Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 30 luglio 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:2

(Link alla parte precedente: Come Polvere...P.1 )
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L'indomani mangiai in anticipo, costrinsi Grigno ad una lunga corsa lungo il viale deserto nell'ora di pranzo, lo portai direttamente al chiosco dove comprai per lui le salsicce, quindi girai attorno al piccolo prefabbricato in cerca di Marabel.
Lei era là, sulla solita panchina all'ombra, con un contenitore di insalata di riso. Pareva meno sola del solito e piuttosto soddisfatta del suo pranzo.
Alzò gli occhi e mi rivolse un sorriso pieno di gratitudine e speranza che mi fece salire un nodo in gola.
Non ho fratelli in vita e per trentadue anni e mezzo della medesima non ho saputo di avere una zia, un certo numero di cugini e un madrino fatato.

Ho sempre avuto difficoltà nelle relazioni con i maschietti, con cui vado d'accordissimo a livello di amicizia, ma non lo stesso se si passa al livello di fidanzati, il mio migliore amico è gay convinto, anche se sostiene di essere certo di perdersi qualcosa di fa-vo-lo-so nelle ragazze, che tanto gli uomini sono tutti dei mascalzoni e i miei genitori sono elementi da tesi di laurea in psichiatria clinica...insomma, non è che la mia vita sociale sia sempre stata rose e fiori: ho imparato a stare in compagnia della mia solitudine molto presto e a sviluppare per le persone sole una specie di sesto senso, ma lei, beh, mi pareva una cosa diversa, come fosse stata tutta la solitudine del mondo in una sola persona.
Mi venne in mente il piccolo E.T. che, lontano dal suo pianeta, stava morendo di solitudine e istintivamente alzai gli occhi al cielo, cercando un qualche mondo lontano da dove Marabel potesse provenire.
Le sedetti accanto e le porsi un grappolo di Quarzo ghiaccio che avevo trovato l'estate precedente dalle parti della zia Greta, raccontandole del grande geode raggiungibile soltanto passando sotto il ghiacciaio. Lei, felice del dono, mi ascoltava affascinata, allungando un pezzetto di wurstel a Grigno tra una forchettata e l'altra di insalata di riso.
I grandi occhi nocciola screziati di pagliuzze dorate erano sognanti come quelli dei bambini. Doveva aver preso quello sguardo dal papà, sicuramente.
Ci avviammo lungo i viali verso il piccolo bar con dehor in cerca di té freddo e Marabel poté lavarsi le mani leccate accuratamente da Grigno, il quale parve molto perplesso: perché mai l'umana doveva lavarsi, se ci aveva già pensato lui e con un lavoro di fino?

“Mi hai detto che tuo papà studiava popoli come Dogon, Aborigeni Australiani e popolazioni siberiane, soprattutto, come mai avete vissuto in praticamente tutte le città con musei egizi del mondo?” osai chiederle quando fummo al nostro tavolino: “Oh, fu a causa mia...ad un certo punto papà fu costretto a studiare quasi di nascosto aspetti non comuni e in modo non proprio ortodosso della civiltà egizia. Argomenti più, come dire...alternativi”
Sollevai un sopracciglio, interrogativa: “Alternativi?”
“Beh, si” fece lei: “Non convenzionali, come dire, non universalmente accettatadallacomunitàscientificaanzi!”
Ridacchiai: “Ma...come a causa tua? Sei scappata dal Louvre con qualche reperto?” Le scappò da ridere: “No, magari! Stavo per farlo ad Al Qahirah, comunque...ma papà mi ha praticamente legata e imbavagliata” ero sempre più curiosa e lei doveva aver davvero voglia e bisogno di parlarne con qualcuno.

“Non avevo ancora due anni quando presi una delle tante malattie infantili e, come succede in questi casi, mi venne la febbre piuttosto alta.
Il pediatra mi prescrisse dei febbrifughi, ma durante notte accadde un fatto che allora parve incredibile perfino ad uno studioso sognatore come mio padre: erano appena passate le tre del mattino quando i miei furono svegliati da una voce infantile che parlava fluentemente una lingua sconosciuta.
Io ero seduta nel mio lettino, del tutto priva di febbre, e continuavo a parlare con voce, raccontavano, piuttosto imperiosa in quel misterioso idioma. Dopo un po' mi addormentai e al mattino ero tornata quella di sempre.
Mio padre non ne parlò con nessuno, temendo di essere preso per pazzo o di risvegliare l'interesse di qualche neurologo troppo zelante, ma, un po' di tempo dopo, ancora una volta durante la notte, mi svegliai e, parlando in quella stessa lingua, mi feci portare al balcone, davanti alla Luna piena, dove presi a cantilenare quella che parve loro una preghiera.
I miei mantennero il segreto, sperando che il fenomeno scomparisse così come era venuto e chiedendosi dove e cosa potesse essermi successo per scatenare una simile reazione.

Un paio di settimane dopo, mentre pranzava con un collega, papà fu attratto da alcuni incartamenti: si trattava di rappresentazioni di Iside alata di fronte ad una grande Luna piena. Gli chiese spiegazioni e, dopo un po', ebbe il coraggio di spiegargli cosa fosse successo.
Il collega di papà decise di venire a dormire da noi il seguente plenilunio, ma non accadde nulla e io dormii nel mio lettino come tutti i bravi bimbi del mondo.
L'indomani mattina la mia pragmatica e teutonica madre era sollevata, mentre i due studiosi erano profondamente delusi...l'egittologo, però, ebbe l'idea di controllare il calendario: a settembre il plenilunio sarebbe caduto il giorno sei, nel pieno dell’antica Festa di Opet, in cui la Dea Iside aveva una parte fondamentale. Il professore riteneva che, qualsiasi culto lunare avesse scatenato in me quel comportamento, avrebbe potuto essere magnificato proprio da quella ricorrenza.
Attesero il 5 settembre e ritentarono la veglia.
E, di nuovo, alle 3 della notte accorsero sentendo la voce di una bambina di almeno otto anni e mi trovarono in piedi sul lettino che facevo inequivocabili tentativi di superare le barriere e saltare giù. Papà mi acchiappò e mi prese per mano, mentre mi dirigevo impettita verso la porta finestra.
Il professore era incredulo: parlavo fluentemente l'antico egizio dinastico, di cui lui riusciva a capire a malapena alcune parole, pronunciate diversamente da come viene studiato oggi e recitavo preghiere alla Dea Iside, alcune rintracciabili in frammenti di papiri o testi murari nei templi, altre del tutto ignote.

