Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

lunedì 18 aprile 2011

Frammenti di Valdombra...Diana e gli Origami delle Fate_ P.1


Nevicava. La gente passava lungo la via con guance e naso arrossati, nascondendosi nelle sciarpe e sotto i cappucci.
Molti si fermavano a guardare la merce sui banchi, in fila al centro della via pedonale, tutti con un bel gazebo, alcuni vere e proprie minuscole casette in legno da cui c'era chi offriva vin brulé, chi Bicerin, café valdôtain o semplice cioccolata calda e frittelle per pochi spiccioli.
Io avevo un vecchio ombrellone da spiaggia, che nemmeno copriva tutto il mio pur microscopico banco e, da me, nessuno si fermava: non avevo nemmeno i soldi per un faretto e la poca luce rendeva quasi invisibili i miei prodotti.
Avevo freddo, fame e paura: non avevo venduto niente in tutto il giorno e i miei ultimi risparmi se ne erano andati per pagare la tassa del banco e, dal momento che mia mamma non era al corrente della nostra reale situazione economica, non sapevo come le avrei spiegato perché non avessi comprato niente da mangiare. In più ero stata messa alle strette la sera prima da una mia…cara amica.
Lei viveva in una supervilla vicino a Ginevra e lavorava al Palazzo dell’ONU, vestiva solo abiti firmatissimi, andava una volta al mese a Lugano all’atelier Aldo Coppola e non considerava nemmeno un profumo se era sotto i cinquecento euro. Non faceva che vantarsi della casa, del lavoro, di quanto guadagnasse lei e di quanto suo marito.
Ora, grazie alle sue conoscenze era riuscita a farmi avere delle rare medicine omeopatiche per mia madre, introvabili dalle mie parti e molto costose, così mi aveva telefonato la sera prima dicendo perentoria che le aveva già spedite e che le dovevo 150 euro più quindici di spedizione, che avrei dovuto mandarle l’indomani.
Mi ero sentita mancare: a me aveva detto che non sarebbero stati più di 50 in tutto!
Non che, sapendolo, avrei gettato la spugna: mia mamma ne aveva veramente bisogno e non avevano gli effetti collaterali tremendi delle medicine ufficiali, ma…avrei potuto organizzarmi, che diamine!
Lei mi aveva derisa, trattandomi come una profittatrice, una che non voleva saldare i suoi debiti e cercava (inutilmente) di fare la furba.
Era giovedì. Le avevo risposto, seccamente, che glieli avrei mandati il lunedì seguente, mi servivano due o tre giorni.
Le avevo chiesto solo due o tre giorni e lei aveva ancora cercato di attaccarmi, dicendo che, dal momento che lei era l’intermediaria, lei si era occupata della cosa, lei si era presa la briga di andarle a ritirare, era lei a decidere come e quando essere pagata!
Ero così scioccata che, per un momento, non ero riuscita a respirare, poi mi si era accesa una rabbia disperata che ancora non so come fossi riuscita a dominare, in quel momento: “Sai benissimo che io ho un fisso di 300 euro al mese, e ne ho spesi più della metà per fabbricare i mobiles che ti ho mandato per il tuo meravigliosissimo salone! Lunedì ti mando il saldo, ora non mi è possibile. Spero riuscirai a sopravvivere per tre giorni!”
Lei, sempre più sprezzante, aveva risposto che non poteva certo fare regali, visto che i soldi le servivano per le piccole riparazioni di casa e la manutenzione di giardini e piscina!
Non le era passato per la testa di chiedermi cosa mi dovesse per i mobiles, ovviamente.
In effetti, quando me li aveva ordinati, aveva fatto un discorso del tipo: “Tu me li fai e io non te li pago, ma nel caso tu decida di far curare tua mamma qui, Hans e io ti pagheremmo le eventuali terapie”. Eventualmente…
Se li avessi venduti, ovviamente trovando un cliente, avrei tirato su a dir poco un migliaio di euro netti. Ma lei non li pagava. Infatti lei aveva la stravilla stragalattica e io vivevo in due stanze umide in affitto con mia mamma.
C’era qualcosa che non avevo capito, della vita.
I mobiles in questione erano due grandi doppie spirali in legno di betulla, formate da cinquecento gru ognuna e altrettanti fiocchi di neve in carta di seta tinta a mano (da me) e poi vetrificati, come d’altra parte ogni mia creazione.
