Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 27 aprile 2011

Frammenti di Valdombra...Diana e gli Origami delle Fate_ P.3

L’indomani ebbi una lavata di testa pubblica dalla Gallina Isterica per via dell’insegna, che finì a pomodorate.
Mi spiego: un paio di banchi più in là, dalla parte opposta ad Edo e Sonia, c’era un signore che importava frutta e verdura fuori stagione dalla Sicilia, ma, con tutta la buona volontà, qualcosa finiva per andare a male, così quel giorno venne utilizzata per giocare a birilli con la gallina e il birillo, ovviamente, era lei.
Ci fu perfino chi le tirò qualche uovo.
Minacciò di mandarci tutti in galera, disse che l’anno seguente nessuno di noi avrebbe avuto il banco, che avrebbe revocato tutte le licenze…poi si rese conto di avere contro tutto il mercato, dovette mentalmente fare il conto di quanto il comune avesse guadagnato con le nostre licenze e gli affitti e, almeno per il momento, se ne andò, seminando in giro foglie, polpa di pomodoro e pezzetti di guscio.
L’indomani, ultimo giorno, organizzammo una festicciola per pranzo a base di specialità degli espositori, almeno quelli che vendevano roba commestibile.
Io preparai una ghirlanda di gru a tempo di record per ornare la tavolata: alla fine, crisi o non crisi, il mercato era andato relativamente bene per tutti.
Sonia mi disse di aver indagato. Aveva telefonato con una scusa al Comando Operativo del Corpo Forestale per vedere se quel Mauro Pernel Montreux esistesse davvero: “È a posto!” mi spiegò cospiratrice: “Anzi, pare sia una specie di eroe! In ogni caso, se per la Befana non ti sento, mi organizzo e veniamo a cercarti! E se trovi un fisso, chiama! A qualsiasi ora, capito?”
Non sapevo se ridere o preoccuparmi, ma non vedevo l’ora di partire! Tra l’altro…non avrei visto Vanessa. Arrivava il ventuno e io sarei già stata in quel posto mitico. Quindi non mi avrebbe dato i miei 50 euro. E nemmeno la fattura.
E non me ne poteva fregare di meno!
Non vidi nemmeno la ragazza-orsa e questo mi dispiacque: alla fine avevo creato un paio di orecchini bellissimi e desideravo tantissimo consegnarglieli!
Forse non sapeva che il mercatino finiva il diciotto. Avrei dovuto insistere per farmi dare un recapito, accidenti!
Il Commissario arrivò puntualissimo, naturalmente, e…naturalmente appena iniziò a nevicare. Cominciavo ad avere non più il sospetto, ma la certezza, che l’arrivo della neve e degli UFO fosse collegato.
Mise in macchina l’ultimo scatolone, i nostri bagagli, prese mia mamma e la issò sul gippone.
Io saltai dietro. Notai uno strano profumo di frittelle, nell’auto, ma non c’erano tracce delle medesime. Probabilmente anche al Comando avevano fatto una festicciola natalizia e lui aveva portato il dolce.
Beh…non ero ancora partita e avevo già fame!
Il Commissario, ehm, Mauro, che non voleva formalità, prese la borsa di Malù, la guardò negli occhi e disse: “Farai un buon viaggio”. Malù iniziò a fare le fusa e smise solo quando, venti minuti dopo, piombò nel sonno.
Mamma era eccitata come una ragazzina: non faceva un viaggio dalla morte di papà, tantomeno in montagna. Aveva cominciato dopo pochi mesi ad avere problemi di salute, avevamo venduto…ehm, rottamato l’auto e i nostri viaggi si limitavano alla cintura. E anche quelli erano ben rari.
Mauro sfrecciava sulla strada ad una velocità che non pensavo fosse normale per una vecchia jeep, gli alberi innevati ci sfrecciavano accanto a loro volta, i paesetti che a volte attraversavamo parevano tutti usciti dalla pubblicità di qualche panettone e io mi sentivo euforica.
