Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

lunedì 21 gennaio 2013

Frammenti: Il Dono p. 12

...lo avevo promesso. E siccome lo avevo promesso, e poiché non ho cose nuove da mostrare, almeno non roba che valga la pena, posto questo.
La Valdombra ha una storia, una geografia, una società complessa che però, in genere, si intravvede appena nelle esperienze troppo cariche di informazioni incredibili per i poveretti che ci capitano, siano giovani donne, antichi scienziati romani, missionari ribelli.
Di solito riesco a recuperare frammenti di esperienze di uno o dell'altra, mentre Eva, pignola peggio del mio gatto, è la prima "esterna" che incontriamo non solo a tenere accurata cronaca della sua vacanza, ma, non so se per fortuna o sfortuna, a passarmi le sue annotazioni.
E io, diligentemente, le passo a voi, sempre sperando di non annoiare.
Buon viaggio!
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"Quel giorno sembrava che il Sole non si decidesse a sorgere.
Avevo iniziato alle sette a studiare e c’era di nuovo quella nebbiolina del giorno precedente, che non voleva saperne di levarsi.
Le ore passavano, ma l’orologio sembrava non accorgersene e avanzava con una lentezza impressionante.
Non so quale fosse la Magia del Lupo, ma sembrava di vivere immersi in uno strano sogno, dove tutto intorno a noi accadeva al rallentatore e in un silenzio ovattato.
Solo quando chi era all’interno di quella sorta di sospensione temporale incrociava il mondo “normale”, le cose riprendevano a muoversi a velocità normale, che in ogni caso, in Valdombra, ha un significato piuttosto aleatorio.
Ora che riuscivo a vedere le correnti, potevo cominciare ad immergermici consapevolmente e ad adoperarle, per così dire.
Mi avvicinavo a quella specie di vento luminoso, ci tuffavo la mano e…ohcchebello! La luce cominciava a muoversi come acqua, creare piccoli vortici e onde, aderiva alla mia mano e potevo perfino prenderla, tenerla, darle una forma.
Mi accorsi…no, me lo spiegarono, che non ubbidiva più di tanto al mio movimento, quanto alla mia consapevolezza: se mettevo un bastoncino, per esempio, la corrente si comportava come una normale corrente d’aria o acqua, deformandosi attorno all’ostacolo e poi aggirandolo per riprendere il suo cammino e riunirsi a se stessa e lo stesso se immergevo le mani del tutto priva di qualche intenzione: potevo creare un movimento più o meno accentuato, ma niente altro.
Quando invece “pensavo” di prendere la luce e di fare o dare forma a qualcosa, ecco che immediatamente la corrente si allineava alla mia idea. Non ne era succube, solo pareva divertirsi ad assecondarmi.
Così, non riuscendo con le bolle di luce, ne creavo con l’aria delle correnti più piccole e docili. Uno con la vista normale non le avrebbe mai viste, ma pazienza, una cosa alla volta.
Dopo un duro lavoro e un migliaio di tentativi, riuscii ad ottenere una forma geometrica, poi una specie di fiore a quattro petali, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto essere una farfalla, ma quando la mia luminosissima cugina, con un gesto appena accennato dell’indice, creò una nube di farfalle variopinte che si librarono nell’aria e si dispersero come una cascata del solito Champagne multicolore…beh, che dire, capii che c’era ancora un saaaaaacco da fare!
“Non puoi pensare di ottenere in un giorno, anche se più lungo del solito, quello che noi abbiamo realizzato in seimila anni, non trovi?” Mi canzonò Joelle: “È che la zia pensa che io abbia l’abilità di fare un sacco di cose e…”
“Ce l’hai, ma ci vuole tempo. Allenamento. Anche abitudine”
“Ma cosa vuol dire che ci avete messo seimila anni?” domandai a scoppio ritardato: “Beh, da quando i primi uomini arrivarono qui ad oggi. Ammetto che non sia esatto, perché dopo i primi due o trecento anni, i nostri progenitori erano riusciti ad ottenere cose che noi possiamo sognarci, ma…”
“Si, ma vuoi dire che questo posto è abitato da seimila anni?” la interruppi. Lei spalancò due occhioni a piattino grandi così: “Beh, si, perché?”
“Ma ci sono reperti? Come lo sapete? E come ci arrivarono?” la tempestai: “Reperti in che senso? No, cioè, credo di si, ma chissene…insomma, verso il 4000 avanti Cristo qui si insediarono i primi umani. C’erano diverse tribù di popolazioni alpine intorno, ma a volte capitavano tribù provenienti da qualche altra zona che cercavano di prendersi i posti migliori, come succede più o meno ovunque: tribù nemiche, lotte, scaramucce…insomma, sappiamo che un certo numero di cacciatori raccoglitori dell’epoca si perse tra le montagne, fuggendo da questi invasori e si trovò a mal partito. Si trattava di un paio di villaggi, con alcuni bambini e, sai come sono i Lupi con i cuccioli, no? Li videro, si impietosirono e li scortarono in Valdombra, dove li ospitarono in alcune grotte che oggi sono specie di musei, luoghi sacri, in un certo senso. E così fu stipulato il Patto con i Lupi, su cui tutta la storia Valdombriana è fondata. All’epoca i nuovi arrivati la chiamarono “La Valle dei Lupi”, che ancora oggi è uno dei nomi delle Tre Valli. Allora, però, né le Grandi Fate, né gli Elfi si mostravano agli uomini…essi erano in grado di vedere solo le cose che erano loro familiari, diciamo. Insomma, se si avvicinavano al Mare d’Ombra, che allora era solcato da diverse navi elfiche, non vedevano nulla! Vedevano il lago, magari potevano pescare, ma era come se le navi, le Creature che abitavano quelle acque, il castello dell’Isola delle Fate, non esistessero…un po’ come fuori, no? C’è un’infinità di esistenza di cui voi non siete nemmeno lontanamente consapevoli. Sguazzate nell’Universo senza vederlo e pensate di sapere tutto…che sceeeemiii!!”
“Insomma, e poi? Cos’è successo?”
“Ouf! Guarda che ci sono i libri di storia in biblioteca, eh? Beh, conta che i primi uomini erano ancora figli della Terra Madre, al contrario dei moderni, e sapevano che esistono infinite cose celate alla vista. E poi ci sarà stato qualche stregone, no? Insomma, iniziarono a vedere qualcosa, poi si resero conto che le acque mostravano strani movimenti e cominciarono a cercare. Alla fine le Creature Fatate decisero che era il momento di mostrarsi. In un certo senso è da quel momento che inizia la Storia della Valdombra, almeno per noi umani. Per i Fatati è infinitamente più antica.”
“Woooooowwww!!!!”
“Beh, non avevi pensato che avessimo una storia?”
“Ovvio che si, ma non pensavo…insomma…forse avrei dovuto, immagino, ma ero troppo occupata col presente per pensare al passato, a parte il mio! Seimila anni!” ripetei sognante.

