Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 28 dicembre 2012

Learning To Fly

Ed eccolo, finalmente!
Questa creaturina mi ha fatta ammattire! La Pietersite, già pagata decisamente troppo dalla cliente, è una delle cose più scivolose del mondo, dopo un'anguilla insaponata e non voleva saperne di stare come la mettevo io, continuando ad infilarsi sotto la montatura.
Inoltre, ho scoperto con grande dolore, che il Silver Filled 0.5 ha il filetto interno in Ottone crudo, per cui, appena si cerca di piegare con decisione, si spacca simpaticamente!
Così, non potendo (per ragioni di costi) fare tutta la struttura in Argento massiccio e non potendo schiacciare contro il Silver Filled uno 0.5 d'Argento per evitare di rovinarlo, ho optato per una parte in Ottone...certo, l'Oro sarebbe stato un'altra cosa, ma...

Qui sono 4 fili di Silver Filled 0.8mm da circa 30 cm l'uno, due da 20 in Ottone da 0.6mm e un numero imprecisato di metri di Argento 925 0.3mm.
Eccolo:
L'unica parte a tenere la pietra sono i due fili in Ottone wrappato in Argento con cucite sopra le minisfere di Occhio di Tigre rosso.
La parte di sostegno, quella con i disegni di Ottone, è arricchita con tre piccole Rubelliti (Tormaline rosa).
Sono ancora un po' in dubbio sulla parte alla sinistra della foto: sarebbe bene riempirla, tipo con una piccola bobina, o si rischia di togliere aria alla struttura?
Qui la parte posteriore, che mi piace più del davanti:
Più da vicino:
Altri primi piani:
Non è granché, ma si vede come sta indossata:
Mah, vorrei fare ancora qualche foto con luce diurna, ma volevo proprio postarle stasera, anche a costo di usare il maledettissimo flash...

venerdì 21 dicembre 2012

Braccialettino Acquamarina

Il Natale si avvicina e la gente si trova, spesso, a non poter fare regali a chi vorrebbe e a doverli fare a chi ne farebbe volentieri a meno, così, lunedì sera, una mia amica mi manda un messaggino chiedendomi con urgenza qualche braccialetto per il mercoledì dopopranzo..in pratica avevo un giorno di tempo!
Il problema, cioè, I problemi, erano che:
1) Le signore cui dovevano andare sono, come dire, piuttosto difficili
2) Avevo pronti solo due braccialetti, uno decisamente fuori budget e uno totalmente inadatto
3) Sono quasi a secco con il Silver filled
3) Non potevo usare il Rame, di cui invece sono ben fornita, causa la snobbosità delle signore
4) Fretta
5) ...e adesso che faccio? O_O

Mi sono messa a rovistare tra i sassi e ho trovato 3 radici di Acquamarina avanzate..per uno potevano andare bene. Pensavo: se io uso più pietre, mi occorrerà meno metallo! E questo era già un buon punto di partenza.
Le Acquamarine in questione erano forate, bene, si fissano alla struttura, senza bisogno di troppi arzigogoli..all'altro avrei pensato poi.
Alla fine è uscito un braccialettino che trovavo cooosì grazioso, che me lo sono messo e ci ho dormito, con la scusa di vedere se per caso potesse dar fastidio in qualche modo.
Per l'altra madama, vabbé, niente, non ho fatto a tempo, ma la mia amica ha preso un collierino, anche lui in Acquamarina (però quella bella che avevo usato anche per il matrimonio dei miei amici a guigno) con un Granatino identico al bracciale.
Purtroppo ho potuto fare solo due fotine, ma mi garbava di metterle...
ecco:
Si, lo so, c'è pure la luce che rimbalza sulla scrivania, che NON è la mia!
Primo piano al polso della Myriam:
Come vi pare?

sabato 15 dicembre 2012

...Qualcosa di nuovo e qualcosa no...

Sera!
Avete fatto l'alberello di Natale? Io si, anche se le luci della stella non funzionano (ma se la attacco da sola alla presa si accende, secondo me è che è permalosa!) e non ho trovato i "capelli d'angelo" per finirlo. Senza, a me, pare sempre una roba porella porella...
pazienza, lunedì li cerco!
Sabato scorso sono stata tuuuutto il giorno ad un mercato che più fallimentare di così non poteva essere.
Io, giuro, non volevo farlo, ma una mia amica mi ci ha trascinata dicendo che sarebbe stato bellissimo. Dopo posterò una foto con la sua faccetta dopo ORE di bellissimo mercato..
Intanto ecco qualcosina di nuovo.
Anellino al dito della Dani:
Anellino in Rame, Argento e Olivine al mio pollicino:
 
Primo piano:
Anellino in Rame e Granatini:
Eccolo:
Sono tutti regolabili, come si può vedere...e ora qualche orecchino:
Le due coppie in alto sono in Quarzo Tormalinato, una in Rame e l'altra in Ottone, le tre sotto in Pietra Lavica e Quarzo Ialino, nei tre metalli.
Semplici, semplici, ma io li trovo carinissimi, non so, un po' Star Trek...
Avevo dimenticato le foto del banchetto (un metro a testa) con la faccetta molto espressiva della mia amica. Provvedo.
Mio:
Sottolineo che, essendo in teoria un mercatino di scambi dell'usato e di antiquariato, bisognava portare anche roba usata...per cui io avevo portato anche le cose belle, ma solo un po', senza pensare di venderle, ma solo di farle vedere. Puntavo invece sulla vendita delle "cosine": orecchini facili, anellini semplici e ciondolini di quelli nati per cani, che avevo messo a prezzi stracciati...
Ed ecco la Dani con il suo banchetto:
La signora con il telefonino e la faccia depressa è lei...
Visto che entusiasmo? Erano circa le cinque del pomeriggio e noi eravamo lì più o meno da dodici ore...

