Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

sabato 24 novembre 2012

Un paio di anellini

Buonasera, o buonanotte, vista l'ora tarda.
Nell'augurare al mondo un ottimissimo week end, posto un paio di cosettine.
Uno, regalino per la Milly, che lamenta di aver dita troppo grandi e di non trovare mai un anello che le vada bene (la bambina, per inciso, è un metro e 75, a sedici anni!), l'altro una prova per una commissione.
Ve li presento:
Qui lo avevo indossato io, al pollice, perchè IO NON sono alta come la Milly. E ho manine piccole, IO!
Metallo placcato Argento 1.29mm cucito in 0.4mm.
In giro piace un sacco...


Rame da 0.8 cucito in 0.3. con Ametiste.
Visioni laterali:

 
Indossato:
Non è carinissimo? Lo so che non lo dovrei dire, ma mi è uscito coccoloso!

martedì 20 novembre 2012

Frammenti: Il Dono p.9

Se vi aspettate chissà quali avventure piratesche, almeno per ora, vi devo deludere. Eva sogna, pensa, parla con quei nuovi parenti che si ritrova, riflette, fa il punto della situazione.
Speriamo che sia comunque divertente, in fondo non si può dire che quella ragazza manchi di autoironia.
Per cui ve la mollo e poi me ne vado a nanna. E forse, se va bene, domani lavoro...
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Il vento.
Anche in città, laggiù da noi, arriva il vento.
Spesso è così forte da fischiare tra le vie, sotto i tetti, tuffandosi poi nei cortili, da ruggire e sbattere tende ben ancorate alle loro guide, spaccandole, da svellere finestre e far cadere alberi troppo vecchi o troppo poco sani.
Succede. Non spessissimo, ma alcune volte si. Allora mi chiudo nella mia stanzetta, mi infilo sotto le coperte e mi sembra di ascoltare la tormenta.
Trasferisco la mia anima dove il Vento ha origine, immaginando il suo ruggire sibilante e rabbioso tra pinnacoli bruni e cornici aeree, così effimere eppure modellate da quelle stesse tormente feroci.
Altre volte il vento arriva più tranquillo e ha odore di neve, di terra, di funghi e di erba…alzo gli occhi e le Montagne sono là che mi osservano, al di là delle case, al di là delle vie ampie e diritte come dita tese ad indicarle.
A volte accarezza le orecchie e sembra di sentire il suono dei pascoli alti, delle pendici rocciose, del muoversi dei ghiacciai.
Allora mi sento spaccata, come un vecchio ciliegio colpito da un fulmine dalla chioma alle radici.
Chiusi gli occhi.
Era lo stesso vento, ma questa volta ero là, dove dovevo essere.
E non volevo, non potevo andarmene!
Quell’altra vita non mi era mai appartenuta: ne ero stata prigioniera per un capriccio schizofrenico e io avevo sempre pensato che fosse l’unica possibile, per me.
Eppure…quanto non riuscivo a starci dentro! Mi sembrava di passeggiare in un set cinematografico dove ero piovuta per caso e non avrei dovuto essere.
Tentavo di recitare una parte, a caso, imparando a memoria battute di qualcun’altro o improvvisando, sentendole false e stonate. Era surreale, ma ci avevo fatto l’abitudine da tanto tempo.
Non adesso…mai più.
Mai più avrei potuto restare a guardare il tempo scorrermi tra le dita, senza poter afferrare quel che mi spettava di diritto, che spetta a tutti di diritto.
Miki non c’era, la porta leggermente aperta e dei miagolii selvaggi mi comunicarono che era stanco di riposare ed era corso a giocare su e giù per le scale, dal momento che fuori il vento era troppo forte. Aveva sempre avuto paura di quel tipo di vento: si nascondeva sotto il letto e mi chiamava mugolando penosamente, finché mi infilavo con lui là sotto, per quanto mi era possibile, e gli mettevo una copertina sotto cui nascondersi meglio.
Ora giocava.
Sentii la zia chiamare per la pappa e una mandria di bufali correre giù per le scale…E poi dicono che i gatti sono leggeri e silenziosi!
“Oh, accidenti! Niente gite, oggi!” Pensai, sbirciando tra le stecche degli scuri l’albero, un grande Tasso bruno e forte, che si piegava e gemeva lottando con la tormenta.
Sentii uno sguardo pungermi la schiena e mi voltai, aspettandomi forse l’apparizione di qualche strana Creatura locale, ma c’era solo il cristallone, appoggiato in un angolo.
Follia, ma mi pareva irritato: “E’ ridicolo!” dissi a me stessa.
BANG!
Il bicchiere sul comodino esplose, lanciando pezzi di vetro ai quattro angoli della stanza.
La zia si affacciò alla porta: “Che succede, cara?”
“Sparano!” esclamai da dietro il letto dove mi ero rifugiata.
“No, tesoro, nessuno ha sparato” fece entrando e, vedendo i cocci sparsi su comodino e pavimento: “Ma guarda” considerò.
Poi li raccolse con calma, intimandomi di non muovermi.
“Ma che…”
“Non è nulla, cara. Succede.”
“Co-cos’è che succede? In che senso?”
Lei si voltò con i cocci ordinatamente in mano: “Sono ancora caldi. È stato un gran bel colpo, eh?” poi sembrò ripensarci: “Non ti sarai mica spaventata, vero?” mi chiese stupita: “No, zia, cosa dici! Più o meno tutte le mattine vengo svegliata da un’esplosione sul comodino!”
La zia uscì ridacchiando e tornò poco dopo con un panno bagnato, casomai fossero rimasti dei frammenti per terra: “Non hai mai visto una pietra rilasciare energia?”
“A volte l’Ambra accumula elettricità statica e può dare la scossa, ma non è una pietra e…e poi l’Opale può accumulare energia e rilasciarla improvvisamente sotto forma di onda sonora, ma non così! E poi…questo non è Opale! E…”
“È una pietra potente, Eva. La vostra scienza è così presuntuosa da decidere cosa sia possibile e cosa no, ma è il classico comportamento degli ignoranti.”
“Che bello!” biascicai tra i denti.
Avevo una mezza idea di trasformare il bestione in una serie di pendagli da lampadario, non appena avessi avuto il coraggio di avvicinarlo.
Prudentemente scesi e mi impegnai sulle bolle di luce. Il cagnone era uscito, convinto che con i suoi sessanta chili il vento non potesse portarlo via, ma pochi istanti dopo sentimmo raschiare alla porta ed entrò una enorme palla di lana imperlata di minuscole particelle di neve di riporto. Gli si vedevano solo gli occhi e il tartufo, almeno finché non si scrollò ben bene davanti al camino dandoci un’idea di come fosse l’atmosfera esterna, dopodiché si spalmò come burro sul pane davanti alla stufa e i gatti lo usarono come tappeto elastico.
Se non pensavo al Quarzone, alla Fata e all’esplosione di poco prima, la giornata iniziava comunque in modo grandioso.
Il problema era non pensarci, ovviamente.
Verso le undici ero comunque piuttosto scoraggiata: “Non penso che ci riuscirò mai, zia!” esclamai mestamente dopo essermi soffiata il naso e sciacquata la faccia abbrustolita.
La zia mi scrutò pensierosa: “È che non riesci a capire che lo sai fare, Eva. Sei troppo influenzata dal mondo là fuori. Dovresti fare un po’ di meditazione, per esempio. Hai mai pensato a trascorrere un po’ di tempo in un tempio Tibetano? Un annetto o due, per esempio?”
No, ma ci stavo pensando proprio in quel momento.

