Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 22 aprile 2016

Origini.

Questo è un racconto scritto molto tempo fa, ma davvero parecchio.
Non era in programma e non avevo in mente di pubblicarlo, fino a ieri. Poi mi è venuto in mente, così, chissà perché, forse perché in questo periodo sento un sacco di teorie, di discussioni, di scoperte reali o presunte...
L'ho recuperato, con l'idea di fare un bell'editing, che di errori se ne trovano sempre e poi, improvvisamente, mi sono accorta che oggi era la giornata della Terra, grazie ai doodle di Google.

Non lo sapevo o non ci avevo pensato, perché per me ogni giorno è il giorno della Terra.
Così, appena ho avuto un attimo, mi sono messa a correggere e ho fatto in tempo a preparare il post un po' prima di mezzanotte.
Giusto in tempo.

E' interessante come, nell'immaginario collettivo, gli "alieni" siano sempre kkattivi, invidiosi degli umani (?!?), alla ricerca di pianeti da depredare dopo aver reso inabitabile il loro mondo, avendolo sfruttato senza limiti.
Generalmente, sono pure privi di anima (O_O), e vogliono studiare l'uomo, che invece ce l'ha, per potergliela sottrarre (O_O).
Ora, la stupidità assoluta di queste teorie/fantasie sarebbe utilissima in una tesi di psichiatria.
1) L'anima soltanto nella specie umana è la prima e la più assoluta delle idiozie: OGNI cosa vivente nell'Universo è dotata di anima e ogni anima, pur diversa, è composta della stessa sostanza.
Che poi sia corrotta, "oscura", piccola, o grande e splendente, è un altro paio di maniche.
2) Invidiosi di che, di grazia? Dovrebbero essere VERAMENTE stupidi!
3)L'idea che esseri provenienti da altri mondi debbano essere predatori, invasori e assassini, è, stranamente, l'autoritratto della specie umana terrestre. Una forma proiettiva del proprio essere, in cui la predazione spietata non è che la descrizione del mondo dei terrestri.
4) Ma perché delle specie evolute dovrebbero aver necessariamente depredato il proprio mondo, fino a renderlo inabitabile?
La faccenda è di nuovo assolutamente proiettiva: gli umanoidi terricoli non riescono ad immaginare una specie in grado di evolversi nell'armonia, essendo essi completamente disarmonici.
Se poi, per caso, trovano, all’interno della loro specie, una razza armonica, fanno di tutto per sterminarla.


ORIGINI



Era venuto il tempo.

Il nostro Sole stava morendo, presto avrebbe inghiottito i suoi figli più prossimi e lasciato gli altri in un eterno crepuscolo.
Per oltre sessantacinquemila1 anni eravamo riusciti a prolungare la sua vita con continui apporti di grandi quantità di Idrogeno ed Elio, ma, ugualmente, ogni cosa sfioriva: per quanto fingessimo di non pensarci, per quanto volgessimo altrove lo sguardo, eravamo consapevoli fin nelle ossa di essere sempre più vicini alla fine e vivevamo in uno stato di profonda malinconia ormai da millenni.
Eravamo intensamente legati al nostro mondo: ai suoi lunghi tramonti, alle acque chiare, alle grandi Montagne, alle sconfinate foreste, agli insondabili abissi oceanici, alle gelide calotte polari, ad ogni aspetto che si manifestasse nella sua magnificenza divina e, come il nostro sole, anche noi morivamo lentamente.

Così venne il giorno in cui non si poté più rimandare: l’astro era sempre più instabile, già cominciava a rilasciare tenui, stracciati veli di materia dai colori sfumanti nello spazio intorno, ad avvertirci che non c’era più tempo.
Negli ultimi decenni avevamo cercato mondi abitabili dove poter ricostruire la nostra civiltà e la nostra storia, ci eravamo preparati per quel lungo viaggio e ora un’immensa flotta2 di navi stellari stazionava in orbita, in attesa.
Eravamo pochi per un grande pianeta doppio: circa duecentotrenta milioni di individui umanoidi, poco più di cento milioni di una specie alata, originaria del pianeta gemello, e poi animali, piante, semi, rocce, acqua e minerali preziosi.
Un tempo eravamo due miliardi e alcuni milioni, ma avevamo smesso a poco a poco di procreare, finché, nell’ultimo decennio, i neonati erano diventati meno di un milione in tutto. Non eravamo sterili: avevamo soltanto il cuore infranto.
 
Ogni nave portava anche una sconfinata quantità di dati, alcuni scritti su fogli di carbonio monoatomico
3, altri in forma di minuscoli mattoncini compatti. Milioni di anni di cui non volevamo perdere nulla.
Quella con il nostro mondo binario era una lunghissima, meravigliosa storia d’amore di cui volevamo serbare ogni attimo.
Al momento della partenza, sui pianeti restarono circa trentadue milioni di umani più una dozzina di milioni di alati4: erano tutti anziani, alcuni avevano perduto chi amavano, altri non volevano lasciare la nostra terra.
Sarebbero rimasti là, in attesa della fine, sarebbero diventati una cosa con il Sole, si sarebbero trasformati in nubi stellari, in colori, silenzio, si sarebbero fusi in terra e cielo, nell’attesa di un nuovo inizio.
Rimasero a guardia delle città abbandonate e dei giardini, di biblioteche e università,  dei meravigliosi monumenti antichi come la nostra civiltà.

La flotta partì in silenzio, ognuno restò fino all’ultimo a guardare i nostri pianeti per portarli con sé, per tenerli nel cuore, negli occhi e nella mente il più possibile, e continuammo a fissare lo sguardo in quel punto anche quando non vi fu più null’altro che il buio dello spazio profondo.
Era un addio, ed era quanto di più definitivo.

Si potrebbe pensare che dovesse essere eccitante, straordinario intraprendere una simile avventura, non è vero? Ma non era così. Non per noi.
Soltanto i più piccoli correvano e ridevano nei giardini artificiali, sguazzavano nei laghetti, giocavano con i cuccioli delle altre specie, soprattutto con gli alati, con i quali ingaggiavano giocose battaglie terra-aria, gettando scompiglio sui ponti e nei corridoi delle navi.
A pensarci, al di là della nostra tristezza, doveva essere uno spettacolo meraviglioso: una grande flotta di immense navi eleganti, bianche, scintillanti, belle come spose, dalle chiglie affusolate e fregi dorati, che splendevano come piccole stelle, poiché la luce non era prodotta soltanto all’interno, ma dall'armatura stessa delle navi, costituita da una struttura biocristallina5
Un po’ alla volta, i giochi dei piccoli, le coccole dei cuccioli, la bellezza di ciò che avevamo portato con noi, ci resero meno tristi e, anche se molti cuori si spezzarono nei primi tempi del nostro esodo, tornammo faticosamente a sorridere.

Il viaggio verso l’esterno della Galassia durò alcuni anni6, perché le navi erano a pieno carico e davvero immense, ma alla fine arrivammo al sistema binario che avevamo selezionato prima della partenza, guidati dalla luce di un ammasso di splendide stelle azzurre, le più belle e luminose di quel quadrante di galassia.
Come messaggere della Mente Cosmica, ci avevano mostrato la strada e avremmo voluto trovare un mondo là, orbitante intorno ad una di esse, da poter chiamare “casa”, ma erano troppo giovani e la loro vita effimera non avrebbe superato i centodieci milioni di anni(1), così avevamo deviato la nostra scelta su quella stella doppia, a pochi anni luce dall’ammasso, che avrebbe illuminato le nostre notti e accarezzato i nostri sogni, così vicino da poterlo toccare.
Ci avvicinammo a quel grappolo di stelle e ci immergemmo nella luce.

Molti di noi avevano forti dubbi sull’opportunità di fermarsi là7, temendo turbolenze, tempeste solari con scambio di plasma, ma poiché tutti i parametri mostravano quel sistema binario come giovane, stabile e assolutamente adatto ad ospitare la vita, decidemmo di restare, rigenerati da quella luce che ci incantava, innamorati che non riescono a staccare gli occhi dal loro amore.

Ci volle meno di un secolo dei nostri computi temporali8 per rendere il pianeta adatto alla vita un giardino di delizie e permetterci di lasciare le navi per stabilirci definitivamente sulla superficie.
La flotta venne portata su un satellite sterile, protetta, coperta e lasciata riposare. Ogni nave era perfettamente funzionante, manutenzione sarebbe stata fatta periodicamente, perché, pur ritenendo non dovessero più servirci, decidemmo di non smantellarle: erano troppo belle, erano i nostri gioielli e testimoni delle nostre origini.

Passarono i millenni: millenni prosperi in cui dimenticammo il buio della notte, poiché, al tramonto del Sole principale, sorgeva il secondario ad illuminare di un delicato crepuscolo il nostro cielo e le meravigliose stelle dell'ammasso splendevano azzurre nel buio, belle da togliere il fiato.
Ci sentivamo privilegiati per avere trovato un mondo simile e non mancavamo di ringraziare la Mente Divina, i nostri Astri e gli Spiriti dei nostri Antenati che avevano guidato i nostri passi fino là.

