Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

giovedì 19 febbraio 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:16

(Link capitoli precedenti: p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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Ero confusa, c’erano troppe informazioni tutte in una volta.
“Mma…ma…erano vere quelle cose? Cioè, farti fuori se…se lui e te aveste...mostri?!? Qualcuno poteva ritenere mostri e bastardi i figli vostri? Tuoi e suoi? Anche se fossi stata la sua seconda sposa?”
“Scherzi? Secondo te per quale ragione per generazioni si sono sposati tra fratelli e cugini e perfino figli e genitori?” giusto, che ingenua!
“Ma la storia che lui era promesso a tre anni?”
Marabel rifletté per un momento: “Non so, io…” chiuse gli occhi, concentrata: “C’era una bambina, molto graziosa, capelli a caschetto, molti braccialettini attorno ai polsi. Doveva avere un annetto meno di lui, era molto minuta, con due occhioni enormi, nerissimi, in un visetto serio da bambolina. Giocava con lui, con animaletti di legno e con la sabbia. Vestiva quasi sempre di azzurro. Nefertiti si comportava con lei in modo diverso che con le figlie, più…protettiva, preoccupata, sembrava sempre sulle spine.
Stanno giocando, accovacciati per terra, io vado a prendere loro qualcosa, la merenda. Tornando arrivo alle spalle del Principino e lo sento chiacchierare con la bambina. Dice: “…e quando cresco sposo la mia Tata!” La bambina spalanca gli occhi, incredula, mortificata, sembra sconvolta.
Mi guarda interrogativa, a bocca aperta, poi guarda lui, di nuovo me, di nuovo lui. Poi si alza e scappa via piangendo. Il Principino rimane un attimo interdetto, la chiama, si volta e mi chiede perché faccia così.”
Aprì gli occhi: “Ecco, questo è quello che ricordo.”
“Ma lei…era la sua promessa?”
“Sono quasi sicura di si, Eva. Per lei era una cosa serissima, per lui, evidentemente, no. All’inizio pensavo che la bambina fosse Ankhesenpaaton, che potessero in qualche modo essere promessi già da piccoli, ma lei era più grande. Solo dopo molte sedute e scoprendo che era stata prima sposata al cugino, mi resi conto che si trattava di qualcun’altra.”
“Ma allora perché…oh! Le accadde qualcosa, come diceva la servetta?”
“Immagino di si. La famiglia era molto numerosa, ma morirono uno dopo l’altro. Morivano di continuo!”
“Non sai chi fosse la bambina?” non l’avevo mai vista, appariva solo in un ricordo isolato di Marabel, eppure mi sentii stringere il cuore all’idea che la sua vita fosse finita prima ancora di sbocciare.
Marabel rifletté per un po’: “Credo…credo che Nefertiti non avesse sei figlie, ma sette”
“COSA???????” strillai, facendo sbandare pericolosamente la macchina e rimediando una raffica di clacson e qualche gestaccio: “Non è uno scherzo e…potrebbero esserci dei riscontri.”
Mi infilai nella corsia d’emergenza e fermai appena trovai una piazzola: “Spara!” intimai.
Lei sorrise, un po’ in imbarazzo: “Si suppone che lei e l’allora Amenophis IV si siano sposati quando avevano all’incirca sedici anni, quando lui appare misteriosamente a corte, dopo la morte del Principe Thutmose, diventando coreggente con il padre, ammalato e parecchio rimbambito dall’oppio.
Da lì arrivano sei figlie, Merytaton prima e poi le altre.
Però…Nefertiti potrebbe avere avuto un’altra figlia, che potrebbe non essere stata del marito, dal momento che lui, prima, semplicemente non era lì.
La ragazza doveva quindi avere circa quattro anni più di Merytaton e sarebbe morta di parto molto prematuramente, quando il Principino aveva circa un anno.
Considera che il Principino, almeno nel primo anno di vita, non visse ad Amarna, per via delle polveri di costruzione che sua madre pativa e forse anche la giovane figlia di Nefertiti fu mandata lontano.  Solo che è veramente molto difficile capirne qualcosa in quel caos.”
“Quindi, Nefertiti sarebbe stata la…nonna della bambina? La nonna!! Dio, ma com’è possibile?”
“Già, come è possibile? È folle, non è vero? Se i calcoli sono corretti, e non è detto che lo siano, la madre della piccola morì a circa tredici anni. Sarebbe nata e cresciuta prima del trasferimento della capitale ad AkhetAton e, come dicevamo, potrebbe essere rimasta incinta a Menfi, perciò non apparirebbe nei ritratti di famiglia.
Tuttavia…esiste un bassorilievo molto contestato, nel quale Nefertiti e il Faraone piangono al capezzale di una giovane donna appena morta, mentre un’ancella tiene in braccio un neonato. Per molto tempo si pensò che la scena rappresentasse la nascita del piccolo Aton, ma ormai sappiamo con certezza che così non era, inoltre, esiste un cartiglio che dice: “La figlia della figlia di Nefertiti”. A tutt’oggi gli egittologi non sanno spiegare quell’iscrizione, ma ritengono impossibile possa riferirsi ad una figlia della figlia. Però, la bambina c’era. Ed era la promessa sposa del piccolo Principe. Quindi, sembra proprio che Nefertiti sia diventata nonna a circa venticinque anni, si.”