Il fenomeno, comunque, dopo quella volta non si ripresentò, con grande sollievo di mia madre e nessuno ne parlò più, finché...un bel giorno, quando andavo ormai a scuola, la maestra iniziò la parte di storia riguardante l'Egitto.
Per qualche motivo che non comprendevo, quando arrivai a casa dicendo che eravamo passati dai Fenici agli Egizi, i miei divennero terribilmente nervosi.
Forse che gli Egizi erano brutta gente? Papà aveva un sacco di libri sull'antico Egitto, che studiava sempre da solo e che non mi aveva mai permesso di sfogliare, dicendo che si trattava di testi complicati e pieni di appunti che preferiva non venissero maneggiati da nessuno se non da lui stesso, quindi, alla fine, era l'unico argomento di tutto lo scibile presente in casa mia che mi fosse totalmente ignoto.
“Ecco” pensai convinta di aver trovato la gabola: “Papà ha paura che, adesso che studio questi qui, io debba toccare i suoi libri e metta tutto in disordine” così gli preparai un biglietto che sistemai sotto il piatto con scritto: “Prometto solennemente di non toccare i tuoi libri sugli Egizi!” Lui ci rise su, mi prese in braccio e più tardi mi portò a prendere un gelato.

Due giorni dopo iniziarono i problemi.
La maestra iniziò a parlare di un certo Faraone Amenophis IV° e io iniziai a sentirmi male. Poi disse, con molto sussiego, che quel grande uomo aveva cambiato il suo nome in Akhenaten e io mi sentii peggio. Mi girava la testa e avevo la nausea, così, all'improvviso.
Al principio non dissi nulla, ma sentivo le orecchie ronzare e cominciavo a vedere ogni cosa attorno a me di una sfumatura bluastra, finché la voce dell'insegnante mi raggiunse da una distanza infinita: “E così fondò dal nulla la leggendaria città di Amarna, dove istituì una religione monoteista, cioè fondata sul culto di un uuunico dio, una cosa cooosì evoluta ed illuminata, un uoomo meeee-ra-vi-gliooso...”
“Ekhnaton era un pazzo assassino e chiamò la sua città AkhetAton! Lui ha mandato in rovina l'Egitto! Lui uccideva i suoi oppositori!” strillai mentre tentavo di non perdere l'equilibrio. Poi tutto si fece nero.

Mi risvegliai al suono della voce della mamma che discuteva animatamente con l'infermiera scolastica e la maestra.
Per loro era chiaro che io avessi avuto qualche allucinazione dovuta al malessere che mi aveva colpita, evidentemente avevo mangiato qualcosa di avariato, dicevano, ma mia mamma le stava apostrofando malamente, dicendo che era impossibile che io avessi mangiato cibo avariato, non solo a casa, ma anche a scuola o per strada, che non avrei mai toccato roba non mia, era fuori discussione, piuttosto non capiva come avesse potuto da insegnante e responsabile degli alunni, non accorgersi che non mi sentivo bene.
La maestra ribatté che, in ogni caso, ero stata molto maleducata e prepotente, cosa che, senza ombra di dubbio, mi veniva dalla famiglia, poiché era evidente che quelle parole non potessero essere farina del mio sacco! Mamma si arrabbiò ancora di più e la minacciò di denunciarla per calunnia, diffamazione e altre cose che non capivo.
Ero contenta: ero sempre contenta quando le maestre avevano torto, ma non riuscivo a smettere di piangere e avere paura. Avevo dentro di me un dolore che non mi sapevo spiegare, ma che sembrava più grande del mondo intero.
Quel faraone, quello strano uomo dalla faccia lunga, mi terrorizzava più del mostro di Frankenstein, che era per me la cosa più spaventevole e orrenda che si possa immaginare.
Quella sera papà e mamma erano molto preoccupati, ma finalmente riuscirono a calmarmi raccontandomi la storia della Principessa della Luna, che papà aveva inventato per me quando avevo cinque anni.

Restai a casa due giorni, ma, quando tornai a scuola, c'era di nuovo la lezione di storia.
E c'era di nuovo l'Egitto.
Questa volta la maestra estrasse una grossa fotografia di una maschera funeraria e non appena la vidi, mi si fermò il cuore.
Quel viso, quello sguardo immobile di smalti e Ossidiana che mi fissava da millenni di distanza, era il senso della mia vita. Avrei voluto gridare, ma restai in silenzio, incapace di qualsiasi cosa, dimenticandomi di respirare, le lacrime che mi pungevano gli occhi sbarrati, senza scendere.
La volevo! Quell'immagine doveva essere mia, nessuno poteva o doveva toccarla! Sapevo, in un modo o nell'altro, che lui era “mio”, più di qualsiasi cosa al mondo.
Ma la mia maestra, in quei due giorni, non era diventata né più colta, né più intelligente.
Mentre ancora fissavo l'immagine, trattenendomi dal lanciarmi verso la cattedra e strapparla dalle mani impure di quella donna, la sentii dire: “Ovviamente si tratta di un faraone minore, di nessun rilievo, in quanto la sua figura era solo di rappresentanza e l'Egitto veniva governato dai dignitari...”
“COME OSA?” gridai saltando in piedi, i pugni stretti da far male.
Silenzio.
I miei compagni erano terrorizzati dall'idea che mi sentissi nuovamente male, la maestra era indignata e basta: “Marabel...dovresti sederti...” disse gelida.
Ma io non ero Marabel.
Io ero una donna adulta, forte, importante, mi sentivo come la principessa della favola di papà!
“Come osa parlare in questo modo del Bambino Sacro?” ripetei sibilando come una serpe. La maestra rise: “Oh, abbiamo un'esperta in storia dinastica, qui! Sentiamo, chi sarebbe il bambino santo?” disse sarcastica.
Io ero furiosa! Lei non aveva il diritto di sporcarlo con la sua bocca impura! La insultai e lei mi guardò sconvolta, la vidi impallidire come un cencio, terrorizzata.
Solo in seguito scoprii di non avere parlato francese, ma un idioma sconosciuto.
La donna tentò di riprendere il controllo, pallidissima e tremante e disse con un tono piuttosto isterico: “Marabel, smettila con queste sciocchezze! Quel bambino era per l'appunto un bambino, come avrebbe potuto essere in grado di governare l'Egitto o qualsiasi altra cosa?” io la fissavo con odio: “Lei non ha mai sentito parlare di bambini prodigio? Lei pensa che davvero la tenera età fisica del Signore di Tutte le Cose potesse essere per Lui un ostacolo? Egli era una Grande Anima da molto prima di nascere nel mondo e lei non deve sporcare il suo nome con la sua boccaccia impura, brutta popolana ignorante!”
Inutile dire che la mia carriera scolastica in quell'istituto terminò bruscamente e una settimana dopo iniziavo le lezioni in un'altra scuola.