Ogni cosa tornò a moltiplicarsi, noi compresi. Non avevamo dimenticato il nostro mondo, lo studiavamo, lo ricordavamo, davamo alle cose gli stessi nomi di laggiù, ma chiamavamo casa quella nuova terra.
Per quanto avessimo due soli, per quanto le Sorelle ci sorridessero da lassù, soffrivamo di solitudine, perché non vi erano altri pianeti abitati in quel sistema, né vi erano sistemi abitati nelle vicinanze. Ci mancava avere un pianeta gemello verso cui alzare lo sguardo di tanto in tanto, vedere là sorgere il giorno, quando da noi tramontava, sapendo che gli abitanti vi si stavano risvegliando.9
Così, un giorno, alcuni sentirono il bisogno di ripartire, di cercare altri mondi, scoprire nuove cose.
Si decise allora di approntare alcune navi e permettere a chi lo desiderava di riprendere il cammino, soprattutto giovani…ah, mai che gli anziani, in qualche parte dell’immenso Universo, si stufino delle meraviglie che li circondano, ma i giovani! Non sono mai sazi di ciò che hanno, né smettono di bramare ciò che potrebbe esserci oltre il loro orizzonte!

Fu commovente rivedere quelle navi, dopo quasi centomila anni!10 Erano ancora splendide, dorate e bianche, eleganti e dall’aspetto solo un po’ stropicciato, ma belle come spose, come alla partenza da Mur.
Ne fummo tutti affascinati, sfiorammo con la punta delle dita le loro chiglie lisce, i fregi dai simboli arcaici che ci procuravano brividi di commozione, riportandoci al nostro antico mondo perduto: avevamo dimenticato quanta bellezza ci fosse in quella flotta.

Partirono circa nove milioni di persone e, come la prima volta, semi, animali, fiori, rocce e una notevole quantità di acqua e oro.
Non venne presa l’acqua dal nostro mondo, ma da alcune stelle filanti al di là del nostro sistema stellare: ghiaccio puro, acqua preziosissima. Se necessario, una simile ricchezza avrebbe permesso ai viaggiatori di trattare con altri popoli.
I nostri figli partivano da signori, in tutta la magnificenza della nostra civiltà.11
Così vi fu un nuovo distacco, ma questa volta per un viaggio d’avventura, di gioia e di speranza.
Non sarebbe stato semplice mantenere i contatti con il nostro pianeta, è vero, ma ce l’avremmo fatta: avevamo le capacità tecnologiche e soprattutto spirituali, per questo.
Sapevamo sognare e attraverso i sogni camminavamo tra i mondi, ci incontravamo in un luogo in cui non c’erano distanze. Attraverso i sogni potevamo tenerci per mano.
La flotta viaggiò verso un sistema solare che ci era parso straordinario: contava undici pianeti, di cui quattro abitabili, due addirittura binari.
Ne eravamo affascinati: sono pochi, nell'Universo conosciuto, i sistemi così rigogliosi e traboccanti di vita.
All’arrivo scoprimmo che il secondo pianeta, il più vicino alla giovane stella tra quelli abitabili, era circondato da gas per noi inadatti e abitato da una vita per lo più vegetale.12 Molta anidride carbonica, un po’ di ammoniaca, azoto, tracce di metano.
Questo, insieme alla sua prossimità al sole, creava una temperatura calda, molto umida e una fantastica, folle vegetazione: enormi fiori carnosi dall’aspetto a volte inquietante, colori accesi di azzurro violetto e rosso porpora, poco giallo, verde cupo.
Vi atterrammo con tute e scafandri e scoprimmo organismi primitivi, molluschi, grossi insetti e forme di vita miste animali-vegetali che ricordavano i funghi, ma dall’aspetto fantasioso, spesso gigantesche.
Era uno spettacolare mondo in evoluzione che ancora cercava il suo equilibrio, lussureggiante, ricco, promettente.
Lo lasciammo dopo una rapida esplorazione, ubriachi di immagini e con qualche campione.

Il terzo pianeta era un pianeta doppio.
Il principale era ricco di acqua: ghiacciata, dolce, salata, in forma di vapore; l’atmosfera conteneva molta anidride carbonica, meno ossigeno di quanto ce ne occorresse13, azoto. Il clima era caldo umido per la maggior parte della superficie, con una ricchissima vita vegetale e animale, dominata da enormi rettili.
Questi erano per lo più mansueti e pacifici, solo poche specie erano predatrici e, notammo, parecchio aggressive.
Più di tutto ci colpirono le specie volanti, grandi, colorate, eleganti, dai lunghi rostri e creste ossee che sembravano acconciature festose. Volteggiavano splendidi nei loro voli arditi, forti e impavidi, riempiendo il cielo delle loro acrobazie.  Ne fummo conquistati14.

Il pianeta minore aveva un’atmosfera piuttosto rarefatta, ma composta, allo stesso modo, di ossigeno e azoto, poca anidride carbonica e vi si trovava acqua sia liquida che ghiacciata.
La vita, però, era limitata a pochi organismi semplici, per lo più microalghe.
Ci sarebbe voluto tempo e più acqua e noi avevamo sia l’una che l’altro. Forse, un giorno, avremmo potuto intervenire.

Il quarto pianeta era abitato da una civiltà avanzata e molto raffinata, sebbene poco esperta nei viaggi stellari, che si limitavano a brevi e rare escursioni in zone prossime al loro mondo.
Ci incontrammo in un’orbita poco al di là dell’atmosfera: ci apparvero affascinanti e strani, dai visi spigolosi e allungati, la pelle diafana dovuta forse al loro vivere gran parte della loro esistenza sotto la superficie, soprattutto quando venti impetuosi spazzavano il pianeta per giorni.
Spiegammo che cercavamo un luogo dove poterci fermare, parlammo del nostro mondo, mostrammo loro la nebulosa di polveri colorate dove un tempo era il nostro sole, le splendide Stelle che indicavano il nostro  sistema, domandammo se fosse possibile stabilirci sul quinto pianeta, l’altro pianeta doppio15.
Ci permisero di buon grado di prendervi asilo, dicendo che questo aveva un piccolo satellite composto per l’ottanta per cento di Oro e una buona quantità di Palladio, di cui essi da secoli si approvvigionavano.
Cedemmo volentieri un notevole quantitativo del nostro Oro, come pegno di amicizia e, quando fosse stato necessario, non avrebbero avuto che da venire a prendere ciò che occorreva, secondo i loro bisogni.

Quel popolo, saggio, ricco di arte e cultura, era anche un popolo fiero e guerriero, forte e determinato, forse a causa delle difficili condizioni del loro pianeta, che chiamavano Nergal, cui si erano adattati con ingegno.
Ci mostrarono le loro coltivazioni, là nel grembo sicuro e caldo sotto la superficie, illuminato da straordinari funghi luminescenti, che producevano luce di vario colore ed intensità.

Superate le diffidenze, ci raccontarono di un tempo antico in cui una razza di esseri in forma di serpe era arrivata dallo spazio profondo e li aveva attaccati, allo scopo di soggiogarli e derubare l’intero sistema dei molti metalli preziosi, e ci misero in guardia: in una lunga guerra cruenta, i Nergal erano riusciti a cacciarli e non li si vedeva da molte migliaia di anni, ma avevano un avamposto  su un gigante di ghiaccio, in un’orbita molto esterna e avrebbero potuto tornare, un giorno.
Costoro erano stati causa di cataclismi che avevano ferito profondamente il loro piccolo pianeta, alterandone le condizioni in modo irreversibile, quasi sterminando il loro popolo, che aveva dovuto lottare contro condizioni a volte proibitive per ritornare a prosperare e, anche ora, non senza difficoltà.
Per renderli deboli i nemici avevano rubato molta acqua, di cui Nergal, di per sé, era meno ricco rispetto ai pianeti vicini, creando carestie e siccità.

Colpiti e pur addolorati per i nostri nuovi amici, ne fummo appena turbati: ora eravamo due popoli molto avanzati e costoro erano lontani dal loro mondo, privi di risorse, se mai fossero tornati, senza dubbio li avremmo sconfitti facilmente e non avremmo permesso a gente così crudele e predatrice di avvicinarsi a mondi che già consideravamo nostri.
Donammo loro riserve di acqua, poiché dove eravamo diretti ne avremmo trovata più che in abbondanza ed essi furono colmi di gioia e gratitudine.
Ci stabilimmo così sul quinto pianeta, che i nostri vicini chiamavano Thiamat.
Era, dei pianeti abitabili di quel sistema, il più grande, il più straordinario, il più verde, il più florido.16
Nonostante non fosse molto vicino alla sole del sistema, era molto luminoso a causa di alcuni fattori straordinari: il satellite aureo, privo di atmosfera, era ricoperto da uno strato di ghiaccio e aveva una grande capacità riflettente, così da somigliare ad un minuscolo sole.
Allo stesso modo, numerose, alte catene montuose, manifestavano larghe fasce di quarzite bianchissima, a volte addirittura di Quarzo puro, in altri casi pareti di mica bianca, che riflettevano, per la posizione in cui si trovavano, la luce verso la superficie, spesso verso laghi o foreste. Era un miracolo! L’intelligenza di quel Pianeta Madre era così grande da commuoverci.
La vita era prorompente, vi erano civiltà nei suoi mari con cui stringemmo una fraterna amicizia, vi erano splendide creature terrestri, fiere, miti, grandi, piccole, aggressive, dolci e gentili, ve ne erano di aeree, altrettanto meravigliose, cui gli alati venuti con noi si legarono profondamente.
Vi erano poi incredibili creature cristalline, che, radunate in vasti agglomerati, creavano arcobaleni di colori, luci scintillanti e, quando il vento le attraversava, canti struggenti.
Le spiagge di Thiamat erano rosa, aranciate o, a volte, di diverso colore così i flutti, a loro volta, prendevano dalla sabbia vari colori brillanti. Grandi conchiglie di ogni forma e colore costellavano gli scogli, riposavano sulle spiagge ed imparammo a raccogliere quelle gettate dai flutti e ricavarne la migliore madreperla mai vista dal nostro popolo, che presto iniziammo a commerciare anche con Nergal.
Era meravigliosa, Thiamat, e ce ne innamorammo come di una madre e di un’amante.

