Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

martedì 27 gennaio 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 14

(Link capitoli precedenti: p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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Mi svegliai come da un sogno troppo vivido: eravamo parcheggiate…ok, insomma, diciamo che la macchina era ferma, ecco, in una piazzola a lato della statale presumo da un po’, perché il sole che picchiava sul vetro del parabrezza mi stava cuocendo.
“Che ne diresti di entrare in paese e cercare un posticino comodo vicino alla mostra?” buttò lì Marabel che, nonostante il passato desertico, detestava il caldo.
Restai ancora a fissarla ebete con la mandibola comodamente appoggiata sulle ginocchia, poi mi ripresi e misi in moto.

Che rimanga un segreto: non ho la più pallida idea di come fossimo arrivate in quella piazzola, né di come e quando avessi fermato la macchina.
Poco dopo parcheggiai in un viale di tigli, proprio davanti ad una trattoria tipica.
Alzai gli occhi sospettosa verso le chiome lussureggianti, pensando che avrei trovato la mia povera macchinina coperta di infiorescenze e brattee cadute, forse appiccicosa di moscerini golosi, poi spensi il motore e afferrai la borsa: il posto era ombroso, profumato di quell’intensa fragranza gentile che solo i tigli possono emanare e decisi che non mi interessava poi troppo un suicidio di massa di moscerini, anche se mi sarebbe poi toccato liberarmi dei cadaveri.

La trattoria era raccolta, silenziosa, a mezzogiorno appena passato gli avventori erano ancora pochi.
Trovammo un tavolo in un angolino appartato e ci concentrammo sul menù.
“Che cosa successe con quella ragazzina?” domandai mentre la cameriera apparecchiava.
Lei si strinse nelle spalle: “Era andata a trovare il fratello adottivo, grazie ad un paio di guardie corrotte dalla parente, ricordi? La stessa che l’aveva fatta entrare nel gruppo delle officianti durante le cerimonie. Costoro l’avevano aiutata a scappare e poi le avevano indicato la finestrella e spiegato come entrare non vista.
Sai, la sua parente doveva essere una persona influente e ricca, visto che corrompeva guardie e sacerdoti con tanta leggerezza.

Riapparve poco dopo.
Sua Maestà era ancora immobile, là dov’era quando lei era entrata, solo i suoi occhi dorati risplendevano nel buio.
La lasciò uscire, attese che i passi si allontanassero e poi si avviò verso la cella.
Io sentii lacrime bollenti scendermi lungo le guance, ancora ardente dal desiderio di ucciderla, ma restai nella nicchia, il pugnale sguainato, in attesa che lui tornasse, per proteggerlo.
Più tardi scivolò oltre le mura delle carceri avviandosi verso il palazzo reale e io mi ritirai solo quando lo vidi entrare nei giardini della reggia.

Non accadde niente altro, quella notte, e nei giorni seguenti la ragazzetta venne catturata dai soldati cui era riuscita a scappare, che la ricondussero al confino.
Anni dopo il fratello la rincontrò durante un viaggio, ma finse di non riconoscerla. Non so altro.
Quello che so, è che lei era orribile, dentro e fuori, mentre Sua Maestà fu commovente nella sua delicatezza e umiltà, ma lei non solo non comprese il valore del suo gesto, ma continuò ad odiarlo e disprezzarlo se possibile più di prima.

È questo che ti dicevo, l’altro giorno: ci sono cuori malvagi, così profondamente corrotti e marci da non comprendere, non vedere, non percepire la grandezza dei puri e deriderla e disprezzarla…non sai quanta rabbia provavo verso quella miserabile!
Non la provai mai per assassini o traditori, ma la provai per lei.
Finì, per quel che sappiamo, sola e rinnegata: tutti le voltarono le spalle, inorriditi dalla sua bruttezza d’animo, ma lei continuò sempre ad accusare e maledire il Faraone, raccontando come tutte le sue disgrazie fossero colpa sua!”

Marabel aveva ragione…pur non essendone testimone, benché io non appartenessi a quel tempo o a quel luogo, non potevo non rendermi conto della grandezza di quel ragazzino che era, a quattordici anni, più o meno l’equivalente di un moderno Presidente degli Stati Uniti e del Dalai Lama messi assieme e anch’io ero profondamente toccata dal suo gesto.
D’accordo, era nelle carceri in incognito, ma ero certa che si fosse reso perfettamente conto della presenza di Is e che, in ogni caso, non avrebbe avuto nessun problema né a far imprigionare e punire una piccola sovversiva, per di più sfuggita dal confino, né a permettere alla sua Sacerdotessa di pugnalarla. Avrebbe potuto trovare una scusa qualsiasi e chiamare le guardie.
Nessuno avrebbe osato fare domande, nessuno l’avrebbe pianta.

Poteva, semplicemente, passare e andare per la sua strada, senza curarsi di lei
e se lei, per esempio, fosse corsa in strada gridando che il Faraone era nelle prigioni di notte…
Beh, la gente avrebbe riso, pensando ad una pazza, oppure si sarebbe risposta che, se davvero Egli era là, doveva avere le sue buone ragioni.
Inoltre, correre ad avvisare qualcuno, avrebbe significato rivelare se stessa e questa non sarebbe stata una buona idea...
In ogni caso, sappiamo che non avrebbe avuto il tempo di fare un bel niente, perché Is l’avrebbe sgozzata prima, naturalmente.

Era impossibile non essere colpiti da quel ragazzo leggendario, del quale nessuna leggenda riusciva a comprendere la  vera essenza, ancora una volta ero infinitamente affascinata dalla passione con cui Is/Marabel lo proteggeva e lo amava e ancora di più ero toccata dalla passione e dalla dolcezza del Faraone, dal suo, a sua volta, proteggere lei, così ribelle, volitiva, fiera e disobbediente, dalla sua pazienza amorevole, dal suo sapere in anticipo come lei, alla fine, avrebbe fatto di testa sua, trasgredendo ai suoi ordini e di come lo accettasse divertito,  certamente commosso, trovando il modo di arginarne l’imprudenza.
Doveva sentirsi profondamente avvolto da quella protezione, colmato da quel sentimento totale che lei gli comunicava costantemente.
Era fiera, Iset.
Era forte, guerriera, potente.
Eppure viveva di lui e per lui, votata al suo Faraone come ad un ideale, tanto da essergli ancora, oltre tremila anni dopo, devota come allora.

