Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

giovedì 24 luglio 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:1

Riprendo a pubblicare a "puntate", come quasi sempre
Avevo in programma di scrivere un’altra storia, con una protagonista tenerissima e divertente, ma una persona mi ha mailato questo.
Non volevo pubblicarlo: prima di tutto non ha praticamente a che fare con la Valdombra, se non fosse che chi ha raccolto questa testimonianza, è Valdombriana per metà.

Inoltre trovavo che avesse troppi punti in comune con Il Tocco: un uomo nobile, con molti ideali e molti nemici, bambino prodigio, forte e fragile nella malattia, una donna magica, una struggente storia d'amore.
No, no, non va bene, sembra che mi metta a scrivere le storie in serie come gli Harmony che leggeva mia madre! pensavo.

Poi però...insomma...il fatto è che in questo racconto quasi tutti i personaggi sono storici, pur se di loro la storia ufficiale sa poco e immagina o inventa molto, dando però le proprie conclusioni come dogma.
Qui, invece, una donna racconta la propria verità, così come solo lei può conoscerla, poiché l'ha vissuta...una storia che, se mai fosse vera, ribalterebbe molte convinzioni e molti dati ormai universalmente accettati e ritenuti rigidamente veri.

Questa volta, vi prego di non volermene per la tristezza di tutta la faccenda, perché non sono nella posizione di cambiare ciò che è accaduto tanto tempo fa, ma...posso cambiare la percezione dei fatti, mostrare un'altra prospettiva.
Se raccontando la storia di Veit e Orijenne ho rischiato scomunica e rogo contemporaneamente, qui rischio la stessa cosa per mano non più di vescovi e papi, ma di storici o archeologi sani di mente o convinti di esserlo.
Posso salvarmi solo con due precise dichiarazioni:

1) Non sono stata io a scriverla, mi è stata inviata via mail da un'amica che a sua volta se l'è sentita raccontare, ERGO prendetevela con la signora!

2)...Vabbè, ma tanto è fantasy!

P.S.: non ho idea del perché blogger mi cambi a sua discrezione spaziature e carattere...chiedo venia!
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Come Polvere Nel Deserto


Dal mio incontro con la zia Greta e con quella parte surreale ed a me ignota, della mia storia familiare, la mia vita era cambiata parecchio:
ero andata ad abitare nell'alloggio al primo piano della villetta del mio amico Franco, avevo fatto carriera nella mia casa editrice, ottenendo una promozione ad editor e traduttrice, ora che il mestiere di correttore di bozze era definitivamente entrato nel mondo degli estinti, ma vivevo (e bene) soprattutto di fiere dei minerali in giro per l'Europa, accompagnata dal solito Franco, il quale non si sarebbe perso l'opportunità di viaggiare guadagnando nemmeno se fosse stato attaccato ad una macchina per dialisi e polmone artificiale contemporaneamente.
 
Un bel giorno, il buon Franco, stufo di condividere l'enorme giardino solo con me e il mio gatto Michelangelo Merisi da Caravaggio, detto Micky (o, occasionalmente, Scarafaggio), se ne arrivò con un cagnolino: un affaretto dal muso appuntito già ad un paio di mesi, quando normalmente i cuccioli sono tutti tondeggianti, completamente nero che lui, in preda a non so quale delirio, aveva battezzato “Champagne”. 
Ovviamente, io gli appioppai immediatamente il soprannome di Grignolino, abbreviandolo in un “Grigno”, il quale avrebbe dovuto renderlo, una volta cresciuto, piuttosto spaventoso.
Champagne-Grigno era cresciuto in fretta, per carità, ma di far paura a qualsivoglia malintenzionato non c'era verso.
Aveva la propensione a fare miciz...pardòn, canizia con chiunque avesse un minimo di simpatia per i cani, anche magari repressa e, solitamente, riusciva a smuovere anche l'animo più coriaceo, soprattutto quando cadeva in uno stato di smulato deliquio davanti ad un ignaro passante, colpevole di avere qualcosa di appetitoso in mano o in borsa.
Si comportava in un modo così sfrontatamente vittimistico, ostentando un'inesistente quanto avanzata forma d’inedia, rovesciando gli occhi e lasciandosi cadere ai piedi del malcapitato come un attore consumato, da ottenere sistematicamente attenzioni e...un bocconcino extra.
Naturalmente io mi vergognavo come una ladra, mentre Franco, abituato al teatro dalla più tenera età, si divertiva come un matto.
Sospetto che, di nascosto, gli insegnasse a recitare o addirittura lo avesse iscritto ad una scuola d'arte drammatica canina.
 
Un giorno, quando Grigno aveva ormai raggiunto i sette mesi e la taglia di un border collie, me lo mollò per correre a Parigi, dove uno dei suoi appartamentini di Montmartre, fortunatamente sfitto, si era allagato per cause misteriose e telefonò il giorno dopo dicendomi che avrebbe dovuto restare almeno un paio di settimane.
Era primavera inoltrata e, per quanto il giardino sia grande e ombroso, portavo Grigno a correre nel parco un'oretta buona tutti i giorni dopo pranzo, sia per fargli fare nuove conoscenze, sia per stancarlo, così che, una volta a casa, crollasse addormentato regalando a me e Micky un paio d'ore di meritata pace.
Grigno adorava le corse nel parco, soprattutto per via del chiosco dei panini caldi del cui proprietario era amico piucchefraterno e asssolutamente disinteressato.
 