A pranzo si manifestarono, apparendo chissà come dal bel mezzo della tormenta, Joelle e suo marito Xavier, scodellati da un misterioso calesse.
Erano molto simili, notai: anche lui aveva quei tratti strani, quasi non umani, occhi dal colore improbabile che ricordava il cielo oltre il tramonto, con sfumature indaco e violetto trafitte da raggi dorati e anche lui pareva muoversi come fluttuando, aveva tratti splendidi, anche se un po’ taglienti. Almeno non mi pareva brillasse ed era simpatico.
Volle subito vedere il pietrone, lo lustrò con la manica dove secondo lui c’erano segni di ditate, si complimentò con me (?!?) quando la zia gli disse del bicchiere.
“Ti ci vorrà molto tempo per capire come lavorare insieme a lui e temo non sarà un cammino facile, ma è una pietra potente e di grande conoscenza. Jo dice che la Fata dei Cristalli ti ha guardata…” io gli raccontai cosa fosse successo e lui restò a lungo a riflettere con lo sguardo perso nelle profondità della pietra.
“I cristalli sono i pensieri e i sogni della Terra.” Disse lentamente: “Pensieri che non possiamo nemmeno immaginare, sogni. Pensieri che prendono forma e diventano essi stessi Creature pensanti, sognanti. Entità viventi, una forma di vita così lontana da noi da non riuscire nemmeno a percepirli come tali, a volte, e noi siamo così fugaci che loro stessi penso abbiano problemi a percepirci, almeno finché non entriamo nelle loro sfere di esistenza tagliandoli, strappandoli alla terra, sballottandoli per il mondo…
Un tempo, un tempo infinitamente lontano, esistevano esseri in grado di comunicare con loro, di comprenderli e di creare sintonia con le menti cristalline. Una leggenda delle Valli dice che questi Esseri fossero in grado di viaggiare nello spazio e nelle dimensioni attraverso strade di cristallo…”sospirò: “Ma anche qui molto è andato perso. Quando i primi uomini arrivarono in Valdombra, è pur vero, qui abitavano Creature Fatate, Elfi, ma…beh, che dire, pare che anche loro, attraverso le Ere, avessero perso alcune delle Antiche Conoscenze e in ogni caso non frequentavano granché i nostri antenati. Sai, loro erano una civiltà molto evoluta, dedita alle arti, allo studio e noi…poveri viandanti, dapprima cacciatori e raccoglitori, poi qualche pastore...dei veri primitivi, barbari e selvaggi!” disse ridacchiando.
Io lo guardavo come una cretina: “E…elfi?” lui annuì, divertito: “Beh? Non ti stupisci delle Fate e ti sconvolgono gli Elfi?”
Ma dove cavolo ero capitata?!?
“Ti renderai conto che non è proprio normale, vero?”
Lui sorrise, gli occhi si fecero più chiari e di un color lilla attorno alla pupilla che sfumava fino all’indaco. Istintivamente gli fissai la punta delle orecchie.
“Guarda che è una frottola la storia delle orecchie a punta!” mi canzonò.
Oh, accidenti! Li detesto quando sanno cosa stai pensando!
“Comunque” continuò: “Gli Elfi hanno abitato la Valle dell’Ombra per intere epoche, fino a circa mille anni fa. Poi…beh, se ne sono andati” aveva un’espressione così distante e dolorosa mentre lo diceva che non osai fare domande, anche se la curiosità mi corrodeva lo stomaco.
Scoprii di avere tanti altri parenti, che un po’ alla volta avrei conosciuto, con il tempo. Ci si aspetterebbe che, dopo trent’anni, tutta quella gente si accalcasse davanti a casa della zia per conoscermi, gettandomi nel panico, ma non era così. La loro tecnica consisteva nell’entrare nella mia vita in punta dei piedi, uno alla volta, dandomi il tempo di abituarmi.
Era affascinante.
La sera non riuscivo a smettere di pensare alla chiacchierata con Xavier, allo strano aspetto suo, di Jo, di quell’altro ragazzo in treno, e all’amarezza della sua voce quando aveva detto che gli Elfi se ne erano andati un migliaio di anni fa.
C’era qualcosa di inquietante in tutto questo. E poi…la storia delle pietre, degli “Antichi” che viaggiavano attraverso i Mondi su strade di Cristallo. Ma, intendiamoci, era solo una bella storia, no?
E quando io giravo per le fiere…quando compravo o prendevo dei pezzi in Montagna, o…io stavo cambiando totalmente la vita di un essere vivente?
Vivi, forse…forse tutti noi che li amiamo ne siamo consapevoli, ma vivi in che modo?
Coscienti? Dotati di pensiero e libero arbitrio, volontà e…
Quella notte mi ritrovai al centro di un cristallo immenso. Intorno a me luce calda, vivente, pulsante. Camminavo lentamente, abbagliata dalla luce, tra altissime pareti cristalline, su un sentiero di cristallo…”Lui” era consapevole della mia presenza, ma era totalmente indifferente, eppure avevo la sensazione che mi…mi…mi a…aa…amasse. Una sorta di amore indifferente, divino. Divertito.
Bello, divertivo fate, lupi, perfino cristalli. Forse avrei dovuto rivedere un attimino le mie aspirazioni.
Tutti i miei punti di vista, le mie convinzioni così faticosamente conquistate erano sottosopra: Fatine, Fate grandi e piccole, Lupi parlanti, Fate Lupo padrine, animali dal comportamento assolutamente assurdo, geodi con Fate incorporate, Cristalli che pensano…per non parlare del nonno di Nicolas, che tornava saltellando tutto felice dal lariceto dove era andato per funghi, consapevole di essere totalmente fuori stagione, giusto per starsene un po’ lontano da quella piaga di sua moglie.
Niente di strano, non fosse stato che l’arzillo nonnetto aveva 109 anni, camminava come un marciatore, aveva tipo 11 decimi di vista, era un po’ duro d’orecchi, ma secondo il nipote, come si dice, “ci faceva”.
La zia aveva 103 anni, e, se all’inizio mi ero disperata, pensando che stavo per perderla dopo averla appena ritrovata, ora mi rendevo conto che era più probabile che fosse lei ad ereditare da me, piuttosto che il contrario.
E quel pietrone mi faceva pure paura.
Mi riaddormentai e sognai strade di Cristallo lungo cui perdermi in galassie sconosciute.
“È tutto così assurdo!” dissi a Joelle il lunedì mentre ci raggiungeva per il pranzo: “Surreale! Mi chiedo se sono finita in una candid camera, o cosa”
“Ah, anche tu?”
“Io cosa?”
“Quella cosa della chendicamera…ad un certo punto lo pensano tutti, a meno che io non intervenga prima” disse con un certo disappunto. “In genere c’è bisogno di me per far dimenticare alla gente cose che li farebbero sbarellare, o perché lo sono già, ma loro sono forestieri, tu no!”
“Ma che differenza c’è? Io sono cresciuta lì, in quel mondo, è l’unico che conosco, l’unico reale! Manco sapevo che esistesse la Valdombra fino a due settimane fa!”
Lei storse il naso: non le pareva comunque una buona ragione per essere nevrotica. Anzi, riteneva che avrei dovuto essere felice di non far parte di quella specie di “cosi” privi di senso là fuori.
Insomma, non è che io abbia tutto questo entusiasmo, in generale, per il (de)genere umano, ma, che diamine, ero finita a capofitto nel mondo di Alice e non avevo veramente fumato niente di strano!
Là fuori le cugine non brillavano, i padrini, in genere, erano signori assolutamente normali, le zie si limitavano a fare la calzetta, i Quarzi non facevano esplodere bicchieri a tre metri di distanza.
Non c’erano lupi a cantare alla notte. Non c’era magia, non c’erano Fate, né grandi, né piccole.
O se c’erano state, se ne erano andate da un pezzo.

