Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

Se volete scoprire la Valle attraverso i RACCONTI potete cliccare sul pulsantino "Frammenti", oppure scegliere attraverso l'indice alla vostra destra. I numeretti indicano l'ordine cronologico.
Se cercate i gioielli, non avete che da scendere col cursorino, oppure cliccare il pulsantino "Gioielli".
Se volete saperne di più sulle diverse Creature, cliccate "Creature Fatate".

Su, su, guardate, guardate...

domenica 28 ottobre 2012

Scodinzolando in Villa e Gioiellini per cani

Finalmente ci siamo!!
Domenica 4 novembre, dalle 9 circa alle 18,30 si terrà "Scodinzolando in Villa", alla Villa "La Cavannina" si Serravalle Scrivia, una giornata di festa tutta dedicata ai nostri fedeli amici abbaianti.
Piccoli, grandi, così così, con o senza pedigree, ma meglio senza, trovatelli, bruttarelli, belli, bonsai o giganti, l'importante è che ABBAINO!!!

E così, dal momento che la partecipazione richiedeva un minimo di materiale dedicato a loro...mi sono buttata su gioiellini da appendere al collare!

Qui la locandina:


Ne sono usciti 90, poi ho finito le pietre adatte. Ne ho un sacco di altre, ma hanno i fori troppo piccoli per il filo da 0.80 che ho usato. Ho voluto che fossero divertenti, colorati, ma anche economici, i più cari, infatti, arrivano a 15 euro.
Ovviamente ho usato il Rame argentato, perché loro DEVONO poter giocare, correre, buttarsi nella neve o nella sabbia senza che ci di debba preoccupare più di tanto di rovinarli! Perdono l'argentatura? Amen, tanto sono belli anche così!
Si rompono? Chissene...recuperiamo le pietrine e ci facciamo un paio di orecchini o un ciondolo o un nuovo gioiellino per loro! Pochi euro, i nostri amori perfino più belli del solito, noi felici.

Il Maestro è un po' geloso, ma quando ho cercato di mettergli il collarino (che peraltro è da gatto!), mi ha chiesto se per caso mi faccio di droghe pesanti. FFFFFFFTT!!!
Ecco una carrellata:

 
E un paio di particolari, su come si dovrebbe presentare, più o meno (certo, con qualcuno dentro il collarino renderebbe di più!):
Qui sopra Agata più o meno di Fuoco (nel senso che quella che in genere uso io e di ben diversa qualità, ma questa a me piace comunque un sacco!) e Agata a taglio fantasy, sotto Ametista e Labradorite:
Qui sotto ancora un esempio, una piccola Rodocrosite per cagnolini mignon:
E, infine, ho scelto uno dei più preziosi: Cordierite con Labradorite. Per cagnoloni:
Non sono carinissimi? Mi è già stato chiesto un paio di volte se devono per forza indossarli i cani...EHI, UMANI INVIDIOSI?!? QUESTI SONO PER LORO! Per voi...ci sono tutti gli altri! Come al solito. ^_^
 
E adesso: provvisoriamente da sola, la Marianna nostra ci ha mandato la sua fotina con indosso le cuffiette. Guardate che carine (allora, maschietti silenziosi di passaggio, smettetela di sbavare sulla Marianna, le cuffiette dovete comprare per le fidanzate, non lei!)
Aspettiamo le altre! 


lunedì 22 ottobre 2012

Sweet Curse & Ear Cuffs

Rieccoci. Sono sempre più perplessa da windows sette, ma soprattutto da office 2012, che impedisce di fare operazioni stupidissime che con office 2000 venivano a meraviglia e impiegando tipo due minuti.
Pazienza.
Oggi ho finito e fotografato una cosettina che doveva impegnarmi due ore e mi ha invece portato via due giorni e mezzo, che bello!
Però però...alla fine serve a festeggiare una cosa decisamente bellina.
Intanto, questo è l'aggeggio:
E anche questo:
Dietro:
Dimensioni:
 
Sei fili di Ottone da 0.65mm, di 30cm l'uno, wrappati in Silver filled, con 12 Granatini di taglio diverso.
Sweet Curse in onore dell'ingresso di Floor Jansen nei Nightwish. Con l'augurio che sia per sempre!
 
Ed ecco la Milly con l'ear cuff indossato:
 
 
Esistono dei video, in giro per il web, su come indossarli correttamente, ma essendo di persone che a loro volta producono gioielli o bijoux propri, non ho ritenuto opportuno pubblicarli qui.
In ogni caso, si dovrebbe far scivolare la cuffietta dalla punta dell'orecchio, dall'alto, fino a sistemarlo all'incirca in questa posizione.
E' probabile che dobbiate adattarlo un po'. Saprete che è a posto quando sarà bello stabile e non rischierà di scivolare via.
In effetti le mie remore nel farne molti sono dovute al fatto che non sempre, nonostante li faccia sempre della stessa dimensione, riesco a renderli ben stabili.
Se fate un girino su youtube, comunque, mettendo come keyword "era cuff", troverete filmettini appositi a gògò. Basta non far caso alle chiacchiere delle autrici...
Attendo vostre fotine con le cuffiette indossate e le vostre impressioni......


sabato 20 ottobre 2012

Parur-ina Labradorite

Ed eccoci a noi: nuovo giorno, nuovo gioiellino...magari riuscissi a postarne uno al giorno, ma di quelli "seri"!
Dunque: volevo una robetta semplice per evidenziare le pietre, due cabochon di Labradorite bianca, di quella sempre erroneamente chiamata "Rainbow Moonstone", di cui uno della solita forma ovale, l'altro a goccia.
Caratteristica di questa varietà di Labradorite è la "fiammata" blu che in genere si vede all'interno delle lamelle cristalline, ma in questo caso, purtroppo le foto non rendono giustizia, abbiamo fiammate molto intense ed estese e, nel cabochon ovale, una linea giallo-oro cangiante.

Devo dire che non sono proprio proprio sicura di volerle vendere...e poi, quei sassolini, sono con me da un sacco di anni, e....
Beh, ecco le foto:
Qui lato del pendente, volutamente asimmetrico, così magari non se lo fila nessuno:
Anellino visto da sopra, la linea dorata non si vede proprio, però:
Lati:
 
 
Infine sul ditino gentilmente fornito dalla Milly:
 
Ed infine, un primo piano del ciondolo:
 
Non sono sassolini deliziosi? Chi non vorrebbe averne almeno una dozzina? :D 
Purtroppo la struttura è ancora in Rame argentato, ma wrappato in Silver Filled...

martedì 16 ottobre 2012

...Come le Foglie

Vorrei poter dire che sono trooooppo buona, ma non è così.
In effetti, avrei semplicemente potuto sbrigarmi a pubblicare la piccola parure, buttare giù le due righe mancanti della parte su Giada e Serafinite, e, subito dopo, pubblicare un nuovo capitolo del Dono.
Però...il Dono si svolge in Primavera e, adesso, finalmente, siamo d'Autunno.
Volevo pubblicare "Come le Foglie", altrimenti penso sarebbe rimasto un altro anno a marcire in un cassett...ehm...in un dvd con altri documenti.