I primi giorni feci in modo di entrare dall'ingresso all'estremità opposta, ignorando i continui scarti verso la strada per il chioschetto e i guaiti sofferenti, poi vidi qualcosa che mi colpì profondamente: su una panchina poco lontana dal chiosco, ogni pomeriggio, sedeva una donna dall'aspetto raffinato che, a distanza, pareva molto giovane. E molto sola.
Arrivava camminando lentamente, persa in chissà quali pensieri, con un passo elegante e il portamento naturalmente nobile, sedeva con un sospiro e prendeva a sbocconcellare un panino, guardando il viale come in attesa di qualcuno che non arrivava mai.
Mi diede un senso di solitudine così profonda ed assoluta, che desiderai poterla avvicinare, così, un giorno, permisi a Grigno di prendere il viale centrale e di deviare verso il chiosco.
Mentre venivo trascinata dalla furia assatanata del famelico canide, passai proprio di fianco alla donna e mi resi conto che poteva avere almeno trent'anni, come quaranta o perfino cinquanta...Mi ricordava, in modo preoccupante, una Creatura Valdombriana, tipo il mio...si, per chi non lo sapesse, io possiedo un “fato madrino”, per quanto assurda possa sembrare la faccenda e questo non è tutto...il mio Fato Madrino è umano solo in apparenza e non sempre, perché è una Fata Lupo ed è matto come un cavallo.
Insomma, lui è quello che si potrebbe definire un gran pezzo di figliolo, gli si potrebbero dare intorno ai trenta, trentacinque anni (fisicamente, come testa non più di cinque), invece supera il millennio.
Sbirciavo la donna, basita, quando uno strattone che quasi mi gettò a terra mi riportò alla realtà proprio di fronte al chiosco.
Presi un panino per me, giusto per non approfittare troppo e, naturalmente, Grigno ottenne due salsicce calde apposta per lui.
Fortunatamente non c'erano altre panchine libere, così mi avvicinai a quella occupata dalla donna, che ci osservava divertita, e feci il gesto di sedermi al capo opposto: “Posso?” lei annuì, guardando Grigno con simpatia.
Lui divorò le salsicce, ma mi accorsi che continuava a tenere gli occhi sulla donna: “Non tentare di fare l'invadente con la signorina, pozzo senza fondo!” gli sussurrai tra i denti.
Non mi sentì nemmeno, terminò la seconda salsiccia inghiottendo rumorosamente l'ultimo boccone e poi si lasciò cadere mollemente ai piedi della poveretta. “Grigno!” lo rimproverai.
Lei rise.
Una risata strana, morbida e vellutata, che pareva arrivare da molto lontano, come portata da un vento inesistente in quel giorno d’inizio giugno.
Scrollai la testa cercando di mantenere il senso della realtà, molto cambiato nell'ultimo anno, ma quell'istante, quel breve istante in cui la donna aveva riso, mi aveva scosso fin sotto le suole.
Per un attimo avevo avuto la visione di un grande fiume, di palme cullate dalla brezza e di dune rosate nel sole nascente e, in tutto questo, la sua risata arrivava come il  vento nel quale ondeggiavano i palmizi, avvolta dal profumo di gelsomino.
Un attimo.
E la realtà era cambiata.
Non so se se ne accorse, se fosse un effetto che faceva a chiunque, se sia successo soltanto a me o che altro...avevo la sensazione che non fosse visibile a tutti e non nello stesso modo, come sono spesso le Creature magiche.
“Sei molto carino, sembri uno sciacallo, sai?” disse con quella voce ammaliatrice. Aveva uno strano accento, pur leggero, che non riuscivo a riconoscere.
Lunghi capelli castano caldo, occhi ambrati, grandi, lontani, come non guardassero questo mondo, ma oltre e da un qualche “oltre” venissero.
Antichi.
Saggi.
Sconfinatamente tristi.
Ebbi un brivido, anche se il clima era più che tiepido ed ero piuttosto abituata alle stranezze. Il profilo era elegante, la carnagione chiara, ma di un caldo dorato che ricordava la sabbia di alcune zone del Sahara.
“Uno sciacallo, nel senso che si dedica allo sciacallaggio?” tentai di scherzare.
Lei sorrise, accarezzandogli la testa affilata: “No, nel senso che ricorda un po' il dio Anubis, no?”
Ecco. Io vedevo il deserto mentre lei rideva e lei si metteva a parlare di Egitto!
Forse avrei dovuto evitare di avvicinarmi...
“Beh, il suo umano gli ha messo nome Champagne, ma io lo chiamo Grignolino...nessuno, a quanto pare, ha pensato ad Anubis, qui”
Grignolino la fece ridere ancora e poi tossì leggermente, come se a ridere fosse poco abituata.
Ci presentammo e mi disse di chiamarsi Marabel: “Amara bellezza...” commentai tra me.
Lei annuì: “Una strana fantasia di mio padre” disse: “Quando nacqui passò tutto il tempo nella sala d'attesa in maternità a scrivere nomi particolari, interessanti, storici o mitici, poi...mi vide e disse: “Marabel!”. Quando mia madre gli chiese perché, disse solo che aveva sentito così. Era il suo modo di essere. Mia mamma non impazziva per quel nome, ma lo accettò.”
Pensai dovessero essere una famiglia piuttosto originale, ma mi limitai a sorridere.
“Quindi, il cane non è tuo?” disse passando ad un “tu” amichevole.
In genere non amo dare del “lei” alle persone che mi piacciono, ma, per quanto quella donna mi sembrasse fantastica e desiderassi fare amicizia, mi sentivo schiacciata da un senso di soggezione. D'altra parte, continuare con “signora” sarebbe stato molto scortese, per cui mi sforzai di adattarmi.
“No, è del mio padrone di casa, beh, è anche il mio migliore amico, comunque. Ora è a Parigi, uno dei suoi appartamentini è allagato, dice che pare ci sia stata una piena e ha parecchi lavori da fare”
Lei si illuminò: “Parigi! Ci sono nata, sai?”
Oh, altra coincidenza! “Davvero?” domandai forse eccessivamente stupita.
“Oh si, mio padre lavorava presso il Louvre come antropologo. Si occupava dei reperti provenienti da popoli arcaici, indigeni, sai, come siberiani, australiani e nord americani principalmente e anche di alcuni del centro Africa...era particolarmente affascinato dai Dogon, molto prima che la loro storia fosse nota al grande pubblico.”
“Foooorte!!” esclamai, rendendomi conto di sembrare una scolaretta delle elementari.
“Mia madre, invece, insegnava tedesco alla superiori ed era più teutonica di una tedesca d'annata. A volte mi chiedo cosa veramente unisse due persone così diverse: lui sognatore, quasi sempre scollegato dalla realtà quotidiana e molto più a suo agio in una sorta di “Tempo di Sogno” personale, lei così incredibilmente pragmatica...eppure sicuramente si amavano e ancor più certamente si rispettavano. Nella loro vita hanno litigato rare volte e quasi sempre dimenticando i dissapori nel volgere di pochi momenti. Lei era la sua àncora al mondo fenomenico, come sosteneva lui ridendo, e lui era la sua porta sull'oltre...se ne sono andati tenendosi per mano, superando insieme una soglia cui lui era certo ben più preparato di lei e, per una volta, il più forte.”
 
