui.
Fui stolto.
E lo fui mille e mille volte, poiché solo uno stolto della peggior specie avrebbe avuto timore di raccontare qualcosa di così importante, per quanto folle, ad un uomo della saggezza del Principe.
Ma io mi vergognai e non parlai mai, né quel giorno, né in seguito, finché non fu troppo tardi.
Poco dopo, mentre cautamente percorrevamo un tratto molto esposto su una scarpata, alzando gli occhi vidi la figuretta dagli abiti ocra stagliarsi su una roccia appena sopra il colle, il suo argenteo animale al fianco, correndo giù da un sentiero secondario con in spalla un grosso fagotto che, sapevo, erano una sella e alcune provviste.

Toccai il Principe indicandogliela ed egli, senza un attimo riflettere, saltò a cavallo e si lanciò al galoppo lungo il sentiero, incurante perfino dell'essere a pelo e privo di staffe, su quell'esile sentiero sopra lo strapiombo.
Pochi momenti durò quella corsa, che seguii incredulo a bocca aperta, ma furono i peggiori avessi mai vissuto al servizio di quell'uomo: “Pazzo!” mi ripetevo: “Assolutamente pazzo!” mentre lo guardavo volare oltre la curva più pericolosa in un salto che solo il suo destriero poteva affrontare senza ribellione, forte, agile, deciso.
“Pazzo!” ripetei ancora e scoppiai a ridere nel vederlo smontare ancora in corsa e gettarsi verso di lei che, capivo dai gesti, lo stava rimbrottando.
Li vidi discutere per un po', lei animatamente, lui che, con le mani sulle sue spalle, verosimilmente cercava di chetarla, poi la sollevò per la vita, in alto, incurante delle sue proteste, le fece fare due giri a mezz'aria e, quando la posò nuovamente a terra, lasciando ogni prudenza, l'abbracciò come fosse stata la vita o qualcosa di ancor più prezioso.
Ridendo distolsi lo sguardo, intimai al cavallo di fare lo stesso e rallentammo il passo per lasciarli da soli in quella loro nuova intimità.

Quel pomeriggio attraversammo una fitta pineta. Eravamo in alto, il sole picchiava forte nell'aria leggera e riverberava sui nevai che quasi lambivano il sentiero, tanto che mi sentivo bruciare la faccia e gli occhi.
Fui felice quando vidi la mulattiera insinuarsi nella fresca ombra di quei vecchi, grandi alberi: “Sono imponenti” esclamai ammirato: “Non ne ho mai visti di così alti dalle nostre parti, eppure sono...si, sono pini proprio uguali ai nostri, vero Principe?” Veit annuì, osservandoli col naso in su.

Aveva cambiato umore dal colle: pur misurando ogni gesto, come sua abitudine, mostrandosi pacato e tranquillo, concentrato sul viaggio e su tutto il nuovo che ci circondava, su cui spesso faceva domande alla nostra guida, lo vedevo irradiare gioia dagli occhi, dal sorriso, addirittura, si sarebbe detto, dalla pelle.
Mai lo avevo visto così, ma, a ben pensarci, non avevo mai visto nessuno così felice e questo mi rendeva più dolorosa la lontananza dalla mia famiglia, per quanto il mio amore fosse certamente più ordinario del suo.
Orijenne, però, era molto attenta, all'erta e così la lince che camminava standole al piede a pancia bassa e orecchie in avanti: “C'è forse qualche pericolo?” domandò il Principe nel notare quel cambiamento.
Lei scosse la testa, lanciandoci un'occhiata che, per quel che ci parve di capire, voleva dire di far finta di nulla: “Cercate di non fare rumore e camminate senza guardarvi intorno, finché non avremo passato il ponte” disse: “Ma non toccate le armi, a meno di essere attaccati”
Obbedimmo, meravigliati ed entrammo nell'ombra di quei grandi alberi secolari. Pur attento a piedi e zoccoli, osservavo intorno a me.

Tutto pareva molto silenzioso, forse troppo, rari i richiami di piccoli, solitari uccelli e perfino le piccole luci che altrove erano abbondanti tra rami e cespugli, qui erano rare e sfuggenti.
Scendendo nel fitto mi resi conto ad un tratto di una cosa straordinaria: erano infatti alla nostra sinistra alcuni alberi su cui erano costruite delle case incredibili, anzi, mi resi conto, era come se gli alberi e le case fossero cresciuti insieme, gli uni trasformandosi chissà come nelle altre.
Ponti sospesi, terrazze, univano tra loro le costruzioni, se mai poteva essere dato loro questo nome, e scale e strade fatte non di legni, ma degli alberi medesimi, salivano da terra attorcigliandosi attorno ai tronchi, a volte dividendosi o fondendosi con altre da altre direzioni.
Le case stesse erano veri e propri pizzi, tutte scolpite meravigliosamente con motivi simili a quelli gallici o germanici, ma molto più raffinate e meravigliose.
Orijenne teneva la testa bassa, il passo controllato per non spingerlo troppo senza volere.
Il sentiero girava attorno a tale mirabolante villaggio, appropinquandovisi tanto che potei agevolmente rendermi conto di come, ad una visione ravvicinata, paresse disabitato e, anzi, abbandonato da tempo ad un'incuria amara e solitaria.

Presto giungemmo al piccolo ponte di legno cui la nostra guida aveva fatto cenno poco prima e, oltrepassatolo, la vidi gettare all'indietro uno sguardo fugace e triste, ma rilassare il passo.
Ero incredulo ed ancora scosso dalla visione di quel villaggio, eppure mi prese una immane tristezza per il suo aspetto abbandonato: “Che posto è mai quello, mia Signora?” domandai ad Orijenne.
Lei strinse le labbra, fece una smorfia di disappunto e rispose secca, nervosamente: “Ora nulla, è un luogo morto. Un tempo era una città degli Elfi. Alcuni disperati, a volte, ancora vi si nascondono pronti ad attaccare i viandanti se essi li disturbino, in qualche modo. Non tentate mai di avvicinarvi”
Restai a bocca aperta a fissarla, benché ormai cominciassi ad essere avvezzo a quel parlar di Fate, Gnomi e via discorrendo, incapace di formulare un solo pensiero lontanamente sensato.

“Perché è abbandonata, ora? E perché tanta rabbia, Orijenne?” domandò il Principe, in piedi su questo lato del ponte, guardando verso la città morta: “Se ne sono andati dal nostro mondo. Ormai quasi tutti loro e anche la maggior parte delle Creature di alto Lignaggio. Sono rimaste le Fate Lupo, come sai, ma molto difficilmente si mostrano, a meno...di essere, si, come dire, loro amici. A me si mostrano da che ero piccola perché i lupi protessero la nostra casa durante la guerra. E poi Gnomi, Pòrtune, Driadi, che non si mostrano quasi più, qualche Naiade, nei laghi ricchi di pesci, Folletti che pare siano rimasti più per creare scompiglio che per non lasciare le loro case”
C'era una strana amarezza nei toni di quella donna.
Avrei voluto chiedere di più, ma non ne avevo l'ardire: “Dunque, le guerre di trent'anni fa hanno a che fare con le Creature Feeriche? E furono opera di quei forestieri che poi, come ci ha spiegato l'uomo incontrato ad Ysengarda, vennero sterminati dagli Elfi Oscuri in un battito di ciglia?”
Lei annuì, a disagio. L'argomento pareva essere proibito o indesiderato in quelle terre, anche se, fino a quel momento, la donna e la sua lince erano gli unici abitanti che avessimo incontrato.
Lei parve leggermi nella mente: “Questa parte delle Valli è disabitata ora, fino a trent'anni fa era abitata dai Priminati e da altre Creature come loro. Gli umani sono pochi, come il villaggio dove vi ho procurato la sella e le provviste, stamani. Ho preferito, per voi stessi, che non sapessero che viaggio con due forestieri armati. Le ferite di questa terra sanguinano ancora”
Quelle parole diedero un sapore amaro al proseguimento del nostro viaggio e alla nostra stessa cena, quella sera.

La luna era quasi piena e sia il Principe che io anelavamo il contatto con le nostre famiglie.
Ci accampammo, quando fu buio, presso un altipiano cosparso qua e là di grandi massi erratici che potevano offrire un riparo dal vento che accennava a levarsi di lì a poco, ma trovammo una davvero grata sorpresa quando, avvicinandoci ad uno dei più grandi, scoprimmo che vi era un'entrata, una strana fessura che conduceva all'interno. Non era, o non pareva, scavato in qualche modo, ma vuoto al suo interno, caldo, con una sorta di altra pietra piatta a formare un lungo sedile coperto di morbido muschio e un secondo, immenso masso, cui il primo appoggiava, creava una parete a sigillare quella miracolosa stanza.
Era un luogo segreto, eppure noto ai Valdombriani, dove poter rimanere in pace e al sicuro.
Poco oltre scorreva un ruscello, si che il Principe prese il piatto d'argento e lo riempì con quell'acqua, lo benedisse e prese ad evocare, come era uso, il castello di Eldenburg e i suoi gemelli.
Orijenne osservava stupita, gli occhi spalancati e grandi, un sorriso di sorpresa non per le nostre azioni, ma piuttosto dal fatto che noi, stranieri barbari, codardi e assassini, fossimo capaci di tale opera.
“Devo deluderti, Signora: non è costume abituale dei nostri popoli quello che stai vedendo, è che il Principe non è, semplicemente, uomo comune” le sussurrai mentre lui era concentrato sullo specchio d'acqua.
Lei sorrise, maliziosa: “L'avevo intuito, Cavaliere” rispose e rimase ad osservare in silenzio, quasi a tastarne l'abilità.

I gemelli furono immensamente felici quando seppero che eravamo a destinazione, si che saltarono abbracciandosi e improvvisando una buffa canzoncina sul loro padre che presto sarebbe guarito da ogni male.
Vidi mia figlia, a pochi giorni dalle nozze e ancora una volta mi rammaricai poiché non sarei stato lì ad accompagnarla all'altare, come un buon padre sogna dal giorno in cui per la prima volta prende tra le braccia la sua bambina. Lei mi disse che il regalo più grande glielo facevo essendo in vita ed essendo giunto con il nostro Signore alla meta. Mia moglie mi parve un po' più stanca, un po' invecchiata, un po' più spenta, ma gli occhi le si illuminarono come quand'era fanciulla nel nostro conversare.
Forse anche lei mi trovava invecchiato? Pensai tra me, o forse era perché, nei miei sogni e nei miei pensieri, ella era sempre la mia fresca sposa di tanti anni prima?
Orijenne osservava in disparte, attenta.
Gli Incappucciati, ci raccontarono, lo stavano cercando per ogni dove, diffondendo tra i popoli l'idea che fosse in vita, fuggito per nascondere orrendi crimini commessi nel Principato e in altre terre e, poco tempo prima, quasi avevano catturato Brian, che, come sua abitudine, era sfuggito sotto i loro nasi tramite un trucco degno di un demonio, in una nuvola di fumo.
“Quali crimini avrei commesso, Litha?” chiese egli secco alla figlia: “Oh” rispose lei con una smorfia dubbiosa: “Ne inventano di nuovi e sempre più stupidi ogni giorno e...” rifletté, osservando il gemello come a consultarsi: “Riteniamo che non abbiano più molto bisogno di inventarne, sai...sai com'è il popolo, si, non tanto la gente di Eldenburg, ma i popoli attorno, inizi con una piccola cosa, la getti come un sasso nell'acqua e, nel volgere di mezza luna, è diventata un macigno, una montagna, una bibbia intera e come bibbia viene ritenuta verità assoluta. Noi non vi facciamo caso, ogni tanto ci riferiscono qualcosa, ma il più delle volte non si tratta nemmeno di crimini divertenti”
Il Principe ebbe un gesto di stizza: “Figli! Ditemi cosa raccontano, avanti, sono abbastanza cresciuto per essere messo al corrente, non trovate?”
I gemelli si scambiarono un'altra occhiata: “Che fosti un mostro, Padre. Che le tue mani sono cariche del sangue degli innocenti. Che hai sempre mostrato un volto nobile e puro al mondo, ma che in realtà ti nutrivi del sangue dei fanciulli e delle vergini dei regni attorno, per non destare sospetti nel Principato. Che eri corrotto, bugiardo, che, ecco...”
Mi sporsi verso lo specchio d'acqua per meglio seguire quel racconto folle: “Che dormivi in una bara nei sotterranei da cui uscivi di notte...non so come questo fosse possibile, dal momento che tutti potevano vederti in pieno giorno, ma...”
“Vai avanti” sibilò Veit. Yuleius prese il filo del discorso interrotto dalla sorella: “Che hai commesso tutti i peccati del mondo, per fartela breve. Traditore, bugiardo, vile...che bevevi il sangue delle vergini per poter avere eterna giovinezza, dei fanciulli per mantenere il vigore dei vent'anni. Che vendesti l'anima al demonio appena quindicenne e che...oh, beh, è davvero una cosa stupida...”
“Quale?”
Yuleius si morse il labbro, prese un respiro: “Che tu eri disgustato dalle donne, poiché ecco...” deglutì, gettò un'occhiata alla sorella cercando il suo aiuto: “perché preferivi i...i caproni” Ippolitha non poté trattenere il riso e, per quanto sconvolto, perfino io trovai tanto folle e ridicola quella diceria da non potermi trattenere.
“Se è per questo, Padre” aggiunse Ippolitha: “Ultimamente la bara è obsoleta, sai...ora dicono che dormivi appeso per i piedi ad una trave del tetto a testa in giù come un pipistrello” nascosi la faccia tra le braccia incrociate, stringendo forte le labbra e mutando una risata in uno strano singhiozzo.
Perfino il Principe, pur così arrabbiato, non poté trattenere il tremore delle labbra e un mezzo sorriso: “Oh, che diamine!” esclamò incredulo.
“Non preoccuparti, Padre caro” riprese la fanciulla, ora seria: “Pochi credono a queste sciocchezze, anche se i tuoi detrattori moltiplicano ogni giorno le loro dicerie. Ma è proprio questo il problema: sono ormai talmente tanti ed assurdi i tuoi crimini e tante le contraddizioni, che quasi nessuno crede più ad una sola parola.
Alcuni guitti hanno messo in piazza una commedia che prende in giro non te, ma proprio queste assurdità, mostrandoti addirittura appeso ad una trave per i piedi, ma, alla fine dello spettacolo, si scappellano davanti al pubblico in lacrime dalle risate, dicendo 'Sia onore al grande e compianto Principe Veit di Eldenburg, il giusto e l'amato, e ridiamo con il suo spirito delle idiozie messe in opera dai suoi assassini!' e, a quel punto, la gente esplode in un'ovazione e inneggia al tuo nome.
Naturalmente ci sono coloro che invece non solo credono a queste stupidaggini, ma addirittura le fomentano. Si moltiplicano giovinette e fanciulli che mostrano segni sui polsi e il collo di cicatrici a forma come di morsi di vipera, dicendo come siano sfuggiti ad una morte atroce per mano tua, solo per grazia divina, perché portavano una croce, o perché, pur nel terrore, hanno recitato un Pater Noster, scacciandoti...davvero, sembri giusto uscito dall'inferno, Padre!”
Veit strinse la mascella, innervosito: “Non prendertela, Padre!” protestò Yuleius nel percepire la rabbia del Principe: “È più che prevedibile che vogliano trasformarti in un mostro ed anche il comportamento della gente lo è...l'umanità si comporta così, lo sai bene. Quante volte ci hai messi in guardia dal mobile e stolto spirito delle masse?”
Tante, naturalmente. Ma ora, nonostante tutto, era deluso e ferito: “Sapere che una pugnalata è dolorosa, Yule, non ti mette al riparo dal male che ti procura il riceverla” rispose sottovoce: “Sapete cosa significa tutto questo?” Lo guardammo senza capire, i visi un po' tremolanti dei gemelli oltre la superficie dell'acqua, io, Orijenne incuriosita da quel che doveva parerle una immane stranezza: “Che mostrandomi come un essere infernale, se un giorno dovessi tornare a combatterli, la mia esistenza in vita sarebbe la prova del mio essere imparentato col demonio! Stanno tentando di fare terra bruciata attorno a me, immaginando i miei piani! Ditemi, figli miei, chi sono i miei peggiori detrattori? A parte questi malati di mente che mostrano improbabili morsi sui loro corpi?”
“Oh, ecco...emissari dello Stato della Chiesa, vescovi, alcuni membri della Corte dell'Imperatore, pur se l'Imperatore Corrado, peraltro non in ottima salute grazie al suo morboso attaccamento alla tavola (Corrado il Salico morì infatti nel giugno 1039, in seguito ad un attacco di gotta n.d.a.), diffida chi mette in giro queste voci. Alcuni ti definiscono eretico e, su questo, pure coloro che più ti sono fedeli, tentano di distogliere l'attenzione, Corrado compreso...”
Non avevo mai visto il Principe come un eretico, per quanto le sue idee spesso potessero apparire eccentriche o addirittura rivoluzionarie, almeno non fino a due giorni prima, quando mi aveva rimproverato per la mia avversione verso i pagani.
I gemelli lo confortarono ancora, lo fecero ridere con qualche aneddoto di vita a corte, gli mandarono i saluti e i consigli di Brian che, pure lontano, non mancava di manifestare la propria presenza e di stare loro accanto come padre putativo e ben mascherato.
Ad oltre un anno dalla nostra “morte”, infatti, nessuno era al corrente dell'esistenza di quell'uomo.

“Hai dedicato i tuoi figli alla Madre, straniero?” la morbida voce sommessa di Orijenne mi distolse dai miei cupi pensieri, dopo che lo specchio d'acqua si fu fatto buio.
Veit annuì, immerso nei suoi pensieri: “Già, l'eretico...” commentò secco. Gettò un pezzo di legna nel fuoco, che scoppiettava vivace grazie ad un'apertura naturale nella roccia proprio sopra di noi e attizzò per un po', in silenzio.
Orijenne ne seguiva i movimenti attenta: “Che significa eretico?”
Io levai gli occhi al cielo, il Principe accennò un sorriso: “Qualcuno che dice verità scomode. Soprattutto scomode ai potenti, soprattutto alla Chiesa”
“Che cos'è?” domandò curiosa, gli occhi brillanti nella semioscurità e il viso acceso dal calore del fuoco.
Veit si lasciò cadere sulla roccia piatta, appoggiando la schiena alla parete, una gamba ciondoloni verso il fuoco: “Che cos'è...” ripeté lentamente, riflettendo: “Può essere una costruzione, un tempio, la casa di Dio”
Orijenne lo guardò accigliata: “La che? Ma come possono gli uomini costruire una casa per gli Dei? È la cosa più presuntuosa che io abbia mai sentito!” protestò scandalizzata.
Il Principe sorrise: “Si, lo è. Eppure, a volte, entrare in una piccola cappella, in silenzio, ti fa sentire davvero più vicino al divino, sai? Se non c'è nessuno, se l'aria all'interno è limpida come i pensieri di fede e devozione di chi ne ha cura...gli uomini pensano ti porti vicino al cielo, ma ti porta all'interno, dentro il cuore. E lì, si, senti la Mente Divina battere con te”
Questo, che a me parve davvero eresia, la nostra compagna di viaggio pareva comprenderlo: “Ma non è meglio nel cuore delle Montagne, questo? Dove la Madre e il Padre si sfiorano, la roccia si fonde con il cielo, il silenzio è così grande e profondo che nulla pare poterlo spezzare, non è lì che sei uno con gli Dei?”

Questi discorsi mi facevano rabbrividire, ma più mi preoccupava la calma con cui il Principe discuteva accondiscendendo alle parole blasfeme di quella donna pagana.
Era forse un modo raffinato per arrivare a convertirla, facendo si che ella pensasse di essere nell'errore da sé, senza che ve ne fosse suggerimento alcuno da parte nostra? Eppure egli stesso pronunciava sponte sua parole blasfeme.
“Si, Orijenne, è vero. Là sei esattamente al centro sia del cuore degli Dei che del tuo. È solo un modo diverso, quello raccolto e silenzioso di una cappella, che ti ripara dagli sguardi altrui, dal sole d'estate, o dagli acquazzoni, o dalla neve e dal gelo invernali, là, al sicuro come nel grembo di una buona madre, ti raccogli in preghiera” sorrise: “Ma la Chiesa è anche un'altra cosa. È una struttura politica, creata da uomini avidi di potere, all'uopo di soggiogare le menti ed i popoli al loro volere, travestendolo da volere divino.
Al tramonto di Roma gli imperatori intuirono il grande potere celato nelle interpretazioni successive alla vita dell'Uomo cui il cristianesimo si dovrebbe ispirare e il cristianesimo divenne la religione ufficiale...presero le festività precedenti, le trasformarono dando loro un nuovo aspetto e dichiararono false e opera del demonio tutte le altre fedi. Ora la Chiesa sta diventando sempre più potente e lo diventerà sempre di più, estendendo in ogni ambito e in ogni paese le sue avide dita e soffocando, in un modo o nell'altro, ogni altra voce”
Io ero ammutolito per lo stupore, Orijenne lo guardava senza apparentemente capire: “Parlano di un unico vero Dio ed inveiscono verso gli altri dei, definiti falsi e bugiardi, li trasformano in esseri maligni chiamati demonio, che conducono le anime all'inferno. Hanno inventato il peccato e con esso il senso di colpa, la paura di una terribile punizione divina, così da mantenere i popoli nella schiavitù generata dal terrore e tutto questo nel nome di un Uomo che venne a parlare di amore divino e fratellanza...” terminò tristemente.
“Che cos'è l'inferno?” chiese Orijenne tentando di raccapezzarsi: “Un luogo dove il terribile Dio dei cristiani manda a bruciare i suoi figli peccatori per l'eternità, a meno che essi si pentano e implorino il suo perdono”
“Ma chi sono i peccatori?” Lui ci pensò un po' su: “Tutti. Tutti sono peccatori, in un modo o nell'altro, e tutti devono implorare il perdono del Padre. Così il potere dei suoi emissari diventa grande.”
Orijenne rise: “Ma tu hai dedicato i tuoi figli alla Madre, straniero! Tu non temi il castigo divino?” lui sorrise di sottecchi, giocherellando con un rametto cresciuto in una fessura della roccia: “Credo di aver aperto gli occhi da molto. Ho conosciuto troppo da vicino la verità di quella gente, il loro volto nascosto e, allo stesso tempo, ho sempre sentito un richiamo...credo nel messaggio di quell'Uomo nel nome del quale hanno costruito la loro religione ed a questo mi attengo, spogliandolo dei fronzoli di cui lo hanno rivestito e cercando nelle parole alterate dalle molte riscritture il senso autentico. E poi affido me stesso alla Madre, poiché è stata la mia salvezza, da che ho memoria”

Lei gli si sedette di fronte, a terra, le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia: “Raccontami”
“Ero molto solo. Finché mio padre ebbe vita, mia madre si comportò rettamente e si occupò di me come è uso fare in ogni buona famiglia, ma non sentii mai calore umano da lei, né tantomeno amor di madre.
Mio padre era un uomo giusto e certo mi amava, ma troppo spesso era assente o impegnato nelle questioni del regno e, purtroppo, di quelli più prossimi. L'Imperatore Ottone e poi Enrico, gli trovavano sempre nuovi incarichi da portare a termine o ne cercavano aiuto o consiglio ed egli si metteva in viaggio per raggiungerli, dove che fossero.
Lo vedevo poco e non riuscivo a confessargli i miei malesseri e la mia solitudine, non come avrei voluto.
Non mi era permesso giocare con i figli dei sudditi, non avevo fratelli o cugini, avevo sempre studio, lezioni di equitazione, di armi, di lotta e poi altre mille incombenze e stupidaggini da principi...o dovrei dire da principesse madri esigenti e tiranne. Quando non ne potevo più e la tristezza e la solitudine mi opprimevano, fuggivo nei giardini, se mi era possibile uscivo dal castello da qualche passaggio segreto e correvo nei boschi. Abbracciavo la Terra, mi aggrappavo all'erba che cresceva forte, alle radici e piangevo chiedendo conforto...e, sempre, il conforto arrivava.
Sentivo battere il cuore della Madre nelle profondità del terreno umido, nelle rocce calde di sole, mi sentivo abbracciare, potevo percepire un senso di dolcezza amorevole che mai avevo avuto dalla donna che mi aveva generato. Serbai sempre queste cose in segreto dentro di me, meditandole. Io ero terra e vento, pioggia e fuoco e non vedevo peccato in questo, sentivo invece che niente era più sacro e divino, anche se sapevo essere certamente blasfemo per i miei preti precettori o per i loro superiori.
Compresi molte cose alla morte improvvisa di mio padre...allora fui solo come nessuno può esserlo nel mondo, solo e senza possibilità di gridare la mia verità.
Sapevo che mia madre era responsabile della sua morte e presto lei mi vendette a coloro che ancora oggi reclamano la mia testa o la mia anima e possibilmente entrambe.
Quel legame con la Madre, con i sacri elementi che avevo creato negli anni furono, credo, ciò che mi permise di non impazzire, almeno...non del tutto e ciò che mi salvò la vita, per quel che me ne rimaneva. Così, alla nascita dei gemelli, nascosi nei loro nomi le due metà dell'anno, l'una di fronte all'altra, a scandire il ritmo divino delle stagioni e insegnai sempre loro ciò che dovevano sapere sulla Religione d'Oriente, per non essere mai tacciati di eresia, pure, sebbene in segreto, tutto ciò che appartiene alle antiche conoscenze, al tempo magico prima della Chiesa, alla saggezza che dalla Terra viene da quando esiste il tempo e, sopra ogni cosa, insegnai loro a vedere, ad ascoltare, a pensare.
Ho cercato di essere il migliore dei padri, per i miei figli e per il mio popolo, ma ora...non sono che un mostro che si nutre di sangue innocente!”
Ascoltai bevendo ogni parola del racconto del Principe: mai ero stato a conoscenza di questo suo aspetto, in tanti anni, mai egli si era aperto ad alcuno, almeno così immagino, così profondamente.
Ripensai a quella terribile notte di ottobre di parecchi anni prima, nei sotterranei. Così duro doveva essere stato sopravvivere e rimanere padrone della propria mente, assalito dall'orrore!
Mi rannicchiai nel mantello e finsi di dormire.