"Come le Foglie" è un piccolo estratto di trama della saga Valdombra, che non sarebbe mai stato parte dei romanzi originali, né, probabilmente, avrebbe trovato posto in uno di questi, nemmeno ne "L'Amante dei Lupi", che racconta la storia dal punto di vista di Miriam, dalla sua fuga fino all'arrivo di Mathieu, il libro che penso di amare di più.
Ellie, nella saga, non parla mai di persona, appare sempre attraverso gli occhi della sorella o dei Valdombriani, mentre qui è lei a raccontare, in poche pagine, la sua storia. Mi piaceva l'idea di darle spazio, visto che "nessuno, nessuno ascoltava la sua voce".

Nel racconto il nome di Ellie, mai usato per intero da Miriam, si rivela essere Eleonora, che significa: "Creatura che prova compassione", caratteristica che si rivela spesso nelle parole della bambina, e "Cresciuta nella Luce".

Per non interrompere il racconto che, pur breve, come post penso sarebbe fastidiosamente lungo, ho aperto una pagina apposita, cui accedere tramite link.
Come ho accennato a Black Baccarat, questo racconto non ha nulla di comico, in nessuna sua parte. E' invece triste, doloroso e crudo. Ciononostante è la cosa cui più sono affezionata, secondo me, la migliore che abbia mai scritto...spero la possiate pensare come me...