Intanto, dopo avermi spedita in direzione e aver chiamato papà, mi avevano mandata a casa.
Ero ancora furiosa, ma avevo paura che papà fosse veramente arrabbiato con me. Pensavo che, quella volta, non avrebbe capito, ma mentre tornavamo in taxi lui pareva soltanto triste. Quando scendemmo mi prese per mano e mi chiese di raccontargli quello che sapevo del Faraone Bambino.
Poco...sapevo solo che non volevo più, per nessun motivo, perdere di vista la sua immagine, che non avrei potuto sopravvivere senza rivedere quel viso, anche se non era il suo vero viso, ma una maschera d'oro e smalti.
Lui prese uno di quei grandi, misteriosi libri e, incredibilmente, strappò con cautela una pagina con la foto della meravigliosa immagine del mio Faraone e me la regalò. Ricordo che la presi reggendola con la punta delle dita, trattenendo il respiro per l'emozione e la gioia e me la strinsi al cuore.
Sentii uno strano calore scendere dentro di me, qualcosa di simile ad una carezza e una bevanda tiepida e dolce insieme, ad un tempo bellissimo e ancor più doloroso.
Cercammo una cornice, non potevo certo appenderla al muro con puntine o nastro adesivo e la sistemai proprio di fianco al mio letto, perché fosse la prima cosa che vedevo appena sveglia e l'ultima prima di addormentarmi.

La sera venne quel suo collega che spesso cenava da noi, l'archeologo.
Di solito parlavano di tutto e io spesso stavo ad ascoltarli, ma non avevano mai parlato di Egitto, almeno in mia presenza, sicché io non sapevo che fosse effettivamente egittologo, ma quella volta mi fece un sacco di domande.
Non sembrava prendermi in giro come fanno di solito i grandi quando i bambini mostrano di sapere più cose di loro o almeno di quanto dovrebbero, invece sedeva a terra, di fronte a me, e mi interrogava stupendosi delle mie risposte e prendendo accuratamente appunti, come fossi stata un suo pari o ancora di più.
Una parte di me era orgogliosa, l'altra spaventata: volevo fare la bambina, volevo giocare e poi andare a dormire con la foto del mio Faraone.
Mi chiese che aspetto avesse realmente, se somigliasse alla maschera o meno: “Si, molto, solo che il viso era meno tondo, da grande. E la pelle aveva il colore del bronzo vecchio”

Sembrava stupito: “Non era come gli altri Egizi?” No, risposi. Era più scuro dei nobili, ma più chiaro del popolo, però di quel colore lì, bronzo vecchio. E gli occhi sembravano miele. Il professore prese dalla borsa delle foto e me le mostrò: rappresentavano persone di diverse popolazioni asiatiche e io indicai un ragazzino delle montagne della Turchia, verso l'Iran.
Aveva un bel visetto dai lineamenti regolari e occhi ambrati, colore del miele scuro.
“Sei sicura, Marabel?” chiese quando io puntai sorridente il dito sul faccino della foto: “Si!” risposi decisa. Lui e papà si scambiarono sguardi stupiti: “Dunque, doveva avere sangue Parsi...forse la madre era Persiana...forse il faraone ne fu attratto perché proveniva dalla terra che gli aveva suggerito la sua eresia...oh, se potessimo provarlo!”
“Quindi” disse poi: “Dici che salì al trono dopo i dieci anni? E che regnò fino quasi a ventuno? Le nostre informazioni, soprattutto grazie alle lettere di Amarna, sono diverse...”
Io non sapevo perché, non sapevo cosa fossero quelle lettere, ma sapevo che sbagliavano: “Non so cosa siano” risposi diligente: “Ma lui salì al trono a quasi undici anni. Ne aveva quasi ventuno quando lo...lo uccisero. Lo uccisero tre volte.” Il professore mi guardò incredulo: “Marabel? Come si può essere uccisi tre volte?”

Soffrivo. Ero piena di rabbia e disperazione e il nodo alla gola che mi soffocava era così grosso che non potevo parlare.
Mamma cercò di farli smettere e di portarmi via, ma io non volli saperne, dovevo far uscire quel grosso rospo che mi toglieva il fiato: “La prima volta non morì e...e non so. Stava molto male, però, e dormiva, ma quando si stava svegliando lo avvelenarono”
“Dunque è vero...” disse sottovoce. “E...e sopravvisse anche al veleno? Come poterono ucciderlo una terza volta?” Io sentii improvvisamente freddo, un freddo gelido che mi stringeva il cuore e si espandeva ovunque, come ghiaccio che veniva da un punto infinitamente profondo dentro di me. Iniziai a tremare violentemente: “Ha...hanno ucciso la sua Anima!” gridai e scoppiai in singhiozzi disperati.
Gli adulti restarono in silenzio e mi lasciarono piangere per un po', incapaci di raccapezzarsi, poi mamma mi diede dell'aranciata con un po' di zucchero e mi prese in braccio per portarmi via. Io tremavo ancora, avevo paura a restare sola e al buio, così papà decise di farmi restare con loro e di distrarmi.
Più tardi, l'egittologo, cautamente, mi chiese se sapessi che successe dopo la morte del giovane Faraone.
Feci cenno di no.
Tutto era buio e silenzioso, dopo, come se si fosse spento il sole e il mondo intero fosse morto.

All'improvviso mi sentii stanca e papà mi portò a letto, dove cominciai a piangere senza potermi fermare, finché abbracciai la foto e mi addormentai con il quadro contro di me.
Non mi fecero mai più domande e non fui mai interrogata sulla storia dell'antico Egitto, nemmeno anni dopo, da più grande, ma nei giorni seguenti sentii mamma, papà, l'egittologo e un loro conoscente psicologo che parlavano di me, dicendo che era sicuramente un caso di reincarnazione.
Lo psicologo riteneva che questa fosse una condizione comune a tutti, anche se non accettata dalla scienza ufficiale, ma casi di bambini che ricordassero come me erano eccezionali.
Se ne trovavano a volte in India, o comunque in paesi dove è comune considerare la reincarnazione come un fatto naturale e dove evidentemente i ricordi spontanei dei bimbi non vengono repressi, ma rimanevo comunque un caso straordinario. Dai loro discorsi appresi anche che, a meno di due anni, avevo avuto diversi episodi di xenoglossia.

Non sapevo cosa volesse dire, ma mi parve spaventoso. Sentii il professore raccontare che avevo enunciato diverse preghiere e incantesimi riguardanti le celebrazioni isiache, alcuni dei quali erano totalmente sconosciuti.
Purtroppo, terminati gli episodi, dimenticavo ogni cosa, evidentemente tornando ad uno stato in cui il cervello conscio sopprimeva completamente l'attività e la conoscenza appartenenti a quella parte sconosciuta della mente, o del superconscio o qualsiasi cosa fosse.
"E' chiaro che i ricordi della bambina sono molto dolorosi e traumatici. Pare avere avuto un ruolo di rilievo nella vita del giovane Faraone...forse una parente? In ogni caso, deve aver vissuto in prima persona eventi terribili, per questo, sicuramente, ha manifestazioni così intense” diceva lo psicologo: “Se questi ricordi fossero accettati dalla scienza ufficiale, potremmo avere un arricchimento incredibile, fare scoperte straordinarie” commentò amaramente l'egittologo: “Ma passeranno ancora secoli perché discorsi di questo genere vengano lontanamente presi in considerazione”
Non so se avessero in programma di interrogarmi ancora o cosa, ma qualsiasi cosa avessero in mente, mia madre vi si oppose e, per l'appunto, da quel giorno venni lasciata in pace.
Non so neppure se fu un bene o se avremmo dovuto approfondire, certo ero piccola e i ricordi sembravano troppo sconvolgenti per poterli sopportare.

