Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

sabato 23 aprile 2011

Frammenti di Valdombra...Diana e gli Origami delle Fate_ P.2

Dopo cena cercai su internet notizie di questa Vaymallez, ma non trovai un bel niente. Ovviamente avrei potuto aver digitato sbagliato, non ero sicura di ricordare giusto, ma…forse si era inventata tutto. Sperai solo che l’indomani non tornasse a restituire la roba, dicendo di essere stata ubriaca la sera prima. E che, soprattutto, non rivolesse i soldi indietro.
Non riuscii a dormire.
L’indomani il sole splendeva sulla neve caduta tutta la notte.
Malù volle giocare nel cortiletto a fare i balzi nella neve fresca e dovetti ripescarla e asciugarla ben bene. La gente spalava davanti ai portoni, le auto giravano con le catene che grattavano sull’asfalto delle strade principali e a mezzogiorno, quando arrivai al mercato, il mio banco era sommerso da strati geologici di roba bianca e gelida.
Sonia, suo fratello e io, giocammo a palle di neve finché le mani ce lo permisero, alcuni venditori costruirono pupazzi ornamentali qua e là per il mercatino e finalmente fummo pronti per il lavoro. Il sabato era perfino meglio della domenica, perché la gente, in genere, non era a sciare.
Chiesi in giro se qualcuno avesse mai sentito un nome come Vaymallez, ma nessuno dei miei colleghi sembrava riconoscerlo, né, a quanto pareva, il nome somigliava a qualcos’altro.
La sera prima, tra una cosa e l’altra, avevo chiesto a Vanessa se lo avesse mai sentito e lei se lo era segnato, se avesse trovato qualcosa mi avrebbe informata. E io ero sempre più convinta che si trattasse di uno scherzo. Pazienza. L’extraterrestre mi era comunque tornata utile e, poiché quel giorno la gente pareva allegra, azzardai un aumento dei prezzi secondo il suo suggerimento.
Vendetti dodici palle, tre mobiles e cinque paia di orecchini. Ero ricca, e niente debiti. Insomma, sarei stata felice se avessi guadagnato tutta quella roba entro il diciotto, altro che!
Intanto lavoravo agli orsi, tentando e ritentando diversi modelli, ma con risultati non proprio soddisfacenti.
La domenica, nonostante le stazioni sciistiche aperte, ci fu pienone.
Mi rubarono tre coppie di orecchini, vendetti gli ultimi due mobiles con le gru ad una coppia con due bimbi, un altro bambino ruppe due palle natalizie per “vedere com’erano fatte dentro”, si arrabbiò quando i genitori lo rimproverarono, e poi si arrabbiò perché la Fatina era “finta”.
Comunque i genitori mi pagarono il danno. Probabilmente ero troppo nervosa per riuscire a lavorare, per cui fui contenta, alla sera, di aver racimolato comunque qualcosa.