Dividemmo il suo giorno in 24
17 unità, di cui, all’equatore, dodici erano di buio, dodici di luce, ma la durata del giorno e della notte variava non solo alla distanza dall’equatore, ma di stagione in stagione a causa dell’inclinazione del suo asse, simile a quella di Nergal.
Un anno durava 1368 giorni, che dividemmo in quattro segmenti di 342 giorni, poiché  quattro erano quasi ovunque le stagioni, e a loro volta ogni stagione venne divisa in nove segmenti di 38 giorni.
Il clima era caldo e umido solo all’equatore, poi via, via più fresco, diveniva decisamente freddo oltre i 52 gradi di latitudine, ma, grazie alla composizione dell’atmosfera e all’effetto nigredo delle grandi foreste, si manteneva ben più tiepido di quanto la distanza dal Sole avrebbe permesso, così la vita era prorompente e ricca di innumerevoli specie ed ambienti diversi in ogni angolo di entrambi i pianeti.

Riuscimmo a creare un buon equilibrio con le specie vegetali e animali portate dai nostri mondi: alcune non attecchirono e si estinsero, qualcuna prese forza e divenne più splendida che mai, altre si ibridarono con specie locali, creandone di nuove.
Con nostra gioia una delle nostre piante più sacre dall’alba dei tempi, che chiamavamo Salvezza, o Saggezza, per le sue innumerevoli qualità ed usavamo bruciare come preghiera, benedizione e cura, divenne ancora più forte e profumata, si diffuse in ogni continente, fino al limite delle nevi eterne.
Un’altra pianta sacra, la Pianta Dolce, diventò più forte e alta, così che imparammo a raccoglierne molti steli in lunghe trecce, che bruciavamo un po’ alla volta al tramonto.
Attraverso meditazioni e preghiere riuscivamo a comunicare con il cuore profondo di Thiamat e con il suo Sole, si che essi potessero guidare le nostre azioni per il meglio.
Le civiltà marine, non avendo arti come i nostri, non avevano mai sviluppato tecnologia, ma avevano affinato all’estremo voce, mente e capacità di empatia, così ci furono spesso di soccorso nel nostro incedere entusiasta, ma a volte un po’ goffo, attraverso quel mondo.
Ancora una volta, la nostra flotta venne portata in un luogo sotterraneo a riposare e le splendenti navi bianche e dorate rimasero nel buio e nel silenzio, finché, un po’ alla volta, le dimenticammo.
Vegliavamo sui nostri due mondi, viaggiavamo con piccole navi veloci e navi da trasporto tra Thiamat e Nergal, ma spesso ci spingevamo ad osservare il terzo pianeta, che i nostri vicini chiamavano Kheia, e la sua vita rigogliosa, più raramente raggiungevamo l’orbita di Isht, il secondo pianeta, che indicavamo anche come la Stella dei Fiori Carnosi.

Un giorno scoprimmo che, dai grandi rettili di Kheia, si era distaccata una specie eretta dall’aspetto umanoide.
Questi esseri parevano mansueti e gentili, si radunavano in piccoli gruppi di famiglie e presto iniziarono a costruire capanne di creta e grandi foglie, tessere le fibre di alcune piante per fare stuoie, coperte, semplici tuniche, costruire archi, frecce e piccole lance dalle punte di selce. Sapevano addomesticare e tenevano presso di sé alcuni rettili che avevano imparato a cavalcare e, qualche volta, ingaggiavano brevi battaglie con gruppi confinanti o di territori più lontani.
Senza mostrarci, li osservavamo crescere. 
Essi si nutrivano di frutti, vegetali sotterranei, ma soprattutto pesci e, meno frequentemente, piccoli animali di terra, che cacciavano con arco e frecce, mentre usavano le lance per i pesci.
Riflettevamo su questo: due miliardi di anni prima,  in un mondo lontano, avevamo iniziato come loro e ora, con tante conoscenze e tecnologia, ancora pescavamo allo stesso modo, solo con lance molto più raffinate.
Ancora, dopo tanti milioni di anni, cacciavamo con frecce sottili dalle punte affilate di Ossidiana e la scocca di penne.
Avremmo potuto inventare altri metodi, usare altri materiali, ma sapevamo che è bene che alcune cose non cambino, così da mantenere l’armonia tra le specie viventi e la sacralità nel prendere le vite altrui, come è nella volontà di ogni Terra Madre, in qualsiasi luogo dell’Universo.

Anche l’atmosfera, su Kheia, stava cambiando, facendosi meno carica di anidride carbonica e arricchendosi, grazie al grande numero di alghe azzurre, di ossigeno, ma era ancora per noi quasi irrespirabile e troppo calda.
Eppure, desideravamo intensamente potervi discendere senza protezioni e avvicinare quelle creature volanti, potercele fare amiche e imparare a volare sui loro dorsi; lo desideravamo in modo infantile, come il capriccio di fanciulli e più volte tentammo qualche approccio, riuscendo perfino a toccarle, sebbene ci osservassero con diffidenza a causa degli scafandri, che dovevano renderci mostruosi ai loro occhi.

La vita sul pianeta secondario, che chiamavamo Iah, invece, ancora stentava: aveva laghi trasparenti e poco profondi, tanto che vi si poteva restare in piedi e respirare alzando appena la testa, cascatelle tra le rocce, una vita formata da distese di minuscole alghe, macchie di colore sulla superficie brulla, e, dopo le rare e deboli piogge, sconfinati campi di fiorellini rosati o viola pallido, ma poco altro e quel poco era microscopico.

Dalla superficie di Kheia appariva verde azzurro, a volte con ampie fasce rosee e si potevano scorgere i laghi dal colore perlaceo.
Decidemmo, allora, di viaggiare fino al nido di Stelle Filanti oltre i confini del sistema stellare, dove esse riposavano tra una scorribanda e l’altra verso il sole.
Ne frantumammo una e portammo il ghiaccio a Iah.
Seminammo alcuni muschi, così che le radici sbriciolassero la dura roccia, e lasciammo al piccolo mondo il resto del lavoro.
L’acqua e le piccole piante avrebbero potuto rendere più densa e stabile l’atmosfera, almeno questo era ciò che speravamo.

Chissà se quegli esseri, là su Kheia, alzando gli occhi immaginavano ciò che stava accadendo?
Le nostre navi non erano visibili da laggiù, ma le grandi quantità di ghiaccio che avevamo portato spiccavano bianche e lucenti per giorni prima di sciogliersi e l’aspetto dell’astro mutava rapidamente.
Immaginavamo gli sguardi, timorosi e muti, di quelle creature fragili nella loro innocenza, alzarsi verso il cielo, sognanti, interrogandosi su cosa accadesse al loro mondo gemello e forse leggendovi presagi, inventando leggende.

I millenni trascorrevano, la vita era dolce, il popolo era decuplicato dal nostro arrivo, così ora contavamo diverse decine di milioni di individui.

Thiamat era buona con noi, ci offriva tutto ciò che si possa desiderare e, a volte, ce lo faceva desiderare perché potessimo apprezzarlo: raramente venivano carestie, perché potessimo apprezzare l’abbondanza.
A volte terremoti, perché potessimo gioire della stabilità della terra.
A volte uragani, per farci amare il vento leggero e l’azzurro tiepido dei giorni sereni, o siccità perché fossimo grati per la pioggia.
Guerre tra noi, perché imparassimo ad amare la pace.
Un gelo innaturale ci diceva di essere grati per il calore, mentre un clima torrido, che bruciava la pelle, era perché all’arrivo delle nevi scoppiassimo di gioia.
Ma tutto questo non era costante, veniva a volte, diluito nel tempo, solo quando ci era necessario, per renderci migliori e fortificarci.

Venne un tempo in cui la gente di Nergal diventò triste e spaventata: ci dissero che il loro popolo era sempre più sterile e nascevano sempre meno nuovi piccoli
18.
Tra noi non c’erano orfani, se non in casi eccezionali, perché se un piccolo perdeva la sua famiglia, veniva immediatamente adottato da chi gli era intorno, ma riuscimmo a portare loro un esiguo numero di nostri bambini, una trentina appena, che da grandi avrebbero potuto procreare, generando nuovi esseri fertili.
Essi crebbero come Nergal, ma, ormai grandi, quando si innamorarono e sposarono, si scoprì che non potevano riprodursi con quel popolo: il nostro sangue e il loro non permettevano di generare nuova vita.19
Qualcosa si spezzò, senza che lo volessimo, né ce ne accorgessimo, dapprincipio.
L’entusiasmo dell’essere vicini venne meno, ci accorgemmo di non avere più lo stesso desiderio di incontrarci.

Eppure, accadde ancora che qualche abitante di Thiamat si innamorasse di qualche Nergal, perché così era successo da quando avevano avuto con sé i nostri piccoli.
Decidemmo di tentare di intervenire sulla nostra natura.
Prendemmo sangue e carne, esaminammo, decidemmo di cambiare alcuni elementi, in modo da rendere ancora fertili i Nergal e permetterci l’ibridazione con loro.
Dopo molti tentativi, finalmente nacquero alcuni ibridi sani e forti, e crebbero volonterosi sul pianeta di ferro.
Si innamorarono, si sposarono. Ma gli ibridi erano del tutto sterili, sia tra loro, sia con noi, sia con i Nergal.