venerdì 7 dicembre 2012

Frammenti: Il Dono p.10

Vi propino un altro pezzetto del diario di quella matta di Eva, la quale inizia ad apprendere i primi rudimenti delle "logiche Valdombriane"...consiglio di stare attenti, perché le cose che le diranno, chissà...potrebbero essere interessanti anche per noi terricoli...
Buona lettura...
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"Ore dopo, finite le varie cure termali, massaggi, beveroni, camminate asciutte e bagnate, mi trovai a gironzolare nella biblioteca dell’Hotel. Bello, non pensavo ne avessero una!
Due lunghi tavoli erano deserti, al terzo era seduto un signore dall’elegante pizzetto brizzolato che sembrava tenere una lezione di qualcosa a tre giovani, due ragazze e un ragazzino.
Davanti a loro diversi libri e –ahi!- una serie di minerali e pietre che l’uomo prendeva di volta in volta spiegando e mostrando qualcosa agli allievi.
Parlavano sottovoce, ma la sala era praticamente vuota e, se non mi allontanavo troppo, riuscivo a cogliere i loro discorsi. Il problema era che non volevo fare la ficcanaso. Finsi di cercare qualcosa nella corsia più vicina e restai in ascolto, anche se mi vergognavo come una ladra.
“Ecco, vedete, quel segno lì indica che il cristallo ha ripreso a crescere in un secondo momento. Spesso, tra un livello di crescita e l’altro, si deposita un leggero strato di Clorite, che permette una visualizzazione ben definita dei diversi livelli, come per gli anelli degli alberi. Le tracce della crescita sono chiamate ‘fantasma’. Secondo voi a cosa servono?”
(Ehhhh?!? In che senso a cosa servono? Il Quarzo è fatto così e amen, a che dovrebbero servire le tracce del fantasma?)
“Io credo” iniziò una delle ragazze: “Che in qualche modo restino tracce nette di memoria, di cui la pietra può servirsi per apprendere dal proprio passato, come una specie di contemplazione…no?”
“Vai avanti…” disse sorridendo la voce dell’insegnante: “Eu…mah, potrebbe…forse, non so, dunque, potrebbe essere interpretata come una serie di livelli di coscienza o di diverse vite? Non mi è chiarissimo”
Stavo con la faccia appiccicata allo scaffale e mi girava la testa: “Bene, forse devi approfondire la tua visione della faccenda, allora. Altre idee?”
“Non saprei…” disse la seconda ragazza: “Io avevo pensato alla capacità di comunicare con entità di altri livelli di esistenza, ma adesso mi pare una stupidaggine”
E se mi fossi avvicinata con una scusa? Tipo chiedere l’ora? O qualcosa di più originale e credibile, come se sapessero l’orario dei pullman, per esempio, oppure…
“Non è una stupidaggine, Lorena, ma devi ancora lavorarci su, la tua visione non è completa. Hans?”
Ci fu un attimo di esitazione: “A me è venuta la sensazione di, uhf, come di ricordo, o salto temporale, ma non riesco ad esprimerlo meglio”
“Uhmmm…siete stanchi, ragazzi? Volete fare una pausa merenda?”
Non vedevo, ma fui certa di sentire tre sorrisi allargarsi sulle relative giovani facce.
No, non dovevano andarsene, non adesso, accidenti!
Mi avvicinai timidamente, avrei chiesto l’ora e anche le previsioni del tempo! Si, potevo farcela!
“Scusate, io cercavo un testo sui minerali presenti in zona, vedo che voi avete delle pietre, sapreste mica…”
“Ma certo, cara, venga, anzi, uno l’ho rubato io per i miei allievi! Si accomodi, ecco”
Disse aprendo un librone con delle foto da paura: “Oh, un Gwindel, che bello!” esclamai saltando a piè pari il librone e sbavando poco dignitosamente sulla piccola esposizione davanti a loro: “Oh, vedo che se ne intende! Sono Herbert, insegnante di Minerali e Cristalli, questi sono Lorena, Hans e Rhianna” Gli strinsi la mano, presentandomi: “Cosa la porta dalle nostre parti?” chiese il tizio affabile, porgendomi il grosso Quarzo fumé dalla caratteristica forma elicoidale: “…nnghh…wow…eh? Ah, la zia”
“Prego?”
“Mia zia mi ha portata da queste parti. Mi ha ordinato di prendermi una vacanza e poi mi ha portata qui, mercoledì scorso. Però sabato siamo salite a casa sua e siamo tornate stamattina”
“Ah, sua zia non è una cliente delle Terme allora, è di qui?”
“Eu…”continuai a sbavare su un’Ametista che mi ricordava terribilmente mia cugina: “S-s-ssi, lei è di Forno di Morione…”
L’uomo si illuminò: “Oh, che bello! Ma venga, venga con noi, stavo portando i ragazzi a fare una pausa in giardino, sa, qui è più comodo e tranquillo per studiare, ma i nostri ragazzi non sopportano a lungo il chiuso. I ragazzi Valdombriani sono un po’ selvatici, in genere!” disse strizzandomi l’occhio, complice dei “suoi” pupilli.
Ci allontanammo e io guardai con desiderio e timore l’assortimento di pietre abbandonate sul tavolo: “M-m-mma le lascia lì? Non ha paura che qualcuno possa prenderle?”
L’uomo scoppiò a ridere: “Ah, mia cara, la vita cittadina l’ha influenzata troppo! Venga e non si preoccupi!”
I ragazzi corsero a prendere dei bei gofri grondanti di leccornie e noi li imitammo. Forse non avrei dovuto, ma poiché stavo perdendo chili, tutto sommato…
Scoprii che il professore insegnava alle scuole superiori specialistiche. Insomma, siccome loro non avrebbero teoricamente potuto avere delle vere e proprie Università, essendo parte di altro stato, almeno legalmente e nominalmente, si erano inventati le scuole specialistiche, che di fatto facevano funzione di Università locali.
Insegnava una roba che chiamò “Mineralogia e Gemmologia energetica”.
Pur titubante gli spiegai che a Morione avevo, ehm, trovato alcune pietre, tra cui un Ametrino che sembrava avere caratteristiche piuttosto atipiche. Mi chiese di vederlo, ovviamente, e, mollati i rampolli sotto il ciliegio, lo scortai alla suite.
La zia doveva ancora essere in qualche sauna o qualcosa del genere, Miki, dopo 48 ore passate a correre e rimbalzare, ronfava su un grosso cuscino che gli avevano messo sul terrazzo e non ci degnò della minima attenzione.
Il professore era incantato dal mio pietrone: “Diceva che è atipico?” chiese dopo un bel po’ di contemplazione, senza staccarne gli occhi: “Beeehh, insooomma…”
Gli spiegai: in fondo era Valdombriano e se fosse stato suonato solo la metà di quelli che avevo conosciuto fino ad allora…
“Sa, ieri mattina mi sono svegliata, l’ho guardato e BANG! È esploso il bicchiere che avevo sul comodino…mia zia dice che è stato lui. Beh, anche i miei cugini lo dicono…Le pare mica possibile?”
L’uomo ebbe un luccichio malandrino negli occhi, si avvicinò e si mise un monocolo da gioielliere per scrutarlo, poi si sedette di fronte, ad un metro e mezzo di distanza, e mi fece segno di avvicinarmi. “Senta, metta le mani così, a quest’altezza, vede? Adesso provi a fare così, come spingesse leggermente…cosa succede?”
Provai. Quando con le mani aperte feci il gesto come di spingere leggermente, sentii qualcosa di caldo e morbidoso premere contro i miei palmi. Aprii gli occhi, ma non c’era niente, anche se continuavo a sentire quel ‘qualcosa’ contro le mani: “Ehu?”
“Bene, provi un po’ di più?” Provai e la sensazione fu più spessa, come stessi comprimendo qualcosa con una solidità. “M-mma non c’è niente, qui!” L’uomo mi agitò un dito davanti al naso: “Non c’è niente che lei possa vedere con una forbice di spettro visibile tra 4000 e 7000 Armstrong! In realtà, ci sono oceani di cose, qui, dove per lei non c’è niente!”
Ah, però!
“Qu-quindi?”
“Quindi adesso lei chiede al Cristallo il permesso di entrare nel suo campo e di toccarlo”
“Ma…ma…mi scusi, io è dall’altro ieri che lo tocco! Non mi dirà che dovevo chiedere il permesso, eh?”
Il professore sorrise: “In un certo senso…Lo sarebbe sempre, con pietre, piante, animali…d’altra parte, lei mica mette le zampe su qualcuno della sua specie senza consenso, no?”
“Ovvio, ma…insomma…ma perché devo chiederlo da qui? Il Quarzo è a mezzo metro e…”
L’uomo sospirò paziente: “È ancora più importante! Lei sta entrando nel suo campo aurico, come dire…tocca la parte energetica del suo essere! Capisce cosa intendo?”
Euh, come no! “Mica tanto…” ma questo era un professore? Di una scuola super-superiore? Ma dico!
“Provi, su! Gli chieda!”
“(Bah!)Signor Ametrino, potrei avvicinarmi e toccarla?”
No
Volai all’indietro e mi trovai a pancia all’aria ad un metro più in là: “…gh…gh…”
“Ah, non andava bene?” Chiese con una sfumatura di disappunto il mio ospite: “Ahi! Ouf…ma-a-a co-o-osa sarecce duccesso?”
“Oh, nulla, cara. La pietra non ha gradito il suo modo di chiedere permesso, semplicemente. Dica la verità, era convinta fosse una stupidaggine, eh?"
Ero ancora sul pavimento, nella poco dignitosa posizione del pappagallo stecchito, zampe all’aria comprese e non mi parve il caso di mandarlo a stendere: non avrei sortito un grande effetto.
“mmsoomma…” gorgogliai tra i denti: “Ecco, vede? Lui si è risentito. Sentirsi idioti quando si comunica con esseri intelligenti, non è gradito a questi ultimi”
Ecco. E come si fa a non sentirsi idioti quando si cerca di fare conversazione con un sasso, dico io?
“Si, ma…cioè…io mi sento idiota! È una pietra!”
-ZOT!!-
Una specie di fulmine, che ricordava pericolosamente la scossa del sabato precedente, solo una trentina di volte più intenso, mi fece letteralmente saltare per aria, Schizzai via come un proiettile e mi infilai dietro le tende, da dove sbirciavo professore e sasso massaggiandomi il didietro fritto.
Il professore fece un quarto di sorriso sornione: “Dobbiamo chiarire alcuni concetti, mia cara. Penso seriamente che dovrebbe seguire le mie lezioni, previa qualche ripetizione privata, così da non essere troppo indietro sui miei ragazzi. Sa, loro sono giovani maghi, il loro cammino è iniziato vediamo…circa diciannove anni fa” spiegò soddisfatto: “Ma andiamo, li avranno appena diciannove anni, e il ragazzo secondo me, manco ci arriva!” brontolai sempre nascosta dietro la tenda.
“Effettivamente…questo significa che lui ha iniziato diciannove anni fa, e Lorena e Rhianna venti”
“A sentirla pare abbiano iniziato nella pancia della mamma…” replicai: “Oh, no, cara, no, ci mancherebbe! Hanno iniziato l’anno precedente! Solo dopo sono finiti nella pancia della mamma!”
OH, CIELO! Ma perché non potevo trovare gente normale, per la miseria?
“Certo. Quindi dovrei fare questa…questa cosa…che cosa sarebbe, esattamente? Io studio minerali da quando ero piccola e nessuno si è mai comportato in quel modo, né con me, né con chicchessia. Certo, non li studio da prima di esistere addirittura a livello potenziale, ma…”
“Certo che no” Il professore era sprofondato nella poltroncina di fronte a me, con espressione meditabonda dietro le punte delle dita unite: “Prego?”
“Certo che non ha iniziato prima di esistere. Nessuno inizia qualcosa prima di esistere, almeno nel Pensiero Divino, solo che…lei esisteva da molto, molto prima di quello che crede. Lei crede di avere avuto inizio trent’anni fa, all’incirca, no?”
Mi strinsi nelle spalle, chiedendomi dove volesse arrivare: “Povera ragazza!” sospirò l’uomo: “Quindi quando vuole iniziare? Dopo cena, quando avrò rispedito i miei ragazzi? Che ne pensa? Da quel che mi dice, non abbiamo molto tempo, ma abbiamo taaanto, taanto da fare!”
Lo so, avrei dovuto rifiutare. Avrei dovuto dire semplicemente che non avevo tempo da perdere, anzi, se voleva poteva prendersi il “Sasso Assassino”, ma non gliela feci: la curiosità era più forte del buonsenso, della razionalità e della prudenza.
Lo so, sono un’incosciente, anche se non ho mai fatto bunging jumping (ma solo perché fa malissimo per la cervicale).
Lo so, me ne sarei pentita amaramente, ma…ma come si fa a dire di no a una cosa così folle, soprattutto dopo aver appena ricevuto un fulmine nel didietro da un Quarzo?