Vanessa mi aveva mandato una serie di fotografie del suo preziosissimo salone, perché mi rendessi conto di come dovessero essere, dei colori da usare, delle dimensioni e così via.
La sua offerta di “scambio” era ridicola, ma avevo fatto finta di niente: glieli avrei comunque regalati, anche se non si fosse inventata quello stupido trucco.
Non era la prima volta che mi sfruttava: anni prima la ricca signorina si era fatta pagare dai miei, con un altro abile trucco, la metà di un viaggio che avevamo fatto insieme.
Poi era scomparsa, per anni. Per vie traverse avevo saputo che aveva impalmato il rampollo di un banchiere ginevrino e che si era trasferita nei pressi di Ginevra.
Due anni prima era ricomparsa nella mia vita e aveva ricominciato come prima. Moine se le faceva comodo, disprezzo e sfruttamento altrimenti e, naturalmente...il farsi fare lavori a gògò, tentando di non pagare o pagare una sciocchezza...che fosse per questo che pensava io volessi fare lo stesso?
Perché non la mandavo al diavolo? Perché aveva sentito della salute di mia mamma e, una volta tanto, si era data da fare per trovare le cure giuste.
Certo, tra regali e creazioni varie, avevo pagato almeno il triplo di quanto le avrei dovuto, disturbo compreso, ma io non volevo doverle niente: anche se mi sfruttava, avrei pagato fino all’ultimo centesimo, e in più avrebbe avuto i suoi mobiles, avrebbe fatto un figurone con i suoi amici altolocati e speravo che, là, dal soffitto del suo salone, la facessero sentire per quello che era! Le mie creature avrebbero dominato la sua casa, dall’alto, eleganti e leggiadre, e lei li avrebbe avuti sempre lì, a ricordarle quanto fosse meschina e miserabile.
“Figurati! Come se quella avesse una coscienza! Per lei tutto è dovuto, non lo sai? Dovresti sentirti onorata di essere la sua pezza da piedi!” esclamò la voce di Sonia alle mie spalle.
Sonia era la mia vicina al mercatino: aveva un meraviglioso banco di prodotti apistici con i genitori, appena due posti più in là, una di quelle casette in legno, calde e piene di luce, ricche di ornamenti natalizi e con una quantità indescrivibile di leccornie che io guardavo sognante. Inoltre regalavano api di peluche ai bambini e apine di cera a chi faceva qualche acquisto.
Ogni tanto lei o sua mamma mi portavano qualche cosa da assaggiare, dicendo che si fidavano un sacco del mio giudizio, ma sapevo bene che lo facevano perché non morissi di fame.
“Senti, non devi mandarle i mobiles! Visto che vuole i soldi, i suoi aggeggi te li tieni e li vendi! Chiedo a papà se possiamo metterli in mostra da noi, che c’è più luce e…”
“Sono enormi, Sonia! E poi sono già in viaggio, li ho dati ad un ragazzo che conosco e che ha degli zii a pochi chilometri da Ginevra. Glieli ho promessi e li avrà. E avrà i suoi maledetti soldi!” ringhiai: “No, dille che è lei a doverti almeno i soldi del materiale! Buttaglielo in faccia!“ insistette: “Le ho detto che glieli regalavo, e così sia” riposi cocciuta.
“Allora non mandarle i soldi! E poi…secondo me ha gonfiato la cifra! Che prove hai che abbia speso tanto, eh?” scossi la testa: “No, non credo proprio. Avrà la fattura, per cui…” lei non demordeva: “Ah, la voglio proprio vedere questa fattura! Non deve venire per Natale? Bene, allora vedremo se te la darà, ma secondo me, non ti dà un bel niente, vedrai!” esclamò convinta: “Senti…ma come fai a darle i soldi lunedì?” chiese cambiando tono: “Tua mamma lo sa?” no, non le avevo voluto dire niente, ci sarebbe rimasta troppo male e non volevo coinvolgerla. Non avrebbe più voluto saperne delle medicine: “Vado al banco dei pegni, prima di aprire il banchetto. Ho un bracciale di mia nonna in oro e rubini. Dovrebbero darmi abbastanza, forse perfino un po’ di più” Sonia inorridì: “IO L’AMMAZZO!!!!” sbraitò allontanandosi e strappandomi mio malgrado un sorriso.