Continuammo a tentare, inutilmente, creando sofferenza agli ibridi e a noi tutti, fino a trasformare la nostra ricerca in ossessione, incapaci di trovare soluzione, frustrati dalle continue sconfitte.
Alla fine i nostri rapporti con Nergal si logorarono, iniziammo a diventare aspri e le nostre voci si parlarono con parole dure.
Ci allontanammo da quei nostri fratelli, che non riconoscevamo più: era facile prendersela gli uni con gli altri, accusandoci di cose di cui nessuno aveva colpa e tutti agivamo dissennatamente.

Quando i Nergal vennero per estrarre Oro e Palladio, noi non permettemmo più loro di avvicinarsi.
Avevamo dimenticato, a quanto pareva, di essere figli di un altro sole e che quel mondo ci era stato affidato da Nergal, prima ancora che dalle civiltà delle acque e dalle Creature di Thiamat.
Avevamo dimenticato la nostra promessa di dare Oro e ciò che occorreva a Nergal. Avevamo dimenticato quanto nobile e ricca di onore fosse la nostra civiltà, da tempo immemorabile.
Ci furono liti, discussioni, ci fu una guerra cruenta alla fine della quale ognuno si ritirò ferito, sconfitto, e ci si chiuse ognuno nel nostro mondo, rifiutando ogni contatto con l’altro.

Non ci fu più alcun rapporto tra i nostri pianeti per migliaia di anni.
Per quanto la vita fosse ancora come prima, avevamo perso una parte di noi e la gioia e la leggerezza che per oltre trecentomila(17*) anni ci aveva accompagnati.
Thiamat non se ne curò e continuò ad essere il mondo meraviglioso ed amorevole di sempre, perché, per la sua lunga esistenza di pianeta vivente, le nostre baruffe non erano che sciocche ragazzate.
Eppure, avere perduto questi nostri fratelli ci aveva tolto qualcosa, ci aveva reso impercettibilmente peggiori. La fierezza si trasformò in superbia.
Avevamo inventato brutte parole per indicarli, avevamo associato a loro caratteristiche rozze, primitive, ignoranti o aggressive e lo stesso facevano loro, si che la ferita tra noi era ogni volta più profonda.

**********
Un giorno un’ombra oscurò il nostro cielo.
Chissà come, non viste, né segnalate dai nostri strumenti, grosse navi di un opaco colore nerastro si erano avvicinate e ora stazionavano minacciose in orbita.
Cercammo di comunicare, non risposero.
Inviammo piccoli incrociatori attorno a quei grossi mostri scuri, immobili e silenziosi, ma nessuna risposta o segno di vita si manifestò.
Gli incrociatori dissero che le navi, all’analisi, sembravano costituite di una lega di titanio brunita, e che, pur da vicino, risultavano quasi invisibili ad occhio, confondendosi con il buio cosmico, del tutto agli strumenti di rilevazione. Erano anche dotati di molte armi pesanti.

Poco dopo, iniziarono a sparare.
Non avevamo avuto tempo per prepararci ad una battaglia, così, prima che potessimo reagire, intere città furono distrutte, montagne crollarono colpite dalle loro armi, laghi esondarono violenti, distruggendo con l’ondata di piena ogni cosa, il nostro meraviglioso mondo venne devastato da una guerra inattesa e ben diversa dalle scaramucce condotte in passato tra i nostri popoli, o alle agili battaglie con Nergal condotte nello spazio: questa era devastazione assoluta, totale, cui non fummo in grado di opporci.

Ci vollero appena un paio di giorni per reagire, due giorni lunghissimi in cui la priorità era salvare ogni forma di vita, soccorrere, proteggere, eppure ci toccava abbandonare i feriti per preparare il contrattacco verso quel nemico senza volto, né voce.
Le loro navi erano dotate di scudi protettivi molto potenti, che al primo attacco avevano avuto tutto il tempo di alzare dopo aver fatto fuoco. Dovevamo riuscire a colpire in quel brevissimo momento in cui si preparavano a colpire noi.
Dopo alcuni tentativi, riuscimmo a far esplodere alcune navi, tre direttamente, una quarta per collisione con le altre.
Ce n’erano ancora una quarantina.
Ci sentivamo perduti.
Fu allora che accadde qualcosa: i nostri strumenti registrarono veloci punti in avvicinamento. Non erano della stessa natura dei nemici, ma, rapidissimi, li attaccarono alle spalle, colpendo nell’unico punto debole che a noi, da terra, era precluso, infilando i loro missili direttamente nei motori delle navi.
Ne colpirono una dozzina quasi simultaneamente, noi contrattaccammo mentre i nemici erano distratti da quel nuovo pericolo, ne abbattemmo altre sette, otto…si ritirarono mute, senza un gesto o una parola, come fantasmi, così come erano arrivate.

A quanto pareva, Nergal aveva risolto i suoi problemi di riproduzione e si era poi occupato di rinforzare e rimodernare la flotta.
Ci fu stupore quando le veloci e agili navi blu atterrarono e i Nergal uscirono: non somigliavano alle immagini dei testi di storia, avevano la pelle più bruna, gli zigomi pronunciati, i tratti più morbidi, le voci più calde ed armoniose.
Restammo a guardarci, la nostra gente e la loro, ammutoliti come non eravamo stati nemmeno al primo incontro.
Poi ci abbracciammo. Non ci furono scuse, né saluti.
Nonostante le devastazioni, la gioia fu incontenibile e ci fu una festa, approntata con quel poco che era disponibile: la gente prese strumenti improvvisati, ne trovò tra le macerie e l’intero pianeta si riempì di canti e danze.
Si riuscì perfino a banchettare. Avevamo vinto quella guerra assurda e inattesa, avevamo ritrovato i nostri amici. Come potevamo non impazzire di gioia, nonostante tutto?

Ci accorgemmo di non avere idea di chi fossero o che volessero i nostri nemici: non sapevamo, o avevamo dimenticato, le parole dei Nergal di troppo tempo prima su invasori di altri mondi, che avevano lasciato un loro avamposto su un pianeta esterno.
Loro, che avevano molto sofferto prima di noi a causa di costoro, se lo ricordavano e lo ricordarono a noi.
Erano esseri dall’aspetto di rettile, molto antichi e provenienti dallo spazio profondo, che chiamavano se stessi Anunnak.
Feroci, privi di sentimenti, avidi, non si preoccupavano di devastare i mondi cui erano interessati, né sterminare popoli o creature innocenti, non avevano amici e tradivano facilmente anche i loro simili, per il proprio interesse.
Erano aridi e privi di cuore, non era possibile negoziare con loro.

Quella notte di festa chiedemmo ai Nergal come mai fossero così cambiati.
Ci spiegarono di non essere i Nergal che ricordavamo, ma ibridi tra noi e i loro antenati: dopo la guerra, quando avevamo interrotto ogni rapporto, avevano continuato il lavoro iniziato insieme, analizzando i tessuti degli ibridi sterili, studiando i pochi individui con gli apparati riproduttivi ancora fertili, avevano fatto tentativi su tentativi con la forza della disperazione di un popolo che non vuole morire.
Seguendo le nostre indicazioni, avevano corretto errori e apportato miglioramenti, finché erano riusciti a trovare una strada e alla fine, dopo decenni di prove e fallimenti, quando ormai si sentivano vicini all’estinzione,  erano nati dei piccoli perfetti, robusti e, finalmente, fertili.
Un po’ alla volta il loro mondo si era ripopolato e la loro specie era ora più forte di prima, grazie ai nostri geni. 

Non avevano mai più cercato contatti con Thiamat, ma non potevano dimenticare di esistere grazie al nostro sangue, né di avere in sé una parte di noi, così, quando avevano visto le esplosioni e avevano capito cosa stesse succedendo, erano accorsi in nostro aiuto.
Quanto all’oro, avevano iniziato ad estrarlo da Kheia.
Avevano trovato un luogo appartato, ricchissimo, dove l’oro si trovava in ciottoli praticamente puri perfino in superficie e da lì lo prendevano, senza arrecare alcun disturbo alle creature locali ignare, né essere visti dalle nostre navi quando controllavano lo svilupparsi della vita20.
Avevano preso dell’acqua, da Kheia. Il loro pianeta ne aveva bisogno, e per loro il viaggio al nido delle Stelle Filanti era troppo disagevole e lungo, né avevano i mezzi per procurarsi gli strumenti adatti alla frantumazione e al trasporto di oggetti tanto grandi.
Decidemmo che, appena sistemata la situazione su Thiamat, saremmo andati a prendere ghiaccio sufficiente per riportare l’acqua asportata da Kheia e darne in abbondanza a Nergal.