Pensavo spesso ad Einstein, alle superiori.
Ci pensavo più o meno ad ogni lezione di latino, se non ero troppo impegnata a nascondermi sotto il banco nel terrore di un’interrogazione.
Quelle ore non finivano mai. Qualsiasi cosa tentassi di fare, dopo ore ed ore sbirciavo l’orologio e scoprivo che erano passati due minuti dall’ultima volta.
La scuola doveva essere una specie di solido atto a creare un’alterazione spazio temporale, tale per cui il tempo si dilatava a dismisura, a meno che non si stesse facendo l’intervallo, l’ora di educazione fisica o qualcosa del genere, nel qual caso si restringeva altrettanto orribilmente.
Quella sera mi tornò in mente…non che il tempo trascorso con professore fosse equiparabile al latino, per carità, ma in tre ore mi parve di aver fatto un corso semestrale.
Quando lui se ne andò, verso mezzanotte, relativamente soddisfatto, avevo gli occhi sbarrati e allucinati, la testa che girava e una quantità di appunti che nessuno, nessun essere vivente su questo pianeta, avrebbe potuto scrivere in tre ore. O in sei.
Forse in dodici, impegnandosi molto.
A cena la zia mi aveva detto che sarebbe andata a Chiusa da una coppia di amici e probabilmente avrebbe pernottato là, se non mi dispiaceva e io avevo trovato che, nonostante la solitudine in quella grande suite non mi sorridesse affatto, potesse essere positivo per la mia serata di studio, così ora ero sola e rimbambita.
Meglio. Non dovevo giustificare la mia espressione da tossica se non con il gatto, il quale però sembrava fregarsene altamente.
In effetti aveva passato la serata di fianco al mio insegnante con un'irritante faccetta saputa, osservandomi critico e sbuffando quando ero più tonta.
Avevo una strana sensazione di vuoto tra le orecchie, come fossero state attaccate ad un palloncino molto leggero. Se mi avessero sparato in mezzo agli occhi, sicuramente non avrebbero colpito nessun organo vitale, anzi, non avrebbero colpito un bel niente.
L’Ametrino mi guardava sogghignando, mentre tentavo di riappropriarmi di almeno un paio di neuroni vaganti.
Energia, forme pensiero, pensieri di cristallo, sogni, comunicazione trans-specie e trans-forme (niente a che vedere con qualche cartone animato o serie televisiva), orgoni, che non è una parolaccia, campi energetici, vitali, quantici…aaaawwwwww!!!!!!!!!!!!!!!!
Mi risvegliai ore dopo, a pancia in giù sugli appunti, alcuni dei quali mi stavano appiccicati alla faccia, sulla quale Miki stava dando colpetti con le zampette, rimbalzando con i gommini sulle guance nel tentativo di svegliarmi.
Albeggiava. Il cielo era di un grigiore diffuso che prometteva pioggia, non c’erano lucine sospette in giro, tutto era immobile e silenzioso, come fossi rimasta l’unico essere vivente in tutta la Valle, assieme al gatto.
Nutrii il nobile felino, poi mi trascinai in bagno per affondare la faccia nell’acqua gelida. Tolsi la tuta stropicciata, e ne cercai un’altra (offerta dall’albergo) dopo una doccia velocissima.
Non ricordavo ancora niente o quasi.
Le sei e mezza…ovviamente. Quel gatto non si smentiva. Gli diedi le sue caramelline, presi quel chiletto di fogli e uscii in terrazza.
Una nebbiolina grigio argento, luminosa come fosse stata composta di particelle di madreperla, aleggiava tutto intorno, sospesa nell’aria immobile a volute e banchi più fitti qua e là, rendendo ogni cosa finemente glitterata.
“L’aria brilla…” pensai, mentre l’immagine di mia cugina mi si affacciava alla mente.
Srotolai una stuoia, vi gettai alcuni cuscini e mi ci sprofondai cominciando a disporre attorno a me gli appunti.

“Mai sentito parlare di Energia delle pietre? No, non intendo esattamente le proprietà piezoelettriche o piroelettriche, parlo di energie che voi definite sottili”
“Intende dire quella roba, tipo cristalloterapia e altre scemenze del genere?”
“In un certo senso…”
“No, cavolo, la prego! Ne ho conosciuti di invasati del genere! E addirittura diversi imbecilli che si professavano grandi esperti, usavano come pietre di guarigione pezzi di vetro intrisi di particelle di mica o pirite o vetri da arredamento, convinti si trattasse di pietre dalle proprietà straordinarie! Io…io non posso sopportarli!”
“Nemmeno io”

Aprii gli occhi. Più o meno la nostra serata era iniziata così, e poi…
“Eva? Noi sappiamo che esistono Quarzi scaldati che diventano viola, no? Eppure questo non impedisce alle Ametiste di esistere. Esistono gemme false, ma questo non rende meno vere le…originali”
“Ok, ma…”
“Ma quelle persone sono un pericolo per gli ingenui, là fuori, è vero. Ma in fondo, sono solo il prodotto di un mondo finto, pieno solo di illusioni e menzogne. Lo ammetto, noi siamo molto duri con voi, cioè, con i forestieri. Dicono di non credere a niente, ma si bevono qualsiasi stupidaggine, se addobbata nel modo giusto per il loro ambiente. Sono come foglie al vento, in balia delle loro illusioni e delle loro paure. Non deve dar loro ascolto, ma imparare a discernere tra il vero dalle sciocchezze. Quando esattamente ha smesso di vedere e sentire?”
Avevo sospirato, contato fino a tre, poi fino a cinque: “Mai. Del tutto, intendo”