Qualcosa mi svegliò all'alba, forse un rumore, o semplicemente i miei sensi di vecchio combattente erano sempre all'erta. Mi voltai verso l'apertura della roccia e sobbalzai alla vista di due luci dorate, oblique, che mi fissavano. Sbalordito mi resi conto che, quello che dapprima mi era parso un grosso lupo, era in realtà un uomo intorno ai vent'anni, dai lunghi capelli striati di diversi colori, il naso leggermente aquilino nei tratti decisi e un abbigliamento barbarico.
La mia spada scattò verso di lui, ma non feci in tempo a puntargliela alla gola che questo, ancor più rapido, la afferrò di piatto con entrambe le mani e mi lanciò un'occhiataccia indicando alle mie spalle con la testa.
Il Principe e Orijenne non erano, come la mattina precedente, uno di fronte all'altra con le mani intrecciate, ma entrambi avvolti nell'ampio mantello di lui, lei con la testa sulla sua spalla, lui con la guancia appoggiata alla sua fronte, che se la teneva stretta, quasi preoccupato che potesse scomparire.
Mi intenerirono: “Che vuoi da loro?” sibilai in lingua franca, sperando mi capisse.
L'uomo sorrise, un sorriso obliquo che mise in risalto un canino scintillante e mi rispose nella mia lingua: “Hai un pessimo accento, straniero” aveva una strana voce, allo stesso tempo musicale e un po' roca, che faceva pensare ad un ringhio: “Dunque?” ripetei, gettando rapide occhiate verso i miei protetti: “Lei ci è cara” rispose quello indicando Orijenne: “Per lei mi preoccupo. Voi non contate nulla” mi guardò in uno strano modo, reclinando leggermente la testa come fanno a volte i cani.
Indossava una pelle di lupo che doveva essere piuttosto vecchia, tanto che perdeva ciuffi di pelo qua e là e aveva, tutto intorno alle spalle e al collo, sotto le clavicole, un tatuaggio ad intrecci di zanne, musi di lupi e strani simboli a me ignoti: “Tu! Sei tu il Figlio della Madre dei Lupi?”
Quello socchiuse gli occhi, quegli occhi strani, obliqui e di un colore ambrato come la cervogia, brillanti nel buio come quelli de' gatti o de' lupi: “Hai intuito, straniero. Ci hai messo meno tempo dell'ultimo che ho sbranato...trent'anni fa, durante la guerra” ridacchiò.

Intuii che non mi avrebbe fatto del male, ma si stava divertendo, giocando con me come il gatto...il lupo col topo.
Guardingo si voltò verso il Principe, ancora avvinto alla sua amata e mi resi conto che egli aveva la mano ferma sull'elsa della spada appoggiata al fianco. Era ben sveglio, probabilmente da quando quello strano essere era entrato nel nostro rifugio.
Ora aveva aperto gli occhi ed osservava il giovane lupo incuriosito e divertito: “Dunque, tu sei il delfino della Madre dei Lupi...” considerò. “Dunque, tu sei l'uomo che prega...” constatò la Creatura.
Si sorrisero, Veit lasciò la spada e Orijenne, che pareva sfinita, gettò le braccia al collo del nuovo venuto, parlandogli in una strana lingua dal sapore arcaico.
Lui rispose allo stesso modo, al principio, osservato attentamente dal Principe, affascinato da quel linguaggio. Ciò che i due Valdombriani si dissero, peraltro, non dovevano essere buone notizie, perché vidi Orijenne rabbuiarsi.
“Non preoccuparti, ne verremo a capo, in ogni caso ora è al sicuro e guardato a vista da due Fate Lupo giorno e notte” disse poi la Fata in lingua franca.
Orijenne era turbata, più stanca del solito, mi parve, come le notizie stesse l'avessero sfinita. Mi sorpresi: da giorni camminava per molte e molte ore, correva sui dirupi, il giorno prima aveva fatto quel lungo giro per procurare un'altra sella e qualche provvista, senza che dovessimo entrare in un villaggio locale ed era arrivata correndo con la sua lince al fianco là sul colle, senza nemmeno mostrare segni di fatica.
Sapevo bene quanto il Principe si fosse preoccupato nei mesi precedenti e avevo ben visto l'espressione turbata, lo sguardo velato e sfinito per un attimo quando l'aveva interrogata su cosa fosse successo, ma ritenevo, qualsiasi cosa fosse accaduta, si trattasse di un evento ormai lasciato indietro, di cui in lei non rimaneva traccia, se non qualche brutto ricordo.

Anche lo sguardo del Principe, ora che il viso mi era ben in vista, mi colpì come un pugno nello stomaco: pensavo che l'aria stessa della Terra d'Ombra lo avrebbe sanato dai suoi mali, che la sua medicina fosse quella deliziosa creatura che ancora teneva tra le braccia, che la felicità che dal giorno precedente lo aveva travolto non avrebbe lasciato spazio ad alcun male...mi sbagliavo.
Per quanto il suo sorriso fosse radioso, mi resi conto che era più pallido e gli occhi avevano assunto un pesante grigio piombo. Le labbra stesse erano livide, segno che il male si stava avvicinando rapidamente.
Sentivo la bocca asciutta: lui non sembrava ancora essersi reso conto di essere prossimo ad un attacco, forse troppo perduto nella sua beatitudine.
Il Lupo Giovane posò una bisaccia e ne estrasse delle pagnotte di segala, un grosso formaggio e una bottiglia di un liquido rosso rubino: “Vinello Valdombriano fresco e leggero, ottimo per il viaggio” spiegò.
Orijenne lo guardò sospettosa: “Sicuro che sia solo un vinello? Mi ha tanto la faccia da Vin Folletto” constatò con una smorfia. Il Lupo rise: “Ne ho messo un po', giusto la quantità per tirare su il morale e scaldare i cuori senza effetti...indesiderati” sorrise con quel suo canino scintillante.
“Effetti indesiderati?” s'informò il Principe: “Si, ecco...” iniziò Orijenne: “È ottimo e mantiene il corpo e la mente in buona salute, ma...se si esagera...insomma, si vola via. Quando sei sbronzo ti sollevi di parecchio da terra ed è difficile riportarti giù, ma se non lo si fa e non si àncora l'ebbro individuo al suolo...quando passa l'effetto può essere molto doloroso”
Scoppiammo a ridere, ormai essendoci fatti abbastanza idea di quella terra da non stupirci di una simile follia: “Beh” esclamò il Principe: “Una volta o l'altra sarebbe interessante provarne gli effetti...ben attaccati ad una corda”.

Il Lupo Giovane ci spiegò di essere da noi per condurci alla grotta del loro branco: il tempo stava mutando rapidamente e presto sarebbe arrivata una tormenta, uno di quei colpi di coda dell'inverno che si fanno più feroci giusto per ricordare la sua forza, anche se prossimo a lasciare il mondo.
Sarebbe durata un paio di giorni, non di più, e lui poteva rallentarne l'arrivo, ma non di molte ore. Entro sera avremmo dovuto essere alla grotta, dove, presto, ci avrebbero raggiunto i Signori dei Segreti per curare il Principe straniero.

Orijenne era molto contrariata: “Dovevamo essere noi ad andare alla Sala Consiliare!” protestò: “Non c'è tempo!” rispose il Lupo: “Non potrà certo andare con la tormenta e perderemmo due giorni, più un altro per arrivare al Consiglio. Non può aspettare tanto, è un miracolo che ancora stia bene, inoltre non può pensare di fermare il male, ora, con gli intrugli dei suoi alchimisti, sarebbe solo un ulteriore danno!” Lei fece per protestare nuovamente, ma lui la interruppe: “Lo so, la Sala di Guarigione è il luogo più magico e sacro delle Tre Valli, ma la grotta dei Lupi lo è quasi altrettanto” Si voltò verso di noi: “La Sala di cui parla la strega è stata usata per migliaia di anni come luogo sacro, dove portare gli afflitti da mali terribili, quelli che nessuno sa curare, per trovare guarigione e pace. Era già antica prima che i ghiacci ricoprissero il mondo, nell'Età d'Oro ai tempi dei Re Guaritori, ma...non è l'unico posto dove tu potrai trovare ciò che ti occorre, principe straniero. La nostra grotta sarà un buon posto, non puoi aspettare tanto, né passare i tuoi giorni passeggiando per le Valli”
Il Principe sorrise sereno: “Andrà benissimo, ne sono certo e comunque” strinse la mano della strega: “Ho qui con me la mia medicina”
A quelle parole mi sentii assalire dalle vertigini. Per quanto ci fosse Orijenne con noi, non potevo pensare a cosa sarebbe successo di lì a poche ore, quando il male lo avesse stretto nella sua morsa. Mai, in più di trent'anni, aveva superato un attacco senza pozione!

Il Lupo Giovane, intanto, prese ad osservare affascinato la spada del Principe, sfiorandola con la punta delle dita, con reverenza: “Posso?” domandò indicandola. Veit gliela porse e lui la rigirò delicatamente, ne saggiò il bilanciamento, la linea, osservò attentamente le iscrizioni e i fregi: “È splendida, straniero. Non ho mai visto niente di simile nel vostro mondo, non pensavo il tuo popolo fosse capace di tanto” Il Principe sorrise: “Un regalo del Principe mio padre per i miei sedici anni, che...non potè darmi. La fece fare, mi raccontano, alla mia nascita e la nascose al sicuro, nel castello, affidandola al Ciambellano quando si rese conto di essere alla fine...io la ottenni con i suoi auguri, sei anni dopo la sua morte, quattro anni dopo la mia ascesa al trono” raccontò amaramente.
“Tuo padre era un grande uomo, straniero” commentò il Lupo, la testa reclinata di lato in quel suo caratteristico modo.

Uscii con la scusa di una necessità per nascondere la preoccupazione: avevo la nausea.
Il tempo si stava guastando, il cielo si era fatto di un grigio cupo che mi ricordava gli occhi del Principe in quel preciso momento, l'aria aveva un odore freddo, di temporale e di neve.
Tuffai la faccia nel ruscello, mi tolsi gli abiti e mi lavai cercando di allontanare quella sensazione appiccicosa che l'ansia mi lasciava addosso. Quando, tremante per il calo rapidissimo della temperatura, mi rivestii mi trovai faccia a faccia con il Lupo: “Ora io farò in modo che il tempo tenga fino alla metà del giorno, anche oltre se verrò ascoltato, ma, ascoltami tu, guerriero!
Il tuo Signore starà male, molto male. Non lo può immaginare, non ancora, ma la malattia sa di essere prossima alla sconfitta e le nere serpi che i malvagi hanno innestato nella sua anima cercheranno di distruggerlo, si faranno più furiose di quanto mai siano state.
Stanno crescendo, gonfiando le loro spire mostruose dentro di lui, rapide e silenziose: nessuna creatura vivente muore senza combattere!
Gli ho dato quel vino perché possa aiutarlo a tenerle a bada, è una buona medicina se non si esagera, buona per tutti i piccoli malanni, ma...non sarà sufficiente, se non qualche breve momento e se non a dargli un po' più di vigore.
Soffrirà, sarà divorato da febbri e allucinazioni. Sarà pericoloso, molto.
Il tuo sire è un valoroso, abile e scaltro in battaglia: si getterà su coloro che gli parranno mostri, nemici o demoni, come una furia, deciso ad uccidere. L'unico modo per fermarlo potrebbe essere...” si fermò, gli occhi ambrati obliqui piantati nei miei: “Ucciderlo e con un solo colpo, mortale ed immediato” lo guardai inorridito, gli saltai al collo, benché fosse armato e più alto di me di tutta la testa: “Nessuno colpirà il Principe! Tu vaneggi, bestia selvaggia, mai il mio Sire leverebbe la sua mano verso un innocente!” egli mi spinse indietro senza alcuno sforzo, con una sola mano: “No, non lo farebbe mai, ma egli non saprà di avere intorno persone care o innocenti! Per lui saremo i demoni e le serpi che lo stanno divorando, penserà, anzi, che quei mostri abbiano ucciso noi e lotterà disperato per difenderci, incapace di riconoscerci.
Ma ucciderlo non è quello che vogliamo, non lo abbiamo portato fino qui per farlo secco, Cavaliere! Lo terremo d'occhio, e non appena mostrerà segno di perdere il senno, lo legherò con questa corda” disse mostrandomi una strana, lunga corda argentata e all'apparenza molto morbida, ma robusta: “Non è fatta dagli uomini, ma dal mio Popolo. Nessuno, legato con essa, può liberarsi, né è possibile tagliarla con armi umane, ma...” si voltò a guardare verso la roccia: “La spada del Principe non è una spada normale. Deve essere molto antica, possiede una grande magia. È fatta con ferro celeste fuso con argento elfico e polvere di scaglie di drago, tanto che le inscrizioni sono state fatte mentre ancora il metallo era caldo...chi le fece deve averci lasciato gli occhi e probabilmente qualche dito. Quindi non dovrà poterla usare, o sarebbe la fine. Nel suo stato bloccarlo con un incantesimo potrebbe ucciderlo...i suoi nemici sono stati terribili e terribilmente abili. Non ho mai conosciuto qualcuno ferito così nel profondo, tranne...” si fermò, lo sguardo duro e distante, scosse la testa come a scacciare un pensiero e strinse le labbra, poi riprese: “Quindi bisognerà disarmarlo, prima che possa agire. Consiglio di togliergli le armi con una scusa appena partiamo”

Non mi accorsi, in quel momento, di avere la lince ad un passo, attenta ad ogni parola, come avesse potuto comprendere i nostri discorsi.
Ero sconvolto, non potevo credere che il Principe avrebbe mai attaccato qualcuno innocente, tantomeno chi gli era caro, pur se divorato dalle febbri e corroso dal suo male crudele. Non potevo crederci, ma tenni la spada al fianco quando partimmo, poco dopo.
Gli occhi del Principe si erano fatti più scuri, le labbra più livide, ma il sorriso era radioso, la schiena eretta e la mano ferma. Forse, dopotutto, il Lupo si era sbagliato e tutto si sarebbe risolto con un gran mal di testa.
In quei giorni Orijenne non aveva mai voluto salire a cavallo, dicendo di non voler gravare sulla sua groppa più di quanto non facessimo già noi, ma la Fata le disse di salire con il Principe, già ben avvolto nel mantello: “Tienilo al caldo, Orij” le intimò.
Veit la sollevò con una mano, se la sistemò davanti tenendola ben stretta, felice di quel cambiamento e nascose la faccia contro il suo collo. La adorava.
Non avevo mai visto nessuno così profondamente innamorato, così folle di devozione per un altro essere. Avrebbe potuto essere divorato dalla peggiore delle febbri, vittima delle più terribili allucinazioni, ma ero certo che mai, mai, avrebbe attaccato quella donna.
Non era che un mio pensiero, ma, chissà, forse anche il Lupo la pensava così.

Il freddo si era fatto pungente, io ero furioso con Vehar per via del Principe, più ancora con me stesso perché, segretamente, temevo avesse ragione.
Lui correva ai lati del sentiero, spesso avanti a noi, saltando di quando in quando su un'altura o una roccia in osservazione.
Verso metà mattina ci indicò un villaggio: “Là” disse: “Il villaggio di Orijenne”.
Sotto di noi un pugno di case sparse in mezzo ad un pascolo, a pochi passi da un fiume cristallino e, dall'altra parte, da una pineta. Al centro del villaggio era un cerchio di pietre in piedi, e al centro di questo vedevo salire un filo di fumo. Una donna dai lunghi capelli castani e abito grigio chiaro restò per un po' in silenzio accanto al cerchio, poi vi entrò, depose qualcosa che mi parve una ghirlanda, attizzò il fuoco, appoggiò la fronte alla terra e uscì, dirigendosi alle sue incombenze.
Contai nove case, più altre tre un po' più discoste e, tra gli alberi, intravvidi qua e là, qualche altro frammento di tetti.
Il Principe osservava in silenzio, tenendola sempre ben stretta: “Qual è la tua casa?” le sussurrò sfiorandole la tempia con il viso: “Là, vicino al ponte, con il fienile verso la pineta, vedi?” si, si vedeva bene, era una di quelle un po' in disparte: “La casa della Strega e Capo del Consiglio di Borgo” spiegò il Lupo.
La lince sospirò rumorosamente, evidentemente desiderosa di potersene tornare a casa, poi riprese il cammino, voltandosi a guardarci seccata, come a suggerirci di sbrigarci: “Hai voglia di tornare, vero?” sentii dire al Principe: “Non molta, a dire il vero” pensai di aver capito male, anche il Principe si scostò da lei per poterla guardare: “Eh?” lei scrollò le spalle: “C'è qualcuno che mi pesa rivedere. Ora se ne occupa la donna che hai visto entrare nel Cerchio, e con lei il resto del villaggio. Io vorrei quasi non tornare...”
Ci scambiammo un'occhiata: un fidanzato? Un marito?
Vehar, in piedi poco più in là scrollò le spalle: “Il nonnetto è innocuo, ora, non ricorda molto dei mesi scorsi, Orij. E io ti ho promesso che scopriremo cosa sia successo”
Bene, pensai, chiunque fosse “il nonnetto” era improbabile che potesse trattarsi di un concorrente per il cuore della piccola Orijenne.

Veit si morse il labbro, appoggiando nuovamente la guancia contro di lei, gli occhi chiusi.
Cominciava a peggiorare: era pallido, stringeva le labbra livide, la fronte corrugata era imperlata di sudore.
Alzai gli occhi al cielo plumbeo e corsi avanti, accostandomi al Lupo: “Sta male, quanto manca ancora?”
Lui scosse la testa, indicandomi la parete ben avanti, sulla quale si inerpicava la mulattiera: “Non ci arriveremo prima di sera, tantomeno con lui in queste condizioni, ci tocca andare al passo, almeno fino alla mulattiera. È lucido, per ora, dobbiamo continuare prima che arrivi la tormenta”
Si fermò e attese che il cavallo nero ci si accostasse: “Come ti senti, straniero?”
Il Principe aprì gli occhi: erano rossi e lucidi per la febbre, uno spesso anello scuro circondava l'iride, dandogli un aspetto inquietante.
Guardò Vehar per un istante, come non riuscisse a metterne a punto l'immagine, poi sorrise stancamente: “Va tutto bene, sono al caldo vicino alla cosa più morbida e dolce del mondo. Non può accadermi nulla di male, Lupacchiotto” aveva la voce affaticata e arrochita.
“Non possiamo fermarci ora, dobbiamo raggiungere la parete prima della tormenta, o saremo del tutto allo scoperto” rispose il “lupacchiotto” accigliato e gli diede da bere qualcosa dalla borraccia.
Mi accorsi che quel gesto nascondeva l'intento di controllarlo più da vicino. Scambiò uno sguardo preoccupato con Orijenne, ma saltò giù dalla roccia come niente fosse: “Forza, principe cagionevole, reggiti alla tua bella strega e muoviamoci”

Cavalcammo per pressappoco un'altra ora, contro il vento che soffiava verso di noi, sempre più gelido e arrabbiato.
Le montagne erano quasi completamente coperte da pesanti nubi di piombo e solo il Lupo Giovane e la lince non sembravano patire quella situazione.
Il Principe si stringeva ad Orijenne, avvolto nel mantello fino alla testa, lei gli teneva strette le braccia attorno alla propria vita perché non mollasse la presa, ormai al limite dello sfinimento: “Manca poco, coraggio” gridò Vehar oltre il sibilo gelido. Mi avvicinai al Principe, gli toccai una spalla, non parve sentirmi.
Temendo che potesse perdere i sensi e cadere, gridai ad Orijenne di fermarsi, che volevo legargli i polsi con le briglie per assicurarlo al cavallo, ma lei scosse la testa: “Lo tengo, non abbiamo tempo, la neve di riporto sta già arrivando e tra poco arriverà quella...” alzò gli occhi verso le nubi: “...nuova”

Mi parve che il Principe avesse sentito, forse tentò di dirmi qualcosa che non fui in grado di sentire.
“Muoviamoci” disse accelerando l'andatura. La lince e il Lupo correvano come il vento, fermandosi spesso a controllare che li seguissimo da vicino.
Poco dopo mi resi conto che la parete era ormai molto vicina, incombeva su di noi nera come la pece, apparentemente minacciosa, ma protettiva. La nostra salvezza.
Forse non sarebbe accaduto nulla, forse il Principe, pur stando male, come lui stesso aveva detto, era abbracciato alla sua medicina e niente gli sarebbe accaduto.
Spinsi il cavallo ad andare più forte, per quanto possibile sul terreno accidentato e ormai coperto da un sottile ed insidioso strato di neve fina e asciuttissima, più scivolosa dell'olio e con la tormenta contro. Ci siamo quasi, ci siamo quasi, mi ripetevo. Poi sentii un grido alla mia destra.

Il Principe non era caduto da cavallo, pareva si fosse gettato di proposito, atterrando fortunatamente su morbide zolle.
Era in piedi, gettò a terra il mantello cadde in ginocchio tenendosi le braccia attorno al ventre, un grido lacerante.
In un battito di ciglia, Orijenne e io fummo al suo fianco e meno di un istante dopo anche Vehar era con noi e lo sosteneva: “Guardami! Guardami!” gli ripeteva, reggendolo in piedi come un pupazzo di stracci e cercando di costringerlo a tenere alto il viso e a guardarlo: “Sei al sicuro, sei in salvo, straniero! Guardami, riconoscimi!”
Lui non pareva sentire, scosso da tremiti violenti. Afferrai il mantello a terra e glielo avvolsi attorno alle spalle e mi accorsi che al fianco aveva la spada, che ore prima gli avevo fatto togliere. Sentii salire una vampata di calore, nonostante il gelo: possibile che, sotto l'apparente normalità, da ore, forse dal mattino stesso, il Principe cominciasse a perdere la ragione e si sentisse minacciato?
Dovevo levargliela, a tutti i costi.
Con l'aiuto della Fata lo avvolsi strettamente nel mantello, frizionandogli vigorosamente le spalle e i fianchi e parlandogli per dargli coraggio, intanto avvicinavo le mani al cinturone per slacciarglielo senza che se ne accorgesse.
Avevo appena toccato il fodero quando mi sentii afferrare il polso non da una mano, ma, si sarebbe detto, da un artiglio dalla forza sovrumana.
Restai immobile per un interminabile istante e poi egli gridò, non più con dolore, ma con una rabbia che non credevo possibile in alcun essere, per quanto ferito, per quanto feroce.
Mi torse il braccio come fossi stato di pezza e mi gettò a terra, gettando a terra perfino Vehar, ben più grande di lui e dotato, come avevo avuto modo di rendermi conto, di forza ben superiore a quella umana, afferrò la spada, la roteò velocissima, facendola sibilare più del vento.
Mio Dio, pensai, cosa gli è successo?

Il nobile, caro viso, sempre gentile e pronto al sorriso, era una maschera dai tratti deformati dal dolore e dalla ferocia, gli occhi nerissimi, di un nero innaturale, quasi covassero una sorta di fuoco infernale nel fondo, iniettati di sangue, la follia si manifestava in ogni suo gesto, nel ruggito che era diventata la sua voce.
Vehar seguiva impassibile ogni suo movimento, la spada roteava sempre più rapida, lui balzò verso di me gridando: “Mostro! Mostri dannati, assassini!” gridai, mi riparai con il braccio, riuscii ad estrarre la mia spada per parare i suoi colpi: “Sire, sono Reichard! Sire, torna in te, ti prego!” sapevo come era in grado, da sano, di far volare le teste dei nemici con un solo fendente, sapevo che, se anche fossi riuscito a parare il suo colpo, se la spada non fosse andata in pezzi, essendo a terra, mi avrebbe spezzato il braccio.

Il colpo non arrivò mai: gridò ancora, con più ferocia di prima, gli occhi folli che seguivano immagini di chissà quali demoni, avvolto dalla corda argentata del Lupo, che gli si stringeva attorno al corpo come dotata di volontà propria.
Pure, brandiva ancora la spada e cercava di roteare il polso per tagliarla, col rischio di ferirsi, forse uccidersi...esitai, per un attimo, sapendo che avrei dovuto tagliargli la mano, piuttosto, ma non feci in tempo: una saetta argentata si scagliò verso di lui conficcandogli le zanne nel polso.
Eppure, nonostante il dolore, Veit, o chiunque in quel momento ne abitasse il corpo martoriato, non mollò la presa, scagliò lontano la lince, rivolse la spada, senza comprendere quel che facesse, verso la corda e se stesso.
“BASTA!”