Io non ero “normale”, là fuori, e non avevo ancora capito perché accidenti non lo fossi.
Tutti mi trovavano simpatica, ma poi sparivano, e io rimanevo da sola a guardare la vita dalla finestra.
“È che lo sentono che non sei come loro”
“Eh?”
“Loro, là fuori…non lo sanno, ma percepiscono che sei diversa e nonostante tu faccia il possibile e l’impossibile per essere una di loro in tutto e per tutto, non lo sei e loro lo sentono. Non consciamente, ma se ne accorgono. E si sentono a disagio, sentono che qualcosa non va e ti vedono strana. E poi tu li fai sentire stupidi. Fallaci. Corruttibili. Come vuoi che ti accettino?”
“Ma io non mi sento mica tanto intelligente, sai?”
“Naturalmente no!” concesse con un abbagliantissimo sorriso abbagliante.
“…in genere mi considerano idiota per via della dislessia…cioè, forse no. Insomma, io dico una cosa, loro la trovano assurda, poi si scopre che ho ragione e, invece di dire: ‘Ehi, la ragazza aveva ragione!’, che fanno? Mi prendono ancora più in giro! Io…davvero, io non riesco a capirlo!”
“Nemmeno io” mugugnò Joelle imbronciata: “Hanno comportamenti strani, quelli là! Ma, scusa, ti prendono in giro per cosa, perché hai delle percezioni, o…”
“Beh, te l’ho detto, in primis per la dislessia. Una volta, alle superiori, ho detto ad un’insegnante di matematica che non capivo alcune cose delle discussioni di equazioni, che lei continuava a ripetere con le stesse identiche parole. E io ho detto che, se con quelle parole non avevo capito la prima volta, non potevo capire le altre! Mi pareva logico, ma lei ha risposto che, se io ero deficiente, non avrei dovuto fare studi scientifici, anzi, non avrei proprio dovuto studiare. E si sono messi tutti a ridere a crepapelle…”
Le Ametiste di mia cugina erano grosse come palle da tennis: “COSA HA FATTO?!?!?!?!?!?!? E NESSUNO L’HA ARRESTATA??????”
Mi fece ridere. No-no, risposi con la testa. Joelle si alzò di scatto e si mise a camminare avanti e indietro, come avesse voluto scavare un solco nel giardino. “Ma non ha senso, non si possono lasciare in giro persone del genere, è immorale, criminale, è…”

Le campanelle di cristallo sparse per la hall e il giardino si misero a suonare, indicando che era il momento di entrare nella sala da pranzo.
Mi precedette a passo di carica, senza aggiungere altro, ma avrei giurato di vedere del fumo scuro uscirle dalle orecchie.
Non so perché, la rabbia di mia cugina mi dava un gran senso di appagamento e per la prima volta dal mio arrivo, mi sentivo rilassata e a mio agio.
“Eva?” disse alla fine degli antipasti: “Ma tu, come ti vedevi? Che percezione avevi di te stessa?”
Che domanda difficile! Chiusi gli occhi, riflettendo: fin da quando mi ricordavo, mi guardavo allo specchio e mi sembrava di non conoscere la faccina che rispondeva al mio sguardo.
Mi studiavo a lungo, ma non riuscivo mai a riconoscermi.
Ovviamente, con la sua solita incredibile perspicacia, mia mamma strillava che ero vanesia, sempre a guardarmi allo specchio, che ero ‘vergognosa’, e chissà cosa sarei diventata da grande, ma io cercavo semplicemente di riconoscere quella faccia estranea. Non glielo avevo mai detto, naturalmente.
Riflettendoci ora, a mente fredda, mi sentivo goffa e fuori posto. Sempre con l’ansia di non essere all’altezza, non delle aspettative, non della mia idea di me stessa.
Il molto sport, l’alpinismo, il nuoto, lo sci, la ginnastica ritmica e le arti marziali, non erano serviti a darmi un’idea di me che mi facesse sentire più…più “giusta”, ecco!
Ora, per la prima volta, stavo tentando, sempre molto goffamente, di spiegare tutto questo a qualcuno.
Difficile. Soprattutto dal momento che dovevo mettere ordine tra il sentire, il concetto e le parole…eccheccavolo! Eppure la zia e Joelle mi capivano, prima ancora che iniziassi a parlare, come sentissero il fluire dei miei pensieri o potessero leggere le pagine della mia vita.
Mirko ci si avvicinò dicendoci di nascosto che il dessert lo aveva preparato lui e ci teneva al nostro giudizio, poi se la svignò strizzandoci l’occhio.
“Però” ragionavo tra me: “Posso capire la ragione del mio non riconoscermi, fino ad un certo punto, ma io non riconoscevo la mia faccia! Questo non è troppo strano, anche alla luce di tutte queste novità? Voglio dire, la faccia è comunque la mia, no? O mia mamma mi ha fatto una plastica appena il lupacchiotto mi ha riconsegnata?”
La zia sorrise: “No, non fisicamente. Ma un po’ alla volta, ti renderai conto che una ‘plastica’ mentale è altrettanto efficace di una fisica, se non di più.
La materia obbedisce alla mente, Eva, soprattutto in un bambino. Non potevi riconoscerti perché non ti conoscevi, e la forma esterna di te obbediva duttile ai tuoi pensieri e alle tue convinzioni. La materia è molto meno rigida e stabile di quello che pensate, là fuori”
Beh…anche “là fuori” esiste la fisica quantistica. E a Bohr, per le sue idee folli,  hanno dato il Nobel, non l’ergastolo.
Mi pulsavano le tempie. Troppo, tutto insieme.

Come sarebbero andate le cose se fossi stata seguita, se mia mamma non avesse buttato giù il telefono alla psicologa, se avessi capito come risolvere i miei problemi di accesso ai comuni strumenti di apprendimento? Se fossi stata accettata per com’ero, perché ero io e basta, senza tante storie? mi chiedevo mentre tuffavo il cucchiaino nel bônet alla primula e bucaneve con cioccolato fondente di Mirko.
Felice, ecco come sarei stata…per inciso il bônet era spettacolare.

“Là fuori ti hanno insegnato che la dislessia è una, come la chiamano? Disabilità?” disse zia Greta, come al solito leggendo i miei pensieri:  “Vi mandano da logopedisti, da psicologi, da insegnanti di sostegno…vi insegnano a non essere più dislessici, cioè a non essere più voi stessi. Vi dicono come dovete pensare, agire, sentire. Vi dicono che sarete a posto quando sarete “guariti”, come foste dei malati terminali e, se questo non succede, siete dei disadattati, gente ‘con dei problemi’.
È un’idiozia, Eva: la dislessia non è un limite, è un grande dono.
È come se alla nascita ti fosse stato regalato uno scrigno pieno di tesori, di cui qualche burlone ha gettato via la chiave. Quello che decidi di farne dipende da te. Puoi lasciare lì lo scrigno e vivacchiare una vita comune, senza mai chiederti cosa ci sia là dentro. Puoi cercare di scassinarlo usando tutte le chiavi possibili, inutilmente. Puoi rompere la serratura e vedere cosa riesci a cavarne in questo modo. Puoi prendere un’accetta e dargli picconate: lo aprirai, ma avrai distrutto buona parte del contenuto. Oppure…puoi cercare un’altra chiave, una chiave vera, che apra tutte le chiusure del tuo scrigno, una dopo l’altra, fino alla porticina più segreta. E allora il mondo ti apparterrà: scoprirai che i tesori che hai sono infiniti e inestimabili, e che puoi davvero conquistare qualsiasi cosa desideri. Devi solo trovare la tua chiave”

La mia chiave…la chiave d’accesso al mio grande dono…ma da dove potevo cominciare a cercarla?
(...continua link p.:10)

mercoledì 14 novembre 2012

Cuffiette...