“Oh, questo è bene, molto bene”
Ed ecco che aveva cominciato a spiegarmi come entrare in contatto con lo spazio vitale, i livelli di esistenza di un Essere al di là del corpo fisico.
Mi aveva mostrato come ogni cosa, volente o nolente, compenetra con il suo “campo” quello di ciò che lo circonda.
Mi aveva insegnato a percepirlo con le mani, consciamente, a sentirne la morbidezza, la densità, a percepire le sensazioni di accettazione o rifiuto del ‘proprietario’ del campo.
Molto più tardi, quando avevo di nuovo domandato al mio cristallone il permesso di toccarlo, il campo si era aperto permettendomi di entrare e di toccare fisicamente la pietra.
“Perché posso prenderle in mano senza chiedere?”
“Non dovresti, in realtà, non è molto educato. Però in genere loro sono in una specie di  stato sospeso, potremmo chiamarlo ‘dormienza’, anche se non è esatto. L’albero in dormienza sospende o rallenta le sue funzioni vitali durante un periodo dell’anno, in genere l’inverno, per non rischiare che il gelo lo ferisca, producendo cretti, fuoriuscita di linfa e per permettere a se stesso il riposo. Per le pietre non è lo stesso. Lo stato che chiamiamo di dormienza è semplicemente uno stato in cui la percezione del tempo e dello spazio è a loro misura. Essi sono in comunicazione tra loro, con la Madre, con le loro Creature fatate, con una percezione temporale lontanissima dalla nostra. Sono veramente su un altro piano di esistenza. A volte non si accorgono nemmeno di essere sballottate, portate, vendute, comprate, o altro. A volte lasciano perdere, osservano, semplicemente.
Se invece vengono spezzate o tagliate, allora scendono in questo continuum spazio-temporale, è ovvio. A volte sono scocciate, annoiate, infastidite, a volte si divertono ai danni dell’uomo, a volte scoprono di essere ammirate e corteggiate, e di questo si compiacciono. A volte, sapendo di essere molto più potenti di questo piccolo essere malvagio, portano…sfiga. E diventano leggendarie”
Poi mi aveva mostrato schemi su schemi, come la struttura cristallina incidesse sul loro carattere, perché prendevano una struttura anziché un’altra e così via.
E avevo capito quanto fosse ridicolo prendere un minerale di struttura prismatica e trasformarlo in una piramide, per esempio, o una sfera. Significava snaturare completamente la sua forma, cercare di obbligarlo ad essere qualcosa che non era, rigettando in pieno la sua natura…
…esatto. Proprio come era successo a me.
A mezzanotte se ne era andato, ma avevamo parlato di così tante cose, avevo scritto tanto da avere il tunnel carpale accartocciato, avevo studiato, fatto esercizi e…no, non poteva, semplicemente, essere mezzanotte…

Ora, lì a pancia in giù sullo stuoino, mi tornò in mente una scena di almeno dieci anni prima. All’epoca ero standista di uno dei più importanti cercatori, collezionisti e commercianti di minerali d’Europa. Stavamo mostrando dei pezzi ad alcuni clienti abituali, passandoceli e osservandoli da ogni angolazione e sotto diverse luci, quando una coppia dall’aspetto ‘alternativo’ si fermò ad osservarci con disapprovazione: “Ma voi fate toccare a tutti i vostri cristalli?” aveva chiesto il ragazzo, scandalizzato: “Guardate che ve li scaricano, eh!” Ci eravamo guardati l’un l’altro ed eravamo scoppiati a ridere. Ora scoppiai a ridere da sola: ciò che allora mi era parso solo stupido, ora mi appariva in tutta la sua incredibile imbecillità.
Di fronte a me un Quarzo, accomodato in un nido di calcite e microscopici cristalli di pirite, scintillava in quella nebbia mattutina, ma al centro avevo imparato a vedere una piccola sfera luminosa che pulsava, ruotando su se stessa e producendo un tipo di Energia ‘sconosciuta’ e, in genere, invisibile ad occhio umano e agli strumenti ottici comuni: “E’ come i Cakra degli esseri animali” aveva detto il professore.
Ma guarda! C’è gente che ancora si stupisce che gli animali abbiano l’anima o i famosi Cakra, chi glielo dice che ce li hanno anche le pietre? E, naturalmente, i vegetali? Diversi, il professore li aveva definiti “parzialmente non locali in un certo qual modo”…beh, ancora non avevo la più pallida idea di cosa questo significasse, ma ero piuttosto ottimista, a quel punto. Sollevai una Fluorite rosa, adagiata mollemente su un praticello di Dolomite a sua volta cosparsa di clorite argentea.
Insomma, era davvero un’opera d’arte! Il grazioso ottaedro rosa sembrava compiaciuto della sistemazione, come una modella ammiccante davanti al suo pittore…ma le pietre…lo fanno apposta ad essere così esteticamente fantastiche? Cioè, non è una roba accidentale? È perché sono vanitose?
Sollevai il pezzo, osservandolo in controluce. La mia mente prese ad espandersi, come cerchi nell’acqua, Percepivo, a velocità stratosferiche, immagini, strutture geometriche, formule dall’aspetto ignoto, concetti che non riuscivo ad afferrare, eppure sentivo di poter comprendere. Mi parve di espandermi fino ai confini della Galassia, finché un piccolo triangolo ghiacciato sulla mano mi riportò al presente.
Miki mi osservava compunto, seduto educatamente di fronte a me, gli occhioni spalancati ed interrogativi.
Pochi secondi dopo entrò la zia: “Oh, zia!” esclamai: “Ma sei qui così presto?”
Lei parve sorpresa: “Presto? Sono le dieci e mezza, cara…mi hanno dato un passaggio”
Le dieci e mezza? Ma come, dieci minuti prima erano le sette meno venti!
Cosa stava succedendo al tempo? Joelle aveva detto qualcosa, giorni prima, sul tempo che scorre un po’ diversamente in Valdombra, ma…
Ero confusa. Avevo in mente di fare un sacco di cose, quel mattino, io! E mi avevano proposto un massaggio al cioccolato, mi avevano!
“Qual è il problema, questa volta?”
Tentai di spiegare alla zia come erano andate le cose, ma mi resi conto che era difficilissimo. I pensieri andavano per conto loro, si fermavano solo se non tentavo di afferrarli e trasformarli in spiegazioni logiche.
“È meraviglioso, vero?” chiese la zia sedendosi su un bel po’ di cuscini accanto a me.
“Scherzi? Mi sento più dislessica del solito!”
“Oh, è solo per via del massaggio al cioccolato!”
Non importa, le logiche, avevo imparato in quelle settimane, non sono tutte uguali, in particolare le logiche Valdombriane differiscono parecchio da qualsiasi altra cosa sensata, e quindi io non mi sarei scomposta per le assurdità che diceva la zia, na!
“Era come espandersi e, mentre succedeva, avevo la sensazione di capire tutto que…no, non era capire, era un’altra cosa…sapere? Insomma, sapere è diverso da capire, no? Io, io, ero le cose che vedevo, cioè che erano e…OH, ACCIDENTI!”
La zia rise: “Esatto. È meraviglioso”
Non so che ci trovasse di meraviglioso, io mi sentivo un topolino da laboratorio nel bel mezzo di una prova impossibile. “Vedi, Eva, è questo che è fantastico. Solo chi ha la capacità di usare altre logiche riesce a comprendere le cose come hai fatto tu. Certo, il problema poi è riuscire a spiegarlo alle persone normali, con il linguaggio normale. Einstein…Leonardo…Edison, Bell, Roosvelt, Disney, Picasso, Galileo…vado avanti?”
“Beh, sono dislessici, lo so, che c’entra?”
“Sono geni, Eva. Sono tutti geni. Nel loro campo e in altri. Molti sono scrittori, buffo, no? E lo sai perché sono geni?”
“…”
“Perché la loro mente non usa la parola, ma i concetti. Le note, i colori, i concetti compiuti…è questo il dono, Eva, ricordi? Il problema è l’accesso al proprio dono, la famosa chiave del tesoro che qualche burlone ha gettato via. Vedi, il punto è questo: i cervelli, in genere, sono tutti uguali, almeno a quegli altri della propria specie. Tutti funzionano come soldatini comandati a distanza, che muovono ubbidienti una gambina o un braccino seguendo un ordine.
La gente, là fuori, pensa di essere originale, anticonformista, speciale, ribelle…ma i loro cervelli, loro, funzionano tutti allo stesso modo.
Un pensiero accende un certo percorso sinaptico, lo stesso per tutti, come se fossero tutti piccole immagini di un unico cervello originale. Tutti accendono le stesse lucine allo stesso pensiero, tutti percorrono il medesimo sentiero. Alcuni meglio, più in fretta, altri a balzelloni, altri pian pianino, altri, un po’ più tonti, si fermano a metà strada. Ma il loro sentiero è sempre e soltanto quello.
Per voi non è così. Voi adoperate altre strade, sentieri inesplorati, vi sporgete su pareti inaccessibili, a volte arrivate alla soluzione per strade inimmaginate, a volte trovate nuove soluzioni, che nessuno ha mai potuto sognare. Non siete in grado di usare i sentieri battuti, le strade affollate di ogni giorno e, se costretti, inevitabilmente cadete, o vi arrestate incapaci di un altro passo…voi siete anime senza confini, costrette in gabbiette dalla vostra società, che addirittura si fregia del diritto di ‘guarirvi’! Che idiozia! Come dire: ‘Ehi, tu, saresti un genio, ma adesso ti curiamo, così diventi normale!’ magari pure un po’ stupido, visto che ti viene tolta metà della tua anima.
Quello che hai fatto poco fa, è stato soltanto allinearti con la tua libertà, accendere sentieri di unità e unicità che non ti sei mai permessa di usare, per tentare di essere ‘normale’. Sai, forse non te ne sei accorta, ma da noi ‘normale’ non è proprio una cosa comune, soprattutto non qualcosa di cui vantarsi”
Ero piuttosto frastornata: “Zia? Guardami! Ancora oggi ho l’ansia quando devo svoltare a destra o sinistra, ci metto un quarto d’ora a scrivere un codice iban o fare un numero di telefono, se non ho un ritmo logico per digitare il numero, è un’impresa epocale fare un fiocco e spesso e volentieri dico scempiaggini al limite dell’immaginabile!”
“Beh, le scempiaggini sono il lato divertente, no? E le altre cose…potremmo definirle l’altra faccia della medaglia, ma…non succederebbero se foste stati voi a inventare i nodi, i numeri di telefono o codici, i riferimenti destra-sinistra o alto-basso e così via. Avreste sicuramente trovato altri modi di fare le cose, modi adatti a voi, ovviamente” ripose pacata.
La nebbia stava ora cominciando ad alzarsi, rivelando un leggero strato di brina sui giardini delle terme. Le cosine luminose erano piuttosto rare, ma parevano frettolose nel loro incessante lavoro, qualunque fosse realmente, attorno alle piante.
“M-ma qui…cosa fate quando vi accorgete che un bambino è dislessico?”
“Oh, ne siamo felici! Lo sosteniamo, ci mettiamo in qualche modo nei suoi panni, cerchiamo con lui o lei la sua chiave. Sappiamo che alcune cose saranno difficili, ma poiché non lo forziamo, ma lo aiutiamo a sviluppare le sue potenzialità e su quelle ci concentriamo, non abbiamo problemi. Per noi un individuo dislessico, vedi, non è problematico e non ha problemi. Lo consideriamo un potenziale genio e cerchiamo di capire le sue strade e, sai una cosa? Questo cercare altri punti di vista, altre logiche, rende anche noi più intelligenti, più creativi ed elastici. Non è fantastico?”
Come no!
Io avevo vissuto nella disperazione per come venivo trattata e accusata, avevo avuto paura a dire: “Sono dislessica”, perché temevo di sentirmi di nuovo rispondere: “Se sei ritardata, non studiare!” Mi ero nascosta, mimetizzata, avevo costretto i miei pensieri in una direzione forzata, mi ero ammalata per l’ansia e la paura di non farcela.
E alla fine non ce l’avevo fatta.

