Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

giovedì 7 agosto 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:3

Penso che dovreste preparare una scatola di fazzoletti, o un pacco formato famiglia...
Buon viaggio!
(Link ai capitoli precedenti: Parte 2 , Parte 1 )

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Arrivai di corsa, trascinata da un canide assatanato con tendenza alla bulimia, scivolando su uno strato di vecchie foglie bagnate dalla pioggia del giorno e della notte precedenti.

La panchina era vuota, ma sentii alle mie spalle quella risata così particolare ed esotica.
C'era una caffetteria, a dieci minuti dal parco, con piccoli e discreti tavolini dai divanetti semicircolari, che produceva in sede sfiziose leccornie sia dolci che salate e dove si poteva chiacchierare in santa pace anche per ore.
Molta gente andava, prendeva qualcosa, poi restava lì a leggere, studiare o perfino a smanettare su portatili o tablet.
"Sai, mi piace tanto, mi ricorda Parigi” disse Marabel come scusandosi. Piaceva anche a me, ed era una buona idea trovarsi in un posto diverso dalla panchina, che ci faceva somigliare a due novantenni pettegole.
E così, poco dopo, con Anub...cioè, Grigno seduto a mò di sfinge ai miei piedi, impettito e piuttosto autorevole nel suo ruolo improvvisato di cane serio, riprese la meraviglia di quell'incredibile viaggio nel tempo...
Avevo migliaia di domande e, come succede in questi casi, non riuscivo a formularne nessuna, così mi limitai ad estrarre una matita e un notes e a restare lì a guardarla, in attesa.
Lei rise nel vedermi lì, compunta come una scolaretta, pronta a prendere appunti, ma non mi chiese di lasciar perdere e io non lo feci.

“Ero in un tempio, un tardo pomeriggio della stagione secca e stavo lustrando energicamente i piedi della Dea Aset, di cui ero novizia.
Avevo da poco compiuto undici anni, ma avevo sempre vissuto lì, allevata dalle Sacerdotesse, poiché ero un'orfana trovata una notte nei cespugli.
Un giovinetto poco più grande di me, con una elegante tunica e gli occhi pesantemente bistrati, si affacciò timidamente, un passo avanti, due indietro, lo sguardo che saettava intorno chiedendosi se ad entrare sarebbe stato fulminato: “I...” deglutì: “Il Gran Sacerdote ti vuole subito” disse e fuggì ad attendermi fuori.
“I maschi sono stupidi” pensai riponendo lo straccio e l'olio di palma in una cassa e lo raggiunsi nel sole ormai prossimo al tramonto: “Perché vuole parlarmi? Che ho combinato?” lui scosse la testa: “Ah, io non so, mi ha detto solo di correre a prenderti, niente altro. Però era preoccupato. Forse qualche tuo parente si è fatto vivo?”
Gli diedi una spinta con la mano: “Ma che parenti vuoi che si facciano vivi? Ammesso che ne abbia, non sapranno nemmeno dove o chi io sia, no?” il ragazzo si strinse nelle spalle con una smorfia.

Il vecchio Sacerdote mi aspettava, seduto ad un tavolo sgombro, sul quale solo le sue dita tamburellavano nervosamente e fissava un punto nel vuoto.
Si diceva in giro che fosse mio nonno e che per questo mi avessero tenuta e cresciuta nel Tempio. Ovviamente erano sciocchezze, ciononostante pareva provare per me un affetto particolare.
Si voltò a guardarmi e vidi gli occhi scuri preoccupati tra le molte rughe e le linee blu lapislazzuli del trucco: “Vieni, siedi qui. Vuoi una bibita fresca? Latte di capra freddissimo con succo di datteri?” mi illuminai, sedendo al suo fianco.
Se mi offriva una simile bevanda, di sicuro non era arrabbiato.