Mi sentii terribilmente triste.
Più cose scoprivo e più quel mondo mi sconvolgeva e non riuscivo a non pensare ad una bimbetta vestita d’azzurro che fuggiva via piangendo, non sapendo che non sarebbe mai stata la sposa né di quel bimbo, né di nessun altro.
La sera mi ricordai che avevamo parlato delle piramidi e mi misi a fare qualche ricerca. Come diceva Marabel, non esistevano prove che fosse stato Khufu, cioè Cheope, a costruire la Grande Piramide, anzi!
Una stele del suo tempo parlava di una sua statua di circa sette metri, ma veniva citata anche una statua d’oro massiccio, mentre da nessuna parte veniva citata un’opera mastodontica come una piramide, la più grande.
Se venivano citate opere tutto sommato piuttosto banali come statue (quella d’oro sicuramente sarà stata riciclata dai successori), come è possibile NON fare un minimo cenno ad un’opera del genere?
Khufu era descritto come un sovrano gentile e benevolo, amato dal popolo, ma circa duemila anni dopo (?!?) Erodoto lo descrive come un tiranno crudele, che si fece costruire una tomba a forma di piramide sfruttando fino alla morte centinaia, forse migliaia di schiavi.
L’aspetto del faraone mi colpì: lungi dall’essere rappresentato come perfetto ed ideale, mostrava un viso piuttosto largo, tondo, dall’aspetto pacioso e sereno come certi idoli cinesi, solo dai tratti meno asiatici.
Buono, mi dava l’idea di un uomo buono, un vecchio saggio e perfino semplice, lontano anni luce dalla descrizione di Erodoto.

Perplessa, cercai Menkaure, noto, pover’uomo, con l’orrenda traduzione greca di “Micerino”.
Mi apparve un uomo indubbiamente affascinante, ma dai tratti marcati, personali, per nulla idealizzati, chiaramente negroidi.
In una statua con la consorte era serio, ma mostrava un cenno di sorriso, forse più una sorta di espressione vagamente divertita, mentre in un’altra statua sembrava trattenere a fatica un riso aperto.
Lo immaginai tentare disperatamente di non ridere mentre gli scultori reali lo ritraevano e lo trovai decisamente simpatico: in qualche modo la sua espressione mi ricordava uno dei miei attori preferiti e, a ben pensarci, anche la forma del viso poteva ricordarlo. Sperai che, se un giorno qualcuno avesse deciso di fare un film su quel faraone, avrebbe chiesto a lui di interpretarlo. In fondo, avendo interpretato diversi presidenti e perfino Dio…poteva ben trasformarsi in un antico faraone!
Anche Khafra, o Chefren, aveva tratti molto personali, del tutto diversi da quelli dei “colleghi”, un viso decisamente nubiano dal naso un po’ schiacciato e tondo, labbra morbide e carnose, anche in questo caso per lo più appena piegate in un’espressione divertita.
Tutti loro sfoggiavano un fisico asciutto, atletico e prestante, ma certamente i loro volti non erano rispondenti ad un ideale che ne modificasse i tratti secondo uno schema di perfezione: erano chiaramente volti veri, personali, deliziosamente imperfetti.
Probabilmente erano ritratti al meglio della loro forma, nel pieno del loro vigore (anche se Khufu continuava a sembrarmi un saggio nonno), ma veri.
Quindi, per quale ragione un faraone giovanissimo, amato, che aveva regnato in un tempo in cui lo stile artistico si era fatto improvvisamente realistico quanto mai prima, avrebbe dovuto avere un aspetto tanto falsato?
Potevo capire che non fosse stato ritratto negli ultimi tempi della sua vita, quando, a quanto pareva, era praticamente disabile, ma non era possibile che quel viso così assorto, dai tratti fanciulleschi, eleganti e gentili, fosse molto distante dalla realtà.

