Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

Se volete scoprire la Valle attraverso i RACCONTI potete cliccare sul pulsantino "Frammenti", oppure scegliere attraverso l'indice alla vostra destra. I numeretti indicano l'ordine cronologico.
Se cercate i gioielli, non avete che da scendere col cursorino, oppure cliccare il pulsantino "Gioielli".
Se volete saperne di più sulle diverse Creature, cliccate "Creature Fatate".

Su, su, guardate, guardate...

sabato 15 novembre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:10

(Link capitoli precedenti:  p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
**********************************


Erano quasi le undici, Marabel chiamò un taxi e se ne andò. Non volle che la accompagnassi a casa e mi resi conto di non avere idea di dove abitasse.
Sapevo che era economicamente agiata, che aveva viaggiato parecchio, ma ignoravo il suo titolo di studio o il suo lavoro.
Accennava, a volte, a conoscenze o collaborazioni che facevano pensare ad un mestiere simile a quello del padre: antropologa o forse archeologa, ma poteva essere solo una mia convinzione. Ogni giorno, infatti, mi rendevo conto che avrebbe potuto essere più o meno qualsiasi cosa: di qualsiasi argomento si discutesse era in grado di rispondere con competenza e intelligenza e, a ben guardare, l'argomento che pareva conoscere meno era proprio, paradossalmente, l'antico Egitto, dal momento che non aveva mai voluto studiarlo a fondo, soprattutto per non essere influenzata dalle conoscenze accademiche.
Quella donna continuava ad essere un mistero.
Non sapevo perché l'avessi incontrata, mi chiedevo se potessi fare qualcosa per lei, a parte ascoltare la sua storia, o se lei stesse facendo qualcosa per me.
Sapevo, istintivamente, che diceva la verità, anche se potevano esserci delle inesattezze: lei stessa sottolineava come i suoi ricordi fossero divisi in “pacchetti”, spesso non così ben collegati, tra i quali esistevano spazi vuoti.
La sua storia, laggiù in quel tempo ed in quel luogo, era come un puzzle di tremila pezzi da costruire un tassello alla volta e le convinzioni ufficiali non erano d'aiuto, ma d'intralcio.
Senza contare come il trovarsi in questa epoca confusa, negazionista e ad un tempo malata di sensazionalismi e fanatiche facilonerie new age dall'altra, dovesse essere pesante, frustrante, ingannevole.
Se il Fanciullo, nel suo nuovo corpo, aveva imparato a ricordare, di sicuro se ne stava ben zitto e quatto sulla sua passata identità, costruendosene un'altra più adatta a questi tempi.

Era certo un'immagine forte questa giovane donna innamorata e più che ricambiata, di un ragazzino dieci anni e mezzo che faceva discorsi da adulto, da re, assumendosi in pieno responsabilità che, come lei stessa diceva, avrebbero messo al tappeto fior di omoni scafati e coraggiosi.
Lo immaginavo lì, nella sua grande stanza da letto ingombra di inutili tesori, solo e minuto, abbandonato a se stesso, guardarla con quel muto rimprovero asciugandosi furtivo una lacrima e provavo l'impulso di poterlo abbracciare e coccolare mentre fronteggiava il mondo da solo, tirato da ogni parte da opposti interessi.
Avevo, come tutti, accettato la storia ufficiale che lo voleva figura di rappresentanza guidato da politici esperti, eppure, se anche così fosse stato, il peso che doveva aver portato su di sé, la responsabilità di tante speranze e aspettative, l'essere una divinità incarnata, era davvero schiacciante, ma pare che a nessuno sia mai venuto in mente...eppure, per quanto poco sia rimasto di quella sua breve vita, a parte il tesoro, ha oggettivamente compiuto grandi opere e grandi rivoluzioni, pure se attribuite ad altri.
Perché, d'altra parte?
Prese in mano un paese devastato e in pochi anni lo rese florido e ricco come mai prima. Leggendo commenti su libri o sul web, il concetto ricorrente è: “Non fece praticamente nulla”.
Nulla?
Rimettere in piedi una terra disperata sarebbe “nulla”? Ah, ma non è mica stato lui!
No? perché, no? Siete tutti lì pronti a credere e ricamare su una presunta maledizione e non pensate che fosse capace di fare il Re? Curioso, davvero...Mi pareva ridicolo e cominciai a domandarmi se, a tremila anni di distanza, non ci sia ancora oggi qualche ragione recondita per denigrarlo a tutti i costi.
Andai a dormire ripensando a parole che Marabel mi aveva detto qualche giorno prima: “Avrei voluto strapparlo da quella ragazzetta viziata e portarlo lontano...sarei rimasta in silenzio ad adorarlo in attesa che si facesse uomo, perdendomi nei suoi occhi.”