Avevo perso trent’anni, trent’anni che nessuno avrebbe potuto restituirmi, che avrebbero potuto essere fantastici, se solo…se solo…ah, se avessi potuto tornare indietro, con tutto ciò che ora sapevo, ricordando ogni cosa, ogni esperienza e riscrivere la mia vita con quella consapevolezza! Allora avrei cambiato tutto della mia vita, eccetto il gatto!
La nebbia aveva lasciato il posto ad una pioggerella leggera e insistente, che rendeva ogni cosa un po’ sfuocata, ma in qualche modo scintillante, forse a causa dei rari raggi di sole che filtravano tra le nubi.
La neve, più su, si scioglieva nel tepore della pioggia, fondendosi con la terra e scivolando via in rivoletti argentei…il ghiaccio nel mio cuore non si scioglieva in pioggia di sale, né in raggi di sole."
(,,,continua link p.:11)

sabato 1 dicembre 2012

"Yentl" due e tre, la vendetta...e poi...

L'ultimo anellino postato, una prova in Rame, portava il nome decisamente impegnativo di "Yentl", un personaggio sfaccettato, interessante, affascinante nel suo essere sola al mondo, legata al padre defunto da un filo mistico e anche dal linguaggio a volte "paganicamente" naturale (gli alberi, le stelle, il pezzo di cielo, l'alba), ribelle nell'arrivare a cancellare la propria femminilità per accedere all'Università ebraica e totalitariamente maschilista del suo tempo, innamorata, ma non fino al punto di umiliarsi perdendo se stessa e scegliendo invece di inseguire il suo sogno.

Yentl è dedicato ad una persona che ha la voce di Barbra Streisand, ma non ha mai avuto la forza di seguire se stessa, misconoscendosi, nascosta dietro un'idea di sé addomesticata dalle aspettative forse familiari, forse delle convenzioni, che, pur essendo generalmente una brutta roba, danno una grande sicurezza (posso dirlo, tanto l'italiano non lo sa, hihi!)

Per sua richiesta esplicita la versione definitiva doveva essere in Quarzo Rosa ed Ematite, binomio che l'ha attratta irresistibilmente.
Per il contrasto dei colori?
Lei dice così, ma attenzione: ha scelto una pietra legata profondamente legata al cuore, alla dolcezza abbinata alla forza, all'apertura verso l'Amore Universale, libero da costrizioni e obiettivo, ma soprattutto ha abbinato l'Ematite, o Ironstone, pietra antianemica per eccellenza, pietra di forza metallica, determinata, fortemente marziana (e manco a dirlo, poco tempo fa, su Marte, sono state scoperte delle sfere di Ematite!).
Ciò ci dà da pensare, no?
Poichè la signora mi aveva dato come misura del dito la 7, ma io sapevo che le andava a pennello un anello di misura 8, ho deciso di prepararne due molto simili, di taglia diversa.

Questo è di misura 8 abbondantina, sempre in Silver filled:
E questo è la versione più piccola, taglia 7:
Vedremo quale le andrà bene!
E poi...serviva un regalo di Natale per una persona piuttosto particolare e importante, in quanto testimone di nozze della committente, amante di anelli grandi, ma dalle ditina sottili e minute...e avevo tipo un giorno e mezzo per prepararlo.
A me è uscito questo:
 
Labradorite bianca "Rainbow Moonstone" e minuscole perle di Occhio di Tigre rosso.
Beh, a me sta all'indice, ma lei ha le zampette più sottili:
Com'è?

sabato 24 novembre 2012

Un paio di anellini

Buonasera, o buonanotte, vista l'ora tarda.
Nell'augurare al mondo un ottimissimo week end, posto un paio di cosettine.
Uno, regalino per la Milly, che lamenta di aver dita troppo grandi e di non trovare mai un anello che le vada bene (la bambina, per inciso, è un metro e 75, a sedici anni!), l'altro una prova per una commissione.
Ve li presento:
Qui lo avevo indossato io, al pollice, perchè IO NON sono alta come la Milly. E ho manine piccole, IO!
Metallo placcato Argento 1.29mm cucito in 0.4mm.
In giro piace un sacco...