Insomma, ho quasi finito qualcosa che avrei dovuto inviare tipo tre settimane fa e invece, per ragioni sempre troppo lunghe e tediose da raccontare, ho inviato oggi...e devo ancora finire della documentazione, ma sono dettagli.
Ora posso rilassarmi e rimettermi a postare.
Orbene: ho già postato la fotina di Marianna con le cuffiette indossate, ma ho anche le foto della Morbida Giulia. ^_^
QUINDI posto alcune paia di cuffiette nuove nuove e poi vediamo, se riusciamo, come effettivamente si dovrebbero indossare per non farsi male e allo stesso tempo non perderle.

Ecco le creaturine:
Rame e piccole Olivine, sotto primo piano:
Qui sotto c'è una commissioncina: Silver filled con Labradorite bianca e Granatini
Forte la Labradorite a prisma, no?
Queste a me ricordano dei Draghetti stilizzati...per indossarle correttamente, però, ho dovuto inclinare le teste, così da far seguire la forma del padiglione.Rame, Quarzo fumé e Labradoritina bianca.
 Primo piano:
Altra commissioncina...adooooro questi! Silver filled, sempre Labradorite bianca e Lapislazzuli! Roba da spose!! No?
Primissimo piano:
Infine, ecco il mio ultimo pezzo di Ottone, con chicchi di Quarzo Ialino e triangolini di Quarzo Rutilato...peccato gli aghi di Rutilo si vedano poco nella foto:
Primo piano:
 
E con questo paio, io avrei finito.
Invece vi presento la fascinosa Wisteria/Giulia, con indossate in modo alternativo le cuffiette sullo stesso orecchio:
       
Al di là dell'interpretazione di Giulia, ho trovato sul web un disegno, non sicuramente eseguito dall'antenato del mio micione, ma sicuramente utilissimo. Sperando di non urtare nessuno, ve lo posto:
Fate scivolare la cuffietta lungo la cartilagine dalla parte in alto dell'orecchio.
 
Fate scorrere verso il basso, facendo attenzione che prenda bene il bordo dell'orecchio. In caso ruotate la cuffietta per sistemare correttamente il bordo nel padiglione interno.
 
Se sentite la cuffietta larga o poco ferma e stabile, potete aggiustare leggermente i bordi con una pinza o stringendo leggermente con le dita.
Una volta sistemati, dovreste, facendoli scivolare verso l'alto per toglierli o verso il basso come indicato per indossarli, non avere bisogno di ulteriori aggiustamenti.
 
Nel disegno è indicato di non stringere mentre l'orecchino è indossato, per evitare di farsi male...ovviamente, se si stringe leggermente con le dita, questo pericolo non dovrebbe manifestarsi.
 
Una volta a posto, scoprirete che le cuffiette sono sicure e salde, ma che quasi non si sentono, ben lontane dalle dolorose clips delle nostre mamme (ok, la mia aveva i buchi, ma ne aveva un paio, degli anni '70, con le clips. Ed erano tremendi!)
 
E ora...in giro a far invidia ad amiche e amichi!

venerdì 9 novembre 2012

Frammenti: Il Dono p.8

Credo che Black Baccarat mi mangerà per cena, uno di questi giorni...a volte, quando non ce la faccio a preparare nuove cose, prendere un pezzo di racconto e schiaffarlo nel blog parrebbe la cosa più semplice da fare, ma...ma poi ci sono sempre correzioni, va tagliato in un punto piuttosto che in un altro, e...e questa volta l'ho messo lunghino, altrimenti mi pare che non la finiremo nemmeno per il prossimo secolo!
Qualcuno sarà contento, qualcuno penserà che sia una palla...tra l'altro, spesso blogger taglia, aggiunge spazi, ne toglie, restringe le interlinee o le allarga a suo piacimento e di sicuro non è bello.
Beh, sappiate che non è colpa mia.
C'è una piccola parte che potrebbe urtare i vegetariani: avrei voluto essere più politically correct, ma questo avrebbe significato qualcosa che non approvo, cioè il non prendere mai una posizione per non scontentare nessuno, tipo di mentalità ormai tremendamente comune e, a parer mio, terribilmente ipocrita.
Così, sperando nel senso di democrazia di chi passa di qui, cioè: "Ok, non hai la mia idea, ma non per questo sei il demonio", ho permesso ad Eva di palesare il suo disappunto.
Sperando di non annoiare, vi lascio con alcune pagine del suo diario:


L’indomani mattina la Valdombra scorreva davanti ai miei occhi increduli in tutta la sua magnificenza.
Il sole scintillava prepotente sulle nevi ormai in pieno disgelo, sulla terra bagnata e bruna che già si vestiva di morbidi germogli, sui rami bianchi di gemme in velluto.
C’era fermento, ogni cosa vivente pareva affetta da frenesia primaverile.
Bambini correvano per i prati saltando i nevai, cani correvano coi ragazzini spruzzando neve da tutte le parti, scoiattoli volteggiavano tra i rami, volpi fingevano disinteresse, ma non perdevano un gesto di paperelle e galline, uccelli volteggiavano, cuccioli mettevano per la prima volta i nasetti frementi fuori dalle tane,
Miki non era un gatto con gli occhi grandi, ma un paio d’occhi con un po’ di gatto intorno. Non avevamo mai visto tanti animali!
Fermandoci in una stazione nell’Alta Valle, vidi una volpe sferrare l’attacco ad un povero pollo, proprio lì a pochi metri.
Da un cespuglio fuoriusciva una piccola cosa rossa con la punta scura, che si muoveva in modo affascinante, un po’ in cerchio, un po’ saltellando, finendo per attirare irresistibilmente un giovane pennuto bello in carne, che iniziò ad avvicinarsi, prima guardingo, poi sempre più curioso, ipnotizzato da quelle mossettine ritmiche.