Era uno strano giugno...un giorno caldo come d'agosto, il giorno dopo era novembre...la mattina mi svegliai a zampettate insolenti sulla faccia: Micky voleva uscire a fare il gatto sotto la pioggia e porte e finestre erano chiuse: “Non siamo in antico Egitto, Scarafaggio, non puoi comportarti come tutto ti fosse dovuto!” brontolai.
Lui mi guardò scandalizzato, emise un MIAO assolutamente sdegnato e si piantò davanti alla porta della terrazza fissandomi intimidatorio: “Piove! E io lo so che poi entri fradicio e mi salti sul letto con le tue zampe bagnate, no!” iniziammo una discussione che sicuramente mi avrebbe portata a dargli ragione per sfinimento, quando suonò il campanello.
Mi affacciai dal balconcino sul corso e vidi un fattorino molto bagnato che mi consegnò un pacco di dolcetti glassati e un biglietto: “Ingresso Museo del Territorio...ecc” mostra: “La Natura ecc”, con un artista che mi piace da impazzire.
Ovviamente era un regalo di Marabel che, per qualche ragione a me ignota, aveva alcuni inviti omaggio.
La mostra sarebbe terminata il 30 del mese, per cui era bene fiondarcisi. Il bigliettino allegato diceva: “Ne parliamo oggi al parco? Magari al chiuso ;)”
Che bello, le stampe di quell'artista costano un patrimonio, ma ad una mostra avrei trovato sicuramente qualche occasione.
Pranzai lavando i piatti praticamente in contemporanea, spazzolai energicamente un grosso siberiano bagnato e sbuffante, costrinsi Grigno ad indossare il cappottino impermeabile e uscii. Esattamente nell'istante in cui smetteva di piovere.
Alzai gli occhi ad un cielo che si faceva beffardamente azzurro, levai l'impermeabile al cane e ce ne andammo verso il parco.
Lei ci aspettava al cancello, uno spolverino celeste, le mani in tasca e un sorriso smagliante: “Sapevo che ne saresti andata matta!” disse venendomi incontro.
Non entrammo nel parco, alla fine, e ci avviammo verso la caffetteria in stile parigino-retrò, più adatta a racconti e storie un po' magici, nonostante la cocente delusione di Grigno.
Era strano. Avevo ormai confidenza con quella donna, era gentile, premurosa, simpatica, generosa, eppure continuavo a sentirmi in soggezione.
Per quanto lei si definisse “ragazzina figlia di nessuno trovata in un canneto”, percepivo, sotto l'eleganza discreta e raffinata, un'anima forte, magnetica e di grande autorità.
Non mi è dato sapere come sia incontrare l'anima di chi sia stato, chessò, Carlo Magno o Elisabetta Prima, per esempio, né sono in grado di dire cosa si possa provare di fronte alla moderna incarnazione di Ankhesenamon, ma lei schiacciava.
Non in modo aggressivo, non percepivi prepotenza e potere in senso tirannico, tutt'altro: era invece un'autorità calda, morbida, a tratti quasi materna, incredibilmente sensuale quando parlava o pensava al suo Divino Fanciullo, ma con qualcosa di antico, profondamente e assurdamente molto più antico del tempo di cui raccontava.
Era, a dire il vero, come se quegli eventi di trentatré secoli prima fossero, nella sua percezione, roba dei giorni nostri.
Ma quanto è vecchia questa donna?” pensavo ammirata: “Quante cose ha vissuto quest'anima?” Mi sentivo una neonata vicino a lei, eppure non pareva essere cosciente della sua grandezza.
Mentre ci accomodavamo in un grazioso angolo vicino ad una vetrata mi vennero in mente le parole, ripetute più volte, del Faraone: “Perché hai dimenticato?” c'era qualcosa di doloroso che non doveva avere a che fare con l'epoca dinastica, qualcosa che si portava dentro da molto prima e che doveva, forzatamente, avere influenzato quegli eventi.
Prendemmo due cioccolate calde senza panna, ridendo del fatto che eravamo nella stagione dei gelati, ma con quel clima assurdo c'era perfino chi ordinava fonduta di cioccolato.
Hai detto che il suo nome di nascita era l'ultimo dei cinque nomi reali...ma lui quale usava? Come lo chiamava la gente, le persone che gli erano vicine, insomma?”
Sorrise: “Lui amava NebKheperuRa, era il suo nome preferito e quello con cui io lo chiamavo, o meglio...spesso lo chiamavo solo Heru Ra, oppure Am’n.
Sua sorella lo chiamava Am’n, come quasi tutti coloro che erano più in confidenza con lui, raramente Tut, oppure come è chiamato oggi, Tut Ankh Amon, pronunciando il nome del Dio Amun per ultimo, anche se veniva scritto prima. Amon Tut Ankh, detto così, era usato solo in modo molto ufficiale, voleva sottolineare che LUI era l'immagine vivente del dio.
In occasioni ufficiali veniva chiamato col nome reale NebKheperuRa o con il nome Horus, Ka Nekhet Tut Mesut, che lui però detestava...riteneva che definire lui “Toro Possente” e “perfetta” la sua nascita fosse una presa in giro. Quando ero piccola ricordo di averlo associato immediatamente al nome meno usato, Nibhurrereya, che, per quella che è la mia sensazione, era un modo diverso di indicare NebKheperuRa. In ogni caso, lo chiamavo quasi sempre Heru Ra o Hru Rya, o Am’n, come usavo Atun quando era Principino.