“Ho bisogno di te” disse senza preamboli mentre sorseggiavo la mia bibita: “Per una missione molto delicata e pericolosa” spalancai gli occhi: pericolosa? Dovevo camminare sui coccodrilli? Avevo undici anni, che diamine, che potevo fare di così pericoloso?
“Dovrai partire, in gran segreto, per AkhetAton, lo so, non fare quella faccia...ci sarà un nostro uomo là ad attenderti e ti terrà d'occhio”
“Devo fare la spia?” chiesi indecisa se esaltarmi o svignarmela.
“Non esattamente, abbiamo altri per questo, adulti e con molta più esperienza, ma dal momento che vivrai a corte sarai al corrente di molte cose utili, sicuro, però...no, il tuo compito sarà un altro. Dovrai fare la bambinaia.” Posai il bicchiere delusa: “Eh?” il Sacerdote sorrise: “Si, di un bambino molto, molto speciale per noi tutti. È il figlio maschio di Amenophis e della sua sposa giovane, il Principino, ma è, come dire...diverso. E abbiamo bisogno che se ne occupi una persona di fiducia. Tu dovrai fingerti la figlia di una levatrice, di stirpe nobile decaduta, della zona di Iunu...che succede?”
“Ma io non so niente di bambini!” protestai in preda al panico: “Non so nemmeno cambiarli, altro che levatrice!” lui rise: “Il bambino di cui ti occuperai ha quattro anni, non dovrai cambiarlo. E, in quanto sua bambinaia, non potrai essere chiamata per nessun'altra incombenza, quindi nessuno saprà che non sai niente di bambini. Dovrai soltanto fare cose piacevoli: giocare con lui, fargli compagnia, preoccuparti che non si cacci in qualche guaio o non si faccia male, studiare con lui...ah, si, quel maledetto eretico di Amenophis gli ha trasmesso il suo sangue malato...per cui, anche se apparentemente è un bimbo sano e, mi raccontano, molto vivace, dovrai fare attenzione alla sua salute. E di questo non puoi dire di non saperne niente, mia piccola guaritrice!” ridacchiò.

Ripresi il bicchiere e tirai giù la bevanda a lunghi sorsi, osservandolo da sopra il bordo di coccio. “Però mi hai detto che è pericoloso, tutto questo...il bambino morde?” il vecchio rise di gusto: “Il bambino è buonissimo, ma non lo stesso la marmaglia di fanatici e opportunisti al seguito di suo padre! Dovrai stare molto attenta a tutti o quasi, là a corte e dovrai stare attenta ad Amenophis, ovviamente. Quel pazzo ogni giorno conquista nuovi fedeli coprendoli d'oro, ma suoi oppositori si trovano, chissà come, coperti di coccodrillo vivo o scompaiono in circostanze deplorevoli e misteriose.
Inoltre, ti stai facendo molto graziosa, Luna Nascente, e quell'uomo è tanto famelico di fedeli quanto di fanciulle, con le quali ha fama di essere piuttosto, come dire...brutale. La precedente bambinaia del Principino, pare abbia tagliato la corda dopo un incontro intimo con il faraone...
Nefertiti lo lascia fare, del tutto disinteressata alle distrazioni del marito, il quale non deve nemmeno preoccuparsi di non urtarla.
Quindi, dovrai evitare il più possibile di farti notare, non usare profumi, né gioielli che possano tintinnare, vesti in modo discreto e tieniti sempre alla sua destra: dall'occhio destro vede pochissimo. D'altra parte, più gli stai lontana e meglio è. Te la senti?” mi guardò come sperasse in un rifiuto.

Era ormai il tramonto e mi voltai verso l’Iteru, indaco sotto il cielo fiammeggiante.
L'Egitto era in ginocchio grazie alle follie del faraone eretico e tutti eravamo in estrema povertà, vivevamo il pericolo di invasioni e la confusione totale causata dalla sua ossessione religiosa.
La stessa Waset era diventata un ricettacolo di criminalità e nei quartieri del popolo povertà e sudiciume erano insopportabili: “Ci andrò” risposi: “È mio preciso dovere, per la grazia di Aset”
Il vecchio sorrise, amaro, per un attimo mi parve che le insegne di Amon alle sue spalle fremessero e risplendessero, come animandosi, ma era sicuramente un effetto del sole che scompariva dietro le aride colline che delineavano l'orizzonte.