Ci portarono una teglia di antipasti e cominciammo a spiluccare: “Doveva essere dura…” riflettei “Intrighi di palazzo, cospirazioni, cumuli di strane morti, ma soprattutto questo modo di rapportarsi della gente. Però, se il tizio, il prigioniero, si appartava con la fidanzata in un capanno, dubito si guardassero negli occhi, nel cui caso la viperetta non avrebbe avuto granché da scimmiottare la ragazza da farla piangere, no? Quindi, doveva esserci qualcosa di succoso da scimmiottare. Deduco che fossero abbastanza liberi, costoro”
Marabel rise: “Beh…per certi versi possiamo dire così. Le cose andavano diversamente che nei secoli successivi, si.
Le divinità egizie erano più…gioiose di quelle delle tre grandi religioni che presero il dominio sull’Eurasia in seguito e determinati valori avevano confini più sfumati rispetto a dopo.”
“Ma erano fedeli?” domandai, pensando agli affollatissimi harem dei faraoni, a parte uno: “Se si amavano si.” Rispose facendo le spallucce.
“Ma…lui…fu sempre fedele a sua sorella…” iniziai esistante.
“Dici?”
“Beh, ssi…si sa…cioè…”
“Si sa…” fu l’unico commento.

Io speravo non lo fosse stato, a dire il vero…speravo che in qualche modo la storia tra Is e il Faraone si fosse concretizzata, ad un certo punto.
D’altra parte, secondo la datazione di Marabel, mancavano ancora sei anni alla sua morte e sperai che, prima o poi, accadesse qualcosa.
“Sai” dissi “Quando ero piccola dicevano fosse morto intorno ai vent’anni, poi hanno cominciato a dire diciannove e ora diciotto…tra un po’ abbasseranno la data a quella di nascita.
Però, man mano che diminuisce l’età, aumenta la bruttezza. Ora dicono avesse anche i denti in fuori”
Marabel scoppiò a ridere, quasi strozzandosi con il bagnetto verde: “Cosa?!?”
“Si, non lo sapevi? Nuove rivelazioni da una tac a scansione millimetrica ecc. Orrido, denti in fuori, faccia ebete, fianchi larghi e piede storto…il ritratto di un troll, praticamente.”
Lei strinse gli occhi, feroce: “Dove diavolo vogliono arrivare?”
“Non saprei”
Spostò il piatto con rabbia, gettandovi dentro un pezzetto di pane integrale: “Non è la prima volta che mi scontro, ci scontriamo con simili idiozie! Non sai quanti litigi ebbe mio padre in Egitto!” si voltò verso di me: “Non aveva il piede storto e nemmeno i denti in fuori” spiegò: “Se guardi le mummie hanno i denti rovinati, corrosi, oppure appaiono in avanti e spesso scoperti.
È una cosa dovuta ai millenni e ai processi di mummificazione. Lui aveva i denti forti, ma non in fuori, affatto. Anzi, la gente considerava molto affascinante il suo sorriso, proprio perché i denti erano bianchissimi e, si, piuttosto grandi, ma regolari. E comunque, l’aspetto della dentatura è noto da quando è stato scoperto il sarcofago, e la ricostruzione, se vogliamo scorretta, ma più che dignitosa, del National Geographic, è stata fatta con la massima accuratezza, per quanto possibile.
Non vedo la ragione di inventarsi ulteriori stupidaggini, se non per ridicolizzarlo agli occhi della gente.
Il piede non era storto, non per nascita, anche se negli ultimi tempi camminava sull’esterno, per non appoggiare la parte malata. Certo, aveva preso una brutta postura, ma una volta ricomposto non dovrebbe notarsi, al massimo la tac potrebbe aver evidenziato una qualche anomalia posturale. Quanto ai fianchi, come ti ho detto erano più larghi del normale in un uomo, ma non tanto da saltare agli occhi, anzi, di fronte quasi non si notava, mentre se lo osservavi da dietro, aveva un fondoschiena un po’ più…femmineo, ecco. In ogni caso, l'aspetto dei suoi fianchi non è mai stato nascosto: al Cairo c'è una sua statua  funeraria che lo rappresenta più o meno sedicenne e mostra chiaramente l'aspetto dei fianchi e il pancino...morbido” concluse sorridendo con tenerezza.
Non avevo dubbi che avesse ragione, anche se non capivo perché volerlo ridicolizzare ora.
A chi giovava questo comportamento?

“Chi ha costruito le piramidi?” sbottai cambiando improvvisamente discorso, sull’onda di un pensiero da fanatica complottista.
Lei reclinò la testa studiandomi: “Non Khufu, né Khafra, né Menkaure” disse lentamente.
“Sapevo che l’unica iscrizione sull’autore della Grande Piramide è molto sospetta, con grossi errori di grafia, ma che fu ritenuta autentica per ragioni di comodo…però mi sfugge il comodo. A che pro convalidare una cosa palesemente falsa per comodità? Comodità di chi?”
Marabel si passò le dita tra i capelli: “Per cominciare ai finanziatori, che hanno bisogno di risultati concreti di cui fregiarsi. Entrare nella Grande Piramide si rivelò, sul momento, un’operazione fallimentare: niente tesori, niente mummie, niente di niente, il vuoto! Il resto è una cosa un po’ complicata…molto complicata. E non si può spiegare così su due piedi”
“Provaci!”
Prese un respiro, rassegnata: “Bene. Vediamo: la ragione più semplice è legata al concetto biblico, almeno per quel che riguarda i paesi eurasiatici.
Già di per sé l’esistenza di gentaglia come paleontologi e geologi è piuttosto seccante, visto che impongono di anticipare di milioni di anni la vita e la specie umana: non dimentichiamo che Lucy è datata circa 3 milioni e mezzo di anni fa e che in seguito furono scoperti reperti più antichi, anche se di appena centocinquantamila anni circa.
Un nulla, apparentemente, ma molto più di tutta la storia conosciuta messa assieme. L’uomo, secondo le conoscenze odierne, inizia a lasciare segni tangibili della sua presenza, con incisioni rupestri e dipinti nelle grotte, intorno a 35000 anni fa.
Prima di allora, il nulla: un lungo, infinito susseguirsi di giorni uguali.
Poi la storia inizia, faticosamente, finché arriviamo ai primi insediamenti urbani, alle prime civiltà, un passettino alla volta.
Secondo le Sacre Scritture, però, almeno quelle bibliche, comuni alle tre religioni che tanto si odiano, la storia dovrebbe essere molto, molto più recente, sai, Adamo, e…Eva...
Così la mente si trova in conflitto e cerca di limitare i danni.
Va bene la paleontologia, se proprio non possiamo negarla, ma almeno la storia lasciatecela com’è, che cavolo! Non si possono contraddire le Scritture, così alla leggera! Troviamo un accordo non troppo rivoluzionario, no?
Quindi, neghiamo tutto ciò che da troppo fastidio.