Sentii le lacrime pungermi gli occhi: “Avrò anche un solo vestito, mi aggiusterò le scarpe da dieci euro con l’attak, sarò una poveraccia, ma non sarò mai una miserabile come te!” pensai all’indirizzo della mia cara amica, inghiottendo un nodo più grosso della mia gola.
“Che belli!” la voce mi fece sussultare. Davanti a me c’era una ragazza…la fissai incredula: era vestita con una pelle d’orso e aveva una collana di unghioni al collo! Sbattei le ciglia e mi accorsi, con sollievo, che era una ragazza normale, dai lunghi capelli castani e un piumino di un bel marrone caldo. Evidentemente la fame e il freddo mi davano le allucinazioni! Al collo aveva semplicemente la tracolla della borsa, altro che unghioni!
“Tutto a posto?” mi chiese con una voce argentina: “Scu…scusa, ero distratta…dicevi?” la ragazza rise. Per qualche strano motivo continuava a ricordarmi un’orsa. “Dicevo che sono belli. Li fai tu? Ne venderai un mucchio, no?” disse sollevando un paio di orecchini con orchidee grosse come mosche: “No, al contrario!” esclamai delusa: “La gente pensa che, essendo di carta, non valgano niente” lei strabuzzò gli occhi: “Scherzi? Ma poi…non è carta, sembra vetro!” le spiegai il procedimento e lei sorrise affascinata: “Arte pura!” esclamò sincera: “Ma non ne hai con gli orsi?” quasi volai dal mio seggiolino: “O…orsi?” lei annuì, speranzosa: “No, veramente. Non ho mai trovato un buon modello. O troppo semplici e leggeri, o troppo complessi e pesanti…mi dispiace!” lei fece il broncio, delusa. Mi parve molto giovane.
“Allora…mi devo accontentare, immagino? Non è che, pagando un supplemento, potresti provare a farmi un paio di orsi per Natale? Mancano tre settimane!” insistette con due occhioni supplichevoli. Accidenti! Una cliente e non avevo quello che cercava! Se non è sfiga questa!
“Posso provare…stasera vado a casa e mi metto alla ricerca di un modello su internet…a volte se ne trovano…potrei aggiustarlo, nel caso…” lei si illuminò: “Oh, lo faresti?!? Davvero?!? Te ne sarei così grata! Senti, se vuoi te li pago subito, poi alla consegna mi dici quanto ancora ti devo, eh? Così non lavori in perdita!” non credevo alle mie orecchie!
C’era qualcosa che mi turbava, a parte il fatto che continuava a sembrarmi un’orsa e che parlava di orsi, ma non capivo cosa…poi mi resi conto che, dalla sua tracolla, usciva un profumo di panino caldo che mi stava provocando la nausea. Lei prese il portafoglio e tirò fuori il sacchetto da cui proveniva il profumo: “Oh…sono caldi…quella scema della mia amica mi ha dato bidone e io ho già preso i panini! Verranno freddi e non saranno più buoni! Che ne dici se ce li mangiamo noi, alla faccia sua? Ti va un panino al molto barbarico wurstel e crauti con senape?” Se mi andava? Avrei ucciso per averlo! Sorrisi timidamente: “Oh, ma no, ci mancherebbe!”
“Ma si fredda!” “Ha ragione, idiota!” protestò il mio stomaco: “Però te lo pago!” dissi prendendo il portafogli vuoto come lo stomaco: “Ma figurati!” fece lei con mio immenso sollievo, infilandomi in mano un enorme, profumato, meraviglioso hot dog bello caldo e traboccante di senape. “È piccante, ti va?” chiese la ragazza-orsa. Annuii biascicando qualcosa sul fatto che la senape piccante scalda e libera il naso.
Mi ci volle tutto il mio autocontrollo per non sbranarlo in pochi bocconi. La ragazza esaminò paziente diversi orecchini, ne scelse un tipo con semplici foglie di vite intrecciate e mi diede trenta euro: “Bastano come anticipo?” La guardai stupita: avevo i soldi per la spesa! “Ma che anticipo, quindici quelli che hai preso, quindici l’orso…siamo a posto così, devi solo ricordarti di venirli a ritirare! Se mi dai il tuo cellulare, ti mando un messaggino appena sono pronti” Lei sorrise sibillina: “Oh, non ce ne sarà bisogno. E poi non ce l’ho il cellulare” mi salutò con un gesto della mano e sparì.