Tempo dopo ci trasferimmo a Londra, dove a papà era stata offerta una cattedra di antropologia. Non aveva tanta voglia di diventare un insegnante, a dire il vero, ma, dopo quegli episodi, aveva iniziato a patire Parigi e tutti avevamo bisogno di cambiare aria e, forse, di poter studiare di nascosto dove nessuno fosse al corrente di cosa mi fosse successo.
D'estate passavamo le vacanze in Svizzera, in una pensioncina vicino a Zermatt, dove rincorrevo marmotte e camosci e fotografavo qualsiasi cosa si muovesse o meno. Lontano dalla cosiddetta civiltà, in mezzo a quelle splendide Montagne e nell'aria cristallina, non c'erano brutti sogni, malesseri di sorta, né ansie a tormentarmi.

Avevo quindici anni quando, nella nostra pensione, arrivò uno studioso inglese.
Si occupava di regressioni ipnotiche, di cui era un pioniere, a quel tempo e a cui lavorava in gran segreto onde evitare di essere preso per pazzo totale: erano i primi anni settanta e cose del genere erano considerate alla stregua di stregonerie, d'altra parte, le sue ricerche ufficiali vertevano per lo più su questioni psicoanalitiche o sulle possibilità di usare l'ipnosi in campo ospedaliero. I miei fecero amicizia con lui e un giorno papà gli raccontò la mia storia.
L'uomo rimase molto colpito e, a cena, mi chiese se avessi voglia di saperne di più.
In quegli anni ero diventata maniacale con le immagini che ritraevano il Faraone, da cui non mi separavo mai, pena sentirmi male, ne avevo una piccola e tutta sdrucita perfino nel portafoglio, mentre tendevo ad avere attacchi di ansia se per caso vedevo immagini di Ekhnaton.
In ogni caso, non avevo mai voluto approfondire, non leggevo nulla al riguardo, avevo nuovamente evitato di studiare quella piccola parte di storia e di esserne interrogata e sapevo di fare sogni strani, a volte, soprattutto durante i pleniluni, sogni che però dimenticavo appena sveglia.
Ci pensai su un paio di giorni, poi, con sorpresa di tutti, decisi di sottopormi alle sedute di ipnosi.
Lo studioso sosteneva che tutto fosse appena al di sotto della mia soglia di coscienza, eppure allo stesso tempo, quei ricordi sembravano talmente violenti da far si che il mio io cosciente li combattesse con tutte le sue forze, cercando di ancorarsi al mondo materiale, reale o tangibile che dir si voglia.
Mamma era convinta che fossero i suoi geni a rovinarmi, ma forse, tutto sommato, mi permisero di vivere una vita più o meno normale, a parte qualche eccentricità.

Iniziammo le sedute e per alcuni giorni non successe nulla, cosa che pare fosse del tutto nella norma, poi, un pomeriggio, iniziai a sentirmi soffocare e fu necessario interrompere.
Avevo mal di testa, andai a distendermi in camera mia con un analgesico.
Mi addormentai quasi subito e mi trovai, così, come fossi stata là fisicamente, in una sala di pietra, ampia e silenziosa, due grandi lampade ad olio bruciavano contro il muro alle mie spalle, alla mia sinistra grandi finestre a trapezio si affacciavano su quello che doveva essere un giardino lussureggiante, davanti a me un seggio e qualcuno ad aspettarmi.

Non guardavo in quella direzione, tenevo ostinatamente gli occhi fissi sulle finestre, terrorizzata e allo stesso tempo attratta come una calamita dalla presenza che percepivo.
“Ti aspettavo” disse una voce sommessa e gentile, eppure forte e autorevole come la Terra, che mi strappò un singhiozzo: “Da tanto tempo. Ti ho chiamata...perché ci hai messo tanto?” Alzai la testa verso la voce tenendo gli occhi strettamente chiusi, il cuore che mi batteva nelle orecchie con violenza: non potevo, non avevo il coraggio di guardare!

Lo sentii sorridere, pur senza vederlo.
Conoscevo quel sorriso più di quanto conoscessi me stessa. Trovai il coraggio di aprire gli occhi e lui era là, mezzo seduto sul seggio di pietra, mezzo in piedi, il gomito appoggiato al bracciolo e con in mano un rotolo di papiro. Teneva la testa leggermente china verso il foglio, ma gli occhi dorati mi guardavano, dolcemente divertiti.
E io mi precipitai da lui: “Ka-Nekhet! Nibhurrereya!” gridai gettandogli le braccia al collo.
Lo sentivo. Sentivo la sua pelle di velluto, profumata di sole e di ambra, la morbidezza soda dei muscoli slanciati ma forti, la forza gentile del suo abbraccio che mi avvolgeva protettivo, la sua mano dalle dita lunghe e sottili sulla mia schiena libera dalla tunica, i polpastrelli che mi sfioravano leggeri come piume, togliendomi il respiro.
Sorrideva, un po' malinconico.
“Oh” sussurrò con le lacrime negli occhi ambrati: “In questo tempo i capelli sono così morbidi...e hanno un buon profumo” mi guardai. Vestivo una tunica bianca, con una cinta dorata dall'effige di Iside alata, ma sapevo che il mio aspetto era quello cui ero abituata nel ventesimo secolo.
Ero confusa, mi girava la testa e lui dovette sostenermi: “Che succede? Dove siamo, io...io ho la sensazione di non vederti da tanto tempo. Dov'eri? Perché te ne sei andato?”
“Non ricordi?” scossi la testa, tentando di liberarla dalla nebbia che avvolgeva i miei pensieri. Sapevo che era successo qualcosa di terribile, ma cosa?