La seconda ragione, per quanto riguarda l’Egitto, è politica.
Alle autorità egiziane non è gradita l’attribuzione dei loro più preziosi reperti ad un tempo molto più antico, ritengono che sia un voler usurpare la loro memoria. Voglio dire, se questa cosa non l’ha fatta quel faraone lì, allora chi? Un’altra civiltà precedente? Intendi forse dire che NOI non siamo abbastanza bravi?!?
Ovviamente è un’idiozia, perché, in ogni caso, gli antichi egizi erano etnicamente diversi da oggi, dal momento che la popolazione locale odierna è araba per la massima parte, mentre gli antichi erano diversi: in alcuni periodi la popolazione egizia appare molto simile a quella nubiana, in altri ha tratti più europei o eurasiatici, arii.
Il ceppo arabo è decisamente successivo, quindi in non è chiaro il motivo di tanta acredine, ma così è.

Il terzo motivo…beh, è il più delicato e pericoloso: abbiamo detto che l’umanità inizia ad involv…pardòn, evolvere apparentemente 35000 anni fa? Bene. Un passettino alla volta? Bene.
Noi ci troviamo di fronte a monumenti che devono, per forza, appartenere a quegli ultimi cinquemila anni di storia di cui ci sia cronaca e  cronologia lineare e già questo porta dei seccanti problemi, dal momento che Khufu, nel duemila cinquecento avanti Cristo, era così bravo da costruire roba che oggi, con una tecnologia per lui inimmaginabile, noi non sapremmo fare.
Come saprai, più o meno un anno si e l’altro anche, qualcuno spunta dal nulla strillando di aver scoperto come furono costruite le piramidi e, puntualmente, il primo matematico dilettante o ingegnere fresco di laurea, smonta la teoria in meno di due minuti.
Seccante, nevvero?
Bene, prova ad immaginare di spostare all’indietro di, vediamo, sei, settemila anni almeno, queste costruzioni.
È terribile! Significherebbe che l’umanità, tipo, chessò, diecimila, forse dodicimila anni fa, era in grado di fare cose del genere?
Cioè, la storia non va in salita?!? Ci sono civiltà incredibilmente evolute che sarebbero scomparse per lasciare il posto a pastori illetterati che a malapena sapevano fare capannucce di fango? No, una situazione di questo tipo è inaccettabile, almeno per gran parte della gente. È spaventosa. La storia, il progresso, devono forzatamente andare solo e sempre in una direzione!
Questo contrasta con il più banale buon senso, guardandosi attorno, ma è il punto fondamentale: quello che è scritto sui libri di storia è, deve essere, immutabile, certo, rassicurante.
Non si può accettare l’idea di una strada diversa, di un andamento sinusoide che destabilizzerebbe l’ordine e la disciplina delle certezze.

E questo è solo l’inizio. I libri di storia sono un cumulo di menzogne, mia cara, una cronaca raffazzonata e infarcita di sciocchezze per tenere le menti in dormienza. I bravi bambini studiano e raccontano quello che c’è scritto lì, non fanno domande indiscrete, non cercano altre strade o conoscenze alternative.
Osserva: i testi più antichi, i Veda, i grandi racconti mitici, narrano storie allegoriche che, ad occhi preparati, dicono determinate cose, mentre agli occhi dei popoli raccontano solo favole su una creazione comprensibile, a loro misura, con Dei grandi e grossi che si fanno guerre o banchettano a seconda del capitolo. Questo è rassicurante, dà un senso di solidità e certezza alla gente, un punto di riferimento e chiare linee di condotta: “Non fare questo, non mangiare quest’altro, digiuna una volta la settimana e lavati dietro le orecchie” ordini divini, niente discussioni.
I moderni libri di storia sono uguali, solo più miseri e meno divertenti, buoni  semplicemente come specchietto per le allodole.
Tutto deve essere ordinato, privo di misteri il più possibile e, dove ce ne siano, dovranno essere spiegati con razionalità e precisione, portando tutti ad una compiaciuta soddisfazione, perfettamente mediocre e possibilmente bacchettona.
Poniti domande scottanti e sarai derisa, presa per stupida, tacciata di cialtroneria o trattata da visionaria.
Quindi…le piramidi di Giza sono assolutamente state edificate come tombe per la vanità di qualche faraone megalomane. Punto.”

“Però questo non spiega ciò che non torna…”
“Oh, no, no, no, non c’è niente che non torni! Non ricordi quando eri bambina a scuola? Quando le maestre consegnavano i compiti in classe con in fondo il risultato dei problemi e delle operazioni dicendo: ‘Mi raccomando, non fatelo venire apposta!’”
Scoppiai a ridere: a quanto pare le cose vanno allo stesso modo da sempre: “Cioè, io voglio che il risultato sia quello e lo faccio venire ad arte?”
“Una cosa del genere, si, solo più complessa, con spiegazioni apparentemente del tutto plausibili, se sei abbastanza stolido da cascarci”
“Ma, naturalmente, se non lo sei abbastanza…” continuai: “ti rendi conto che le spiegazioni sono del tutto parziali e non tengono conto di una serie di fattori. Si, mi ci sono imbattuta spesso…mi fa una rrrabbia!!!”
Marabel sorrise: “Non andare in giro a fare troppe domande, baby, se non vuoi che ti succedano strani incidenti!”