Una frazione di secondo dopo, la gallina si dibatteva tra le fauci della volpe, che, incurante dell’ala che ancora le schiaffeggiava il muso, se ne andò trotterellando tutta fiera.
Sarebbe stata una scena divertente, se la gallina non ci avesse letteralmente lasciato le penne!
Il micio emise un gorgoglio di ammirazione per la volpe, io ci rimasi male: per quel giorno la volpe avrebbe mangiato, forse nutrito dei piccoli, ma perché deve essere così?
Ognuno di noi si nutre di qualcun altro, prede e predatori, e non mi si venga a raccontare la menata dei vegetariani!
Mangiano le piante perché non li guardano negli occhi e si sentono virtuosi, negando ciò che i americani e giapponesi hanno scoperto da almeno trent’anni, cioè che le piante hanno un’intelligenza individuale superiore e una sorta di “cervello non locale” profondamente evoluto, nonché una sensibilità un migliaio di volte superiore a quella di qualsiasi appartenente al Regno Animale.
Una donna vide la volpe allontanarsi e la sgridò agitando l’indice verso di lei, mentre quella non la degnava della minima attenzione e questo fu tutto; nessuno parve dare peso all’avvenimento, nessuno inseguì l’animale con un fucile a sale, nessuno parve prendersela.
“Ma non mettono delle trappole?” dissi alle mie compagne di viaggio.
“Perché mai?” chiese di rimando Joelle. Io sbattei le palpebre: “Beh…per la volpe! Mica lasceranno che torni a prendere altre galline, no?” mia cugina sembrava non capire, mi guardava sbattendo a sua volta le lunghe, seriche, ciglia: “È una volpe, che dovrebbe fare? Prima o poi tornerà! ” rispose sconcertata.
“Ma, scusate, mica che uno alleva le galline per farsele acchiappare da volpi, faine e donnole, no? Tutti mettono trappole per impedire loro di entrare nei pollai e questa è tranquillamente entrata nell’aia! In pieno giorno!”
“Ovvio! Di notte le galline mica stanno nell’aia!”
Rispose Joelle, stupita dalla mia mancanza di buonsenso.
Presi lentamente, molto lentamente, fiato: “Ma perché glielo lasciano fare? A me sono simpatiche le volpi, ma se rubano le galline!”
“Ma la volpe mica ha rubato la gallina, l’ha semplicemente catturata! È la gallina che è stata stupida, la prossima volta impara!”
A quel punto stavo per dare testate nel finestrino.
“NON CE L’HA UNA PROSSIMA VOLTA! SE L’È PAPPATA!” esclamai sull’orlo della classica crisi di nervi: “Beh, non per questa vita! Ma la prossima…”
Giusto. Come avevo fatto a non pensarci?
Ma…eravamo proprio proprio sicuri che quella valle non fosse in realtà un immenso manicomio a cielo aperto? No, perché uno normale, in quei pochi giorni, io non l’avevo ancora trovato!
In fondo (molto in fondo) capivo perché mia mamma ne fosse così terrorizzata.
…certo…era un gran bel posto. Un paradiso naturalistico, a dir poco, privo di qualsiasi tipo di inquinamento, con una quantità incredibile di animali e piante.
Certo, si mangiava alla grande.
Certo, c’erano dei minerali favolosi, e…e poi mia cugina brillava, non dimentichiamolo!
Alla stazione seguente salirono due ragazzi, uno simile di aspetto a Joelle, a parte che non brillava, l’altro alto, bruno, dal viso serio e pensoso e la classica abbronzatura da alpinista.
Mi presentarono, ovviamente come nipote di Greta e cugina di Joelle, e i due non diedero alcun segno di stupore, né indagarono sul nostro grado di parentela.
Era vero, in quel posto o sei cugino o non lo sei. D’altra parte, forse erano troppo matti per contare i gradi di parentela.
Il biondo surreale si chiamava Antoine, l’altro Nicolas e aveva uno strano modo di fare…mi ricordava un po’ le bodyguard dei capi di stato, solo più alla mano; per un attimo mi parve persino che avesse una specie di jo alla spalla, ma sbattendo le palpebre mi accorsi che non c’era nulla, a parte una leggera giacca di lana blu e bianca.
Boh? Chissà perché avevo avuto quell’idea.
In quel posto c’era decisamente qualcosa di strano e non erano le Fate!
Le Fate erano la cosa più normale, tò!
Finalmente il treno fermò all’ultima stazione, il Picco.
L’aria era frizzante, fredda, limpida e cristallina ancor più che alle Terme.
La neve copriva ancora quasi del tutto i prati, e ne erano accumulati grossi mucchi accanto alle case, per lo più trasformati in campi gioco per i bambini, che avevano costruito pupazzi di ogni forma e dimensione ed ora giocavano ad arrampicarsi per poi scivolare giù su slitte improvvisate con una sorta di coperte di feltro. Ogni tanto uno arrivava in fondo, ruzzolava e quelli dietro gli arrivavano sulla schiena, finendo per ammucchiarsi gli uni sugli altri.
Nessuno si metteva ad urlare o piangere, anzi, ridevano a crepapelle e poi si lanciavano palle di neve.
I cani giocavano e correvano con loro, vigili, di quando in quando qualche adulto buttava l’occhio, poi tornava alle proprie occupazioni.
Che invidia! Come avrei voluto un’infanzia così!
Provai una fitta allo stomaco: io avrei dovuto avercela, un’infanzia così, anche se magari part-time!
Alzai gli occhi verso le Montagne che incombevano su di noi, splendide, maestose, scintillanti nel sole del mezzogiorno, stagliandosi contro il cielo blu zaffiro.
Mi guardarono, un po’ indifferenti, un po’ compiaciute: stavo tornando a casa.
Per loro era trascorso meno di un battito di ciglia da quando, fagottino inconsapevole, me ne ero andata, per me era stata la vita.
Una brutta vita, che non era la mia, che nessuno avrebbe potuto restituirmi.
Infilai il golf e seguii gli altri sul carro per Forno.

La casa della zia Greta era la casa dei miei sogni: una baita di legno su due piani, con un giardino intorno, un grande albero a sfiorare le finestre della mansarda, camino, veranda, terrazza in legno che presto sarebbe stata piena di fiori da scoppiare.
C’era un gatto color champagne che aspettava la sua umana alla finestra.
In quelle due settimane i vicini avevano avuto cura di lui, ospitandolo, nutrendolo, permettendogli di andare a casa sua quando ne aveva voglia.
C’era anche un cane, un grosso bovaro bianco, simile ad un Cecoslovacco incrociato con un Pastore dei Pirenei.
Ci vide prima ancora che entrassimo in paese e si precipitò giù dalla strada abbaiando entusiasta.
Miki e il micione della zia fecero amicizia più in fretta di quanto Usain Bolt avrebbe corso i duecento piani e cominciarono a saltare per il giardino come palle di gomma, rincorrendosi, duellando, facendosi agguati e rotolando come una grossa palla di colore indefinito con pezzi di foglie e terra appiccicati dappertutto.
Non sarebbe stato facile convincere il mio ragazzo a tornare a casa, in città, forse nemmeno le terme gli sarebbero piaciute più molto dopo quel giorno.
Entrando, il profumo del legno, lo stesso che si sente nell’entrare in un rifugio, ma più dolce e casalingo, mi riempì le narici.
È quello l’odore che dovrebbe avere una casa: legno, resine, vento, un po’ di cenere e stufa, bucato e magari spezie bruciate nel camino.
Dopo pranzo, Joelle mi propose un giro verso il ghiacciaio, a poche centinaia di metri dal villaggio. Schizzai al cancello con un solo balzo felino e fu allora che notai un’altra cosa strana ed inquietante.
Joelle non uscì subito dal giardino della zia, ma rimase in attesa davanti alla staccionata, guardando verso il sentiero. Qualche secondo dopo riconobbi la figura di Nicolas in piedi, in attesa un centinaio di metri lontano e solo allora mia cugina uscì in strada, avviandosi verso il giovane.
Mentre camminavamo verso Nicolas la gente si affacciava alle porte e restava in attesa che lei passasse, rientrando solo dopo che ci eravamo allontanate.
Mi venne in mente che il giorno prima lei era salita alla sorgente con Mirko e con lui era discesa e che la sera prima ancora era stato il capobranco a raggiungerci, davanti al cancello. Sembrava dovesse essere sempre accompagnata, ma perché?
Nicolas ci sorrise, gli occhi due laghi blu nel viso abbronzato. Dalla manica a tre quarti del maglioncino spuntava una lunga cicatrice, dalla strana forma zigzagante piuttosto stretta, simile alla forma di una lama di flamberga, come se qualcuno gli avesse appoggiato di piatto la spada incandescente sul braccio.
Provai una sensazione gelida: cosa poteva essere successo? Forse alcuni erano più folli di altri, in quel posto, e magari pericolosi? O se l’era procurata lontano dalla valle, in una qualche rissa urbana?

