Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

martedì 29 marzo 2011

Frammenti: Dal Diario di Padre Lukas:P. 2

  
“Mentre ancora fissavo il cartello che nel frattempo scivolava alle mie spalle, mi sentii toccare la spalla: “Guardi il ponte” disse il bigliettaio. Il fiume era attraversato da un ponte a tre lunghe campate ad arco dall’aspetto leggiadro ed elegante, che sembrava risplendere di luce propria: “Lo chiamano il Ponte di Cristallo” disse l’uomo sorridendo sotto due grossi baffi castani: “Risale al due, trecento. Dicono che fu costruito in sei anni…ed è tutto in quarzite bianca pura. Credo sia unico al mondo. Si dice che chi vi passa sopra a piedi nei due sensi, abbia la risposta ad una domanda importante per la propria vita e la guarigione da molte malattie.  Però a fine ‘800, hanno costruito l’altro…per il treno, sa…è più sicuro, anche se guasta un po’ il paesaggio!”
Non avrei saputo dirlo. Anche il ponte di ferro, a circa un chilometro di distanza, dall’aspetto più classico, aveva comunque una sua leggiadra eleganza nel tentativo di imitare il vicino e, gettato attraverso quel fiume, non mi pareva togliere nulla alla bellezza scioccante che lo circondava, dando invece un tocco di normalità, che a sua volta dava a me un senso di ancoraggio.
Sul Ponte di Cristallo passava in quel momento una sola auto, mentre alcuni passanti se ne stavano appoggiati ai bianchi parapetti fioriti e un carretto lo percorreva con calma olimpica.
L’auto, incrociando il carretto, mi parve ridicolmente irreale.
Il cartello, appena oltre il ponte, “Chiusa di Valdombra-Basse di Chiusa-Rocca Sacra” mi riportò alla realtà, o perlomeno alla consapevolezza di essere arrivato. Tirai giù una valigia dalla rete e qualcosa al di là del finestrino attirò la mia attenzione: un gruppetto di ragazzini tutt’altro che poveri e disperati, si sbellicavano dalle risate. Seguii i loro gesti e vidi una volpe correre con un pollo in bocca, inseguita da un contadino brandente una ramazza.
La volpe, per nulla turbata, raggiunse un pendio ripidissimo, corse fino alla cima dove si voltò a fissare l’inseguitore. Quello che vidi in seguito lo presi per uno scherzo della luce e della distanza, altrimenti credo avrei dato di matto: la volpe, così mi parve, posò il pollo a terra, guardò il contadino e gli fece una linguaccia, prima riacchiapparlo e sparire trotterellando.
Ma, come ho detto, il treno si stava ancora muovendo, ero piuttosto lontano e sicuramente la luce dovette giocarmi qualche strano scherzo.
Mi cullai in quella beata convinzione mentre prendevo la seconda valigia. Stavamo per entrare in stazione, costeggiando una macchia di grandi alberi tra i quali si inseguivano alcuni scoiattoli.
Sorrisi dei loro giochi e loro guardarono incuriositi all’interno del treno, prendendo a correre come in gara con il mostro di ferro, fermandosi a guardare attraverso i finestrini ogni pochi metri.
E poi…mi fecero ciao-ciao con la zampina.
E io, meccanicamente, risposi al saluto.
Scesi dal treno come un automa, le orecchie che mi ronzavano: avevo appena salutato due scoiattoli!
Ma la cosa più assurda, era che loro mi avevano salutato per primi.
                                                                              (continua... p.:3)

Fata dei Cristalli_Immagine

Ne abbiamo parlato un po’ di tempo fa…( QUI!)questo è più o meno l’aspetto di una di quelle Fate che vivono in simbiosi con la Terra attraverso i suoi Cristalli.
Non sono proprio riuscita a rendere l’idea, avrei voluto mostrarla nell’oscurità della terra, con l’unica luce dei Cristalli e del suo pensiero a risplendere nell’oscurità.
Purtroppo devo tenere conto del fatto che poi dovrà essere applicata su una foglia, per diventare qualcos’altro, in genere una collana…così mi sono limitata a rappresentarla come potevo.
Spero la troviate comunque abbastanza bella.