Quando nessuno poteva sentire, “Dolce Bambino delle Meraviglie”
Lui diceva di amare NebKheperuRa per il suo colore. Me lo disse qualche giorno prima di partire per AkhetAton...io mi mostravo serena, ma sapevo che sarebbe rimasto via molti mesi e soffrivo molto.
Lui, allora, non aveva molto tempo libero, o meglio, era sempre circondato da altra gente e se non lo era, passava del tempo con la sorella. Ci vedevamo solo in privato, molto in privato: era ossessionato dall'idea che se mi avessero vista troppo con lui, qualcuno mi avrebbe fatto del male.
Non lo contraddicevo, ma io ero sempre stata con lui! Mi avevano, come dire, comprata per lui! Anche se ora non gli serviva più una persona che lo seguisse, lo facesse studiare, lo accudisse e giocasse con lui o gli facesse compagnia, io ero la sua ombra, capisci? Ma lui mi riprendeva: “Is, non devi stare troppo con me! Devi mostrarti indifferente, come faccio io. Non fidarti di nessuno e non mostrarti mai troppo familiare con me, né parla di me con alcuno se non sia necessario e sempre in modo formale”
Ad un certo punto pensai perfino che volesse prendere le distanze da me, perché ora lui era lassù sul trono e io non ero nemmeno lontanamente di stirpe nobile o altolocata.
Una notte mi addormentai con questo pensiero fisso, ma lui, al mattino, mi fece chiamare e mi sgridò: “Sua Maestà ha visto che la sacerdotessa pensa che Egli non la voglia o non la onori” disse severo, seduto sul trono...sedeva sempre sul trono quando voleva sgridarmi: “Questa è una pugnalata verso Sua Maestà!” esordì con il tono più formale che poteva usare: “Sua Maestà non ha fatto altro che proteggerla ogni giorno della Sua vita da quando è con Lui e così farà sempre, eppure ella non hai fiducia in Sua Maestà e nelle Sue azioni. Pensa che Egli sia su questo trono per un capriccio?” no, certo che non lo pensavo, eppure le sue azioni mi erano incomprensibili a volte e...ed era cambiato e glielo dissi.
Avevo passato sei anni accanto a lui giorno e notte e il suo ruolo, ora, non mi metteva soggezione. Insomma, non gli avevo cambiato i pannolini, ma lo avevo tenuto sulle ginocchia, tra le braccia, lo avevo spolverato quando si rotolava nella sabbia, asciugato dopo i tuffi nel fiume, curato quando stava male, avevo asciugato le sue lacrime e riso con lui...non mi metteva soggezione, no!
Così glielo dissi senza preoccuparmi di chi lui fosse: “E non deve essere così. Tu non puoi avere soggezione di me, mai, ma dovrai mostrarla e dovrai prostrarti a me come chiunque altro in pubblico” fu come uno schiaffo, mi sentii avvampare, ma lui sorrise, improvvisamente dolce e malinconico: “Per il tuo bene, Is...non finirò mai di ripeterti quante serpi ci circondino” si alzò dal trono e discese, venendomi incontro tendendo le braccia: “Io sono in pericolo, lo sono e lo sarò sempre...ma tu no, non devi esserlo mai! Io non lo permetterò, ma tu non devi ostacolarmi! E smettila di discutere sempre i miei ordini!” concluse ridendo.
Cresceva, cresceva in fretta, troppo. Vedevo sempre una stanchezza profonda nei suoi occhi e quella piega all'angolo delle sue labbra, non era più ironia o rimprovero, ma preoccupazione.
Il Generale premeva perché lui gli permettesse di iniziare campagne per riconquistare i territori perduti in quegli anni, ma il problema era che...non esisteva più un esercito e il Faraone non voleva che a partire fosse un'orda di disperati privi di preparazione, né voleva dei mercenari nelle sue fila, mentre il Generale era pronto ad arruolarne in massa.
Credo che quella sia stata la sua prima, faraonica, impuntatura. Preferiva che si prendesse tempo e si preparassero adeguatamente sia le armi che i militari. Quelli validi erano necessari sia per operazioni di polizia, sia sul fiume, dove come sai dominavano i pirati, sia presso i confini Nubiani e poi nelle città, dove la criminalità era alle stelle. Sebbene le cose fossero cambiate ancor prima dell'incoronazione, non si era certo in un ambiente paradisiaco e c'era bisogno di uomini abili e determinati.
Intanto aveva ordinato di chiamare i migliori contabili dei due regni e parlava con ognuno di loro personalmente, interrogandoli anche su cose di cui lui non avrebbe dovuto sapere granché.
Il Gran Visir era sempre presente e presumo costoro fossero convinti che a giudicarli fosse lui, ma non era così.  Non importava se loro gli parlavano di argomenti che lui non era in grado di comprendere a fondo: ascoltava e li guardava intensamente e io sapevo che guardava dentro di loro.
Vedeva la loro abilità, la loro onestà, la purezza dei loro intenti o meno. Valutava gli uomini prima dei contabili e lasciava che Aye si preoccupasse dei conti veri e propri...almeno lo teneva buono.