Verso mezzogiorno mi accorsi che ci eravamo infilati in un vallone brullo, stretto, buio, con pochi alberi rachitici. Nemmeno la neve riusciva a dare un po’ di luce a quel posto desolato, che strideva nel confronto con tutte le zone appena lasciateci alle spalle. Ma dove eravamo finiti? Mi diede un’angoscia terribile.
Pochi minuti dopo, mi trovai ad osservare la costruzione più assurda che avessi mai visto: in cima ad una bassa montagna decisamente impervia, svettava una specie di abbazia, costruita su uno sperone di roccia proteso nel vuoto e guardava verso di noi severa e minacciosa. “La Rocca Sacra di Chiusa” annunciò Mauro.
Mamma e io la fissavamo a bocca spalancata. Di fianco a noi correva sotto ghiaccio un fiume dall’aspetto poco rassicurante, tra rapide che erano visibilmente le ultime vestigia di un’antica cascata. Pareva uscire direttamente dalla roccia e noi ci stavamo correndo contro! Poi, con sollievo, mi accorsi che le pareti erano due, tanto strette che quasi si sovrapponevano, e che la strada passava sotto una semi-galleria nella parete alla nostra sinistra.
Mentre attraversavamo la gola, quasi mi venne un attacco di claustrofobia. Le pareti cadevano a strapiombo, nere, lisce e taglienti. Il fiume era cupo e pareva anche lui tagliente come la roccia, anche se correva ora quasi tutto sotto ghiaccio. Mi sentii soffocare: ma non doveva essere una serra morenica, quella roba? A me pareva basalto, pareva!
“Ora chiudete gli occhi e contate lentamente fino a dieci. Anzi, facciamo venti!” disse Mauro allegro. Obbedii, ma arrivata a sedici esclamò: “Aprite!”.
Per un attimo vidi solo bianco, accecata dalla luce. Poi restai a bocca aperta: davanti ai miei occhi c’era davvero l’El Dorado! Una valle immensa si apriva davanti a noi, coperta da una spessa coltre bianca punteggiata di paesini da favola. Il fiume aveva un aspetto forte, ma per niente cupo e scorreva accanto a due laghetti scintillanti.
Il più grosso era deserto, con un paio di barche incagliate nella superficie ghiacciata, mentre sull’altro diverse persone pattinavano allegramente. A sinistra dei laghi una strada portava ad un villaggio molto piccolo ai piedi di una specie di castello da fiaba sulla cui facciata campeggiava la scritta: “Grand Hotel des Thermes” affiancata da cinque stelle dorate. L’aria era incredibilmente trasparente, in cielo blu elettrico, attraversato da poche nuvole bianche come spuma di mare. C’erano boschi, e poi boschi e ancora boschi, e campi, campi a terrazze sulle pendici più prossime, file di piccoli alberi da frutto ora tutti coperti di bianco.
Nel cielo un grande uccello bruno planava in ampi cerchi, le ali immobili.
Mamma e io non avevamo nemmeno fiato per dire qualcosa. L’extraterrestre rideva: “Bell’effetto, eh?” chiese strizzandomi l’occhio dallo specchietto. Sorrisi con tutta la faccia, non c’era altro che fossi in grado di fare.
“Il Ponte di Cristallo!” annunciò. Era la cosa più fantastica che avessi mai visto!
Un lungo, elegante ponte a tre campate attraversava il fiume, bianco, lucentissimo, quasi trasparente. “Quarzite” disse Mauro con orgoglio.
Insomma, quel ponte di pietra bianca, a tratti era praticamente quarzo cristallino, attraversato da velature bianche e perfino arcobaleni, là dove il sole lo colpiva direttamente. Non era molto largo, ci passavano a malapena due auto in senso opposto, ma ai fianchi c’erano camminamenti, qua e là alcune panchine e, sul parapetto, campeggiavano vasi che ora erano rossi di bacche di agrifoglio.