“Eppure non mi hai dimenticato...mi hai portato dentro di te per tutto questo tempo...”
Le sue parole facevano male, evocavano qualcosa che non volevo vedere, sentire, non doveva essere!
Lui sorrise, più con gli occhi che con le labbra: “Non si può uccidere l'Anima...l'uomo non può, per grazia divina. Può imprigionarla, ferirla, spezzarla, ma non distruggerla tanto da ucciderla. Solo alcune Forze Divine possono, a volte. Non l’uomo.”
Quelle parole scatenarono dentro di me un'eco terribile: “Lo hanno ucciso, hanno ucciso la sua Anima!”
Ricordai. Gridai con tutte le mie forze, mentre lui mi stringeva forte contro di sé.
Era lì, ora, era reale, non si poteva uccidere l'Anima, ma quanto male gli avevano fatto? Cos'era successo? Non ricordavo, ma provavo un terrore gelido e abissale.
Vidi i suoi occhi trasformarsi nel guardare dentro di me, farsi vortici scuri, come il cielo in tempesta, che risucchiavano, trascinavano irresistibilmente verso di loro, in un altro universo: “Ritrova la tua memoria. Ritrovami! Io ho posto in te il mio sigillo!” Tutto vorticava intorno a me. Conoscevo quelle parole, si, lui aveva posto il suo sigillo in me, una volta...tanto tempo prima...
Sentii la morbidezza piena e calda delle sue labbra posarsi sulla mia fronte, il lieve soffio del suo respiro tra i miei capelli scivolò come un brivido lungo le tempie e fin dietro il collo: “Vieni” sussurrò prendendomi le mani.
Ora eravamo in un luogo senza tempo, sospesi in un grigiore diffuso e luminoso che prendeva di quando in quando forme e colori fuggevoli per poi mutare nuovamente o tornare alla non forma. Lui sedette a...beh, a quella che avrebbe dovuto essere terra e mi fece fare lo stesso, poi mi toccò la fronte e io chiusi gli occhi.”

E, come in tutte le storie che si rispettino, in quel momento squillò il mio cellulare ed era pure una chiamata urgente. Dovevo confermare immediatamente la prenotazione a Sainte Marie, o rischiavo di perdere il posto. Ci misi un po' a capire dove mi trovassi e cosa stesse succedendo, totalmente rapita dal racconto di Marabel. E mi resi conto che qualcosa in quella telefonata non quadrava: il posto lo avevamo prenotato l'anno precedente, come potevamo perderlo ora?
La guardai mortificata: “Oh, mi dispiace tanto! Come può la tecnologia interrompere qualcosa di così importante?” dissi, quasi con gli occhi lucidi.
Lei sorrise: “Non preoccuparti...ci sono sempre forze opposte a disturbare, no? Forse è meglio così, se vuoi ti racconterò, ma un po' alla volta.”
Certo che lo volevo! “Domani?” domandai vedendo che il cielo si stava coprendo rapidamente. Lei annuì con grazia e Grigno mi portò a casa di corsa.
Lui è un cane incredibilmente coraggioso, ma ha il terrore dei temporali e di parecchie altre cose.

Più tardi, mentre la pioggia batteva insistentemente sui vetri, ripensai alle parole di Marabel.
C'era qualcosa di incredibile, a parte l'intero racconto, ovviamente: l'adorazione, ma anche la corrente elettrica che si percepiva quando parlava del Faraone erano qualcosa di oceanico.
Non aveva parlato d'altro che di un abbraccio, di un bacio in fronte, eppure la descrizione, la profondità delle parole e del suo tono, creavano la tensione erotica più intensa e struggente in cui mi fosse mai capitato di imbattermi in tutta la mia vita. Poche parole che mettevano i brividi, facevano venire la pelle d'oca perfino ai sassi!
Cercai di riscriverle così come le avevo sentite, ma rimasero a galleggiare sul foglio prive di quella forza, di quella corrente di magia che le permeava e le rendeva così potenti nella mia memoria.

Accesi il computer e cercai di ricordare i nomi con cui lo aveva chiamato, ma non mi riusciva di ricordarli correttamente...na kether? Kal nakor? Alla fine scrissi il nome con cui lo conoscevo e trovai alcuni riferimenti: “Ka-Nekhet Tut Mesut” e “Nibhurrereya” (Marabel li aveva pronunciati entrambi diversamente, soprattutto il secondo, che, ora ricordavo, suonava come Nae-barriryà o qualcosa di simile, mentre il primo, di cui aveva pronunciato solo la prima parte, era un K'ae N'tàk, suppergiù).
In ogni caso, il primo era il Nome Reale, che, a quanto lessi, probabilmente era molto più usato del nome di nascita, tanto che, per secoli, gli egizi più antichi non trascrivevano nemmeno il nome natale dei Faraoni nei documenti ufficiali, usando invece il nome reale, o “Nome Horus” come veniva definito.
Il secondo aveva un suono che a me sembrava più sumero che egizio, e, dai documenti in possesso di noi moderni ignoranti, non era nemmeno del tutto certo che fosse attribuito proprio a quel Faraone, anche se era molto probabile.
Ma lei…chi era, per amarlo così?

Ero basita. Troppo abituata all'incredibile per pensare si trattasse di una pazza, io che ho una zia ultracentenaria che dimostra settant'anni, un Fato Padrino e una cugina utilissima in caso di black out, visto che brilla di luce propria...
Certo, i pazzi esistono. Quanti affetti da sindrome di Napoleone ci sono in giro? Eppure, un anno e fischia di esperienze mi facevano pensare che, davvero, quella donna così affascinante e misteriosa, così profondamente sola, non solo non mentisse, ma non fosse pazza affatto.
Pazzi e ciechi, sordi e stupidi, eravamo noi tutti che andavamo in giro come zombies senza sapere chi fossimo, o senza vedere nulla al di là del nostro naso. Non vedevo l'ora che venisse l'indomani e sperai intensamente che non piovesse...anche se sarei andata al parco in ogni caso.

(...continua link p.: 3)

domenica 27 luglio 2014

Bracciale Sassolino e Perle

Ecco un bracciale che avrebbe dovuto andare a Celtica...
Solo che, dopo aver sbagliato 4 volte la chiusura, mi sono depressa e non l'ho finito. :(
Ora mi sono messa d'impegno e ho ritentato, sperando che la chiusura mi riuscisse.
Ora, bellina è bellina, ma a me pare troppo grande.
In ogni caso, vedremo se lasciarla così o, ecco...ritentare una sesta volta... :'(

Comunque, eccolo qui:
 Rame da 0.8 e 0.3, perle d'acqua dolce...
 Il sassolino dipinto ad acquarello dal solito Luigi:
Ed ecco la famosa chiusura, con Tormalina nera da una parte e gancio tutto bellino (spero!)
Che ne pensate?

giovedì 24 luglio 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:1

Riprendo a pubblicare a "puntate", come quasi sempre
Avevo in programma di scrivere un’altra storia, con una protagonista tenerissima e divertente, ma una persona mi ha mailato questo.
Non volevo pubblicarlo: prima di tutto non ha praticamente a che fare con la Valdombra, se non fosse che chi ha raccolto questa testimonianza, è Valdombriana per metà.