Osservando ritratti e statue diverse di ogni faraone, mi rendevo conto che, spesso divergevano l’uno dall’altro, come se i ritrattisti dell’epoca tentassero di coglierne “il lato migliore”, oppure venissero ritratti in periodi diversi della loro vita, ma erano sempre ben riconoscibili.
Il Giovane Faraone mostrava una notevole omogeneità nei ritratti, fin da quando era piccolino, e uno sviluppo del proprio aspetto nella crescita quantomeno logico, perfino prevedibile.
Inoltre, a guardare le statue di Kiya, i loro visi si somigliavano e, durante il racconto del dialogo tra le due ragazze, la novizia aveva riportato un commento di Is secondo cui il Faraone somigliava molto alla madre.
Le credevo.
I bassorilievi, i dipinti e, da quel che diceva Marabel, le storie narrate nelle iscrizioni tombali, narravano una storia addomesticata, di comodo, non diversamente da quel che si narra in libri e biografie di personaggi storici, mostrati avvolti in un’aura nobile ed eroica, quando poi, nella realtà, erano magari degli scarafaggi, ma ben sistemati sulla barca dei vincitori…quindi nulla di nuovo, almeno in questo senso.

Come aveva detto, tanti anni prima, un egittologo un po’ controcorrente, se ricordi come quelli di Marabel, verificati, seri e non scempiaggini campate in aria, sfoghi di frustrazioni personali di improvvisati visionari d’assalto, fossero accettati dalla scienza ufficiale, potremmo avere, tutti, un arricchimento incredibile e fare scoperte straordinarie, ma passeranno secoli perché discorsi simili vengano presi lontanamente in considerazione.

La sera sentii Franco, che continuava a rimandare il suo rientro accampando ritardi nei lavori che sembravano aumentare ogni volta che si tentava di riparare un pezzo.
Sospettai che stesse tergiversando per rimanere a Parigi perché aveva incontrato qualcuno, ma avevo molti dubbi: il comportamento di quel ragazzo, nei suoi consueti colpi di fulmine, è solitamente entusiasta e per nulla riservato.
Se qualcuno lo colpisce, tende a costruire castelli in aria, parlarne sognante con chiunque, vagheggiando fughe romantiche in isole deserte con il malcapitato, in genere del tutto ignaro, dal momento che, tristemente spesso, tende a prendersi cotte formidabili per gente  irrimediabilmente etero.
D’accordo, a trentasei anni potrebbe aver messo la testa a posto, ma ugualmente aveva toni troppo nervosi e scocciati per “nascondermi” un flirt.
Gli risposi che non era importante, avevo praticamente già tutto sul transit e il giorno dopo mi sarei dedicata a preparare bigliettini con i dati anagrafici di ogni minerale, quelli generici e  biglietti da visita.

Sarei stata a casa, il giorno dopo: Marabel mi aveva detto, restando sul vago, di avere un impegno fuori città.
Improvvisamente mi resi conto di conoscerla da una decina di giorni e la cosa mi sorprese: avevamo preso a vederci ogni giorno e a passare assieme più tempo della maggior parte dei fidanzati freschi di cotta e mi pareva di conoscerla da tutta la vita.
In realtà, forse, non la conoscevo affatto o perlomeno non conoscevo nulla della sua vita, almeno di quella attuale.
Mi sorpresi ad immaginare che potesse essere una paziente psicotica e che l’impegno dell’indomani fosse una visita in ospedale psichiatrico per saggiarne lo stato mentale, poi scacciai quel pensiero.
Feci mente locale sulle coincidenze, sul suo comportamento più che lucido, la sua immensa cultura, eleganza e sensibilità e poi mi resi conto che, in effetti, una bambina che abbia comportamenti come quelli che lei mi aveva descritto di sé, xenoglossia in testa, se non più che protetta da genitori avanti come erano stati i suoi, sicuramente sarebbe stata tenuta sotto osservazione psichiatrica. Ma perché?
Le cose che raccontava non erano razionali, non erano scientifiche, ma cosa lo è prima di essere dichiarato tale ufficialmente?