“E dopo? Perché il Faraone voleva incontrare quell’uomo?” domandai, tornando al nostro racconto quasi a malincuore, per quanto mi dicessi che, per misteri e menzogne, avremmo avuto tempo a volontà, in futuro.
“Oh, ecco, Sua Maestà decise di farlo trasferire dapprima in un posto sicuro, poi, imbastendo una storia abbastanza credibile, di rilasciarlo, così che potesse entrare in contatto con gli altri affiliati e scoprire quanto possibile.
Il tizio, tra le altre cose, sapeva scrivere piuttosto correttamente non solo in ieratico, ma, seppure limitatamente, anche in geroglifico, così Sua Maestà decise di fargli continuare gli studi e di farne uno scriba commerciale.
Rimase nascosto in una piccola comunità di pescatori sulla costa per un po’, credo qualche mese, poi venne rispedito a Men Nefer, dimagrito e con qualche livido, dove fu pronto a raccontare la sua storia fittizia e rientrare nella corporazione come infiltrato.
Non parlai mai con Sua Maestà di quella notte, né dell’incontro con la ragazzina, né lui vi fece cenno, tuttavia sono certa sapesse perfettamente che ero là.

Dopo le piene tornammo verso Waset.
Di solito, durante i due viaggi stagionali lungo il Fiume, il Faraone si fermava per un breve tempo ad AkhetAton, o a quel che ne restava.
Per lo più lo faceva per far contenta la Sposa Reale, che si sentiva veramente a suo agio solo nella sua vecchia casa, nonostante i palazzi spogli e in parte smantellati, i giardini semi abbandonati e le strade vuote fossero un tutto molto malinconico.
Per Sua Maestà, invece, quel silenzio e quell’improvvisa austerità, erano rilassanti. Usava quei giorni per osservare, riflettere e riposare.
A volte si recava nel tempietto di Aton dedicato a Kiya e non voleva essere disturbato, ma mi chiedeva di raggiungerlo. Là, a volte, mi chiedeva: “Resterai sempre con me, anche quando sarò grande?” e io rispondevo: “Si, se tu lo vorrai”
“Io lo voglio!”
“Allora rimarrò con te per sempre” rispondevo ed in questo modo rinnovavamo la nostra promessa di tanti anni prima.

Anche quella volta ci fermammo.
Eravamo una cinquantina di persone in tutto tra guardie, ancelle, servitori, cuochi, qualche segretario di Sua Maestà, un paio di medici e due o tre sacerdoti, oltre a me e ad un paio di novizie.
Gli altri proseguirono per Waset e con essi anche il Gran Visir, sicuramente lieto di potersi occupare personalmente del regno, lasciando quel mistico giovane sovrano al suo rifugio di meditazione.
Un paio di giorni dopo trovai un frammento di papiro sotto il cofanetto del trucco: Sua Maestà mi pregava di raggiungerlo prima del tramonto.
Arrivai che il sole già iniziava a calare riflettendosi nell’acqua, così che il Fiume pareva fuoco.
Lo trovai seduto sulla riva, quasi nell’identico posto dove giocherellava con un rametto il giorno dell’assassinio di sua madre.
Non so a cosa pensasse, ma fissava l’acqua assorto, distante come la luna.
Mi fermai alle sue spalle e lui mi prese le mani, si appoggiò con la schiena alle mie gambe, chiudendo gli occhi: “Devi curarmi, Is” disse dopo un po’: “Ho la febbre” ridacchiai: “No, non hai la febbre! Sei caldo perché sei stato al sole!” lo canzonai: “D’accordo, ma io ho la febbre!” insistette: “E se non ce l’ho, mi verrà presto. Quindi, devi curarmi!”
Lo guardai e mi accorsi che aveva gli occhi lucidi e arrossati: se non la febbre, il mal di testa certo gli sarebbe venuto presto.
Lo presi per mano e lo condussi all’interno del tempietto, nella stanza dove c’erano i pagliericci usati da Ekhnaton e Kiya.
Si distese e io gli posai pezze bagnate di acqua fredda sulla fronte, rimproverandolo per le molte ore sotto il sole cocente: “Sei qui per riposarti, perché sei stato tutto il giorno sotto il sole senza alcuna protezione?”
“Oh, avevo il nemes! Stiamo smantellando le tombe” rispose neutro.
“Le tombe? Per quale ragione?”
“Mia sorella desidera che i genitori e le sorelle siano trasferiti nei siti reali. La città è quasi del tutto abbandonata, ormai non ci sono che un centinaio di persone, alcune anziane, altre che se ne andranno presto e lei pensa che qui si sentano abbandonati…Come se i morti stessero davvero dentro le tombe!”
Sentii una stilettata gelida percorrermi la schiena: “Non…non è così?”
Lui si tolse la pezzuola ormai calda e me la porse: “No, lo sai che non è così. Mia sorella lo pensa e io la lascio fare, ma non lo permetto a te, Figlia di Aset! Non fare discorsi da pretucolo attento solo a portarsi i suoi beni nella tomba e ad averla più lussuosa del vicino, ti prego!”
“Lo sai che non dovresti tu fare discorsi eretici, non è vero?” lo rimproverai. “Non dovrei, se non fossi chi sono. Ma io sono io e, per quanto debba essere prudente, non posso aver paura della verità che è mio dovere rivelare, al momento opportuno.” Sorrise: “Deluderei profondamente i cospiratori, altrimenti” mi tese le mani e io mi sedetti accanto a lui: “Resterai con me, Is?” chiese in un sussurro, il viso sulla mia spalla: “Certo che resterò con te, mio Dolce Bambino delle Meraviglie” risposi. “Resterai con me per sempre, anche quando sarò grande?”
“Si, se tu lo vorrai”
“Io lo voglio!”
“Allora resterò sempre con te” dissi sfiorandogli la fronte con le labbra.
Si scostò per guardarmi in viso, lo sguardo intenso, profondo: “Sono un egoista, un incosciente…” disse a se stesso: “Dovrei mandarti lontano, avrei dovuto mandarti via anni fa, dove nemmeno si parli del Faraone! Avrei dovuto ordinarti di andartene e vivere la tua vita, sposarti, avere figli, dimenticarmi, ma io ho voluto tenerti con me, voglio averti con me! Sono un mostro!”
“Ma io ti avrei disobbedito, NebKheperuRa”
“Se te lo avessi ordinato, non avresti potuto fare diversamente”
“Io ti avrei disobbedito, anche se fosse stato un ordine. Mi sarei nascosta, travestita da sguattera, o sarei stata un mendicante all’angolo della strada, ma non ti avrei lasciato!”