Due settimane dopo ero in viaggio per AkhetAton, nascosta su una barca diretta verso Men Nefer, da cui avrei dovuto fingere di provenire.
Per maggior sicurezza avremmo superato la città del Faraone e incrociato una chiatta mercantile proveniente da Nord, dove io sarei salita e tornata indietro per quel tratto.
Ero stata cresciuta da due sorelle del delta, le quali mi avevano trasmesso l'accento della loro terra, che sapevo imitare quasi alla perfezione ed era probabilmente il motivo per cui ero stata scelta.
Ero molto triste, sola, spaventata: non avevo mai lasciato la capitale...beh, certo, ora non era più la capitale, ma insomma, è chiaro, no? Non avevo mai lasciato Waset se non per qualche breve soggiorno al Delta o nelle zone boscose fuori dalla città e mai da sola.
Il mondo mi sembrava improvvisamente immenso e minaccioso, ma allo stesso tempo non vedevo l'ora di conoscere questo misterioso bambino.

Giunsi finalmente alla città dell'eretico e, vestita come una popolana, raggiunsi la casa indicatami dal Sacerdote.
Mi attendeva una coppia di vere spie, persone fedeli all'Egitto le quali avevano seguito quasi dall'inizio il faraone.
Mi spiegarono come avrei dovuto comportarmi, cosa avrei dovuto dire e cosa no, mi dissero di fingere sempre di pendere dalle labbra di Amenophis, che avrei dovuto chiamare Ekhnaton e mai avrei dovuto mostrare irritazione o fastidio quando derideva i vecchi dèi o incensava se stesso, né mai avrei dovuto farmi trovare con oggetti di culto o a pregare.
Avrei dovuto dimenticare Aset e i suoi riti per tutto il tempo in cui fossi rimasta là, ma io ero una novizia, non potevo fare una cosa simile!
Il mio contatto mi mise le mani sulle spalle e disse che il volere della Dea era che io la dimenticassi con il corpo e la tenessi nascosta nel cuore, per il bene di tutti.
Mi fidai, ma stavo male e le lacrime mi pungevano gli occhi.
Non avevo madre, né padre. Aset era stata entrambi. Mi aveva cullata tra le sue braccia di pietra, accarezzata con raggi d'argento, consolata con la brezza notturna, curata con il canto del fiume...non esisteva, per me, dimenticare la mia Dea, anche solo per finta.
Mi sentivo molto infelice e smarrita.

La mattina dopo mi accompagnarono al palazzo reale, dove fui presentata come nuova bambinaia del Principino.
Lui, Amenophis, era là: altissimo e magro, con quella faccia cavallina che lo distingueva, affacciato al balcone assieme ad una Nefertiti bellissima, altera e, a mio parere, piuttosto annoiata, che declamava se stesso a gran voce, poi, prendendoli da ceste ai propri piedi, gettava monili e pezzi d'oro sulla folla esultante.

Era ricca, AkhetAton. Era la città più ricca ed elegante che avessi mai visto, perfino più della Capitale, fino a pochi anni prima, di un Egitto ricco, prospero e potente, che ora, a confronto di questa nuova città del faraone, pareva opaca e pesante, cupa per un malessere che aleggiava su ogni cosa, piena di rabbia tenuta faticosamente a freno.
Qui erano arte ed opulenza ovunque, giardini, case lussuose, oro sulle case e sulla gente, le strade erano piene dei profumi di essenze e di cibi prelibati. Sembrava non esistessero poveri, ammalati, infelici e nemmeno vecchi.
C'era da rimanere storditi: sembrava davvero la città degli dèi, mentre il resto dell'Egitto languiva, minacciato da popoli nemici, indifeso, allo sbando.
Finsi interesse stringendo i denti e soffocando la rabbia mentre mi conducevano verso un giardino interno.
Attorno a me sfilava una moltitudine di personale: ancelle, guardie, servitori, dignitari, concubine bellissime ed elegantissime, il trucco pesante a nascondere lo sguardo assente ed amaro, alcune indifferenti, alcune che si scambiavano gesti di rivalità ed invidia in quel paradiso di gesso.
Compresi che tutto quell'oro, l'opulenza e l'eleganza nascondevano, più che in qualsiasi altro luogo, intrighi, invidie e chissà quali oscuri segreti.