http://valdombrafairies.blogspot.it/p/come-le-foglie.html

sabato 13 ottobre 2012

Frammenti: Il Dono P.7

Mi sono appena accorta che l'ultimo post, l'anello "Wish You Were Here", risale addirittura a domenica scorsa!
E io che pensavo di averlo messo l'altro ieri! Ma come passa il tempo!
Così, siccome sono più nelle canne del solito (ho tre settimane per preparare un mercato con gioiellini per cani. Si, proprio per cani, con quattro zampe!), posto in anticipo una parte del racconto della nostra amica Eva...e poi me ne vò a nanna. Penso resterete un po' basiti dagli sviluppi.
Prego, prego, leggete pure:
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"La Sorgente indicata dai Lupi era a poco più di venti minuti dall’Hotel, su un pianoro ancora coperto di neve da cui facevano capolino una miriade di capini bianchi e violetti.
Joelle arrivò con un ragazzo dalla faccia simpatica che avevo intravisto alla reception, che si mise sul sentiero con noi come niente fosse.
Non avevo tanta voglia di avere tra i piedi un estraneo e lanciai diverse occhiatacce a mia cugina, sperando che trovasse una scusa per liquidarlo, ma lei non parve cogliere il mio disappunto. Ero piuttosto stizzita.
Quando arrivammo non c’era nessuno.
Joelle sedette su una pietra e si mise a raccogliere sassolini di quarzite bianca sul fondo della piccola polla semighiacciata, il ragazzo, Mirko, un forestiero, o meglio, un “ex-forestiero”, come disse lui, restò in piedi guardandosi attorno, in attesa. Aveva una bella faccia simpatica e scanzonata, sembrava entusiasta di tutto, uno di quei tipi sempre di buonumore difficili da smontare.
Non mi stavano mica facendo uno scherzo? Mia cugina aveva voluto prendermi in giro, nessuno sarebbe venuto e nessun lupo mi aveva dato appuntamento? La sera prima, sotto l’effetto di qualche allucinogeno, avevo soltanto creduto di vedere i lupi?
Continuavo a girarmi di qua e di là, cercando invano una figura che si avvicinasse, da qualche direzione.
Nessuno.
Joelle aveva intascato un bel malloppo di sassolini bianchi, più o meno tondi e quasi tutti uguali e ora saltellava tra crochi e bucaneve improvvisando una specie di “settimana”, che consisteva nel saltare senza pestare alcun fiore: aveva uno strano aspetto, evanescente, irreale. Una donna adulta(e luminosa, non dimentichiamolo) che saltella tra i fiori come una ragazzina di sette anni…che paese di pazzi!
Intanto lì non c’era nessuno, il sentiero era sgombro, non…Eh?!?
Sulla roccia da cui sgorgava il ruscello, sedeva un uomo. Restai a fissarlo idiota, sbattendo le palpebre per vedere se spariva o meno.
Mi guardava divertito. C’era qualcosa di strano in lui.
“Ah, eccoti” esclamò mia cugina andandogli incontro: “Sei in ritardo, sai?” lo apostrofò. Lui le lanciò un’occhiata in tralice: “No, siete voi in anticipo. Le ombre sono giuste ora” disse con una voce modulata, leggermente roca che pareva di pancia, più che di petto, come dovrebbe essere un buon kiai.
Mirko era scomparso all’arrivo dello strano soggetto, ma lo vidi poco più sotto, sul pianoro, fischiettare con le mani in saccoccia.
L’uomo saltò giù dalla roccia, Era alto, il viso affascinante dai tratti piuttosto affilati, occhi obliqui di uno strano colore salvia-ambrato e capelli abbastanza assurdi, lunghi e folti, andavano dal castano al nero con striature argento e ciocche ocra e bianche.
Il fisico era asciutto, modellato in modo naturale, slanciato, armonico, forte. Insomma, era un gran bel pezzo di figliolo.
Vestiva dei calzoni di tela grezza, dall’aspetto primitivo e aveva una pelle di lupo parecchio rovinata gettata di traverso sulle spalle.
Si, praticamente cadeva a pezzi, ma…no! Ora che vedevo meglio, la pelle non era sciupata, o meglio…era in muta! Era una pelle senza il Lupo dentro, eppure era in muta!!
Il tizio fece una smorfia e grattò un punto della pelle, da cui tolse un fiocco di borra color crema e lo soffiò via.
Mi tremavano le gambe: in quel posto pazzo, con ologrammine lanciasassi che svolazzavano qua e là, gente che luccicava, lupi che catturavano bracconieri e via dicendo…una pelle che avrebbe dovuto essere decisamente defunta e che invece stava compiendo qualcosa di tremendamente vitale, mi terrorizzava.
Avevo la nausea. Riuscivo a vedere il nuovo pelo, più rossiccio e corto, sotto i morbidi ciuffi invernali che si staccavano.
Questo era impossibile. Impossibile! Volevo tornare a casa!
Il tizio si avvicinò, tendendomi la mano e io arretrai terrorizzata: “Eva? Che ti prende?” mi rimproverò la voce di Joelle dall’altro capo della galassia..
“…l…ll…lla…la…la…la…”
“No, non siamo qui per metterci a cantare, dai!”
“…ppelle! La spelle sulle palle! È viva!”
Il tizio fece una faccia stranita: “Beh? Le capita spesso?” chiese voltandosi verso mia cugina, che levò gli occhi al cielo.
Io li guardavo: ora lei, ora lui, ora la pelle.
Anche la pelle mi guardava, con la stessa espressione costernata degli altri due.
Decisamente mi girava la testa.
Sedetti su un masso un po’ bagnato, e mi presi la testa tra le mani: “Ma qual è il problema, scusa?” chiese il tizio sedendosi accanto a me, lui e la sua pelle.
“Una pelle morta non dovrebbe essere viva, no?” risposi con voce stridula.
Lui spalancò gli occhioni obliqui e mi guardò sempre più preoccupato: “Dì, non è che ti danno cose strane da bere, in quella gabbia di matti?”
Non lo sapevo. Cose strane me ne davano dal mattino alla sera, per quello, ma teoricamente, non avrebbero dovuto essere allucinogene. Scossi la testa, senza rispondere: “Ma sentilo!” esclamò mia cugina.
Lui le rivolse un sorrisetto, scoprendo appena una cosa che sembrava un canino e non un canino normale.
Oddio, o era un vampiro, o…
Il tizio si grattò un orecchio emettendo un sordo brontolio…la zia aveva parlato di…un momento!
“Che cosa sei?” chiesi d’impulso. Lui sorrise: “Esattamente questo!” rispose serafico.
“Lui è Vehar” presentò Joelle: “La Fata Lupo a capo della Valdombra. Non è la Fata più anziana, ma la Madre gli ha passato il testimone qualche decennio fa. Aveva la buffa idea che questo lo avrebbe reso più serio e responsabile…pfui!” spiegò.
Lo guardai dritto negli occhi. Non erano gli occhi di un essere umano.
Cavoli! Avevo davanti al naso l’uomo dei miei sogni (pelle a parte) e, sfiga vuole, non era un uomo!
“Non è una pelle morta, vero?” sussurrai. Lui scosse la testa. Un istante e davanti ai miei occhi ci fu un Lupo dal bel pelame nocciola e grigio che si grattava energicamente vicino alle scapole il vecchio pelo invernale, facendone volare via batuffoli arruffati. Un istante dopo il tizio era seduto accanto a me.
“Quindi sei tu che hai catturato i bracconieri?”
“Oh, no!” rispose lui orgoglioso: “Hanno fatto tutto i miei figli, io mi sono limitato a legarli per bene. Sai, loro hanno qualche difficoltà con queste” disse agitando le mani davanti ai miei occhi.
“Già, anche il mio gatto ha lo stesso problema” convenni. Notai che emanava un leggero odore di selvatico e, sotto la famosa pelle, aveva una specie di ampia collana di tatuaggi. Mi parve di intravvedere zanne, unghioni alternati a Rune o qualcosa di simile, ma non osai fissare lo sguardo. E poi avrei giurato che quei segni si muovessero, quindi non volevo proprio saperne!
Gettai uno sguardo fugace alla pelle: continuava ad inquietarmi, anche se ora capivo. Era come la famosa pelle di foca delle Selkies, presumo.
Avevo sempre pensato fosse una leggenda ridicola.
“Perché volevi incontrarmi?”
Domandai per distrarmi: “Volevo vedere com’eri diventata. E poi…Joelle ti ha detto dei tuoi?”
Lo guardai ebete: “Diventata in che senso? I miei cosa?”
“Si, Eva. Hai telefonato tutte le sere da Sharm el Sheik. Ti stai facendo un sacco di nuotate e la sera vai a ballare con il tuo amico. Tua mamma è piuttosto contenta, per i suoi canoni”
La guardavo a bocca aperta, ma fu Vehar a spiegare:
“Lei ha un compito molto speciale, qui: è in grado di entrare nella mente dei forestieri e trasmettere loro ricordi…come dire, addomesticati. È molto utile, visto che in Valle capita ogni giorno che i forestieri abbiano esperienze che non sono in grado di reggere, o che noi non vogliamo che abbiano” continuò vedendo la mia faccia sconvolta.
“Insomma, tu hai modificato la memoria di mia mamma, convincendola che io le ho telefonato, eccetera eccetera?”
“Circa. Le ho telefonato con una scusa e, mentre rispondeva, l’ho distratta e ho creato un canale. L’ho fatta anche parlare con Franco, così ora sa che siete effettivamente insieme. A Sharm el Sheik!” io ascoltavo a bocca aperta: “Finché starai qui riceverà una telefonata al giorno, però tu non devi telefonarle veramente, spezzerebbe l’incantesimo e lei mangerebbe la foglia” spiegò il tizio.
“Nooo, figuriamoci! Mia mamma non sa niente di queste cose, a parte che una sua amica fa gli orospochi…orsoc…oroscopi e gliene regala uno a tutti i compleanni, non penso avrebbe…” erano strani. Imbarazzati, direi. “Scusate, ma perché quelle facce?”
“Perché lei lo sa benissimo. Non capisce, non sopporta, non le piace…considera noi Fate degli esseri infernali, ci odia, soprattutto me, ma ne sa abbastanza da mangiare la foglia. Non è proprio facile incantarla, in effetti…”
“Volete dire che mia madre vi conosce? Che è stata qui? E quando?”
Joelle strinse le labbra: “Tu sei nata qui, Eva. Il sette di agosto del ‘79”
Mi ronzavano le orecchie: “N-no, io sono nata il sedici agosto, ad Annecy, mentre i miei erano in vacanza e…io…io…” spostavo lo sguardo dall’una all’altro, incredula. Ma che stavano dicendo?
“Tua mamma, dopo essere venuta in Valdombra la prima volta, quando si era appena fidanzata con tuo padre, rifiutò ogni contatto con qualsiasi cosa e chiunque, qui, pretendendo perfino che la famiglia di lui non fosse invitata al matrimonio. Quell’anno, però, l’anziana di famiglia era venuta a mancare e aveva espresso il desiderio che in nipote, tuo nonno, e il pronipote fossero presenti alle sue esequie. Pretese la presenza della moglie di lui, in quanto riteneva ingiusto e vergognoso allontanare totalmente un uomo dalla sua terra e dalla sua famiglia o non condividere nemmeno degli eventi importanti…lei venne, suo malgrado. Piena di rabbia.
Noi riteniamo molto grave provare sentimenti di odio e rabbia mentre si aspetta una nuova nascita. Nessuno e niente, nelle Tre Valli, era contento di quel comportamento, ma non pareva esserci nulla da fare. Qui lo spazio ed il tempo sono diversi rispetto a là fuori, più elastici, se mi passi il termine…nascesti con qualche settimana di anticipo, a mezzogiorno del sette di agosto, con una magnifica Luna piena visibile perfino di giorno, ma quella donna non voleva che tu fossi legata in alcun modo con questa terra. Cominciò a piangere, strepitare e minacciare tuo padre, con scene che rasentavano la follia, minacciò perfino di gettarsi dal balcone con te (chissà perché questa mi era tremendamente familiare), fino a costringere tuo padre ad andare Oltrevalle, scendere in una città e fare denuncia della tua nascita come fosse avvenuta lì nel giorno stesso, pegno lasciarlo per sempre e di non fargli mai più vedere la bambina se non lo avesse fatto. Alla fine lui andò ad Annecy, dove avrebbero dovuto essere, secondo i loro progetti, e dichiarò la tua nascita nove giorni dopo la data corretta. E con la Luna decisamente calante” terminò con una smorfia di disappunto.
Sentii il mondo crollare intorno a me: avevo sempre vissuto in una menzogna. Su di me, sulla mia nascita, su…mia madre aveva perfino fatto fare il tema natale dalla sua amica, molti anni prima e trovava che mi calzasse a pennello.
Io ci vedevo un’estranea, ma lei diceva, con quella faccia divertita che ha quando vuol dimostrarmi che sono una nullità, che non mi riconoscevo perché non mi faceva comodo.
Invece…quella persona, non ero io. Non ero io!
Avevo vissuto la vita di qualcun altro, e non sapevo viverla perché non era la mia.
Non mi apparteneva nulla, nemmeno me stessa.
Mi girava la testa, le orecchie ronzavano come uno sciame di vespe impazzito.
“Per questo aveva paura di Greta. Sapeva che prima o poi avresti scoperto la verità” aggiunse mia cugina.
La bambina del tema natale non era dislessica. E lei sapeva che quella bambina non ero io. Papà lo sapeva, il nonno…anche il nonno! E probabilmente la mia zia mancata anni prima, quella bigotta che mi prendeva in giro perché straparlavo! Loro sapevano! Quante volte avevo sognato di essere qualcun’altra, avevo sognato una vita diversa, quante volte, al mattino, mi dicevo che quello era il sogno, un brutto sogno, ma che non dovevo preoccuparmi perché, a sera, sarei andata a dormire e mi sarei risvegliata nella mia vera vita…per anni, da quando potevo ricordare! Non ne avevo mai fatto cenno con nessuno, era il mio segreto che rendeva la mia vita sopportabile…lei non ero io! Il sogno era reale, e quello che chiamavano “vita” era il sogno…
Nel vuoto assoluto in cui ero precipitata, sentii sgorgare una rabbia indescrivibile.
“Non preoccuparti, Eva” disse la voce di Joelle: “Finalmente sei arrivata a casa”