Orijenne era in piedi, il mantello a terra, a pochi passi da lui. Lo vidi barcollare, la spada bagnata del suo stesso sangue, osservare la donna con occhi socchiusi, esitare, scuotere la testa cercando di riconoscerla.
Pochi istanti, schiacciato dal dolore e dalla febbre, vittima dei suoi incubi, avanzò verso di lei puntandole la spada alla gola con il braccio sanguinante, in parte libero dalla fune.
Il Lupo, io, la lince non osavamo muovere un muscolo, fissavamo la scena immobili cercando l'istante per saltargli addosso e disarmarlo.
Lei lo fissava a sua volta, eretta e fiera, indifferente alle sue minacce, armata solo della daga al fianco, nulla contro la spada bastarda del Principe (spada bastarda non è un insulto, si tratta di una spada lunga ad una sola mano, che può essere usata a due mani n.d.a.).
Avevo ogni muscolo dolorante per la tensione, mi muovevo con infinita lentezza, ben sapendo quanto il mio Signore avesse la capacità di vedere anche dove gli occhi non arrivavano e di intuire le mosse degli avversari prima ancora che essi stessi le pensassero.
Lei attese, lo lasciò avvicinare fin quando la punta della lama non fu che ad un passo da sé, poi levò la mano aperta verso di lui, come afferrando l'aria: “Fermo!” disse con una voce così bassa che parve arrivare da sottoterra.
Il Principe si bloccò di colpo, aprì la bocca come per gridare, ma non ne uscì alcun suono.
Gli occhi sbarrati, confusi, saettavano intorno alla ricerca di qualcosa, forse un nemico, forse una risposta, forse semplicemente cercando l'aria che pareva mancargli.
Portò una mano al ventre, come a coprire una ferita, fece ancora un passo, esitante, lei strinse la mano, quasi afferrando qualcosa...e la vidi: una lunga, terrificante serpe nera dalle molte teste, guizzava sibilando nell'aria, più orrenda dell'inferno.

Il Principe gridò, lasciò cadere la spada e a sua volta cadde in ginocchio, l'aria carica di neve che gli turbinava attorno avvolgendolo, quasi attratta dal suo dolore. Orijenne, rapidissima, strinse le molte teste della bestia in un laccio di luce che, come un cappio, tirò, strappandola fino alla coda dal corpo di Veit.
Inorridito vidi la bestia sibilare con tutte le bocche mostruose, estrarre lingue venefiche e cadere a terra, pesante, materiale, nauseabonda. Vehar ringhiò in una lingua sconosciuta, la cosa morente ai nostri piedi fu avvolta da una fiamma azzurra e in essa scomparve.
Avevo già visto quelle cose, molti anni prima, ma non così reali, così mostruose, così vicine.
Mi ci volle qualche respiro per scacciare la nausea, alzarmi e tornare stabile sulle ginocchia, poi corsi dal mio Sire, a terra esanime.

Vehar gli stava bendando il braccio sanguinante, Orijenne lo liberò dalla corda che ancora stringeva metà del suo corpo, lo sollevai, lo scossi, lo chiamai. Lui aprì gli occhi a fatica, guardò verso il suono della mia voce, al principio senza vedermi, poi socchiuse gli occhi, ora privi di quel fuoco di follia di poco prima ed accennò un sorriso: “Sei vivo?” sussurrò a fatica: “Si, mio Signore, siamo tutti vivi, stiamo bene, tu stai molto male e sei ferito” gli dissi.
“Mi bruciano” sussurrò ancora più piano, ancora più a fatica.
“Non temere, ti guariremo, ora se ne sono andati, sai, siamo al sicuro qui...devi solo riposare e stare al caldo. Orijenne ti ha salvato!” dissi sperando di fargli bene. Richiuse gli occhi, sorrise a quel nome, la testa cadde sul mio braccio, esanime.
“Si salverà?” domandai al Lupo.
Lui tagliò di netto metà del mantello di Orijenne, morbidissimo e caldo, glielo avvolse strettamente attorno al busto, poi lo avviluppò nel suo ampio mantello nero e lo sollevò come un pupazzo, caricandolo a cavallo e montando con lui: “Si, se non perdiamo tempo” rispose e partì al galoppo, sfidando il turbinare di quella neve fina e ghiacciata, verso la mulattiera che si inerpicava ormai poco lontano.

Orijenne indossò alla meglio la parte rimasta del mantello, montò a cavallo afferrando la lince acciaccata dalla botta e mi fece cenno di muovermi. Raccolsi la spada del Principe e montai alle sue spalle, resistendo alla tentazione di abbracciarla.
La neve aveva reso scivoloso il sentiero, ma la sera era ormai prossima e noi non potevamo perdere tempo.

Seguimmo Vehar da presso cercando di non farci distanziare, che pochi passi celavano ogni cosa alla vista e, dopo quel che mi parve un tempo interminabile, arrivammo in vista della grotta dei Lupi, al cui ingresso ci attendeva una donna dall'aspetto formidabile.
Compresi di trovarmi di fronte ad Ellara, la Madre dei Lupi, prima ancora di fermare la nostra corsa.
Ella prese il Principe dalle braccia del figlio come fosse stato senza peso e lo portò dentro la caverna, mentre noi smontavamo e portavamo i cavalli entro una seconda apertura che Vehar ci indicava: “Saranno più tranquilli, qui” disse entrando e legando le briglie ad una radice sporgente dalla parete: “Hanno paglia, acqua, riparo e quiete. Di là sarebbero più nervosi”
Subito non capii, li liberai dalle selle e seguii i miei compagni nella caverna accanto. Entrando, e scrollandomi la neve di dosso, mi venne naturale esclamare: “Ma che tempo da lu....” Vehar mi guardava in quel suo modo interrogativo, la testa reclinata, un sopracciglio inarcato: “...certole!” conclusi e, guardatomi attorno, mi resi conto di essere davvero in una grotta dei lupi: almeno una ventina di quelle grosse bestie se ne stavano quietamente acciambellate su giacigli di paglia, rosicchiavano qualche osso o si lavavano vicendevolmente, pacifici e indifferenti. Deglutii e seguii cautamente Orijenne verso il fondo della caverna.
La Madre dei Lupi aveva coricato il Principe su un caldo giaciglio di paglia, lo aveva avvolto in coperte di uno strano filato e ora gli stava ripulendo la ferita da cui aveva tolto le bende improvvisate, mentre Vehar pestava un intruglio verdastro dall'odore di palude.
Orijenne sedeva accanto a lui, tamponandogli la fronte e il viso, spesso lasciandogli scivolare tra le labbra acqua fresca. Mi sentivo inutile.
“Presto arriveranno i Signori dei Segreti” mi sussurrò Orijenne: “Non aspetteranno la fine della tormenta, se la serpe si rigenera tutto sarà più difficile” la guardai sorpreso: “Si rigenera?” lei alzò gli occhi profondi su di me: “Quelle mostruosità sembrano lasciare in lui delle maledette radici. Le strappi via, le bruci, ma prima o dopo di riformano, come...come restassero uova nel suo corpo, nel suo spirito. Per questo non poteva guarire”
Sapevo che aveva ragione, ma quel giorno, là in mezzo al pascolo nella tormenta, avevo davvero creduto che per quella bestia fosse stata la fine. “Perché?” domandai, appoggiandomi alla parete alle mie spalle.
Orijenne scrollò le spalle: “Incantesimi. Malefici...loro...loro sono così malvagi, così assolutamente imbevuti di una malvagità densa e vischiosa, da provare una gioia assoluta nella sofferenza degli altri, soprattutto di chi è il loro opposto. Lo hanno ferito così profondamente! Hanno fatto in modo di mettere dentro di lui tutto il loro male, la loro oscurità corrotta, versandogliela dentro come veleno, sporcandolo, corrompendolo, ma...lui era incorruttibile. E invincibile. Per questo il veleno continua a ricrearsi, a generare quelle cose orrende”

Un po' alla volta il Principe smise di tremare, anche se rimase molto agitato. La ferita al braccio pulsava sotto le bende, verdastre per la poltiglia del Lupo, ma aveva smesso quasi subito di sanguinare e la mano non era gonfiata per nulla. La febbre era ancora alta, ma, nonostante il respiro affannato e il dolore che provava ovunque, non mostrava segni di delirio. A tratti cadeva in un sonno agitato, da cui emergeva madido di sudore e all'apparenza più sfinito di prima, sicuramente preda di incubi.
Non si lamentò mai, solo sussurrò un paio di volte il nome di Orijenne, che non gli si allontanava mai, e chiese acqua qualche altra volta.
Un'altra volta, mentre la strega gli faceva scivolare acqua fresca tra le labbra, lo sentii sussurrare “Brucia...”
“Si sente bruciare da dentro, come avesse il fuoco delle profondità della terra” spiegò Vehar: “Lo sta combattendo. Prima dell'alba i Guaritori saranno qui”

Mi avvicinai all'ingresso della grotta: era notte fonda, la tormenta non accennava a diminuire e pareva di essere piombati in un inverno senza fine. Il sentiero era ormai coperto da una spessa coltre bianca e, appena oltre, non si vedeva più nulla se non vento carico di minuscoli fiocchi ghiacciati. Come avrebbe potuto arrivare qualcuno in una notte simile?
Mi assopii accanto al fuoco, stordito da quella giornata interminabile e cullato dallo scoppiettio delle fiamme. Mi parve di aver dormito il tempo di un respiro, quando una sorta di ringhio sommesso mi destò d'improvviso. La Madre dei Lupi stava creando un cerchio di sabbia bianca e brillante, emettendo quei suoni che, mi resi conto, pur somigliando ad un ululato lontano, ricordavano i canti uditi anni prima nei sotterranei.
Il Lupo Giovane era seduto dietro il capo del Principe, immobile come roccia, Orijenne continuava a tamponargli la fronte e il viso, tenendogli la mano. Non so se fosse cosciente o solo un riflesso, ma vidi che il Principe reagiva a quel tocco, stringendole le dita tra le sue, o girando appena la testa verso di lei.
Passò qualche momento, il canto sembrava ritmato dal fischio del vento, ammaliatore.
E poi mi resi conto che qualcosa si muoveva dentro il cerchio: qualcosa di indefinito, una vaga forma umana, ora più forme simili ad apparizioni di spiriti nelle notti di Ognissanti. E, poco a poco, apparvero quattro figure in tunica bianca coperta di ricami ed iscrizioni in oro.
Erano due uomini e due donne, una meravigliosa, altissima, dai lunghissimi capelli candidi come la tunica legati in una complicata acconciatura dietro la schiena che le arrivavano sotto le natiche. Non ero certo fosse una donna o una dea. Uscì dal cerchio di sabbia, si inchinò alla Madre dei Lupi, che a sua volta si inchinò leggermente a lei, si volse verso di me e sorrise.

Sentii un groppo in gola e caddi in ginocchio, incapace di una sola parola o di un pensiero savio. La donna mi prese la mano e mi fece alzare, mi pose le mani su entrambe le spalle e mi costrinse, con la sua volontà, a guardarla negli occhi.
Erano profondi, mutevoli come quelli del Principe, di un grigio azzurro che risucchiava come un vortice: “Non temere, Cavaliere. Le vostre pene stanno per terminare, il tuo Signore starà presto bene, libero dal dolore e dalla malattia. Gli rimarranno le cicatrici del ricordo, perché egli stesso sa che non sarebbe saggio dimenticare, per quanto doloroso sia stato il cammino. Ora riposa, ci occuperemo noi di tutto”
Mi sentii improvvisamente debole, dovetti sdraiarmi sulla paglia, là, contro la calda parete della grotta e tutto si fece buio.

Mi svegliò il silenzio, così profondo che credetti di essere rimasto il solo uomo al mondo.
Tutto il branco era addormentato, né vidi la Madre dei Lupi o suo figlio. Vidi il Principe, pallido, apparentemente privo di sensi, sul suo giaciglio attorno cui era stato costruito un cerchio di pietre bianche e cristalli di roccia.
I Signori dei Segreti erano ancora là, attorno a lui, si tenevano per mano e parevano immersi in una profonda meditazione.
Tutto taceva. Solo Orijenne fissava dentro il cerchio di pietre con i suoi occhi scuri e profondi, attenta.
Le sorrisi, lei mi gettò uno sguardo fugace e tornò a seguire il silenzio di quei misteriosi individui, in attesa di qualcosa.
Mi accorsi di avere fame, avere dolori ovunque e di aver bisogno di uscire, ma non osavo muovere un muscolo, si che ogni parte di me prese a dolere, il mio stomaco a contorcersi e la mia vescica a soffrire più di tutto il resto.
Pensai di provare a strisciare fuori, ma tra me e l'ingresso c'erano diversi ostacoli e un certo numero di lupi che non avrebbero sicuramente apprezzato di essere calpestati, così desistetti, gridando aiuto dentro di me. È incredibile come, a volte, le piccole e normali cose quotidiane possano rappresentare un problema di vita o di morte, pensai.

Guardai il mio Signore, bianco come latte, i capelli d'ebano che contrastavano dolorosamente con il suo pallore, la macchia rossa del sangue su una benda nuova e mi vergognai, imponendomi di resistere.
Probabilmente i miei buoni propositi non furono così ben celati, perché Orijenne mi fissò tanto intensamente da attirare il mio sguardo e mi indicò l'uscita, portando un dito alle labbra. Lentamente, silenziosa e morbida come la sua lince, gattonò fino a metà della grotta, poi si alzò in piedi ed uscì.
Con cautela la seguii all'aperto, scappai dietro una roccia e il mondo mi parve subito un posto migliore. Orijenne mi aspettava seduta su una pietra da cui aveva spolverato la neve della notte, in mano una pagnotta, del formaggio e delle nocciole in composta nel miele.
Mi buttai su quel cibo come non mangiassi da giorni, finché mi porse una borraccia con del vino dolce e fresco e trovai la forza di sorriderle e ringraziarla: “Ti sei accorto che non mangiavi da quasi due giorni? Ieri mattina, quando siamo partiti, abbiamo appena assaggiato un pezzo di pane, tu sei uscito e non hai preso altro, né è più stato possibile mangiare, in seguito. Perfino il tuo Signore ha mangiato un po' di panna fresca con del pane ammollato dentro, poco fa. Poco, molto poco, ma meglio che niente”
La guardai sorpreso: “Dunque, ha ripreso conoscenza? Per un momento?” Lei scosse la testa: “Non l'ha mai persa, Cavaliere. Alcuni momenti è caduto addormentato, ma solo per poco. Gli incubi stessi lo svegliavano, oltre al dolore. Ora è molto lontano, non sentirebbe se lo chiamassimo, i Signori dei Segreti hanno portato la sua Anima in un luogo dove possa trovare pace, mentre il suo corpo soffre e spurga la malattia.” Le sorrisi: “Gli hai salvato la vita, ieri, Signora” lei abbassò lo sguardo, triste: “Non è ancora in salvo” borbottò fissando il suolo, quasi ne fosse stata colpevole.

Era ormai chiaro quando vidi arrivare, salendo faticosamente lungo la mulattiera innevata, un carretto con qualcosa di coperto, che si fermò davanti alla grotta da cui, non senza stupore, vidi uscire Vehar, che prese a scaricare dei grossi fagotti profumati di erba e foglie. Lo aiutai a portarli all'interno, mentre il carro si incamminava per il viaggio di ritorno: erano molto ingombranti, ma leggeri e sprigionavano, toccandoli, un intenso profumo e un fruscio. Li portammo in una piccola grotta secondaria, appartata, situata sul fondo di quella principale, proprio prima della discesa verso la Polla Oracolare e lì il Lupo me li fece posare. Uno era largo e alto quanto lui, un vero e proprio pagliericcio dalla spessa fodera, gli altri erano 2 grandi cuscini spessi una spanna buona, alle nostre spalle Ellara portava un involto.
Sistemammo il pagliericcio quasi contro la parete di fondo, uno dei cuscini in verticale contro il muro, il secondo, più piccolo, come si conviene sull'estremità del pagliericcio, dalla parte della parete.
Ellara e suo figlio tornarono immediatamente portando in due il Principe, che pareva privo di sensi, lo depositarono sul pagliericcio e lo coprirono con le coperte nuove, poi la Madre dei Lupi sistemò uno spesso drappo a chiudere l'ingresso della grotta secondaria: “Qui sarà riparato, è più caldo e sicuro e soprattutto starà più tranquillo. I pagliericci di foglie sono una buona medicina, molto potente."
Non compresi il senso del cuscino contro il muro, finché Orijenne non venne a sedersi alle spalle del Principe, appoggiandovi la schiena. Vehar lo sollevò fino a farlo appoggiare contro di lei, la testa sulla sua spalla, la schiena contro il suo corpo ed egli parve trovare immediato conforto da quella sistemazione.
Così, mentre Orijenne lo sosteneva e gli tamponava la fronte e le spalle, Ellara riuscì a fargli mangiare qualcosa che mi parve uno stufato tritato fino a renderlo adatto ad un lattante ed a farlo bere. Egli pareva rendersi appena conto di quel che succedeva e da principio rifiutò il cibo poi, in qualche modo, un qualche spirito di sopravvivenza prese dominio dentro di lui, e il Principe iniziò a trattenere il cibo e a deglutire a fatica, prendendo financo un po' di colore.

Poco più tardi i Guaritori si rimisero al lavoro, li udii parlare tra loro, con Orijenne e le due Fate Lupo quella loro lingua misteriosa, si che non potevo comprendere le parole, ma mi resi conto che doveva trattarsi di qualcosa di grave.
Orijene sembrava spaventata e non voleva fare qualcosa che le veniva chiesto, ma, con mio stupore il Principe le tese la mano e la chiamò accanto a sé: “Ti prego, Orijenne” le disse in lingua Franca: “Non farà male se lo farai tu. Non molto...non soffrirò, te lo prometto” non sapevo come il Principe potesse aver compreso i discorsi in quello strano linguaggio, forse fu un'intuizione, forse uno dei suoi prodigi, forse non sentiva le sue parole, ma il suo cuore, fatto sta che Orijenne cedette ed accettò quell'incombenza che fino ad allora aveva rifiutato, così che i Guaritori iniziarono i preparativi.
Vehar uscì dalla nicchia abbassando la tenda e mi fece allontanare: “Non è roba per te, Cavaliere. Sei troppo chioccia verso il tuo Principe per assistere a quel che accadrà” mi ribellai: “Che dici, Lupo? Che vogliono fargli?” sibilai pronto a sguainare la spada.
Egli sorrise: “Credi davvero che riusciresti a bloccarmi, straniero? O a ferirmi? No, dai, è ridicolo!” disse divertito e sbadigliando in modo molto canino.
“Lo sentirai gridare, cavaliere, come non hai mai sentito nessun altro. Deve. Deve gridare fuori l'orrore, il dolore, la rabbia. Deve cacciare i suoi nemici da dentro di sé e lo farà. La sofferenza, la malattia, come voi la chiamate, tenuta a freno e bloccata per tanto tempo, ora deve andarsene per sempre, deve essere gettata nel più oscuro nulla che l'universo possiede e le sue radici devono essere bruciate.
Questo è buono, è molto buono. A volte l'uomo confonde il dolore con il male e pensa che tenerlo a freno e soffocarlo sia cosa buona, mentre lasciarlo uscire sia cattivo, perché non vede più in là di due dita dal naso. Per questo ti abbiamo impedito di dargli la pozione: lo teneva in vita, ma una vita a metà e pian piano permetteva al male di progredire, poiché ne uccideva soltanto l'apparenza e l'apparenza è come il ghiaccio sull'acqua: uno strato sottile che si spezza al primo sole. Ora lo lascerai soffrire perché questa sarà la sua salvezza, anche se dovrà costarti più che uccidere i tuoi figli” e mi lasciò all'ingresso della grotta, da solo, a meditare sulle sue parole.
Orijenne aveva avuto il compito di bruciare le radici del male all'interno del corpo del suo Principe e compresi quanto doloroso e pesante dovesse essere per lei quel fardello, che pure accettava.

Chiusi gli occhi, sentendo bruciare una lacrima sulla mia guancia: non avevo mai conosciuto amore più grande.


Il supplizio del Principe durò tre interminabili giorni, in cui si alternavano momenti di quiete, di incoscienza, di tormento.
Raramente mi era permesso vederlo, ed ero completamente inutile, così passavo più tempo possibile all'aperto, esplorando i dintorni.

Passata la tormenta, la Primavera era tornata a dominare il mondo e il disgelo pareva manifestarsi in ogni più remoto ed ombroso angolo delle Valli.
Il sole era tiepido e mite, l'aria tanto profumata da stordire, piccole api passavano ronzando coperte di polvere gialla e rendendomi sonnolento. Spesso, invece di api, passavano sfrecciando quelle piccole luci colorate che, avevo scoperto, altro non erano se non una delle meraviglie di quella terra misteriosa: minuscole fate che si occupavano del benessere di tutte le piante, grandi e piccole e, all'occorrenza, si adattavano a portare messaggi da una parte all'altra delle Valli.
Assurdamente, quelle minuscole luci erano state per me fonte di stupore più di tutto ciò che avevamo incontrato in quel mondo incredibile. Sarebbe stato tutto meraviglioso se non avessi vissuto nell'angoscia.
A volte, pur se mi allontanavo lungo i pascoli o risalivo la mulattiera, nel profondo silenzio di quei luoghi mi arrivava il grido terribile del Principe, spaccandomi in due, tanto che dovevo lottare con me stesso per non correre giù a spada sguainata a scacciare quella gente per ridargli la pozione che per tanti anni lo aveva tenuto in vita e, tutto sommato, apparentemente in salute e mi chiedevo se non fosse tutto un inganno e non fossimo finiti tra le mani di pazzi crudeli che con menzogne torturavano a morte quell'uomo.
Poi, tuttavia, tornato alla grotta, trovavo Orijenne rannicchiata in un angolo, il viso nascosto tra le braccia che piangeva in silenzio e mi rendevo conto che mai, per nessuna ragione al mondo, gli avrebbe fatto del male.

Il secondo giorno fu il più terribile.
Vehar uscì di corsa dalla grotta, dicendo qualcosa riguardo un ramo e si gettò lungo la mulattiera, ma, mentre lo guardavo correre giù, pensando di dargli uno dei cavalli, lo vidi trasformarsi in un lupo. Correva a rotta di collo e, nel correre, da uomo, improvvisamente, si fece animale e la pelle che portava addosso fu la sua stessa pelle.
Dovevo immaginarlo, vista la sua natura, ma dovetti sedermi e respirare lentamente per riprendermi: ora capivo come mai parevano, lui e sua madre, apparire improvvisamente nella grotta, mentre, fino ad un istante prima, non c’erano che lupi.
Tornò poco dopo con un ramo di betulla che spezzò in tre parti e tagliò nel mezzo per la lunghezza, si che ne stillasse la linfa, lo intinse in un intruglio di erbe e glielo fece mordere nei momenti più duri.
Dietro la spessa tenda sentivo a volte parlare l'Anziana, a volte sentivo la voce affaticata del Principe, pur senza poter seguire il senso dei discorsi, a volte le donne uscivano e i due uomini lo sostenevano e lo lavavano con acqua calda e olii di erbe, cambiandolo ogni volta dalla testa ai piedi.

Talvolta vedevo, da sotto il telo, lampi bluastri o rosso cupo e perfino, una volta terribile, sentii qualcosa cadere pesantemente e scivolare sul terreno per il colpo e uscì una grossa serpe nera e sibilante, gli occhi due braci rosseggianti, il corpo grosso e pesante di piccoli.
Ellara mi gettò di lato la colpì con un raggio blu intenso che uscì dalle sue mani, incenerendo lei e i suoi figli malefici.
Poco dopo arrivò il grido più terribile. Mi coprii la testa con le mani, schiacciandomi contro la parete per non sentire. Un istante dopo mi sentii toccare la spalla: “Sta reagendo molto bene, Cavaliere” disse l'Anziana: “Il tuo Signore è molto forte e molto coraggioso. Credo che il male sia stato tutto estirpato. Presto avrà pace”

Il terzo giorno tutto fu più calmo, vidi il Principe per alcuni momenti, debole, più pallido del solito, trovò la forza di sorridermi. Riuscì a mangiare a fatica, imboccato da uno dei due guaritori, ma con la volontà di chi lotta per la propria vita, mi chiese come fosse fuori e se ci fosse il sole e poi sorrise quando gli descrissi l'ambiente intorno.
Al braccio aveva bende pulite, la macchia di sangue di un rosso limpido e di molto ridotta rispetto ai giorni precedenti, né la mano appariva gonfia o livida.
Il suo sorriso, pur così stanco e affaticato, aveva una serenità che non gli avevo mai visto e io stesso sorrisi delle mie paure.

Più turbata mi parve Orijenne, gli occhi neri imbevuti di tristezza poiché il suo lavoro non era ancora al termine.
Veit faceva in modo di non lasciare mai la sua mano e se la teneva accanto quanto più poteva, protettivo: comprendendo il peso del fardello che la costringeva a portare, la proteggeva dal proprio stesso dolore.
“Mi sento libero, Reichard” mi sussurrò lasciandosi ricadere sullo spesso guanciale: “Mondato da tutto il male che ho dovuto portare dentro di me. Ne serbo il ricordo, eppure non mi ferisce più, ha lasciato dentro di me solo un po' di malinconia.”
“Dunque, posso gettare nel torrente tutto il sacco del preparato per la pozione?” Gli domandai.
Sorrise e accennò di si e anch'io mi sentii libero.
“Sai, amico mio” riprese dopo un momento di silenzio: “Quando ero fanciullo, tante volte, mentre ero nelle mani dei miei aguzzini, pregavo Dio di farmi morire. Ma poiché non accadeva, chiudevo gli occhi, e trasportavo la mia anima in un altro luogo, un luogo senza nome, pieno di luce, di profumi, di colori, dove erano prati verdissimi e sorgenti, arcobaleni che solcavano il cielo o attraversavano cascate. E c’era una donna, là, una donna dolcissima di cui non riuscivo a vedere il volto, che mi abbracciava, mi prendeva per mano e mi portava sotto un grande albero, dove restava a cullarmi, tenendomi stretto, al sicuro. Tra le sue braccia, avvolto dal suo profumo, niente poteva più toccarmi, niente poteva ferirmi. E così sopravvivevo, resistevo all’orrore, alla paura, al disgusto.
In qualche modo fuggivo da loro, mi trasportavo da quell’inferno ad un mio paradiso, che loro non potevano nemmeno immaginare. Ora…ora sono qui e davvero ho visto quel volto.”
Ancora una volta quell’uomo mi sorprendeva: aveva descritto un sogno o aveva descritto la Valle e Orijenne?
 “Sire” domandai: “Come è mai possibile che dentro di te potessero vivere simili serpi? Non una, ma molte! Come potevi tu vivere?” Gli scappò un riso sommesso e fece per parlare, ma la fatica lo sopraffece e reclinò la testa con un sospiro. Lo lasciai riposare e uscii nella tiepida brezza di aprile.
“Le serpi non dimoravano veramente nel suo corpo, Cavaliere, non come creature fisiche” disse una voce alle mie spalle.
Era uno dei due sacerdoti bianchi, quello che poco prima lo aveva nutrito: “Esse erano nella sua Anima e la divoravano, prive di vera forma e di una vera sostanza materiale e, per questo, ancora più subdole, feroci e pericolose.
Solo quando vengono estratte dal corpo prendono forma e, una volta fuori, diventano la forma materiale della loro essenza. Sono mostri, tanto più mostruosi, in quanto incorporei. Comprendi, non è vero?”