Venne il lunedì. Tornai al call center con pochissima voglia di litigare con la gente al telefono, ma lieta di lavorare al chiuso per tre ore.
Al mercato, come prevedibile, fu piuttosto morta, il che ci lasciò la libertà di socializzare tra noi espositori.
Al banco di Edo venne suo nonno, che fece una bella grolla per tutti noi, così il nipote ne approfittò per domandargli se avesse mai sentito un posto di nome Vaymallez.
Lui si grattò la testa, ripetendo quel nome. Non disse niente, ma vedevo che continuava a pensarci. Prima di andarsene venne da me: “Sai…se c’è una specie di castello, una torre o qualcosa del genere?” mi chiese. Non ne avevo proprio idea. La ragazza extraterrestre non mi aveva detto niente, a parte la questione del mercato. Lui scosse la testa: “Perché la chiami extraterrestre?” domandò sospettoso. Gli spiegai come era fatta e di quegli occhi stranissimi: “Doveva avere delle lenti a contatto per apprendisti ipnotisti” scherzai. Lui sembrò turbato: “Potrebbe essere…” disse allontanandosi: “Che cosa?” gli gridai dietro. Lui si voltò a guardarmi per un lungo istante: “Valdombra” disse soltanto e se ne andò.
Verso le sei riprese a nevicare forte.
Scoprii che il faretto era anche un’ottima fonte di calore, anche se mi batteva sulla testa.
L’extraterrestre non si era vista, come avevo immaginato, e cercai di allontanare la delusione impegnandomi sull’orso.
Mentre me ne stavo con il naso ad un centimetro dal modello, mi trovai un grosso tartufo nero e bagnato ad un centimetro dal mio. Si, dal mio naso, ovviamente. Guardai oltre il tartufo e mi trovai a fissare due occhi blu zaffiro pieni di entusiastica aspettativa: “Ma che meraviglia!” esclamai.
È noto che i cani, tutti i cani, hanno la capacità di capire parole come “Bellissimo, Meraviglia e Adorabile” in qualunque lingua, viva o morta che sia. Ed è ancor più noto di come abbiano sempre la certezza matematica che simili parole non possano che essere indirizzate a loro. Il proprietario del tartufo e degli occhioni blu prese a scodinzolare entusiasta, con un sorriso canino che gli arrivava alle orecchie argentate, agitando pericolosamente non solo la coda, ma tutta la parte posteriore, quasi abbattendo il banco accanto al mio.
Aveva più o meno la forma di un malemute, ma delle dimensioni di un maremmano.
Va bene, ho esagerato, non proprio un maremmano, un maremmano non del tutto cresciuto, ecco.
Indossava un collare microscopico, di fettuccia, che sarebbe andato bene per un coniglietto d’angora non troppo sveglio, attaccato al quale c’era un guinzaglio altrettanto ridicolo.
Alla fine del guinzaglio, l’extraterrestre mi osservava divertita: “Gli piaci” dichiarò. Beh, ne ero lieta; i dentini che spuntavano dal sorriso non erano affatto rassicuranti.
“Ma di che razza è?” “È un pastore Valdombriano. Lupoide, grande, ma leggero nella corsa e sulla neve. Comunque non ama il traino, per quello abbiamo normali spitz”
Pastore Valdombriano? Mi balenò in mente l’immagine del nonno di Edo, che si voltava a guardarmi con una sorta di timore: “Valdombra”…quindi aveva ragione. Ma che significava? Era un bene o…
“È tuo?” chiesi accarezzandogli la testa argentata attraversata da un motivo scuro: “Non proprio. Siamo di sua proprietà e tutti insieme apparteniamo al gatto. Comunque, a grandi linee, è mio, si. Regalo per i miei sedici anni” una leccata a tradimento mi lavò metà della faccia.
“Ne voglio almeno tre!” esclamai ridendo.
 Accanto alla ragazza c’era un uomo. Le somigliava, ma era troppo giovane per essere suo padre; probabilmente era un cugino, o qualcosa di simile. Aveva un lungo involto dall’aspetto legnoso: “Sono Mauro, il papà di Justine” disse tendendomi la mano. Non dimostrava più di trentacinque anni, per la miseria! O dalle sue parti si riproducevano all’asilo, oppure…Appoggiò l’involto accanto al banco: “Ti abbiamo portato l’insegna. La piccola e i suoi amici si sono sbizzarriti, spero ti piaccia” disse semplicemente.
C’erano due pali di sostegno con dei fermi alla base e delle cagne più o meno a metà per ancorarlo al banco, e poi l’insegna vera e propria, una lunga asse sagomata con dipinta la scritta “Gli Origami delle Fate” in caratteri grandi e colorati, che delle fatine usavano come altalena o su cui si arrampicavano.
A sinistra c’erano fiocchi di neve, stalattiti di ghiaccio, con fate che pattinavano o avevano abiti invernali, in alto era un tripudio di fiori, api e fatine rosa, gialle e verde chiaro, a destra c’erano foglie verde intenso, fascine di grano e rododendri, e fate che danzavano con spighe e frutti tra le mani, mentre il basso era tutto colori rossi, marroni e ocra con fate che danzavano con grappoli d’uva, si lanciavano nocciole e castagne. Degli gnomi brindavano. Era fantastica!
“Ma…come ha fatto a fare tutto in due giorni?” chiesi estatica: “Oh, beh…si è fatta aiutare da un paio di amici. L’insegna invece è stata tagliata e incisa a fuoco da mio genero…cioè, dal mio futuro genero” disse il papà extraterrestre.
Mi aiutarono a montarla e tutti si fermarono a guardarla applaudendo: “Adesso voglio vedere quella gallina isterica del comune!” strillò Sonia trionfante.
Gli extraterrestri si guardarono, complici: “Allora, vieni al nostro mercato?” disse la ragazza. Come potevo rifiutare? Certo, c’era ancora il problema mamma, ma…l’uomo osservava soddisfatto l’opera appena montata: “Faremo così” pianificò: “Io verrò a prendere l’insegna e tutto il materiale che puoi darmi il sedici sera…pensi che ti creeranno problemi se starai senza per due giorni? Tina dice che volevano metterti in un angolo…” non mi importava: se dovevo partire per un mercato così promettente, un paio di giorni nello stanzino delle scope non mi avrebbero uccisa. “Bene” continuò: “Allora, il diciannove mi dici a che ora posso passare a prendere te, tua mamma e il gatto e si parte” sorrise e mi diede un bigliettino “Commissario Capo del Corpo Forestale dello Stato Mauro Pernel Montreux ecc…”
cavolo! Un ufficiale del Corpo Forestale! Ero in buone mani, e mamma non avrebbe avuto da obiettare.