Inoltre trovavo che avesse troppi punti in comune con Il Tocco: un uomo nobile, con molti ideali e molti nemici, bambino prodigio, forte e fragile nella malattia, una donna magica, una struggente storia d'amore.
No, no, non va bene, sembra che mi metta a scrivere le storie in serie come gli Harmony che leggeva mia madre! pensavo.

Poi però...insomma...il fatto è che in questo racconto quasi tutti i personaggi sono storici, pur se di loro la storia ufficiale sa poco e immagina o inventa molto, dando però le proprie conclusioni come dogma.
Qui, invece, una donna racconta la propria verità, così come solo lei può conoscerla, poiché l'ha vissuta...una storia che, se mai fosse vera, ribalterebbe molte convinzioni e molti dati ormai universalmente accettati e ritenuti rigidamente veri.

Questa volta, vi prego di non volermene per la tristezza di tutta la faccenda, perché non sono nella posizione di cambiare ciò che è accaduto tanto tempo fa, ma...posso cambiare la percezione dei fatti, mostrare un'altra prospettiva.
Se raccontando la storia di Veit e Orijenne ho rischiato scomunica e rogo contemporaneamente, qui rischio la stessa cosa per mano non più di vescovi e papi, ma di storici o archeologi sani di mente o convinti di esserlo.
Posso salvarmi solo con due precise dichiarazioni:

1) Non sono stata io a scriverla, mi è stata inviata via mail da un'amica che a sua volta se l'è sentita raccontare, ERGO prendetevela con la signora!

2)...Vabbè, ma tanto è fantasy!

P.S.: non ho idea del perché blogger mi cambi a sua discrezione spaziature e carattere...chiedo venia!
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Come Polvere Nel Deserto


Dal mio incontro con la zia Greta e con quella parte surreale ed a me ignota, della mia storia familiare, la mia vita era cambiata parecchio:
ero andata ad abitare nell'alloggio al primo piano della villetta del mio amico Franco, avevo fatto carriera nella mia casa editrice, ottenendo una promozione ad editor e traduttrice, ora che il mestiere di correttore di bozze era definitivamente entrato nel mondo degli estinti, ma vivevo (e bene) soprattutto di fiere dei minerali in giro per l'Europa, accompagnata dal solito Franco, il quale non si sarebbe perso l'opportunità di viaggiare guadagnando nemmeno se fosse stato attaccato ad una macchina per dialisi e polmone artificiale contemporaneamente.
 
Un bel giorno, il buon Franco, stufo di condividere l'enorme giardino solo con me e il mio gatto Michelangelo Merisi da Caravaggio, detto Micky (o, occasionalmente, Scarafaggio), se ne arrivò con un cagnolino: un affaretto dal muso appuntito già ad un paio di mesi, quando normalmente i cuccioli sono tutti tondeggianti, completamente nero che lui, in preda a non so quale delirio, aveva battezzato “Champagne”. 
Ovviamente, io gli appioppai immediatamente il soprannome di Grignolino, abbreviandolo in un “Grigno”, il quale avrebbe dovuto renderlo, una volta cresciuto, piuttosto spaventoso.
Champagne-Grigno era cresciuto in fretta, per carità, ma di far paura a qualsivoglia malintenzionato non c'era verso.
Aveva la propensione a fare miciz...pardòn, canizia con chiunque avesse un minimo di simpatia per i cani, anche magari repressa e, solitamente, riusciva a smuovere anche l'animo più coriaceo, soprattutto quando cadeva in uno stato di smulato deliquio davanti ad un ignaro passante, colpevole di avere qualcosa di appetitoso in mano o in borsa.
Si comportava in un modo così sfrontatamente vittimistico, ostentando un'inesistente quanto avanzata forma d’inedia, rovesciando gli occhi e lasciandosi cadere ai piedi del malcapitato come un attore consumato, da ottenere sistematicamente attenzioni e...un bocconcino extra.
Naturalmente io mi vergognavo come una ladra, mentre Franco, abituato al teatro dalla più tenera età, si divertiva come un matto.
Sospetto che, di nascosto, gli insegnasse a recitare o addirittura lo avesse iscritto ad una scuola d'arte drammatica canina.
 
Un giorno, quando Grigno aveva ormai raggiunto i sette mesi e la taglia di un border collie, me lo mollò per correre a Parigi, dove uno dei suoi appartamentini di Montmartre, fortunatamente sfitto, si era allagato per cause misteriose e telefonò il giorno dopo dicendomi che avrebbe dovuto restare almeno un paio di settimane.
Era primavera inoltrata e, per quanto il giardino sia grande e ombroso, portavo Grigno a correre nel parco un'oretta buona tutti i giorni dopo pranzo, sia per fargli fare nuove conoscenze, sia per stancarlo, così che, una volta a casa, crollasse addormentato regalando a me e Micky un paio d'ore di meritata pace.
Grigno adorava le corse nel parco, soprattutto per via del chiosco dei panini caldi del cui proprietario era amico piucchefraterno e asssolutamente disinteressato.
 