Non ne ero sicuro, ma mi accontentai di quella spiegazione.
Per quanto sapessi che il suo cammino non era ancora al termine, mi sentii a mia volta libero come non ero da trent'anni. Presi entrambi i cavalli, montai sul mio e tenni le briglie del nero del Principe, li portai a correre e corremmo finché tutti e tre fummo stremati, poi presi la bisaccia con le polveri per la pozione e, salito su un'alta roccia, la aprii e le lasciai libere nel vento.

I giorni seguenti trascorsero lenti, ma via via più sereni.
Orijenne bruciò le radici dei malefici, profondamente, conficcando con forza dentro di lui raggi accecanti di fuoco bianchissimo, ma un fiore di luce alla volta, così da non rendere troppo duro il cammino del Principe che, da parte sua, pur stordito da quel dolore insopportabile, si riprendeva lentamente.
Le aveva promesso che non avrebbe sofferto, se fosse stata lei a bruciare le radici del male, ma poiché questo non era possibile, si fece portare da Vehar pezzi di betulla, in cui conficcava i denti per non gridare, poiché non voleva turbarla più di quanto fosse necessario.
Era debole, affaticato, sofferente, eppure con una serenità che pochi hanno avuto nel mondo, pur se il bisogno di riposare sembrava assalirlo all'improvviso, come gli fosse caduta addosso tutta insieme la fatica di una vita. Dormiva molto, senza incubi, in pace.
I Sacerdoti bianchi restarono ancora un paio di giorni, poi ci lasciarono così come erano venuti, entrando nel cerchio di pietre lucenti e scomparendo nell'aria ai canti ritmati di Ellara e noi, tre umani e una lince, restammo soli con il branco.
Orijenne non ne sembrava dispiaciuta, poiché non aveva davvero desiderio di tornare a casa e io ero ormai avvezzo alla compagnia delle belve, che mi era divenuta perfino gradevole.

Quelle bestie, da sempre considerate il terrore dell'uomo, erano in realtà pacifiche, amavano giocare tra loro e con noi, lavarsi e accarezzarsi vicendevolmente, per quanto, a volte, scoppiassero tra alcuni membri, soprattutto più giovani, piccole risse, quasi subito sedate e presto dimenticate.
Erano, certo, guerrieri poderosi e pericolosi, ma non diversamente da come potevano esserlo dei bravi soldati o dei Cavalieri, micidiali in battaglia, ma amanti della quiete e dell'allegria in famiglia. Avevo imparato ad ammirarli e rispettarli, imparavo perfino a giocare con i giovani, nati l’anno precedente.
Poiché il branco era numeroso e forte, infatti, non c’erano cucciolate quella primavera. Me ne dispiacque, perché i cuccioli dovevano essere deliziosi.

Un giorno in cui il branco partì per la caccia, Vehar mi chiese se avessi desiderio di andare con loro e io accettai con entusiasmo, felice di poter riempire di corse ed avventura la mia giornata.
Veit rise del mio entusiasmo, restò nei pressi della grotta a riposare nel tepore del sole ormai prossimo a maggio.
Riprendeva colore, i capelli tornavano morbidi e alla loro lucentezza, gli occhi risplendevano del loro miglior grigio argento, la ferita stava guarendo rapidamente e spesso, durante la giornata, lamentava di avere fame, si che lo deridevamo bonariamente.

Una notte i miei sensi di guerriero mi svegliarono di soprassalto.
Mi guardai attorno: il branco era addormentato, un paio di quelle grosse belve erano sicuramente Ellara e Vehar, il frammento di cielo che intravvedevo all'ingresso era tempestato di stelle e illuminava la mulattiera chiara e sgombra. Ogni cosa era quieta, non vi erano pericoli, ma i miei sensi erano all'erta.
Voltandomi, mi accorsi che qualcosa sembrava accadere nella nicchia del Principe, da cui vedevo uscire dei bagliori azzurrognoli e biancodorati.
Mi parve di sentire dei sussurri e fui assalito dalla preoccupazione: possibile che non fosse ancora finita? Che quell'uomo avesse nuovi attacchi, quando eravamo stati certi di aver sconfitto ogni male definitivamente?

Scattai in piedi afferrando la spada, un gesto così stolto, a pensarci, ma così d'abitudine da non porvi mente alcuna e mi gettai verso la nicchia, quando una mano forte mi afferrò bloccandomi.
Ellara non si scompose, seduta in forma di donna con la schiena contro la parete, mentre senza sforzo immobilizzava il mio polso: “Che stai facendo, straniero?” ringhiò: “Il mio Sire è in pericolo, di nuovo, guarda!”
Lei reclinò la testa da un lato, in tutto simile al figlio, socchiudendo un po' gli occhi color salvia per meglio studiarmi e sorrise, i canini scintillanti e minacciosi nel buio.
Riflettè per alcuni istanti, durante i quali vidi nuovi bagliori e tentai di liberarmi: “D'accordo, stolto animale a due zampe. Se questo è ciò che vuoi, possa tu guardare ciò che sta accadendo là dentro, benché sia ben al di là della tua comprensione. È immorale, sappilo, ma ti insegnerà qualcosa.”
Non mollò la presa, ma mi fece avvicinare a sé in silenzio, togliendomi l'arma, e scivolammo fino alla soglia della nicchia.

Quello che vidi non è umano, né mi è possibile descrivere, se non in modo rozzo e sommario, così come la tela di un sacco per il grano è rozza e sgradevole al cospetto di una finissima seta d'Oriente.
Orijenne e il Principe erano seduti l'uno di fronte all'altra, vestiti solo di un'ampia e sottile stoffa sulle spalle, senza toccarsi.
I loro occhi, persi gli uni negli altri, assorti, distanti migliaia di miglia dal mondo de' mortali, avevano una strana luminosità, come a volte sono descritti gli occhi degli angeli.
Veit teneva le mani sulle ginocchia, i palmi rivolti verso l'alto, Orijenne teneva le sue una spanna buona al di sopra delle sue, i palmi verso il basso, come avessero tenuto un qualche tipo di oggetto sferico tra loro e, mentre osservavo, mi resi conto che dai loro palmi uscivano coni di luce che, incontrandosi a metà strada, divenivano sempre più luminosi e potenti.

Accadde qualcosa: un'onda invisibile, una strana forza, dapprima appena percettibile poi sempre più forte, proveniva da loro e raggiungeva me e la Madre dei Lupi: “Quello che sentirai non è che la pallida eco di quello che sta avvenendo tra loro, Cavaliere. Ma tu tenta di resistere e non esserne sopraffatto”
Non compresi, all'inizio: percepivo uno strano formicolio che, dalle mani e lo stomaco, si espandeva ovunque. Era piacevole, tiepido e delicato.
Se si trattava di una pallida eco, immaginai essi dovessero provare qualcosa di molto più intenso e, alzando lo sguardo ai loro visi, mi accorsi che ora sorridevano.
Allargarono le braccia, distanziando i palmi, e quelle intense luci dalle loro mani si fusero diventando una sfera luminosa che li avvolse e di cui percepii il gradevole tepore.
Mi sentii leggermente euforico, come dopo un bicchiere di vino caldo in una sera d'inverno, tutto il mio corpo sembrò avvolto da un leggero formicolio. Era bello.

E poi ecco che la piccola strega avvicinò, come avevo visto fare alla sua ombra il giorno di Natale, la mano ad un punto del corpo del Principe, sul basso ventre, senza toccarlo e, da quel punto, vidi aprirsi un fiore rosso chiaro, come un sole prossimo al tramonto, altrettanto radioso, splendido e gentile, tanto bello da commuovermi.
Lo stesso fece Veit e lo stesso fiore, forse di una diversa sfumatura, sbocciò dal corpo di Orijenne e da entrambi uscì una luce intensa, bellissima, amorevole, che si fuse l'una nell'altra, facendosi più intensa, tanto da creare un sole in mezzo a loro.
Non posso immaginare cosa loro provassero, ma il semplice riflesso che mi arrivò mi lasciò senza fiato. Mai il mio povero vecchio corpo aveva sentito nulla di simile, qualcosa che oscurava ogni altra sensazione avessi mai provato prima.
A bocca aperta cercai di dire qualcosa ad Ellara, che mi fece cenno di tacere e osservare.
Avevo in me un intenso desiderio, eppure un senso di appagamento che crescevano insieme, stordendomi.

Quel gesto si ripetè altre quattro volte, in un diverso punto del corpo, fino alla fronte, generando o risvegliando un diverso fiore, due appena sotto le clavicole che si fusero con il fiore color acqua della gola e quello verde tenero e rosa del cuore, e la sensazione, pur restando se stessa, mutava, assumendo diverse sfumature, diveniva più intensa e più profonda, coinvolgeva ogni più piccola parte di...di me, che semplicemente ne ero testimone.
Mi accorsi di avere la faccia inondata di silenziose lacrime, respiravo appena, perché altrimenti le sensazioni mi avrebbero veramente sopraffatto, schiacciato dal pur mero riflesso di quell'estasi.
E poi...accadde qualcosa che allora non compresi a fondo, ma avrebbe dovuto farmi riflettere molto più di quanto realmente fece.
Essi si avvicinarono l'uno all'altra, fino a lasciare uno spazio tra loro di forse tre dita e, da un punto dove lo sterno si divide, tra lo stomaco e il cuore, vidi uscire due piccole perle bianco azzurre.
Risplendevano come mai vidi risplendere altro in tutta la mia vita e si avvicinarono l'una all'altra, danzarono, l'una intorno all'altra, meravigliose, si unirono, si fusero divennero una sola, intensissima luce, tanto radiosa da ferire lo sguardo.
Li vidi finalmente raggiungersi, abbracciarsi, mentre attorno, sprigionandosi da loro, una forma ovale che comprendeva entrambi e li circondava fino a sfiorarci, si faceva sempre più luminosa, vorticante di colori misteriosi che, pur fondendosi gli uni negli altri rimanevano loro stessi, giocando e danzando insieme in una incredibile sinfonia.
Non potei più guardare, non potei più sopportare quella visione.
Forse impietosita, la Madre dei Lupi mi prese come uno dei suoi figli dalla collottola e mi trascinò indietro, nella fresca oscurità della grotta principale.

Passò parecchio tempo prima che potessi connettere: “Cos'era?” domandai alla fine: “Oh, nulla” rispose lei con noncuranza: “Solo Amore. Amore perfetto...non se ne vedeva su questo povero mondo da migliaia di anni” si stiracchiò, si acciambellò con la coda sul muso e si mise a dormire.
Io uscii nella notte, come ubriaco, corsi lungo la salita fino a che mi sentii cedere le ginocchia mentre attraversavo un nevaio, mi lasciai cadere a quattro zampe nella neve indaco nella notte stellata e piansi come un bambino.
Molti anni prima, sotto un temporale, avevo pianto per l’orrore del più profondo inferno, ora piangevo quasi allo stesso modo, ma per qualcosa che, forse, era uno scorcio di Paradiso.

L'indomani non osavo incontrarli: ancora sconvolto per quello che avevo visto e vissuto, mi vergognavo per le sensazioni che avevo provato, per ciò sui avevo assistito e che non mi spettava, mi vergognavo rendendomi conto di quanto lontano e piccolo fossi rispetto a loro.
Avevo avuto pensieri orribili, all'inizio: il Principe eretico era alfine caduto nel peggiore dei peccati con la sua strega pagana?
Era qualcosa di infernale e malefico quello che era successo?
Questo e altro mi diceva la mia educazione di Cavaliere e uomo timorato di Dio. La fedeltà al mio Principe si era scontrata violentemente con la fedeltà alla mia religione, ferendomi fino alle viscere.
Soltanto una pallida eco, aveva detto la Madre dei Lupi, una creatura infernale anche lei, naturalmente.
Se quella era un'eco, che cosa provavano loro?  Mi accorgevo di pensarci e di provare un'intensa curiosità contro il mio stesso volere...che stavo facendo? Ero anch'io dannato, ormai complice di tutte le orrende perversioni del Principe di Eldenburg?
E se le cose che si dicevano di lui, a parte dormire appeso ad un trave a testa in giù, fossero state vere? Come potevano cose così incredibili non essere frutto del demonio, non essere peccato? Sensazioni così meravigliose, forti, estatiche, intense...come potevano non essere terribili tentazioni del maligno, per catturare le anime e condurle a perdizione? Ero forse fedele al diavolo in persona?
Non riuscivo ad evitare questi pensieri e me ne vergognavo, poiché sapevo quanto il Principe avesse sofferto negli anni e quanto mai si fosse lasciato sfuggire un solo lamento, creando anzi per chi lo circondava un mondo di benessere, gioioso e magico. “Pensa con la tua mente, vedi con i tuoi occhi, ascolta con le tue orecchie, senti con il tuo cuore! Non permettere ad altri di guidare la tua volontà, di decidere il giusto e lo sbagliato, il peccato e la rettitudine privandoti della capacità di giudizio. Guarda, Reichard! Senti, ascolta, pesa seguendo i tuoi sensi di giustizia con onestà e rigore” Questo mi aveva ripetuto tante volte il Principe di Eldeburg, Veit il giusto.

Sorse l'alba e i suoi colori, pur tenui, mi ricordarono la luce che dal mio Sire e dalla sua amata proveniva e risplendeva, meravigliosa e mi svegliai d'improvviso: stolto! Folle! Mi sarei preso a schiaffi da solo!
Come potevo pensare, per un solo istante, che qualcosa di così perfetto, radioso e puro avesse origine infernale? Perché mi era ignoto, perché così lontano dalla mia comprensione? Perché era bello, di una bellezza dei sensi, pur se sublimata nella luce? Perché ci è insegnato che l’unico piacere lecito è quello della preghiera, oppure è peccato, e che il peccato è tollerato soltanto con lo scopo di procreare?
Avevano senso questi insegnamenti? Era questa, davvero, la Volontà di Dio?
Forse che il Paradiso o la Trinità mi erano chiari e comprensibili?
D'improvviso, quasi con violenza, mi resi conto di quanto la mia mente fosse stata plagiata ed ingannata dal pensiero comune, di quanto fortunato fossi ad essere la Guardia Reale di un così eccezionale Signore, che insegnava ai suoi sudditi non ad obbedire, ma ad essere liberi, contro qualsiasi cosa.
A pensare, insegnava, a decidere…era grande, il Principe di Eldenburg.
Se questo mai fosse stato demoniaco, pensai, allora sarei disceso all'inferno con gioia, accanto al mio Signore, sentendomene onorato.

Nei giorni che seguirono, il Principe riprese a cavalcare, poi, con cautela, ad usare il polso e a lanciare il coltello, tirare frecce ed infine ad usare la spada.
Non eravamo discesi al villaggio di Orijenne, ma poiché la Grotta dei Lupi non era un alloggio adatto ad umani e la lince anelava allontanarsi dal branco di canidi, per quanto rispettasse profondamente le due Fate, nel volgere di pochi giorni Vehar e alcuni appartenenti al Consiglio dei Segreti costruirono per noi una piccola casa di legno e pietra poco lontano, in un pianoro riparato dal vento e baciato dal sole che si faceva ogni giorno più radioso.

Venne la Luna piena ed il tempo di chiamare le nostre famiglie.
Potei vedere mia figlia, che mi raccontò del matrimonio, mia moglie, con la gioia nello sguardo azzurro e la malinconia per la mia lontananza, i gemelli, i quali, pur essendo coloro che creavano lo specchio d'acqua là al castello, lasciavano ogni volta che io vedessi per primo la mia famiglia e solo dopo comunicavano con il loro padre.
Era con loro, gradita sorpresa, anche Brian, capelli corti e un po' più chiari, barba che lo faceva sembrare ancor più malandrino e un sorriso da furfante.

Ci raccontarono che, pochi giorni prima, l'Imperatore era morto improvvisamente, in seguito ad un attacco di gotta e che gli sarebbe presto succeduto il figlio Enrico terzo, il quale, a loro parere, era personalità grandemente inferiore sia a Corrado che Enrico secondo, ciononostante non pareva che ci fossero grandi stravolgimenti nell'Impero a causa di questa successione.
Avevo visto qualche volta Enrico il Salico, in particolare tre anni prima al suo sfortunato matrimonio con Gunilde di Danimarca (La regina Gunilde morì nel luglio 1038 per un attacco di malaria n.d.a.) e non mi aveva colpito, forse perché, pur non volendo, non potevo evitare il paragone con i suoi predecessori.
Il Principe non fu particolarmente toccato da quella notizia, che lasciava in ogni caso le varie marche e principati del centro ed Est dell'Impero fuori da chissà quali contese territoriali, molto più pressanti ad Ovest, lungo le terre italiche e il regno dei Papi.
Mi sentii stranamente leggero, quel giorno: osservavo il mondo dal di fuori, come da una finestra, senza appartenergli, né appartenere ai giochi di potere e alle pene dei popoli. Se solo ci fossero stati mia moglie e i miei figli, quanto meravigliosa e perfetta sarebbe stata la mia vita!

Passò l'estate e il Principe pareva dimentico del suo ruolo, così come della sua promessa di riscatto contro gli Incappucciati, peraltro apparentemente scomparsi nel nulla, perso nella sua gioia di vivere, nella sua libertà e nella sua compagna.
Correvamo a cavallo, seguivamo i lupi nelle spedizioni di caccia, tiravamo con l'arco, duellavamo e mi batteva sistematicamente, suscitando le mie proteste: una Guardia Reale dovrebbe essere in grado di sconfiggere tranquillamente i nemici del suo signore, non era bello che lui mi umiliasse in quel modo!
Veit rideva, ebbro di vita, con solo, a volte, l'ombra di un ricordo doloroso a passare dietro gli occhi limpidi.

L'autunno ci colse intenti a costruire un'ala della casa in cui stoccare le provviste e riparare i cavalli per l'inverno e a lavorare i campi vicini assieme ad Orijenne e ai pochi che conoscevano la nostra identità di stranieri.
Non si era risolto, ancora, il mistero che coinvolgeva il nonno di Orijenne: l'anno precedente, alla sua partenza per Eldenburg, la donna aveva affidato il nonno alle cure della giovane sacerdotessa del villaggio e, per estensione, alla sua famiglia e al villaggio stesso, un nucleo di una settantina di persone, tra adulti e piccoli.
Non essendo rientrata nelle Terre d'Ombra, dopo aver creduto alla notizia della morte del Principe, era possibile che malefìci del nostro mondo avessero potuto attaccarla, ma nessuno poteva spiegarsi come il nonno, al sicuro entro le Valli, avesse potuto essere usato come veicolo, quasi posseduto da uno spirito malvagio, per portarla allo sfinimento, ostacolarla e colpirla in una guerra che non le aveva dato alcuno scampo, poiché come arma usava il corpo del vecchio.
Vehar ci aveva spiegato, durante un'assenza della strega, come il nonno fosse un omino molto divertente ed allegro, ma profondamente egoista ed incapace di veri sentimenti verso gli altri, concentrato come un infante sui propri bisogni, fino a non accorgersi in alcun modo della sofferenza di chi gli fosse intorno.
Il Giovane Lupo ricordava bene quanto la nonna di Orijenne fosse preoccupata per la nipote, orfana e sola, se mai le fosse successo qualcosa: non avrebbe avuto che il nonno a crescerla e questo avrebbe significato essere peggio che sola ed abbandonata.

E Orijenne era cresciuta sola, con il nonno che non le dava che un tetto sulla testa, cibo che per lo più era procurato dal resto del villaggio, qualche abito dalla stessa origine e per il resto in assoluta mancanza d'affetto o di cure. “Non ostante avesse entrambi i genitori nel Consiglio e abbia grandi qualità per essere un'alta Sacerdotessa, è sempre stata troppo solitaria e selvaggia, diventando una strega guaritrice, per quanto abile, invece che entrare nei Consigli. Le uniche carezze le ha avute dagli animali selvatici, da noi lupi che ne abbiamo avuto sempre cura, l'unica forma d'amore che ha avuto è stata quella della Madre Terra e delle sue Montagne.

Quando, intorno ai vent'anni si innamorò di un giovane di un villaggio vicino, la sua reazione fu di fuggire come una cerva selvatica.
Egli era un gran bravo ragazzo, come lei aveva ascendenze appartenenti alla casta dei cacciatori, i più antichi umani che si insediarono nelle Valli oltre cinquemila anni fa e sapeva molto bene come comportarsi con le creature selvatiche.
Con pazienza, dolcezza e cura riuscì a conquistarla, ma...” Vehar sospirò stringendo la mascella a quel ricordo: “Venne ucciso dalla freccia di un bracconiere forestiero, uno del gruppo dei sopravvissuti alle guerre di anni prima. Quell'individuo abbietto non avrebbe dovuto essere in Alta Valle, loro non hanno il permesso di salire qui, ma c'era e per compiere atti malvagi. Non solo voleva cacciare ciò che non poteva, ma, vistosi scoperto, non esitò ad uccidere uno della sua stessa specie.
Orijenne chiuse il suo cuore e non permise più a nessuno di avvicinarla.

Mi meravigliai non poco quando mia madre le affidò il compito di cercarti, Veit: non solo eri uno straniero, ma eri lontano e non pensavo che avesse la forza di lasciare queste terre...la forza di sopravvivere lontano da queste Montagne, che sono il suo nutrimento, il suo sangue, il vento nella sua anima.
Così, comprendete come un uomo quale suo nonno sia stato un facile veicolo per qualche forza oscura, ma...non possiamo capire: quale forza malefica all'interno delle Valli avrebbe avuto interesse nell'impedire ad Orijenne di raggiungerti o ancora di distruggerla nel momento in cui aveva cura di te e quale forza esterna avrebbe potuto colpire qualcuno, per quanto debole e vile, all'interno delle Valli e ben protetto dalla nostra Magia? Eppure, quando lo trovai e lo incantai per portarmelo qui e liberare Orijenne dal suo fardello, era veramente sotto l'influsso di qualcosa di molto forte ed oscuro. Qualcosa che non era di qui, comunque, che stava risucchiando come un vortice tutta la forza vitale di Orij”

Vidi negli occhi del Principe un dolore profondo come mai mi era accaduto. Ne cancellò ogni traccia prima del ritorno di Orijenne, ma divenne ancora più amorevole e protettivo.

Si avvicinava l'inverno e noi vivevamo ad alta quota, oltre il limite degli alberi, dove solo piccoli pini mughi tentavano di creare boschetti tra le rocce, i pascoli e le forre di rododendri, mirtilli e ginepri.
Più in basso, nel mezzo di un ampio pianoro tra un torrente argenteo e il lariceto, il villaggio di Orijenne giaceva placido nel sole autunnale.
E fu così che, quando la prima neve già imbiancava le pendici intorno e si spingeva fino al sentiero, decidemmo di scendere.
Orijenne era triste: aveva vissuto un anno e mezzo lontano da casa, lasciandosi alle spalle oltre trent'anni di tristezza e solitudine, aveva avuto momenti di grande dolore, preoccupazione, prove che di sicuro nessuno le invidiava, ma aveva anche trovato qualcosa di immensamente grande, al di là dell'umana comprensione ed era stata libera, sola con se stessa e la sua lince.
Tornare alla casa di famiglia, dal nonno del tutto inconsapevole del male che le aveva fatto e i rischi che le aveva fatto correre, le pesava, ma la Sacerdotessa le venne in soccorso: I Saggi, infatti, decisero che il nonno, dalla mente troppo vacillante dopo il maleficio, aveva da esser vigilato e lo portarono presso una casa, isolata dai villaggi, dove vivevano alcuni Sacerdoti Bianchi dalle scelte più estreme, qualcosa che rimembrava i monaci del nostro mondo.
Una famiglia del villaggio venne a darci una mano con un carro su cui caricare le nostre cose e le provviste, noi scendemmo a piedi, guidando i cavalli per le briglie, preceduti dalla lince.