Più tardi avrei voluto parlare con Vehar di quello che avevo scoperto, ma non riuscii a trovarlo, così mi avviai mestamente a cena, così mestamente da non sentire che Mirko mi chiamava, finché non mi si parò di fronte agitandomi la mano davanti alla faccia: “Pianeta Terra ad Eva, pronto, pronto, rispondi, Eva!”
“Uh?”
“Insomma, tua zia ti cercava, adesso l’ho scortata al tavolo, ma mi ha ordinato di trovarti. Carino da parte tua manifestarti, visto che avrei ancora un paio d’ore di turno!”
“Ah, si, sgrrrffgrowlll” brontolai: “Capisco”
“No, pensavo che i Lupi fossero più protettivi…presenti. Insomma…”
“Se cercavi Vehar oggi doveva essere piuttosto impegnato, doveva incontrare i cacciatori”
“Un branco?”
“Ma no!” rise: “I cacciatori! umani, la tribù!” lo guardavo assolutamente ebete: “Insomma, quelli che procurano la carne alla gente!”
“Cioè?”
Lui buttò un occhio intorno per la hall, poi mi prese per un braccio e mi condusse verso il nostro tavolo: “Non penserai che in Valdombra ci siano macellerie, vero? Senti, raggiungimi alla sala da Thé alle nove, così ti spiego un po’ di cose ed eviti di fare la figura della scema totale!”
“Oohh, grazie!” esclamai. Era la prima volta che qualcuno si premurava di evitarmi di essere un’idiota, in quella gabbia di matti…ero in uno stato piuttosto confusionale, e la zia decise di annullare la lezione con il professore, quella sera: “Hai già abbastanza stimoli così, e poi non puoi pensare di imparare tutto in pochi giorni! Al tuo ritorno in città, sarai già abbastanza rivoluzionata!” brontolò: “Ti dispiace se mi faccio un giretto con Mirko, il cameriere, quello bravo con la pasticceria?”
“No, cara, anzi, mi sembra un’ottima idea! È un bene che tu cominci a farti degli amici, a conoscere gente! Esci, su, tranquilla!” disse battendomi piccole pacche sulla mano.
Non so perché, ma per tutta la cena ebbi la sgradevole sensazione che la mia cena mi guardasse con un certo astio, soprattutto l’insalata: “Sto veramente dando i numeri!” sospirai: “Perché, tesoro?” domandò la zia: “Ho la sensazione che l’insalata ce l’abbia con me…”
“Oh, non preoccuparti, l’insalata è sempre piuttosto scorbutica…solo intimale di non starti sullo stomaco, o farai brutti sogni”
Sospirai. Più le cose erano assurde e più loro le trovavano assolutamente normali.
Ero davvero finita in un manicomio!