Lo chiamava “lo zietto”, ma in modo spregiativo, non affettuoso, e mai in sua presenza e mi ripeteva di non fidarmi mai di quell'uomo, anche se si mostrava affettuoso e protettivo con lui e Ankhesenamon.
Finalmente, a diversi giorni dall'incoronazione, riuscì a concedersi un pomeriggio all'aperto, e io lo raggiunsi  presso il fiume.
Era contento, quel giorno, mi parlava del viaggio imminente ad AkhetAton, di quali fossero i suoi propositi, dei progetti...era convinto di poter convincere gran parte dei fedeli all'eresia a riconvertirsi e lasciare AkhetAton.
Non so come intendesse farlo, ma sembrava avere le idee piuttosto chiare, poi, non so come, ci trovammo a parlare dei suoi nomi reali e mi disse questa cosa, che NebKheperuRa gli piaceva tanto per il suo colore.
“Colore, mio Signore? In che senso?”
Chiudi gli occhi, Is, e dimmi. Pronuncia il tuo nome, Iset. Che colore ha?”
Mi pareva una cosa molto eccentrica, ma feci come diceva. E, improvvisamente, mi resi conto che il mio nome era blu pavone e verde smeraldo. Glielo dissi e lui rise: “Si, esatto! Adesso prova a dire...Ka Nekhet Tut Mesut”Marrone caldo” risposi. “Si! E Tut Ankh Amon?” restai un po' a riflettere: “Non so...rosso chiaro, bronzo, forse e verde chiaro...” avevo gli occhi chiusi, ma lo sentii sorridere.
Quando lo guardai vidi che aveva gli occhi lucidi, commossi: “Lo vedi che lo sai?” sapevo che non intendeva quello di cui stavamo parlando.
Aveva quello sguardo antico e malinconico che mi turbava, come quando mi diceva: “Perché non ricordi?”
Ora pensa a NebKheperuRa” sussurrò tornando normale.
“Oro. È risplendente d'oro”
Non proprio...io lo vedo più...come miele nuovo attraversato dai raggi del sole. Mi rende felice!”
Era vero, era miele nel sole e risplendeva e profumava allo stesso modo, così, da quel giorno, lo usai quasi sempre.