A molti mesi dal nostro arrivo, vedevo per la prima volta un villaggio Valdombriano da vicino e dal di dentro. Era bellissimo, con il suo cerchio di pietre al centro, la fontana, le piccole case ordinate dai tetti di pietra o di paglia che discendevano fino a sfiorare il suolo, il lavatoio di pietra bianca, una strana costruzione che serviva da ricovero alle mandrie a loro medesima discrezione poiché, nelle Terre d'Ombra, nessuno era veramente padrone di nessuno, se non di se stesso.
Mi sentivo inebriato: da mesi l'unico vero essere umano con cui avevo a che fare, a parte il Principe, era Orijenne. I Guaritori non si erano più visti da inizio maggio e non si poteva dire che Ellara e suo figlio fossero umani, anche se la loro compagnia era piacevole e interessante.
Il Principe rideva del mio entusiasmo per ogni cosa, del mio desiderio di fare conoscenza con la gente, di voler vedere e toccare tutto come i fanciulli: egli non si era nemmeno accorto di aver passato mesi lontano dal resto del mondo, poiché il mondo lo aveva accanto a sé ad ogni istante.
Non vi era alcun pericolo per lui in quel luogo, nondimeno continuavo a compiere il mio dovere di Guardia Reale, pur sentendomi di troppo la maggior parte delle volte; avevo davvero bisogno di mescolarmi ad altri.

La neve, lassù tra i larici e la pineta, cadde mentre poco più in basso ancora si raccoglievano le castagne e coprì leggera ed asciutta come un velo nuziale il villaggio e il lariceto.
Presto sarebbe stato Ognissanti, che lì chiamavano ancora Samonios come nei tempi andati e la festa avrebbe riunito molti villaggi.
Non era la festa dei morti, come la intendevamo noi.
Per quella gente segnava, come per gli antichi, la fine del vecchio anno e l'inizio del nuovo e le feste proseguivano per diversi giorni, alcune più silenziose e raccolte, altre ricche di canti e danze rituali.
Benché non fosse il Plenilunio, il Principe volle creare lo specchio d'acqua poiché quei giorni erano di buon auspicio in quanto i confini tra i mondi si assottigliavano a volte fino quasi a scomparire.

Fu meraviglioso: la Magia della Valle e di quei giorni Santi, fece si che quasi ci trovassimo veramente accanto ai nostri cari, tanto che potei sfiorare la mano della mia sposa.
Prima o poi avrebbe dovuto accadere, immagino, tant'è che i Gemelli dimandarono al loro padre quando sarebbe tornato ad Eldenburg. Anche io desideravo saperlo, o meglio, anelavo ardentemente a tornare a casa, ben sapendo come quel posto mi sarebbe mancato.
Il Principe si rabbuiò: “Non è possibile, ora. La neve è già caduta e presto le strade saranno impraticabili, ed in ogni caso c'è uno strano mistero che mi riguarda e che finora non è stato possibile risolvere. Fino a che non se ne verrà a capo, non sarebbe prudente lasciare la Valle...voi che nuove avete, se ne avete?”

I gemelli non avevano grandi notizie, Brian percorreva in abiti da giocoliere e menestrello l'Impero e non solo, attento a qualsivoglia pettegolezzo o notizia riguardo gli Incappucciati o ai movimenti di personaggi che si sapeva esserne membri, ma pareva che non vi fossero particolari avvenimenti, almeno che potessero riguardare Eldenburg, la scomparsa del Principe o altre relazioni con la sua storia.
Naturalmente v'era chi continuava ad infangarne la memoria, allo scopo di far si che si scoprisse e i due giovinetti fingevano lutto inconsolabile e prostrazione, portando comunque avanti a testa alta il governo del Principato.
Per il resto, tutto era silenzio.

“Sire” domandai qualche giorno dopo, mentre portavamo in casa della legna: “Che faremo se non si venisse a capo della questione riguardante il vecchio? È possibile, è trascorso un anno, chiunque abbia preso la mente di quell'uomo ormai potrebbe essere lontano”
Il Principe scosse la testa: “No, i Lupi controllano i forestieri laggiù nelle Terre Nuove, saprebbero se qualcuno se ne fosse andato senza fare ritorno. Appena la questione sarà chiarita, spero prima della primavera, potrai tornare ad Eldenburg dalla tua famiglia” restai senza parole: “Sire? Come potrò? Loro ti attendono, dobbiamo tornare, assieme! Raccogliere un esercito e combattere quegli esseri malvagi!” Lui serrò la mascella, raccolse alcuni grossi ciocchi e si avviò verso casa: “Reichard, non è con un esercito che si possono sconfiggere, poiché essi stessi non lo sono, non nel modo in cui lo si intende solitamente”
“Lo so bene, Sire, ma...in qualche modo...hai promesso che avresti cercato una via per sconfiggerli definitivamente, ricordi? Il popolo ti attende, crede in te, sei il loro sogno!”
Rifletté a lungo, cercando le parole migliori, prima di rispondermi: “Reichard” disse alfine: “Non ho dimenticato la mia promessa. Giurai che avrei cercato una via e così deve essere, ma la via non è un esercito. Dimmi, contro chi dovrei guidarlo? Gli Incappucciati esistono in ogni luogo, ma non esistono allo stesso tempo. Non sono un esercito, non sono un regno e il loro impero svanisce tra i confini di tutti i regni e tutti gli imperi. Essi sono come una malattia contagiosa, che si diffonde tra le genti nel silenzio di una lunga notte.
Non appena troveremo chi ha attaccato Orijenne, potremo interrogarlo e probabilmente sapere quali sono i loro piani, conoscere i loro nomi e il loro ruolo all'interno del loro ordine. E allora potrò veramente scegliere alcuni uomini o donne di provata lealtà e agire in modo mirato. Solo...” mi guardò intensamente, gli occhi che si riempivano improvvisamente di nubi color piombo: “Dubito che lo farò come Signore di Eldenburg. Il mio regno è in mano ai miei figli ed essi sono sempre più abili e maturi nel loro governo, seppure sotto la mia guida. Il mio posto è qui, ora, accanto alla mia compagna”
Mi sentii crollare il mondo: “Signore? Ma che dici? Sei ancora e sempre tu Veit il Giusto! Se non per tutti, per la massima parte delle genti sei un sogno, una speranza in un mondo equanime e felice. E per quanto riguarda i tuoi detrattori menzogneri e crudeli, solo il tuo ritorno potrebbe metterli a tacere e sprofondarli nel fango in cui hanno tentato di soffocare la tua memoria! Prendi Orijenne e torniamo, non appena inizierà il disgelo!”
Lui sorrise, quasi tra sé: “Non posso farlo. Non posso strappare Orijenne alla sua terra e alla sua libertà. Laggiù la vedrebbero come una cortigiana, la guarderebbero come uno strano fenomeno venuto da chissà dove, sarebbe al centro di pettegolezzi crudeli, sarebbe sola, benché accanto a me, ai miei figli, alla tua famiglia di anime giuste.
Sarebbe una pagana, una strega, Cavaliere, una donnaccia che ha preso il cuore e l'anima del Principe sposato ad un'altra da molti anni. Sarebbe lontana dalle sue Montagne e a nulla servirebbe ripudiare Margaretha, se non a rendere ancor più feroci le chiacchiere invidiose.
Prigioniera, vestita di sete e broccati, ingioiellata e, da davanti, riverita, maledetta alle spalle.
Guardala, Reichard: lei è libera, selvaggia, meravigliosa. Come potrei metterla in una gabbia? Perderebbe la sua luce, la sua forza, languirebbe solitaria cercando il cielo dalla mia torre, sicuramente vergognandosi a mostrarsi tra la gente, evitando così le male parole e i cattivi pensieri.
Come potrei ucciderla in questo modo?
Io sono felice qui, Cavaliere, e sono libero, nella sua stessa terra. Non vi abbandonerò, non tradirò il mio popolo, ma non posso tornare a regnare. Non senza di lei e non con lei.
Tornerò per un breve periodo, ripudierò Margaretha, che sia libera di vivere la sua vita come più le aggrada, con Brian o con chi vuole, oppure da sola, se sarà la sua scelta.
Racconterò la verità, mostrerò alla mia gente la via da percorrere e prometterò di essere sempre al loro fianco, seppure lontano, ma non rimarrò.
Non ho avuto una mia vita, non ho avuto felicità, né salute, né tantomeno amore, a parte quello dei gemelli...avevo sete, fame, freddo, cose che nulla poteva colmare.
Sono stato giudicato, a volte venerato, spesso dileggiato e deriso per ciò che era considerata la mia stranezza. Ora sono libero, in salute, amato oltre ogni immaginazione.
Lasciami tutto questo. Ho compiuto il mio dovere e continuerò a farlo, ma lasciami riposare e vivere una nuova vita.”
Non volevo accettare quella situazione: “Sire, come potrei io abbandonarti? Sono cresciuto per essere il tuo custode, la tua Guardia Reale, per proteggerti e servirti in ogni momento della mia vita. Non so fare altro che combattere al tuo fianco o per te, che obbedire ai tuoi ordini! Che potrebbe essere di me, se mi allontani?” Lui mi posò le mani sulle spalle: “Imparerai a vivere per te stesso, Cavaliere e ad essere libero. Questo sarà il mio ultimo ordine. Avrai cura di te e della tua famiglia, butterai un occhio sui gemelli, se lo desidererai, ma vivrai finalmente imparando a farlo per te stesso e te stesso soltanto”
Non riuscivo ad immaginare una vita simile: “E i tuoi figli? Non ti mancano i tuoi figli, Principe?”
Annuì, un sorriso malinconico: “Ogni giorno della mia vita. Non credere che mi basti vederli quando la Luna è al suo culmine in uno specchio d'acqua tremolante o sentire, all'occorrenza, il loro pensiero o ancora raggiungerli in sogno.
Vorrei vederli crescere, farsi uomo e donna saggi e giusti, ridere con loro e cavalcare nei campi osservandoli diventare più abili di me nelle arti equestri e nelle armi. Vorrei poterli avere qui, a condividere con me questi colori, queste luci, questi profumi e le meraviglie di queste terre, certo...oh, povero me!
Posso parlare alle loro menti, far volare la mia anima fino a loro in sogno, e discutere così del governo che ho loro affidato, ascoltarli e guidarli quando ne abbiano bisogno, vederli in quel piatto argentato...ho libertà, salute, un amore infinito e perfetto, che non ha forse uguali al mondo...e non mi basta! Mio Dio, quanto sono avido! Sono l'uomo più ricco del mondo e non mi basta!”

Pochi giorni dopo arrivò la prima vera e fitta nevicata, coprendo ogni cosa in uno spesso mantello di silenzio.
Orijenne era inquieta: soffriva la strana situazione che si era creata con il vecchio. Per tutta la vita era stata con quell'uomo, che, in qualche modo, l'aveva comunque cresciuta.
Era abituata al suo modo di essere, al muro di indifferenza che aveva intorno e al suo egoismo nel considerare dovuta qualsiasi attenzione o gentilezza e, anzi, a lamentarsi spesso di non essere apprezzato o benvoluto.
A lui aveva sacrificato la sua giovinezza, era stata affettuosa, per quanto si possa esserlo con un muro di granito, ne aveva avuto cura, benché lui non ne avesse mai avuta di lei e aveva creato, in ogni caso, un buon accordo.
Ma dopo gli eventi dell'inverno precedente e la lontananza durata mesi, ora pareva che non potesse più sopportarne la presenza, pur se limitata, poiché egli era presso codesti monaci, a forse cento trabucchi di distanza, o poco di più.
Era stanca, la nostra dolce strega: erano trascorsi mesi dalle preoccupazioni per il nonno e per Veit, ma lo sfinimento accumulato in molti anni pareva travolgerla ora, tutto insieme, forse perché non doveva più mantenere desta la guardia.

A volte mi chiedevo come fosse possibile, in una donna cresciuta senza una sola carezza, una tale capacità di amare e non soltanto il suo compagno.
Era capace di accorgersi delle necessità della gente del villaggio prima ancora che essi stessi manifestassero un bisogno, aveva cura, pur nel suo essere così selvatica, di ognuno, animale, umano o vegetale, con una dolcezza di cui non era lontanamente consapevole.
E mi colpiva, soprattutto, la delicatezza, il profondo rispetto e la tenerezza che aveva in ogni piccolo gesto verso il Principe, o meglio, che avevano l'uno verso l'altra, in ogni istante delle loro vite.
Nel vederla stanca o triste, il Principe la trascinava in battaglie a palle di neve, in cui finiva per coinvolgere mezzo villaggio, o costruivano con la neve castelli e pupazzi, o ancora scivolava con lei, a pancia in giù, lungo il pendio su un grosso telo, finché la sua stanchezza si faceva fisica, si che se la portava in braccio davanti al fuoco a bere miele o vino caldi.

A volte, osservandoli, si affacciavano alla mia mente le immagini di ciò cui avevo assistito molti mesi prima e mi domandavo cosa accadesse veramente tra loro quando si ritiravano nelle loro stanze, dall'altra parte della casa.

Una notte mi svegliai di soprassalto a causa di uno strano, terribile sogno in cui si mescolavano la guerra, un futuro forse possibile ed un passato tanto remoto da non essere accettabile, in cui carri da guerra volavano lanciando fiamme e sfere di fuoco verso un mondo in rovina.
Turbato, uscii nella notte a camminare nella neve e mi fermai all'improvviso, attratto da strane luci, rendendomi improvvisamente conto di essere prossimo alla finestra di Orijenne.
Dall'imposta lasciata per metà aperta, usciva una luce morbida, mutevole e ricca di colori delicati e forti che, pur là nella casa e lontano questa volta alla mia vista, mi scuoteva fin nelle più insondabili profondità del mio essere. Sorrisi tra me e mi chiesi se mai quei due facessero le cose come si conviene ai comuni mortali, almeno qualche volta.
Me ne stavo là, seduto su un ciocco di legno a riflettere quando sentii qualcuno alle mie spalle.
Nella notte chiara per le stelle riflesse mille volte nella neve, riconobbi Clarn, apparentemente uomo, in realtà della stessa natura di Vehar e della Madre dei Lupi, forse la più anziana delle Fate Lupo delle Valli.
Mi salutò con un gesto e sedette accanto a me sul ciocco, restando immerso nella contemplazione: “Cosa ti porta qui in piena notte, vecchio Lupo?” domandai temendo qualche nuovo problema: “Nulla di che” rispose con quella sua voce rasposa: “Il Signore Giovane è quasi sempre nelle Nuove Terre, sulle tracce di qualcuno...e preferisce che uno di noi resti a tenere d'occhio la piccola strega e il suo Principe straniero” nel buio gli occhi della vecchia Fata rilucevano gialli, inquietanti, come inquietante era la lunga cicatrice biancastra che partiva dalla spalla e raggiungeva la mano destra, dove mancava l'indice.
“Ci sono nuove dalla bassa?” domandai. Lui scosse la testa arruffata: “Forse. Vehar ha messo gli occhi su un paio di balordi, laggiù, ma non dice nulla, ancora. Spero che li interroghi prima di sbranarli, nel caso...se si arrabbia diventa troppo irruento, sai? Ah, questi cuccioli! Grossi come lupi adulti e stupidi come poppanti!”
Sorrisi all'idea di considerare Vehar come un cucciolo, a quasi duecento anni di età e sette piedi di altezza.

“Passerei la notte intera a guardare quella luce” sospirò il mio compagno di veglia: “Non credevo che quelli della tua specie fossero in grado di fare una cosa del genere...oh, guarda, la luce dell'Anima!”
Dall'imposta ora usciva una luce diversa, che si sovrapponeva alle altre, abbagliante e bianco azzurra, radiante, intensa. Distolsi lo sguardo sbattendo le palpebre diverse volte: “Che intendi?” domandai incuriosito, lieto di poter avere qualche spiegazione: “Oh, non lo sai? Beh, ecco...loro creano un ponte tra i corpi dell'Anima, che poi iniziano ad essere uniti e vibrare, come corde di uno strumento, sai, insieme, allo stesso modo, diventando sempre più uguali, in armonia, come posso dire? Poi, quando le Anime hanno unito tutti i loro corpi, escono dal loro giaciglio e cominciano a danzare insieme fino ad avvicinarsi e, alla fine, si fondono e...fanno quell'effetto lì, vedi?”
Capivo ben poco di quel che diceva: “Corpi dell'Anima? Non comprendo le tue parole”

Il vecchio lupo si grattò un orecchio, riflettendo. La luce era molto intensa e dovetti voltarmi perché i miei occhi non riuscivano a sopportarla, nella notte: “Vediamo...ecco, vedi, qui c'è l'Anima, no?” disse disegnando con un legnetto un piccolo cerchio nella neve: “Attorno ci sono dei...dei gusci, dei veri e propri corpi, come quello lì cui sei abituato, uguali, sempre più grandi e sempre più...più...oh, come dire, simili alla materia, a quella roba di cui sono fatte le cose che si possono mordere, insomma” e disegnò cerchi sempre più irregolari attorno primo, fino al sesto che aveva più o meno la forma di un uomo appena abbozzato: “Ecco, e poi c'è l'ultimo, la corazza, l'armatura, quello che ti porti dietro mettendoci i vestiti e i gambali, o la pelliccia, o le piume…quello che è.
Ogni corpo guarda fuori dall'armatura attraverso un occhio di luce a forma di fiore, tranne che uno ha la forma di una canna vuota e unisce insieme tutte le cose alla terra da una parte e al cielo dall'altra.
L'Anima ha occhi ovunque, nelle mani, nei piedi, nella fronte, insomma in ogni posto dell'armatura, ma è ben riparata nel centro, dove c'è solo silenzio e pace e nulla la può turbare. Se ne sta lì e osserva le cose che succedono e le muove con la sua volontà attraverso le luci. Di solito gli esseri viventi, soprattutto gli umani, che sono piuttosto inetti e stupidi, non se ne accorgono e tantomeno sanno come intervenire con la testa, con il carattere...con quella roba che in genere pensate sia tutto, mentre ne è solo una piccolissima parte”
“Il pensiero, dici?”
“No, quello voi non ce l’avete…” gli diedi una gomitata nel fianco, cui rispose con un ringhio divertito.

Mi girava un po' la testa, ma era affascinante ed incredibile: il mondo mi pareva all'improvviso qualcosa di infinitamente più grande e complesso di quanto mai avrei immaginato.
“Ma...insomma, faranno anche le cose...normali, no? Quelle che sono use fare tra un uomo e una donna!” esclamai. Clarn mi osservò di sbieco, gli occhi brillanti e obliqui socchiusi: “Quali cose?”
“Ma come? Quelle...insomma, lo sai come si fanno i cuccioli, no?”
“Perché, vogliono dei cuccioli?”
Non sapevo se ridere o che altro: “No, non credo, ma...ma queste cose non si fanno solo per avere dei cuccioli! E poi sarebbero bambini”
Clarn fece una smorfia: “Non c'è molta differenza...perché si fanno, quindi? Non riesco a capire il tuo discorso, straniero” risi davvero, questa volta: “Perché...si amano e perché è molto piacevole!” esclamai.
Il Lupo reclinò la testa da una parte, in quel modo tipico della sua specie, mi studiò un bel po' e poi scoppiò a ridere, battendosi una manata sulla coscia: “Sei davvero un pover'uomo, amico mio!” ribatté poi: “Quello che tu puoi provare con i tuoi metodi, non è che un singolo fiore in un arido pascolo, in confronto ad un'immensa distesa di fiori multicolori dai profumi e sapori celestiali”
Lo fissai a bocca aperta: “Non meravigliarti a quel modo, Cavaliere. Se non vado errando, hai avuto anche tu, lassù nella Grotta, una leggera eco di questo meraviglioso prodigio, non è vero?”
Alzò gli occhi a guardare le stelle: “Ah, sono davvero esseri fuori dal comune. Questo tipo di unione può bruciare un normale essere umano come una paglia d'estate. Se si perde il controllo, le anime diventano sempre più forti, la loro unione divampa come un sole d’agosto, fino ad incenerire il corpo...Sii grato alla Madre per non essere in grado di farlo e nemmeno di comprenderlo e sii grato per aver potuto esserne messo a conoscenza così diretta da quasi poterlo assaporare”

Si avvicinavano le festività e, come è naturale, Yule era una delle feste più importanti nelle Terre dell'Ombra.
Come quell'eretico del Principe diceva, le festività cristiane erano state sottratte alla precedente Religione, mutandole spesso nel significato, svilendole e usandole per manipolare le menti, ma qui, dove ancora i popoli non conoscevano la religione d'Oriente, erano ancora così come erano state dall'alba del mondo.
La gente del villaggio era in fermento, tutti preparavano i riti del Solstizio, dolci, oggetti rituali, abiti nuovi o rinnovati, profumi e pozioni o sacchetti d'erbe augurali e così via.
L'aria profumava di festa e di spezie che, forse grazie ai forestieri, arrivavano da Ysengarda e Ivrea in quantità e varietà notevoli.

Il sole era prossimo al tramonto, Orijenne stava intrecciando corone di giunchi da ornare con i frutti dell'inverno, vestita d'una tunica grigio pallido come i Sacerdoti, le guance rosse per la gioia e il freddo, là, presso il cerchio di pietre al centro del villaggio, quando arrivò Vehar a cavallo, portando qualcosa di simile ad un grosso fagotto.
Entrò nel villaggio al galoppo e scaricò il sacco proprio ai piedi di Orijenne e Veit, seduto ad osservare il lavoro delle donne.
L'involto era in realtà un uomo, pesto e livido, dall'aspetto sporco e trascurato, una barba incolta e irregolare, i calzoni zuppi di qualcosa che doveva essere stato causato dalla paura.
Veit lo osservò in silenzio, Orijenne scattò in piedi e fece un passo indietro, inorridita dall'aspetto esterno e probabilmente interno, ch'io non potevo vedere, di quell'individuo.
“Ecco, Orij! Questo è la causa di tutto. È un omuncolo falso e meschino al soldo di qualcuno là fuori, nella Marca, ma non sono riuscito a farlo parlare, o almeno non in modo coerente. L'ho tenuto in vita perché pensavo che avreste avuto domande da fargli”
La donna lo guardava sdegnata, per nulla sollevata all'idea di trovarsi di fronte al nemico a lungo cercato.
Io accorsi a spada inutilmente sguainata, poiché l'uomo era legato e la spada di Vehar troppo rapida e troppo desiderosa di infilzarlo per tentare qualsiasi mossa.

Veit sedette a terra, accanto all'uomo, in silenzio.
L'altro non osava guardarlo, teneva la testa verso il suolo gelato, tremante. Passò un momento interminabile, in cui il Principe parve profondamente immerso in una sorta di meditazione, poi levò la mano su di lui, la tenne a circa un piede di distanza dalla sua lurida testa e prese a portarla lentamente verso di sé.
L'uomo gridò, la testa che seguiva la mano del Principe come trascinata da una forza inarrestabile, benché egli nemmeno lo toccasse.
Così, per una strana e straordinaria attrazione, lo trascinò senza punto toccarlo per mezzo braccio (braccio o tesa, ancora in uso in alcune aree delle Alpi Occidentali = 187cm), mentre questi gridava terrorizzato, gli occhi di fuori e la schiuma alla bocca per il terrore. 
Il Principe era la calma in persona: “Non dovresti temere questi piccoli trucchi, bifolco...non si nasconde un grande mago sotto gli abiti da bracciante? Non hai forse per amici gli spiriti più pericolosi degli inferi?”
L'altro prese a gridare: “No, non ne so niente, sono innocente! Mi hanno costretto, quegli uomini alla taverna, ad Ysengarda!”
Orijenne e Vehar si scambiarono uno sguardo: “Quali uomini?”
“Non so, non li ho visti, portavano un cappuccio rosso ricamato...io...ero ubriaco, devo aver parlato della Valle e loro volevano sapere a tutti i costi dove fosse e come arrivarci. Mi chiesero di un mago, che aveva raggiunto le Terre d'Ombra trentacinque anni fa, ma io a quell'epoca ero molto piccolo, non so nulla di queste cose.
Mi dissero che potevano darmi tutto quello che volevo, oro, mercanzie, gioielli, donne...qualsiasi cosa se li avessi aiutati.
Accettai e mi dissero che avrei dovuto raggiungere la città ogni plenilunio e avrebbero portato ciò che chiedevo e, quando fosse stato il momento, mi avrebbero detto cosa fare” Vehar ringhiò, spaventevole nella sua forma di uomo con il muso lupino e feroce: “Che hai chiesto, maledetto? Non hai abbastanza oro, là nelle Nuove Terre? La riva dell'Ombra ha sabbia e ghiaia d'oro anziché di pietra!”
L'uomo deglutì: “Io...donne. Avevano donne bellissime e discinte. Le donne Valdombriane non si mescolano a noi e le donne delle Nuove Terre sono solo contadine o meretrici di basso livello, sciatte e sformate. Chiesi seta d'Oriente e donne solo per me. Alla conclusione del nostro patto, avrei scelto quella che preferivo e sarebbe stata mia” La gente del villaggio guardava sconvolta: “Donne? Come possono darti delle donne in cambio di qualcosa, come fossero mercanzia vigliacco?” gridò il Lupo: “È...è normale! Voi qui fate diverso da tutti gli altri, ma nel Mondo dell'Uomo è così che funziona” Orijenne guardò me e il Principe, interrogativa.