La sala thé, al primo piano, aveva una grande vetrata che guardava verso il sentiero di passo, quello dove avevo incontrato i lupi, e da lì si poteva spingere lo sguardo ben oltre, sul fianco della Montagna, spaziando tra la pineta al Lago grande, fino ad un paesino di forse venti case che aveva nome Fourrez (Fhùrre n.d.a.), o Fourresc (pron. Fhurrésk n.d.a), a seconda della pronuncia e che sorgeva su un pendio cosparso di rododendri.
Dall’Hotel si snodava una mulattiera in terra battuta che vi conduceva e da cui avevo visto un paio di volte arrivare Mirko: “Vedi? Casa mia si riconosce, è quella da sfigato” disse con una punta di amarezza: “In che senso?” domandai osservando gli ordinati e lucenti tetti bruni sotto la luna: “Beh, dai…è l’unica con i pannelli fotovoltaici!”
“Ehm…”
“Loro non ne hanno bisogno…lo sai come fanno a produrre il fuoco per cucinare o il riscaldamento?”
“No, ma mia zia fa le bolle…”
“Ecco, appunto! Poi hanno le Salamandre nelle stufe e perfino nelle caldaie dei treni. E per il ghiaccio? Alcuni fanno delle bolle, tipo quelle di luce, ma la maggior parte ha delle piccole Fate, le Selie del Ghiaccio, che vanno da loro e creano delle specie di celle frigorifere nei crotìn. Nessuno usa televisioni o computer, se non in casi rari, anche perché tutta l’energia che c’è nell’aria li manda in tilt, ma non ne hanno bisogno. Niente radio, televisioni…a parte nelle scuole e in un paio di uffici. La tecnologia è quasi inesistente, per la maggior parte a beneficio dei forestieri, per dare loro la sensazione che non ci sia niente di strano, a parte un certo gusto retrò. Tra tutte le stranezze e le assurdità di questo posto, paradossalmente la più assurda è l’apparenza “normale”. E che la gente ci creda, soprattutto!”
“Quindi tu produci energia con i pannelli, invece?” si strinse nelle spalle: “Beh, per forza! E poi, conta che io vivo qui da giugno dell’anno scorso, prima andavo e venivo, avevo fatto la stagione da giugno a settembre l’anno prima, ma poi…” terminò con una scrollatina di spalle.
“Ma non sei contento di essere qui?” ero perplessa: perché mai avrebbe dovuto restare, se non era quello che voleva?
Lui sedette sul bracciolo del divano, guardando oltre la vetrata: “Si, sono contento di essere qui. Più che altro, ormai è l’unico posto dove posso stare, ma…non sono come loro. È questo il problema” disse come a se stesso.
Sentii un brivido gelido percorrermi la schiena: “L’unico posto?” gli feci eco: “Si. Ero venuto per qualche giorno di scampagnata con dei compagni di scuola, ma poi abbiamo combinato dei casini e ci siamo beccati un mese di lavori forz….socialmente utili. E, per quanto la Valle ci rifiutasse e si mostrasse quasi normale, al mio ritorno a casa io ero cambiato, tanto che i miei stentavano a riconoscermi. Non che avessi cambiato faccia, intendiamoci, ma ero cambiato. Le cose non erano più come prima, e non riuscivo più a sentirmi a mio agio, anzi, era peggio più il tempo passava. Lo stesso era successo agli altri, che lo volessero accettare o meno, nel bene e…nel male. Un paio di ragazze erano praticamente diventate delle criminali, uno ha dato di matto dopo due giorni, è scappato e nessuno di noi lo ha mai più rivisto, due si sono accodati alle criminali…e così via”
“…Crinimali?” balbettai senza capire: “Oh, beh” rispose: “Non è che fossero due sante, prima, solo che qui sono esplose nella loro stupidità e disonestà. Come se la Valle avesse tirato fuori il loro…lato peggiore!”
“E quindi, alla fine…”
“Già! Ma era quello che volevo, davvero! È solo che poi, quando vivi qui a tempo pieno, ti rendi conto di quanto sei imbelle!” mi venne da ridere a quel termine, ma forse era davvero quello più adatto.

Ci trovammo a seguire il sentiero e poco dopo ero nel villaggio di Fourrez, in una minuscola deliziosa piazza lastricata, con una fontana antica al centro. Il silenzio era profondo, così che la voce dell’acqua riecheggiava amplificata sui muri attorno e rimbalzava sui sampietrini.
Sulla fontana era incisa una data in numeri romani:

MLXII

“Millesessantadue?” tradussi. Mirko annuì: “è l’anno di fondazione di Fourrez, ad opera di…di una colonia di forestieri” ebbi la sensazione che volesse tagliar corto e, per il momento, non approfondii.
Dalle finestre filtrava la luce madreperlata che sapevo prodotta dalle ‘bolle’, oppure un tipo che sembrava provenire da luci ai LED: “Quella è luce delle Pòrtune” mi spiegò Mirko indicando un balcone di fronte a noi: “Offrono loro miele profumato con essenze, di cui sono ghiotte, e loro se ne stanno lì tutta la sera a rimpinzarsi, diventando sempre più luminose. E più mangiano e brillano, più producono seta. Io non sono ancora riuscito ad addomesticarle, con tutta la buona volontà. Quelle delle piante di casa mia mi prendono in giro o, nella migliore delle ipotesi, mi ignorano completamente” disse mesto: “Dai, guarda il lato positivo: almeno non ti prendono a sassate!”
Lui sorrise: “No, in genere non prendono a sassate il padrone di casa, a meno che proprio non lo vogliano, allora lo scacciano, ma è piuttosto raro”
Mirko mi portò a vedere casa sua, che sarebbe stata il sogno di un bioarchitetto e che lui considerava “da sfigati”.
Il riscaldamento e la luce provenivano dai pannelli solari, aveva casse di compostaggio per i rifiuti totalmente differenziati e praticamente non c’era plastica, a parte un piccolo computer portatile e un cellulare che però era spento in un angolo.
Al posto del frigorifero aveva una cantinetta, il crotìn, scavata nella roccia cui era appoggiata la casa, che rimaneva chiusa e manteneva una temperatura costante di circa tre gradi, grazie a delle lastre di ghiaccio poste alle pareti.
Per la luce aveva dei LED, visto che le microfate non collaboravano, amplificati da quelle strane lampade con sottili lastre di Quarzo a specchio asimmetriche.
Erano geniali, davvero! “Dì, ma con una candela si riesce ad illuminare una stanza a giorno, con queste?” chiesi: “Forse con una no, ma in Hotel le candele sono molto poche rispetto alla luce dei lampadari”
Mi offrì dell’idromele e ci sistemammo sul terrazzino, su seggioline in giunco tra i vasi ancora spogli.
Qua e là vagava, tra rametti potati e bulbi seminterrati, qualche scintilla colorata, senza degnarci di uno sguardo: “Quello che è frustrante” mi confidò Mirko: “È che loro le usano come…cellulari. Prendono una Pòrtuna, le soffiano un messaggio o glielo affidano su un bigliettino, e questa scappa dal destinatario, velocissima. Ovvio, solo quelle “domestiche” lo fanno, con le altre bisogna andarci piano, ma a me…manco si voltano, se le chiamo! Ormai sono qui da quasi un anno! Non so più che fare, mi sento troppo scemo!”
Non sapevo che dire. Io non avevo minimamente provato a chiamarle, anzi, ero sempre piuttosto impegnata a far finta che non ci fossero…”E tu hai mai visto altre Fate, oltre alle Pòrtune?” indagai: “Qualche volta, beh, insomma, Salamandre, quelle certo che le vedi se lavori in cucina, e poi quelle bellissime del ghiaccio, per esempio. Ah, una volta ho visto una Driade. A volte so che ci sono, ma non riesco a vederle e questo mi manda in depressione. Anni fa pensavo che non ci fossero e che tutti i valligiani si fossero messi d’accordo per tirarmi uno scherzo colossale. Beh, forse non sarebbe stato così male, in fondo” sospirò deluso: “Beh, poi hai visto il mio madrino, no? Mica è roba di poco conto!” lui rise: “Si, lui lo vedo. E non solo io! Tre o quattro anni fa un paio di alpinisti ci hanno lasciato i neuroni! Erano sulla balconata di un rifugio, e lo hanno visto chiacchierare con una guida e poi si è voltato ed era un lupo! Hanno dovuto recuperarli con l’elisoccorso e portarli giù a Chiusa alla neuro! Tua cugina ha avuto un bel daffare, quella volta e ha tirato giù tante di quelle avemarie che non ti dico! Avrei troppo voluto esserci!”
Immaginai la scena e cominciai a ridere da sola.
“E quindi…’sta storia dei cacciatori?” azzardai, visto che eravamo in argomento: “Si, è complicato, sai? Loro sono i discendenti dei primi umani arrivati in Valle e vivono quasi come i loro antenati. Insomma, come…mah, sai, le popolazioni sciamaniche siberiane, tipo? Una cosa così. Non abitano nelle case, non vanno a scuola, anche se hanno degli insegnanti che vanno nei loro villaggi un paio di volte alla settimana. Raramente puoi vederne uno in un paese, ancora peggio in città, figurati, e sono, come dire, i custodi delle Valli. Come i Lupi. Vivono come lupi e sono come loro”
“Ma perché?” Mirko sfregò le mani sui jeans un paio di volte, cercando le parole: “Presumo siano felici così”
“D’accordo, ma perché sono i custodi delle Valli? Che ruolo hanno, alla fine?”
“Qui non ci sono veramente allevamenti, bestiame, insomma, non come fuori. Ad inizio estate e autunno c’è la transumanza, ma io credo sia più una ricorrenza teorica, come dire, gli animali partono e vanno ai pascoli alti, poi tornano per l’inverno, e ci sono uomini e cani con loro, ma non sono i padroni e nemmeno i pastori, non veramente. Nessun animale viene marchiato o bollato o timbrato, ci sono quelli che dicono che una mandria è tua o meno, ma è una specie di apparenza. C’è come una gara tra pastori a chi ha gli animali migliori, più sani, più intelligenti, più, si, anche più liberi! Non li portano nelle stalle, ci vanno da soli se ne hanno voglia, se fa freddo, se piove. E le stalle non sono del tutto chiuse, sono più come grandi tettoie ricoperte di erba, in genere appoggiate contro una parete rocciosa o il costone di una Montagna, con una parete aperta sui pascoli e con tutto l’occorrente per gli animali, acqua fresca, fieno, zona toilette, perfino coperte, nursery, ma non ci sono gioghi, catene, niente di niente. Se viene la tormenta, o piove forte, le pareti scorrevoli vengono spinte fino quasi a toccarsi. È bellissimo entrare in una di queste stalle, dovresti farci un giro.”