Mi sfiorò il viso con due dita, lentamente. Il suo tocco bruciava. Discese fino alle mie labbra, al collo: “Quale meraviglia deve essere amare per puro amore soltanto e non per dovere o ragion di Stato” sussurrò, quasi tra sé.
Le sue dita scivolarono dal collo sulla spalla, si insinuarono sotto la tunica e la fecero scivolare via lentamente, mentre il palmo mi premeva appena per spingermi giù, sul pagliericcio: “Tu che mi disobbedisci sempre…” sussurrò, le labbra quasi contro le mie: “Solo quando è necessario” protestai, il cuore che batteva all’impazzata: “Io non sarei che vuoto, un triste vuoto senza fine senza di te” disse ancora più piano.
Sentii la morbida, calda pienezza delle sue labbra sulle mie, profumate di mirra e miele, sentii il loro umido tepore aprire la mia bocca, i suoi denti, per un attimo, tintinnarono contro i miei e sorrise nel mio sorriso.
Scivolò tra le mie labbra e tutto scomparve, il tempio, il deserto, il mondo…non esisteva che un noi sospeso in uno spazio infinito, di un buio strano, lucente di invisibili stelle e il suo cuore batteva nel mio, la sua Anima si scioglieva in me in quel bacio.
Più di una volta tentò di allontanarsi, riluttante, più di una volta non ce la fece e riprese a baciarmi con più intensità.
Volevo che non finisse mai, che non si fermasse, che andasse avanti, ma non lo fece.
Un po’ alla volta le sue labbra si allontanarono, si posarono dolci sul mio viso, si puntellò sul pagliericcio nello sforzo che pareva sovrumano di staccarsi da me, poi posò il viso sul mio seno, ascoltando il mio respiro, respirandomi e io lo tenni stretto, assaporando la sua presenza.
Sentivo, a tratti, le ciglia sfiorarmi la pelle, nel muoversi delle palpebre, finché, molto più tardi, si arrestarono e il suo respiro si fece più lento e profondo.
Non sapevo se essere felice, disperata o entrambi, ma me lo tenevo stretto, desiderando di essere una cosa con lui, di sciogliermi nel suo sangue e nel suo corpo, per non dovermene separare mai più, per l’eternità.”


(...continua  p.: 15)

domenica 25 gennaio 2015

Cuoricini Rame e Perle

Buonasera

Tempo fa ho presentato un collier in Argento formato da diversi cuoricini mobili, cui avevo aggiunto dei piccoli granati.
Piacciono, i cuoricini piacciono.
Così ho ripetuto l'esperienza con tre cuoricini mobili, questa volta in Rame e piccole Perle.
La catena è particolare, in Rame massiccio, cosa che PARE facile, ma non è: in giro si trovano, infatti, tonnellate di Rame argentato, ergo si suppone che, se le catene argentate sono in Rame...le catene in Rame saranno in Rame, no?
No.
Sono in una specie di ferraccio bagnato in Rame.
Il motivo non mi è del tutto chiaro, ma quelle che ho sono in Rame vero.
Se dovete comprarne, fate attenzione, assicuratevi che non si sciupino nel giro di poco tempo.

Intanto, ecco il cuoricini:


Non avevo un collo da farmi prestare, al momento, così accontentatevi di quello finto...

martedì 20 gennaio 2015

Qualche orecchino in Madreperla, Granati e Rame

Avevo un po' di anelli di Madreperla che ogni tanto mi capitavano in mano e non sapevo cosa farci, così, un bel giorno, mi sono stufata e mi ci sono impegnata un po'...
Il Risultato è più o meno questo, anche se ne mancano ancora un paio...di paia.
Ho usato i Granati perché con la Madreperla, come dicono, "è la morte loro".
Che ne pensate?
Primo:
 Secondo:
 Terzo:
 Foto di gruppo:
Sappiate che un paio, quelli con i cinque Granatini più uno in alto, sono già scappati

lunedì 12 gennaio 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p: 13

(Link capitoli precedenti: p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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Il giorno dopo era quello scelto per la gita alla mostra di pittura.
Lavorai fino a notte fonda per preparare i minerali per Sainte Marie: mancavano ancora dieci giorni alla partenza, ma non volevo trovarmi all’ultimo momento e tantomeno perdermi la storia di Marabel.
Dovendo portare Grigno e Micky da zia Greta per poi  tornare a riprenderli al ritorno, sarei stata via una settimana buona, quindi, per quanto desiderassi che Marabel ci raggiungesse (meglio ancora se fosse partita con noi), volevo assolutamente che finisse il racconto entro la mia partenza: non mi andava di interromperlo, anche se, purtroppo, un’infarinatura su come andarono a finire le cose, ce l’avevo fin troppo chiara in mente.

Arrivare dove aveva luogo la mostra, richiedeva un’oretta buona di macchina, così decidemmo di partire verso le undici, pranzare nei pressi della sede, trovare un buon parcheggio all’ombra e prendercela comoda.