Veit strinse la mascella: “Purtroppo dice il vero. Là fuori non vi è nulla di strano nell'essere padroni di altri, anche se della propria specie. Si possono comprare e vendere facilmente uomini o donne, se si ha abbastanza denaro e potere. Dunque, quali furono le loro richieste?”
L'altro strisciò un po' più in là, cercando di allontanarsi dal Principe: “Passarono mesi. Io davo loro informazioni e loro mi lasciavano le donne, ma soltanto là, ad Ysengarda, non potevo portarle con me. A me non importava, è molto difficile portare qualcuno qui e non essere controllati, per cui mi avrebbe fatto comodo portare solo quella che avessi scelto, alla fine.
Un giorno mi chiesero se ci fosse una donna cui fosse stato affidato un incarico particolare, forse fuori dalle Valli. Non qualcuno, ma una donna, insistettero, doveva essere una donna per forza, una guaritrice, una sacerdotessa o una strega.
Non sapevo, mi dissero che avrei avuto due donne per me, se avessi scoperto qualcosa e che mi avrebbero insegnato a governare gli spiriti per farne dei servitori. Ero sempre stato attratto dalla magia, ma anche questa non ci è permessa, qui. Sarei stato l’unico a conoscerla, tra i nuovi popoli se questo mi avrebbe reso importante, rispettato, potente.
Accettai e presi a percorrere la Valle centrale in lungo e in largo, per mesi. Un giorno sentii che una strega guaritrice era partita per un lungo viaggio affidando il nonno centenario alle cure del villaggio e che non sarebbe tornata per molto tempo. Chi lo diceva temeva che questa potesse trovarsi in pericolo, là fuori, e si rammaricava poiché la sua famiglia era stata sterminata durante le guerre di trent'anni fa.
Pensai potesse essere quello che cercavo e feci in modo di incontrare il vecchio. Era sempre con qualcuno: la Sacerdotessa, qualche fanciullo, una Fata Lupo o comunque qualcuno del villaggio e non potevo mostrarmi incautamente, poiché non avrei dovuto essere qui. Un giorno d'estate lo vidi riposare presso la strada maestra, sotto il salice a guardia del ponte e finsi di essere un viandante della Vall'Inverso.
Sedetti e ci mettemmo a chiacchierare, quasi diventammo amici.
Mi rivelò che sua nipote era stata inviata a salvare un Principe germanico, lontano, affetto da qualche male incurabile per la sua gente. Il vecchio non sapeva perché, è pieno di gente malata, là fuori, e molti sono re e imperatori, ma a nessuno qui è mai importato di loro. Doveva essere molto potente e molto importante, disse in confidenza. Gli chiesi come fosse la nipote, per averle affidato un compito così difficile e lui me ne mostrò il ritratto nella casa del Consiglio di Borgo, di cui lei era a capo. Una bella ragazza dal viso triste e lunghi capelli castani, minuta, dallo sguardo determinato, ma sicuramente piuttosto esile.
Tornai da quegli uomini e dissi loro quel che avevo scoperto. Non li vidi per due mesi, ma mi lasciarono le donne, così potevo andare in città quante volte volevo. Un giorno uno di essi tornò e prese ad insegnarmi come dominare la mente del vecchio e come fare per renderlo prigioniero di un demone.
Dovevo solo trovare il suo punto debole. Il vecchio era vanesio ed egoista, non gli importava veramente di chi gli stava intorno, nemmeno della nipote, in fondo, non fu difficile.

Mi ci vollero altri due mesi, poiché dovevo apprendere l'arte della magia oscura per portare a termine in mio compito, ma alla fine riuscii.
Quando tornai in città, però, non trovai più né loro, né ciò che mi avevano promesso, eccetto una di quelle donne, disposta a seguirmi fino qui e mi accontentai, sebbene fossi furente per essere stato ingannato.
Ormai era pieno inverno, tornai e le strade furono chiuse per mesi, ben sapendo che il vecchio, dominato dal demone, era ormai fuori dalle Terre Sicure, dalla nipote, pronto a farle perdere il senno, a rubarle la vita e sfinirla fino ad ucciderla. Il demone si sarebbe nutrito della sua forza vitale, ma il vecchio avrebbe agito come preso da pazzia, contribuendo a sfiancarla, così che non potesse usare arti magiche.
Non so a cosa tutto questo servisse, ma ho una moglie molto bella ed esperta in uomini come non pensavo possibile e non è nemmeno male come cuoca. Mi accontento. Non so niente altro!”

Gli arrivò un calcio da parte di Vehar: “Vile, maledetto, e ti par poco?!?” abbaiò. Era preda della furia, si vedeva che avrebbe voluto potergli azzannare la gola e scuoterlo fino a smembrarlo.
Orijenne era pallida, seduta sulla neve incurante di bagnarsi gli abiti e congelarsi: “Mi ha tradita così, senza altro motivo che la sua vanità...” sussurrò sull'orlo delle lacrime. Per quanto poco conoscessimo il vecchio, né il Principe, né io eravamo sorpresi.
Vedevamo ogni giorno come amasse farsi servire e trovasse ogni scusa per non fare le cose o inventasse sempre nuovi capricci, del tutto indifferente ai disagi che poteva procurare a chi gli era intorno, del tutto inconsapevole.
Vehar era immensamente arrabbiato, come il resto dei villani.
“Non preoccuparti, Signora” le dissi, non sapendo cosa fare: “Noi ti vogliamo bene” lei alzò gli occhi sorpresa: “Non ti lasceremo sola, saremo noi la tua famiglia” aggiunsi. Mi guardò, guardò il Principe che sorrideva con gli occhi colmi di tenerezza e abbassò la testa, un po’ vergognosa.
“Bene” riprese Veit: “Ora sappiamo che avevano veramente qualcuno all'interno delle Valli, poiché non erano in grado di penetrare le difese naturali o...o non naturali della Terra di Confine. Il loro potere è grande, ma è confortante scoprire come abbia dei limiti” disse sollevato. “In qualche modo hanno scoperto che qualcuno mi aiutava, qualcuno che, dopo la mia scomparsa, era riuscito a trovarmi... e che si trattava di una donna. Questo è un mistero, certo: come potevano sapere di Orijenne se non erano in grado di trovare me? Non sapevano dove io fossi, né dove lei fosse, quindi probabilmente usarono divinazioni e oracoli, non mi viene in mente altro.
In ogni modo, dovevano avere la mia traccia, di certo non era difficile procurarsi qualcosa di mio, avendo preso il castello, quindi, se inviarono spiriti malvagi, non ebbero bisogno che intercettare la nuova traccia di chi mi stesse toccando (traccia=di nuovo impronta vitale impressa su qualsiasi oggetto appartenuto al cercato. I capelli sono tradizionalmente ritenuti il miglior modo di procurarsi la traccia di un essere umano n.d.a.).
Così hanno cercato di indebolirla e attaccarla, in quanto fuori dalla protezione delle Terre d'Ombra, ma lei era comunque troppo forte: ci voleva qualcosa di più, qualcosa cui lei non potesse sottrarsi e da cui non potesse difendersi...qualcosa che, oltre a sottrarre energia al suo spirito, la sfinisse fisicamente, fino a farla ammalare e spegnere lentamente, senza più difese. Uno spirito forte avrebbe resistito. Un genitore o nonno amorevole non avrebbe ceduto, ma...”

“Quando ho trovato Orijenne alla carbonaia era allo stremo” intervenne Vehar: “Non mangiava e non dormiva da mesi, costretta a stare appresso alle follie e ai mali di fantasia del nonno giorno e notte, senza interruzione, a cercare cibo senza potersi allontanare dalla capanna in cui lui l'aveva costretta con una fuga e una caduta.
Non aveva coperte perché lui le aveva tutte per sé, cibo perché quel poco era per il nonno, non poteva sdraiarsi perché c'era un solo pagliericcio e lui lo teneva per sé, senza darle un minimo di spazio.
Stanca, perché egli pretendeva di essere sollevato e spostato continuamente e si teneva così rigido da diventare pesante come piombo, benché, quando lo riportai all'interno della Valle, mi sia reso conto di come fosse del tutto abile di fare ogni cosa da sé e di come camminasse quasi agilmente. Lei era sfinita, sola, perduta. Disperata perché non poteva né aveva la forza per adempiere al suo compito di aver cura del Principe, né era più in grado di usare le sue capacità. Se solo provava a  compiere delle opere o incantesimi, subito il nonno, come avendone sentore, prendeva ad agitarsi, impedendole qualsiasi agire e risucchiandole le forze residue.
I suoi occhi erano spenti, la sua pelle priva di vita, le sue spalle prive di speranza.
Aveva combattuto forze malvagie, su alla capanna, e si era rifugiata laggiù in quella tana per topi presso la carbonaia per nascondersi e cercare un po' di calore. Solo il mio arrivo la risollevò e ancora porta i segni di quel tempo!”
L'omuncolo si agitava nella neve, legato e mezzo infilato in un sacco di spessa tela, terrorizzato: “Non sapevo, non sapevo che volessero fare! Ero solo rabbioso per come ci trattate e volevo un riscatto!”
“COME VI TRATTIAMO??? Siete vivi, maledetto! Avete scatenato tre guerre in meno di dieci anni, avete commesso crimini inimmaginabili! Vi abbiamo permesso di vivere, e di fruire di ciò che le Nuove Terre spontaneamente offrono! Come osi ora lamentarti?” ruggì il Lupo.
L'altro piagnucolava, tremante. Il Principe si alzò e si allontanò da lui: “È chiaro che gli Incappucciati non se ne sono andati semplicemente per non pagare il debito con questo abbietto individuo. Potevano, se avessero voluto, andarsene senza lasciare nulla, ma hanno lasciato una meretrice...dubito che sia soltanto una donna di facili costumi, una ricompensa” si volse a guardarci tutti, uno per uno: “È certo una loro spia, in grado di comunicare con essi per qualche via misteriosa. Non possiamo permettere che quest'uomo torni a casa sua e non possiamo permettere che quella donna...”
“Viva?” domandai.

Il Lupo ci osservava attento, Veit scosse la testa, turbato: “No” sospirò: “Se scomparisse capirebbero che è accaduto qualcosa e che lei è stata scoperta. Dobbiamo fare in modo che non abbiano sospetti”
Non era semplice: corrompere la donna, sperando che passasse dalla nostra parte? Se era al soldo degli Incappucciati era probabile che fosse una di loro, o una vittima dalla mente schiava, o profondamente fedele ai suoi signori. Ucciderla pareva non essere possibile, dunque?
“Sire, dovremmo fare in modo che invii loro informazioni errate...ma come?”
“Possiamo farlo noi” disse Vehar: “Lui posso farlo secco?” chiese sollevando malamente il fagotto piagnucoloso e sistemandolo di traverso sul cavallo. Veit trattenne il riso: “Non vedi l'ora, vero?” disse quasi dolcemente: “Non puoi evitare di macchiarti di questo delitto?”
“Quale delitto?” protestò Vehar.
Anche a me scappò una risata e vidi diversi sorrisi trattenuti a stento attorno a noi. Il Principe sorrise: “Amico mio, è un omuncolo inerme. Non avete segrete o prigioni, qui?”
“C'è un posto” disse la Sacerdotessa: “Ma è un luogo sacro. Come possiamo sporcarlo rinchiudendovi un criminale? E per quanto tempo?”
“Finché avrà vita” rispose gravemente il Principe.

Lontano, proprio all'imbocco della Valle alle Nuove Terre, era una costruzione misteriosa, chiamata Rocca Sacra.
Si diceva fosse nata in una sola notte, su uno sperone di roccia sospeso nel vuoto, costruita da Esseri Fatati per proteggere le Terre d'Ombra. Da millenni, però, nessuno vi metteva piede ed era completamente abbandonata.
Pure si ergeva lassù, aerea e leggiadra a sfidare il cielo.
Un luogo sacro per quella gente, ma perfetto: un muro inespugnabile, una piccola costruzione interna circondata da fertili orti.
L'uomo avrebbe visto il sole, avrebbe vissuto in solitudine e romitaggio forzato senza poter fuggire, controllato dai lupi della Bassa Valle, mentre qualcuno, di tanto in tanto, gli avrebbe portato ciò che gli occorreva.

Vehar non era d'accordo, ma per il rispetto che nutriva verso il Principe e il profondo affetto che lo legava ad Orijenne, non si oppose. L'uomo, per parte sua, chiese perdono in lacrime e giurò eterna gratitudine al Principe.
Cosa poi sia accaduto, non mi è dato saperlo.

Più tardi, quando lo scompiglio creato dal Lupo Giovane e dal forestiero fu placato, trovai il Principe presso il Cerchio di Pietre, pensieroso e in solitudine. Sembrava profondamente turbato: “Non sei contento, Sire? Finalmente questo dilemma sta trovando soluzione!”
Lui scosse la testa, continuando a fissare oltre il villaggio, oltre il declivio che guardava la Valle Centrale snodarsi verso le Nuove Terre percorsa dal nastro argenteo dell’Ombra. “Reichard…non sarebbe stato possibile, se non fosse stata ferita” Non riuscivo a capire il senso di quelle parole: “Ferita, Sire? Non lo era, dovettero usare il vecchio come veicolo per poterla attaccare! La tua bella strega è forte!” esclamai orgoglioso.
“Lo è!” rispose lui, veemente: “Certo che lo è, ma è ferita! Se non lo fosse stata, non sarebbero riusciti a tracciarla, Reichard! Il problema non nacque nel momento in cui presero la mente del vecchio, inviandolo come loro servitore inconsapevole, no! Il problema nacque nella traccia! Lei inviava verso di me la sua luce guaritrice, la sua magia…è chiaro che io ero tracciato, in qualche modo! Attraverso i loro mezzi non potevano trovarmi fisicamente, sapere dove fossi e, a causa delle protezioni magiche su di me, non potevano toccarmi, ma sapevano in qualche modo riconoscere la mia traccia! E quando lei entrò nel mio spirito con il suo…poterono tracciare lei!”
Ero basito: “Ma, Sire, lei non era protetta, dunque, come lo eri tu?”
“Si, naturalmente, certo più di me, poiché la loro Arte è più forte ed antica della nostra, ma c’era una ferita in lei, che permise agli Incappucciati di capire che si trattava di una strega delle Terre d’Ombra e che non era nella sua terra a causa mia.” Si voltò finalmente a guardarmi, negli occhi lessi un profondo tormento: “Il suo cuore era ferito, non una sola volta…era ferito dalla più tenera infanzia, per quanto lei lo avesse chiuso al mondo, come disse Vehar non molto tempo fa. So che pare orribile, ma un cuore chiuso in una cassa di pietra ti protegge da molte cose. Non permette al sole di penetrare in esso, non di fortificarlo, non permette alla gioia e, sopra ogni cosa, all’amore di raggiungerlo, perché protegge da ogni cosa, cattiva o buona indifferentemente.
Orijenne non si è mai chiusa in una tomba, ma si è chiusa all’amore, per proteggersi. Non pensare che non sapesse più amare, perché saresti molto lontano dalla verità, ma non permetteva a niente e nessuno di amarla, capisci? Ma per me…lasciò andare ogni protezione, ogni prudenza…riaprì la sua ferita per potermi curare, permise ai miei nemici di vederla, di riconoscerne la traccia. Divenne vulnerabile, Cavaliere, per me! Per proteggere uno sconosciuto, un forestiero dalle mani insanguinate da molte battaglie!”
Ero molto confuso: “Sire, perché? Perdonami, ma non capisco per quale motivo sia diventata…fragile? Per curarti? Non ne vedo il legame”
Lui mi guardò, gli occhi grigio scuro traboccanti di dolore: “Una persona integra, che non abbia ferite, non perde le forze nel curare, anzi! Se la sua Arte è buona e forte, la magia scorre tra il malato e il guaritore, fortificando entrambi. Egli, ella, può essere sfinito alla fine della sua opera, non diversamente da quanto lo siamo dopo un allenamento di spada, ma ogni giorno, in ogni caso, più forti. Ma se chi guarisce è ferito, allora la forza, la magia, scorre fuori dalla ferita come sangue dal corpo. E dove c’è una ferita, molti mali possono insediarsi, come sappiamo, e fare infezione, portare cancrena. Lei lo sapeva, sai? Probabilmente fu una delle prime cose che le furono insegnate, da bambina, ma non se ne curò, pur di soccorrermi.”
Sorrisi tra me: chissà per quale ragione non ero per nulla sorpreso da quelle rivelazioni…dicono che chi non è stato amato, non sappia amare.
Io non credo: credo che, al contrario, un cuore puro possa comprendere, da un immenso dolore, più di quanto potrebbe chiunque altro.
Come un deserto che, da una sola goccia di pioggia, riesce a trarre tanto nutrimento da esplodere nella più rigogliosa fioritura, così quel cuore saprà, nella sua sete, trasformare una sola carezza, un semplice sguardo fugace, nel più grande dei doni.

Il Principe, Orijenne e io fummo convocati alla Sala Consiliare, nella parte più estrema ed elevata delle Terre d'Ombra, là dove cielo e terra si abbracciano.
I Sacerdoti Bianchi discussero come comportarsi con la donna e, per quanto le loro parole mi fossero per lo più oscure, mi sentii onorato per essere al loro cospetto.
Uno dei Signori dei Segreti prese l'incarico di controllare la bella meretrice delle Nuove Terre.
Avrebbe usato un'Arte per incantarne la volontà, spingendola a comunicare ai suoi padroni che tutto procedeva tranquillo e non erano nuove di qualche rilevanza, ma che stava bene ed era sempre all'erta. Sperava che questa gli avrebbe riferito anche le loro risposte, si da comprendere le loro intenzioni e le loro aspettative.
L'uomo l'avrebbe controllata spesso, scendendo al loro villaggio o chiamando la sua volontà perché ella salisse all'Isola chiamata “Delle Fate”, che segnava il confine tra le terre abitate dai forestieri e quelle dei Valdombriani, così da spingerla a parlare senza esserne consapevole.
Sembrava un bel modo di interrogare i prigionieri, pensai.

Quella notte scoprii perché la parte più bassa delle Valli dell'Ombra venisse chiamata Nuove Terre.
L'anziana ci spiegò che, fino a meno di duecento anni prima, era occupata da un grande lago, chiamato “Mare d'Ombra”, il quale, a causa del disfarsi di parte di una antica frana, da cui il fiume aveva preso a gettarsi prorompente, si era svuotato nel volgere di pochi lustri.
Le terre, dapprima paludose, divennero fertili in pochi anni, ma rimasero disabitate, lasciando crescere giovani boschi ricchi di animali selvatici, così i forestieri, penetrati nella Valle nell’anno mille e quattro, non avevano trovato alcuno a contrastarne l'insediamento.
Le Nuove Terre erano ora in parte ricoperte di castagni, querce, pioppi e altri “begli alberi” come lei li definì, per il resto coltivabili come meglio si credesse e la sabbia lasciata sulle sponde dei piccoli laghi superstiti del Mare d’Ombra e del fiume stesso, era praticamente formata d'oro.

Il resto dell'inverno passò quasi sereno, le nostre famiglie erano in salute, pure ci dissero che la “memoria” del Principe veniva ancora e ancora infangata con menzogne sempre più crudeli.
Verso marzo, accadde però qualcosa che turbò profondamente il Principe.
I due fanciulli raccontarono di nuove accuse che serpeggiavano tra la gente, sempre più insistenti, alcune, come sempre, stupide, frutto delle menti labili di coloro che volevano mostrare a tutti di essere a conoscenza di segreti sempre più grandi e scandalosi, le seconde diffuse dagli Incappucciati.

Vidi il Principe impallidire come uno straccio quando gli riferirono alcune mostruosità, che altro non erano se non l'attribuirgli ciò che nella realtà aveva subito nella sua fanciullezza, fatti di cui nessuno era a conoscenza, se non i suoi aguzzini e che, ora, venivano riportate come azioni compiute dal Principe stesso.
Il motivo, naturalmente, non era soltanto l’infangarne la memoria nel cuore della gente, insinuare il dubbio sulla sua rettitudine, ma, se mai il Principe fosse stato davvero ancora in vita, avrebbe dovuto subire molti processi per i suoi crimini, che non avrebbero potuto che concludersi con condanne a morte per rogo, o tramite atroci torture, come sarebbe stato giusto e sacro.
Infangarlo con tanta bassezza, aveva dunque lo scopo di fomentare la rabbia e il desiderio di catturarlo e consegnarlo alla giustizia umana e divina.
Vi erano, naturalmente, coloro che lo difendevano contro i bugiardi, a spada tratta e senza esitare, minacciando di mettere a ferro e fuoco le case dei suoi accusatori, bugiardi e corrotti, ma le infamie restavano, affilate e minacciose sulla testa di un uomo nell'impossibilità di difendersi, vivo o morto che fosse.

Fu un colpo basso, qualcosa che probabilmente, pur conoscendo a fondo i suoi nemici, nemmeno lui si aspettava, oppure, come aveva detto l’anno prima, il sapere quanto doloroso sia sentirsi penetrare nel corpo un coltello affilato, non ti evita di soffrire quando questo abbia a verificarsi.

Per giorni nessuno, nemmeno Orijenne, poté lenire il suo dolore. Si fece cupo, solitario e scontroso, fuggiva ogni giorno a cavallo e non tornava se non quando era ormai buio.

Orijenne non tentò mai di seguirlo, né insisteva nel tentare di parlargli o di consolarlo.
Attendeva, spesso cercandolo con gli occhi lungo i sentieri, fingendosi altrimenti affaccendata, spesso alla finestra, in silenzio.
Tornava impolverato, il cavallo fumante per le corse, si gettava addosso secchi di acqua gelida e si ritirava, spesso senza toccar cibo e senza parlare.
Se uscivo a passeggiare, dopo che anche Orijenne si era ritirata, anche lei mangiando appena o per nulla, non vedevo, dalle imposte semichiuse, filtrare alcuna luce.
Solo buio e silenzio.

Ero arrabbiato: comprendevo che il Principe soffrisse, ma non era giusto far soffrire Orijenne con il suo malumore, tanto più che non portava ad alcun risultato. Ciò che accadeva là fuori non potevamo cambiarlo se non tornando nel mondo dei vivi e combattendo, almeno secondo il mio pensiero.
Certo, mi rendevo pure conto che non era un normale esercito ciò che dovevamo affrontare, né un paese ostile o un'orda di ribelli all'Impero: il nostro nemico era sfuggente, infido, sottile e mobile, inafferrabile come argento vivo (Mercurio nativo n.d.a).
Mi sentivo impotente un'altra volta e vedere Orijenne triste e solitaria mi feriva.
Non aveva forse patito abbastanza?

Un giorno lo affrontai. Lo seguii e lo trovai in un ampio prato ancora innevato, nascosto alla vista, che si allenava lanciando frecce da cavallo, in piedi sul suo nero lanciato al galoppo, poi ritto in sella e subito dopo nascosto dietro il fianco dell'animale, veloce, preciso, forte, agile come un circense o uno di quei barbari nati a cavallo nelle misteriose terre dei Khan.
Le sue frecce, pur scagliate da posizioni da cui anche cavalieri esperti e abili sarebbero precipitati, colpivano il bersaglio improvvisato, una sorta di spaventapasseri che aveva vestito con un cappuccio rosso.
Restai ad osservarlo ammirato a lungo, ridendo della rabbia che sfogava verso un babaccio di paglia con un drappo in testa.
“Perché alla gola o alla testa, Sire?” domandai dopo un po' uscendo allo scoperto: “Perché non tiri mai a cuore o visceri?”
Non si voltò, forse si era accorto della mia presenza, forse semplicemente era abile a non farsi sorprendere: “Non ce l'hanno” rispose recuperando le frecce: “Il cuore” terminò voltandosi a guardarmi.
Era furioso, gli occhi color piombo lanciavano fiamme, ma quando mi si avvicinò, riponendo le frecce nella faretra per lasciar libero il cavallo, mi accorsi che erano colmi di un profondo dolore, amaro come fiele.

“La stai uccidendo” gli dissi.
Senza guardarmi prese a sciogliere le cinghie della sella, la mascella serrata: “No” diede una leggera pacca all'animale che si allontanò sgroppando libero e si mise a brucare poco più in là, in una zolla libera dalla neve: “La sto proteggendo” disse dopo un interminabile momento.
Si lasciò cadere su una roccia asciutta al mio fianco, su cui sedetti a mia volta: “...Proteggendo?”
“Da me” rispose fissando qualche nulla di passaggio. “Sire, che dici? Perché mai dovresti?”
Lui si passò le mani tra i capelli, appoggiò la fronte alle braccia incrociate sulle ginocchia e così rimase per un po' senza rispondere, forse cercando ordine tra i suoi pensieri.
“Mi stanno corrompendo” disse alfine, rialzando il viso bruciato da molti giorni di sole su nevi ancora non disciolte.
“Provo odio, un odio feroce verso di loro, verso le loro parole, le loro azioni meschine, verso coloro che ne seguono i pensieri.
Ne sono corroso, lo sento crescere e divampare come un fuoco su sterpi troppo secche, che non so fermare...mi corrompe, fa di me ciò essi non sono riusciti a fare in tanti anni. Mi sento sporco, come se vivessi nei loro putridi corpi, come se la mia anima fosse putrescente come le loro”
Non comprendevo: “Sire? Tutti abbiamo odiato qualcuno, qualcosa e non vi è dubbio alcuno che essi siano odiosi e...putridi, come tu dici. Le loro accuse, così ributtanti verso di te, come potrebbero non suscitare la tua rabbia ed il tuo sdegno?”
Si volse a guardarmi di scatto, irato: “Non capisci, Cavaliere? Non parlo né di rabbia, né di un sacrosanto sdegno, io parlo di odio, di puro, liquido e bruciante odio.
Ho combattuto, nella mia vita, ho ucciso molti nemici, poiché questo era il mio dovere ed il mio compito, ma mai li ho odiati. A volte provai per loro ammirazione e rispetto per il loro valore, a volte compassione o almeno pietà, a volte, nella folle confusione della battaglia, semplicemente nulla.
E il nulla per i corpi mutilati lasciati sul campo non era vera indifferenza, era comunque velato di pietà.
Non ho odiato mia madre per avermi venduto: l'ho temuta, ho sofferto, ho provato orrore nel vedere ciò che era o in cui si era trasformata, ma non l'ho odiata, pur se il giorno in cui scomparve provai un senso di liberazione.
Non ho odiato nella guerra di tre anni fa quegli esseri dannati, privati della ragione e dell'intelletto che si scagliavano assatanati contro di noi, pur nel momento in cui vi incitavo a colpire senza pietà: era ciò che andava fatto, per la salvezza nostra e di tutti e, forse, anche per ciò che restava delle loro anime. Non ho odiato...loro, quelli” disse indicando il manichino con il drappo rosso in testa: “Da bambino, quando mi torturavano e...” si interruppe, strinse forte gli occhi e le labbra, improvvisamente pallido: “Non li ho odiati. Ne ero terrorizzato, sapevo di doverli combattere, ho pianto, ho pregato, mi sono arrabbiato, certo, ma so di non avere odiato.
Scagliavo la mia disperazione e la mia paura contro di loro, mi facevo forte, lottavo, cercando in me una forza che non sapevo di avere, chiedendola a Dio o alla Terra, nel cui abbraccio mi rifugiavo, cercando conforto...ma non provavo odio e fu questo a salvarmi. L'odio corrompe ogni cosa, la rende putrescente, malvagia, pure se si veste di giustificazioni e buone intenzioni. È veleno...e io ne sono colmo.
Provo disgusto verso di me, mi sembra di puzzare di carogna, di marcio e mi sento bruciare” alzò gli occhi.
Erano duri, del colore di un piombo fuso e agitato come da nubi di tempesta, ma disperati: “Sire” sussurrai: “Sei umano. Soltanto umano. È solo la tua umanità che ti fa provare ora tutto ciò che sei riuscito a tenere lontano per tutta la vita. Lascia che questo odio passi, come una tempesta d'estate, e vedrai che dopo ti accorgerai che non era che un temporale e non il diluvio universale. Non trattenerlo, o diverrà davvero ogni momento più pesante da sopportare”
Vidi una lacrima scivolare furtiva lungo la sua guancia: “Tu non sai che pensieri ho...pensieri di cui io stesso ho vergogna, e mi assalgono, mi tormentano, mi deridono...sono sudicio, insozzato dal loro male come non credevo possibile. Se non riesco a liberarmi in fretta di tutto questo, Reichard...avranno vinto: sarò forse un loro nemico, ma sarò pari a loro” chiuse gli occhi, la fronte corrugata nel viso sofferente: “Dio, non sono degno di incontrare lo sguardo di quella donna!” gemette.