“Ok, e quindi?”
“E quindi, non ci sono neppure macelli! Ci sono i cacciatori. Loro entrano nelle mandrie, osservano, studiano gli animali, stanno lì che sembra non facciano niente, e invece studiano gli animali molto attentamente. Poi, come fanno i lupi, individuano quelli…papabili e li indicano con una specie di lancia, li toccano. Se quelli non si muovono, o se fanno l’atto di attaccarli, lasciano perdere, se fanno il gesto di scappare…”
“…li inseguono” conclusi per lui:
“Se è uno solo, si. Altrimenti si siedono in mezzo alla mandria e pregano. Pregano lo Spirito di quell’animale, finché la mandria si allontana e quello che dovrà lasciare la sua vita si avvicina. Allora si, lo cacciano e devono essere così abili da abbatterlo con una sola freccia o un solo colpo di lancia, così che non senta nulla. Niente armi da fuoco, disturberebbero la Montagna, spaventerebbero gli animali e il loro “Spirito che Cammina”. Poi aiutano lo Spirito dell’animale a liberarsi dal corpo e fanno una specie di rituale per accompagnarlo sui sentieri dell’altra vita. Poi lo allontanano in un posto riparato e lì utilizzano ogni più piccola parte. Non sprecano nulla, sarebbe un insulto allo Spirito, sia quello, come dire, della loro specie, sia quello del singolo che ha dato la sua vita. Sai, i Valdombriani, in generale, non hanno molta stima dei forestieri, lo avrai notato (ma va’?!?), ma i cacciatori nutrono veramente disprezzo per…per noi. Sanno che esistono cose mostruose come i macelli, gli allevamenti intensivi, le porcherie che vengono date al bestiame, le farine, gli ormoni…e tutto il resto. Loro dicono che l’umanità dovrebbe sprofondare nel magma per queste cose, senza contare tutti gli altri peccati. Sai, la cosa strana è che sarebbe logico pensare a queste tribù come gente pittoresca, magari, ma con un livello culturale bassissimo, invece sono pazzeschi, sanno tutto, o perlomeno sanno un gran mucchio di cose, su un grandissimo mucchio di argomenti!”
“E il mio padrino che c’entra con questo?”
“Scherzi? C’entra eccome! Lui è il Padre dei Lupi, e i cacciatori, quelli bipedi, si consultano e discutono spesso con i Lupi. Incontrano i Capobranco e le loro Fate, credo una volta al mese. Non ho mai assistito a questi incontri, ma so che viene data loro grande importanza.”
Non avevo ancora chiare alcune cose, tipo la mungitura, per esempio: “I pastori vanno per la mandria e, quando il vitellino ha finito la poppata, siedono accanto alla madre. Se lei se ne va, la lasciano perdere, se si avvicina, la mungono. In genere la vacca si lascia prendere il latte in eccesso, per il proprio benessere e perché sa che ne produrrà di più fresco. Così anche i latticini sono molto migliori, come tutte le cose: perché gli animali non sono schiavi, ma padroni e donano spontaneamente, senza dolore o costrizioni. Figo, eh?”
Urka! Cominciavo a capire perché le cose fossero così buone, e perché, ancora nel 2012, il burro e il latte fossero considerati “cibo sacro”, come mi aveva detto la zia.
Mi rendevo conto di avere solo un microscopico pezzo di un enorme puzzle della Valle, ma era già di per sé così immenso e misterioso, da darmi il capogiro!

Più tardi Mirko insistette per accompagnarmi all’hotel, anche se continuavo a protestare: la notte era chiara, il sentiero ampio e liscio, l’Hotel si stagliava illuminato ad un paio di chilometri. Che problema avrebbe potuto esserci? Arrivammo fino verso metà strada praticamente in silenzio, poi, alle nostre spalle, si levò un lungo ululato e Mirko, improvvisamente, rilassò le spalle e sorrise: “Ah! I Lupi cantano!” esclamò, avrei detto, sollevato.
Mi accompagnò saltellando ancora per un tratto, poi si fermò sistemandosi la sciarpetta: “Beh, se non ti importa, penso di lasciarti proseguire da sola, ora…va tutto bene” ne fui sorpresa: un minuto prima era così teso, continuava a guardarsi intorno come temesse qualche agguato, non voleva saperne di lasciarmi da sola e ora…
“Ma si, ovvio! È mezz’ora che te lo dico! Non sono una fragile femminuccia bisognosa di protezione, io!” lui rise: “Non si sa mai” rispose sibillino: “Comunque, coraggiosa guerriera, non ti lascio sola” mi strizzò l’occhio indicando con la testa la Montagna accanto: “Ti affido a loro!”
Un secondo ululato, in risposta al primo, e Mirko era già per via, facendomi ciao con la mano.
Nella notte non riuscivo a vedere le correnti luminose, ma gli alberi, i cespugli e le stesse Montagne, sembravano emanare una luce argentea, vibrante e viva.
Io guardavo la luce e la luce guardava me, come aspettandosi qualcosa.
“Gli alberi parlano” pensai: “Parlano tra loro nella notte e parlano alla Luna”
Mi avviai verso l’ingresso laterale continuando ad avere in testa lo sguardo ostile della mia insalata."

(...continua link p.:13)

sabato 12 gennaio 2013

"Rivendell"

Penso siano passati abbastanza giorni, per cui posto il bracciale cui avevo accennato.
Doveva essere una robina da due o tre ore di lavoro, ma mi ha un attimino preso la mano...dunque:
Come si vede, si tratta di sei fili di Rame, con due, esterni, di Ottone. Tutto il bracciale è cucito a spina di pesce, che, con otto fili, giuro che non passa più!!
I dili si separano in due onde e si riuniranno...beh...dall'altra parte, ovvio!
Tre Prehniti, sei microsfere di Quarzo Fumé e quattro sferette di Quarzo Ialino.
Ecco le visioni laterali:
e due:
La cucitura di questo tipo permette piuttosto facilmente di cucire le spirali o le onde alla struttura. La chiusura è stata un po' sperimentale:
Non avevo avuto modo di fare molte foto, è partito appena finito. Avevo fatto una foto al braccino della Milly, ma è l'unica che sono riuscita a fare venire brutta, pastosa...beh, una schifezza!
Spero queste rendano l'idea.

lunedì 7 gennaio 2013

Frammenti: Il Dono p. 11

Lo avevo promesso, e io in genere mantengo le promesse...diciamo che la Befana porta uno degli ultimi pezzi del diario di Eva. Presto dovrà tornare a casa, anche se non è niente contenta, ma prometto che la ritroveremo, da qualche parte.
Oggi il pezzetto è un po' corto, perché veniva bene tagliato lì, oppure sarebbe stato troppo lungo..insomma, meglio così, perché, se non mi manda qualcosa di nuovo da aggiungere, dovrebbero restare due capitoli. Se fossi andata troppo avanti, ne sarebbe rimasto solo uno, quindi, possiamo dire che lo faccio perché sono buona, anche se non si direbbe.
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"Era martedì mattina. Mi rimanevano quattro giorni per imparare il più possibile e mi pareva un’impresa al di là delle mie possibilità. Certo, potevo tornare in qualsiasi momento, zia Greta me lo aveva assicurato, anche se non avevo idea di come avrei trovato la strada…”Non preoccuparti, sarà la strada a trovare te!” ripeteva.

