Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

giovedì 7 aprile 2011

Frammenti: Dal Diario di Padre Lukas:P. 3

L’aria, più frizzante di quanto mi aspettassi nonostante il sole, mi fece rabbrividire: da troppo tempo ero abituato al caldo umido dell’Amazzonia ed ora avrei dovuto abituarmi invece al freddo e alla neve.
“Padre Lukas? È lei, non è vero?” mi voltai e vidi un Capostazione, grande e grosso, con un’elegante divisa rossa dai bordi dorati che tendeva la mano verso i miei bagagli: “Venga, l’aspetta Don Efisio, il parroco di Chiusa. Dopo pranzo un agente del Corpo Forestale porterà i suoi bagagli a Vaymallez e anche lei, se lo desidera, anche se…” misi da parte il freddo e gli scoiattoli e tentai di concentrarmi su quell’omone gioviale: “Anche se?” dissi stringendogli la mano: “Beh, sa…qui ci sarebbe un’usanza…che la prima volta che una persona viene in Valle, dovrebbe arrivare a destinazione con il nostro Rosso…o il Blu, o il Verde…insomma, a seconda della destinazione, abbiamo un trenino di colore diverso per ognuna delle Tre Valli, vede?” e mi mostrò un trenino a vapore rosso e oro che aspettava paziente sul binario poco più in là: “È molto comodo” proseguì afferrando le due valigie: “La stazione di Vaymallez-Thyem è a pochi minuti dalla parrocchia, e comunque c’è chi la accompagnerà. Ma se lei preferisce andare con il gippone…” risposi che avrei preso il trenino. Sembrava il giocattolo di un modellista, curato in ogni particolare e se ne stava a godersi il sole settembrino come un gatto.
Il Capostazione fu felice della mia decisione e chiamò un ragazzo, dicendogli qualcosa in una lingua che mi parve ostrogota. Il giovane, sui diciott’anni, con un berretto di feltro su una zazzera color paglia, mi prese la valigia più pesante con noncuranza e mi indicò la strada: “Fatto buon viaggio, Padre?” chiese mentre uscivamo dalla stazione: “Beh, ecco…lungo, strano. Ho perso il conto dei mezzi che ho cambiato e non mi aspettavo…ma io…ecco…gli scoiattoli! Poco fa due scoiattoli mi hanno salutato! Con la zampina!” esclamai, pentendomene immediatamente: ero appena arrivato e già facevo la figura del cretino! “Davvero?” fece l’altro grattandosi la testa: “Strano. Di solito lo fanno con la coda” e si mise in strada con una scrollata di spalle.
Lo seguii. Avevo il capogiro. E non era jet lag ritardato. 
Chiusa era deliziosa, simile a molti altri paesi in mezzo alle montagne, ma con alcune case a due piani in una sorta di stile liberty-montano che le faceva sembrare quelle di un paese dei balocchi. Ognuna aveva un giardino e, notai, ogni giardino un gatto e un cane. C’era un solo semaforo, per quel che potevo vedere e a ragione, visto che le auto erano pochissime e quelle che vidi erano per lo più parcheggiate ordinatamente a pochi passi dalla stazione. Percepii vagamente che mancava qualcosa, ma al momento non riuscii a capire cosa. Solo in seguito avrei realizzato che non c’erano né fili dell’alta tensione, né antenne o pali elettrici. In compenso, quando un’auto ci passò accanto, notai che emanava uno strano odore di fritto misto. Pensai che trasportasse cibo e non vi feci caso.
Il ragazzo mi indicò la Parrocchia, in fondo alla strada che stavamo percorrendo: una linda chiesetta di pietra, dal campanile affusolato che dava su un grande prato, oltre il quale i campi a terrazze si inframmezzavano ai boschi: “E là c’è il Don” disse indicando un uomo in tonaca chinato sul prato vicino ad un cavallo con le corna. Strizzai gli occhi: no, non era un cavallo con le corna. Era un cervo!
Possibile che il mio stimato collega fosse stato attaccato da un cervo davanti alla porta di casa sua? Eppure l’animale, pur avendo la testa china e le corna che quasi sfioravano la nuca del povero Don Efisio, non aveva l’aria aggressiva e il mio accompagnatore non pareva minimamente turbato da quella scena, anzi…a dir la verità mi parve divertito.