Si dice che le fate più vecchie raggiungano un aspetto a loro volta quasi cristallino, come i loro stessi corpi cristallizzassero o come se su di loro si depositasse una patina cristallina.
In ogni caso è molto difficile avvicinarle. Silenziose, evanescenti come fantasmi, si dice si esprimano tramite forme molto evolute di telepatia e, raramente, emettano una specie di canto che entra in risonanza con i minerali stessi, come una sorta di diapason che sviluppi energia ricostituente.
È probabilmente una delle fate più misteriose.
A chi potrebbe essere utile?
Ovviamente a tutti coloro che lavorano con le pietre preziose…a patto che lo facciano per passione e non, come troppo spesso ormai avviene, per il grande giro di denaro che circonda questo mondo.
A tagliatori, cercatori, semplici collezionisti e appassionati sinceri.
A coloro che vivono la Terra come organismo vivente e non come “cosa” da sfruttare. A chi cerca la Conoscenza della Terra Madre.
Ovviamente a mineralogisti, collezionisti ed appassionati, tagliatori e creatori di gioielli.
Importante per ricercatori dello spirito, per chi si occupi di meditazione e introspezione o ricercatori della cosiddetta “nuova fisica”.

Un discorso a parte invece per chi si occupa di terapie con i cristalli: questa Fata è loro utile solo ed esclusivamente se costoro sono dei veri intenditori e conoscitori di minerali, cosa purtroppo rara in quel tipo di ambiente, dove troppo spesso troviamo improvvisatori del tutto ignoranti dell’argomento che pretendono di trattare.
In questo caso, la Fata dei Cristalli non solo non è consigliata, ma può essere molto dannosa, in quanto il suo essere stride profondamente con la vacuità e superficialità di costoro e delle loro filosofie.

Si può cercare la sua protezione in alta montagna, nelle profondità delle grotte, in antiche miniere, dove ci sia abbondanza di minerali cristallini. Se ne può percepire la presenza anche nelle grandi mostre di minerali, quali Sainte Marie aux Mines, Monaco, Tucson, Torino, Verona o Bologna…per esempio.

Per contattarla bisogna prima di tutto conoscere le pietre. Quindi, se ne siete digiuni, ma vi piacciono davvero, è importante cominciare a studiare umilmente, chiedendo il suo aiuto.
Per tutti è bene prendere un cristallo di un minerale qualsiasi, purché piaccia, sedersi in silenzio tenendolo tra le mani a coppa e visualizzare la Fata come ce la immaginiamo.
La presenza della Fata dei Cristalli si manifesterà con sensazioni, suoni o immagini particolari. Potrebbe anche manifestarsi con un profondo ed inatteso silenzio della mente.

martedì 22 marzo 2011

Frammenti: Dal Diario di Padre Lukas_p.1

 
Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di fare un’interessante chiacchierata con un Valdombriano onorario, che mi ha permesso di rendere pubblico il racconto del suo primo impatto con la Valle.
Questo signore è il parroco di Vaymallez-Thyem, un delizioso paesetto a quasi 900 metri di quota posto tra la Media e l’Alta Valle Centrale, famoso per il suo vino (rosso!) d’alta quota, una specie di concorrente del Blanc de Morgex, insomma.

Padre Lukas è stato per oltre vent’anni missionario in Amazzonia, ma, essendo un prete un attimino atipico, decise che il posto migliore per un missionario non era la chiesa, ma la trincea. Per anni, quindi, non solo ha aiutato moralmente le popolazioni Native nei confronti del disboscamento, dello sfruttamento minerario e petrolifero e così via, ma ha anche ideato piani di guerriglia, alzato le trincee e imbracciato fucili, bombe a mano e, all’occorrenza, sassi o noci di Buritì (Mauritia flexuosa, un tipo di albero da avorio).

È inutile dire che la Curia non era molto contenta e, dopo un numero indefinito di richiami, discorsi, punizioni, alla fine lo richiamò a Roma per l’ennesima e definitiva lavata di testa.
Padre Lukas, pur chiedendo il perdono del Clero e del Papa, non si pentì e non promise di mettere la testa a posto, così, per punizione, venne mandato a fare il parroco in Valdombra.