Passai la giornata nelle saune colorate, in bagni di fieno, in quelli sonori, a bere i soliti beveroni di luce liquida, a camminare tra i mandala di pietra, eppure, stranamente, passai anche un sacco di tempo con il professore e i suoi allievi, con il professore senza gli allievi, con la zia e perfino con il mio strano ed incredibile padrino, che è un gran buffone, anche se è un essere potente e coraggioso, passionale ed idealista fino all’utopia.
I Valdombriani lo adorano, anche se gliene dicono di tutti i colori, perché è così impulsivo e matto come un cucciolo mai cresciuto, almeno finché le cose non si mettono male…allora diventa, dicono, una belva. Tremendo, invincibile, inesorabile.
Così raccontano le storie della Valle e così racconteranno ancora.
Nonostante l’ottimismo della zia, le bolle di luce restavano un grande, biblico mistero per me, e non riuscivo a raccapezzarmi tra le correnti di energia che sembravano percorrere la Valdombra come venti.
Ognuna, dicevano, aveva un tipo di funzione o…di forza, non so, diverso, come le correnti d’aria e bisognava imparare a conoscerle e a sfruttarle, proprio come nel volo a vela, per intenderci.
C’erano vortici, incontri e scontri, vuoti d’aria…nei “vuoti” era molto difficile compiere atti magici.
Beh…a me veniva difficile anche nel bel mezzo di una tempesta! Le Fatuzze scintillanti si divertivano un mondo alle mie figuracce e io le minacciavo di sguinzagliare il gatto feroce, scatenando la loro ilarità.
Le Pòrtune sono creature molto simpatiche, ma più ancora sono permalose, eppure non si arrabbiavano con me perché le facevo troooppo ridere!
E, no, non era confortante, anche se mi esentava da gran parte delle loro sassate.
Anche il professore si divertiva un mondo, per quanto ce la mettesse tutta, ma proprio tutta, per rimanere serio.
Una cosa che bisogna imparare, sui Valdombriani, è che loro, seri, non lo sono per niente. Possono trovarsi in situazioni drammatiche, disperate, tragiche e…beh, sono capaci di scoppiarvi a ridere in faccia trovando il ridicolo della situazione.
Si, sono disarmanti, bisogna ammetterlo, ma dopo un po’, se si impara ad adeguarsi, sono anche contagiosi e ci si trova a ridere a crepapelle delle proprie disgrazie.
Certo, non proprio sempre sempre, ma la maggior parte delle volte è così, un po’ come fossero sempre un po’ sbronzi.
Anche alla fine di quella stranamente lunga giornata venne il tramonto. Non un tramonto normale, rosso e dorato come nei giorni sereni di primavera, fu piuttosto una specie di Champagne d’annata che dal cielo si riversasse sulle Montagne in una cascata spumeggiante di luce dorata, mescolandosi ai colori del Sole: “È più o meno così che noi vediamo le cose” mi spiegò pazientemente Jo: “Sviluppiamo la Seconda Vista tra i tredici e i sedici anni, ma in genere nasciamo già, come dire, parzialmente attivati, Alcuni iniziano a vedere i vortici in età scolare. Anche coloro che non hanno alcun potere magico, che noi chiamiamo ‘Aberin’, da una parola della più antica lingua Elfica, hanno la Vista parzialmente attiva, come i bambini piccoli. Certo, per noi Beren, sono…come ciechi, o quasi. È difficile immaginare il mondo come lo vedono loro. Ancora di più immaginarlo come lo vedono i forestieri” disse come a se stessa: “Ehm…” intervenni: “No!” mi rimbeccò anticipandomi: “Tu non sei forestiera. Forse la tua Vista è decisamente scarsina e per niente allenata, ma non vedi come loro. Vedi come un’Aberin, ma…in crescita. Sei mia cugina, Eva. Tu hai potere magico, che ti piaccia o no!” e poi se ne andò allo stesso modo in cui sparisce un’ombra, tanto che si sarebbe detto fosse semplicemente scomparsa. Oh, accidenti!
La zia mi chiamò per la cena e, con molta fatica, trovai la forza di staccarmi dalla mia visione di champagne celeste.