Presi dalla bisaccia un pane fresco e il formaggio e glieli porsi.
Era smagrito, sicuramente da giorni non toccava cibo o ne toccava appena.
Dapprima sdegnò la mia offerta, poi il profumo del pane dovette arrivare al suo cuore, o almeno al suo stomaco, e ne accettò un boccone e poi un altro, infine ne afferrò metà e vi affondò avidamente i denti.
Tagliai il formaggio e glielo porsi: “Bevi, Principe, o ti ingozzerai” lo canzonai offrendogli la borraccia.
A bocca piena mi guardò, gli occhi improvvisamente innocenti ed interrogativi, azzardò mezzo sorriso e deglutì.
Mangiammo in silenzio, assaporando per un po' le luci e i profumi che ci circondavano: “Sai, Sire?” dissi alfine: “Io invece credo che il suo sguardo potrebbe lenire il tuo dolore. Io credo che se tu avessi di nuovo il coraggio di incontrare i suoi occhi, ciò che vi vedresti scaccerebbe i tuoi demoni come l'aurora scaccia le tenebre. Sta soffrendo, sai? Mai si lamenta, mai piange, nemmeno, per quel che posso vedere, cerca di toccare il tuo cuore, ma la vedo inviarti...credo preghiere, pensieri, carezze.
Stai permettendo a questo orrore di trascinarti nel suo baratro infernale, lottando da solo contro i tuoi fantasmi...leva il tuo sguardo nel suo e vedrai che sarai nuovamente sanato”
Mi alzai e montai a cavallo, lasciandolo ai suoi pensieri.

Tornò che il cielo era ancora chiaro, appena percorso da rosse lingue di tramonto, con alcuni pesci e un mazzetto di bucaneve dai capini reclinati come a chiedere umilmente perdono.
Senza parlare posò i pesci sul tavolo con i fiori accanto, lasciò in un angolo alcune frecce che stava fabbricando, sparì dietro la casa e andò alla fontana a lavarsi.

Orijenne non toccò i pesci, né i fiori, ma prese le frecce, le osservò, le soppesò, ne scartò due, poi prese da un cassetto un pacchetto di penne, remiganti di qualche piccolo rapace e vi si mise a lavorare, perfezionandole. Quando il Principe rientrò, le frecce erano là, perfette ed eleganti come regine.
Non restava che colorarne il piumaggio di quel blu pavone caratteristico del Signore di Eldenburg.
Pulii i pesci, misi i fiori in una coppa sul davanzale, il Principe li arrostì, fuori, sulle braci, mentre Orijenne, in silenzio, cucinava una minestra densa e profumata.

Più tardi il Principe si ritirò e solo dopo parecchio tempo Orijenne entrò nella stanza.
Uscii a camminare nella notte. Non vidi alcuna luce filtrare dalle imposte, ma, dopo molti giorni, la notte recava con sé una pace profonda che, sapevo, presto avrebbe raggiunto l'anima tormentata del mio Signore.

Il giorno dopo, molto presto, spaccò legna inutile, poiché la legnaia era quasi piena, tagliò sterpi che non avrebbero invaso l'orto se non entro un paio di mesi, spalò una neve ormai quasi disciolta e poi se ne andò a piedi. Orijenne lo guardò allontanarsi in silenzio, mi pareva più serena.
Voltandosi vide che la osservavo: “Non mi ha rivolto la parola” disse: “Ma mi ha abbracciata ed è rimasto così tutta la notte”
Sorrisi: “Vedrai, presto tornerà a sorridere. Ti ama, Signora, sei il sole e l'aria per lui, sei qualcosa di sacro e non sopporta che il suo tormento possa pesare su di te”
Lei sorrise abbassando lo sguardo e uscì senza rispondere.

Il giorno dopo, tornando dal villaggio più in basso, dove ero andato a prendere alcune provviste, li vidi abbracciati sotto le Betulle e pareva che il Principe non avrebbe mai più potuto staccare le labbra da quelle di lei.

Presto la primavera esplose con prepotenza anche lassù, ricoprendo di corolle profumate i fianchi delle montagne, tanto che non facevamo che cucinare ogni cosa con violette, primule e ogni sorta di fiore o pianta commestibile.

Si avvicinava il plenilunio, ma, al contrario del solito, il Principe non era desideroso di incontrare i suoi figli, benché qualcosa lo turbasse, come un richiamo che non riusciva a comprendere appieno.
Mancavano tre giorni alla Luna piena, forse quattro, quando decise, controvoglia, di tentare lo specchio d'acqua.
Non fu difficile con l'aiuto di Orijenne e finalmente l'immagine di Yuleius apparve sull'argento del bacile. Il suo giovane viso era preoccupato e mi parve sciupato.
“Che succede, Yule? Dov'è tua sorella?” esordì il Principe.
Il giovine scosse la testa: “È partita in segreto con Herms per raggiungere il Duca nostro cugino. Stanno succedendo cose gravi e confuse, padre. Qualcuno ha violato la tomba di famiglia, aprendo i sepolcri di tuo padre, di suo fratello, dei nonni...e il tuo, naturalmente” disse esitando.
Veit era di gesso: “E per quale ragione? Disprezzo? Magie oscure? Che dicono gli alchimisti?”
Yuleius scosse la testa: “Nulla, a dire il vero...dopo aver profanato le tombe degli Eldenburg improvvisamente è esploso il caos: alcuni individui dai volti coperti hanno gridato a gran voce che la tomba del Principe Veit è vuota, eccetto per un mucchio di stracci e una maschera di cera come quella dei papi. Dicono che il Principe eretico e folle, che vestì le sue spoglie mortali credendosi più che un imperatore, sia uscito dalla tomba e vaghi nelle notti a caccia di sangue e di anime innocenti, ma...” si interruppe: “La verità che serpeggia tra i potenti, ormai, è, semplicemente, che...la tomba di Veit è vuota. Che nessuno è mai stato sepolto là e questo è tutto ciò che serve.
Al popolo puoi raccontare sciocchezze su non-morti sanguinari, ma i nemici sono in fermento, la voce del tuo...inganno è giunta fino alle orecchie dell'Imperatore Enrico e forse già allo Stato della Chiesa.
Loro nutrono molto odio per noi, padre.
Non Enrico, che per quanto non ti abbia incontrato che un paio di volte, per onore a suo padre Corrado ti rispetta e non moverà un dito contro di te, ma la Chiesa ed i suoi molti alleati, loro ti vorrebbero alla gogna o meglio ancora all'inferno e l’inferno sta per scatenarsi, qui.
E di certo, seppure Enrico non agisse contro di noi direttamente, non si opporrà alle marche e ai regni che decideranno di farlo.
Temo dovremo armarci e presto. Temo ci manderanno contro tutti gli eserciti d'Europa e d'Oriente.
Ora sono davvero in molti a volere la tua testa, padre, anche se abbiamo raccontato, in lacrime, che il tuo sepolcro era vuoto perché, assennatamente, temendo profanazioni o continue processioni di curiosi, tumulammo le tue spoglie mortali in un luogo segreto, si da poterti dare pace, almeno nel sonno della morte e che la maschera da papa era solo per ingannare eventuali curiosi e non per tua superbia.
Ora Litha ha finto un malore a causa degli orrendi avvenimenti occorsi negli ultimi tempi ed è ufficialmente rinchiusa nella torre, lontano da tutti, in volontario esilio finché non si sia rimessa.
Naturalmente, la notte stessa del suo 'malore' è partita con Herms alla volta del Ducato. Cerchiamo alleati, ma la gente è confusa: c’è chi esulta, gridando che stai per tornare, come si è sempre detto nelle leggende che fioccavano sul tuo essere in vita, chi si dispera pensando che, se fuggisti fingendo la tua morte, forse fu per i tuoi innumerevoli peccati, che vedevi ormai prossimi ad essere scoperti, per i debiti che il Principato aveva, all’insaputa di tutti, per le mostruosità che sapevi bene di aver compiuto.
Il Duca cugino ha fatto un discorso pubblico, l’altro giorno, dicendo che la tua vera tomba è in un luogo segreto, inviolata, che lui solo conosce e che fu la tua stessa saggezza ad ideare l’inganno di una seconda tomba.
Questo ha fatto si che la gente si sia calmata per un po’, ma presto vorranno a tutti i costi conoscere l’ubicazione della vera tomba e sarà molto più difficile rifiutare di rivelarla, per quanto sia quello che faremo, a qualsiasi costo.”
Sorrisi, nonostante tutto: i gemelli non avevano nemmeno quattordici anni ed erano già più che scaltri statisti.
“Avete fatto bene, figli miei. Continuate a stare all'erta, contattate in segreto ogni possibile alleato, ma, mi raccomando, studiatene dapprima la lealtà! Meglio un piccolo esercito fedele che un tradimento!
Chiamate Brian, ovunque sia e qualunque cosa stia facendo, che si rada la barba e si scurisca i capelli, è ora di tornare in gioco. Io partirò domani stesso”
“Padre! Sei sicuro che sia saggio? Ti danno del demone, mentitore e assassino, come prenderanno una tua ricomparsa?"
Il Principe socchiuse gli occhi, di ghiaccio pur se più scuri della notte: “Bene. Il demone è tornato, vediamo chi si azzarderà a gettarmi fango addosso, ora! Si facciano avanti i miei accusatori, lo facciano guardandomi negli occhi! Mi portino le prove dei miei misfatti e dei miei malefici, che io, per mia parte, porterò le prove dei loro, senza fatica alcuna!”

Quando lo specchio d'acqua si fece azzurro come il cielo di primavera sopra di noi, ci accorgemmo di essere soli: Orijenne non era più lì accanto e la lince si lavava accuratamente le grandi zampe argentate presso la catasta di legna.
Il Principe la cercò con lo sguardo, poi saltò in piedi e si gettò in casa come un cavallo selvaggio.
Li raggiunsi, e mi meravigliai nell'udirli litigare, prima di comprendere.
Orijenne stava preparando la partenza, non nostra, ma propria e Veit tentava in ogni modo di impedirglielo.
“Non verrai!” gridava il Principe: “Non posso permettere che tu corra un simile rischio! Io non voglio che tu corra alcun pericolo!”
“Tu non vuoi?!? Come osi rivolgerti a me in questo modo, straniero? Non osare imporre su di me il tuo volere e non permetterti di darmi ordini!” urlò di rimando la Strega.
Per quanto la situazione fosse cupa, almeno per quanto ci attendeva, mi misi a braccia conserte a godermi la scena appoggiato allo stipite.
“Non voglio darti ordini! Non ti ho mai dato ordini, ma questa volta farai come dico io!” le gridò lui di rimando.
Orijenne spalancò gli occhi, furiosa e al colmo dello stupore: “IO farò??? IO farò?? Io farò esattamente come IO voglio, che ti piaccia o meno! Nessuno mi dice cosa devo o non devo fare, tantomeno un forestiero malaticcio!”
Mi stavo divertendo un mondo.
“Senti…io…io non voglio dirti cosa devi o non devi fare, Orijenne” disse Veit
cercando di recuperare la calma: “Ma...non posso permettere che ti accada qualcosa, non voglio che tu corra rischi inutili...saresti nel mezzo di una guerra che non ti appartiene, in un mondo cui tu non appartieni, per tua fortuna, e io morirei se ti venisse fatto del male!” concluse quasi implorandola.

Orijenne, intenerita dalle ultime parole del suo Principe, sbollì dalla rabbia: “Ma io non posso abbandonarti! E se quella è la tua guerra, come può non appartenermi? Io voglio essere con te, posso essere il tuo miglior guerriero!” protestò.
“Lo so. Il migliore, il più feroce e indomabile nel difendermi. È questo ciò che più temo: non ti risparmieresti, dimenticheresti la prudenza, abbandoneresti ogni cautela nel combattere e ti lanceresti contro avversari non solo numerosi, ma crudeli, bugiardi ed infidi.
E sei una donna: loro non te lo perdonerebbero! Là fuori le donne d’armi sono più malviste della peste! Si lancerebbero contro di te in cento, in mille pur di distruggere qualcuno con tale ardire...sono vili, perversi, sporchi nei pensieri come nei corpi.
Ti odierebbero in quanto donna, sentendosi schiacciati dall'umiliazione per il tuo valore, la tua abilità e, sopra ogni cosa, perché sei la mia compagna...io non posso e non voglio immaginare cosa succederebbe se tu fossi su quei campi di battaglia, ma...come potrei combattere sapendo che tu, poco più in là, potresti essere circondata da vili assassini?
Non voglio che posino su di te i loro sguardi lascivi e lussuriosi, che ti sporchino con i loro pensieri ripugnanti!
Orijenne...mi dispiace doverlo dire, ma vivrei nel terrore e non mi saresti d'aiuto, tutt'altro!” lei lo fissò con gli occhi pieni di lacrime, senza rispondere, ferita.
“Orijenne...Rimani al sicuro e proteggimi, si che nessuna mano possa ferirmi.
Rendimi forte, come sarò sapendo che tu sei al mio fianco, ma lontana, nascosta alla vista di chiunque, per quanto potente e malvagio.
Tu sei la mia luce, il mio respiro, il sole che risplende dentro di me...sei il mio cammino sacro, la forza che arma il mio braccio, la speranza che mi rende invincibile, l'ardimento che fortifica il mio cuore, l'acqua che mi disseta e mi purifica, il nettare che mi nutre...ti prego, non farmi male! Non potrei sopravvivere se una loro lama ti dovesse ferire, ti prego! Non farmi male! Sii la mia arma segreta, il mio scudo, così che io possa tornare vittorioso ad abbracciarti!”

Orijenne era senza parole: come avrebbe potuto ribattere?
Quel perfido governante era abile con le parole come con la spada e la sua bella strega non poteva che arrendersi. Forse.
 “Ma io non posso restare qui” rispose.
Passò lo sguardo dall'uno all'altro, stupita dalla nostra perplessità: “Non posso proteggerti da qui! Non ricordi? Durante l'altra guerra nemmeno la Madre dei Lupi o i Signori dei Segreti potevano raggiungerti. Dovetti partire per venire da te e solo una volta oltre i confini delle Valli dell'Ombra mi fu possibile curarti, parlarti e solo perché eri sfuggito alla guerra stessa. Devo seguirti almeno per un tratto, Signore di Eldenburg, pure se non ti aggrada” continuò con una luce divertita negli occhi profondi.

Decidemmo che l'avremmo lasciata al sicuro alla casetta presso le Montagne della Marca di Trento.
Era abbastanza lontano dalla guerra, nascosta in un angolo protetto dove si sarebbe sentita quasi come a casa in mezzo alle montagne, seppure straniere, tra gente per bene, e allo stesso tempo abbastanza vicino da poterla raggiungere in pochi giorni di galoppo, tanto che ci parve una soluzione perfetta per tutti.
La volta precedente Orijenne era stata attaccata, ma ora, durante una guerra che si preannunciava complessa e difficile, con il Principe presente con il suo doppio in prima linea, così da confondere al massimo gli eserciti, non avrebbero avuto né tempo, né modo e nemmeno l'interesse di trovarla.
Questo era ciò che tutti pensavamo, non solo noi, ma anche i Valdombriani.
Ci avviammo con la benedizione del villaggio, della Madre dei Lupi e dei Signori dei Segreti che tenevano ad un guinzaglio la lince, molto contrariata perché non le era permesso seguirci.

Viaggiammo per molti giorni, quasi sempre per vie secondarie e non frequentate.
Il fermento non era ancora così manifesto, sebbene le facce della gente esprimessero preoccupazione e i popolani prendessero a nascondere provviste nelle cantine o sotto i pavimenti.
Arrivammo finalmente alla Marca di Trento e presto fummo in vista della nostra valletta segreta.
Il contadino cui il Principe aveva affidato la casa ci accolse con gioia, mostrandoci come si fosse preso cura della casa, dell'orto, del piccolo frutteto e dei cespugli di rose.
Ogni cosa era fiorente, in perfetto ordine e curata. Accolse Orijenne con ammirazione, promettendo di aver cura di lei come del fiore più prezioso del giardino.
Presso quella gente semplice e laboriosa, là nel silenzio dei pascoli solitari, la notizia della guerra imminente non era giunta e, chissà, forse non sarebbe giunta mai.

Partimmo il giorno stesso, dopo aver preso un pasto frugale e aver riempito le bisacce e partimmo con il cuore pesante: la casetta era l'ultimo baluardo di pace e lasciarla, oltre a lasciare Orijenne, significava lasciare quella pace, andando incontro ad una guerra subdola e feroce, dall’esito incerto.
Il Principe continuava a volgersi indietro, a volte piegandosi sul cavallo come spezzato in due da un dolore del corpo, non solo dell'anima, poiché allontanarsi da lei era per lui una tortura.
Viaggiammo in silenzio per alcune ore, alternando momenti di passo ad un trotto moderato, piuttosto svogliatamente.
 Il Principe continuava a ripetersi che si trattava della cosa migliore da fare, ma più per persuadere se stesso, che per un reale convincimento. Soffriva. “Se devo morire, vorrei che fosse tra le sue braccia” si lasciò sfuggire ad un tratto, manifestando tutta la sua angoscia. Morire su un campo di battaglia, senza poterla rivedere, era la peggiore delle immagini che si presentavano alla mente.
Prima di partire l’aveva abbracciata a lungo, accarezzandola con le mani e lo sguardo: “Se fossi mortalmente ferito, ti prometto che ti manderei immediatamente a prendere e aspetterei il tuo arrivo, anche se mi avessero strappato il cuore! Non vorrò morire senza sentire almeno la tua mano nella mia, senza una tua ultima carezza!” sono i pensieri di chiunque parta per una guerra, in ogni tempo e in ogni luogo del mondo, almeno di chiunque abbia un amore ad attenderlo.
Ricordai quante volte, nei campi di battaglia, avevo visto soldati fissare il cielo con sguardo ormai vuoto, uno sguardo sempre uguale in ogni volto.

Ci accampammo presso un torrente dove trovammo un capanno, comodo anche per ricoverare i cavalli, e io discesi al fiume a riempire le borracce.
Fu là che accadde e fu la cosa più sconvolgente di tutte quelle che avevo vissuto in quegli anni, pur se, forse, accadde solo nella mia mente.
Sedetti sotto una quercia per un momento a riflettere e godermi il silenzio e, d'un tratto, mi trovai trasportato in un altro mondo.

Ero in una città fantastica di torri dalle forme incredibili, leggere ed ardite come non ne avevo mai potute nemmeno lontanamente pensare, con giardini che correvano verso l'alto, fino ai tetti, su terrazze che si alternavano in modo strano, come a mosaico o formando delle spirali attorno alle torri stesse, e poi giardini anche a terra, ovunque posassi lo sguardo, fiumi, fontane dagli zampilli danzanti, che riflettevano inesistenti arcobaleni occhieggiando da ogni angolo. Pareva una città nata dalla mente di un genio pazzo e sognatore, una città che solo Veit avrebbe potuto immaginare e realizzare, in un qualche mondo incantato.
Intorno alte montagne ricoperte di vegetazione lussureggiante, cascate attraversate da arcobaleni su cui vedevo volteggiare uccelli dalle piume variopinte.
Mi guardavo intorno stordito.
Poi, bruscamente, il cielo si fece nero pece e orribili uccelli di metallo arrivarono a stormi lanciando dai loro becchi fulmini e sfere di fuoco.
Dalla città incantata vidi partire altri fulmini bianchi e rossi, si che molti mostri di ferro caddero, ma altri ne arrivavano da dietro la montagna ed erano una moltitudine.
Corsi, senza sapere dove, rendendomi conto che una parte della mia mente sapeva la strada e conosceva quel luogo.
Docile la seguii.
Entrai in un meraviglioso palazzo di madreperla e corsi lungo un portico, verso una scala, entrai in una minuscola stanza che mi parve da subito senza pareti, ma vi erano, fredde al tatto ed invisibili, ed ecco che questa si sollevò e mi portò in alto, in un salone dalle grandi finestre del tutto trasparenti, uguali a quelle della piccola stanza volante.
Poteva essere vetro, privo di colori e in una sola, immensa lastra: nessuna cattedrale e nessun castello aveva mai avuto niente di simile!
Un uomo, in piedi da solo, osservava la battaglia.
Mi voltava la schiena, ma era alto e con lunghi capelli neri, che scendevano lungo la schiena, lisci e lucenti come seta.
Corsi da lui, lo afferrai per un braccio: “Presto, dovete mettervi in salvo, vi copriremo le spalle!” gli gridai.
Lui si voltò lentamente e vidi il viso del Principe, quasi identico a come era ora, solo in qualche modo più raffinato ed elegante, uguale e diverso.

Mi osservò con gli occhi grandi, grigi e profondamente tristi: “Stiamo per partire per la capitale, fratello mio” disse sottovoce: “Tutti i re delle dodici città si troveranno nella sala del trono ad Hat Lanthia domani, e tenteremo là il tutto per tutto, un attacco diretto alla loro nave madre.
La città è perduta, ti affido il nostro popolo: conduci la gente nei canali sotterranei di scorrimento delle acque, lì troverai una flotta preparata da tempo in caso di emergenza...ci sarà posto per tutti, li condurrai verso Oriente, nelle terre selvagge. Troverete qualche luogo isolato e ricostruirete la nostra civiltà. Quelle terre non sono molto popolate, troverete buoni posti.”
Ero inorridito: “Non è possibile! Sei tu la nostra guida, il popolo sarà perduto senza di te! Vieni con noi, dunque, se non c'è più speranza”
L'uomo che in quel luogo era re ed era mio fratello, mi guardò tristemente: “Non c'è tempo. Se il nostro piano avrà buona sorte vi raggiungeremo, forse potremo salvare l'intero continente e ricominciare, forse...”
Entrò una donna alta, bellissima, in cui riconobbi la donna che avevo visto nei miei sogni correre abbracciata a lui sotto la pioggia di fuoco.
Aveva i capelli biondo scuro raccolti in una complicata acconciatura e un abito semplice, di una stoffa lucente ed argentea che le scivolava lungo il corpo sinuoso.

Mi sorrise e riconobbi Orijenne negli occhi scuri e profondi: “Ascolta tuo fratello” disse con la sua voce melodiosa: “Fai in modo che possiamo portare a termine la nostra missione sapendo che il popolo è al sicuro”
La guardai terrorizzato: “No!” tornai accanto al re: “Non puoi permetterlo!”
Lui mi fissò, un profondo dolore negli occhi: “Non posso impedirlo” rispose.
“Pensa a tuo figlio!” gridai.
Lui chiuse gli occhi, colpito. Mi guardò con l'angoscia negli occhi troppo lucidi: “Lei è il comandante della flotta” sussurrò: “Il mio più valoroso ufficiale. Solo lei può portare a termine la missione”
Partirono, su un piccolo carro volante d'argento. Lei mi salutò con un bacio sulla guancia: “A presto, abbi fiducia” e scomparvero nella notte.

Ora mi trovavo in un altro luogo, una sala con dodici seggi e un alto trono, anche questa con una parete trasparente e ancora più grandiosa. Dodici uomini e donne e un uomo dalla pelle bronzea, molto alto, con uno strano copricapo e abiti semplici, ma lucenti di fili d'oro di incredibile finezza erano assisi in semiciclo, eccetto uno, in piedi accanto ad un tavolo con minuscoli oggetti tondi e quadrati che luccicavano come monete d'oro sotto il sole.
Indossava un abito d'argento che pareva, camicia e brache, fatto in un solo pezzo. Sentivo la sua angoscia, mentre muoveva rapidamente le mani su quei tondini facendoli brillare e controllava una finestra piatta che non mostrava l'esterno, ma strane immagini, numeri e parole che non comprendevo.
Soffriva, ne sentivo il dolore come mio. Gli altri, pur impassibili, erano atterriti.