Poco dopo eravamo alla seraccata terminale; davanti a noi una grotta blu, dalla quale usciva un ruscelletto grigio azzurro da inizio disgelo, non ancora evidente a quelle quote.
Presto si sarebbe trasformato in un torrente impetuoso e il posto sarebbe diventato pressoché impraticabile, ma non quel giorno, così entrammo tenendoci ben accosto alle pareti della grotta.
Dentro ogni cosa era blu, di tutti i blu possibili fino all’ultravioletto e oltre.
Nicolas ci indicò un passaggio dove in ghiaccio si biforcava intorno ad un’isola rocciosa cui ci avvicinammo guadando il ruscello; dalle pareti stillava qualche goccia che cadeva con un –plink!- nell’acqua ai nostri piedi.
La grotta blu si diramava in tutte le direzioni, in una miriade di cunicoli che facevano pensare alla tana di un coniglio, scomparendo nell’oscurità man mano che si allontanavano dalla galleria principale.
Nicolas disse qualcosa del tipo: “Qui non possono toccarci” o qualcosa del genere, di cui mi sfuggì il senso logico, ma non indagai: ormai avevo rinunciato a capire, anche se ero costantemente accompagnata da una leggera nausea e dallo stupore per le mie stesse reazioni. Mi comportavo come se fosse quasi tutto normale, padrini fatati, cugine luccicanti e ustioni da flamberghe compresi.
“Questo cunicolo porta ad un lago delle Marmotte, di solito” sussurrò Nicolas indicandomi una galleria piuttosto bassa e particolarmente scura alla nostra sinistra. Calcolai che dovesse essere molto vicina alla morena, di cui sembrava seguire l’andamento.
Pochi passi e mi accorsi di camminare su roccia detritica nella quale era stato creato un sentiero che i miei amici parevano conoscere piuttosto bene…
…Sentiero che, come è noto, potrebbe sparire da un momento all’altro, allagarsi, sgretolarsi, insomma, fare tutte quelle cose carine che fanno di solito i ghiacciai, soprattutto nelle loro parti terminali. “È mai capitato che qualcuno finisse spiaccicato durante un’escursione in queste gallerie?” mi scappò detto.
I miei amici si scambiarono un’occhiata e sghignazzarono sottovoce: “Ancora no, ma c’è stato chi ci si è messo d’impegno!” ridacchiò mia cugina lanciando una strana occhiata a Nicolas, che finse di non sentire.

E poi fui davanti a quella cosa.
Una parete di granito levigata da migliaia di anni di sfregamento col ghiaccio. Scura, liscia come uno specchio, dalla forma curva, sensuale, tipica dei mamelloni glaciali. Solo che, lì, davanti ai nostri nasi, c’era un passaggio, chiaramente lavorato da mani pazienti, così da permettere l’ingresso di un adulto un po’ spremuto alla volta.
Era un geode con all’interno Quarzi, Ametiste, Calciti e Aragoniti dalle forme folli, Fluoriti, Vesuviane, pallette di Stilbite e altra roba che non finii di registrare, avendo una improvvisa paresi ai neuroni.
I Quarzi crescevano per lo più a grappoli, che iniziavano perfettamente trasparenti e viravano al fumé, fino al morione puro, tutto nello stesso gruppo.
Non avevo mai visto niente del genere. C’erano geminati da una faccia ialina e l’altra, opposta, mora come cioccolato e davanti a me c’era un cristallo di Ametrino che mi arrivava tranquillamente alla cintura.
Ma il peggio era che, in fondo alla pancia del geode, immobile tra la roccia completamente incastonata di cristalli adamantini e un grappolo delle dimensioni tavolino, c’era una ragazza.
Solo che non era una ragazza.
Aveva carnagione alabastro, in contrasto con i capelli scuri che le ondeggiavano attorno al viso ovale, intento in una profonda meditazione, le mani a coppa attorno al cristallo più grande, con cui sembrava essere in comunione. Non sembrava consapevole della nostra presenza ed era, come dire, leggermente trasparente, tanto che potevo intravedere la parete alle sue spalle.
Non riuscivo a staccare gli occhi da quell’apparizione. Mi voltai interrogativa verso gli altri, che mi fecero segno di restare silenzio.
Joelle sedette tra i cristalli come in un prato di margherite e, tranquillamente, si mise a raccoglierli. Ero basita: quelle pietre si staccavano come fiori dalle loro basi non appena lei li toccava.
Prese un Ametista con diverse geminazioni, un paio di Fluoriti Rosa grosse così, qualche Morione di un incredibile grigio antracite, lucenti come stelle, Quarzi ialini che sfumavano nel bruno e un Quarzo a Scettro fantastico.
La ragazza non diede segno di accorgersi di nulla, immersa nella sua meditazione.
Nicolas mi fece cenno di sedermi e raccogliere, ma non osavo: mi limitai a toccare con reverenza quelle cose meravigliose e a prendere piccoli cristalli staccati al suolo, che comunque mi riempirono le mani. “Davvero posso?” mimai a Nicolas, che sorrise.
Lui prese dalle pareti un po’ di cose che ripose nello zainetto e poi mi fecero segno di andare. Mi alzai un po’ a fatica, non potendo usare le mani piene di pietre e urtai leggermente un grande gruppo proprio accanto alla mia caviglia, che si staccò dalla base, finendo in bilico contro la mia gamba. Restai immobile, col piede a mezz’aria e le mani piene di tesori quasi all’altezza della faccia.
Dovevo sembrare parecchio idiota. Nicolas prese tra le braccia il grappolo e io potei posare i piedi a terra, infilai i cristallini in un sacchetto che mia cugina mi porgeva e ci avviammo alla fenditura.
Mentre uscivo mi voltai e lei, improvvisamente, alzò su di me grandi occhi nero pece, profondi come pozzi fino al centro della terra.
Mi fissò per un istante interminabile, mentre qualcuno mi spingeva oltre l’apertura.
Provai un incredibile sensazione di terrore e di attrazione che non mi mollò fino a quando i miei piedi calcarono i caldi detriti della morena, nel sole.