Il giorno dopo passò tra risme di carta, fruscio di stampante, taglierine e squadrette, gatti che tentavano di afferrare i fogli in uscita e giocavano con i ritagli dei biglietti, cani che saltavano tra i medesimi lanciandoli per aria, io che lasciavo perdere tanto è uguale e, in mezzo a tutto questo, i miei  pensieri correvano tra piramidi, faraoni e sacerdotesse.

Fantasticavo: che sarebbe successo se l’ancella e la Novizia avessero scelto per il loro pic nic un altro posto?
Cosa, se il Giovane Faraone avesse, come lui aveva detto “amato per puro amore e non per dovere o ragion di stato”?
Non sarebbe stato un evento occasionale e un giorno non lontano la sensualissima sacerdotessa avrebbe atteso un figlio e allora?
Semplicemente sarebbe stato considerato un essere impuro o, in ogni caso figlio del Faraone, sarebbe stato destinato al trono per diritto, continuando la XVIII° dinastia e portando avanti il compito del prodigioso padre, quale che fosse?
Oppure Luna Nascente sarebbe semplicemente morta in modo misterioso, in qualche strano incidente, sicuramente seguita, a breve, da Sua Maestà?
Era davvero cambiata la storia, quel giorno, o si trattava di un semplice, seccante contrattempo che non aveva prodotto conseguenze nel corso degli eventi?
Viviamo nel continuum che ci appartiene o in una seconda stesura, un continuum spazio temporale alterato da qualche volontà malefica?
Chi o cosa c’è veramente alla base del mito di Seth, per esempio?
In quel momento non lo sapevo, ma presto qualche minima risposta in questo senso l’avrei avuta. E sarebbe stata qualcosa di sconvolgente.

Il giorno dopo mi presentai a Marabel con un pizzico piuttosto nutrito di biglietti da visita: “Se ti capita di darne in giro…” dissi con nonchalance.
Lei sorrise e li infilò in una taschina all’interno della borsa: “Pic nic al parco?”
“Grigno ne sarà felice!” esclamai e saltammo in auto, dirette ad un grande parco in periferia, dove avevamo un permesso per far entrare il cane (che però doveva stare al guinzaglio di non più di cinque metri, per non infastidire cervi e daini e non doveva abbaiare).
Trovammo un’area attrezzata, ma abbastanza solitaria e misi sul fuocherello da campo i peperoni da arrostire e gli straccetti di pollo.

“Tornammo alla capitale e per un po’ quasi non ci incontrammo. Un paio di mesi dopo Sua Maestà compiva quindici anni e tutto il Regno era in fermento, ma la cosa più tenera fu che, la mattina del suo compleanno, il popolo, alle prime luci dell’alba, si assiepò davanti al Palazzo Reale cantando inni al Faraone e agitando ampie foglie di palma.
Un corteo di giovani donne passava tra la folla recando vassoi di doni che depositavano davanti all’ingresso, poi rientravano danzando e battendo le mani tra la gente.
Nessuno a corte aveva organizzato tutto questo, era una cosa nata così, come una specie di flash mob dell’epoca. Avevano fatto tutto senza dire nulla e senza chiedere nulla, solo per affetto.
Fissavo quello spettacolo improvvisato a bocca aperta quando, alzando gli occhi, lo vidi affacciato ad una grande finestra, più stupito di tutti, agitare la mano e benedire.
Si voltò, dicendo qualcosa a qualcuno alle sue spalle e, poco dopo, riapparve con le mani cariche di fiori che gettava sul popolo festante.
Fiori. Soltanto fiori.
Ricordai il mio arrivo ad AkhetAton, quando il mio primo impatto con la città fu la visione del faraone eretico che gettava sulla folla inneggiante monili e oggetti d’oro per conquistarne la fedeltà.
Lui invece, che di conquistare alcunché non aveva bisogno, gettava fiori.
Li baciava e poi li lanciava giù.
Ci furono festeggiamenti ufficiali, naturalmente, ma ormai la scena era stata rubata da quelle manifestazioni spontanee, di affetto vero e non affettate.