Il sedici dicembre la mia vita era decisamente diversa da due settimane prima. Il banchetto era ancora minuscolo, ma ora avevo una splendida insegna, due faretti laterali, una tovaglia beige di feltro leggero su cui spiccavano ordinatamente le coppie di orecchini, i ciondoli, da usare anche come orecchini singoli, le palle natalizie e diversi splendidi mobiles.
Avevo anche cominciato a produrre degli ornamenti per capelli, con cautela, perché cappucci, cappelli e sciarpe avrebbero potuto rovinarli.
Novità: avevo anche una piccolissima stufa elettrica e non prendevo più la corrente da Edo, ma avevo un cavo tutto mio.
La gallina isterica del comune mi guardava con ferocia ogni volta che passava, ma non poteva dire niente e avevo perfino preso una ragazzina che mi desse una mano per i pacchetti e perché mi aiutasse a tenere d’occhio il banco: ero stata derubata un altro paio di volte e non sapevo nemmeno come ci fossero riusciti. Essere in due serviva.
Non ero più andata al call center al mattino: la sera, dopo cena, lavoravo fino a tardi al materiale per la Valdombra e continuavo, dove possibile, anche al mercatino.
Avevo scoperto alcune cose: sentirsi poveri non aiuta. La gente sembra fuggire e se decide di comprare, lo fa per pietà, ergo, è disposta a pagare non più di un paio di euro, perfino se dai loro perle rare. Se spari una cifra superiore, ti guardano scandalizzati e se ne vanno.
Se invece ti senti forte, se pensi: “Non ti va? Allora smamma, baby, e lascia il posto a chi ne capisce!”, la gente ti ammira. E non solo compra, ma compra più volentieri se hai prezzi più alti.
Avevo anche scoperto che, se la gente ti vede lavorare, si sente partecipe e vuole proprio quella cosa lì che stai facendo. Ovviamente questo non è possibile, perché io devo vetrificare gli oggetti e poi devono essere lasciati asciugare, a parte le sfere che, una volta chiuse e decorate, essendo in vero vetro, devo fare a casa, con il cannello.
Comunque, c’era sia chi era disposto a tornare il giorno dopo pur di avere proprio quella cosa lì, e c’era chi, visto come si svolgeva il lavoro, si buttava su altri pezzi finiti con entusiasmo.
Volevo vendere poco. Insomma, se avessi venduto troppo, mi sarei trovata con meno roba per il mercato importante e infatti, manco a dirlo, pareva che questo attirasse i clienti come il miele! Vendevo una ventina di pezzi al giorno e la sera mi dovevo rimettere al lavoro fino a tarda notte.
Però ero diventata ricca, almeno secondo i miei canoni. Era una sensazione cui non ero abituata.
Mia mamma aveva accettato il viaggio, anche se avevo dovuto minacciarla: se lei non fosse venuta, io non sarei certo andata via proprio durante le feste e ci saremmo perse un’occasione irripetibile!
Il sedici dicembre trascorse veloce,
Erano le sei quando cominciò a nevicare fitto. Fu come un segnale: guardai la neve cadere copiosa e quando abbassai lo sguardo, lui era lì, come si fosse materializzato dalla neve stessa. Aveva gli occhi della figlia, capelli castani con una strana ciocca bianca, come se qualcuno gli avesse passato sui capelli quattro dita sporche di calce ed era un gran bel pezzo di Commissario!