Affrettai il passo, ad ogni modo, e appena fui a portata d’orecchio sentii una voce un po’ roca, dall’accento per nulla Valdombriano, apostrofare l’animale: “Oh, bischero! Ohchettu ti credi d’esse n’uccello? Te tu se’ un cervo, no n’uccello, ohvvia! E se tu ‘un sta attento, la prossima volta ti fo mangiar da’ lupi, ha ‘apito? Su, vai, va…e vedi di ‘un tornare mal’oncio n’altra volta!” il cervo gli diede un colpetto col muso e se ne trotterellò verso il bosco zoppicando leggermente. Sulla zampa anteriore aveva una grossa fasciatura.
Il ragazzo gli diede una voce, chiedendo qualcosa, questa volta in perfetto ostrogoto-Valdombriano, che ovviamente non capii, e il prete rispose nella stessa lingua, solo con..’on un accento un po’ diverso, ohvvia.
Poi mi vide e ci venne incontro: “Te tu se’ Don Lu’as! Se’ arrivato, finalmente, ha’ fatto bon viaggio?” Io guardavo lui e il cervo che si allontanava incapace di rispondere; sicuramente dovetti sembrar loro un po’ ebete, ma i due uomini furono così cortesi da non darlo a vedere: “Dice che due scoiattoli lo hanno salutato con la zampina” lo informò il giovanotto mandandomi nella disperazione più assoluta: “Davvero? Strano!” rispose il parroco: “In genere lo fanno ’on la ’oda…”
Mi girava la testa: “Oh, suvvia ora, vien dentro che l’è già tutto pronto! Tu c’avra’ fame, eh? Te tu hai fatto ‘olazione stamane?” Feci cenno di no, balbettando qualcosa di cui non ero proprio consapevole. Don Efisio mi prese senza sforzo la valigia e mi spinse nella canonica, da cui proveniva un delizioso profumo di stufato e pane fresco. Mi offrì un bicchiere di vino, che estese al mio accompagnatore e mi fece accomodare.
Era appena passato mezzogiorno e io quasi non ricordavo il mondo che mi ero lasciato alle spalle appena quella mattina.
Il cibo delizioso e il buon vino mi diedero un senso di pienezza e normalità, accresciuto dall’accento rassicurante del mio ospite e dalla conversazione, più sulla mia missione in Amazzonia e sui miei piccoli problemi con il Vaticano, che sulla Valle. Al caffè il mio racconto era arrivato alla mia cartina della Valdombra, che mostrai a Don Efisio, aspettandomi chissà quale reazione di stupore o incredulità. Il mio collega, invece, le diede appena un’occhiata e fece le spallucce: “So’ tutte ‘osì, mi’a nulla di novo! E falli contenti, giù!”
Fuori qualcuno spaccava legna, accatastava, segava. Dalla finestra arrivava un intenso profumo di legna tagliata e bosco vivo, di terra, di altro che non avrei saputo identificare e di aria, semplicemente. E poi l’odore della neve, cui, non sentendolo da vent’anni, ero particolarmente sensibile. Arrivava dalle vette, carezzevole e fresco, come una pennellata azzurrina su tutto quel che ci circondava. Quell’altro odore, però…aveva un che di familiare, eppure di estraneo. Avevo sentito un odore in Amazzonia che, ero certo, era imparentato con quello, ma…
Il parroco parlava perfettamente la lingua locale, ma non aveva perso il suo accento d’origine, per nulla: “Da quanto tempo sei qui in Valdombra?” gli domandai. Lui ci rifletté qualche istante, contando sulle dita, scosse la testa e, volgendosi alla finestra urlò: “Beppe? Quant’anni c’ho io? Tu lo sai?” “86” rispose l’altro da fuori, in linguaggio comprensibile.
 Ero allibito: il mio collega era secco e agile come un trentenne, anche se i capelli erano incanutiti e un po’ diradati e il viso segaligno era solcato da rughe: “..86 dice…quando sono arrivato n’avevo 28…quanto fa? 58? Si, deve aver ragione, sa’? Si, si, son cinquantott’anni il mese prossimo. Ha’ visto ‘ome vola il tempo, di’?”
Non c’era dubbio che volasse…ma a quanto pareva non aveva lasciato che poche tracce su Don Efisio.