Avrei voluto partire con lui: ora che il mio sogno di tornare alla mia città era realizzato, mi rendevo conto che il prezzo era stato altissimo e ricordavo con nostalgia struggente gli anni trascorsi alla città eretica, in quel mondo fuori dal mondo, in cui, pur vedendo ogni giorno oscuri intrighi sfiorarci, vivevamo immersi nel nostro sogno e a nessuno sarebbe mai saltato in mente di guardarmi male perché gli ero sempre incollata, ma lui non me lo permise: “Rimani qui e diventa grande e forte. Impara ogni cosa, ogni incanto possibile, perché grande sarà il mio bisogno di te. La mia vita e la mia anima sono nelle tue mani. Se io sono il Signore di tutte le cose, tu sei la Signora della mia anima e di questo povero scrigno malriuscito”
Lo vidi partire verso Nord con il cuore in pezzi, mentre la folla lo salutava e gli offriva doni, ghirlande di fiori e foglie di palma.
Non so perché portassi la veste rossa, quel giorno. Forse volevo soltanto che mi vedesse da lontano.
 _________________________ 

 


Passarono i mesi...si avvicinava la stagione delle piene e io volevo caparbiamente vederlo. Temevo, a ragione, che se non avesse concluso in fretta le incombenze ad AkhetAton, sarebbe rimasto bloccato per altri tre mesi e non potevo sopportare ancora tanto tempo lontano da lui!
Così, un mattino, presi un piccolo bagaglio, ringraziai le vecchie sacerdotesse che mi avevano aiutata, promisi di continuare a studiare, presi i testi sacri, i miei strumenti magici e salpai con la prima chiatta diretta a Men Nefer.
Avevo il cuore in gola durante il viaggio. Non avevo mandato alcun messaggio per avvertire del mio arrivo, né avevo il suo permesso, ma non mi importava: avevo sentito che la vecchia governante era alla fine dei suoi giorni e avrei detto di volerla rivedere un'ultima volta.
Il viaggio fu tranquillo, incontrammo un paio di pattuglie a terra che presidiavano le coste e ci dissero di aver arrestato diversi pirati nelle settimane precedenti.
L'equipaggio della chiatta era sereno: dopo anni si ricominciava a viaggiare tranquilli, per quanto ancora nessuno osasse mollare le armi. Io stessa ero stata fornita di un lungo pugnale, in caso di attacco: “Signora, noi ti proteggeremo, ma devi essere in grado anche tu di difenderti dai pirati, non credere che il tuo ruolo fermerebbe quella gentaglia!”