Avevo le lacrime agli occhi! Se i Valdombricoli fossero davvero stati cannibali, beh…valeva la pena di rischiare!
“È la cosa più bella che abbia mai visto…” riuscii a dire alla fine.
La grande valle era circondata da alte montagne dall’aspetto severo, incantato dall’atmosfera invernale. Non avevo mai visto tanta luce. Mia mamma non fiatava, gli occhi che le tenevano quasi tutta la faccia, la bocca aperta. Malù si agitava nella borsa, tirando il collo verso i finestrini. Mi misi in braccio la borsa voltandola in modo che potesse vedere fuori.
Oltre il ponte ci aspettava un cartello: “Chiusa di Valdombra- Basse di Chiusa- Rocca Sacra” poco oltre un altro diceva: “Terme-Fourrez- Grand Hotel des Thermes”
Vidi nei prati accanto alla strada delle mangiatoie colme di fieno. Accanto ad una, alcuni cervi mangiavano guardandoci indifferenti.
Entrammo in paese dove, nel piazzale accanto alla stazione, diversi ragazzi giocavano a palle di neve e altrettanti adulti sostavano chiacchierando o leggendo seduti intorno ad un grande albero di Natale ornato di luci e addobbi. Non vidi fili però, e le luci sembravano muoversi e perfino cambiare colore.
Mah! Forse erano di un tipo loro speciale…davvero, davvero belle!
Chissà dove parcheggiavano i dischi volanti?
“Ci fermiamo qui alla piòla a mangiare, voi sistematevi che io vado a prendere un po’ di carburante” disse la nostra guida. La “piòla”, con una grande vetrata che guardava i laghi, si chiamava “La Tana del Coniglio” e sembrava più un ristorante di lusso in stile montano.
Era molto accogliente, luminosa e vi aleggiava un profumo che mi strappò un crampo di fame. L’aria, in quel posto, aveva un profumo e una freschezza incredibili, che metteva appetito ad un morto anoressico. Una bella signora ci fece strada, conducendoci verso la vetrata: “Al tavolo che di solito occupano il Commissario e famiglia” Orpo! Eravamo ospiti di riguardo.
Mentre ci sistemavamo, continuando a guardarci attorno come due sceme, la proprietaria si avvicinò indicando la borsa di Malù. Guardandomi con rimprovero, disse: “Non vorrà mica lasciarlo lì dentro, vero?” Cavolo! Avrei dovuto lasciarlo in macchina! “Scusi, ma non volevo lasciarla in macchina da sola, sa, non conosce nessuno (ma che diavolo sto dicendo?) e…dove potrei sistemarla? Non ci sarebbe un posticino, magari in cortile?” La donna sollevò un sopracciglio, con un gesto che mi ricordò pericolosamente la ragazza Extraterrestre: “In cortile? È così che tratta la sua gatta?” Non capivo: “Sarebbe opportuno che la facesse uscire dalla borsa, la accompagnasse alle toilette, nel caso abbia necessità. Cosa posso portare per lei?”
Eh?
“Cosa posso servire al signora Gatta?” ripetè la donna lentamente, come parlando con qualcuno molto tardo. Cioè, non mi stava cacciando?!?
“Nonsss…saprei, lei…ho le sue pappe in macchina…toilette? Per i gatti?” la donna annuì, prese la borsa e mi fece strada fino ad un bagno su cui si aprivano 4 porte: una con un omino, una con una donnina, una con un cane e l’altra con un gatto. Mai visto niente del genere!
Davvero, quella gente non poteva essere tanto kattiva! Nel bagno per gatti c’erano diverse cassette con lettiere pulite, ciotole con acqua, latte, scatole di salviette umide e spazzole. In un angolo c’erano sacchetti e palettine, dall’altra parte, vicino al muro, un bidone azzurro con la sabbia nuova. Malù emise un gorgoglio e si fiondò fuori dalla borsa, correndo avanti e indietro alla ricerca della cassettina migliore.