Giorni dopo trovammo i resti di una delle navi nemiche, l’unica che si fosse schiantata al suolo quasi integra durante la battaglia. All’interno trovammo i corpi dei nemici e ne fummo inorriditi: sembravano grosse lucertole dai muscoli poderosi, coperti di protuberanze cornee, con triple file di denti affilati, uncini caudali, artigli, minacciosi anche nell’immobilità della morte. Nella nave trovammo una grande quantità di armi e strumenti di tortura.
Armi sporche, di quelle che lacerano e devastano, facendo soffrire a lungo il nemico colpito. Quegli esseri godevano ad infliggere sofferenza.
“Non torneranno per un pezzo” spiegarono i Nergal: “Ma potete essere certi che, prima o poi, torneranno. Non hanno lasciato il sistema, sono solo tornati al loro avamposto. Torneranno, e saranno molto arrabbiati”.
Ricostruimmo il nostro mondo, le città, i monumenti, alcuni dei quali innalzati all’arrivo dei nostri antenati e restaurati con amore mille e mille volte, ripiantammo foreste bruciate, liberammo valli dai crolli delle montagne, riportammo acqua nei deserti creati dal fuoco, ripulimmo i mari.
Non c’era giorno, né notte, che i nostri occhi non cercassero ombre minacciose nelle profondità dei cieli.
Passarono altri duemila anni, il doppio per Nergal, senza che nulla di ostile si muovesse.
Pian piano tornammo ad acquisire un po’ di sicurezza, tornammo a sorridere: sapevamo che sarebbero riapparsi, ma saremmo stati pronti, sapevamo come sconfiggerli, la nostra tecnologia era sempre più avanzata e molto più raffinata della loro, per ciò che avevamo potuto scoprire. Soltanto non riuscimmo a capire come potessero occultarsi così perfettamente e questo era motivo di preoccupazione, li rendeva forti.

Ci impegnammo a fondo per sviluppare la ricerca bellica, costruendo armi in grado di emettere raggi di luce coerente ad altissima densità e temperatura, letali anche per il più duro e resistente dei materiali.
Immaginammo che anche loro avrebbero migliorato il più possibile le loro navi, che avrebbero rinforzato gli scafi, reso più robusti gli scudi e costruimmo modelli cercando di prevenire le loro azioni.
Era probabile che, là nel cuore roccioso del loro avamposto, non avessero giacimenti di titanio, tungsteno, cobalto o tantalio, o non fossero in grado di estrarli, probabilmente dovevano produrre in laboratorio ciò che occorreva e avrebbero potuto scoprire isotopi o inventare leghe a noi ignote, per questo simulazioni e ricerche divennero minuziose e quasi ossessivamente approfondite.

Ritrovammo la nostra flotta e scoprimmo, con meraviglia, che le navi erano ancora perfette come all’arrivo, dopo così tanto tempo, appena coperte da un velo di polvere.
Splendide, bianche e dorate, leggiadre come i bianchi uccelli che solcavano i cieli dei due mondi, eleganti, veloci come e più delle nostre piccole navi da trasporto o dei nostri incrociatori, minuscoli accanto a quelle immense meraviglie volanti.
Erano dotate di armi avanzatissime, che non erano quasi mai state usate, così le portammo in superficie e le nascondemmo nell’orbita interna di Thiamat 2, in una zona di grandi nubi, in modo che non  fossero visibili dallo spazio esterno.
************

Arrivarono all’improvviso, come la prima volta.
Non visti, non uditi, grazie ai loro dispositivi di occultamento strumentale e ottico.
Ci accorgemmo di loro appena in tempo per poter schermare Thiamat e preparare le armi.
Si fermarono senza sparare.
Riuscimmo a metterci in contatto con loro, questa volta, e a trovare un sistema di traduzione del loro linguaggio.
“Invasori” dissero soltanto: “Questo sistema è nostro. Invasori, dovete scomparire”21.
Per quanto il momento fosse drammatico, non potemmo fare a meno di ridere: “Noi viviamo qui da oltre due unità di Anno Cosmico22. Non siamo invasori, siamo atterrati su questi mondi con la compiacenza degli esseri che lo abitano e di Nergal” risposero i nostri capi.
“Invasori. Dateci il pianeta. Dateci l’Oro”
“Se avete bisogno di Oro, possiamo cedervene, noi ne abbiamo in abbondanza per noi e per Nergal. Possiamo metterci d’accordo” forse, davvero, per quanto quegli esseri fossero sgradevoli, potevamo alla fine discutere.
“Invasori, dateci l’Oro immediatamente. Tutto l’Oro deve essere nostro”
“Non serve soltanto a voi, anche noi ne abbiamo bisogno.”
Non risposero. Non sarebbero tornati sulle loro posizioni: volevano tutto.
Era sera sulla nostra capitale quando parlarono: “Avete dodici ore per consegnarci l’Oro. Se non inizierete a consegnarci tutto entro quel termine, attaccheremo.”

Erano già stati sconfitti quando eravamo praticamente inermi: cosa li rendeva così sicuri di poterci battere, ora?
Non pensammo per un solo attimo ad assecondarli: era chiaro che queste creature non si sarebbero mai fermate, nemmeno se fossimo diventati loro schiavi e avessimo scavato a mani nude tutti i pianeti del sistema per consegnare loro ogni prezioso.
Erano esseri spaventosi e andavano fermati.
Non ci chiesero cosa avessimo deciso, alla fine: allo scadere delle dodici ore, iniziarono a bombardare.
E noi, di rimando, a colpirli con i nostri raggi da terra.
Distruggemmo la metà della loro flotta senza quasi subire danni, questa volta.
Si ritirarono nuovamente.

Tornarono ad attaccare sia noi che Nergal appena cinque anni dopo, con una flotta innumerevole. Non capivamo come potesse, una popolazione che non aveva che un avamposto su un mondo buio, gelido e rovente, tanto lontano dalla dolce carezza del Sole, essere così numerosa e avere una così grande flotta.
Durante i viaggi verso il nido delle Stelle Filanti avevamo avvistato il loro avamposto: immenso, muto, azzurro di un’atmosfera tossica e tempestosa, dal centro di roccia schiacciato da pressioni spaventose, che creavano temperature torride.
Come potevano vivere in un ambiente simile?
Potevamo capire che desiderassero un posto migliore23, ma la nostra gente aveva lasciato il suo mondo morente alla ricerca di una nuova casa senza aggredire, minacciare, combattere, rubare.
Non eravamo stati i primi, non saremmo stati gli ultimi: succede ogni volta che muore una stella.

Non provavamo pietà per questi esseri malvagi, né per la loro sorte, come loro non la provavano per i popoli che sterminavano, né per i mondi che devastavano: ci preparammo alla nuova battaglia, questa volta cercando di portare i nemici nello spazio esterno attaccandoli con i minuscoli incrociatori, in modo da salvaguardare i pianeti.
Avevamo imparato come colpirli, le armi a raggi erano molto perfezionate, tanto leggere da poterle montare sui nostri rapidissimi insetti da guerra, senza bisogno di sacrificare le navi antiche.

Ma noi non eravamo malvagi: i nostri cuori erano limpidi, la guerra era per noi una questione d’onore e di valore.
Distratti dalla battaglia, non potevamo tenere d’occhio ogni porzione della loro flotta, colpivamo dagli incrociatori e con potenti raggi di contraerea da terra, i popoli al sicuro in grandi strutture blindate o lontano dai grandi centri abitati, gli occhi di ogni essere puntati verso il cielo.
A loro, per il loro piano abominevole, bastò una sola nave.
Nei pochi giorni di battaglia, nonostante le loro navi fossero tanto numerose, i nemici subirono grandi perdite.
Si ritirarono senza un cenno, all’improvviso.
I nostri strumenti mostrarono che si stavano allontanando senza lasciare retroguardia, molto rapidamente. Non si erano arresi, eppure se ne andavano, in totale disfatta: era finita!
Ci parve un sogno.
Non ci passò per la mente di seguirli, non ci importava infierire su di loro e questo fu la nostra salvezza.
Fu solo grazie ad un loro errore che ci accorgemmo di ciò che stava accadendo: avevano sganciato nelle bocche dei vulcani potenti armi atomiche, ricoperte da uno strato protettivo che si sarebbe dissolto lentamente a contatto con il magma, innescando una reazione a catena che avrebbe distrutto Thiamat dall’interno, provocando terremoti, devastazioni e catastrofi inimmaginabili.
La nostra fortuna fu che una delle bombe era difettosa, lo strato protettivo troppo sottile, così esplose con molto anticipo.
Non ci fu tempo per nulla, tranne tentare di evacuare completamente il pianeta. Saremmo tornati, avremmo ricostruito ogni cosa, per quanto grande fosse stata la devastazione!

Eravamo nove milioni al nostro arrivo, ora eravamo centosettanta milioni
24.
E tutti eravamo senza parole per l’orrore.
Quasi quaranta milioni potevano essere trasferiti sul pianeta secondario, circa tredici, quattordici milioni, stringendosi, potevano essere imbarcati sulla flotta, alcune navi Nergal, in orbita dopo la battaglia, vennero ad imbarcare altri, gli incrociatori, le navi da trasporto, le navi da guerra, la grande nave madre Nergal da cui i loro incrociatori partivano, ogni mezzo potesse portare qualcuno fu caricato, ma ancora restava la maggior parte degli abitanti laggiù e restavano poche ore di tempo.
La terra tremava a causa della prima esplosione, le altre bombe potevano esplodere in anticipo.
Due eravamo riusciti a disattivarle, poiché erano più vicine alla superficie, ma ce n’erano altre e non avevamo nemmeno il tempo di individuarle. 

Allora la gente si fece avanti: tutti i piccoli, tutti gli scienziati e gli educatori, sarebbero stati portati sulle navi o su Thiamat2, tutti i giovani forti, le persone carismatiche, chi aveva le maggiori competenze militari e tecniche dovevano essere salvati. I botanici, gli zoologi, i guaritori, i sacerdoti.
Per costoro il resto del popolo si fece da parte.