La giornata aveva preso una piega decisamente diversa: avevo mangiato una cosa buona e calda per la prima volta in trentasei ore, avevo trenta euro e aveva smesso di nevicare. Forse potevo sperare di vendere ancora qualcosina, nell’ora che rimaneva…mi sentivo terribilmente ottimista!
“Questa è mia cugina Anna” fece Sonia materializzandosi davanti a me: “Vuole assolutamente un paio di orecchini e una palla natalizia!” disse raggiante: “Ho visto tutto, sai? Forte!” mi sussurrò all’orecchio.
Anna comprò un paio di orecchini con i fiocchi di neve e una palla natalizia con dentro una stella ad otto punte in carta dorata ad arabeschi. Le chiesi venticinque euro e lei mi guardò allibita: “Ma non devi farmi tutto questo sconto!” disse arrossendo. Stavo per ribattere, quando l’occhiataccia di Sonia mi zittì: “Diana è sempre troppo buona, ma tu sei mia cugina e le troverai dei clienti, no? Guarda che lei non vende solo a Natale!” la ragazza, imbarazzata, mi ringraziò e se ne andò felice con i suoi pacchetti.
Poco dopo tornò con un vaso di miele di tiglio da un chilo: “Questo è per ringraziarti” disse timidamente. Ero basita. Ora avevo più di cinquanta euro, la pancia piena e un vaso di miele pregiato. Wow! Niente sarebbe più andato storto, ora, ne ero sicura!
Poco dopo mi arrivò una comunicazione da parte del comune: il mio banchetto, che aveva un buon posto grazie al fatto che avevo ereditato da un precedente espositore licenza e postazione, risultava troppo misero e fuori luogo, per cui, a meno di apportare le dovute migliorie e l’illuminazione entro il lunedì seguente, avrebbe dovuto essere spostato in fondo alla via.
Il mondo mi crollò addosso: il minimo di visibilità era dato dalla vicinanza con i gazebo e le casette che mi circondavano e, se mi avessero messo in coda in fondo alla via, dove non passava quasi nessuno. di sicuro sarei diventata un semplice fagotto. L’euforia di poco prima lasciò il posto alla disperazione: da mesi lavoravo giorno e notte per il periodo natalizio, sperando di far quadrare un po’ i conti e al call center c’era sempre meno lavoro, tanto che erano stati quasi felici quando avevo chiesto di ridurre l’orario di dicembre a tre ore al mattino per poter andare al mercatino in tempo.
Mi presi la testa tra le mani, senza nemmeno curarmi dei passanti che sfilavano carichi di pacchi. Forse persi la nozione del tempo.
Riprese a nevicare.
Mancava ormai pochissimo all’ora di chiusura e io ero congelata e stanca di quella vita. Come un’idiota rivedevo scorrere davanti ai miei occhi le immagini di una vecchia favola che avevo sempre detestato, da bambina, in cui una piccola fiammiferaia orfana muore congelata la notte di Natale.
Ma che razza di favola è una in cui la protagonista soffre all’inizio, è disperata a metà e alla fine muore?!?
“Mia sorella sarebbe felice di farti un cartello per lunedì, se credi” disse una voce oltre il buio dei miei palmi premuti sugli occhi.
Alzai la testa e la vidi, tra le ombre violette impresse sulla retina: una ragazza di forse vent’anni, avvolta in un parka bianchissimo, di una bellezza irreale. Dal cappuccio scappavano capelli biondo miele d’acacia, incorniciando il viso perfetto e severo e un paio di occhi dal colore pressoché assurdo: grigio perla con screziature dorate. Non che la luce fosse delle migliori, ma li vedevo bene, tanto sembravano risplendere.
O erano lenti a contatto o lei era un UFO.
No, gli UFO volano, quindi era scesa da un UFO parcheggiato da qualche parte.