Qualche settimana dopo, mentre attraversavo i cortili immersa nei miei pensieri, mi sentii afferrare alla vita da dietro e fare una giravolta. Strillai più per gioco che per sorpresa.
“Vieni, devo mostrarti una cosa!” mi disse Sua Meravigliosità senza nemmeno prendersi la briga di salutarmi e mi trascinò verso l’area degli uffici.
Correva scalzo, i sandali in mano e me dall’altra e la sua corsa era zoppicante.
Mi accorsi che appoggiava il piede sull’esterno e sul tallone: “Ti fa male!” protestai: “Scommetto che non stai facendo nulla per quel piede!”
Lui mi infilò in un grande studio, si guardò attorno un po’ di volte, brontolò un “non c’è” e, lanciati i sandali su una sedia, controllò rapidamente diversi rotoli lì accanto.
“Non mi fa male” disse poi rispondendo al mio rimprovero di poco prima: “Non proprio. Non ho tempo” spalancò finalmente un grande foglio sul tavolo e lo bloccò con quello che trovava lì intorno: “Guarda!” esclamò orgoglioso.
Mi avvicinai: il papiro mostrava il disegno stilizzato del Tempio di Amon, ma il viale d’accesso aveva qualcosa di diverso: “Asini?” esclamai dubbiosa.
“Ma Is!” disse lui scandalizzato: “Ah, no, caproni…” Sua Maestà si lasciò cadere sulla sedia, guardandomi sconsolato: “Ma no! Arieti!!”
“Appunto, caproni!”
“Isét!” protestò.
“Che cosa?” feci di rimando.
“Non ti piacciono? È una mia idea…io li trovo stupendi e…perché non ti piacciono?”
Mi strinsi nelle spalle: “Non ho detto questo. Però sono caproni!”
“Ma sono il simbolo di Amon!” ribatté. Era orgoglioso del suo progetto e io non mostravo il minimo entusiasmo: “Si, va bene. Ciò non toglie che siano due lunghe file di caproni. Immagino la gente andrà in visibilio, per questo.”
“Perché non ti piacciono?” chiese deluso. Poi mi studiò. Mi guardavo intorno critica, a braccia conserte: “Sei…sei gelosa?!?” esclamò sgranando gli occhi: “Tu…tu sei gelosa!” era esterrefatto: “No, no” brontolai: “SI! SI, LO SEI! Ma perc…volevi qualcosa per Aset? È questo?”
“Non so, non mi pare questa città si chiami Wamon, no?” lui spalancò gli occhi ancora di più e poi scoppiò a ridere e ridere e non la smetteva più, tanto che ciondolava giù dalla sedia, rovesciato su uno dei braccioli.
Io tenevo ostinatamente il naso alzato guardando da un’altra parte.
Era piuttosto complicato, ma riuscii a rimanere serissima e imbronciata.

Dopo un bel po’, quando ormai aveva la mandibola quasi slogata e gli occhi lacrimanti, smise di ridere, più o meno, si alzò e mi venne vicino, abbracciandomi. “Senti” Iniziò continuando a soffocare le risate: “Prometto solennemente che costruirò qualcosa di indimenticabile per la Dea…dammi un po’di tempo, un anno, due al massimo. Ho già in mente cosa fare, sai?”
Mi portò vicino ad un’altra finestra, nell’ufficio a fianco, che guardava verso l’esterno del Palazzo: “Immagina lunghe file di colonne e due statue alte come il palazzo reale, sedute: Aset e Ausar, fianco a fianco, a guardare eternamente l’orizzonte. Perfetti, austeri, a guardia della terra e del cielo. Osservano l’Occidente placidi, quasi sorridenti, consapevoli che il Sole è disceso nel grembo di Nut e che domani sorgerà ad Est. Che ne dici?”
“Ausar? E Aset di fianco a lui?”
Lui sorrise: “Aset dovrà avere le tue sembianze…non so se sarà proprio semplice, viste le dimensioni…e dovrò fare in modo che non sia troppo evidente, è chiaro. Però è così. Se Ausar avrà il mio aspetto, in ogni caso, nessuno avrà da protestare. È perfetto, non trovi?”
Mi illuminai: voleva fare questa cosa immensa per me! “Vuoi che tu e io siamo assieme nella storia? Con due statue gigantesche?”
Si strinse nelle spalle: “Non credo di poter fare molto altro, non al momento e non sono sicurissimo che potrò rendere veramente pubblico il tuo nome, ma…” sospirò, improvvisamente serio.
Lo spinsi nuovamente sulla sedia e posai i suoi piedi sulle ginocchia. Il piede bruciava e mi accorsi che le due dita centrali erano rosse e gonfie.
Sentii una stretta al cuore e per un momento mi sentii soffocare per la paura: “Peggiora” sussurrai.
“Si” disse semplicemente.
“Non devi far passare tempo tra una cura e l’altra, che importa se la corte lo vede? È il mio compito!” protestai. Mi sentivo la voce rotta da quel groppo in gola. Lui sorrise: “Prometto”
Più tardi tornò alle sue incombenze con i sandali ai piedi e camminando sciolto, appena un cenno di incertezza nell’appoggiare il piede.
Per quel giorno, il male era stato ricacciato negli inferi un’altra volta. Per quel giorno.