Mariti caricarono le mogli con i figli sulle navi, restando a terra ad aspettare la fine, anziani e malati restarono, restarono coloro che non avevano famiglia, chi aveva lavori più umili, chi non poteva procreare.
La gente rimase, quella che non scrive capolavori, né canta o danza meraviglie, la gente che ogni giorno cammina la propria vita con umiltà e in silenzio, la maggior parte dei figli di Thiamat.
I nostri cuori si spezzarono in milioni di frammenti negli occhi di coloro che abbandonavamo e che ci sorridevano, dandoci coraggio, benedicendoci, promettendo che sarebbero sopravvissuti alla catastrofe, che ci saremmo ritrovati e avremmo di nuovo danzato insieme alla luce dei fuochi.
Si, si, ci promettevamo, sapendo di inseguire una speranza vana.

Nessun alato fu imbarcato25, perché tutti si ritrasferirono su Thiamat 2, dove sarebbero stati al sicuro, e con loro oltre quaranta milioni di noi umani.
Un paio di navi da carico d’acqua riuscirono ad imbarcare un certo numero di abitanti del mare, circa cinquecento membri delle civiltà  di creature più piccole, perché le grandi erano impossibili da portare sulle navi, che non erano adattate alle loro esigenze, così esse ci diedero il loro seme, alcuni cuccioli, feti che ibernammo in fretta e furia, pregando di non commettere errori.
Non si può immaginare nulla di più penoso.
Eravamo il popolo più ricco della Galassia e ci sentivamo i più poveri.
La flotta si allontanò tra le grida di giubilo di coloro che rimasero a terra e che vedevano in noi la salvezza di tutti, che ci davano speranza e credevano in noi, e nel silenzio attonito di coloro che, invece, partivano.
Un peso insopportabile schiacciava i nostri cuori e il più assoluto silenzio accompagnò il nostro volo.

Eppure…eppure forse nemmeno i nemici avevano immaginato quello che accadde.
Quando le bombe deflagrarono non provocarono le distruzioni previste: Thiamat, semplicemente, esplose.
Esplose in milioni di pezzi e, con lei, esplose Thiamat 2.
Con tutta la nostra gente, che pensavamo al sicuro.
Restammo inebetiti a guardare i nostri mondi andare in pezzi, incapaci di qualsiasi pensiero.
Nessuno pianse.
Silenzio, come nel silenzio cosmico scompariva il nostro mondo.
Senza un lamento, molti si accasciarono privi di vita.
Lo spazio si riempì di ondate di frammenti che, come proiettili, bombardarono i mondi di quel sistema splendido con una pioggia meteorica che sarebbe durata
per molti secoli.

Riuscimmo a raggiungere una zona sicura, lasciandoci alle spalle, per quel momento, l’inferno che ci avrebbe prima o poi raggiunti ovunque nel sistema stellare.
Di centosettanta milioni di popolazione ne rimasero, all’arrivo sull’orbita di Kheia, circa tredici milioni e questo grazie all’aiuto delle navi Nergal, ma anche il loro mondo doveva essere evacuato il più in fretta possibile, prima dell’arrivo dei meteoriti.
Dovevamo scendere sul pianeta per permettere alle nostre flotte di tornare a caricare la gente di Nergal, per la quale, fortunatamente, avevamo un po’ più di margine: le rocce, per quanto veloci, non raggiungono la velocità della luce, né vi si avvicinano.
Discendemmo su Iah, dapprima, perché il clima era più adatto a noi, l’aria, pur rarefatta, respirabile, né ci sentivamo di contattare i timidi Kheiani, che, seppure gentili, ai nostri occhi erano troppo simili ai nostri assassini.
La quiete, il silenzio, la solitudine di quel piccolo mondo, erano ciò di cui avevamo bisogno.
Ventisei milioni di umani Nergal vennero in seguito portati su Iah assieme a tutte le altre creature che fu possibile trasportare e poi sementi, attrezzature, libri, alberelli da frutto, e tutto ciò che si può immaginare.

Non si fece in tempo a salvare tutti: Nergal venne colpito con tanta violenza da spazzare via gran parte della sua atmosfera, inaridire totalmente la superficie, deformare il mondo stesso, renderlo del tutto inospitale, spaccarne il corpo gettandone frammenti nello spazio, uno tanto grande da restare in orbita, suo compagno per sempre
26.
Immensi vulcani, spenti da tempo immemorabile, esplosero in un grido di rabbia, liberando dalle profondità del pianeta, un’altra atmosfera del tutto irrespirabile.
Tutto ciò che era ancora là venne distrutto, anche i campi e i frutteti sotterranei, che collassarono su se stessi, l’orbita fu alterata e quando tutto fu finito, non restò che un mondo rossastro di polvere ferrosa, vuoto, spento, freddo, silenzioso.

Allo stesso modo la vita venne completamente cancellata da Isht, la Stella dei Fiori Carnosi, quando un grande asteroide la colpì con tanta violenza da arrestarne il cammino nel cielo, spostarla, spingendola poi ad un moto innaturale e retrogrado.
Tutta la superficie fu sconvolta da eruzioni che riempirono l’atmosfera di anidride carbonica bollente e nubi di acido solforico, e non fu più che uno strano mondo rovente che la luce del Sole non poté mai più raggiungere27.

Kheia fu protetta da Iah, che si frappose tra lei e la pioggia di rocce: quel piccolo mondo dalla vita esitante e delicata, perse la sua atmosfera, l’acqua, ogni possibilità di sviluppare la vita e venne sconvolta da una pletora di meteore che la resero come un viso devastato da un male impietoso.
Eravamo discesi su Kheia, prima dell’arrivo della pioggia meteorica, e osservavamo tra le lacrime la devastazione crescente.
Anche Iah venne spostata dalla sua orbita e ne trovò una nuova, un po’ più lontana e meno stabile, si che, pur di un soffio ogni anno, si allontanava dalla sorella Kheia e così sarebbe stato per le ere a venire28.
Anche Kheia venne colpita, e questo risvegliò vulcani addormentati dalla notte dei tempi, ne creò di nuovi, in breve tempo il suo cielo si oscurò e discese la notte, il clima precipitò quasi improvvisamente.
In un soffio scomparve l’ottanta per cento delle sue forme di vita.

Di un sistema stellare così meraviglioso, prospero, dove la vita si manifestava tanto varia e lussureggiante di straordinarie forme, non rimase che un solo mondo vivente, profondamente ferito.
Il cielo piangeva lacrime di roccia che erano il nostro mondo, i nostri cari, il nostro cuore.
Iah, un po’ più lontana, apparentemente più piccina, vegliava ora muta e bianca, porgendo verso di noi sempre la stessa faccia butterata, avvolta in un velo di malinconia che non l’avrebbe mai più abbandonata.
I giganti che abitavano Kheia da milioni di anni morivano tra i terremoti, colpiti da rocce infuocate, per il dolore, il terrore, per le eruzioni e, più tardi, per il brusco cambiamento del clima, perché erano esseri a sangue freddo troppo grandi per riuscire ad adattare il loro sistema vitale, ma soprattutto, morirono di crepacuore.
I Kheiani, quelle creature semplici e gentili, guardavano il cielo muti di terrore, incapaci di comprendere.

Riuscimmo a comunicare con loro, a portare abiti caldi, sistemi per riscaldare le loro capanne, li curammo, li confortammo, per quanto possibile li riparammo aprendo ad ombrello vasti pannelli delle nostre navi, ma essi morivano a migliaia e, pure quando le eruzioni rallentarono, la terra smise di tremare e il sole fece capolino tra le spesse nubi, continuarono a cadere.
Camminavano desolati in una terra che non sapevano riconoscere, i volti di rettile solcati da dense lacrime, negli occhi un dolore che non aveva parole.
Rassegnati, i superstiti bruciavano i loro morti e le carcasse degli animali, così da evitare epidemie. Spiegammo che in quel modo avrebbero creato ancora più gas e ceneri che avrebbero tenuto più lontano il sole e avvelenato l’aria, ed essi ci permisero di usare le nostre armi, guardando attoniti i raggi bianco accecante uscire dalle navi, avvolgere le cataste di corpi e dissolverli in un soffio, senza lasciare che un leggerissimo velo di ceneri.
Spiegammo loro che, trasformando quei corpi in luce, gli spiriti potevano raggiungere gli déi molto rapidamente e diventare luce essi stessi, liberi nel vento.
 “Saranno felici?” chiedevano. “Staranno bene?” Si, rispondevamo.
Ed essi ne ebbero conforto.
Presto si convinsero che fossimo déi.

Spiegammo loro che un popolo malvagio era la causa di quella distruzione, che avevano distrutto i nostri mondi, chiedemmo asilo e loro non si opposero: come potevano mandarci via, se non c’era più un altro luogo dove andare?
Come potevano, se il mondo era vuoto e i rimasti erano così soli, al freddo e al buio?
Eravamo strani, eravamo arrivati portandoci dietro la morte, ma non ne eravamo la causa e li avevamo aiutati con dedizione, nonostante stessimo soffrendo, fossimo feriti e stanchi, disperati e dai cuori mutilati per aver perduto chi amavamo, nonostante tanto faticassimo a respirare la loro aria29. Videro che noi, che avevamo bisogno di soccorso e conforto, avevamo cura di loro e li confortavamo.
Ci accolsero, anche se intimoriti. Ci curarono, pur non conoscendo la nostra natura. Ci stringemmo gli uni agli altri, accomunati dal nostro dolore, in attesa di un nuovo mattino.
Avevamo poteri straordinari, ai loro occhi, forse potevamo riportare la vita, laggiù: “Tornerà azzurra la Stella della Notte?” domandavano: “Torneranno a vedersi quei limpidi mari e quei veli di morbido verde, il roseo colore delle sue montagne?”
No. Non ci sarebbe stata mai più vita, su Iah, la Stella della Notte.
E loro piansero, perché non avevano nemmeno più il conforto del loro pianeta gemello, cui alzavano lo sguardo quando la vita si faceva dura e la notte era più buia.