Quello strano essere e io restammo seduti sulla roccia in silenzio per un bel pezzo. Joelle era scesa con Mirko, lasciandomi a metabolizzare quella storia mentre le ombre, un po’ alla volta, si allungavano e l’aria si faceva più pungente.
“D’accordo, diciamo che sono nata qui. Ma lei come fa a conoscerti? Che significa che ti odia e perché?” domandai alla fine, con il cuore che mi sbatacchiava contro l’ugola. Lo sentii irrigidirsi: “Io…sono quello che…il tuo tutore, protettore o…aspetta, voi umani dite ‘Fata Madrina’, giusto?”
Il cuore smise di sbatacchiare, anzi, smise di fare qualsiasi cosa. Io avevo un…una fata padrina? Io, giovane donna colta, di formazione rigorosamente scientifica per vocazione, abitante del pianeta Terra, 21° secolo…IO, proprio IO, avevo una FATA per padrino?!?
Ok, cosa devo fare per uscire dal sogno? Devo svegliarmi, devo svegliarmi, devo…oh, accidenti, ma vediamo come va avanti, no?
“Vedi” continuò lui spolverando energicamente la pelliccia “Noi viviamo accanto agli umani da millenni, ma in generale ognuno si fa i fatti propri. Molte persone, in tutte e tre le Valli, non vedono una Fata di alto Lignaggio più di un paio di volte nella vita, anzi! Per diversi secoli, per ragioni che ora sarebbe lungo spiegarti, molti di noi non sono stati qui. Solo Pòrtune, Driadi, qualche Ondina e le Creature chiamate “Selie”, a parte Gnomi, Folletti e robette simili e questo per molto tempo, un tempo lungo perfino per i nostri canoni.
Noi Fate Lupo, però, benché invisibili, almeno nella nostra forma, eravamo qui, con i nostri figli, a mantenere una promessa antica migliaia e migliaia di anni con i primi Valdombriani. A volte, capita che gli umani ci evochino e chiedano di proteggere qualcuno dei loro cuccioli, di diventarne tutori e, a questo punto, noi ne diventiamo “famigliari” a tutti gli effetti, anche se la nostra presenza può non essere visibile e questo più ancora se a chiederlo è un Anziano. Così, quando tua madre arrivò in Valle con la sua rabbia, la tua trisnonna mi fece chiamare e mi chiese di prenderti sotto la mia ala. Non fu un errore, ma mi trovai in una situazione orribile: non eri ancora nata e dovevi sopportare i suoi sentimenti di orrore, rabbia, ribrezzo, odio…questo, per noi, era inaccettabile. La notte in cui tuo padre partì ti portai via, al sicuro e ti affidai alla Lupa a capo del mio branco, su nell’Alta Valle. I suoi cuccioli erano nati più tardi del solito, aveva ancora parecchio latte e, con il mio aiuto, riuscì a produrre del colostro. Sei stata al sicuro con lei e il suo latte ti ha resa forte, ti ha resa Valdombriana, nonostante loro volessero sradicarti da qui. Ti ha resa una Figlia di Lupo e io ne ero molto orgoglioso.
Ma poi il Consiglio dei Saggi mi chiese di restituirti…mi opposi, mi infuriai, ma secondo loro non si poteva fare diversamente. Volevo crescerti come una piccola lupa, in questa Terra d’Ombra a cavallo dei mondi, ma alla fine dovetti cedere.
Ordinai a tuo nonno di proteggerti, ma anche lui era troppo succube di quella sua moglie forestiera e anche lui cercava di farti dimenticare la tua Magia, dicendo che questo ti avrebbe aiutato a vivere nel mondo Oltrevalle. Quando andavo a trovarlo era molto in imbarazzo, terrorizzato all’idea che sua moglie scoprisse la mia presenza. Apparivo nel suo studio e correva a chiudere la porta a chiave e cominciava a sudare…mi hanno detto che è morto l’anno scorso. Era ancora giovane, che è successo? La coscienza lo ha fatto ammalare?”
“Veramente il nonno aveva 94 anni, non era proprio giovane…la maggior parte della gente muore ben prima di quell’età!” farfugliai nella più totale confusione. “Veramente?!?” ribatté lui al colmo della meraviglia: “Dalle tue parti vivete davvero così poco? Dai, è pazzesco!”
Pazzesco?!? Dico, sei una fata, mi parli di apparire, sparire, ti trasformi in umano e lupo in uno schiocco di dita, dichiari di avermi infilata a pochi giorni nella tana di una lupa e dici A ME pazzesco?!?
“…gh…gh...”
“Oh, per tutti gli Dei! Lo stai facendo di nuovo, ti rendi conto?”
“Ah! E TU TI RENDI CONTO DELL’ASSURDITÀ DI QUESTA STORIA? CHE TUTTO QUELLO CHE DICI È ASSURDO, A CASA MIA?”
Lui sorrise: “È questa casa tua, Eva”