Lei entrò, splendida in un abito simile a quello del suo Re, ma azzurro che sfumava nel bianco e due ali bianche come insegna. Sorrise, gli si avvicinò: “Non temere” sussurrò dolcemente: “Sarò di ritorno prima che tu te ne accorga” lui la guardò negli occhi, come avevo visto fare tante volte a Veit ed Orijenne, come se non esistesse il firmamento o fosse tutto racchiuso negli occhi di lei, perso nel suo sguardo e lei in quello di lui.
Lei serena, lui disperato.
Le posò delicatamente una mano sul ventre: “Abbi cura di entrambi” disse in un soffio e la abbracciò come fosse la vita.
E lei partì.
La vidi su uno di quei piccoli carri, aveva una forma elegante, come un uovo appiattito e affilato da una parte, azzurro e bianco con le stesse ali che lei aveva sull'abito.
“Attenzione, appena entreremo nella nube le comunicazioni con l'esterno saranno impossibili. Speriamo di poter comunicare tra membri della flotta, ma in caso contrario mantenete il contatto visivo e restate in formazione.
Ci vediamo più tardi, tenetevi pronti a festeggiare!”

I piccoli carri, molti, lei da sola alla loro testa a guidarli, due alle sue spalle, poi tre, poi cinque, poi persi il conto, la seguirono come frecce azzurre nel cielo cupo attraversato da fiamme.
Li vidi entrare in una immensa nube nerastra e densa, ancora visibili, sebbene in un silenzio irreale.
Ed ecco...un enorme carro, tanto grande da coprire il cielo, emerse da dietro una montagna, lento, quasi pigro, come un grosso gatto malvagio in attesa del topo.
Il minuscolo carro del comandante si impennò, volando in alto, ad una velocità formidabile, seguito da tutti gli altri, ma, ecco...due uscirono dalla formazione, ruotarono e presero a lanciare dardi contro i compagni, mentre altri due inseguivano colei che era Orijenne.

Lei era abile, velocissima, non pareva in difficoltà nonostante la sorpresa del tradimento, li portò in alto, finse di precipitare, evitò ogni loro dardo, ma li colpì e li fece scontrare.
Nella sala tutti erano sconvolti, fissavano la scena impotenti.
Il re si alzò dal trono, raggiunse Veit accanto a quello strano tavolo: “Per la Mente Divina, siamo stati traditi!”
Veit era terreo, respirava a fatica: la flotta era immersa in un combattimento con i traditori, persa, scomposta, disperata, la loro comandante isolata e in lotta per la vita...l'enorme carro arrivò alle spalle del minuscolo insetto azzurro, lanciò un raggio rosso che lo avvolse.

Il suo sposo gridò, cadde a terra piegato su se stesso, le mani sulle tempie.
La piccola nave azzurra si fece incandescente, scomparve in una sfera di fuoco.
Sul viso di lui scorrevano lacrime di sangue, la sua pelle bruciava come le fiamme dell'inferno, la pelle stessa, in ogni minuscolo poro, prese a sanguinare.
Il Re, in ginocchio accanto a lui, piangeva abbracciandolo come un figlio.
Ordinò agli altri di fuggire, di salvarsi, prese uno strano oggetto che puntò contro il mio Sire, disperato. Ne uscì un raggio accecante, colpendolo in pieno petto e tutto fu silenzio.
Il re, con un gesto di infinita compassione, lo sollevò tra le braccia e lo portò via, mentre la torre crollava.
E alla fine compresi.

Mi risvegliai da quel sogno folle e corsi verso il bivacco, dimentico delle borracce, gridando il nome del Principe, ancora stordito.
Stava strigliando i cavalli, con movimenti lenti, il viso triste e distante mille e mille miglia. “Veit! Presto! È in pericolo!” gridai.
Lui si volse a guardarmi interrogativo, gli occhi colmi di tristezza che mi ricordarono terribilmente lo sguardo dell'uomo nella città fantastica, che mi ordinava di salvare il popolo, mentre andava verso morte.
“Che succede?” chiese guardando alle mie spalle, quasi fossi stato inseguito da un intero esercito: “Sire! Orijenne! È in pericolo! Dobbiamo tornare indietro, subito!”
Mi guardò corrucciato, stanco: “Ti prego, Reichard...che stai dicendo? Perché è in pericolo? Non può esserlo!” sedetti sulla greppia e cominciai a parlare, confusamente, dal racconto di Herms, anni prima, alla visione presso il fiume, di come uccidere lei avesse significato uccidere anche lui e il loro bambino. Veit scosse la testa, frastornato: “Ma Orijenne non è incinta, ne sono sicuro…lo saprei se lo fosse!” ribatté.
Per un istante, un breve istante, mi si fermò il respiro: ironicamente, proprio in quel momento, avevo la risposta alla domanda che mi ero posto da quando eravamo giunti in Valdombra. Mi sentii, per qualche motivo, ancor più intenerito da quella scoperta che rendeva il loro rapporto improvvisamente, dolcemente umano ai miei barbari occhi.
“Principe, loro stanno cercando lei!” ripresi con più veemenza: “Lei ha qualcosa, non so cosa, ma loro sono al sicuro solo uccidendo lei, non te! Se uccidono lei, uccidono anche te e qualsiasi speranza, per questo hanno scatenato la guerra. Ricordi? Il fermento è iniziato quando tu hai preso a cercare notizie sulle Terre d'Ombra e anche il bifolco traditore, laggiù, nelle Nuove Terre, è stato avvicinato per cercare la donna...ucciderti prima che la trovassi o farti tornare allo scoperto con lei o, meglio ancora, lasciandola al sicuro da qualche parte da sola, senza di te! Io non so perché, ma credo che sia come…come un’arma segreta, capisci? In lei c’è una fonte di forza, o forse una parte di te…nel sogno in cui Herms mi accusava, diceva che per colpa mia avevano ucciso tutti e tre, ma questo, per me, non aveva senso, a quel tempo”
Non sapevo se il mio discorso fosse logico, né se il Principe ne potesse capire qualcosa, ma egli risellò i cavalli e pochissimo dopo eravamo sulla strada del ritorno, questa volta correndo come il vento, come inseguiti da tutti i demoni dell'inferno e percorrendo in breve tempo la distanza di un intero pomeriggio tranquillo.

Era l'imbrunire quando giungemmo in vista del bivio che menava alla valletta, ormai prossimi alla meta.
Iniziavo a sentirmi sollevato, quando il cielo fu percorso da vortici di nubi nere, dense, come fumo di una pira di appestati e quei vortici si univano in uno, apparentemente sopra la casetta delle rose.
Riprendemmo la corsa, ancora più veloci, gli zoccoli che producevano scintille al contatto con il terreno, mentre il cielo era ormai una girandola di pesanti strisce nere e minacciose, finché, ad un tratto, Veit gridò e si piegò sulla sella.
Accorsi al suo fianco: "L'hanno colpita" gemette: "E' ferita, Reichard, presto, non c'è più tempo!"

Quando arrivammo in vista della casa l'orrore ci immobilizzò: dai pascoli, dal bosco, dai sentieri, arrivavano camminando lentamente e ripetendo in una cantilena i nomi di Shaitan (Satana n.d.a.), uomini dai cappucci rossi.
Una casa, poco lontano, era in cenere, dalla nostra le fiamme divampavano potenti, tanto che il calore arrivava fino a noi, il fumo acre di faceva lacrimare gli occhi.
Il Principe fissava terrorizzato la scena. “Lei è viva” mi sussurrò, cercando avidamente intorno.
Poco lontano, il capanno che usavamo per stivare le provviste era intatto...Orijenne doveva essersi rifugiata là: “Sono troppi, Sire! Siamo solo noi due! Cerchiamo di arrivare a lei e di fuggire, siamo a cavallo e loro...non vedo cavalli, né carri, come sono arrivati qui? Come, così in fretta?”
“Ci aspettavano, Cavaliere, non chiedermi come, ma erano già qui!” rispose il Principe.
Molti cappucci rossi si stavano voltando a guardarci, ormai accortisi della nostra presenza.

Arretrammo lentamente, tenendo d'occhio il capanno, ma ora il cerchio di incappucciati si muoveva come un'orrida creatura dalle molte teste e una sola volontà, verso di noi. Scattammo saltando un'alta siepe e gettando a terra un paio di quei vili.
Davanti alla porta serrata si stavano raccogliendo una ventina di loro.
Uno, che mi parve il loro capo, ci venne quietamente incontro e abbassò leggermente il cappuccio, tanto da poter guardare in faccia il Principe.
Aveva una brutta faccia molliccia e livida, i denti marci di uomo dal troppo amore per la tavola e poco della pulizia, gli occhi porcini e lascivi.
Un brutto volto che non mi era nuovo, anche se non riuscii a dargli un nome.

Un potente, di questo ero certo: “Mio carissimo Principe!” esclamò con una vocetta strascicata e l'accento latino: “È davvero incredibile come la tomba ti abbia giovato!” Veit lo guardava inorridito, respirava a fatica, non a causa del fumo, ma forse per la rabbia, forse per un antico terrore, forse per il dolore che la ferita di Orijenne gli procurava.
“Quanto tempo! Che bei ricordi, insieme, non è vero? Non eri che un fanciullino, ai tempi dei nostri così piacevoli incontri!” la mano del Principe strinse l'elsa della spada sguainata, le labbra serrate, gli occhi due fessure: “Cerchi qualcuno? Forse quella deliziosa creatura dagli occhi profondi e la voce melodiosa?”
“Che le hai fatto, verme schifoso?” sibilò Veit stringendo la spada, scalpitando nel cercare di superare la barriera di nemici: “Oh, ma nulla, mio caro...è lì, nel capanno, sai...sta facendo conoscenza con alcuni miei giovani amici...una conoscenza molto...approfo” non terminò mai la frase.
La sua testa volò lontano, la bocca ancora aperta a metà della parola, gli occhi sbarrati per lo stupore.
Il corpo, dal cui collo il sangue spesso e grasso zampillava come una densa fontana, si mosse ancora, a scatti, un passo scomposto, due, e poi crollò a terra come un pupazzo di stracci.

Il Principe era già presso il capanno, il cavallo, impennato, sfondò la porta entrando come un nero demonio.
Intorno a me gli incappucciati, atterriti dalla morte del loro capo, esitavano: ero solo, ma a cavallo e con la spada sguainata, si rendevano conto che, chiunque avesse tentato di attaccarmi, avrebbe fatto la stessa fine e non mi parvero impavidi, né generosi.
Pareva che non fossero armati, almeno non di lance o frecce, o qualcuno avrebbe già quantomeno tentato di colpirmi, ma se Orijenne era ferita, e lei non era certo facile da sopraffare, significava che, almeno alcuni di loro, dovevano avere armi e saperle usare, o saper usare l’inganno con molta abilità.
Mi fissavano muti, una marea di cappucci rossi sui pascoli e i sentieri, inquietanti nella loro minacciosa immobilità, in attesa di un mio gesto o di un ordine da qualcuno di loro.
Dal capanno arrivavano intanto grida e rumore di una breve battaglia, pochi brevi istanti e sentii odore di bruciato alle mie spalle, Veit uscì con Orijenne tra le braccia, ferita, ma viva: “Hanno incendiato anche qui!” gridò.
Si guardò intorno, la sua amata con la testa appoggiata alla spalla, minuta e fragile, il cavallo alle sue spalle scalpitava minaccioso.
Eravamo soli. Meno di due, poiché non solo Orijenne non era in grado di combattere, ma andava protetta: “Non sono riusciti ad avvicinarsi a lei, è riuscita a tenerli lontani anche ferita, ma è grave. Qualcuno ha gettato dentro una torcia proprio mentre entravo, sacrificando i fratelli” sibilò Veit: “Forse sono meno forti di quello che vogliono farci credere”.
Ero d'accordo.
Sicuramente era così, sicuramente erano vili, sicuramente erano tanti, tantissimi e dopo pochi attimi di smarrimento, ripresero, seppure esitanti, a circondarci: “Coprici!” gridò il Principe e corse con lei tra le braccia verso il pascolo davanti alla casa, oltre il sentiero.

Era completamente allo scoperto, non capivo cosa volesse fare, sarebbero stati un bersaglio perfetto e io, come potevo coprirli? Solo, contro forse duecento individui sparpagliati da ogni parte?
Mi tenevano d'occhio, intimoriti dai cavalli e dalla spada, ma seguirono la corsa del Principe, prendendo ad accerchiarlo.
Che stava succedendo? Aveva perduto il senno?
Ora era al centro del prato, la spada sguainata, Orijenne in piedi accanto a lui, pallida, aggrappata alla sua spalla.
Li attendevano. Immobili, fieri. Soli.
Ci scambiammo uno sguardo, lui sorrise appena, abbassò lentamente la spada, avrei voluto gridare, gettarmi in quel cerchio di mantelli rossi, potevo decapitarne una ventina prima di essere sopraffatto e forse qualcuno dalle fattorie più vicine, seppure terrorizzato, si sarebbe fatto coraggio e sarebbe accorso in nostro aiuto!
Potevo, potevamo ancora sperare...forse Veit comprese i miei pensieri, scosse leggermente la testa, stringendo più forte a sé Orijenne.

E poi accadde.
Vidi quelle due piccole perle di luce uscire da loro, restare un istante sospese a mezz'aria, qualcuno degli incappucciati forse comprese, gridò, le luci si fecero più splendenti, si unirono, una sola luce bianchissima eppure inspiegabilmente blu, sempre più intensa, tanto da ferire gli occhi, diventava una colonna di luce che li circondava, unendo terra e cielo.
Volevo guardare, ma gli occhi presero a lacrimare, la luce continuava ad aumentare di intensità, tanto che non riuscivo più a vederli, leggere, flebili ombre nel fulgore.
Mi gettai a terra, attorno a me percepivo confusione, urla, la luce mi feriva gli occhi, pur se li tenevo chiusi e stretti, nascosi la testa contro il terreno, sotto le braccia, gridai ancora il nome del Principe.
Poi venne il buio.

Fu la pioggia, gelida e insistente, a svegliarmi.
Mi sollevai e cercai di guardarmi intorno: era ormai buio e faticavo a vedere, gli occhi ancora feriti dalla luce.
“Sire?” chiamai. Tutto era silenzioso, era come fossi rimasto l'ultimo essere vivente sulla terra.
Mi alzai a fatica, finalmente riuscii a vedere qualcosa nel bagliore degli incendi che ancora divampavano poco lontano.
Tutto intorno a me, sul prato, sui sentieri, in ogni direzione, abiti rossi, qua e là anneriti come per del fuoco, giacevano a terra, inanimati.
Mi avvicinai a quello più prossimo, a pochi passi da me, spostai il cappuccio con la spada: un essere carbonizzato, dalla bocca spalancata in un muto grido di terrore mi fissava con lo sguardo vuoto.
Rabbrividii...non ne rimaneva uno solo. Soltanto mantelli rossi che la pioggia battente svuotava del loro contenuto, lavandolo via.
“Veit? Orijenne!” chiamai.
Silenzio.
Barcollando corsi verso il centro del prato, dov'erano fino a poco prima: l'erba era ancora calda, bruciacchiata dove posavano i piedi, ma non v'era traccia di loro.
Gridai i loro nomi, più forte, mi aggrappai alla zolla, in uno stupido, disperato gesto.
La pioggia stava spegnendo gli ultimi incendi, qualcuno piangeva, il contadino cui avevamo affidato la casa e Orijenne era riuscito a liberarsi dalla latrina in cui lo avevano rinchiuso e ora correva disperato attorno, come impazzito.
Forse persi i sensi.
Non so come tornai ad Eldenburg, né quanto tempo passò da quella notte.
Ricordo di aver viaggiato, lasciando ai cavalli la scelta della strada, il nero destriero del Principe al mio fianco.
Ricordo fiumi presso cui ci fermammo, notti che passai a fissare il vuoto stellato o sprofondato in una specie di sonno in cui continuavo a rivivere quella sera.
Non so se mangiai qualcosa, se fui o meno soccorso da qualche viandante, non ricordo.

So che un giorno mi svegliai in un letto, sentendo qualcuno muoversi silenziosamente attorno a me, sussurrando. Mi parve di udire la voce di mia moglie, ma poi tornò il buio.
Mi risvegliai ancora, era un altro giorno, un altro mattino.
Pur debole, riuscii al fine a vedere, un po' appannato e mi resi conto di essere nel castello, ad Eldenburg.
Una donna mi voltava le spalle, ma avrei riconosciuto quella treccia dorata ovunque: “...Litha...” sussurrai.
La Principessa si volse, mi fu accanto sorridente, mi prese la mano: “Reichard! Ti sei ripreso, finalmente!” Le presi la mano e piansi come un bambino, incapace di fermarmi.
Lei non disse nulla, restò solo in silenzio al mio fianco.
“È terribile, è terribile!” riuscii a mormorare alla fine: “Non li ho saputi proteggere, non ho capito cosa stesse succedendo finché non è stato troppo tardi! Io sono il responsabile del loro sacrificio!” gemetti.
La Principessa sedette sul letto, accanto a me: “Mio padre è vivo, Reichard, e anche Orijenne si salverà” la fissai incredulo: stavo sognando, ero di nuovo privo di sensi e forse di senno? O mi mentiva per pietà?
Lei annuì, un sorriso un po' triste, “Io li ho visti morire davanti ai miei occhi...” balbettai: “Come possono essere vivi, se li ho visti morire davanti ai miei occhi?"
"Davvero, Cavaliere? Li hai davvero visti?”
No, naturalmente: la luce mi accecava, avevo gli occhi chiusi, la testa nascosta tra le braccia: “Non era che erba bruciata e gli Incappucciati erano morti, bruciati da quella luce...le loro anime...sono diventate così potenti, più di mille soli! Me lo disse, un giorno, un vecchio lupo, ma io non vi detti peso: quella luce può diventare così potente, se non governata, da incenerire i corpi...ed essi hanno permesso che questo accadesse, laggiù!”
Sentii la voce venirmi meno, sopraffatto dalla commozione.
“Questo è ciò che hai visto. Ma più importante è ciò che non hai visto. La loro luce era un sole invitto troppo potente per tutti gli Incappucciati messi assieme, così potente da diventare un segnale, come un faro nella notte.
Al loro fianco apparvero creature leggendarie, uomini e lupi ad un tempo, esseri antichi e di immenso potere. Li presero e svanirono con loro nella notte. I loro corpi non sono bruciati, ma trasformati nella loro materia e ora sono al sicuro, oltre i domini dell'uomo, in un altro mondo nel quale la materia così trasmutata dei loro corpi possa sopravvivere, ma...” si alzò, prese una coppa e la riempì, porgendomela: “Non torneranno” Disse, precedendo la domanda che mi era salita alle labbra: “Non possono”
Sentii il cielo cadere su di me: “Perché?”
“Tutto l'Impero e oltre, probabilmente fino alle terre dei Khan, non parla che di ciò che è accaduto nella Marca di Trento...nostro padre non è più un comune mortale, ma una specie di eroe leggendario, quasi un essere divino per i più, un demonio eretico per gli altri.
Eldenburg è una terra franca, cui nessun esercito osa avvicinarsi, né oserà finché mio fratello e io saremo al trono, protetti dalla potente ombra del Principe nostro padre: lui rimarrà per sempre il Signore di Eldenburg, come una specie di nume tutelare...la sua ombra si estende oltre i nostri confini, protettiva e ad un tempo minacciosa” sorrise, strizzandomi l'occhio: “Un'eredità piuttosto ingombrante” scherzò: “In ogni caso, il mondo degli uomini non è più posto per lui, forse...forse non lo è mai stato...c'è posto solo per la sua leggenda e le molte che fioriranno” sedette sulla seggiola a fianco del letto: “Leggende che poco hanno a che fare con ciò che è veramente stato il Principe Eretico. Ha sperato fosse giunto un buon momento per farsi ascoltare, ma si sbagliava. L'umanità non è pronta per essere libera”
Le presi la mano: “Mia Signora, ma gli Incappucciati sono morti! Li ha sterminati, distrutti!”
Lei rise: “No, cavaliere...ne ha gratinati un bel po', si, ma non sterminati e, come lui temeva, presto, troppo presto, torneranno ad essere numerosi e saranno ancora più infidi e pericolosi, sempre più potenti e con le loro lunghe mani infilate in ogni cosa del mondo...sarà così finché i popoli non sceglieranno di crescere e di essere liberi e, sopra ogni cosa, non capiranno cosa questo significhi.
Nostro padre ha insegnato ciò che è più importante: guardare con i propri occhi, ascoltare con le proprie orecchie, pensare con la propria testa e sentire con il proprio cuore.
Essere leali, onesti ad ogni costo e ostinatamente perseveranti nei propri obiettivi e nella propria onestà.
Ha posto sul suo trono me e mio fratello perché insieme e allo stesso modo governassimo, in armonia e senza alcuna prevaricazione dell'uno sull'altra o viceversa.
L'estate e l'inverno, la notte e il giorno, la Terra ed il Cielo...eretico, blasfemo, satanico...un vero mostro!"
Si fece triste, gli occhi grigi così simili a quelli del padre da fare male: “Non so quanti comprenderanno...se mai questo accadesse, allora il suo compito sarebbe stato finalmente assolto, e il mondo potrebbe prendere una nuova via, ma, perdonami Cavaliere, io temo non succederà.
Eldenburg cadrà nell'oblio, dimenticata dalla storia come un peccato mortale e vergognoso. Sono potenti, gli Incappucciati, Reichard. Il loro potere è la mollezza dei popoli.
In ogni caso…” Si alzò, aprì una madia e ne estrasse un grosso sacco che ben conoscevo: “In ogni caso, se anche volessero tornare, non potrebbero restare che per brevissimo tempo.
Come ti ho detto, la luce delle loro anime, portando al massimo la propria intensità, ha, in un modo che non so spiegarti, mutato i loro corpi come gli alchimisti vogliono mutare la materia. Solo in una terra a cavallo dei mondi potremmo incontrarli, oppure…oppure nelle notti di Ognissanti o nei Solstizi. Quasi come fantasmi…a meno di andare in una Terra d’Ombra, come ti dicevo.”
Mi porse il sacco che teneva tra le mani da un po’: “Questi sono per te. L'oro che recavate in viaggio, un dono del Principato per la tua famiglia e la tua lealtà”
“Signora! Sono un mucchio di monete d'oro!” Ippolitha sorrise: “Lo so. A noi non servono, il tesoro del principato è al sicuro, intatto e di certo non occorrono a mio padre. Tua figlia partorirà prima dell'inverno.
Serviranno più a voi, perché possiate star bene per sempre, che a noi. Avrebbe voluto lasciarvi la casetta nella marca trentina, ma non sono rimaste che ceneri e anche ricostruendola, non penso vorresti tornarvi, visto l'accaduto, ma” prese un altro sacchetto di velluto nero: “Ti manda questi. Li ha portati durante il tuo lungo sonno un uomo dagli occhi strani, beh...non solo gli occhi a dire il vero...anche tutto il resto.
Altissimo, più di mio padre, con la voce simile ad un ringhio e lo sguardo da lupo, immagino uno di quelli che condusse in salvo lui e Orijenne.
Sono un dono dei Principe e della sua sposa. Qualsiasi cosa ne farai, sarà sicuramente la migliore” aprii il sacchettino con mani tremanti e mi scivolarono in mano un pugno degli Smeraldi e Rubini più belli che avessi mai visto, dai colori, luce e trasparenza senza pari: “I Rubini non vengono dalla Terra d'Ombra, almeno non da quella. Immagino vi siano altre Terre di Confine in giro per il mondo” spiegò Ippolitha: “Ma sono perfetti e non hanno prezzo, come la libertà della mente e del cuore. Possano proteggerti e portarti fortuna”
Mi lasciò a riposare, le pietre che quasi bruciavano e palpitavano nella mia mano.
Sarei diventato nonno.
Sorrisi tra me: ero un vecchio, al di fuori dalle Terre d'Ombra.

Non scoprimmo mai come gli Incappucciati ci avessero trovati. Come, là sul campo di battaglia, Veit mi aveva suggerito, non erano arrivati dopo la nostra partenza, evidentemente, ma attendevano in qualche posto non lontano dalla valle.
Per quanto potessero essere meno potenti di quello che volevano sembrare, dovevano esserlo molto, poiché, forse distratti dal pericolo della guerra imminente, non avevamo percepito in alcun modo la loro presenza.
Sospetto che, dopo aver scoperto che ci eravamo effettivamente recati presso Ysengarda, avessero da molto ripercorso i nostri passi, forse aiutati da cani o da quella misteriosa “traccia” di cui il Principe mi parlò, riuscendo a scoprire dove eravamo stati nascosti per tanti mesi.
In ogni caso, non aveva più importanza, non per noi, non per la nostra storia.

Qualche mese dopo facevo ballare il mio primo nipote sulle ginocchia.
Un bellissimo bambino, cui vennero imposti i nomi di Hubert Veit e, ancora oggi che è ormai grandicello, sono uso prenderlo in braccio, la sera, e portarlo a guardare il tramonto: “Vedi il sole che svanisce laggiù ad Occidente? Là, da qualche parte tra le Montagne dell'Ovest, oltre le terre dei mortali, vive con la sua sposa il più grande degli uomini, il più coraggioso, il più saggio, senza pari tra re e imperatori. E tu porti il suo nome. Rendigli sempre onore, oltre qualsiasi avversità”
 
Fine

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