Molti di noi morirono nelle settimane seguenti il nostro atterraggio e altri non superarono i primi due o tre anni: Thiamat aveva molto più ossigeno, molto azoto e meno di un terzo di anidride carbonica, che là era ancora troppo abbondante per noi e il clima era  eccessivamente caldo, nonostante il brusco abbassamento della temperatura.
Soffrivamo molto, tossivamo spesso e molte volte i nostri polmoni sanguinavano.
Appena ci fummo organizzati, appena la devastazione ce lo permise, ci alzammo in volo e cercammo di spazzare via la coltre di nubi, così da poter purificare l’aria il più possibile: sapevamo produrre ossigeno spezzando il biossido di carbonio, ma il mondo era grande e noi piccoli e pochi.
In meno di due anni Kheiani morì oltre un terzo di noi e quasi la metà dei Nergal, che non riuscivano a sopportare alcune sostanze diffuse dalle eruzioni e le radiazioni che avevano invaso l’atmosfera. Quelli che sopravvissero, lo dovettero all’ibridazione con la nostra razza, che aveva reso più robusta la loro epidermide.

Ci vollero anni perché il cielo tornasse limpido e il sole splendente, ma un giorno Iah non fu più una macchia biancastra tra le ceneri, il Sole non fu un pallido astro arancio cupo al di là dello spesso manto grigio.
I suoi raggi tornarono a lambire la terra e i volti dei Kheiani, ma essi non si ripresero: nulla di ciò che li circondava era loro familiare, chiamavano nomi che non rispondevano, le loro voci tornavano indietro vuote e spettrali. Perfino lo stormire delle fronde era cambiato, per loro estraneo e spaventoso.
Morivano di malinconia, spesso nelle notti senza luna.
In poche centinaia di anni si estinsero, nonostante le nostre cure30.

**************      *     ***************

Umat si sentiva inquieto, quel mattino.
L’aria era tiepida, il cielo terso, ma non aveva ancora visto il vecchio Kaam, l’ultimo Figlio della Terra.
Egli lo aveva cresciuto come un padre, negli ultimi quindici anni terrestri, da quando la sua famiglia era scomparsa durante una pioggia di meteore, ma era già vecchio a quell’epoca e i Kheiani avevano una vita che superava di poco il secolo.

Deglutì un paio di volte prima di entrare nella capanna del vecchio, temendo di trovarlo senza vita, ma si accorse, con un misto di ansia e sollievo, che non c’era.
Socchiuse gli occhi cercando di vedere nella sua mente dove potesse essersi diretto, poi si avviò di corsa verso un’ansa riparata del fiume.
Kaam era seduto su una roccia e fissava l’acqua.
“Padre?” sussurrò Umat.
Il vecchio sorrise, voltandosi appena. “Vieni, Umat, siediti qui vicino e raccontami le storie della tua gente ancora una volta.”
Umat si intenerì: il vecchio adorava ascoltare le storie dei Mureani, di come avessero lasciato, in un tempo remotissimo, il loro mondo morente, avessero creato una grande civiltà su una terra dai due soli e poi, alcuni di loro, avessero trovato una casa di sogno su Thiamat e là avessero vissuto per oltre un milione di anni, tra infinite meraviglie.

Raccontò alcune storie apprese dai banchi di memoria della nave, smantellata ai tempi dei suoi nonni, alcune che erano ben note al vecchio, altre che aveva scoperto di recente ed egli non conosceva.
Il ragazzo intercalava la sua lingua con espressioni Kheiane, perché, avendo vissuto con Kaam dall’età di sette anni, era in grado di pronunciare correttamente molti termini rettiloidi, impresa quasi impossibile per la maggior parte della sua gente, che di solito comunicava con il popolo verde attraverso immagini telepatiche, linguaggio gestuale oppure, poiché entrambe le razze comprendevano perfettamente l’una la lingua dell’altro, esprimendosi ognuno nel proprio idioma.

Kaam ascoltava appoggiato al bastone, il muso sulle zampe rugose.
“È tutto molto bello, non è vero? Ma dimmi, Figlio del Cielo, non mi hai mai parlato di quegli esseri malvagi, né lo hanno mai fatto i tuoi genitori o i tuoi nonni prima di loro. Tu sai chi fossero, che aspetto avessero?”
Umat non voleva rispondere a quella domanda per non ferire il vecchio, perché i feroci Anunnak avevano la sua stessa origine rettile: “Erano esseri terribili, molto, molto diversi da noi” il vecchio ebbe un guizzo di sospetto nello sguardo: “Da voi? O da noi tutti?”
“Da noi tutti: Mureani, Nergal, Kheiani…Diversi! E mostri, padre.” Rispose quieto.
Il Kheiano annuì, gli occhi socchiusi ad osservarlo divertiti. “Va bene. Sono certo che mi stai dicendo la verità. Ma non tutta la verità” ridacchiò, una risata rasposa nella gola di lucertola.

“Io sono l’ultimo della mia stirpe, Umat, figlio mio.
Quando non sarò più, non rimarrà più nulla di milioni di soli di storia.
Noi siamo stati un popolo semplice, non abbiamo scritto pagine straordinarie e piene di meraviglie come voi, non abbiamo eretto templi o costruzioni favolose, inventato macchine o scolpito statue.
La nostra vita si snodava tra i grandi alberi, occupandoci delle cose quotidiane, godevamo di ciò che la terra ci offriva, curandoci delle creature che abitavano il mondo accanto a noi, dedicandoci alla pesca, alla caccia, ai piccoli.

Non rimarrà di noi che qualche ricordo, semplici mura di contenimento, argini per i fiumi più impetuosi, sentieri che svaniranno con le piogge in poche stagioni.
Anche le storie cantate dai nostri bardi sono ormai quasi tutte svanite nel vento. Quelle che io sentivo da bambino, già parlavano della fine del mondo, dell’arrivo dal cielo della Gente dalle Ali Bianche, di malinconia.
Io sono vecchio, non c’è più nessuno. Il nostro tempo è finito.
Nelle vostre mani lasciamo il nostro mondo, perché ne abbiate cura.
Avete riportato la luce del sole, chetato la rabbia delle montagne di fuoco, spazzato i cieli dalle nubi malvagie.
Avete preso le nostre mani nelle vostre e ci avete condotti attraverso la lunga notte, al sicuro, oltre un buio che non aveva aurora.
Questa terra è vostra. Lo è che io lo voglia oppure no, perché il resto non è che desolazione. Il mio popolo, attraverso l’ultimo di noi, ve la affida con speranza e rispetto, perché il vostro operato è stato il nostro unico ed ultimo conforto.

La tua gente ha molta fiducia in te, Umat: sono certo che sarai presto il loro capo e che sarai un buon capo. Io metto il mio mondo nelle tue mani, perché tu lo renda prospero e meraviglioso, simile al mondo che vi è stato strappato, altrettanto ricco e colmo di doni e perché il cielo possa tornare a vedere danze e udire canti.
Voglio che, dopo la mia scomparsa, tu dia a questa terra il nome del tuo mondo d’origine e qui ricostruisca un nuovo regno.
Voglio che tu regni come Re del Sole, e che i tuoi figli siano Stelle della Terra.
Proteggetela, come lei vi protegge.
Abbiatene cura, come ha avuto cura di voi.
Amatela come vi ama, come noi l’abbiamo amata.
Ci è stata madre, vi sarà madre.
Ascoltate la sua voce e i vostri passi saranno sicuri.
Beneditela, poiché da essa siete benedetti.
Rispettatela, perché è immensa la sua saggezza, anche se a volte potrete non comprenderne le azioni.
Abbiate eterna gratitudine, perché vi ha accolti quando non avevate più un mondo, quando non avevate più nemmeno il conforto di un luogo lontano nel cielo dove posare lo sguardo.
Questo giorno segna la fine di una lunga era: domani sarà una terra nuova e sarà vostra.
Questo io ti ordino, come ultimo desiderio di un vecchio, l’ultimo vecchio della sua specie.”

Umat inghiottì le lacrime: “Ma non sei così vecchio, padre. E sei ancora in forze, non puoi andartene ora!”
Kaam rise: “Ora, domani, tra un anno, che importa? Sono più vecchio di quanto vorrei, figlio mio, e sono stanco, la mia gente mi manca. Ovunque siano, desidero unirmi a loro, anche se questo significa doverti lasciare. Ma non ti lascio solo: ti lascio alla tua gente perché ne diventi la guida.
Sarai la sua storia, passata e futura, hai un domani. Permettimi di riposare, permetti al mio spirito di unirsi agli spiriti del mio popolo.”