“Che diavolo…” iniziai, ma Nicolas mi mise in braccio circa otto chili di Ametrino assolutamente perfetto: “Eh?” dovevo avere davvero un’aria molto intelligente: “C-c-ciciò ncimpato…nn volevo! Era così abbarriata!”
“Chi era arrabbiata?” intervenne Joelle: “La cosa, la ragaz…fata, la fata. Era molto arrabbiata quando mi ha guardata. Pensavo mi volesse arrostire!”
Loro si guardarono, perplessi: “Lei ti ha guardata?”
“Massì! Ha occhiato gli alzi e mi ha fuadrata…guardata fisso, poi uno di voi mi ha spinta fuori, e…sono nei guai, vero? Dobbiamo riportarle subito i sassi, prima che ci cucini per cena!” esclamai afferrando il cristallone per riportarlo al geode:
“No, Eva!” esclamò Nicolas: “Ascolta, quei cristalli non si staccano per caso. Lo decide la Fata insieme alle pietre stesse. Lei ti ha voluto dare queste pietre, come ha dato a noi le nostre, e a coloro che entrano nel geode, le loro. Forse voleva solo intimarti di farne buon uso”
Li ascoltavo in stato confusionale, avvinghiata al “regalo” che ero dispostissima a restituire,
“Raga? No, scusate, ma…che significa farne buon uso? È un cristallo! Bellissimo, fantastico, stupendo, galattico, ma…Che si può fare, se non metterlo in bella mostra, lustrarlo, coccolarlo e magari cantargli la ninna nanna?”
E mi presi una scossa tremenda, tanto che mollai il pietrone con uno strillo: “Non era contento” fece laconica Jo.
“Ma che accidente…cos’è stato?” chiesi non osando toccare quel bestione che ora mi osservava dal centro di un bellissimo cuscino di muschio: “Te l’ho detto. Non è contento. Immagino il problema sia la ninna nanna…”
Non capivo. Non capivo neppure cos’era esattamente che non capivo e non capivo da che parte iniziare a cercare di capirci qualcosa.
Com’era frustrante!!
Nicolas raccolse con rispetto la bestia e se la tenne in braccio come un bebé: “Così…” iniziò: “Tu i minerali li hai solo per…bellezza? Collezione, insomma? E li lasci lì, a fare niente?”
“…nggh…”fu la cosa più intelligente che mi venne in mente di rispondere.
“Non li usi?”
Incalzò mia cugina: “M..mm…ma-a-a per fare che?” chiesi in stato confusionale.
“Pietre…cristalli…energia…mai sentito?”
“..piezoelettricità?”
Loro scossero la testa, sconsolati. Anche il quarzone sembrava depresso.
Oh, come avrei voluto essere a Sharm el Sheik, possibilmente tra i denti di uno squalo!
“Secondo me fa crollare la parete” sospirò Joelle: “Adesso si che sarà abbarriata!”
“Glielo riporto!” insistetti: “Non ci provare!” mi intimò mia cugina minacciandomi con la becca della piccozza: “Non ci provare!” ripetè infilando l’attrezzo nella guaina.
Imbruniva. Le voci dei bambini, l’abbaiare dei cani, si erano quietati e il silenzio era profondo, rotto solo dal suono della Montagna.
Sentivo il lento respiro del ghiacciaio che si avvolgeva su se stesso.
Nicolas si avviò sul sentiero, portando amorevolmente il cristallone tra le braccia, seguito da mia cugina.
Sospirai e trotterellai loro dietro, rimpiangendo i tempi infelici di un paio di settimane prima, quando avevo una vita terribilmente noiosa, precaria e prevedibile.

La Valdombra, da lassù, era assurdamente diversa da com’era alle terme.
I suoni, la gente, l’odore dell’aria e…e tutto il resto, erano diversi.
Era come se alle terme tutto fosse “travestito” ad uso e consumo dei visitatori, mentre lassù il mondo si mostrava senza veli.
I gesti, i rumori, lo scorrere del tempo, parevano diversi.
La gente non era ficcanaso, come succede in genere nei piccoli paesi: erano discreti, non c’erano pettegolezzi o curiosità morbose, ma allo stesso tempo c’era una schiettezza cui non ero abituata.
Così, in quel momento, pareva che tutta Morione parlasse del mio Ametrino e c’era la processione per venirlo a vedere.
Una curiosità educata, semplice, entusiasta, priva di giudizio. Nessuno criticava che una pietra del genere fosse andata ad una sconosciuta, una cittadina.
Nessuno parlava di nascosto della mia strana storia, anche se probabilmente tutti la conoscevano, nessuno faceva domande indiscrete.
Tutti arrivavano, chiedevano gentilmente di vederlo, sgranavano gli occhi ammirati, sorridevano e mi facevano le congratulazioni.
Mi arrivò anche qualche pacca sulla spalla e alcuni barattoli di cose fatte in casa.

Era di nuovo sera, un altro giorno era passato in quel nuovo mondo e io ero triste, nonostante tutto. Mi sentivo fuori posto, inetta, imbranata. Confusa.
Quel mondo là fuori, quello cui non appartenevo, mi era familiare, ci ero abituata, sapevo quali meccanismi lo governavano, anche se potevano non piacermi.
Eppure…eppure…io sentivo la voce delle Montagne.
La sentivo da piccola e non avevo mai smesso.
Non ascoltavo, non volevo ascoltare, cercando di immergermi nella vita normale, ma la sentivo ancora, come poco prima avevo sentito il suo sguardo, il suo respiro lento, la sua voce come un profondo Ohm.
Mi bastava fermarmi, immergermi in quel suono, lasciare che mi attraversasse…
Dovevo, dovevo…dovevo riabbracciarla, appoggiare la faccia alla roccia e ascoltarne il battito.
Osservai il cristallo: non è contento di me, pensai.
“Ecco, cominci a capire” disse una voce alle mie spalle, facendomi prendere un accidente.
Nell’ombra il tapetum lucidum risplendeva come oro fuso, rendendo spettrale e inquietante il viso scarno della Fata: “Stai cominciando a capire. Pensi che la pietra non sia contenta. Sai, vero, che loro, là fuori, direbbero che sei matta?”
“Oh, beh…lo dicono lo stesso…” replicai sconsolata.
“Lasciali perdere, dimentica le baggianate che ti hanno insegnato. Lei ha deciso di partire con te, di lasciare la culla in cui è rimasta milioni di anni per seguirti”
“Ma io non so cosa fare…” brontolai.
“Questo non è un problema!”
“Ma tra una settimana torno a casa e…”
Nessuno. Né a due, né a quattro zampe. Nemmeno una coda che svaniva nel buio.