“Il Cardinal *** mi fece pervenire in tarda serata tutte le indicazioni necessarie per la mia destinazione. L’indomani stesso sarei partito con un diretto Roma-Milano, da dove avrei dovuto cambiare almeno tre o quattro treni e un paio di pullman per raggiungere la Valdombra, una strana, minuscola e gelida valle incassata pressappoco tra Svizzera, Italia e Francia.
Cercai a lungo sulle cartine, inutilmente: non la trovai citata da nessuna parte.
Alla fine un impiegato nella Biblioteca Vaticana, un pretino magro e minuto dagli occhiali spessi e la postura un po’ ingobbita di chi passa troppe ore sui libri, mi portò una vecchissima cartina ingiallita, disegnata a mano, con un opuscolo fitto di appunti, che, in ogni caso, non spiegavano dove effettivamente quella valle si trovasse.
Piemonte? Val D’Aosta? Svizzera? Savoia? Non era chiaro, e il fatto che i mezzi che dovevo prendere sapessero la strada, non mi rassicurava affatto.
Sconsolato osservai la cartina: rappresentava una valle strettissima, dai pendii scoscesi e irti, con un fiume impetuoso, privo di argini, che correva nel fondovalle in un susseguirsi di rapide. Erano rappresentati pochi, scarni paesetti dall’aspetto misero, accavallati l’uno sull’altro e tutti insieme abbarbicati a quei pendii prepotenti.
Gli abitanti erano definiti rudi e selvaggi, resi aspri e diffidenti dalla vita durissima che conducevano nel tentativo di strappare alla terra qualche rapa e di difendere il poco, patito bestiame da branchi di lupi altrettanto affamati.
Sentii il gelo percorrermi la schiena: fino a poco prima, avevo accarezzato l’idea di gettare la tonaca alle ortiche e tornare da civile in Amazzonia, dai miei Indios, a continuare la lotta al loro fianco. Avevo amici che mi avrebbero aiutato, sapevo dove vivere e come cavarmela, non avrei avuto problemi. Ovviamente rischiavo la scomunica, ma ero certo che questo non avrebbe turbato più di tanto il Padreterno: una cosa è la religione, un’altra la Fede, l’una appartiene all’uomo, l’altra a Dio e la mia fede era un discorso tra me e Lui.
Ora, però, mi parve che questa prova fosse talmente dura da meritare almeno un tentativo.
Quella gente sembrava più povera, più disperata di qualsiasi tribù alle prese con le multinazionali petrolifere, minerarie o con piranha, sanguisughe e serpenti velenosi.
L’Amazzonia è una terra che dà tutto, di per sé, fertilissima e ricca di una quantità pressoché infinita di specie animali e vegetali. Se ora là la gente soffre, è a causa della stupidità e dell’avidità dell’uomo, ma qui, in questa Valle dell’Oscurità, la miseria doveva essere profonda. Assoluta. Senza speranza alcuna.
Gli appunti parlavano di un luogo dove la luce del sole arrivava solo poche ore al giorno e mai raggiungeva il fondovalle, dove residui di nevai ghiacciati restavano tutto l’anno. Un posto sferzato da venti gelidi, in cui il fiume, privo di spazio, esondava alle prime piogge, il rischio di frane era costante e le uniche cose che abbondavano erano sterpi, rovi e sassi. E vipere, naturalmente.
Dovevo portare un po’ di speranza, se possibile. Un po’ di conforto.
Almeno, dovevo provarci.
Col cuore che si faceva via via più pesante, partii verso il mio destino.