“Scusa?” balbettai. Lei indicò la lettera posata sul banco: “Non è che volessi ficcare il naso, ma è proprio sopra orecchini che mi volevo prendere…” disse lievemente scocciata dalla presenza della mia fastidiosa lettera sui suoi orecchini. “Oh, scusa!” dissi affrettandomi a toglierla. Avevo le dita così congelate da non riuscire ad afferrarla. Lei la sollevò e me la porse: “Mia sorella può fartelo e io posso portarlo lunedì. Penso di scendere in città, devo sbrigare alcune cose…” Sospirai, guardandomi intorno: “E’ che vogliono anche l’illuminazione e…e io non li ho i soldi per pagare tua sorella e il tuo disturbo!” dissi mestamente: “Noi non abbiamo bisogno di essere pagate!” protestò lei, spalancando due enormi occhi extraterrestri scandalizzati.
Mi sentii avvampare: in effetti lei era così elegante, raffinata e bellissima, e io, pezzente, pensavo di pagarla!
Le chiesi scusa, mordendomi il labbro per non ricominciare a piangere. Non piangevo dalle elementari, se si eccettua la morte di mio padre, sei anni prima, ma ora stavo proprio per crollare.
Cioè, forse ero già crollata.
La ragazza extraterrestre socchiuse gli occhi: “Quanto vengono?” chiese sollevando quei famosi orecchini con le stelle del colore dei suoi occhi. Beh, quasi. “…quindici” borbottai soffiandomi il naso: “È ridicolo, te ne do venti!” sospirai: un’altra che tirava sul prezzo: “D’accordo, come vuoi…cos’hai detto?!?” Lei studiava la merce esposta sul banco, come fosse la cosa più ovvia del mondo: “Ho letto il volantino. E in ogni caso il risultato parla da sé: è ridicolo venderli a quindici euro, almeno venti o non se ne fa niente” restai come un’idiota a guardarla a bocca aperta con il fazzoletto in mano. Annuii senza parlare: il mio cervellino doveva ancora elaborare quella novità. L’extraterrestre si mise a scegliere con cura, contando sulle dita. La sentii dire tra sé: “Mamma, Tassi, nonna, zia Uschi, zia Myrta…” e via così. Ne scelse dieci paia, poi passò alle palle natalizie. Ne sollevò una in cui volava una fata di velina multicolore di quelle che mi erano riuscite meglio e sorrise.
“Le sfere le fai tu?” scossi la testa: “No, non ho l’attrezzatura. Metto l’origami dentro dal foro che pratico sotto, vedi, e poi lo chiudo con i decori di pasta di vetro a fiamma. Non mi pare tremendo, come risultato” lei mi sbirciò. Ne prese altre dieci.
Non avevo mai venduto tanto, ed ero terrorizzata: troppo bello, ora sarebbe scappata con la mia roba, senza pagare. Mi stava prendendo in giro, di sicuro!
Da lontano Sonia, che stava chiudendo la casetta con i suoi, non si perdeva una virgola.
Con mani tremanti e il cuore a martello pneumatico, presi i sacchettini e cominciai a confezionare i vari pezzi.
L’extraterrestre osservò soddisfatta le sue scelte, prese con calma il portafoglio e tirò fuori tre bei bigliettoni da cento euro e uno da cinquanta: “Sono giusti?” disse porgendomeli. La guardai ebete: “Veramente…sono di più. Le palle vengono dieci…” la ragazza annuì, con un gesto nervoso: “Ho visto, ma abbiamo già capito che non sai fare i prezzi!” rispose secca. Insomma, ma chi si credeva di essere, quella lì? Strabella, d’accordo, ma anche str…!
Sembrava che quegli occhi impossibili mi leggessero dentro, mentre non li staccava dai miei. Presumo avesse letto i miei pensieri perché le scappò appena appena da ridere.
Mi sentii stupida. “Perché vuoi spendere di più?” lei non si scompose: “Perché valgono di più! Tu non li vendi perché non dai loro il giusto valore. D’accordo, il giusto valore sarebbe almeno il doppio, ma qui la gente non è pronta. Il prezzo che dico io, per il momento, è…accettabile” la guardai e guardai tutti quei soldi. Mi stava salvando la vita…oppure erano falsi. Balbettai un grazie e cominciai a mettere i pacchetti nella borsa di carta, una di quelle belline che tenevo per le occasioni speciali: “Allora, cosa vuoi che scriva mia sorella sull’insegna?” la guardai, sempre più ebete. Avevo completamente dimenticato la sua offerta: “Ma…io non vorrei disturbare…” lei inarcò un sopracciglio perfetto: “Scherzi? Almeno fa qualcosa di utile. E poi ti servirà...Giusto, quando finisci qui? Il ventiquattro?” disse bruscamente: “No” sospirai: “Il comune…vuole risparmiare, quest’anno finiamo il diciotto. Proprio la settimana migliore…” dissi afferrando un po’ troppo bruscamente una delle palle. Lei sorrise: “Perfetto!” perfetto? Ma aveva idea di cosa stava dicendo?