Poco tempo dopo tornò il Generale da una delle sue mille campagne, con molti prigionieri, poche perdite e un gran numero di tesori.
Sua Maestà lo attendeva con la Sposa Reale su un alto trono nel cortile della Reggia, lei incuriosita e incantata dalla sfilata di soldati, auriga, cavalieri, prigionieri e carri carichi di ogni cosa.
C’erano anche carri silenziosi coperti di teli bianchi, naturalmente…
Lei non li guardò, guardava tutto il resto, incantata.
Lui non ne staccò gli occhi per tutto il tempo della marcia.
Rese onore al Generale, lodò retoricamente il suo coraggio, il suo valore in battaglia e la sua abilità di condottiero, lo premiò con oro, titoli e terreni, poi si recò immediatamente verso i carri silenziosi.
Passò e si chinò a baciare ognuno di quei teli, niente altro.
Non disse una parola.
Non fece un gesto.

Il Generale lo guardava corrucciato, il Gran Visir aveva un’espressione strana, inquietante. Si portò alle spalle della Sposa Reale, posandole la mano sulla spalla, protettivo.
Sembrava voler prendere una posizione nella quale si metteva dalla parte della famiglia che aveva generato lei e le sorelle, escludendo, o peggio, ponendosi in contrasto con lui.
Sapevo che, un giorno non troppo lontano, il pericolo maggiore sarebbe stato proprio il Gran Visir.
Anche quel giorno vestivo di nero, ma per onorare i caduti in battaglia e chi tornava dalla guerra, ma dentro di me la Dea Guerriera si faceva all’erta, affilava le armi.

In quel periodo credo che Sua Maestà non abbia nemmeno potuto dormire: discuteva con Visir e ufficiali, il Generale in testa, ispezionava le truppe, controllava i cavalli e le bighe, contava e visitava feriti, che inviava ad uno o all’altro dei medici disponibili a corte, proponeva, ascoltava, discuteva, ordinava nuovi cavalli, interrogava maniscalchi e fabbri…i prigionieri venivano, a seconda delle loro capacità, smistati verso diverse mansioni, i più pericolosi o ribelli tenuti nelle carceri, ma Sua Maestà propose la restituzione degli ufficiali al loro paese dietro una forma di riscatto. 
Non so dire se questa pratica poi venne ripetuta, in Egitto, o quando diventò di uso comune.
Per molti secoli, questo grazie ad alcuni simpatici storici greci e alla leggenda ebraica di Mosè, si è creduto che l’Egitto facesse uso piuttosto massiccio di schiavi…non è così.
Nessuno nella propria patria era schiavo, né ci sono tracce storiche di schiavi ebrei durante la diciannovesima dinastia o di un esodo sotto il regno di Usermaatra Setepenra Ramsess Meriamon, detto “il Grande”, al contrario.
Di storico si sa che sposò due principesse ittite, suggellando la pace con la Siro-Palestina, grazie alla politica di Nefertari.
Vero è che era comune, come presso ogni altro popolo, adibire i prigionieri di guerra ai lavori manuali e il mio Faraone continuò quell’usanza.