Il viaggio fu interminabile, fatto di attese in stazioni sempre più fuorimano e viaggi su mezzi sempre più scalcinati che mi costrinsero ad una sosta, prevista, per la notte.
Alla fine mi trovai di fronte ad un bastione roccioso, in cima al quale svettava una costruzione che aveva dell’incredibile: una sorta di monastero medievale, costruito su uno sperone di granito proteso nel vuoto. Mi avevano detto che la parte più antica risaliva ad almeno un secolo prima del mille, e mi domandai quale miracolo potesse aver guidato le mani e le menti di quella povera gente. Il Monastero incombeva su di me con uno sguardo severo e gelido, splendido e distante da qualsiasi cosa, imponente eppure leggero come levitasse, sfiorando appena lo sperone granitico.
Non potevo smettere di fissarlo: era umanamente impossibile costruire una cosa del genere! L’opuscolo diceva che, secondo la leggenda, la costruzione originaria era stata costruita in una sola notte da una squadra di Arcangeli. Una bella favola, ma, per quanto folle, mi parve l’unica spiegazione plausibile.
Di fianco ai binari correva un fiume rabbioso, dall’acqua scura di sassi e fango, che dava l’impressione di sgorgare direttamente dalla roccia.
Per un attimo pensai che il treno stesse filando dritto verso la montagna e che ci saremmo schiantati, ma, all’ultimo momento, mi accorsi che la roccia era divisa, separata da una strettissima gola che permetteva appena il passaggio del fiume e di pochi metri di prati incolti, sicuramente spazzati dalle frequenti piene.
La strada correva lungo il fianco del bastione a due corsie che, a brevi tratti, erano scavate direttamente nella roccia, protette da frequenti grossi paracarri e tratti della roccia stessa a formare colonne di un paio di metri di larghezza. La ferrovia, invece, correva un po’ più in basso in un susseguirsi di brevi gallerie.
Sentivo incombere le pareti della gola su di me, con sguardi di feroce derisione.
“Mio Dio!” pensai prima che il treno fosse inghiottito dall’ultima galleria: “Sto finendo dritto all’inferno!”

Un paio di minuti dopo una luce intensa colpì le mie palpebre chiuse.
Aprii gli occhi…davanti a me si apriva una valle immensa, magnifica, coperta di prati lussureggianti, boschi e campi a terrazze sdraiati al sole lungo i fianchi di montagne imponenti su cui scintillavano nevi perenni.
“C’è un errore!” pensai incredulo: “Abbiamo sbagliato strada!”.
Ovviamente era assurdo, visto che eravamo su rotaie e che il cartello arrugginito prima della galleria diceva: “Chiusa di Valdombra- Km8”. Eppure, ero certo, DOVEVA esserci un errore!
Davanti ai miei occhi il fiume scorreva ora lucente, veloce ma privo di rapide o gorghi e due laghetti, divisi da una stretta lingua di terra, scintillavano sotto un sole che non solo raggiungeva il fondovalle, ma lo faceva in modo trionfale.
Oltre i laghi, una strada sterrata portava verso un minuscolo villaggio sovrastato da una sorta di palazzo al centro di un parco, su cui, perfino dal treno, potevo vedere la scritta: “Grand Hotel des Thermes” e le cinque stelle che brillavano accanto alla scritta.
C’era verde ovunque. C’era luce ovunque.
C’era un errore. Ovviamente.
Il treno deviò verso destra e mi trovai di fronte un grande cartello colorato su cui campeggiava la scritta:

BIENVENUE EN VALDOMBRE!-
BENVENUTI IN VALDOMBRA!-
WILKOMMENN IM VALDOMBRA!-
WELCOME TO VALDOMBRA!

Nel passarci a fianco, il treno fece due lunghi, gioiosi fischi di saluto e io compresi, basito, di essere arrivato nel posto giusto. Qualsiasi cosa questo significasse”.
                                                  (continua... p.:2 )

Collane Cignette...

Ebbene, tempo fa dicevo che le collane che ho fatto più numerose sono quelle del Cigno e delle Farfalle, giusto?
Eppure...sono scappate tutte prima che le potessi fotografare! (Volano, volano! Hanno tutte e due le ali!)
Allora, ho acchiappato Milly, cui presto regalerò un top decente, così non si mette più quell'obbrobbrio, e le ho messo al collo l'unica che è rimasta. Devo farne...devo proprio farne qualcuna, si...

Foglia di Glicine dell'autunno scorso. Coda di topo e passamaneria in lana rosso scuro, nastrino dorato che non trovo più, rosa in pasta con foglina. Ovvio, dopo quelle robe tutte eleganti con tante perle, questa pare semplicina, ma sono più portabili, da tutti i giorni!