Quando ci appressammo alla riva lo percepii ancora prima di vederlo.
Era a cavallo, con un paio di guardie alle costole e correva in direzione delle porte della Reggia. Anche lui mi sentì, lo vidi voltarsi lentamente, guardarmi con due occhioni immensi e poi correre verso l'attracco, saltando giù dal cavallo ancora in corsa.
Qualcuno gli gridò di fare attenzione...erano sempre tutti preoccupati per la sua salute, lo trattavano come fosse stato di vetro.
Era cresciuto, Eva! Com'era cresciuto in quei cinque mesi! Mi prese tra le braccia e mi fece fare diverse giravolte, come facevo io con lui quando era piccino...quasi il giorno prima.
Era più alto di me. Forse di due dita, ma era più alto di me, ora!
Era cambiato, la forma del viso non era più quella di un bambino, le movenze, le espressioni, la voce, era cresciuto all'improvviso mentre io non ero lì.
Mi vennero le lacrime e dovette capire perché mi abbracciò stretta. Anche la sua stretta era cambiata, come il suo odore. Era lui, eppure era diverso.
La frequenza, l'energia che emanava, non era più quella di un bambino ed era pericolosamente simile ad un adulto.
Perdonami, Heru Ra” gli dissi non appena mi ebbe posata a terra.
“Perché? Chi hai picchiato questa volta?” mi chiese divertito.
Ero sorpresa: “Non sei arrabbiato con me? Sono venuta qui senza chiederti il permesso, quando mi avevi detto di restare alla capitale!” esclamai.
Lui rise, abbracciandomi, incurante delle guardie: “Io ti ho chiamata! Ho un incarico importante, per te e...e poi mi mancavi terribilmente! Non sono bravo come credevo!”
Lui mi aveva chiamata? Era ben vero, lo sognavo ogni notte tendermi le mani e sussurrare il mio nome, ma...Ero abituata ai suoi miracoli e decisi di non discutere: “Ho sentito che la vecchia governante è molto malata, volevo vederla ancora una volta...” iniziai esitante.
Poteva essere morta mentre io ero in viaggio, ma il Faraone sorrise: “Si, di lei volevo parlarti. È alla fine, povera donna e vorrebbe vedere la capitale, così come sta rinascendo ora. Non ha molti amici, qui, sai, non ha mai mandato a dire niente a nessuno e non ha mai avuto paura di mostrarsi critica con la Famiglia Reale, soprattutto con NeferuAton...mi chiedo come sia riuscita ad arrivare a questa veneranda età, effettivamente...ma con te ha sempre avuto un buon rapporto. Ti senti di riportarla lassù? Sarà il suo ultimo viaggio, a parte quello nell'aldilà”
Sorrisi: chi più di una sacerdotessa di Aset era adatto? Lui mi abbracciò dolcemente, mi diede un bacio in fronte e prese a cullarmi contro di sè : “Oh, sono così felice che vorrei dare una festa per te, oggi, ma non sarei saggio. Non lo sono, in effetti, ma bisogna che lo sembri, per cui mi limiterò ad abbracciarti ogni volta che potrò!”
Per me andava benissimo. Le feste non mi piacevano, c'era troppa confusione per i miei gusti, ma stare tra le sue braccia era la cosa che desideravo di più al mondo.

Mi condusse nella reggia e mi portò in uno studiolo dove non ero mai stata prima. In una cassapanca c'erano grossi pezzi d'oro e un sacco pieno di pietre preziose: “Questo è una parte di ciò che sono riuscito a ricavare, più o meno. Un'altra parte è già partita per l'Oriente, a sanare i debiti di NeferuAton e del Faraone Padre, nella speranza che le terre di Lib Nin (Libano) tornino a commerciare il loro legname con noi.
Questo invece servirà per ricostruire l'esercito. Servono maniscalchi, istruttori per i soldati, fabbri...divise, anche, per cui sarti abili e veloci a cucire il cuoio...e poi uomini forti e giovani. Io terrò alcune guardie e presto i soldati che sono ancora validi partiranno e mi precederanno alla capitale, altri sono già a Men Nefer. Il generale continua a piagnucolare di volere stranieri prezzolati, ma io non ho ceduto: chi combatte al tuo fianco per denaro, domani per lo stesso potrebbe infilzarti come un'anatra! Ah, aspetta, un'altra cosa...” Prese da un cofanetto di pietra un papiro arrotolato: “Parte dell'oro deve servire a questo. Il Gran Sacerdote sa di che si tratta e dovrebbe già aver convocato la persona più adatta”
Srotolai il papiro. In cima era disegnato il Faraone che offriva incenso al Dio Amon, al di sotto si svolgeva una sorta di dichiarazione che il Fanciullo faceva dal suo trono di Men Nefer, riguardo il suo rammarico per i tempi bui causati dal suo predecessore e la sua ferma intenzione di riportare l'Egitto a splendori ancora superiori di quelli passati e restaurare la devozione e gli onori agli dei.
Lo hai scritto tu?” domandai stupita: “Non da solo, lo ammetto” rispose birichino: “Mi sono fatto un po' aiutare da uno dei miei precettori...sono stato molto diligente e responsabile” ridacchiò.