Poco dopo la portai, in braccio, nel salone.
Accanto al tavolo, un cameriere aveva preparato un piccolo tavolino alto un palmo su cui erano sistemati due piattini colorati colmi di delizie feline: “Vitello con riso e asparagi per la signorina” disse il cameriere: “E pasticcio di cinghiale all’erba cipollina” Quella roba aveva un profumo tale che l’avrei mangiata io! La posai accanto al tavolino e la guardai tuffare il muso alternativamente nei due piattini con una punta di invidia.
Mamma e io restammo a guardarci inebetite, mentre qualcuno sistemava sul nostro tavolo un piatto di antipasti misti da svenire! Mauro arrivò un attimo dopo con una tanica che consegnò alla signora.
“Mi mette un po’ di carburante di riserva“ spiegò: “Dopo la ritiriamo” Carburante? Come carburante? Da quando la benzina si prende al ristorante? Non feci domande, ma mi girava un po’ la testa. Le fusa di Malù riempivano tutta la sala.
Il cibo era stratosferico. Inimmaginabile. Indescrivibile!
Avrei voluto assaggiare tutto, ma, poiché eravamo ospiti, non osavo. Mauro, che, notai, tutti conoscevano e salutavano con molto rispetto, era divertito.
Ci suggeriva cosa assaggiare, con cosa accompagnarlo e spiegava alcune ricette. Molte erano cose che conoscevo da sempre, ma fatte…in modo atipico. Originale. Fantastico. Divino!
Forse ci tenevano a nutrirci bene per quando ci avrebbero mangiate…
Quando feci un salto in bagno (avevo bisogno di restare sola e sciacquarmi la faccia) scoprii che il cellulare prendeva! Chiamai Sonia: “Va tutto bene! Il posto è incredibile, e abbiamo mangiato la roba migliore che esista! Non si può descrivere, davvero! Ah, e c’è anche il servizio speciale per cani e gatti!” Questo parve dissolvere i timori della mia amica. Le raccontai della toilette e del menù felino e lei ne fu entusiasta: “Sai che forte se qui si aprisse un locale con un servizio del genere?!? Sarebbe una bomba! Diana, quando torni dobbiamo pensarci!”
Ah, perché, dovevo tornare?
Quando uscimmo, la signora ci diede un cuscino nuovo per la borsa di Malù: pareva che fosse l’ospite d’onore. A noi, invece, diede una piccola sporta con le cose che non avevamo assaggiato e a Mauro porse la tanica, da cui proveniva profumo di fritto misto.
Arrivati alla jeep lui aprì il serbatoio e ci versò il liquido dorato: “Ma…è olio!” esclamai. Lui sorrise: “Già. Noi non usiamo la benzina. L’unico carburante ‘normale’ che usiamo è quello degli elicotteri. Che sono solo due, comunque. Li usiamo per soccorso alpino, antincendio…”
“Ma il motore con l’olio si rovina! In cinquantamila chilometri è da buttare!” protestai curiosa. Lui rise: “Beh, da noi cinquantamila sono un bel po’. Non usiamo la macchina tanto quanto voi e comunque” sollevò la tanica e chiuse il tappo: “E’ stato sufficiente modificare il motore. Se vuoi saperne di più devi chiedere a quel signore là” disse indicando con la testa l’unico meccanico-benzinaio-elettrauto-autolavaggio della valle: “Con le modifiche di suo nonno, questi motori durano invece molto più del normale. E profumiamo perfino l’aria!” concluse soddisfatto. Altro che frittelle!
“Circa un chilometro oltre Chiusa i cellulari non prendono più. Vi conviene spegnerli e togliere le batterie” spiegò Mauro.
Io sono abituata ad usare il telefono come orologio, sveglia, calcolatrice e calendario. Che prenda o meno non è un problema, ma spegnerlo…“È meglio, credimi” disse il Commissario Capo nello specchietto: “Diciamo che questi aggeggi…patiscono l’aria Valdombriana”.