Cominciai ad avere paura, ma, appena entrai nel giardino, fui distratta dalle urla entusiaste di un bambino: “Sei qui! Sei arrivata finalmente!” non feci in tempo a rendermi conto di chi o dove fosse, che me lo trovai avvinghiato ai fianchi, il visetto schiacciato contro il mio stomaco e rivolto in su a guardarmi con due occhioni dorati dolcissimi.
Il mio cuore ebbe un tuffo: non lo avevo mai visto, non ne conoscevo nemmeno il nome, ma lo adoravo.
“Mi aspettavi?” chiesi imbarazzata: “Certo che si! Ti aspettavo da sempre!”
Io mi sentii avvampare, le ancelle risero, mi inginocchiai per essere alla sua altezza e lo osservai: “Allora sei tu il mio bambino? Quello di cui mi devo occupare?” lui annuì vigorosamente, un sorriso che gli teneva tutto il visetto minuto.

Ci guardammo negli occhi per un momento interminabile e mi resi conto di non essere di fronte ad un bambino come tutti gli altri.
Non avevo mai avuto molte occasioni di giocare con gli altri bambini: ero cresciuta tra sacerdotesse, quasi sempre adulte o molto più grandi di me, dignitari, sacerdoti e novizi, ma solo di rado avevo potuto trovarmi con dei coetanei e, per quanto curiosa, ne ero intimidita.
Ero diventata grande presto, prestissimo, i miei giochi erano imparare a scrivere elegantemente, occuparmi della cura degli oggetti sacri, studiare canti, preghiere, incantesimi e misteri e tutto questo in una città sempre più in rovina e sempre più clandestinamente, tra templi abbandonati e sacerdoti in miseria.
Non sapevo giocare, a dire il vero.
Forse lesse i miei pensieri, perché mi prese per mano: “Vieni a giocare con me?” guardai interrogativa le ancelle attorno a noi, che si strinsero nelle spalle e sorrisero, e lo seguii nel giardino.
“Ti piace la città del faraone?” non disse di mio padre e questo mi colpì.
Annuii, senza rispondere.
Eravamo inginocchiati per terra e stavamo impastando acqua e sabbia per fare, disse, un tempio di fango: “Poi metteremo tutte delle strade attorno e ci faremo correre le biglie, ti va?” annuii di nuovo, non sapevo che dire: “Non stai bene? Non sei felice di essere con me?” chiese mollando il gioco e appoggiando le manine infangate sulle ginocchia: “Io...tu sei carino, molto carino, ma mi sento sperduta, qui, sai? Devo ambientarmi” lui si illuminò: “Ma sei contenta di essere con me?” annuii: “Si”
Era la cosa più vera che avessi detto da molti giorni a quella parte: “Allora non preoccuparti, devi solo stare con me, io non ti lascerò mai sola, promesso!”
Era una sensazione strana, essere con lui...per la prima volta nella mia vita, improvvisamente ed inaspettatamente, provavo un senso di pace, come se fossi arrivata a casa e lui fosse la casa del mio cuore. Non importava se intorno tutto pareva estraneo ed oscuro: c'era lui e, per quanto mi riguardava, c'era la luce.