Umat abbracciò il vecchio, senza più protestare, stringendo i denti per non piangere.
Più tardi catturò un grosso pesce, lo pulì, lo cucinò su pietre roventi e lo consumò insieme a Kaam, suo padre.
Restarono a lungo a guardare l’acqua scorrere ai loro piedi, poi si avviarono alla capanna di Kaam, perché era stanco e voleva distendersi.
Quando scese la notte, il giovane mureano rimase accanto al vecchio addormentato, finché capì che era il momento di andare e lasciarlo in solitudine perché così doveva essere.
Gli rimboccò la coperta, gli diede un bacio sulla fronte squamosa, gli pose al fianco il bastone, l’arco e la faretra colma di frecce, la pietra bianca della sua famiglia e, in silenzio, uscì nella notte.
Iah splendeva chiara, silenziosa e malinconica nel cielo cristallino.

*** * ***

“Umat!” il figlio del sovrintendente lo stava chiamando con insistenza.
Umat si era addormentato poco prima ed era dolorante ovunque: “Umat?” chiese il ragazzo infilando la testa nel capanno: “Perché dormi per terra?”
Lui non rispose, sedette massaggiandosi i muscoli indolenziti, i capelli corvini sparsi sulla fronte e appiccicati al viso smagrito.
“Stiamo preparando la pira per Kaam, vieni!” il giovane si riscosse: “Quale pira?” chiese, saltando in piedi più rapidamente di quanto riuscisse a fare il suo sangue e procurandosi un bel capogiro: era stanco e non mangiava da tre giorni. “Per…perché? Non gli facciamo esequie degne di lui?” esitò l’altro.
“No!” Umat attese un attimo che la testa si fermasse e poi corse verso la capanna del sovrintendente, infilandosi nel suo ufficio senza bussare: “Non possiamo!” investì il pover’uomo che lo fissò allibito: di solito quel ragazzo, pur passionale, era educato e corretto.
“Kaam! Non possiamo cremarlo!”
Il Sovrintendente lo guardò confuso: “Ma abbiamo sempre fatto così, da più di cinquecento anni! Loro erano d’accordo. Non vuoi che lo spirito del tuo patrigno sia libero?”
“Non capisci, Sovrintendente, lui mi ha chiesto un’altra cosa! Vuole che il suo corpo riposi sotto le radici del grande albero che abbiamo piantato insieme dieci anni fa! Io…io credo che avrei dovuto dirtelo subito, ma ero…scosso. E l’ho dimenticato.”
Il Sovrintendente strinse le labbra: “Oh!” fece soltanto.
Ci pensò su un attimo e poi uscì a lunghi passi, il figlio e Umat che gli trotterellavano dietro: “Non sarà semplicissimo organizzare tutto, ora. Non in tempo. E il corpo potrebbe iniziare a deteriorarsi, con il caldo” brontolò.
Umat era sfinito e, nonostante il lutto, cominciava a sentire i morsi della fame. Forse anche per quello gli girava la testa, a ben pensarci.
Sospirò rassegnato e si offrì di scavare mentre il Sovrintendente e la sua sposa, si occupavano del resto: smontare la pira, preparare il corpo, ungerlo di oli profumati, vestirlo con solo un breve sarong31 di fibre vegetali, senza coperte, né mantello, perché, come suo volere, fosse a contatto con la terra e le radici dell’albero, avvertire il villaggio e i viaggiatori che stavano arrivando da villaggi lontani per rendergli onore, approntare una cerimonia completamente diversa. Tutto in mezza mattinata.
“Non credo che a Kaam sarebbe importato della cerimonia, Sovrintendente.” Obiettò Umat.
“A lui certamente no, ma a noi si: siamo sgomenti per questa perdita, per quanto attesa da molti anni, ma è sempre dura quando un lutto, pur previsto, ti colpisce. E questo non è un lutto come gli altri.” Meditò un istante: “Questo è il culmine della nostra sconfitta.”
Sospirò, guardandosi attorno, l’occhio che si perdeva oltre la fitta foresta, oltre le praterie e il digradare delle colline al di qua della catena montuosa in lontananza: “È molto bello, non è vero? Ci sarebbe stato posto per tutti, avremmo potuto vivere e crescere insieme. Ora siamo rimasti soli, qui.”
“Ci sono i Nergal” disse Umat.
Il sovrintendente tentò un sorriso, ma gli venne soltanto una mezza smorfia: “Si, ci sono i Nergal. Con le nostre stesse ferite e le nostre stesse incertezze, stranieri a questa terra come lo siamo noi, ragazzo mio.”
Si fermò a riflettere: “D’altra parte, l’idea di Kaam è certamente buona. Non scomparirà, rimarrà con noi nelle radici di questo albero che egli stesso ha piantato. L’albero si nutrirà del suo corpo ed il suo corpo vivrà nell’albero. Si, è davvero di buon auspicio” commentò.
Chiamò il figlio perché aiutasse a scavare, infilò loro in mano due badili, si raccomandò perché stessero attenti a non ferire le radici, e andò ad occuparsi delle altre incombenze.

Così, quel giorno, l’ultimo dei rettili Kheiani venne sepolto ai piedi di un albero che egli stesso aveva piantato insieme al figliastro, un albero che sarebbe diventato il più grande e il più longevo degli alberi, avrebbe vissuto per molte migliaia di anni, vegliando sul mondo.
Si sarebbe raccontato, nei secoli, che fosse l’albero su cui poggiava il mondo intero e intorno ad esso sarebbero fiorite innumerevoli leggende.

Umat, durante il saluto rituale, bruciò rametti della sacra Saggezza e dell’erba dolce, di cui offrì il fumo al cielo, alla terra e ai quattro angoli del mondo, poi si tagliò la lunga treccia setosa e la seppellì con il vecchio, pronunciò il discorso delle ultime volontà di Kaam e diede al continente che li ospitava il nome di Lah Mur, che significava Nuova Terra.
Egli divenne il primo Reggente Mureano, sposò la sua amata Daylani ed ella fu la prima Reggente al suo fianco.
Ebbero quattro figli, di cui solo l’ultima era femmina e cui fu imposto il nome di Thiamat.

Umat governò per oltre quattrocento anni e costruì un regno splendido, prospero e forte.
Quando fu vecchio, lasciò la reggenza al figlio primogenito Kaam, il quale la tenne per circa vent’anni terrestri e poi la passò a Thiamat,  nonostante ella fosse la minore dei fratelli e, a sua volta, Thiamat governò in giustizia e saggezza per molto, molto tempo.
La stirpe di Umat e Daylani mantenne la reggenza per un tempo lunghissimo, all’ombra dell’albero del mondo, regnando sul continente di LahMur.

I Nergal si stabilirono a loro volta su un altro continente, ad Nord Est, dove trovarono il loro ambiente ideale, con tanto verde e tanta acqua da superare i loro sogni più arditi.
Poiché quella terra era ricoperta di grandi foreste più verdi del più perfetto smeraldo, essi la chiamarono Iperborea e tale nome rimase anche quando, milioni di anni dopo, si ricoprì di ghiacci.

Queste due splendide civiltà di genti coraggiose prosperarono per un tempo quasi inimmaginabile perfino per popoli tanto antichi da aver visto spegnersi un sole, proteggendo il loro nuovo mondo e avendone cura più che mai, poiché era diventato l’unica terra vivente in un sistema stellare devastato ed era prezioso, più di quanto fosse mai stato.

Gli Anunnak non tornarono per quasi sessanta milioni di anni terrestri e, quando si presentarono, tentando nuovamente di soggiogare il pianeta, gli eroi Harek, discendente di Umat, e la sua sposa Em Rhys, li ricacciarono ancora una volta nel freddo buio cosmico.
Sarebbero tornati ancora e le cose, a quel punto, si sarebbero messe diversamente per la Terra, ma per questo avrebbe dovuto passare ancora più di mezzo milione di anni.
Harek ed Em Rhys furono gli ultimi eroi di La Mur, in effetti.

Ma questa è un’altra storia e, come sempre succede in questi casi, bisognerà raccontarla un’altra volta.
FINE



Link alla pagina delle note e appendici: Note alla lettura di Origini

5 commenti:

  1. Accidenti a te!!! Mi hai fatto piangere!!! E più di una volta!!!
    Ti devo dire però che dalla morte di Khaam il racconto è stato troppo frettoloso...
    Sei sempre un mito!!!

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    1. Ehmmm...sai che ne avevo aggiunto un pezzo, ma mi sono dimenticata di correggere il post?
      Non tanto, perché la parte finale è solo l'introduzione a come la fine di un'era, il Cretacico, dia inizio a qualcosa di totalmente nuovo, ma un pezzetto in più c'è...
      Magari lo posto...

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    2. Fatto, ho postato.
      Le aggiunte sono piccine piccine, poche righe l'una, ma la storia doveva essere così, un racconto delle Origini, una specie di introduzione a cose che verranno.
      Se tutto va come dovrebbe, ci saranno illustrazioni e una parte che ho deciso di non postare, di una decina di pagine di note, in cui si spiegano una serie di cose, sia a livello astronomico che sull'uso dell'oro, sul presunto pianeta da cui proverrebbero gli Anunnak ecc.

      Purtroppo la morte di Kaam è proprio una comparsa, ma doveva essere così: un minimo di cronaca del passaggio di consegne, se vogliamo.
      Le stesse fonti che parlano dei rettiloidi Lemuriani sono vaghe e contradditorie.
      Non che le fonti su Atlantide, moooooolto più recente, siano molto meglio, eh! :/
      Ciotti!

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    3. Fiùùùùùùùùùùùùùù!!!!!!!!!!!!!!

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