Per quanto i finestrini fossero chiusi, mi resi conto che l’aria aveva un odore diverso. Quel “qualcosa” che avevo sentito appena oltre la gola, e poi un po’ più intenso a Chiusa, ora era decisamente più percettibile, ma ancora non riuscivo a capire cosa fosse.
Non era neve, non era resina, non erano ioni…un po’ ci assomigliava, ma…ricordava molto vagamente l’odore di elettricità dei temporali. Era frizzante, a correnti, luminoso, pervasivo…mah…odor di Valdombra! Pensai arrendendomi.
Forse lo lasciavano gli UFO quando decollavano.
Stavamo attraversando una specie di conca ora, dove l’Ombra si allargava notevolmente, pur senza formare un lago, nella quale si creava una piccola isola a forma di goccia, collegata alla terraferma da due ponticelli. Al centro un minuscolo castello con una sola torre, attorniata da una decina di casette da fiaba: “Isola d’Ombra” presentò Mauro: “Detta anche ‘Isola delle Fate’. Difficilmente avrai il tempo di visitarla, ma tua mamma, se non vuole annoiarsi, sarà costretta a fare la turista. Questa è una meta imperdibile” mia mamma sorrise estasiata.
Non si era lamentata del mal di schiena nemmeno una volta, aveva mangiato a quattro palmenti e le brillavano gli occhi. Avevamo fatto bene a venire, qualsiasi cosa ci aspettasse.
Notai, vedendo su una strada al di là dell’Ombra una piccola auto, che le macchine erano davvero rare. In città ne avevo viste alcune parcheggiate, ma praticamente nessuna in movimento. Vero, c’era un sacco di neve, ma...
Stavo per chiedere come si muovessero, quando fummo incrociati da una grossa slitta trainata da due cavalli. Il conducente ci fece un gesto di saluto, cui Mauro rispose e passammo oltre. “WOW!” mi scappò. “Molti si sono modernizzati e usano slitte più piccole e veloci con i cani” spiegò Mauro. Mi ricordai che sua figlia aveva detto qualcosa sui pastori Valdombriani: leggeri, ma non adatti al traino, per quello usavano normali spitz. Al momento non ci avevo fatto caso, pensando che ci fosse qualche scuola di sledog. Invece…
Durante il tragitto incrociammo qualche altra slitta, tutte trainate da cavalli, e solo a Chiusa Alta (Ciusaot), la seconda città della Valle, vidi parcheggiata una slitta con otto cani accucciati in paziente attesa del loro umano. Mi sembrava di essere finita in una favola!
Ogni tanto avevo la sensazione che avanti ai miei occhi passassero delle scintille colorate. Era seccante, ma nelle ultime settimane avevo dormito poco e lavorato molto, spesso sforzando gli occhi su particolari microscopici, a volte quasi al buio. Avevo anche preso un sacco di freddo.
Mi piace l’inverno, sia chiaro. Mi piace che sia un inverno serio, con un sacco di neve, i ghiaccioli alle finestre e le auto che non partono per il gelo. Però passare sette ore al giorno immobili in mezzo al ghiaccio ad un mercatino natalizio all’aperto senza un minimo di riscaldamento…si rischia davvero di fare la fine della piccola fiammiferaia, ecco!
Insomma, ero convinta che si trattasse di stress e stanchezza. Certo, non erano come le classiche lucine che appaiono sulla retina per lo stress…erano rosa, azzurre, verdi. Brillanti. E sfrecciavano. Mah, se fossero continuate, sarei andata da un oculista. Magari era solo il cambiamento d’aria.
La strada continuava oltre Ciusaot in ampi tornanti sulla costa delle montagne innevate. Vedevo a volte l’Ombra scintillare tra la neve, senza sentirne la voce attutita dalla neve e dallo strato ghiacciato. L’unico suono era il rombo sordo della jeep, che mi pareva stridere in quel paesaggio incantato. Qua e là apparivano piccoli paesi imbiancati, con comignoli fumanti e ragazzini che correvano con i cani, giocavano a palle di neve o costruivano pupazzi e castelli. Perfino ai lati strada, ogni tanto, ci appariva qualche figura sorridente con una sciarpa, un berretto e un pezzo di legno al posto del naso.