La giornata era limpida, non eccessivamente calda, l’aria profumata della vegetazione in pieno rigoglio, la strada sgombra, a parte qualche TIR che superavamo senza problemi.
Marabel indossava un completo terra di Siena e un top di maglina di diversi colori che, per qualche motivo, mi faceva pensare all’ultima parte del suo racconto, quando descriveva il suo abbigliamento come Alta Sacerdotessa nel giorno del tentativo di “attentato”.
Cercavo di immaginarla come doveva essere a quel tempo, ma ero disturbata da immagini di donne e regine egizie cinematografiche, così che non riuscivo a farmi un’idea affidabile e realistica.
“Nei film gli egizi sono sempre vestiti di bianco…” buttai lì mentre superavo una coppia di nonnini su una vecchia Renault4, che doveva essere più o meno della stessa epoca delle piramidi.
“È vero, ancora oggi nei paesi arabi molti vestono colori chiari, ma gli egizi amavano i colori e sapevano tingere le stoffe molto bene, non avevano motivo di vestire di solo di bianco”
“Ma non ho mai sentito che le sacerdotesse indossassero abiti rossi o addirittura neri! Non me la vedo una sacerdotessa egizia in abiti neri, sai?”
Lei rise: “Immagino che per l’idea comune sull’antico Egitto, una sacerdotessa in nero possa essere un po’ difficile da immaginare.
A dire il vero l’abito più comune era turchese o bianco con un mantello, ma salendo di grado, si poteva indossare la veste rossa. Il nero era raro, si usava per indicare un ruolo sacerdotale piuttosto pesante, guerriero.
La stessa città di Tebe, che oggi è nota per il grande tempio di Amun, restaurato proprio dal Fanciullo dopo il periodo amarniano, portava il nome di Waset e Aset in abiti guerrieri era il simbolo della città.
Aset era creatrice distruttrice, e “la Nera” era la sua forma distruttrice, la versione egizia di Khali-Durga.
Uma benevola, Mahalakshmi benevola e portatrice di ricchezza in tutte le sue forme, Khali, sposa di Shiva danzante, la distruttrice.
Come vedi, c’è una fonte comune…in seguito, molto in seguito, comparve la Madonna in abito bianco e mantello azzurro, ma nel culto mariano rimasero anche diverse Madonne nere, solitamente in abito rossi o di molti colori, ritenute le più potenti dai devoti.
Aset dal manto multicolore è colei che conduce oltre l’illusione, oltre il gioco della coscienza, alla verità e all’essenza delle cose.

Nel momento in cui mi scontrai per la prima volta con minacce reali, fisiche e non solo teoriche, al Faraone, mi trasformai nella guerriera protettrice del Signore dei Due Regni e  continuai a dare la caccia ai cospiratori, inesorabile.
Non scoprimmo mai, a dire il vero, l’identità della mente che li guidava. Astutamente, i membri sapevano poco l’uno dell’altro: erano divisi in cellule di pochi individui che non erano al corrente di tutto ciò che riguardava le altre cellule. I contatti erano tenuti attraverso messaggi recapitati da ragazzini ignari, reclutati tra il popolo, cui veniva offerta una qualche mancia perché semplicemente recapitassero qualcosa ad uno o all’altro.
Ne interrogammo parecchi, ma essi non furono mai in grado di descrivere coloro che li avevano “ingaggiati”.
Ciononostante, le indagini diedero frutti e molti di quegli esseri abietti finirono a marcire nelle carceri. Ci fu un momento in cui pensammo di averli sgominati definitivamente, ma così non era.
In quel periodo la gente non mi guardava più con desiderio e ammirazione, ma con timore reverenziale, inchinandosi tremante al mio passaggio. Indossavo tuniche nere, gioielli in ossidiana e giaietto e gli occhi erano bistrati di un nero lucido e spesso, che mi dava, assieme all’acconciatura, un aspetto credo davvero minaccioso.”

Marabel si interruppe ridendo: “È strano l’animo umano…quel tipo di abbigliamento e di trucco avrebbe dovuto rendermi in qualche modo repellente, invece pareva che gli uomini mi trovassero ancor più desiderabile…e questo mi procurò un piccolo guaio. Oh, beh, forse sarebbe successo comunque…”
“Quale guaio?!?” domandai uscendo dall’autostrada senza mettere la freccia per la sorpresa.
Marabel mi guardò di sbieco, sorniona: “Oh, lo scoprirai a tempo debito…” non so perché, per un attimo il suo sorriso mi ricordò terribilmente quel gran figlio di una lupa del mio madrino: “Ah, ok, ok, allora vai avanti, siamo quasi arrivate!”
Mi sbirciò come un gatto potrebbe sbirciare un topolino di campagna all’ora della merenda e riprese il racconto:
“Sua Maestà aveva ordinato che il figlio adottivo dei cospiratori fosse tenuto in una cella da solo, lontano dal resto della famiglia, per qualche suo misterioso motivo.
Mi disse che aveva intenzione di interrogarlo segretamente di persona: se c’era una mente a guidare le azioni di quegli esaltati, era naturale che dovesse trattarsi di qualcuno gerarchicamente in alto, tanto abile da celare i propri pensieri reconditi perfino agli occhi dorati e veggenti di Sua Maestà.
Sospirai: per quanto il giovane Re si mostrasse diligente nel riaprire e riportare al loro antico splendore i templi, per quanto si occupasse del regno e cercasse in ogni modo di comportarsi rettamente, secondo le aspettative del popolo e dei ministri, anche i più reazionari, non era, come loro avevano dato per scontato, una docile marionetta nelle loro mani, né si lasciava manipolare o modellare da alcuno.
Doveva scendere a compromessi, doveva barcamenarsi tra i bisogni degli uni e degli altri, ma li dominava dall’alto dei suoi pochi, fragili anni, senza timore, né tentennamenti.
Era pericoloso, lo diventava ogni giorno di più. Se fosse diventato adulto, se fosse stato più forte, se avesse avuto la salute per cui il popolo pregava, sarebbe stato ingovernabile.
Odiavo quella vita, quel doversi guardare le spalle ad ogni istante, ma temo che nelle corti di ogni tempo e paese le cose non siano andate molto diversamente: gli uomini bramosi pullulano a fianco dei potenti, anelando al potere ben più dei loro signori e tessono trame di veleni nell’ombra sicura del trono dietro cui si nascondono, ben lieti che il suo peso non gravi sulle loro spalle, in ogni secolo e in ogni direzione lo sguardo si volga.
Non importa quanto giusto e retto sia il sovrano, le serpi gli cresceranno comunque in seno, a meno che riesca, chissà come, a circondarsi di santi…ma se da qualche parte è mai accaduto, beh, non era quello il caso.

Così, per quanto fosse accorto nello scegliere coloro cui affidare incarichi importanti o più quotidiani e per quanto avesse cura di rendere ogni onore ai meriti di ognuno, erano davvero pochi coloro di cui Sua Maestà si fidasse fino in fondo e questo nonostante le sue capacità di leggere dentro le persone.