“Cioè?” l’extraterrestre prese la borsa: “Perché così puoi venire al mio paese! C’è un mercato nella piazza principale dove vengono migliaia di persone! Circa ventimila, per l’esattezza! Inizia il venti, quindi hai il tempo di chiudere qui, fare i bagagli, venire su e sistemarti nella pensione che ti darà il Consiglio di Borgo di Vaymallez. Non devi pagare nulla e di sicuro venderai tutto. A proposito, quanti pezzi hai, pronti? E quanti ne puoi preparare per il venti?”
Ero confusa: “Mmmma….Vaiche? Dove sarebbe? E che cosa ti fa pensare che io voglia venire?” questa volta le scappò davvero da ridere: “Perché se non venissi saresti proprio scema! Quali altri programmi milionari hai?” non aveva torto, per niente. “Io…io ho mia mamma…non voglio lasciarla sola a Natale…” le sopracciglia quasi sparirono sotto il cappuccio: “Vorrei vedere! Porti anche lei, le farà bene cambiare aria” ma lei che ne sapeva? “E ho anche un gatto” continuai, decisa a trovare problemi: “Anch’io!” rispose lei, spazientita.
Aveva ragione, ero un’idiota! Ma ero anche confusa: “Ho quasi trecento pezzi pronti, in tutto” sospirai: “Ma perché offri a me questo posto? Se il mercatino del tuo paese è così buono, ci sarà la fila, no?” lei fece una smorfia: “Ssiii, in un certo senso, i posti sono limitati, maaa...di solito chi deve esserci, c’è. Siamo organizzati. E volevamo una novità, qualcosa che da noi non ci fosse” prese il penultimo bigliettino da visita: “Gli Origami delle Fate” lesse, con un sorriso malandrino: “E’ proprio quello che ci vuole!” intascò il bigliettino e prese la borsa: “Allora, siamo d’accordo? Domani mostro al Consiglio di Borgo le tue opere e lunedì ti do programma e modulo d’iscrizione” fece per andarsene: “Aspetta! Ma quanto dura? E dov’è questo paese? Io…io non ho la macchina e non posso prendere un pullman con bagagli, la merce e il gatto! E poi quanto costerà alloggiare lì?” l’extraterrestre sospirò rassegnata: “Ma quanti problemi ti fai! Mi stupisco che tu riesca ad alzarti dal letto la mattina! Lunedì viene mio papà, così vi conoscete. Lavora qui in settimana…potrete venire su con lui” restai a bocca aperta. Non c’era più niente che potessi ribattere: “Ma se mia mamma non viene, non vengo nemmeno io!” dissi decisa: “Ovviamente” si voltò e scomparve, come inghiottita dalla nevicata.
Al centro del banchetto, al posto del bigliettino che lei aveva preso, ce n’era una piccola pila ordinata. Sbattei gli occhi diverse volte…eppure…
“Che fai, sbrigati o resterai senza cena!” Sonia mi saltò letteralmente addosso, raggiante: “Sei salva! Domani montiamo un faretto, noi ne abbiamo uno in più a casa. Edo ha detto che puoi attaccare una derivazione al suo cavo, alla faccia di quella gallina del comune. E hai i soldi per quella ******!” esclamò.
Scappai a fare la spesa, mentre lei finiva di riporre le mie cose e infilava lo scatolone nella loro casetta per la notte.
Non so come arrivai a casa. Avevo due borse piene di leccornie ed ero riuscita a prendere un bel po’ di pappe di qualità per Malù. Mia mamma era al telefono: “Guarda, è entrata adesso!” disse tendendomi la cornetta: “E’ Vanessa” sussurrò.