Non mi ero ripreso dallo stupore, quando qualcosa mi fece gelare il sangue: un lungo, profondo ululato vibrò nell’aria restando sospeso sulle nostre teste ancora dopo essersi spento. Più lontano rispose un altro, più breve e modulato, e un terzo parve arrivare dalla montagna alle mie spalle. Restai senza fiato: un terrore atavico mi attanagliava lo stomaco. Don Efisio sorrise sognante: “Ahhh! Si prepara la ‘accia, domattina” Lo fissai senza capire: “I Lupi!” ribattè Don Efisio stupito dalla mia stupidità: “Han deciso che domattina prima dell’alba partono per la ‘accia. E ora han scelto il territorio, ’osì s’avverte l’altri branchi e l’omini, tanto per ‘un pestarsi i piedi. Ecchettufai quella faccia?!? ‘un se’ abituato ai giaguari e alle pantere? Mi’a c’avrai paura de’ lupi?”
Non lo sapevo, in quel momento. Ero cresciuto nella cultura del lupo cattivo e su di me, come su tutta la gente comune, l’ululato del lupo rappresentava qualcosa di talmente atavico e profondo, sfuggente, misterioso, da gelare il sangue.
L’idea che in quel posto ci fossero i lupi, mi attorcigliava le budella, anche se era l’unica cosa del mio opuscolo che si stesse rivelando esatta.
Eppure, Don Efisio aveva ragione: solo una decina di giorni prima, avevo sentito per l’ultima volta un basso ruggito nella notte. Al villaggio avevamo controllato che i fuochi fossero accesi, così da tenere lontani i giaguari e avevamo tenuto gli archi a portata di mano. Per quanto il giaguaro fosse considerato divino, non era piacevole diventare la sua merenda…
Nel sentire quel ruggito, si, avevo provato inquietudine, ma non il terrore che aveva colto ora, in quegli istanti: “Ma…si avvicinano mai all’abitato?” domandai cercando di sembrare leggero: “Oh, naturale!” esclamò convinto, mandandomi in maggior confusione: “Ogni volta che c’è qualche motivo per conferire ‘on uno del ‘onsiglio di Borgo! A volte ‘nvece, passano, giusto per far prima” disse scrollando le spalle.
In quel momento mi resi conto che aveva tradotto le “parole” degli ululati, e che ora  diceva “conferire”. Due scoiattoli mi avevano fatto ciao-ciao con la zampina. E la volpe aveva davvero fatto uno sberleffo al contadino, ora ne ero certo.
Deglutii: dovevo essermi addormentato, avevo perso il treno e ora ero in quella pensioncina a dormire, sognando cose assurde a causa della mia inquietudine, era così! Ora mi sarei svegliato, e…
“Suvvia, giù!” disse accanto a me la voce così terrena di Don Efisio: “Vedrai che andrà tutto bene. Ti troverai bene qui, quando c’avrai fatto un po’ il callo. Guarda: il sole splende, le montagne sono stupende e i ghiacciai belli gonfi. La terra è generosa e gli animali prosperano. Le Api danno buon miele e i lupi ‘antano…e finché ‘antano i lupi, va tutto bene!”
Poco dopo lo salutai dal trenino rosso e oro, guardandolo diventare una figura scura sempre più piccola contro il selciato chiaro della pensilina, senza sapere che, negli anni seguenti, avrei rifatto quel gesto centinaia di volte.
La gente mi salutava sorridendo, una signora mi aveva regalato un grosso barattolo di miele dorato e un salame al Barolo. Oltre i finestrini, lo spettacolo toglieva il fiato. Quella valle, inaspettatamente, era di una bellezza tale da commuovere. Eppure, davanti ai miei occhi uno scoiattolo continuava ad agitare una zampina e una volpe a fare una linguaccia. E poi il cervo, che si faceva curare la zampa da Don Efisio, che mi aveva spiegato che quello era un tale incosciente da cacciarsi sempre in qualche guaio, così si vergognava ad andare dal veterinario. Un cervo che va da solo dal veterinario? Cioè, che non ci va perché si vergogna?? Era vero che i lupi attraversavano i paesi, a volte, così, tanto per far prima? E perché no, in quel paese di pazzi?
                                                   (...continua p.:4)

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