I primi giorni feci in modo di entrare dall'ingresso all'estremità opposta, ignorando i continui scarti verso la strada per il chioschetto e i guaiti sofferenti, poi vidi qualcosa che mi colpì profondamente: su una panchina poco lontana dal chiosco, ogni pomeriggio, sedeva una donna dall'aspetto raffinato che, a distanza, pareva molto giovane. E molto sola.
Arrivava camminando lentamente, persa in chissà quali pensieri, con un passo elegante e il portamento naturalmente nobile, sedeva con un sospiro e prendeva a sbocconcellare un panino, guardando il viale come in attesa di qualcuno che non arrivava mai.
Mi diede un senso di solitudine così profonda ed assoluta, che desiderai poterla avvicinare, così, un giorno, permisi a Grigno di prendere il viale centrale e di deviare verso il chiosco.
Mentre venivo trascinata dalla furia assatanata del famelico canide, passai proprio di fianco alla donna e mi resi conto che poteva avere almeno trent'anni, come quaranta o perfino cinquanta...Mi ricordava, in modo preoccupante, una Creatura Valdombriana, tipo il mio...si, per chi non lo sapesse, io possiedo un “fato madrino”, per quanto assurda possa sembrare la faccenda e questo non è tutto...il mio Fato Madrino è umano solo in apparenza e non sempre, perché è una Fata Lupo ed è matto come un cavallo.
Insomma, lui è quello che si potrebbe definire un gran pezzo di figliolo, gli si potrebbero dare intorno ai trenta, trentacinque anni (fisicamente, come testa non più di cinque), invece supera il millennio.
Sbirciavo la donna, basita, quando uno strattone che quasi mi gettò a terra mi riportò alla realtà proprio di fronte al chiosco.
Presi un panino per me, giusto per non approfittare troppo e, naturalmente, Grigno ottenne due salsicce calde apposta per lui.
Fortunatamente non c'erano altre panchine libere, così mi avvicinai a quella occupata dalla donna, che ci osservava divertita, e feci il gesto di sedermi al capo opposto: “Posso?” lei annuì, guardando Grigno con simpatia.
Lui divorò le salsicce, ma mi accorsi che continuava a tenere gli occhi sulla donna: “Non tentare di fare l'invadente con la signorina, pozzo senza fondo!” gli sussurrai tra i denti.
Non mi sentì nemmeno, terminò la seconda salsiccia inghiottendo rumorosamente l'ultimo boccone e poi si lasciò cadere mollemente ai piedi della poveretta. “Grigno!” lo rimproverai.
Lei rise.
Una risata strana, morbida e vellutata, che pareva arrivare da molto lontano, come portata da un vento inesistente in quel giorno d’inizio giugno.
Scrollai la testa cercando di mantenere il senso della realtà, molto cambiato nell'ultimo anno, ma quell'istante, quel breve istante in cui la donna aveva riso, mi aveva scosso fin sotto le suole.
Per un attimo avevo avuto la visione di un grande fiume, di palme cullate dalla brezza e di dune rosate nel sole nascente e, in tutto questo, la sua risata arrivava come il  vento nel quale ondeggiavano i palmizi, avvolta dal profumo di gelsomino.
Un attimo.
E la realtà era cambiata.
Non so se se ne accorse, se fosse un effetto che faceva a chiunque, se sia successo soltanto a me o che altro...avevo la sensazione che non fosse visibile a tutti e non nello stesso modo, come sono spesso le Creature magiche.
“Sei molto carino, sembri uno sciacallo, sai?” disse con quella voce ammaliatrice. Aveva uno strano accento, pur leggero, che non riuscivo a riconoscere.
Lunghi capelli castano caldo, occhi ambrati, grandi, lontani, come non guardassero questo mondo, ma oltre e da un qualche “oltre” venissero.
Antichi.
Saggi.
Sconfinatamente tristi.
Ebbi un brivido, anche se il clima era più che tiepido ed ero piuttosto abituata alle stranezze. Il profilo era elegante, la carnagione chiara, ma di un caldo dorato che ricordava la sabbia di alcune zone del Sahara.
“Uno sciacallo, nel senso che si dedica allo sciacallaggio?” tentai di scherzare.
Lei sorrise, accarezzandogli la testa affilata: “No, nel senso che ricorda un po' il dio Anubis, no?”
Ecco. Io vedevo il deserto mentre lei rideva e lei si metteva a parlare di Egitto!
Forse avrei dovuto evitare di avvicinarmi...
“Beh, il suo umano gli ha messo nome Champagne, ma io lo chiamo Grignolino...nessuno, a quanto pare, ha pensato ad Anubis, qui”
Grignolino la fece ridere ancora e poi tossì leggermente, come se a ridere fosse poco abituata.
Ci presentammo e mi disse di chiamarsi Marabel: “Amara bellezza...” commentai tra me.
Lei annuì: “Una strana fantasia di mio padre” disse: “Quando nacqui passò tutto il tempo nella sala d'attesa in maternità a scrivere nomi particolari, interessanti, storici o mitici, poi...mi vide e disse: “Marabel!”. Quando mia madre gli chiese perché, disse solo che aveva sentito così. Era il suo modo di essere. Mia mamma non impazziva per quel nome, ma lo accettò.”
Pensai dovessero essere una famiglia piuttosto originale, ma mi limitai a sorridere.
“Quindi, il cane non è tuo?” disse passando ad un “tu” amichevole.
In genere non amo dare del “lei” alle persone che mi piacciono, ma, per quanto quella donna mi sembrasse fantastica e desiderassi fare amicizia, mi sentivo schiacciata da un senso di soggezione. D'altra parte, continuare con “signora” sarebbe stato molto scortese, per cui mi sforzai di adattarmi.
“No, è del mio padrone di casa, beh, è anche il mio migliore amico, comunque. Ora è a Parigi, uno dei suoi appartamentini è allagato, dice che pare ci sia stata una piena e ha parecchi lavori da fare”
Lei si illuminò: “Parigi! Ci sono nata, sai?”
Oh, altra coincidenza! “Davvero?” domandai forse eccessivamente stupita.
“Oh si, mio padre lavorava presso il Louvre come antropologo. Si occupava dei reperti provenienti da popoli arcaici, indigeni, sai, come siberiani, australiani e nord americani principalmente e anche di alcuni del centro Africa...era particolarmente affascinato dai Dogon, molto prima che la loro storia fosse nota al grande pubblico.”
“Foooorte!!” esclamai, rendendomi conto di sembrare una scolaretta delle elementari.
“Mia madre, invece, insegnava tedesco alla superiori ed era più teutonica di una tedesca d'annata. A volte mi chiedo cosa veramente unisse due persone così diverse: lui sognatore, quasi sempre scollegato dalla realtà quotidiana e molto più a suo agio in una sorta di “Tempo di Sogno” personale, lei così incredibilmente pragmatica...eppure sicuramente si amavano e ancor più certamente si rispettavano. Nella loro vita hanno litigato rare volte e quasi sempre dimenticando i dissapori nel volgere di pochi momenti. Lei era la sua àncora al mondo fenomenico, come sosteneva lui ridendo, e lui era la sua porta sull'oltre...se ne sono andati tenendosi per mano, superando insieme una soglia cui lui era certo ben più preparato di lei e, per una volta, il più forte.”
 