Non sapeva nulla della litigata, per cui la salutò affettuosamente. Presi la comunicazione dal cordless d’anteguerra e mi infilai in camera mia, sperando di non mettermi ad urlare. Malù soffiò al telefono e seguì mia mamma in cucina con la coda ritta e il naso in su: “Le poste sono chiuse domani e anche le banche. Per i tuoi soldi dovrai aspettare lunedì, mi dispiace” attaccai senza preamboli. Mi sentivo forte, terribilmente forte. “Seeenti…qui vedo che non ci siamo capite (ma dààààiii?)…Ma i mobiles di cui parlavi…erano mica per me?” Ma che le prendeva, adesso, a quella stupida? “Ovvio che sono per te!” silenzio: “Ma…te li ho ordinati io?” contai fino a dieci: “Certo! Mi hai anche mandato una dozzina di foto del tuo favoloso salone, per decidere come e dove andassero!” silenzio. “Oh…già, le foto…e…quanto mi verrebbero a costare?” stavo per perdere la pazienza: “Senti, se non li vuoi non è un problema, telefono alla persona che dovrebbe consegnarteli e me li faccio riportare. Li posso infilare nel mercatino natalizio e guadagnarci un migliaio di euro netti e con tanto di sconto. Comunque non ti verrebbero a costare, te li avevo promessi e li ho fatti!” non sembrò ricordare l’accordo di scambio salutistico e non glielo ricordai, anche se immaginavo Sonia minacciarmi di morte: “Oh, ma mi hai detto che ti sono costati un bel po’ di materiale e…duecento hai detto?” più o meno. Più più che meno, ma non aveva importanza. “Beh, ma allora…guarda, io so che queste cose hanno un costo elevato, mio cugino faceva modellismo e spendeva veramente un sacco! Sei sicura che duecento bastino?” “Non ho fatto il conto preciso, ma a grandi linee il costo del materiale è quello” Assunse un tono incredibilmente cortese: “Allora mi mandi una mail con il conto preciso, mettici tutto, mi raccomando e io ti faccio un vaglia lunedì mattina” mi scappò da ridere: “Non ce n’è bisogno, vieni per Natale, no? IO posso sopravvivere fino ad allora” risposi calcando sul pronome e sentendomi trionfante. Sarò una poveraccia, ma non sarò mai una miserabile come te! “Oh, si, è vero! Allora ti va bene se te li do quando vengo? Sei sicura?” e si mise a chiacchierare, tutta allegra, del regalo di Natale che il marito le aveva promesso, della piscina chiusa che avevano messo nel giardino d’inverno e di come avrei potuto fare il bagno riscaldato mentre fuori nevicava quando fossi andata a trovarli, e che avevano riarredato il giardino con nuove piante…io non l’ascoltavo. Non dovevo impegnare il bracciale della nonna, avrei avuto il faretto, se l’extraterrestre fosse tornata avrei avuto perfino un’insegna vera e propria e poi ci sarebbe stato il mercato…no, non dovevo fare castelli in aria! Non avevo debiti, avevo una bella spesa, un barattolone di miele pregiato, un bel gruzzolo e un faretto. Il resto…chissà!
Se la ragazza era scesa da un UFO, di sicuro ormai era ripartita per il suo pianeta. Pazienza.
Vanessa continuava a raccontare di sé.
Adorava parlare di sé o comunque parlare. Amava il suono della propria voce. Amava tessere le lodi di se stessa, dicendo come fossero gli altri a tesserle.
Amava sentirsi buona, generosa, magnanima. Al centro dell’attenzione. Amava avere sempre ragione, anche se ce l’aveva di rado. Adorava sentirsi intelligente, anche se non lo era mai stata.
Alla fine mia mamma mi fece notare che era pronto da un pezzo in tavola e riuscii a sganciarmi. Saltavo di gioia.
“Diana, ma come hai comprato tutta questa roba?” disse mentre entravo in cucina: “Deve esserti costata un occhio!” io presi il portafoglio e tirai fuori trecentoventi euro, quello che rimaneva del malloppo guadagnato. Mia mamma si lasciò cadere su una sedia, a bocca aperta. Le raccontai della ragazza orso, della cugina di Sonia, e naturalmente della strana ragazza extraterrestre che aveva comprato tutta quella roba, ma non le dissi del mercato e dell’insegna. Se mai fosse tornata e se mai avesse mantenuto le promesse, allora ne avremmo parlato. Era inutile fare castelli in aria, proprio!
(...continua link p.:2)

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