Il testo era equilibrato, rispettoso, grandioso, ma senza esagerare, in una parola perfetto. “Men Nefer? Hai scritto il testo come fossi a Men Nefer...ma la stele deve essere eretta a Waset?” Lui annuì con decisione: “Certo, Is! Il Faraone, dal trono del Basso Regno, getta il suo sguardo attraverso il paese fino alla capitale dell'Alto Regno.
Voglio che sentano che io sono con loro, con tutti loro, nessuno escluso. Voglio che lungo il corso dell'Iteru tutti sappiano che il Faraone veglia su di loro, pensa ad ognuno di loro come al suo proprio fratello o sorella...nessuno è abbandonato, ecco!”
“E questa è un'idea del tuo precettore?” Mi osservò accigliato: “No! Lui mi ha soltanto aiutato a scriverlo nel modo migliore! Le idee sono mie!”
Gli accarezzai il visetto arrossato dal sole: “Sei davvero un Bambino delle Meraviglie, NebKheperuRa” mi abbracciò, sedette accanto al tavolo da lavoro lì vicino e mi costrinse a sedere accanto a lui: “Nessuno, nemmeno Aye sa di questo sacco, Is...lo porterai tu a Waset e lo consegnerai al Tempio di Amon, il gran Sacerdote lo aspetta. La stele sarà pronta quando tornerò, attenderemo il momento più propizio per erigerla e benedirla, così sarà di buon auspicio per tutti. Abbi cura di quest'oro, guai se finisse in mani sbagliate o nelle grinfie dei pirati”
Ho incontrato dei soldati, durante il viaggio. Stanno arrestando bande lungo il fiume, due la settimana scorsa; c'è ancora tensione, ma il viaggio è stato tranquillo, anche se mi hanno costretta a viaggiare armata” dissi ridendo. Ti costringerò anch'io, al tuo ritorno, ma la presenza di una povera vecchia ammalata dovrebbe essere una buona copertura. Lei sa di questo carico, lo sistemeremo sotto il suo giaciglio, avvolto in foglie di palma e stoffe, come per farla stare comoda. Nessun altro sa, né deve sapere. Partirai entro pochi giorni: non ne ha per molto e dovete partire prima possibile”
Mi sentii morire: “Ma come?” protestai: “Così presto? Mi mandi via così?” lo rimproverai.
E lui mi abbracciò come non aveva mai fatto prima.
Mi tenne stretta contro di sé, come volesse diventare una cosa sola con me, premendo forte il mio corpo contro il suo: “Si. Ti mando via. Io non potrò tornare prima della piena e mi toccherà aspettare, ma tu non puoi. L'Egitto ha bisogno di un re e noi gli daremo un re, ma ha anche bisogno di guide, di sacerdoti forti, determinati, in grado di far sentire il popolo protetto e compreso. Come il Gran Sacerdote di Amon, come te, come alcune persone di fiducia che ho a Men Nefer, ancora troppo poche. Io devo ancora restare qui...Tu sei i miei occhi e le mie orecchie, là alla capitale, tu sei sacra, tu sei Aset! E armata sei perfetta, proprio come il simbolo della capitale!” concluse ridendo.
Io tremavo. Quell'abbraccio mi aveva tolto il fiato. “Per gli dei eterni, mio Signore divino, ma quanto sei cresciuto?” sussurrai. Troppo” disse con una smorfia: “Mia sorella mi guarda come fossi un piatto prelibato e non potrò essere un bambino per sempre. Oh, vorrei tanto svignarmela! Presto i dignitari mi punteranno lame alla gola affinché io consumi il matrimonio...portami via, scappiamo!” scherzò, ma i suoi occhi erano velati.
“È molto bella, non trovi?” cercai di distrarlo.È molto mia sorella, anche” brontolò chiudendo la porta alle nostre spalle.
La Sposa Reale era giovane, bella, nobile.
Che fosse sua sorella, per quel mondo, non era una stranezza, al contrario, era  assolutamente d’obbligo e se mi ero sconvolta al matrimonio di Merytaton con il padre e soprattutto alla sua gravidanza, non potevo permettermi di trovare così terribile il suo con Ankhesenamon, a parte per il fatto che lei era dove avrei dovuto (o voluto) essere io. “La ami?” domandai terrorizzata da quello che avrebbe potuto rispondere: “Certo, è mia sorella, la amo per questo, non come la mia sposa” disse con noncuranza.
Sentii il cuore leggero, all'improvviso: “Ti piacerà” affermai. Lui non rispose. Solo mi lanciò un'occhiata strana, penetrante, che mi trafisse togliendomi ancora il fiato.