La sera era ormai scesa, e mi accompagnò sul sentiero dell’Hotel. Avevo un milione di domande, ma non sapevo da dove cominciare: ero stata allattata da una lupa? Per davvero? E i miei lo sapevano? Cosa era successo quando mi aveva rapita? E come avevano accolto il mio ritorno? Avevano pensato che non fossi più la stessa, magari vittima di una specie di “changeling”?
Io avevo una storia così incredibile, io che non ero riuscita a costruire mai niente di buono nella mia vita, laggiù! Io che ero un totale fallimento, io! Una piccola bambina-lupo!
Non so come riuscii a non rotolare dal sentiero almeno una dozzina di volte, visto che non avevo idea di cosa stessi facendo. Presumo che il mio…il mio padrino fatato mi abbia impedito di cadere, in qualche modo.
Arrivammo in vista del cancello sul retro che era ormai buio. Nella sera gli occhi di quell’essere risplendevano fluorescenti, obliqui, terribilmente lupini.
Ne vidi altri, qua e là, tra le rocce e i cespugli, pensose, immote e silenziose luci verde chiaro sospese nel nulla.
“È ora di cena” disse indicando le finestre illuminate delle sale ristorante: “Ti farà bene tornare tra i tuoi simili, Figlia di Lupo. E, mi raccomando, mangia eh, da brava!” scorsi lo scintillio di un sorriso sul viso appena rischiarato dai suoi stessi occhi. Per un istante guardai verso le finestre illuminate e rassicuranti, normali, familiari e quando mi voltai verso di lui, non vidi che una coda sparire tra le rocce."
(...continua link p.:8)

domenica 7 ottobre 2012

Anello: "Wish You Were Here"

Bene.
Finalmente è finito, per forza di cose. Insomma, il prezzo dell'Argento è praticamente triplicato, rispetto a pochi mesi fa e io, soprattutto per quanto riguarda la..."armatura", ho pensato di non esagerare, onde evitare un colpo apoplettico alla committente (e soprattutto a suo marito!).
Il risultato è stato che...non è proprio venuto come avrebbe dovuto!
In più avevo bisogno di un pezzetto d'Argento 0.7 in più, per bloccare in Granatini, ma non ce n'era più e ho dovuto usare lo 0.5, che, bontà sua, è moooooooorbido!
Insomma, una fatica!
Comunque, pur se le foto non gli rendono giustizia, eccolo:
Un po' più da vicino:
 
Mi sono sbizzarrita un po', cercando di cogliere gli scintillii della pietra e del Sole, ma inutilmente...Visione laterale:
 
Altro lato:
 
Indossato:
 
Più o meno di lato:
 
In conclusione: per l'armatura, 1.50m di Argento 0.7mm. Circa 4.5 m di filo 0.25mm, 1.35m di filo 0.5. L'Opale boulder era di proprietà della committente, 1 Granatino Grossularia di taglio vagamente Armsterdam e due Granati sempre Grossularia a taglio navette.
 
("Wish You Were Here", da album omonimo, Pink Floyd, 1975)

giovedì 4 ottobre 2012

Frammenti: Il Dono P.6

Non sono riuscita a finire l'anello, o meglio...io lo AVREI finito, se non si fosse spezzato l'Argento e non avessi dovuto disfare tutto il lavoro di ieri e rifarlo.
Buttando via un bel po' di Argento, tra l'altro...
Così, per non deludere le aspettative dei miei affezionati lettori (mah!), ho pensato di postare un pezzetto del racconto di Eva, che forse comincia a farsi interessante...povera Eva, ma dove è capitata!
Ecco qui:
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...Miki aveva corso tutto il giorno avanti e indietro, frenando con fondoschiena contro la balaustra da una parte, e ripartendo a razzo in direzione opposta, lanciando kiai terrificanti nel prendere lo slancio.
Le scintilline, comunque, non parevano infastidite, anzi, si divertivano un mondo a farlo giocare, dondolandosi davanti ai suoi occhi appese a strani fili lucidi di non so che origine, o lanciandogli palline.
Ora, finalmente, era crollato sul divano a pancia all’aria, la zia dormiva da un po’ e io, pur stanchissima, fissavo il buio incapace di addormentarmi.
Avevo scritto a Franco, ma evidentemente la vita notturna di Sharm el Sheik era decisamente più vivace di quella delle mie lussuosissime terme.
Il silenzio era profondo, rotto solo dal continuo sussurro del fiume e dall’occasionale stormire delle fronde.
Le lucine sembravano invece parecchio attive: da bambina avevo letto che il giorno appartiene all’uomo e la notte alle Fate, che la occupano danzando in cerchi nei boschi, festeggiando e cercando di fare scherzi a quei poveretti che si trovino a passare dalle loro parti.
Quelle, però, non parevano impegnate a danzare: volavano da un ramo all’altro, affaccendandosi attorno ai germogli, schizzando improvvisamente da una foglia ad un bocciolo o rimanendo sospese in qualche punto specifico.
Avrei voluto avere una lente per poterle osservare meglio, ma mi pareva invadente e, dopo aver negato la loro esistenza per tutto il giorno, anche poco etico.