Mi diedero una stanza accanto a quella del bimbo, con una porta comunicante sempre aperta, così da poterlo sentire qualsiasi problema avesse mai potuto sorgere.
Mi dissero che era un bambino particolare: purtroppo, sussurrò una vecchia governante, il piccino portava in sé la malattia del padre e questo, sebbene fosse robusto a dispetto dell'aspetto minuto, creava dei problemi.
A volte aveva forti dolori alla testa, convulsioni, oppure si svegliava con dolori agli occhi o faceva strani sogni durante i quali parlava nel sonno. In quei casi aveva una voce diversa e parlava una lingua sconosciuta.
“Cosa devo fare se succede?” la donna scosse la testa: “Noi non facciamo nulla, qualcuno lo sveglia toccandolo da lontano con un ventaglio...non si sa mai!” La osservai allontanarsi perplessa: non si sa mai, cosa? Ma roba da matti!

“Sei un veggente?” gli chiesi l'indomani, mentre costruivamo il nostro tempio, che nel frattempo era diventato il palazzo reale rivisitato. È una domanda stupida da fare ad un bambino di quattro anni, ma gliela feci. “Sei una sacerdotessa?” chiese lui di rimando, senza guardarmi.
“Sa...che significa?” domandai mentre pensavo rapidamente a cosa potessi aver fatto o chi avesse potuto scoprirmi: “Lo sei o no? Lo sei, vero?” volevo mentire, ma sapevo di non essere credibile.
Mi portai una mano alla gola, preoccupata di indossare la mia collana con le insegne di Aset, ma naturalmente non c'era.
“Quindi, sono un veggente o no?” restai a bocca aperta a fissarlo. Non sapevo se essere spaventata o meno: era un veggente o aveva sentito qualcosa o qualcuno sospettare?
Lui sorrise: “Tranquilla, con me sei al sicuro. Mi insegnerai i riti di Aset?”
“Non posso metterti in pericolo” risposi esitante.
Lui abbassò la testa, con un sorriso troppo adulto: “Io sono già in pericolo.”
Rialzò lo sguardo, fiero, verso di me: “Se ci scoprissero, il faraone ti farebbe sparire, ma a me darebbe giusto una tiratina d'orecchie. Io sono in pericolo per altre ragioni, ma tu non devi esserlo mai. Io non lo permetterò”
E non lo permise mai.

Quella notte ci salutammo dopo che gli ebbi insegnato una brevissima preghiera, che sussurrammo insieme, così sottovoce da dover stare vicinissimi per sentirci, poi gli diedi un bacio e lo coprii, lasciando una piccola lampada accesa tra la sua e la mia stanza.
Pochi attimi dopo lo sentii che si infilava sotto la mia coperta e si rannicchiava vicino a me, abbracciandomi: “Non voglio lasciarti sola”.
Così dolce, così minuto: “Mio Dolce Bambino delle Meraviglie” sussurrai per la prima volta.
E quello divenne il nostro nome segreto.

La nostra vita, una nuova vita per entrambi, prese il suo corso più o meno tranquillamente: la città era così ricca e meravigliosa, che a volte io stessa restavo a bocca aperta per lo stupore e solo ricordando come fosse una grossa, prepotente divinità insaziabile che strappava ad un intera nazione il suo nutrimento, riuscivo a non cedere al suo fascino.

Nonostante passassi praticamente ogni ora con il Principino, riuscivo a non incontrare quasi mai il faraone, ma, quando le nostre strade si incrociavano, era il Bambino stesso a spingermi alla sua destra e tenermi in qualche modo in disparte o distrarlo.
Non c'erano mai gesti affettuosi tra loro e quand’anche Ekhnaton gli domandava notizie sulla sua vita e su ciò che faceva, lui non ne cercava mai una carezza, né desiderava od offriva un gesto d'affetto.
Pareva, veramente, che fosse proprio il Principino, così tenero, giocherellone e affettuoso con tutti, a tenerlo a distanza e forse il faraone era troppo indolente per rendersene conto o meglio, anche se vedevo a volte la sua espressione delusa quando il suo unico figlio maschio lo allontanava da sé, non faceva nulla per cambiare questa situazione.
Era buffo: i corridoi e le sale della reggia erano pieni di dipinti e bassorilievi che mostravano il faraone con in figlioletto in braccio, giocare con lui sotto lo sguardo sorridente della Sposa Reale, mentre nella realtà il loro rapporto non era che educata indifferenza da una parte, perplesso disappunto dall'altra.
All'inizio pensai che fosse per la presenza costante della Sposa Reale, che lo osservava altera, conscia della sua bellezza e del suo ruolo. Metteva soggezione, Nefertiti, e, per quanto il piccolo fosse figlio del marito, evidentemente anche lui pativa la sua autorevolezza.
Presto, e tragicamente, scoprii che mi sbagliavo.