Gli uomini mi guardavano, da anni ormai.
Prima, quando ero la sua ancella, a volte arrivavano a seguirmi per le strade cittadine, tanto che un paio di volte le guardie avevano malmenato qualcuno di costoro, mentre ora, alla capitale, mi guardavano con ammirazione e deferenza, pure se percepivo a volte il loro desiderio inespresso, ma mai nessuno sguardo d'uomo adulto mi aveva fatto tremare come quello di quel ragazzino, mi aveva fermato il cuore ed il respiro, resa incapace di pensieri.

Mi condusse presso alcune ancelle, mi affidò loro perché mi dessero alloggio e mi rifocillassero dopo il viaggio e se ne andò senza voltarsi.
Presto avrei imparato a comprendere le sue azioni, quei cambiamenti così repentini, l'indifferenza ostentata, ma in quel momento mi faceva male.
Ero confusa, sentivo un ronzio nelle orecchie come di un intero alveare e il cuore mi batteva così forte che ebbi la tentazione di premerci le mani sopra perché nessuno sentisse.
Quel desiderio mi spaventava.
Sia chiaro, Eva, una donna o un uomo di diciotto, diciannove anni, che desiderasse un undicenne, all'epoca non aveva nulla di sconveniente. Io lo sentivo tale per ragioni che non comprendevo nemmeno, solo sapevo che non era una buona cosa, ma era normale, là, non avrei avuto di che vergognarmi, eppure sentivo che c'erano nel suo cuore una purezza e una timida innocenza che non avrebbero dovuto essere violate per niente al mondo, finché quella gemma non fosse del tutto sbocciata.
Valeva per lui, per me, probabilmente per tutti, ma laggiù, in quel tempo, questo concetto era inesistente.
Inoltre io lo amavo, lui amava me. Non lo avevo mai toccato sensualmente, anche se avevamo passato anni abbracciati: erano sempre stati gli abbracci di due cuccioli, non c'era nulla che potesse essere considerato impuro, eppure il sentimento che ci aveva sempre legati non era fraterno, né somigliava pur lontanamente a quello di una madre per il figlio.

È bellissimo, non è vero?” mi sentii chiedere.
Era una delle ancelle, di almeno tre anni più grande di me. La guardai senza capire: “Oh, chi non vorrebbe svezzarlo!” mi disse strizzandomi l'occhio. Non la conoscevo, né sapeva chi fossi stata, ma il mio abito mostrava chiaramente chi fossi ora.
La guardai severamente: “Non farti sentire ancora a pronunciare parole blasfeme sul Divino Fanciullo!” intimai.
Avvampò, chinò la testa, mi chiese scusa e mi scortò ai miei alloggi senza più una parola.
Molte delle ancelle erano scomparse e io, dopo otto mesi, sicuramente non ero la stessa. Vidi diverse persone, anche servitori, inchinarsi rispettosamente senza riconoscermi, probabilmente perché non mi avevano mai veramente vista, prima.
Di sicuro ero cambiata, ma non sono un po' di perline nei capelli e un mantello color del cielo a rendere irriconoscibile qualcuno. In fondo, pur se piuttosto semplice, ero sempre stata elegante, eppure mi resi conto di essere una sconosciuta agli occhi di questa gente.

Poco più tardi incontrai la Governante. Era a letto, su strati di palma essiccata e pelli, vedeva ormai molto poco e il suo corpo emanava l'odore della morte, ma mi riconobbe immediatamente, pur nella malattia: “Sei qui per portarmi alla Capitale, ragazzina?” Risi per quel tono burbero che nessuno più osava verso di me: “Si, ti porterò alla città degli Dei. Tu sai perché nessuno, a parte qualche guardia, sembra più sapere chi sono?”
Lei fece scorrere lo sguardo da cataratta lungo le mie braccia ingioiellate, sulla tunica e si posò sul mantello: “La gente, ragazza mia, guarda i sandali e gli abiti, non gli occhi, né il cuore. Vestiti da ancella, togli le insegne della Dea e vedrai come tutti questi cialtroni ti correranno incontro, magari deridendoti alle spalle! Ah! Ne metterai a posto, di gentaglia, ora, nella tua posizione! Come vorrei poter vivere ancora un po' di anni per vederti!”


(...continua p.:11)