Rame da 0.8 cucito in 0.3. con Ametiste.
Visioni laterali:

 
Indossato:
Non è carinissimo? Lo so che non lo dovrei dire, ma mi è uscito coccoloso!

martedì 20 novembre 2012

Frammenti: Il Dono p.9

Se vi aspettate chissà quali avventure piratesche, almeno per ora, vi devo deludere. Eva sogna, pensa, parla con quei nuovi parenti che si ritrova, riflette, fa il punto della situazione.
Speriamo che sia comunque divertente, in fondo non si può dire che quella ragazza manchi di autoironia.
Per cui ve la mollo e poi me ne vado a nanna. E forse, se va bene, domani lavoro...
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Il vento.
Anche in città, laggiù da noi, arriva il vento.
Spesso è così forte da fischiare tra le vie, sotto i tetti, tuffandosi poi nei cortili, da ruggire e sbattere tende ben ancorate alle loro guide, spaccandole, da svellere finestre e far cadere alberi troppo vecchi o troppo poco sani.
Succede. Non spessissimo, ma alcune volte si. Allora mi chiudo nella mia stanzetta, mi infilo sotto le coperte e mi sembra di ascoltare la tormenta.
Trasferisco la mia anima dove il Vento ha origine, immaginando il suo ruggire sibilante e rabbioso tra pinnacoli bruni e cornici aeree, così effimere eppure modellate da quelle stesse tormente feroci.
Altre volte il vento arriva più tranquillo e ha odore di neve, di terra, di funghi e di erba…alzo gli occhi e le Montagne sono là che mi osservano, al di là delle case, al di là delle vie ampie e diritte come dita tese ad indicarle.
A volte accarezza le orecchie e sembra di sentire il suono dei pascoli alti, delle pendici rocciose, del muoversi dei ghiacciai.
Allora mi sento spaccata, come un vecchio ciliegio colpito da un fulmine dalla chioma alle radici.
Chiusi gli occhi.
Era lo stesso vento, ma questa volta ero là, dove dovevo essere.
E non volevo, non potevo andarmene!
Quell’altra vita non mi era mai appartenuta: ne ero stata prigioniera per un capriccio schizofrenico e io avevo sempre pensato che fosse l’unica possibile, per me.
Eppure…quanto non riuscivo a starci dentro! Mi sembrava di passeggiare in un set cinematografico dove ero piovuta per caso e non avrei dovuto essere.
Tentavo di recitare una parte, a caso, imparando a memoria battute di qualcun’altro o improvvisando, sentendole false e stonate. Era surreale, ma ci avevo fatto l’abitudine da tanto tempo.
Non adesso…mai più.
Mai più avrei potuto restare a guardare il tempo scorrermi tra le dita, senza poter afferrare quel che mi spettava di diritto, che spetta a tutti di diritto.
Miki non c’era, la porta leggermente aperta e dei miagolii selvaggi mi comunicarono che era stanco di riposare ed era corso a giocare su e giù per le scale, dal momento che fuori il vento era troppo forte. Aveva sempre avuto paura di quel tipo di vento: si nascondeva sotto il letto e mi chiamava mugolando penosamente, finché mi infilavo con lui là sotto, per quanto mi era possibile, e gli mettevo una copertina sotto cui nascondersi meglio.
Ora giocava.
Sentii la zia chiamare per la pappa e una mandria di bufali correre giù per le scale…E poi dicono che i gatti sono leggeri e silenziosi!
“Oh, accidenti! Niente gite, oggi!” Pensai, sbirciando tra le stecche degli scuri l’albero, un grande Tasso bruno e forte, che si piegava e gemeva lottando con la tormenta.
Sentii uno sguardo pungermi la schiena e mi voltai, aspettandomi forse l’apparizione di qualche strana Creatura locale, ma c’era solo il cristallone, appoggiato in un angolo.
Follia, ma mi pareva irritato: “E’ ridicolo!” dissi a me stessa.
BANG!
Il bicchiere sul comodino esplose, lanciando pezzi di vetro ai quattro angoli della stanza.
La zia si affacciò alla porta: “Che succede, cara?”
“Sparano!” esclamai da dietro il letto dove mi ero rifugiata.
“No, tesoro, nessuno ha sparato” fece entrando e, vedendo i cocci sparsi su comodino e pavimento: “Ma guarda” considerò.
Poi li raccolse con calma, intimandomi di non muovermi.
“Ma che…”
“Non è nulla, cara. Succede.”
“Co-cos’è che succede? In che senso?”
Lei si voltò con i cocci ordinatamente in mano: “Sono ancora caldi. È stato un gran bel colpo, eh?” poi sembrò ripensarci: “Non ti sarai mica spaventata, vero?” mi chiese stupita: “No, zia, cosa dici! Più o meno tutte le mattine vengo svegliata da un’esplosione sul comodino!”
La zia uscì ridacchiando e tornò poco dopo con un panno bagnato, casomai fossero rimasti dei frammenti per terra: “Non hai mai visto una pietra rilasciare energia?”
“A volte l’Ambra accumula elettricità statica e può dare la scossa, ma non è una pietra e…e poi l’Opale può accumulare energia e rilasciarla improvvisamente sotto forma di onda sonora, ma non così! E poi…questo non è Opale! E…”
“È una pietra potente, Eva. La vostra scienza è così presuntuosa da decidere cosa sia possibile e cosa no, ma è il classico comportamento degli ignoranti.”
“Che bello!” biascicai tra i denti.
Avevo una mezza idea di trasformare il bestione in una serie di pendagli da lampadario, non appena avessi avuto il coraggio di avvicinarlo.
Prudentemente scesi e mi impegnai sulle bolle di luce. Il cagnone era uscito, convinto che con i suoi sessanta chili il vento non potesse portarlo via, ma pochi istanti dopo sentimmo raschiare alla porta ed entrò una enorme palla di lana imperlata di minuscole particelle di neve di riporto. Gli si vedevano solo gli occhi e il tartufo, almeno finché non si scrollò ben bene davanti al camino dandoci un’idea di come fosse l’atmosfera esterna, dopodiché si spalmò come burro sul pane davanti alla stufa e i gatti lo usarono come tappeto elastico.
Se non pensavo al Quarzone, alla Fata e all’esplosione di poco prima, la giornata iniziava comunque in modo grandioso.
Il problema era non pensarci, ovviamente.
Verso le undici ero comunque piuttosto scoraggiata: “Non penso che ci riuscirò mai, zia!” esclamai mestamente dopo essermi soffiata il naso e sciacquata la faccia abbrustolita.
La zia mi scrutò pensierosa: “È che non riesci a capire che lo sai fare, Eva. Sei troppo influenzata dal mondo là fuori. Dovresti fare un po’ di meditazione, per esempio. Hai mai pensato a trascorrere un po’ di tempo in un tempio Tibetano? Un annetto o due, per esempio?”
No, ma ci stavo pensando proprio in quel momento.