Mi aiutò a smontare l’insegna e caricò due casse di materiale pronto: “Sei ancora migliorata” disse osservando gli oggetti sul banco. Aveva ragione, probabilmente era l’obiettivo del mercato a caricarmi.
Mi sorrise: “Sai che da noi i cellulari non prendono?” mi informò vedendo il mio cellulare d’annata. “Con nessun gestore?” lui scosse la testa: “Nemmeno satellitari” rispose: “In generale gli aggeggi elettronici hanno qualche difficoltà. I computer li usiamo solo negli uffici della Forestale, di polizia, scuole superiori e all’ospedale del capoluogo. Comunque, nella piazza dove si terrà il mercato, c’è un telefono pubblico, apposta per i turisti” lo fissai inebetita: ma io non avrei abitato in una pensione? Lì ci sarebbe stato un telefono, no?
No.
Bene.
Gli chiesi come comunicavano in genere. Il Commissario Capo parve riflettere un momento: “Oh, beh…via gufo, naturalmente”.
Prese l’insegna e sparì tra i fiocchi. Volevo fargli ancora qualche domanda e lo rincorsi, ma sembrava davvero sparito, anche se avrebbe dovuto essere appena due passi avanti a me.
Edo aveva seguito la scena nervoso.
Appena congedai la mia aiutante, si avvicinò e si appoggiò al banco: “Ti ho tenuto due pagnotte, una bianca e una di segale” esordì. Non era lì per il pane: “Allora…ci vai?” mi strinsi nelle spalle: “Come posso perdere un’occasione simile?” lui fece una smorfia: “Non potrai nemmeno gridare aiuto, se succede qualcosa…” azzardò. Lo guardai perplessa: “Cioè?” lui si ficcò le mani nelle tasche con rabbia: “Non so, non so, Diana! Mio nonno mi ha detto qualcosa…insomma, questa Valdombra, io credevo fosse una leggenda, sai…” deglutii. Un brivido mi percorse la schiena: “Continua…” lui prese ad andare avanti e indietro davanti al banco, come avesse voluto macinare chilometri: “Ecco…è una leggenda. Una valle che sarebbe rimasta nascosta per migliaia di anni e dove solo alcune persone, se si perdono in montagna, riescono ad arrivare. La leggenda dice che è ricca di metalli e pietre preziose, di acque termali e sorgenti curative, fertile come non si può immaginare e…insomma, pare che i romani l’abbiano cercata per secoli. Come…come l’El Dorado, hai presente? Ma nessuno l’ha mai trovata. In giro per le montagne c’è ci giura di averla vista, e chi dice di esserci stato e che le vacche sono il doppio del normale, la gente vive duecento anni e parla con gli animali”
“Ma allora…ammesso che sia tutto vero, che problema ci sarebbe?” chiesi sollevata: “Sono strani, Diana! Succedono cose strane, laggiù. Il tempo, il tempo scorre diversamente, e…e poi c’è e non c’è, come se non fosse sempre nello stesso posto e…loro…loro sono governati dai lupi. E…e da…altro” disse chiudendosi in un mutismo ostile. “Altro?”
Edo scrollò le spalle: “Sarà che siamo una manica di imbecilli, là in Val d‘Aosta, noialtri!” “Altro che? Parla, malefico Valdostano dalla testa dura!” lui mi guardò in tralice: “…fate…” disse così sottovoce che non mi riuscì quasi di capire.
Lo fissai per un pezzo, con gli occhi a cartone animato. Poi scoppiai a ridere: “Oh, per questo mi hanno chiamata, allora! Si vede che delle loro non ne avevano basta!”
“Piantala di prendere in giro!” riattaccò il mio collega: “Là succede roba strana, sai! Se cerchi di passare dai colli, ti viene giù una cornice, o il vento ti porta via! La gente è strana e si dice che, una volta che si è stati là, non si sia più gli stessi. Si dà di matto, capisci? E poi…e poi un sacco di gente non ritorna. Sparisce, non se ne sa più niente, così, -PUF!- E poi…li hai visti in faccia? Ti sembrano normali, quelli lì, con quegli occhi? E il tizio? Prima si è voltato e -PUF!- è sparito! Tu l’hai visto andare via? No! si è voltato e non c’era più! Dammi retta, non c’è da fidarsi! Stai lontana da quel posto e da quella gente!” Edo sbaraccò il banco senza più una parola e se ne andò nella luce aranciata dei lampioni.
Portato il mio scatolone nella casetta di Sonia, restai a fissare i fiocchi che scendevano svolazzando e rincorrendosi…come le parole di Edo si ricorrevano nella mia mente, alternate all’incontro con il papà extraterrestre. Pericolosa? Questa valle…mitica? Cioè, in pratica, io ero stata contattata da gente che si riteneva leggendaria, che veniva da una valle che i romani avevano cercato invano per secoli, di cui non si sapeva niente…e IO, ragazzi, proprio IO, stavo per andarci?
Mi mordicchiai il labbro. Insomma, la mia vita, fino a dieci giorni prima, era un disastro. A vent’otto anni già non avevo più sogni e cercavo di “tirare avanti” come potevo. Niente laurea, niente fidanzati, lavoro barzelletta, paga da barboni, prospettive zero…che avevo da perdere? Non pensavo che i Valdombricoli fossero cannibali…e, almeno quelli che avevo visto, erano belli da spavento! Justine era forse antipatica, ma in modo simpatico…insomma…alla fine era giusta, mi si perdoni il gioco di parole. E la mia insegna era uno schianto.
Io il cellulare l’avrei portato, che prendesse o meno e poi…insomma, se non fossi tornata, Sonia sarebbe venuta a cercarmi. Forse lei e Edo avrebbero organizzato una spedizione di salvataggio e…ah, già…i romani non erano riusciti a trovare la valle in diversi secoli.
Ma il signor Commissario Capo era della Forestale, non poteva essere cattivo, almeno non kattivo, kattivo!
E poi…gente che, pur vivendo fuori dal mondo, conosce Harry Potter, proprio tremenda non può essere, no?
Miseriaccia!
Ma io ci volevo andare, ci volevo proprio andare!
                                                                   (continua link p.:3)

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