Controvoglia mi recai alle carceri, una sera tardi, con solo una guardia fidata ad accompagnarmi, così da incontrare il giovane e prendere accordi prima della visita del Faraone.
Mi pareva folle: aveva intenzione di andare da solo, nascosto solo da un mantello da popolano, due notti dopo, per poter parlare con lui in assoluto riserbo.
Avrei dovuto far si che non ci fossero occhi indiscreti a vederlo, né di criminali, né di soldati, guardiani o altri.
C’era un lungo corridoio laterale, poco usato, che percorreva il grande edificio lungo la strada che conduceva ad una piazza prossima al palazzo reale, in cui, trovando aperta una porticina incustodita, avrebbe potuto infilarsi e raggiungere la cella del cospiratore, la cui porta avrebbe dovuto essere accostata, si che gli fosse sufficiente spingerla per entrare. Il prigioniero aveva una caviglia legata ad una lunga catena, e non avrebbe potuto comunque fuggire.
Non mi piaceva, non dopo quello che era appena successo!
Ero certa che dovesse esserci un altro modo o che dovesse essere accompagnato almeno da due guardie fidate, persone della cui fedeltà fosse certo, ma lui fu irremovibile: una persona sola poteva diventare invisibile e lui ne aveva la capacità.
Poteva scivolare nell’ombra non visto, non udito, poteva, all’occorrenza, celarsi alla coscienza di chi, sfortunatamente, lo avesse sorpreso.

Il prigioniero, quella notte, fu esterrefatto nel vedermi  colpito nel vedermi indossare le vesti nere.
Dovetti sembrargli minacciosa e di questo fui compiaciuta, ma per tutto il tempo del nostro colloquio non smise di squadrarmi con interesse e curiosità: “Devi essere davvero devota al Faraone, Signora” mi disse quando mi voltai per andarmene.
Lo fissai interrogativa: “Dubito sia tua abitudine vestire gli abiti della Punitrice” spiegò: “…o mi sbaglio?”
Socchiusi gli occhi: “Se mai ci incontreremo in futuro, questi saranno i soli abiti con cui mi vedrai” sibilai e uscii senza un saluto.

Non mi fidavo di quell’uomo.
Ammetto fosse di aspetto piacevole, aveva un sorriso affascinante e modi garbati, sebbene un po’ bruschi, dovuti in parte alla sua vita di carpentiere ed in parte ad una sorta di imbarazzo suscitatogli dalla mia figura.
In ogni caso, raccontò di essere stato adottato da quella famiglia all’età di circa cinque anni, quando il suo vero padre, amico del cospiratore, era morto in seguito ad una caduta da un palazzo di Men Nefer, su cui stavano lavorando.
La madre era piuttosto cagionevole e aveva altri cinque figli, così il carpentiere si era offerto di adottare il più piccolo.
Dell’altra sua famiglia ricordava poco, ma, per quanto i genitori adottivi lo avessero sempre trattato bene, non si era mai sentito veramente parte di loro.
Aveva scoperto solo due anni dopo il suo arrivo la loro appartenenza a quel gruppo sovversivo e ne era rimasto affascinato: nella sua fantasia di bambino, il faraone eretico era un orribile mostro zannuto dalle molte teste, che volava di notte lungo il corso del Fiume divorando i raccolti, il pesce e gli uccelli con le bocche fameliche e, se capitava, anche i bambini e le giovinette.
Faticai a trattenere il riso a quella descrizione e lo invitai a proseguire.
Alla morte di Ekhnaton aveva pensato che il tempo di cospirare fosse terminato, ma non era stato così e lui, ormai diciottenne, aveva iniziato a distaccarsi dal loro gruppo, entrando in aperto conflitto con la famiglia alla salita al trono del Faraone Fanciullo: il suo operato, infatti, appariva così limpido ed equanime da non vedere alcuna utilità nell’opporvisi, anzi, riteneva che, se gli affiliati avessero reso onore a Sua Maestà, Egli li avrebbe ricompensati per i rischi corsi in quei lunghi anni bui appena trascorsi.
Purtroppo, era l’unico a pensarla a quel modo.
In disaccordo con gli altri, aveva abbandonato definitivamente la corporazione, occupandosi del lavoro e di una giovane conosciuta durante i restauri del Tempio di Ptah, con cui si era presto fidanzato.
Col passare del tempo, il Giovane Faraone gli piaceva sempre di più, mentre i familiari ne sembravano sempre più disgustati e non perdevano occasione per maledirne il nome e complottare contro di lui.
Sapeva che si incontravano ogni quindici giorni con gli altri membri del gruppo e con altri presumibilmente di altri nomi (distretti n.d.a.), ma non aveva idea di come si accordassero, né dell’identità degli altri membri.
Il fratellastro maggiore lo invitava spesso a diffidare e a tornare nelle loro fila, finché una sera sentì la madre adottiva dire che presto il “ragazzetto” sarebbe finito infilzato come un’anatra e l’Egitto si sarebbe liberato dalla sua presenza malefica, così aveva accettato gli inviti della famiglia e un po’ alla volta si era conquistato la fiducia del gruppo intero, fino ad offrirsi come volontario per colpire il Faraone durante l’attentato.
Il suo proposito era di tirare anticipatamente senza colpirlo, così che le guardie lo avrebbero immediatamente protetto dai dardi dei compagni.