A pranzo si manifestarono, apparendo chissà come dal bel mezzo della tormenta, Joelle e suo marito Xavier, scodellati da un misterioso calesse.
Erano molto simili, notai: anche lui aveva quei tratti strani, quasi non umani, occhi dal colore improbabile che ricordava il cielo oltre il tramonto, con sfumature indaco e violetto trafitte da raggi dorati e anche lui pareva muoversi come fluttuando, aveva tratti splendidi, anche se un po’ taglienti. Almeno non mi pareva brillasse ed era simpatico.
Volle subito vedere il pietrone, lo lustrò con la manica dove secondo lui c’erano segni di ditate, si complimentò con me (?!?) quando la zia gli disse del bicchiere.
“Ti ci vorrà molto tempo per capire come lavorare insieme a lui e temo non sarà un cammino facile, ma è una pietra potente e di grande conoscenza. Jo dice che la Fata dei Cristalli ti ha guardata…” io gli raccontai cosa fosse successo e lui restò a lungo a riflettere con lo sguardo perso nelle profondità della pietra.
“I cristalli sono i pensieri e i sogni della Terra.” Disse lentamente: “Pensieri che non possiamo nemmeno immaginare, sogni. Pensieri che prendono forma e diventano essi stessi Creature pensanti, sognanti. Entità viventi, una forma di vita così lontana da noi da non riuscire nemmeno a percepirli come tali, a volte, e noi siamo così fugaci che loro stessi penso abbiano problemi a percepirci, almeno finché non entriamo nelle loro sfere di esistenza tagliandoli, strappandoli alla terra, sballottandoli per il mondo…
Un tempo, un tempo infinitamente lontano, esistevano esseri in grado di comunicare con loro, di comprenderli e di creare sintonia con le menti cristalline. Una leggenda delle Valli dice che questi Esseri fossero in grado di viaggiare nello spazio e nelle dimensioni attraverso strade di cristallo…”sospirò: “Ma anche qui molto è andato perso. Quando i primi uomini arrivarono in Valdombra, è pur vero, qui abitavano Creature Fatate, Elfi, ma…beh, che dire, pare che anche loro, attraverso le Ere, avessero perso alcune delle Antiche Conoscenze e in ogni caso non frequentavano granché i nostri antenati. Sai, loro erano una civiltà molto evoluta, dedita alle arti, allo studio e noi…poveri viandanti, dapprima cacciatori e raccoglitori, poi qualche pastore...dei veri primitivi, barbari e selvaggi!” disse ridacchiando.
Io lo guardavo come una cretina: “E…elfi?” lui annuì, divertito: “Beh? Non ti stupisci delle Fate e ti sconvolgono gli Elfi?”
Ma dove cavolo ero capitata?!?
“Ti renderai conto che non è proprio normale, vero?”
Lui sorrise, gli occhi si fecero più chiari e di un color lilla attorno alla pupilla che sfumava fino all’indaco. Istintivamente gli fissai la punta delle orecchie.
“Guarda che è una frottola la storia delle orecchie a punta!” mi canzonò.
Oh, accidenti! Li detesto quando sanno cosa stai pensando!
“Comunque” continuò: “Gli Elfi hanno abitato la Valle dell’Ombra per intere epoche, fino a circa mille anni fa. Poi…beh, se ne sono andati” aveva un’espressione così distante e dolorosa mentre lo diceva che non osai fare domande, anche se la curiosità mi corrodeva lo stomaco.
Scoprii di avere tanti altri parenti, che un po’ alla volta avrei conosciuto, con il tempo. Ci si aspetterebbe che, dopo trent’anni, tutta quella gente si accalcasse davanti a casa della zia per conoscermi, gettandomi nel panico, ma non era così. La loro tecnica consisteva nell’entrare nella mia vita in punta dei piedi, uno alla volta, dandomi il tempo di abituarmi.
Era affascinante.
La sera non riuscivo a smettere di pensare alla chiacchierata con Xavier, allo strano aspetto suo, di Jo, di quell’altro ragazzo in treno, e all’amarezza della sua voce quando aveva detto che gli Elfi se ne erano andati un migliaio di anni fa.
C’era qualcosa di inquietante in tutto questo. E poi…la storia delle pietre, degli “Antichi” che viaggiavano attraverso i Mondi su strade di Cristallo. Ma, intendiamoci, era solo una bella storia, no?
E quando io giravo per le fiere…quando compravo o prendevo dei pezzi in Montagna, o…io stavo cambiando totalmente la vita di un essere vivente?
Vivi, forse…forse tutti noi che li amiamo ne siamo consapevoli, ma vivi in che modo?
Coscienti? Dotati di pensiero e libero arbitrio, volontà e…
Quella notte mi ritrovai al centro di un cristallo immenso. Intorno a me luce calda, vivente, pulsante. Camminavo lentamente, abbagliata dalla luce, tra altissime pareti cristalline, su un sentiero di cristallo…”Lui” era consapevole della mia presenza, ma era totalmente indifferente, eppure avevo la sensazione che mi…mi…mi a…aa…amasse. Una sorta di amore indifferente, divino. Divertito.
Bello, divertivo fate, lupi, perfino cristalli. Forse avrei dovuto rivedere un attimino le mie aspirazioni.
Tutti i miei punti di vista, le mie convinzioni così faticosamente conquistate erano sottosopra: Fatine, Fate grandi e piccole, Lupi parlanti, Fate Lupo padrine, animali dal comportamento assolutamente assurdo, geodi con Fate incorporate, Cristalli che pensano…per non parlare del nonno di Nicolas, che tornava saltellando tutto felice dal lariceto dove era andato per funghi, consapevole di essere totalmente fuori stagione, giusto per starsene un po’ lontano da quella piaga di sua moglie.
Niente di strano, non fosse stato che l’arzillo nonnetto aveva 109 anni, camminava come un marciatore, aveva tipo 11 decimi di vista, era un po’ duro d’orecchi, ma secondo il nipote, come si dice, “ci faceva”.
La zia aveva 103 anni, e, se all’inizio mi ero disperata, pensando che stavo per perderla dopo averla appena ritrovata, ora mi rendevo conto che era più probabile che fosse lei ad ereditare da me, piuttosto che il contrario.
E quel pietrone mi faceva pure paura.
Mi riaddormentai e sognai strade di Cristallo lungo cui perdermi in galassie sconosciute.
“È tutto così assurdo!” dissi a Joelle il lunedì mentre ci raggiungeva per il pranzo: “Surreale! Mi chiedo se sono finita in una candid camera, o cosa”
“Ah, anche tu?”
“Io cosa?”
“Quella cosa della chendicamera…ad un certo punto lo pensano tutti, a meno che io non intervenga prima” disse con un certo disappunto. “In genere c’è bisogno di me per far dimenticare alla gente cose che li farebbero sbarellare, o perché lo sono già, ma loro sono forestieri, tu no!”
“Ma che differenza c’è? Io sono cresciuta lì, in quel mondo, è l’unico che conosco, l’unico reale! Manco sapevo che esistesse la Valdombra fino a due settimane fa!”
Lei storse il naso: non le pareva comunque una buona ragione per essere nevrotica. Anzi, riteneva che avrei dovuto essere felice di non far parte di quella specie di “cosi” privi di senso là fuori.
Insomma, non è che io abbia tutto questo entusiasmo, in generale, per il (de)genere umano, ma, che diamine, ero finita a capofitto nel mondo di Alice e non avevo veramente fumato niente di strano!
Là fuori le cugine non brillavano, i padrini, in genere, erano signori assolutamente normali, le zie si limitavano a fare la calzetta, i Quarzi non facevano esplodere bicchieri a tre metri di distanza.
Non c’erano lupi a cantare alla notte. Non c’era magia, non c’erano Fate, né grandi, né piccole.
O se c’erano state, se ne erano andate da un pezzo.

Io non ero “normale”, là fuori, e non avevo ancora capito perché accidenti non lo fossi.
Tutti mi trovavano simpatica, ma poi sparivano, e io rimanevo da sola a guardare la vita dalla finestra.
“È che lo sentono che non sei come loro”
“Eh?”
“Loro, là fuori…non lo sanno, ma percepiscono che sei diversa e nonostante tu faccia il possibile e l’impossibile per essere una di loro in tutto e per tutto, non lo sei e loro lo sentono. Non consciamente, ma se ne accorgono. E si sentono a disagio, sentono che qualcosa non va e ti vedono strana. E poi tu li fai sentire stupidi. Fallaci. Corruttibili. Come vuoi che ti accettino?”
“Ma io non mi sento mica tanto intelligente, sai?”
“Naturalmente no!” concesse con un abbagliantissimo sorriso abbagliante.
“…in genere mi considerano idiota per via della dislessia…cioè, forse no. Insomma, io dico una cosa, loro la trovano assurda, poi si scopre che ho ragione e, invece di dire: ‘Ehi, la ragazza aveva ragione!’, che fanno? Mi prendono ancora più in giro! Io…davvero, io non riesco a capirlo!”
“Nemmeno io” mugugnò Joelle imbronciata: “Hanno comportamenti strani, quelli là! Ma, scusa, ti prendono in giro per cosa, perché hai delle percezioni, o…”
“Beh, te l’ho detto, in primis per la dislessia. Una volta, alle superiori, ho detto ad un’insegnante di matematica che non capivo alcune cose delle discussioni di equazioni, che lei continuava a ripetere con le stesse identiche parole. E io ho detto che, se con quelle parole non avevo capito la prima volta, non potevo capire le altre! Mi pareva logico, ma lei ha risposto che, se io ero deficiente, non avrei dovuto fare studi scientifici, anzi, non avrei proprio dovuto studiare. E si sono messi tutti a ridere a crepapelle…”
Le Ametiste di mia cugina erano grosse come palle da tennis: “COSA HA FATTO?!?!?!?!?!?!? E NESSUNO L’HA ARRESTATA??????”
Mi fece ridere. No-no, risposi con la testa. Joelle si alzò di scatto e si mise a camminare avanti e indietro, come avesse voluto scavare un solco nel giardino. “Ma non ha senso, non si possono lasciare in giro persone del genere, è immorale, criminale, è…”