Avevamo passato il pomeriggio tra acque calde e fredde, fanghi, bagni di fieno, massaggi e beveroni assurdi…una roba mai vista: acque strane, trasparenti-opalescenti e di color diversi, come fibre ottiche liquide, per rendere l’idea.
Le prendevano da delle botti dello stesso colore del contenuto e ti spedivano in un posto contrassegnato da un cartellino.
I posti erano per lo più angoli riservati del parco o sul costone alle spalle dell’albergo ed erano “arredati” a seconda delle necessità con fiori, cespugli o alberi diversi, sia come specie che come disposizione. C’erano anche delle strutture in pietra simili a Mandala molto semplici, dall’effetto ipnotico, che, a guardarli, facevano incrociare gli occhi. E si avevano sensazioni strane…quindi, io cercavo di guardarli solo fino ad un certo punto, poi, quando mi accorgevo che stavo per perdere il contatto con la mia preziosissima realtà newtoniana, facevo abilmente in modo di distrarmi. Avevo la fastidiosa sensazione che, intorno a me, gli alberi, le pietre e qualcosa di non ben definito, mi guardassero con notevole disappunto.
Una ragione in più per mantenere i piedi ben saldi per terra!
Nel parco c’erano un sacco di Scoiattoli, Daini, Uccelletti di ogni tipo, avevo visto un Tasso e, ovviamente, Cavalli, però tutti accompagnati.
Tutti gli animali mostravano curiosità o indifferenza, pareva che nessuno avesse paura degli umani, anche se, per quel che avevo visto, non si facevano toccare. Rimbambivo a guardare gli Scoiattoli correre su e giù per i tronchi, avvicinarsi, guardarmi con una incredibile faccetta da schiaffi, e poi svignarsela su tra i rami come folletti rossi, più veloci della luce!

Era passata la mezzanotte quando un bip mi comunicò che c’era una mail.
Franco sembrava al settimo cielo. Diceva di aver fatto immersioni nel Mar Rosso, di essersi trovato col naso a pochi centimetri da quello di uno squalo e di essere stato salvato da una signorina che aveva un gran bel pezzo di fratello.
Etero, che sfiga! Ciononostante si stava rifacendo gli occhi e si divertiva un mondo.
Lo squalo era simpatico, ma lui aveva adocchiato i due da un po’ e non gli era parso vero di avere una scusa per agganciarli.
I beveroni colorati lo affascinavano:

“Una sorta di cromoterapia liquida?”
“Non saprei, sembra qualcosa di più complesso, ma non si sbottonano più di tanto. Forse hanno  paura gli si rubi la ricetta”
“E come ti sei sentita?”
“…”
“daaaaiiii!!”
“strana”
“Ma tu sei strana! Dimmi qualcosa che non so!”
“Cretino!”
“UAHUAHUAH! Insomma, com’è la fauna locale?”
“Beh…sono tutti belli. Non ho visto una sola persona dall’aspetto sgradevole in tutto il giorno”
“Sei alle terme, bambina. È proibito avere un aspetto sgradevole!”
“No, Frà, non hai capito! Tutti, proprio tutti, sono belli. Aspetta, non belli come…come una massa di modelli superfighi, ma belli! E questo vale per tutti, giovani e anziani. Un po’come la zia, no? E’ carina, anche se ha i suoi annetti, non sfiorita o sciupata dall’età. Mi spiego?”
“uhmmmm”
“Sono belli come…come saremmo anche tutti noi se la natura non ci avesse pasticciati un po’, ecco!” scrissi citando Pennac.
“Figo!”
“Ah, e poi ho una cugina.”
“E ME LO DICI SOLO ADESSO?????????????????”
“Ah, ehm, ecco…non è proprio una cugina di primo grado, è tipo di, boh, terzo o quarto. Ma lei dice che non è importante, perché qui la gente non è mai lontana cugina. O è cugina o non lo è. Qui i cugini sono lontani solo se sono in Brasile o in Australia. Così dice”
“Foooorte!!! Com’è, com’è?”
“Lei…lei è…lei è davvero un gran pezzo di gnokka! Altro che pasticci!”
“WOW! Mica ha un fratello? Gnokko, possibilmente”
“Non credo, almeno non ne ha parlato, però so di un altro cugino. Comunque l’ho vista quando siamo arrivate e poi abbiamo pranzato insieme. Oggi eravamo solo la zia e io”
“Devi saperne di più, Eva! Tu non hai mai avuto parenti, non puoi perdere l’occasione di un’intera cugina! Pensa: due settimane fa eravamo solo tu e io, abbandonati ed incompresi nel cuore del mondo, e adesso hai una zia, una cugina e continui ad avere me! Non è fantastico?”

Lo era, in effetti, detto così.
Solo che io ero piuttosto frastornata da tutte quelle novità.
E, se devo essere sincera, il fatto che fuori dalla porta-finestra una ventina di lucine colorate a forma di donnine-omini bonsai stessero allegramente svolazzando…non aiutava.
Mi veniva quasi da essere comprensiva con mia madre e…Oddiiiiio, non le avevo telefonato!
E adesso era l’una e mezza! Crollai sul letto con un attacco di ansia e mi addormentai di botto.
Un attimo dopo fui svegliata da sette chili di pelo e vibrisse che mi zompavano sullo stomaco strillando selvaggiamente: “Michelangelo!! Sono le due, è presto non…” guardai l’ora: le sei e mezza. “Cavolo! Al solito!” brontolai e gli spezzettai quattro caramelline per gatti assortite.
Si era svegliata anche la zia e ci osservava divertita: “Dì, mica è già ora di alzarsi, vero?” domandai preoccupata: “No, anche se non avresti dovuto andare a dormire così tardi!” mi rimproverò: “È che Franco era in giro con dei nuovi amici e poi ci siamo messi a chiacchierare e poi c’è la differenza di fuso orario e…”
Il silenzio era profondo, eppure…Miki smise di masticare e rizzò le orecchie. Un istante dopo fui raggiunta da un suono inequivocabile,
Un lungo, profondo ed appassionato ululato. La zia ascoltava, assorta. Poi un altro, lontano, in risposta e qualche secondo dopo quello più vicino, cambiando tonalità.
Il cuore mi batteva all’impazzata, Michelangelo era tutto gonfio, occhioni sbarrati e orecchie appiattite sulla testa: “Non è niente, Scarafaggio, non preoccuparti, sei al sicuro!” gli sussurrai prendendolo in braccio.
Presumo che i Siberiani, in natura, come tutte le altre Creature, siano abituati a sentire la voce dei lupi e, semplicemente se ne stiano per gli affari loro, ma il micio in questione era nato all’interno della civiltà umana e la sua reazione, di fronte al grande predatore, era di panico.
Beh, di moderato panico.
Panico dignitoso.
“Su, Miki, tranquillo! Anche tu sei un predatore, non sei buono da mangiare…credo” “Avvertono di tenersi lontani dal territorio del Lago delle Ametiste. Il branco del Pian delle Masche risponde pericolo di valanghe sui costoni Est verso i Laghi Alti. Il branco della Serra dice che qui è sicuro, nessun pericolo, disgelo graduale, ma hanno sentito movimenti sospetti intorno al lago. Vanno a controllare,”
Mi voltai verso la zia, a bocca aperta: “Mi prendi in giro?!?” Lei mi guardò con occhi più sbarrati del gatto: “Ma ti pare?” chiese offesa.
Nella valle era tornato il profondo silenzio di prima, anche se iniziava ad albeggiare e qualcosa presto avrebbe iniziato a svegliarsi. “Tu sciamana figlia di Spirito Amarok?” nella penombra la zia aveva un’espressione indecifrabile: “Amarok è padre di tutti bravi selvaggi di tre valli!” rispose stando al gioco e dimostrando una inattesa conoscenza del mondo al di là della Serra. Un giorno, molto tempo dopo, avrei scoperto che i Valdombriani hanno un’approfondita conoscenza di quei popoli antichi, sciamanici, che oggi sono quasi più estinti dei panda.
Magari non aveva la più pallida idea di cosa fossero un semaforo e dei campanelli, però conosceva culture lontanissime. Conosceva i sintomi della dislessia, ma non aveva idea dell’esistenza di termini quali ‘celiachia’, o ‘allergie alimentari’. Usava, a proposito, parole come ‘Pleistocene’, ma non aveva mai sentito nominare i vigili.
Quando si dice le priorità!
Le ologrammine lanciasassi erano andate a nanna, evidentemente, perché non arrivavano più quelle lucine rosa e violette dalla terrazza e Miki, passato lo spavento, stava dignitosamente ripulendo il piattino dagli avanzi di pasticcio di trota.
Passai la giornata in uno stato di trance: transitai da un trattamento all’altro, mi toccò bere acque lisce, frizzanti (che pizzicavano il naso) e così così, passeggiai negli angoli segreti del parco seguendo strani disegni di pietra, sedetti con un libro in mano più di una volta. Quale, non lo ricordo…
…la zia sapeva la lingua dei lupi. O mi aveva presa in giro, oppure…