Vidi poche volte sua madre nei primissimi tempi del mio soggiorno ad AkhetAton.
Una donna giovane, di una bellezza esotica delicata e dolce, quasi l'opposto della Reggente, dal viso triste e all'apparenza cagionevole.
Il Principino era molto tenero e affettuoso con la madre, al contrario di come si comportava con il padre: quando la vide, il giorno dopo il mio arrivo, la chiamò e mi trascinò di peso verso di lei perché la conoscessi e lei, che lo aveva preso in braccio riempiendogli il visetto di baci, si volse a guardarmi con gli occhi bistrati sofferenti.
Accennò un sorriso e mi sfiorò la guancia con la punta delle dita: “Tu hai cura del mio bambino?” domandò. Io annuii: “Si, Signora” il suo sorriso si fece un po' più ampio: “Abbi cura del mio bambino!”

Non compresi esattamente il senso di quella frase, finché, poche settimane dopo, Kiya morì.
Per molto tempo si è creduto che fosse morta dando alla luce il figlioletto, ma non è così.
Sicuramente era debole, forse ammalata; ho la sensazione che abbia dato alla luce un altro bambino che però non sopravvisse ed evidentemente, lei stessa non si riprese.
So che la Reggente aveva una forte avversione per lei, rivalità, si, direi rivalità.
Non le importava delle servette che il marito si occupava di svezzare, spesso con il risultato di farle scappare come lepri, ma Kiya era una seconda moglie, una persona colta, dolce e gentile e non solo: aveva dato al faraone un figlio maschio, cosa che a lei non era riuscito di fare, un vero affronto!
In più, il piccino era bellissimo, precoce, intelligente, carismatico e con la dolcezza della madre.
Appena dopo la sua morte, lei e le figlie usurparono tutto ciò che Amen...Ekhnaton aveva fatto per la Sposa Giovane: dipinti, costruzioni, tempietti dove lei svolgeva i riti per Aton, giardini, statue...ne cancellarono il nome e vi incisero il proprio, quasi a negarne l'esistenza. Questo non portò loro molta fortuna, visto che la seguirono in massa piuttosto rapidamente.”

Ero totalmente rapita dal racconto di Marabel, davanti ai miei occhi attoniti scorrevano immagini e fatti incredibili, alcuni dei quali avrebbero sconvolto ogni convinzione ufficiale: “Ma...che successe alla madre del piccolo? Era così ammalata?”
Marabel scosse la testa: “Una mattina fummo svegliati da grida strazianti. Mi alzai di corsa e sentii il Principino aggrapparsi alla mia tunica: “La mia mamma!” sussurrò terrorizzato.
Io lo presi in braccio: “No, tesoro, non preoccuparti...qualsiasi cosa sia successa non riguarda la tua mamma!” eppure, mentre lo dicevo, mi sentii gelare dal terrore: un'ancella correva urlando attraverso i giardini, coperta di sangue, arrivando proprio dagli alloggi della Sposa Giovane.