È vero: alle Terme i cellulari prendono, se c’è un po’ di vento e, in Primavera, di vento ce n’è praticamente sempre, a meno che non piova. Mentre mi strofinavo gli occhi cercando una sorta di normalità, arrivò una telefonata di Franco: “Tesooooro, ho una notizia FANTASTICA!!!”
“Ti sei fidanzato?” domandai non troppo convita (avevo già assistito agli entusiasmi amorosi di Franco e alle sue rapide e disperate delusioni): “Macché! Meglio, molto meglio!! Hai presente i miei studenti? Beh, se ne vanno! Tutti e tre!!! Capisci cosa vuol dire?”
“Oh, cavolo! L’alloggio rimarrà vuoto! E adesso?”
“Come 'e adesso?' ?? Non sei contenta?!? Non aspettavo altro!”
Non capivo. Forse era lo stare troppo in un mondo così fuori dal mondo, ma non vedevo che ci fosse di fantastico nel perdere tre inquilini paganti in un colpo solo: “Ma cara, puoi prenderlo tu!! Non ti andrebbe di venire a vivere nel mio appartamentino?”
Cavolo, quell’appartamentino, come lo chiamava lui, era una f…era stupendo! Una bellissima cucina su un balcone verandato che si trasformava in terrazza, due stanze ampie, un bellissimo bagno e perfino una deliziosa mansarda: “Fra, non credo di potermelo permettere…” azzardai: “Ma scusa, mica che te lo lascio a prezzo pieno, no?!? Sei mia sorella, e io non ho bisogno di tutti quei soldi, mi bastano, chessò, trecentocinquanta!”
Stavo per cadere dalla sedia: “Rrrttt…trcc…scrai zetando?”
“Mannò che non scherzo! Non vedevo l’ora, e poi ho l’affitto della casetta a Montmartre e del monolocale! Con quelli e i tuoi tre e cinquanta, in teoria non avrei nemmeno bisogno di affaticarmi a lavorare!”
Non aveva mai voluto affittare il monolocale sopra la casetta di Montmartre e pensai che lo facesse per potermi dare quell’alloggio a prezzo ridicolo: “Allooora, vuoi venire? Guarda che c’è la fila, sennò!” Non avevo dubbi: “Vengo che certo…cioè…sono già lì!”
Fu quella notizia a rendermi sopportabile l’idea del mio prossimo ritorno al mondo di sempre, in effetti.
A ventun anni Franco aveva ereditato da una bisnonna un appartamento su due livelli a cinquecento metri dall’Arc de Triomphe, con posto auto in un edificio storico. Arredamento settecentesco, di lusso, una roba da sballo, di cui lui non sapeva che fare. Lo aveva venduto e con il ricavato aveva preso la casetta di Montmartre e, qui da noi, una villetta liberty proprio in centro città, con un enorme giardino chiuso verso l’interno e una bellissima terrazza al primo piano, avanzando perfino un gruzzolo che aveva messo da parte.
Gli affitti e la casa di proprietà, gli permettevano di fare quello che voleva e quando voleva: poteva viaggiare, poi tornare e lavorare in teatro come scenografo e truccatore, dare ripetizioni di inglese e francese, fare il bohemien di lusso.
La casa era un oasi nel cemento, anche se ammetto che in genere le città sono molto meno verdi, alberate e piene di parchi della nostra e che quindi non dovremmo lamentarci, ma…
La zia si era innamorata della villetta e mi aveva chiesto se non avrei desiderato viverci…quindici giorni prima.
Già, c’è qualcosa di strano, vero?
L’eccitazione per la casa nuova mi fece scordare la tristezza per dover lasciare quel posto da favola, almeno per un po’, ma la sera, quando il cielo era ormai di un blu di Prussia scurissimo e tutta la vegetazione risplendeva di piccole luci colorate sotto le stelle, mi prese un’ansia disperata.
L’aria era meno fredda delle sere precedenti, carica di profumi primaverili tra i quali l’odore della neve si mescolava come a creare una particolare armonia di fragranze. L’odore della neve, in quella valle, era sempre presente, come quello della terra, insieme a quell’altro odore cui ormai mi stavo abituando.
Pensandoci, a casa della zia era più intenso, soprattutto quando faceva le sfere di luce…
Dalla Montagna alle spalle dell’Hotel arrivò un lungo ululato, molto vicino. Sorrisi: ormai avevo imparato a distinguere quella voce.
La zia era nella sala relax con un paio di altre signore, così presi la giacca a vento e mi incamminai verso il cancello sul retro.
Lui era là, seduto sul monticello che fungeva da giardinetto pietroso, quello dove, pochi giorni prima, ero rimasta in apnea a guardare i lupi: “Quindi te ne vai?” chiese prima ancora che lo raggiungessi: “Si, sabato” risposi a fatica. “Come farai?” disse dopo un bel po’.
Sedetti accanto a lui: ormai mi era quasi normale l’idea di avere un…una “Fata Padrina” con cui sedermi a chiacchierare in mezzo ad un giardinetto botanico zeppo di lucine colorate che svolazzavano qua e là: “Non lo so, esattamente. Non so nemmeno se ho ancora voglia di tornare al mio vecchio lavoro, anche se in qualche modo devo mantenermi…avrò la casa, vado a stare nell’alloggio di un mio amico, lui abita sotto e c’è un giardino bello grande”
Sbuffò, con un leggero ringhio: “Qui È bello grande!” brontolò con voce molto lupina.
“Lo so, ma è là che devo stare, per adesso e…Sai, Vehar, vorrei diventare schifosamente ricca, comprare della terra, ma un gran bel po’, e poi ricostruire villaggi abbandonati, rimboschire e anche creare aree coltivate tra casette tipo quelle di qui, e…far venire gente che voglia vivere in un modo diverso, nuovo…o molto antico. Che sappia vedere le Fate, parlare con gli animali, almeno un po’, e…”
Grrroouurrvv!!!”
“Dicevi?”
“…Succursale di Valdombra”
“Beh, il mondo è molto grande…e ci sono brave persone, forse non moltissime, ma…meritano anche loro un posto dove ricominciare in un altro modo, non trovi?”
“Ne hanno avuti migliaia di posti e li hanno rovinati tutti. Hanno avuto migliaia di occasioni e le hanno gettate via. Il mio Popolo è piuttosto stufino di quella specie, sai?”
Qualcosa, nelle sue parole, mi mise in allarme: “Non sono tutti così, davvero! E poi…e poi pensa alla terra, ritrovare luoghi dove vivere un po’ come migliaia di anni fa, ma con possibilità super moderne! Come se ci fosse stata un’evoluzione intelligente, anziché tecnologica e distruttiva…come se l’uomo e la terra fossero cresciuti insieme! Dai, non trovi che sarebbe fantastico?”
“Non so, io ci vivo in un posto così”
I lupi sono testardi, soprattutto alcuni. “E quando torni?” chiese poi: “Appena posso. Tipo, verso giugno, per esempio. Mi piacerebbe fermarmi un po’ e poi tornare ad agosto, quasi tutto il mese.”
“wow!”
“Non ti va che me ne vada, eh?”
“Non è il tuo posto, là” rispose malmostoso:
“Non mi stai aiutando!”
“Non ne avevo proprio intenzione!”
“Ma sarà tutto diverso, adesso! Andrò in una casa bellissima, con un giardino stupendo e…ascolta! Quanta gente, là fuori, forse sta sognando un posto come questo e lo sogna come un mondo da favola, che non può esistere se non in quel sogno! O magari non lo sogna nemmeno, perché ha smesso di farlo, come era per me fino ad un mese fa! Come sarebbe andata se io avessi saputo fin dall’inizio la verità sulla mia nascita, sulla Valdombra e…e se qualcuno mi avesse…” restai a metà della frase, folgorata da un pensiero: “Se qualcuno mi avesse insegnato le cose che ho impiegato anni a capire, fino a quando non sono arrivata qui…se avessi saputo di avere uno scrigno pieno di tesori, di cui qualche burlone ha gettato la chiave…”