Provai una sorta di invidia per quei due sconosciuti che avevano, in poche frasi, rivelato una vita che la maggior parte della gente non sogna se non nell'adolescenza, quando si pensa di incontrare un amore per sempre, che sappia superare ogni avversità.
Io avevo smesso di sognare tardi, rispetto ai miei amici, forse per questo ero single, mentre gli altri erano tutti sposati e molti già separati.
E, riflettendo, mi resi conto che Marabel aveva usato, nel parlare dei suoi, un tono distante e malinconico.
Era sola, e dovevano mancarle molto.
“Niente fratelli?” indagai. Lei scosse la testa: “Che vuoi, fatta me, presumo mia mamma abbia buttato lo stampo, per evitare altre grane” rispose divertita.
Non mi pareva bello ciò che diceva di se stessa, ma non osai chiedere altro.
Era raffinata, profumava di mirra e qualcosa di pungente, forse incenso e qualche essenza legnosa, ma in modo discreto, non eccessivo o pesante. Delicato, come il vento misterioso che trasportava la sua voce.
Parlammo d'altro, le spiegai che avevo un mezzo siberiano grande quasi quanto Grigno, lei aveva sempre avuto Egyptian Mau o trovatelli, disse facendomi venire un'altra volta i brividi.  
Prima Anubis, poi Parigi, ora gli Egyptian...e poi?
Mi raccontò che viveva da sola, con un Mau ultimo figlio di una lunga serie di cucciolate e mi meravigliai: era così bella, così elegante, intelligente e colta, che non potevo capire come non avesse uno stuolo di ammiratori, amanti, amici, mariti o aspiranti tali.
Non parlò di fidanzati, né di ex, né di figli.
Parlammo di gatti, di Montagna, di musei, di antropologia, di paesi.
Scoprii che aveva vissuto a Parigi, Londra, Torino, Il Cairo e New York e non potei mentalmente non segnarmi che si trattava delle città con i Musei Egizi più importanti del mondo.
Non dissi nulla, in quel momento, ma la cosa mi rese stranamente inquieta, senza che ne capissi la ragione.
Le spiegai che lavoravo nell'editoria, ma che il mio desiderio era quello di dedicarmi completamente al mondo dei minerali.
“Anzi, spero che Franco si spicci a tornare perché dobbiamo preparare Sainte Marie aux Mines...la fiera, intendo, è alla fine del mese!” lei si illuminò: “Oh, è meraviglioso! Ci sono stata una volta, diversi anni fa. C'è veramente da perdersi e la cosa che più mi piace è la gente: gente che proviene da ogni parte del mondo, con vecchi furgoni scalcinati pieni di tesori, che si mescola parlando in qualche modo e in qualche modo ci si riesce sempre a capire. I colori, lo scintillio, sembra di entrare in un mondo incantato, no?”
Non avrei saputo descriverlo meglio, le risposi.
Pensai che, prima di partire, le avrei chiesto se voleva raggiungerci, o comunque l'avrei invitata. Ora no, la conoscevo appena e non volevo sembrare invadente, anche se mi dava l'idea di avere molto bisogno di qualcosa che colmasse la sua solitudine.
Le raccontai di come cercavamo i minerali e di quanto la Valdombra ne fosse ricca e lei mi fece molte domande sul Quarzo e i minerali in forma cristallina.
 
“Sei mai stata a Giza?” mi chiese a bruciapelo, mentre le raccontavo le strane caratteristiche di alcuni cristalli trovati dalle mie parti. La fissai ebete, a bocca aperta: “G...Gi?”
“Giza, in Egitto...alle Piramidi” feci no-no con la testa.
“Peccato!” esclamò stringendo le labbra: “Dovresti andarci, una volta o l'altra. E cercare di entrare senza troppi turisti caciaroni al seguito. Prendere una guida è la cosa migliore, poi si allunga una bella mancia sostanziosa per rimanere un po' di più.”
“Beh, se sostanziosa è una sostanza che posso permettermi...”
“Dipende dalla guida, bisogna contrattare” rispose strizzandomi l'occhio.
Mi parve che non stimasse particolarmente le guide locali, o le guide in generale.
 
“Ma che c'entra la piramide con i quarzi?” domandai: “Molto. Per molti secoli le piramidi, almeno quelle serie, erano ricoperte di calcare bianco, che rifletteva la luce solare come neve. Doveva essere un'immagine fantastica, non credi?” Annuii, cercando di immaginare che pugno negli occhi dovesse essere trovarsi davanti quei tre catarifrangenti sotto il sole del tropico.
Le immaginai sotto la luce lunare e mi sentii rinfrancata. “In ogni caso, all'interno della Camera del Re si possono avere delle esperienze particolari, molto intense, a volte...molti pensano sia magia, e può darsi che sia vero, ma esiste una spiegazione logica.”
Storsi il naso: quella parte del mio cervello da formazione scientifica era in sollucchero, l'altra metà, quella che voleva a tutti i costi che la Magia fosse la vera forza motrice dell'Universo, era profondamente contrariata: “Le rocce con cui sono edificate le piramidi di Giza hanno un'altissima concentrazione di Quarzo e, per via di come sono costruite, le proporzioni, le proiezioni e posizione lungo le linee telluriche e corrispondenze astronomiche, di cui la cosiddetta scienza ufficiale non vuole sapere di tener conto, fanno si che vi siano delle basse frequenze che sono le stesse emesse dalla Terra, magnificate dalla presenza proprio del Quarzo che le rifrange e amplifica, mentre la struttura fa da cassa di risonanza. Questo provoca effetti sulle percezioni e, in generale, sull'attività neurale. Effetti che andrebbero studiati, invece che negati, ma...” sospirò. Immaginai non fosse strano che facesse discorsi di quel tipo, avendo vissuto al Cairo con un padre perennemente infilato per metà nel Tempo di Sogno, ma continuavo a sentirmi inquieta.
Eppure avevo sempre trovato interessante l'antico Egitto...
“Dovresti provare ad usare delle basse frequenze in una gabbia di cristalli di Quarzo e vedere cosa succede. Emissioni sonore particolari potrebbero avere effetti molto singolari, usate con cautela, naturalmente...”
Ehi, questo si che era interessante! Pensai.
“E che effetti si possono produrre?” domandai curiosissima: “Dipende dalle frequenze che usi e da come le fai risuonare con le tue pietre” rispose: “L'ideale sarebbe provare diversi suoni e diverse disposizioni” estrasse dalla borsa un notes e prese a schizzare schemi con appunti a bordo pagina tanto rapidamente che non riuscivo a starle dietro, quindi mi affibbiò una dozzina di fogli che mi fecero pensare ad una via di mezzo tra i codici di Leonardo e gli studi di Tesla.
Avevo l'acquolina in bocca, ma dubitavo di riuscire a capirne qualcosa.
“Wow, io...grazie! Non so cosa riuscirò a cavarne fuori, ma...sembra fantastico! Queste cose le hai studiate quando vivevi in Egitto?” lei mi guardò sorpresa: “Studiate? Oh, io...immagino di no, veramente. Mi sono venute in mente adesso, dai tuoi discorsi”
Ecco.
“E suppongo che NON siano mai state studiate da nessuno, almeno in questi termini, eh?” indagai: “Non che io sappia, anzi...ti suggerirei di non mostrarli in giro, quelli. E di tenere per te i tuoi progressi. Ho scoperto che gli avvoltoi abbondano” considerò spalancando gli occhi con un'espressione innocente che le faceva dimostrare non più di vent'anni, benché, da come parlava e dalle esperienze che aveva, dovessero essere come minimo il doppio.
 
Ci salutammo quando Grigno emise un sonoro sbadiglio, un paio d'ore dopo.
Non ci promettemmo di rivederci, né ci scambiammo indirizzi o numeri di telefono, nulla, ma io sapevo che l'indomani l'avrei trovata ad aspettarmi.
Sicuramente non ero io la persona che pareva attendere dall'alba dell'Universo, ma, almeno, io sarei arrivata!
Fosse pure cascato il mondo, io sarei arrivata!
(...continua link p.: 2)