“Voglio imparare il lupese!” esclamai a cena. Joelle ci aveva raggiunte poco prima, in tutta la sua luminescenza. Pareva vagamente stanca, ma non avevo ancora capito che accidente di lavoro facesse.
Quel giorno non era alle terme, ma all’ospedale di Chiusa e non era né medico, né infermiera. Mah, prima o poi lo avrei scoperto. “Fai capire un po’? Adesso se così evoluta da accettare l’idea che i lupi parlino?”
La guardai malissimo: “Che parlino non c’è dubbio, sono gli umani che non li capiscono, almeno là fuori. Ma la zia parla la lingua dei lupi, o perlomeno la capisce e voglio farlo anch’io. Ecco!”
Sospirò: “Oh, con quella mentalità illuminista e retrograda!” sussurrò al piatto.
“Beh, la retrograda, qui, vuole parlare con i lupi, e non vede perché non dovrebbe farlo, se lo fate voi. Siamo o non siamo parenti?”
Non avevamo più parlato della mia mente razionale in lotta con l’esistenza di mini ologrammi lanciatori di sassolini assolutamente materiali, ma sapevo che il mio atteggiamento non le andava giù.
Io non ero come gli altri forestieri, o meglio non ero proprio forestiera e non potevo essere cieca, sorda e paralitica (e anche un po’ scema, diciamolo!) come, secondo lei, sono loro.
La verità è che avrebbe anche avuto ragione, se non avessi impiegato i trent’anni precedenti a tentare l’impossibile per essere come tutti gli altri, aggrappandomi con tutte le mie forze alla razionalità più bieca.
In quella un ululato vicinissimo mi fece sobbalzare, terrorizzando alcuni ospiti forestieri. Joelle sospirò: “Il branco è appena fuori dai giardini. Stanno andando verso il fiume, c’è un passaggio proprio dietro l’Hotel, ad un centinaio di metri dal cancello. Se vuoi possiamo cercare di vederli, finché c’è luce”
Afferrai la giacca e le lanciai la sua. Sospirò di nuovo, alzando gli occhi al cielo e si alzò riluttante, gettando uno sguardo malinconico allo sformato di cavolfiori con la fonduta che si avvicinava.
Sceso il sole, l’aria era decisamente più fredda: calcolai che non dovessero esserci più di cinque o sei gradi. Joelle mi fece strada verso un cancello secondario, che portava fuori dal parco, a pochi metri dal sentiero di passo: “Oggi era giorno di caccia, ma non hanno dato alcun segnale su come sia andata. I casi sono due, o pensano di proseguire stanotte, oppure è successo qualcosa di imprevisto”
Eravamo ad aprile, ci eravamo lasciati alle spalle l’Equinozio e le giornate si erano allungate abbastanza da rendere quell’ora della sera carica di pathos, ma benché il cielo fosse un trionfo di luce, sulla terra eravamo già piuttosto al buio e non speravo di riuscire a vedere più di qualche ombra. In ogni caso ero elettrizzata.
Joelle mi portò su una gobbetta che sovrastava l’ingresso posteriore e guardava verso i boschi che digradavano alle spalle di Terme.
Poco più avanti, su un sentiero laterale, diverse figure scivolavano silenziose, l’una nelle impronte dell’altra.
Mi si fermò il battito: idiota! Non solo non hai di nuovo telefonato alla mamma, ma non hai preso la macchina fotografica!
Ah, giusto, non l’avevo presa perché sarebbe stato difficile far credere a qualcuno che quel posto in mezzo a montagne innevate fosse Sharm el Sheik…
Joelle mi fece cenno di fare silenzio, poi scese con passo leggero fino all’ingresso, restando a pochi passi dal cancello.
Otto paia di occhi di un verde dorato fosforescente si volsero verso di noi, interrogativi.
Le ombre si fermarono, una si staccò dalla fila e si avvicinò a mia cugina. Io avevo la mandibola praticamente a pochi centimetri dal suolo e gli occhi strabuzzati in fuori.
Ora che ci penso, ero anche in apnea da un bel po’.
Joelle si accosciò di fronte al grande lupo dagli occhi luminosi, quasi con umiltà e l’altro si abbassò leggermente. Pareva un rituale di rispetto e riconoscimento reciproco.
Gli altri se ne stavano ad una certa distanza, in attesa nel buio che infittiva, solo gli occhi, quei fari verde oro sospesi nell’aria, li distinguevano dalle rocce, tanto erano immobili.
Per tutte le puzzole tracagnotte, non ero mai stata così vicino a dei lupi! Liberi!!!
Finalmente ripresi a respirare, forse troppo rumorosamente perché i lupi diedero segno di inquietudine, uno si alzò perfino in piedi guardando nella mia direzione.
Sapevo che poteva vedermi, anche se per un umano sarei stata invisibile e temetti di aver fatto qualche casino…il capobranco emise una specie di leggero uggiolio e mia cugina si voltò facendo segno di avvicinarmi.
Pochi istanti dopo ero accovacciata a due metri da un lupo favoloso e lo guardavo, di nuovo, a bocca aperta, occhi sbarrati e in apnea.
Il capobranco emise una specie di sbuffo, scuotendo la testa: “Dice che sarebbe meglio se respirassi” tradusse Joelle: “Eh?”
“Prendi fiato, emetti fiato, prendi fiato, emetti fiato, hai presente? Quella cosa lì!”
“El …l…lo ha detto lui?”
“Si. Ti trova molto buffa” cercai di ricompormi, raddrizzai la schiena, mi sistemai i capelli, manco avessi dovuto far colpo su uno della mia specie. Per un attimo ebbi la visione di sette lupi che si rotolavano dalle risate.
Il capobranco mi studiò per qualche istante, ipnotico. Mi ronzavano le orecchie.
Improvvisamente mi assalì un ricordo molto diverso.