Una parte di me era ansiosa di arrivare, un’altra desiderava che quel viaggio non finisse mai. Il silenzio aveva preso il posto degli “Oh!”,”Ah!”, “Guarda là!” miei e di mamma e perfino Malù se ne stava accoccolata con il musetto schiacciato contro il finestrino e gli occhi grandi di stupore.

Ad un tratto la mia attenzione fu attratta da qualcosa che correva parallelo alla strada. Cinque o sei animali scuri contro la coltre bianca, troppo piccoli per essere cervi, troppo agili per essere cinghiali, troppo in basso e troppo grossi per essere camosci. Ricordavano un po’ gli Huskies che avevo visto poco prima in paese, ma…no, non erano Huskies.
E, a ben guardare, non sembravano proprio cani…possibile?!? Mauro diede un leggerissimo colpo di clacson e sei musi appuntiti si voltarono verso di noi. Lui fece un gesto di saluto con la mano, come verso qualche compaesano, sorridendo. Poi indicò un punto della strada e proseguì più lentamente. Quegli animali scuri rallentarono e iniziarono a scendere lungo il pendio, verso di noi. Deglutii. Ovviamente non potevano essere quello che sembravano!
Il nostro accompagnatore percorse ancora duecento metri suppergiù, si fermò ad una piazzola, saltò giù e si diresse con un “torno subito” incontro agli animali.
Che si avvicinavano e sembravano proprio quello che sembravano.
Fissavo la scena in totale black out mentale, con un ronzio che riempiva il vuoto pneumatico formatosi tra le mie orecchie quando anche l’ultimo neurone aveva dato forfait.
Il branco si fermò un po’ più a monte, ma potevo vedere cinque paia di occhi ambrati obliqui sui musi affilati e attenti. Il sesto animale scese ancora, fermandosi a due o tre metri da Mauro. Avevo abbassato un filo il finestrino e, nel silenzio assoluto che dominava la Valle, riuscivo a sentire ogni tanto un leggero “flop!” di neve che cadeva dai rami, o il soffio di brevi folate di vento nelle pinete. Niente altro. Pareva impossibile potesse esistere un silenzio simile.
Mauro e quella creatura dai profondi occhi giallo fluorescente, si fronteggiavano in silenzio, anche loro. Eppure, ero convinta che stessero comunicando. Vedevo l’uomo fare piccoli gesti con la testa e con una mano. E l’altro rispondeva con occhi, orecchie, e riuscivo a sentire qualche basso brontolio. Poi l’animale si abbassò leggermente, tirando un po’ le zampe in avanti, scosse la testa e si allontanò verso i compagni che aspettavano appena più su, immobili. Mauro fece un gesto con la mano aperta e tornò in macchina: “Bene” disse fregandosi le mani: “Sono in perlustrazione. C’è stata una valanga, e pare ci siano delle cornici instabili in un paio di canaloni. Bisogna farle venir giù…Se ne occuperanno loro, comunque” Io ero così basita, incredula, allibita che non riuscivo a spiaccicare parola. In che senso se ne sarebbero occupati loro?
E poi…Lo so che i lupi non attaccano l’uomo, ma quelli erano un branco! Ed è sempre così difficile vedere un lupo e, se per caso ci riesci, è da lontano, di sfuggita e poi sparisce subito. Quelli se ne andavano in giro così, tutti tranquilli, a pochi metri dalla strada. E si avvicinavano a parlare di cornici e valanghe con un signore.
A parlare?!? Ma cosa stavo dicendo?!?