Due guardie si precipitarono nelle nostre stanze e ci portarono via, mentre il piccolo gridava in nome della madre, cercando di liberarsi per andare da lei.
Non la vidi, ma doveva essere successo qualcosa di terribile: le ancelle piangevano disperate e anche altri dignitari o le loro mogli e figlie, perfino alcune delle guardie, uomini abituati a tutto, piangevano come fanciulli.
Sentii qualcuno dire che nemmeno Seth era stato così feroce, ma i nomi dei vecchi déi erano tabù, per cui fu un unico commento fugace.
Il faraone parve affranto e turbato, ma era così apatico, perso nel suo delirio mistico, che non si capiva che cosa realmente lo toccasse o meno.
La Sposa Reale e le figlie, invece, erano indifferenti: se qualcuno avesse per sbaglio pestato un ranocchio del laghetto in giardino, avrebbero certamente mostrato più cordoglio.

Ne fui incredibilmente scossa: avevo parlato poche volte con lei, e solo pochi giorni prima, quando avevo chiamato il Principino per l'arrivo del precettore mentre lei lo coccolava tenendolo sulle ginocchia, mi aveva mimato ancora le parole: “Abbi cura di lui!” Lo tenevo stretto, piangevo e pensavo, sconvolta, che lei sembrava sapere di avere i giorni contati.
Quel giorno fu anche la prima volta che vidi da vicino il Gran Visir: raggiunse le ancelle e le guardie del Principino, confabulò un po' con loro, l'espressione grave, poi si allontanò quasi di corsa.
La guardia disse che non era permesso al piccino di vedere la madre e che dovevo portarlo lontano e distrarlo.

Lui chiamava la mamma e cercava di liberarsi per correre verso i suoi alloggi, ancor più disperato, ma l'uomo lo prese in braccio e lo portò verso le scuderie, dove lo fece sedere in groppa al suo cavallo preferito, un grande grigio cui il bimbo si aggrappò al collo. “Dovreste allontanarvi. Non possiamo permettergli di vederla, è terribile” mi sussurrò: “Non conosci nessuno, qui? Qualcuno che possa distrarlo, amici, parenti?” scossi la testa: c'era solo la coppia che mi aveva accolta, ma non conoscevo nessun altro.
Alla fine ci portarono presso il Fiume, ad un tempietto votivo dove si incontravano a volte il faraone e Kiya. Lì aveva quiete e cose che gli erano familiari, l'odore della mamma, le sue cose, alcuni suoi abiti.
E Aton, cui avremmo potuto rivolgere delle preghiere.
Non conoscevo alcun rito per Aton e mi pareva brutto rivolgere preghiere alla Dea in un luogo a lui dedicato, ma il bambino conosceva tutti gli inni possibili e pensai avrebbe potuto fare molto meglio di me. In fondo, si supponeva prendesse le cariche del padre e diventasse gran sacerdote dell’Aton, da adulto.
Quando fummo soli lui si accovacciò in riva al fiume, giocherellando con un giunco nell'acqua per un po'.
Io non avevo famiglia, è vero, ma lui, sebbene avesse un gran numero di sorelle, un padre, cugini e un'intera corte ai suoi piedi, mi sembrava molto più solo di me. Anche la madre, per quanto fosse una donna dolcissima, mi parve lo vedesse poco, almeno in quelle poche settimane da cui ero arrivata, forse perché era così debole, ma...perché uccidere brutalmente una donna già in condizioni fisiche precarie?
Sedetti sulla sponda accanto al Principino, che si asciugava gli occhi tirando su con il nasetto di quando in quando, perso nei suoi pensieri: “Facciamo una preghiera ad Aset?” mi chiese dopo un po': “Non vuoi pregare Aton? Questo è dedicato a lui” il bimbo scosse la testa: “È Aset che conosce tutti i nomi e tutti i segreti, non è vero? Me lo hai detto tu” annuii: “Ma non è quello che ti insegnano qui i tuoi precettori e tuo padre” lui lanciò il bastoncino nel fiume, seccato: “Il faraone non è mio padre! Non è che un impostore sul mio trono!” restai a fissarlo a bocca aperta: “Su...sul tuo trono? Cosa dici, lui è tuo padre, certo che lo è!” Il bimbo si strinse nelle spalle minute: “Non è mio padre. Non è che un mezzo attraverso il quale sono venuto al mondo...lui non...non è come me.” poi si voltò a guardarmi, due occhioni immensi colmi di disperazione: “La facciamo la preghiera ad Aset?” trovammo un posto adeguato e nascosto lì all'aperto e aspettammo che sorgesse la luna, poi gli spiegai il rito e lui eseguì diligente, più concentrato di un adulto.