“Ma così facendo saresti stato arrestato comunque. Cosa ti fa pensare che i soldati ti avrebbero creduto?”
Lui si strinse nelle spalle: “Il fatto che mi abbiano creduto!”
“E la tua innamorata? È al corrente di tutto questo? È d’accordo con te o con i cospiratori?” domandai.
“Non ho più un’innamorata” rispose.
Lo guardai sorpresa: “Oh!”
“Lei…so che sembra assurdo, ma mi ha lasciato a causa della mia sorellastra…”
“Oh!”
“Lei ci spiava quando eravamo assieme, Signora. Quella ragazzina è malvagia e invidiosa nell’animo.
Si nascondeva e ci seguiva se passeggiavamo fuori dalla città, tanto che un paio di volte me ne accorsi, ma un giorno…un giorno la scoprii a spiarci in un capanno di caccia in cui ci incontravamo per stare un po’ da soli e non era la prima volta. Quando la interrogai me lo sbatté in faccia mettendosi a scimmiottare la mia innamorata, che fuggì via in lacrime.
Il giorno dopo venne da noi suo padre e, nonostante avessimo obbligato mia sorella a scusarsi, disse che non poteva permettere che la sua figlia prediletta vivesse con l’incubo di essere spiata ed insultata. Da allora non la vidi più.
Mi dispiace, so che ne è stata profondamente ferita e non ho mai osato tentare di riappacificarmi con lei.”
“Perché quella ragazzina si comporta in questo modo?” domandai con un gelo di morte nella voce.
Il giovane scosse la testa, fissandosi i piedi imbarazzato: “Non lo so, o meglio…” osò alzare gli occhi a guardarmi in faccia: “Come ti ho detto, Signora, è malvagia ed è attaccata a me in modo morboso. È innamorata di me. Spesso diceva alle altre ragazzine che io ero il suo fidanzato e io ci ridevo, naturalmente. Ora non rido più” disse sconsolato.
Ero allibita: “Vuoi dire che, dopo quello che ha combinato, ha continuato a dire la stessa cosa?” lui annuì: “Per lei la rottura del mio fidanzamento fu una vittoria. Lei non comprende di aver sbagliato: è capace di mentire e rovesciare le situazioni accusando di ogni cattiveria la migliore delle persone. D’altra parte, hai visto tu stessa come agisce, Signora.
So che ti odia, non ha fatto che maledirti per tutti i giorni della preparazione alle cerimonie. Non serve punirla e purtroppo le idee della sua famiglia nei confronti di Sua Maestà non aiutano: loro non l’hanno rimproverata per il suo odio verso di te, solo le dissero di non farsi sentire” concluse amaro.

Raccontai a Sua Maestà cosa avevo scoperto, sorvolando sulla storia della ragazzina. Di sicuro ora, in esilio da qualche parte nel deserto, non avrebbe fatto molti danni, anche se la notte, da sola nelle mie stanze, mi domandai se fosse saggio lasciare in vita una creatura simile, capace di corrompere qualsiasi cosa toccasse.
Avevo conosciuto molte persone malvagie, ma mai nessuno mi era sembrato così greve di malevolenza gratuita e lei faceva sembrare un esempio di purezza e santità perfino il Gran Visir o le sue spie.

Due notti dopo Sua Maestà si recò all’incontro con il prigioniero.
Ero inquieta, non potevo accettare che si recasse da solo nelle carceri, ma non volle discussioni: nessuno era al corrente del piano, oltre a me e alla guardia che mi aveva accompagnata e lui riteneva di essere completamente al sicuro, quindi avrei semplicemente dovuto attendere il suo ritorno nei miei alloggi.
Naturalmente disobbedii.
Presi un lungo pugnale, mi coprii completamente con un mantello più scuro della notte e scivolai nell’ombra più profonda nella strada che fiancheggiava la prigione.
Era presto, volevo infilarmi nel corridoio poco prima della diramazione che conduceva alle celle vere e proprie usando un passaggio, una specie di presa d’aria sulla strada, nella quale bisognava infilarsi a quattro zampe e solo se si era abbastanza minuti.
Non era guardato e, avevo notato la volta precedente, necessitava di riparazione: la parte sgretolata, che permetteva il passaggio, era coperta da un pannello di legno che si poteva spostare facilmente.
Mentre mi avvicinavo vidi qualcosa che mi gelò il sangue: in direzione opposta si avvicinava una figura piccola, piuttosto goffa, avvolta in un mantello di tela grezza.
La notte era scura e senza luna, ma un paio di torce illuminavano il lato della strada in cui lei camminava poco prudentemente.
La fissai sconvolta: poteva essere la ragazzina? Non era possibile, doveva essere prigioniera a diverse ore di cavallo dalla capitale,  con guardie che si davano il cambio ogni sette giorni, non poteva essere lei!
Mi infilai in fretta nel passaggio e mi nascosi in una rientranza del muro.
Pochissimo dopo la figura goffa entrò faticosamente, sbuffando per far passare la sua ciccia attraverso il passaggio: era davvero la ragazzina malefica!
Estrassi lentamente il pugnale, pronta a colpirla, quando accadde qualcosa.
Silenzioso, il passo ancora elegante, con indosso un semplice mantello da carrettiere, si avvicinava Sua Maestà.

Eva, lui per me era più importante dell’universo intero, è vero, e potrei essere di parte, ma considera che un faraone, lui o chiunque altro, era per l’Egitto veramente il Dio incarnato, intoccabile, qualcosa di talmente immenso ed alto da non essere lontanamente immaginabile ai giorni nostri.
La gente si prostrava al suo passaggio con la fronte al suolo e si sentiva benedetta dal solo poter toccare la terra che lui aveva calpestato.
Il Faraone non era un semplice re, era il padre, il creatore che discendeva nel mondo per guidare e proteggere ogni cosa vivente e il mondo stesso…era Osiride, Horus, Ra, era oro puro e splendente!
Noi non abbiamo la minima idea di cosa significhi una simile devozione, non c’è niente di simile oggi, niente può essere paragonato a ciò che era un faraone di allora.

Così, mentre lui si avvicinava leggiadro, la ragazzina, una popolana maleducata, ignorante, unticcia e dal cattivo odore, si diresse verso le celle.
Lui, nell’ombra, si fermò, in silenzio.
La ragazzina si voltò, lo vide, strizzò gli occhi sospettosa, probabilmente lo riconobbe.
Stringevo il pugnale trattenendo il respiro e trattenendomi a fatica dal colpirla.

E accadde l’assurdo: Sua Maestà il Faraone dei Due Regni, lo stesso che lei pochi giorni prima aveva osato colpire, si ritrasse nell’ombra per lasciarla passare.
Lei restò un breve istante a fissare con gli occhi stretti la figura nel buio, poi trotterellò verso le celle, come niente fosse.
Non ringraziò, non si inchinò, non abbassò nemmeno il capo, non sorrise neppure, né si mostrò imbarazzata, onorata, stupita, spaventata.
Semplicemente, si voltò a naso in su, piena di alterigia e con un’espressione trionfante sulla faccia molliccia, sprezzante verso ciò che nemmeno avrebbe dovuto sporcare con la sua stessa esistenza e sparì oltre la svolta.”


(...continua p.: 14)