Le campanelle di cristallo sparse per la hall e il giardino si misero a suonare, indicando che era il momento di entrare nella sala da pranzo.
Mi precedette a passo di carica, senza aggiungere altro, ma avrei giurato di vedere del fumo scuro uscirle dalle orecchie.
Non so perché, la rabbia di mia cugina mi dava un gran senso di appagamento e per la prima volta dal mio arrivo, mi sentivo rilassata e a mio agio.
“Eva?” disse alla fine degli antipasti: “Ma tu, come ti vedevi? Che percezione avevi di te stessa?”
Che domanda difficile! Chiusi gli occhi, riflettendo: fin da quando mi ricordavo, mi guardavo allo specchio e mi sembrava di non conoscere la faccina che rispondeva al mio sguardo.
Mi studiavo a lungo, ma non riuscivo mai a riconoscermi.
Ovviamente, con la sua solita incredibile perspicacia, mia mamma strillava che ero vanesia, sempre a guardarmi allo specchio, che ero ‘vergognosa’, e chissà cosa sarei diventata da grande, ma io cercavo semplicemente di riconoscere quella faccia estranea. Non glielo avevo mai detto, naturalmente.
Riflettendoci ora, a mente fredda, mi sentivo goffa e fuori posto. Sempre con l’ansia di non essere all’altezza, non delle aspettative, non della mia idea di me stessa.
Il molto sport, l’alpinismo, il nuoto, lo sci, la ginnastica ritmica e le arti marziali, non erano serviti a darmi un’idea di me che mi facesse sentire più…più “giusta”, ecco!
Ora, per la prima volta, stavo tentando, sempre molto goffamente, di spiegare tutto questo a qualcuno.
Difficile. Soprattutto dal momento che dovevo mettere ordine tra il sentire, il concetto e le parole…eccheccavolo! Eppure la zia e Joelle mi capivano, prima ancora che iniziassi a parlare, come sentissero il fluire dei miei pensieri o potessero leggere le pagine della mia vita.
Mirko ci si avvicinò dicendoci di nascosto che il dessert lo aveva preparato lui e ci teneva al nostro giudizio, poi se la svignò strizzandoci l’occhio.
“Però” ragionavo tra me: “Posso capire la ragione del mio non riconoscermi, fino ad un certo punto, ma io non riconoscevo la mia faccia! Questo non è troppo strano, anche alla luce di tutte queste novità? Voglio dire, la faccia è comunque la mia, no? O mia mamma mi ha fatto una plastica appena il lupacchiotto mi ha riconsegnata?”
La zia sorrise: “No, non fisicamente. Ma un po’ alla volta, ti renderai conto che una ‘plastica’ mentale è altrettanto efficace di una fisica, se non di più.
La materia obbedisce alla mente, Eva, soprattutto in un bambino. Non potevi riconoscerti perché non ti conoscevi, e la forma esterna di te obbediva duttile ai tuoi pensieri e alle tue convinzioni. La materia è molto meno rigida e stabile di quello che pensate, là fuori”
Beh…anche “là fuori” esiste la fisica quantistica. E a Bohr, per le sue idee folli,  hanno dato il Nobel, non l’ergastolo.
Mi pulsavano le tempie. Troppo, tutto insieme.

Come sarebbero andate le cose se fossi stata seguita, se mia mamma non avesse buttato giù il telefono alla psicologa, se avessi capito come risolvere i miei problemi di accesso ai comuni strumenti di apprendimento? Se fossi stata accettata per com’ero, perché ero io e basta, senza tante storie? mi chiedevo mentre tuffavo il cucchiaino nel bônet alla primula e bucaneve con cioccolato fondente di Mirko.
Felice, ecco come sarei stata…per inciso il bônet era spettacolare.

“Là fuori ti hanno insegnato che la dislessia è una, come la chiamano? Disabilità?” disse zia Greta, come al solito leggendo i miei pensieri:  “Vi mandano da logopedisti, da psicologi, da insegnanti di sostegno…vi insegnano a non essere più dislessici, cioè a non essere più voi stessi. Vi dicono come dovete pensare, agire, sentire. Vi dicono che sarete a posto quando sarete “guariti”, come foste dei malati terminali e, se questo non succede, siete dei disadattati, gente ‘con dei problemi’.
È un’idiozia, Eva: la dislessia non è un limite, è un grande dono.
È come se alla nascita ti fosse stato regalato uno scrigno pieno di tesori, di cui qualche burlone ha gettato via la chiave. Quello che decidi di farne dipende da te. Puoi lasciare lì lo scrigno e vivacchiare una vita comune, senza mai chiederti cosa ci sia là dentro. Puoi cercare di scassinarlo usando tutte le chiavi possibili, inutilmente. Puoi rompere la serratura e vedere cosa riesci a cavarne in questo modo. Puoi prendere un’accetta e dargli picconate: lo aprirai, ma avrai distrutto buona parte del contenuto. Oppure…puoi cercare un’altra chiave, una chiave vera, che apra tutte le chiusure del tuo scrigno, una dopo l’altra, fino alla porticina più segreta. E allora il mondo ti apparterrà: scoprirai che i tesori che hai sono infiniti e inestimabili, e che puoi davvero conquistare qualsiasi cosa desideri. Devi solo trovare la tua chiave”

La mia chiave…la chiave d’accesso al mio grande dono…ma da dove potevo cominciare a cercarla?
(...continua link p.:10)

mercoledì 14 novembre 2012

Cuffiette...

Insomma, ho quasi finito qualcosa che avrei dovuto inviare tipo tre settimane fa e invece, per ragioni sempre troppo lunghe e tediose da raccontare, ho inviato oggi...e devo ancora finire della documentazione, ma sono dettagli.
Ora posso rilassarmi e rimettermi a postare.
Orbene: ho già postato la fotina di Marianna con le cuffiette indossate, ma ho anche le foto della Morbida Giulia. ^_^
QUINDI posto alcune paia di cuffiette nuove nuove e poi vediamo, se riusciamo, come effettivamente si dovrebbero indossare per non farsi male e allo stesso tempo non perderle.

Ecco le creaturine:
Rame e piccole Olivine, sotto primo piano:
Qui sotto c'è una commissioncina: Silver filled con Labradorite bianca e Granatini
Forte la Labradorite a prisma, no?
Queste a me ricordano dei Draghetti stilizzati...per indossarle correttamente, però, ho dovuto inclinare le teste, così da far seguire la forma del padiglione.Rame, Quarzo fumé e Labradoritina bianca.
 Primo piano:
Altra commissioncina...adooooro questi! Silver filled, sempre Labradorite bianca e Lapislazzuli! Roba da spose!! No?
Primissimo piano:
Infine, ecco il mio ultimo pezzo di Ottone, con chicchi di Quarzo Ialino e triangolini di Quarzo Rutilato...peccato gli aghi di Rutilo si vedano poco nella foto:
Primo piano:
 
E con questo paio, io avrei finito.
Invece vi presento la fascinosa Wisteria/Giulia, con indossate in modo alternativo le cuffiette sullo stesso orecchio:
       
Al di là dell'interpretazione di Giulia, ho trovato sul web un disegno, non sicuramente eseguito dall'antenato del mio micione, ma sicuramente utilissimo. Sperando di non urtare nessuno, ve lo posto:
Fate scivolare la cuffietta lungo la cartilagine dalla parte in alto dell'orecchio.
 
Fate scorrere verso il basso, facendo attenzione che prenda bene il bordo dell'orecchio. In caso ruotate la cuffietta per sistemare correttamente il bordo nel padiglione interno.
 
Se sentite la cuffietta larga o poco ferma e stabile, potete aggiustare leggermente i bordi con una pinza o stringendo leggermente con le dita.
Una volta sistemati, dovreste, facendoli scivolare verso l'alto per toglierli o verso il basso come indicato per indossarli, non avere bisogno di ulteriori aggiustamenti.
 
Nel disegno è indicato di non stringere mentre l'orecchino è indossato, per evitare di farsi male...ovviamente, se si stringe leggermente con le dita, questo pericolo non dovrebbe manifestarsi.
 
Una volta a posto, scoprirete che le cuffiette sono sicure e salde, ma che quasi non si sentono, ben lontane dalle dolorose clips delle nostre mamme (ok, la mia aveva i buchi, ma ne aveva un paio, degli anni '70, con le clips. Ed erano tremendi!)
 
E ora...in giro a far invidia ad amiche e amichi!