Passarono diversi giorni.
Il Generale programmava nuove campagne, i contabili contavano le ricchezze, i Visir si fregavano le mani soddisfatti, le ancelle e la Sposa Reale si addobbavano di stoffe e preziosi del bottino di guerra.
Una sera tardi, dopo aver spedito a casa le novizie e aver terminato ogni mia incombenza, mi ritirai e lo trovai nelle mie stanze.
Doveva essere lì da un po’, perché si era coperto con il mantello che usava per non essere riconosciuto e si era addormentato sul mio letto.
Mi sedetti lì accanto a contemplarlo: era dolcissimo, indifeso nel sonno, un po’ più adulto di un tempo, ma sempre il mio Dolce Bambino delle Meraviglie.
Aveva le occhiaie e il viso tirato. Senza svegliarlo, mi sistemai ai piedi del letto e proiettai nel suo corpo luce oro e rosa come l’aurora e lo vidi sorridere nel sonno.
Si sentiva al sicuro, lì.
Si sentiva completo, mentre a Palazzo, nelle sue grandi stanze, provava sempre una profonda solitudine.
Aveva gli zigomi arrossati sotto l’ombra proiettata dalle ciglia. Gli posai delicatamente le labbra sulla fronte che, come temevo, scottava, così presi delle pezze e le immersi nell’acqua fredda nei bacili di pietra per posargliele sulla fronte.
“…Is…” mormorò nel sonno: “Sssssstt!” gli sussurrai: “Dormi, hai bisogno di riposo”
Più tardi mi distesi al suo fianco e appoggiai la guancia alla sua spalla.

“Signora! Signora!!” mi svegliai che la mia novizia mi stava scuotendo, ansiosa: “È mattina, Signora, e tutta la corte cerca Sua Maestà!”
“Dì loro che lo hai veduto tu stessa prima dell’alba passeggiare da solo lungo il viale e che ora è venuto al tempio per curare la febbre e il piede malato” risposi schizzando a sedere sul letto.
Lei corse via.
Non si era stupita di trovarlo lì con me, né aveva fatto domande e non le fece in seguito.
“Quanti anni ha?” mi chiese lui: “Sedici, circa” risposi sistemandomi la veste e buttandomi acqua fresca in faccia: “Perché?”
Sua Maestà storse il naso: “Troppo grande!” rimuginò.
“Per cosa?”
“Per essere la futura Gran Sacerdotessa. Tu sei sana, vivrai a lungo e lei ha solo pochi anni meno di te. Peccato”
Sorrisi: “Non è detto. Sono sana, ma ricorda che sono io quella che il tuo Gran Visir vorrebbe sgozzare volentieri…tra qualche tempo potrebbe occorrere un’altra Sacerdotessa” scherzai.
Lui mi guardò intensamente, gli occhi stretti: “No. Non finché ci sarò io.”
Gli sedetti accanto accarezzandogli il viso preoccupato. Aveva ripreso colore dopo quel sonno e le cure, ma pareva ancora un pulcino sperduto.
“Su, adesso facciamo così: torni ai tuoi alloggi, cacci via tutti, tutti, tutti e ti metti a letto. Sei stanco, dì pure che è un mio ordine. E poi chiama i medici di corte, io verrò stasera a controllarti. Va bene?”
Lui scosse la testa: “Is, devo dirti una cosa…per quello ieri sera ero venuto a cercarti…” mi feci più vicina: “Lei…è incinta. Di cinque settimane…non lo sa ancora nessuno, sai…”
Avrei voluto dirgli “Che bello!” ma era troppo fuori luogo: “Come sta andando?” chiesi soltanto.
Si strinse nelle spalle, guardando in basso: “Per ora va…per ora” teneva gli occhi bassi, esitante: “Puoi dirmi se andrà bene?” chiese dopo un po’.
Gli presi il viso tra le mani: “Lo sai che se evochi il futuro lo rendi manifesto…è rischioso. Lascia che resti nel limbo delle possibilità fino all’ultimo, alimentato dalla speranza”
“La facciamo una preghiera ad Aset?”

Un tempo sussurravamo nella notte preghiere in segreto, nella solitudine delle nostre stanze, vicini vicini.
Ora avevamo un grande tempio, statue, rilievi e ricchezze per la Dea, eppure, come allora, restammo a recitare le formule sacre, fronte contro fronte, abbracciati e con le mani intrecciate l’una all’altro, sussurrando nella penombra, perché agli Dei non arrivano le preghiere urlate nella folla, pesanti d’oro e di pietra, ma quelle sussurrate nel cuore in solitudine, che dal cuore prendono grandi ali e salgono in alto, stelle tra le stelle, senza mai cadere.

(...continua p.:17)