Avevo ancora tre giorni per mettere a punto le idee che si stavano accavallando nella mia testolina forestiera, umana e civilizzata ( quasi), e li avrei sfruttati al massimo. Vedevo gli occhi luminosi ed obliqui del mio padrino fatato, nel buio: “Domani durerà tre giorni. Tre giorni saranno nove. Non posso fare di più, dovrai farteli bastare!” disse senza guardarmi. Lo abbracciai e corsi, incespicando al buio in una radice, verso l’albergo.
(...continua link p.:12)

giovedì 3 gennaio 2013

Stille Nacht


Buonasera, e Buon Anno a tutti!
Che avete fatto di bello il 31? Io ho fatto tanta compagnia al mio contrariatissimo micione, che detesta il capodanno, i botti e gli idioti che fanno per forza finta di divertirsi e ho lavorato...come di dice: "Chi lavora a Capodanno, lavora tutto l'anno"!
Ora, speriamo anche di non lavorare per la gloria, ma per la pagnotta, come si dice...
Qui posto un paio di cosine, poi posterò un pezzo di diario di Eva, poi un delizioso braccialettino...ma una cosa alla volta.
Qui, per la gioia di qualcuno (e la mia disperazione) ci sono due anelli, come l'altra volta, quasi gemelli, ma, purtroppo, fatti con due diversi tipi di metallo. Vediamo un po':

Quello qui sopra è mio. Labradorite bianca di qualità extra, ma è praticamente impossibile mostrare la gamma di colori della labradorescenza.
Questo è fatto in Rame argentato e Silver filled, quindi sappiamo che ad un certo punto dovrà essere tuffato nella galvanica perché l'argentatura se ne sarà andata.
Essendo Rame, comunque, è molto duttile, quasi come Argento, produce delle bellissime curve e quasi aderisce a se stesso e alle pietre.
Si tratta di un materiale stupidissimo, di pochissimo valore commerciale (e questo è un guaio), ma di ottima lavorabilità.
Ecco un primo piano:
Nel quale ho cercato di catturare i colori, ma senza successo...la pietra è attraversata da una linea giallo oro a sua volta attraversata nella lunghezza da una sottile linea aranciata...
Vediamo le immagini laterali:
 
Visto? Osservate le curve del metallo, duttile al punto che un filo può contenere le spirali dell'altro ed essere anche leggermente appiattita.
Ed ora, passiamo all'anello "gemello":
Questo è Silver filled, wrappato in Argento 925. Ho dovuto buttare il primo tentativo di montatura dopo oltre tre ore di strenui tentativi di farmi obbedire dal metallo e di non fare male alla pietra (la Labradorite e lunga più o meno come la prima, ma molto più sottile).
Vediamo le curve laterali:
Anche dalla foto si vede come il metallo sia rigido e nervoso. Le spirali e le curve sono rigidi, non aderiscono al metallo sottostante, nemmeno il filo d'Argento da 0.3mm riesce ad aderire perfettamente al Silver filled, infatti le cuciture, per quanto accurate, appaiono "slegate".
La possibilità di azione è molto limitata, soprattutto man mano che si scende nel piccolo o si creano più strutture sovrapposte.
Il tempo di esecuzione dei due anelli, quasi identici (nell'intenzione!) è doppio nel secondo rispetto al primo, senza contare le tre ore buttate del primo tentativo (e i dindi del metallo sprecato!)
 
Questo perché il Silver filled disponibile sul mercato, almeno quello italico, ha il filetto interno in Ottone crudo.
L'Ottone è di per sè molto meno duttile e molto meno arrendevole del Rame o dei metalli più "nobili", ma cotto diventa comunque un ottimo mezzo, compensando la minor morbidezza con una maggiore robustezza, inoltre non diventa verde o macchiettato come il metallo crudo.
In questo caso, a quanto pare, non c'è una cottura precedente alla fusione con l'Argento e non si riesce ad aumentare la lavorabilità con il "tiraggio" (ok, lo spieghiamo un'altra volta).
Il secondo anello è ormai a circa millecinquecento km, e speriamo piaccia!