Mia mamma, con totale candore, se ne uscì con: “Che belli quei cagnoloni! Sono ben di qualcuno, vero? (“Oh, mamma!”) Avranno freddo! Si geleranno le zampine (“ZAMPINE?!? Ma le ha viste?”). Da noi, d’inverno, ai cani si mette il cappottino quando fa freddo!” continuò con tono di rimprovero. Io mi presi la testa tra le mani, Mauro tentava disperatamente di non ridere: “Oh, mamma!”
“Ma insomma, Diana, ma che cos’hai da continuare a ripetere ‘Oh, mamma!’?” Mauro ora rideva apertamente: “Signora, loro non sentono il freddo, nemmeno a meno quaranta. Hanno due tipi di pelo, giarra e borra. La borra è la cosa più calda e isolante che esista e la giarra, superiore, è del tutto impermeabile. E credo si altererebbero parecchio se qualcuno tentasse di mettere loro il cappottino!” mia mamma ancora non aveva capito: “Davvero? Ma è per il loro bene, ma guarda…” disse cercando le figure scure ormai lontane: “E i loro padroni li lasciano andare in giro così, tutti soli?” mi sfuggì un altro ‘ma mamma!’, e lei sbuffò: “Insomma, ma cosa c’è?”
Ma non hai visto che non sono cani?!?” strillai. Lei scrollò le spalle, offesa: “Davvero? A me non sono sembrati gatti! Vero amorino della mamma?” disse rivolta a Malù, così terrorizzata che nemmeno aveva soffiato o tentato di nascondersi. Si era semplicemente rannicchiata contro di me, continuando a fissarli con la coda gonfia.
Mauro si divertiva un mondo. Pensai che agli extraterrestri dovevamo sembrare proprio idioti!
E intanto continuavo a vedere nella mia mente il nonno di Edo che si voltava a guardarmi: “Valdombra”. Le parole si rincorrevano dietro i miei occhi spalancati su quella valle bianca e silenziosa: “Sono strani….il tempo scorre diversamente…c’è e non c’è…sono governati dai lupi…e da…altro…”
Altro.
Mi fregai gli occhi, perché avevo di nuovo visto quelle scintille colorate. Ne vedevo una verdino chiaro girare intorno alla jeep. Inaspettatamente Mauro frenò e aprì per un istante il finestrino. La scintilla entrò, lui sembrò guardarla per qualche istante, poi soffiò leggermente, senza parere, richiuse e partì: “Mia moglie ha bisogno di tre burnìe grosse. Mi chiedo che cosa sia successo…ci fermiamo solo un istante qui a Soprana. Ci vorranno cinque minuti”
(là il tempo scorre diversamente…sono governati dai lupi…)
E come faceva adesso a sapere che sua moglie aveva bisogno di tre grossi barattoli di vetro a chiusura ermetica?
Pochi minuti dopo arrivammo a Vaymallez.
Qualsiasi cosa mi fossi aspettata, immagino che non fosse all’altezza di com’era.
Non c’erano alberi dai frutti dorati, né case di marzapane e cristallo, o chissà che altro.
C’era un piccolo villaggio di montagna. Perfetto, qualsiasi cosa questo significhi.
Nella piazza principale molta gente si affaccendava a montare dei banchetti di legno, più piccoli delle casette e dei gazebo cui ero abituata e tutti democraticamente della stessa forma e dimensione.
Contro il muro della pensioncina, proprio a pochi metri dall’ingresso, vidi la mia insegna, già bell’e montata. Una signora con una lunga treccia rossa e un mantello grigio perla cangiante stava sistemando alcuni ganci cui appendere i mobiles. Vedendomi sorrise: “Ho aggiustato un po’ come mi pareva, se non ti piace cambiamo. Ora sistema le tue cose, poi vieni a prendere una cosa calda lì da me” disse come mi conoscesse da sempre. Aveva incredibili occhi blu violetto, quasi elettrici, che si intonavano perfettamente con quella mantella, che ne sottolineava la sfumatura.
Pensai che somigliava un po’ alla ragazza extraterrestre e Mauro aveva detto che sua sorella aveva un negozio proprio nella piazza.