La differenza tra luce e ombra, lassù, era netta come può esserlo solo sulle montagne: là in alto, contro il cielo che sfumava dall’indaco al lilla dorato, le cime che dominavano le Valli si stagliavano in un trionfo d’oro e rosa, mentre qui, a millesettecento metri, dominava la notte e già vedevo le finestre illuminarsi una dopo l’altra, alcune di luci un po’ più tremolanti, altre, notai, di morbide tonalità madreperlacee.
Strano. Forte, però!
Non era luce elettrica, a meno che ci fossero dei generatori individuali, di cui però non sentivo alcun ronzio e, in ogni caso, era troppo strana.
Sentii diversi “Ciao”, “Salve” “Buonanotte”, un signore passò di corsa soffiandosi sulle mani e mandandomi un saluto mentre correva verso casa.
Il mio cristallo era gelido e finalmente rientrai.
La cucina era quasi al buio, non fosse stato per il fuoco acceso nel caminetto: “Eva?” chiamò la zia: “Facciamo un po’ di luce?”. Mi guardai intorno alla ricerca di candele o di un interruttore, ma lei scosse la testa: “No, vieni. La facciamo alla moda nostra” disse.
Sembrava terribilmente seria.
I gatti erano crollati su un grande cuscino colorato e dormivano con i musi uno sulla spalla dell’altro, beati.
Il cagnolone si stiracchiava poco più in là sul tappeto, osservando le fiamme con un gran sorriso stampato sul muso.
Zia Greta si inginocchiò davanti al camino, con le mani protese verso le fiamme, come avesse voluto scaldarsi e mi fece cenno di avvicinarmi. Non vidi esattamente cosa stesse facendo, finché non le fui a fianco e feci un salto di un metro: aveva le mani avvolte di fuoco!
“Oddio!” strillai acchiappando una coperta, ma lei mi fermò: “Eva, insomma! Vieni qui e stai buona!” mi intimò: “M-m-mmaa…ti smananno le fuoche!” strillai di nuovo, svegliando i gatti e strappando un uggiolio di protesta al cane. “No, non mi vanno a fuoco le mani, vieni qui e impara!”
Mi avvicinai con cautela, reggendo ancora la coperta.
In effetti, le mani della zia erano ad una certa distanza dalle fiamme che scoppiettavano allegramente tra i ceppi, ma c’era una corrente di luce aranciata che, come staccandosi dal falò, le avvolgeva in una bolla: “Guarda” disse la zia: “Questo è il modo più semplice. Non so se riuscirai al primo tentativo, ma insistendo un po’, dovresti…”
Non capivo. Feci come mi diceva, mi accomodai su quello strano inginocchiatoio e protesi le mani: “Devi concentrarti sulla luce. Non sul calore, ma sulla luce vivente. Con il tuo pensiero devi portarla verso di te, tirarla in qua e prenderla con le mani”
Provai, E poi provai ancora e poi ancora, finché cominciarono a bruciarmi gli occhi: “Bi viede da sdardudire…” biascicai.
Forse era che non avevo idea di dove la zia volesse andare a parare, ma cominciavo ad avere le mani bollenti, le ginocchia doloranti e, dopo gli occhi, mi colava il naso: “Interrompiamo, proveremo più tardi” sospirò la zia. Allontanò le mani dal camino…portandosi via quella bolla luminosa!
E non solo: prese ad espirare soffiando lentamente dentro la bolla, la cui luce divenne sempre più intensa, tanto da illuminare la stanza di una luce oro-arancio madreperlata e poi la spinse in su, verso il soffitto. E la bolla rimase là, come un lampadario da fiaba, sospesa a perpendicolo sul tavolo.
wwwoowww!!!!!” esclamai dimentica degli occhi che bruciavano e del naso che colava.
“Ci…ci…cedi, dici che farei poterla anch’io?” balbettai incantata, beandomi di quella luce madreperla: “Naturalmente, cara! Sono assolutamente sicura che tu possa riuscirci!” rispose la zia apparecchiando la tavola.
Forse la zia era stata eccessivamente ottimista.
Dopo cena mi impegnai parecchio a cercare di produrre bolle di luce, con l’unico risultato di scottarmi la faccia, quasi ustionarmi le mani e procurarmi due occhi da ranocchia ubriaca, gonfi e lacrimanti.
Alla fine mi arresi, lustrai ben bene le mie pietre, consumai due pacchetti di fazzolettini, scoprii che la maggior parte di quelle raccolte da Joelle erano per me, comprese quelle due Fluoriti Rosa grosse un pugno e sgridai un paio di volte due grosse palle di pelo che, saltate sul tavolo, dopo aver infilando le zampe con cautela tra l’una e l’altra per un po’, presero a giocare a bocce con una semisfera di Stilbite.
Più tardi, decisamente più tardi, ormai nel mio comodo e caldo lettuccio profumato di bucato, sentii il coro sommesso dei lupi. Sembravano cantare sottovoce, come non avessero voluto disturbare le Valli addormentate.
Il loro canto cullava, anche se Miki tremava ancora un po’ contro le mie gambe, attraversava le cime, i colli e i passi sotto la Luna, raccontando chissà quali storie che non potevo comprendere, povera forestiera ignorante. Era la cosa più affascinante, commovente e grandiosa che avessi mai sentito.
Sentivo nella notte la presenza della Montagna, il suo silenzio dalla voce forte, il suo sguardo divinamente indifferente e allo stesso tempo di amorevole Madre che abbracciava la terra alle sue pendici.
La Luna, i Lupi, la Montagna.
Il mio gatto.
E avevo una famiglia.
Tutto il resto…era irrilevante. Oppure si sarebbe risolto, in qualche modo.
Avrei voluto che quell’istante fosse l’Eternità.
(...continua link p.:9)

mercoledì 7 novembre 2012

Bidoni e ciò che rimane...

Buonaserissima!
Quei quattro gatti o gattofili o gattolici che passano da queste parti abitualmente, saranno sicuramente convinti che io sia in un posto tipo alle Seychelles o alle Fiji o chessoio con i dindi guadagnati a palate a "Scodinzolando in Villa", non è così?
Beh...vi siete sbagliati.
In effetti, venerdì alle due e 19 minuti ci è stato comunicato che non ci sarebbe stata alcuna coda agitata in quel di Serravalle e nemmeno da qualche altra parte.
Il perché e percome è storia lunga e tediosa, nonché un attimino surreale, per cui vi risparmio i dettagli.
Ho però ponzato di sbatacchiarvi sotto gli occhioni sgranati e colmi di cocente delusione, qualche esempiuccio degli aggeggini preparati appositamente per l'evento e, ovviamente, rimasti qui, in malinconica attesa di anime pie che li adottino..oltre a questi, altrettanto ovviamente, restano alcune cose fatte da tempo e quei 93 gioiellini per cani, che già ho postato l'altra settimana...ergo, se avete un cane o pensate di procurarvene uno, potete attingere a questi graziosi cosini e fare al vostro beniamino sicuramente viziatissimo un regalino che lo renderà ancora più bello.
Chi non ha un cane, può sempre indossarli fingendo che si tratti di roba per umani.

Tornando a noi, abbiamo qualche anellino "adjustable", scusate ma non conosco il termine italiano, ho sempre sentito roba tipo: "quelli che si possono allargare e stringere" e qualche parurina-ina orecchini-collierini.
Dunque, qui gli anellini:
Qui sopra: Anellino in Rame e Avventurina birmana, che significa semplicemente tinta. Lo so, io non uso pietre tinte, in generale, ma non mi pareva malaccio ed era comunque Avventurina.
Sotto: Silver Filled e Rame con Quarzettino e Granatino.

Qui sotto: Silver Filled con simpatica Ametistina piatta. 
 Sotto: Silver Filled e Avventurina "normale"
Qui Silver Filled con miniAmetiste:
 Due indossati:
Come vi sembrano? Io li trovo bellini...lavoro, un decimo degli anelli normali e, soprattutto, servono quantità di metallo strutturale che vanno dai venti ai sessanta centimetri, ottanta se uno vuole proprio scialare.
Qui sotto due paia di orecchini soli soletti, no parure:
Sopra: Silver Filled e Occhio di Tigre rosso, sotto: Labradorite verde e bianca
E qui ho messo qualche parurina, come dicevo:
Sopra: bellissimi Granati con Silver Filled, sotto:Silver Filled e Ottone, con minuscola Ametista
Silver Filled e Rame, con Labradoriti bianche e Granatino:
Qui Sempre Silver Filled e Rame con Olivine, gli orecchini sono "atipici", diversi dalla collana. Peridotini e Quarzo Rutilato:
Ehm...lo so, mancano gli orecchini...ho dimenticato di finirli, ecco...Silver Filled con Ottone, una signora Acquamarina e un Granatino:
Qui sotto, invece, un Quarzo Rosa, per chi lo vuole e vuole qualcosa di originale, sempre Silver Filled:
Per il momento ho finito, sennò viene 'na roba chilometrica.
Vado, alla prossima...sono MOLTO infelice...ma che dire della mia amica Sonia che ci ha pure rimesso quel centone abbondante regalato a Trenitalia?
Certo, potrà sempre dire di essere una dei pochissimi "turisti" al mondo ad essere stati a Torino e di non essere andata né al museo Egizio, né a quello del Cinema, ma al Museo della Montagna e al Borgo Medievale...
e aspettatevi quanto prima qualche Creaturina in tema, nella sua botteguccia. Adesso anche lei deve riprendersi, ma sono quasi sicura stia già lavorando...
Baciotti, 'notte notte