Anni prima, in Montagna con degli amici, ero stata attratta da qualcosa di strano che si muoveva in un ginepraio. Come attratta da una calamita mi ero avvicinata e, nascosta nel mezzo dei cespugli, avevo visto una ragazza accovacciata nel tentativo di nascondersi.
Vestiva una specie di casacca grigio marrone, dei calzoni dall’aspetto primitivo e aveva una sorta di pelle di lupo gettata sulle spalle. Aprii la bocca per dire qualcosa e lei mi guardò. Non dimenticherò mai quegli occhi: obliqui, giallo fluorescente, pieni di disperazione.
Come feci per parlare, scomparve e, dove lei era un istante prima, scorsi un lupo assassinato. Era stato ferito e poi finito a bastonate. Un centinaio di metri più in là trovammo i resti del radiocollare distrutto.
Poco dopo ci raggiunsero due auto della Forestale e della Guardia di Finanza, stilarono verbali, cercarono qualche segno tra le rocce e sui sentieri…avevo detto ai miei amici della ragazza, ma non ce n’era traccia e il mio racconto sembrava così incredibile che decidemmo di non dire nulla.
Cominciai a pensare di essermela sognata. I miei amici, a parte Franco, ne erano convinti.
Tornai i giorni seguenti, con binocolo e molta pazienza, cercai un posto dove avrebbe potuto nascondersi, cercai delle tracce, inutilmente.
Diverse volte ebbi la sensazione che qualcuno mi seguisse, ma non c’era mai nessuno. Non vidi, non sentii, non riuscii a fotografare o sorprendere alcunché nemmeno guardandomi le spalle con uno specchio.
Sognai la ragazza e il Lupo ucciso per anni e a volte mi succede ancora.

Ora, nella notte incipiente, mi trovavo con una cugina di cui mai avrei sospettato l’esistenza in una valle pressoché inaccessibile, a due metri da un capobranco dalle dimensioni ragguardevoli, vivo, vegeto e in ottima salute, che mi studiava con attenzione scientifica.
Mi sentivo un batterio di qualche strana specie.
“..co…come è andata la caccia?” balbettai, tentando di fare conversazione. Il Lupo socchiuse gli occhi, emise un rumore basso, sommesso, un po’ stiracchiato.
“Non male. Hanno acchiappato un paio di bracconieri che tentavano l’ingresso nella Valle”
Ridacchiai, ma Joelle era serissima.
Osservava il Lupo attentamente, facendo movimenti con gli occhi e la testa, quasi impercettibili, che indicavano che loro stavano parlando.
“Oh, al diavolo!” esclamò.
Cioè? Mica che per davvero avevano preso dei bracconieri, no?
“Tentano sempre di entrare in Valdombra! Da quando si sono create vie d’accesso, questo posto è sempre più in pericolo!” sibilò.
Io guardavo ora l’una, ora l’altro.
Il Lupo guaì debolmente, sbuffò e scosse la testa verso terra, puntando le zampe: “Capito. domani dovrò fare gli straordinari” borbottò lei.
Il Capobranco si voltò verso di me, fissando gli occhi nei miei: “Devi incontrare qualcuno” disse mia cugina. “Chi?” chiesi sorpresa: “Qualcuno che non…che vuole conoscerti” avevo la sensazione che mi nascondesse qualcosa: “Chi? Perché?”
Joelle scrollò le spalle, pareva nervosa: “E io che ne so!”
La notte si faceva più scura e gli occhi più inquietanti, luci verde ambrato sospese nel buio. Strane, consapevoli luci. Espressive. Divertite.
Mi sentivo molto idiota.
“..qu…qui…quindi?” balbettai alla fine: “Domani un’ora prima del tramonto, alla Sorgente della Croce. Non fare quella faccia, c’è una roccia con una vena di quarzite a croce.”
“Tu vieni con me, si?”
Joelle mi guardò nel buio, rassegnata: “Non credo di avere scelta.”
Mi voltai verso il branco, ma non c’era nessuno, nemmeno un lupacchiotto piccolo piccolo. Sembravano svaniti nel nulla, tanto che pensai di essermeli sognati.
“Torniamo, è ora del dessert” disse laconica la mia luminescente cugina. La seguii incespicando, continuando a cercare i Lupi, completamente rimbecillita.
Davvero, ma mica me li ero sognati?

“Zia?” Era notte fonda e io non riuscivo a prendere sonno. Era stato un sogno? Avevo veramente incontrato dei lupi? E la faccenda dei bracconieri? Che intendeva Joelle con la storia degli straordinari?
“Mhhhhhh?” brontolò il buio
“Ma è normale che i lupi diano la caccia ai bracconieri?”
“No. In genere non ci sono bracconieri, in giro. Però se ce ne sono, i ragazzi azzannano loro il fondoschiena, si.”
“Ma…vuoi dire che li attaccano? A degli umani?”
La zia si puntellò su un gomito: “Eva, i lupi non attaccano l’uomo per motivi…politici, ecco. Non è che non ne siano capaci. Ora, da queste parti, i fuorilegge vengono ricercati e chi li trova li acchiappa. Se li trova un camoscio se la svigna, poi cerca di dare l’allarme, se li trova un Lupo…cavoli loro! Quelli di stasera li hanno lasciati in un fosso, legati. Appena fa luce, la polizia andrà a prenderli”
ECCO! E ALLORA!!!
“ZIA???????? Posso accettare tutto, ma proprio tutto, ma che i lupi possano legare dei bracconieri…no, è troppo!!!!”
“Mica sono stati loro!”
“Ah, e chi, allora?”
“Una delle loro Fate, ovvio!”
Mi venne da piangere.
“Santo cielo, Eva! Non dirmi che non hai mai visto una Fata Lupo!”
“OVVIAMENTE NO!” sbraitai…e poi compresi che non era vero.
Io l’avevo vista una Fata Lupo…altroché, se l’avevo vista!
(...continua link p.:7)