Lui intanto, dopo averci fatto scendere e aver scaricato le nostre cose, corse a casa, dove a quanto pareva cane e gatto si erano messi d’accordo per combinare qualche disastro, e noi restammo affidate alla signora dai capelli rossi.
Ci sistemammo nella pensione e mia mamma decise di fare un riposino. La signora le prese la giacca a vento e disse: “Certo, le farà bene un bel sonno. La aiuterà ad ambientarsi” pensai che fosse una frase un po’ scema, ma quando mi voltai per dire qualcosa, mia mamma dormiva profondamente.
Mi venne in mente che, quella mattina, mille anni prima, Mauro aveva preso la borsa di Malù e le aveva parlato nello stesso modo.
E lei era stata così buona, nonostante il viaggio lungo, che l’avevo perfino fatta uscire dalla borsa per prenderla in braccio. Ora stava tutta felice sul davanzale, come non avesse aspettato altro tutto il tempo. O tutta la vita.
La signora la accarezzò e le chiese se avesse fame. Per tutta risposta, lei le diede una calorosa testata facendo le fusa e commentò con un “MIAO!” entusiasta la proposta di portare un vasetto di erba cipollina, una scodellina di panna e una lettiera pulita. “Volevo portare la sua sabbia, ma il Commissario non ha voluto” spiegai.
Scendemmo e lei chiamò una ragazzina dicendole qualcosa in una lingua incomprensibile che somigliava vagamente ad occitano, ma con sfumature arcaiche e vagamente sassoni. La ragazzina corse via e ci avviammo al banco.
Era il doppio del mio, perfettamente funzionale e attrezzatissimo. Bastava alzare le ante che cadevano sul davanti, scorrere quelle laterali e con un -clack- era chiuso. Per aprirlo, stessa cosa al contrario. Significa, in parole povere, che per preparare un banco ci volevano tre minuti esatti!
“Ma davvero non devo pagare niente?” chiesi vergognosa. La donna sorrise: “Non c’è niente che ci serva. Se non vuoi cambiare nulla, andiamo nella Bottega, che ti faccio assaggiare qualcosa di specialissimo!”
Il negozio era proprio lì nella piazza, con un nome affascinante: “La Bottega degli Incanti”.
Vendeva soprattutto due cose: cibo e libri.
Solo che il cibo era le più incredibili golosità avessi mai visto. Mi offrì Latte Incantato e Torta della Strega alle mele e cannella, insomma, una normale torta della nonna, detta così, solo che…era galattica!!
Avevo fatto una scoperta rivoluzionaria: gli extraterrestri mangiano un sacco bene!
Era come mangiare cibo degli dei. Sulla torta mi spolverò un po’ di cacao e io pensai che, se dovevo diventare la loro cena, rendevano i miei ultimi momenti così straordinari da non avere nulla da rimpiangere!
Alzando gli occhi al di là della piazza vidi Malù sul davanzale con musetto affondato in una scodellina.
Altra scoperta: gli extraterrestri nutrono i loro felini altrettanto bene.
Intorno gironzolavano diversi cani: quegli enormi pastori Valdombriani, spitz di vario tipo, e un Labrador particolarmente festaiolo che giocava con dei ragazzini.
Alcuni gatti se ne stavano uno su un altro davanzale, sdegnato da tutto quel caos, un paio sul parapetto di un piccolo delizioso ponte che conduceva ad una discesa alberata.
Guardai la facciata della piccola basilica (che, mi aveva detto la signora, veniva usata di rado) e vidi una meridiana. Erano le tre.
Avevo lasciato la mia casa appena da cinque ore e mezza.
Faticavo a ricordare la mia vita. Faticavo a ricordare il viso di Sonia, le facce dei miei amici, dei colleghi del call center, della padrona di casa. C’era qualcuno…oddio, come si chiamava? Vanessa, si! Chi era? Era importante?

(...Continua link p.:4)

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