Questa vive in Germania...la proprietaria mi ha mandato un paio di foto, la foglia si vede benissimo, purtroppo però non si capisce molto bene la forma della collana. Però erano le mie prime eco-perle, anzi, l'idea me l'ha data proprio questa ragazza. Non Milly, la fotografa! XD

Era sempre una foglia del mio Glicine...quest'anno ha tante di quelle gemme da fiore che mi chiedo se riuscirà a mettere qualche foglia! Mah...rapinerò le betulle sotto casa e le mie rose, porelle!
Si vede perfino dalla foto che le perle erano molto meno luminose di quelle attuali...in ogni caso, so che miglioreranno ancora, e molto!
Fidatevi!

Ultima: regalo di Natale. Semplice, portabile ogni giorno, secondo me un po' da manager (d'altra parte è del Cigno!). Le eco-perle sono faticosamente infilate nei nastri di organza.

Ah: l'organza rossa non è strappata, anche se dalla foto potrebbe sembrare. Ovviamente, foglia di Betty la Betulla.

sabato 19 marzo 2011

Collane Apine

Ed ecco qualche versione Apifera delle collane.
Semplicissima treccia di organza con rosellina:
Tre nastri liberi, un ramo di tre rose, una giallina, una bianca e una rosa antico. Sta per partire per la Germania…per cui rifatevi gli occhi finché è qui!
Collana, anzi, collier da sera. Le perle sono trecento, le foglie di rosa…zi,zi, sempre lei, i motivi del collier si appoggiano a coda di topo dorata. Un lavorone, ma ne vale la pena, ne vale!!! J
Giuro che su un vestito da sera fa un altro effetto!

Collana Topina

Ecco un'altra collana Topesca...un po' lunga, rispetto alle solite, ma alla proprietaria del collo piace. Peccato che la maglietta fosse un po' eccessivamente colorata.
D'altra parte...se una usa una modella di 14 anni, sa che andrà incontro a qualche inconveniente.
E quando Milly leggerà questo post…mi lancerà sicuramente delle freccette molto appuntite! In mezzo agli occhi.
Ricordo sempre di passare a dare un'occhiata alla versione statuetta: http://labottega-dellefate.blogspot.com/2011/02/fata-topina.html

Un po’ più da vicino:
Foglia di rosa, della mia rosa bianca, con bordino in pigmento dorato. Nastro di organza grigio perla, nastrino dorato e circa 120 perle di pasta Alo-Isa. Tre bianche e una rosa, tre bianche e una rosa, fino al centro, dove al posto di quella rosa ce ne sono due più grosse leggermente dorate.
Infine fiorellino di melo su fogliolina. Piccola fogliolina.

lunedì 7 marzo 2011

Un paio di collane...

Carissimi!!
Lo so, lo so, sono giorni che non mi faccio viva. Però sto lavorando per voi.
Per il momento, comunque, volevo postare due o tre collane...una, la prima Topina.
Purtroppo, non essendomi resa conto di quanto pessime fossero le foto, ne è rimasta una sola...e rimarrà unica, perché ho già consegnato la collana alla cliente.

Chiedo venia...
Come potete notare, il collo NON è quello della Milly. A parte questo, la collana è in organza in tre toni di grigio, con perle altrettanto grigie, chiare e scure. Abbiamo due nastri in cui si inseriscono le perle più grossine, alternate, e un filo di circa centoventi perle più piccole infilato nelle maggiori, creando dei salti.
Il ciondolo è unicodopo, a pensarci, sarebbe stato meglio aggiungere almeno due foglie piccole, con solo un primo piano di un topinoma lidea di smontare tutto non mi allettava per niente!
 
Bene. Questa collana, in velluto blu, di quelle definite a strozzacollo, andrebbe giusta. Non è prenotata, per cui il giorno in cui se ne andrà, chiederò alla persona di darmi la misura esatta, così da eventualmente accorciarla leggermente. Milly (si, questa è di nuovo lei!) sostiene che se non è proprio giusta è meglio, ma essendo un nastrino semi-rigido, se pende non sta bene...non so che ne pensiate, ecco...
Il fermaglio è a calamita a forma di cuore, ma qui non si vede.
Comunque, fiori di melo, foglioline della mia rosa, tutto ovviamente in pasta Alo-Isa, per la Fata delle Farfalle.


Questa mi piace tantissimissimo! Due fili di perle in pasta, il filo corto con nodini in metallo argentato e una violetta a fermare il ciondolo sul filo lungo.
Che ve ne pare? J