Più tardi lo convinsi a mangiare qualcosa: sembrava che, dopo aver benedetto il viaggio della sua mamma, si sentisse più sereno.
Quando lo misi a dormire, naturalmente si infilò sotto la mia coperta e mi abbracciò forte: “Io non ce l'ho più la mia mamma, adesso. Sarai tu la mia mamma?” sussurrò tenendomi le braccine al collo, la fronte quasi contro la mia.
Lo strinsi forte: “Certo che lo sarò. Sarò la tua mamma, tua sorella, la tua migliore amica, tutto quello che vorrai”
“E starai sempre con me, anche quando sarò grande?”
“Si, se tu lo vorrai”
“Io lo voglio!”
“Allora starò sempre con te, Dolce Bambino delle Meraviglie”.
Nascose la testa nell'incavo del mio collo come un cucciolo e gli cantai una ninnananna perché si addormentasse.”

Ero allibita. Non avevo idea di cosa fosse storicamente provato, ma se Marabel diceva la verità, tutto ciò che riguardava quel misterioso e tanto decantato periodo, assumeva una connotazione oscura ed inquietante.
Più tardi mi appiccicai al computer e cercai notizie di Kiya.
Ciò che avevo studiato, ai tempi della scuola, era che non se ne sapeva praticamente nulla, a parte che (forse) era la madre del futuro Faraone, ma non se ne conosceva la tomba, né c'erano notizie certe su di lei, sulla sua identità, sulla sua vita.
Il mondo considerava Nefertiti come una grande regina, bellissima, altera, perfetta, ma le parole di Marabel rivelavano una natura dura, sprezzante e forse crudele.

Ne osservai a lungo il famoso busto.
Era bella, se quella vecchia statua era così bella e, a quel che si diceva, fedele all'originale in carne ed ossa, non osavo pensare quanto dovesse esserlo veramente, ma c'era, nell'espressione, una leggera smorfia arrogante che, ancora una volta, mi confermava le parole di Marabel.
Trovai alcune, brevi notizie su Kiya: non molto tempo prima si era trovata la tomba dove, con sicurezza, era la mummia della “Sposa Giovane”, amata, compianta, ecc.

L'articolo spiegava come, per molto tempo, si fosse dato quasi per certo che fosse morta dando alla luce il piccolo Aton Tut Anhk, ma le recenti scoperte rivelavano una realtà molto diversa.
Per un periodo doveva essere caduta in disgrazia, forse a causa di una gravidanza finita male, poi riappariva nella vita di corte, ancora al fianco del Faraone, ma la probabile forte rivalità con Nefertiti, doveva averle reso la vita difficile.

Kiya scompare nuovamente e definitivamente circa tre anni dopo il suo riapparire.
Oggi, la mummia rivela un omicidio inequivocabile ed efferato: la donna venne uccisa con un colpo di qualcosa come un'ascia alla schiena, poi finita con altri colpi e, infine, l'assassino infierì sudi lei sfigurandone il volto...

Non è difficile immaginare come il piccolo principe potesse esserne sconvolto e la scena descritta da Marabel era ora del tutto credibile e logica.
Il web mi confermò anche la cattiveria con cui le figlie di Nefertiti usurparono immediatamente ciò che era di Kiya, apponendo le loro insegne su ogni sua cosa e rivendicandone la proprietà.
Non c'era un solo cenno di reazione da parte di Ekhnaton. Se qualcosa aveva fatto, beh, non doveva essere stato un che di eclatante.
Mi augurai che, perlomeno, avesse pianto la sua Seconda Sposa. 

(...continua link p.: 4.)

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