Provai una sorta di invidia per quei due sconosciuti che avevano, in poche frasi, rivelato una vita che la maggior parte della gente non sogna se non nell'adolescenza, quando si pensa di incontrare un amore per sempre, che sappia superare ogni avversità.
Io avevo smesso di sognare tardi, rispetto ai miei amici, forse per questo ero single, mentre gli altri erano tutti sposati e molti già separati.
E, riflettendo, mi resi conto che Marabel aveva usato, nel parlare dei suoi, un tono distante e malinconico.
Era sola, e dovevano mancarle molto.
“Niente fratelli?” indagai. Lei scosse la testa: “Che vuoi, fatta me, presumo mia mamma abbia buttato lo stampo, per evitare altre grane” rispose divertita.
Non mi pareva bello ciò che diceva di se stessa, ma non osai chiedere altro.
Era raffinata, profumava di mirra e qualcosa di pungente, forse incenso e qualche essenza legnosa, ma in modo discreto, non eccessivo o pesante. Delicato, come il vento misterioso che trasportava la sua voce.
Parlammo d'altro, le spiegai che avevo un mezzo siberiano grande quasi quanto Grigno, lei aveva sempre avuto Egyptian Mau o trovatelli, disse facendomi venire un'altra volta i brividi.  
Prima Anubis, poi Parigi, ora gli Egyptian...e poi?
Mi raccontò che viveva da sola, con un Mau ultimo figlio di una lunga serie di cucciolate e mi meravigliai: era così bella, così elegante, intelligente e colta, che non potevo capire come non avesse uno stuolo di ammiratori, amanti, amici, mariti o aspiranti tali.
Non parlò di fidanzati, né di ex, né di figli.
Parlammo di gatti, di Montagna, di musei, di antropologia, di paesi.
Scoprii che aveva vissuto a Parigi, Londra, Torino, Il Cairo e New York e non potei mentalmente non segnarmi che si trattava delle città con i Musei Egizi più importanti del mondo.
Non dissi nulla, in quel momento, ma la cosa mi rese stranamente inquieta, senza che ne capissi la ragione.
Le spiegai che lavoravo nell'editoria, ma che il mio desiderio era quello di dedicarmi completamente al mondo dei minerali.
“Anzi, spero che Franco si spicci a tornare perché dobbiamo preparare Sainte Marie aux Mines...la fiera, intendo, è alla fine del mese!” lei si illuminò: “Oh, è meraviglioso! Ci sono stata una volta, diversi anni fa. C'è veramente da perdersi e la cosa che più mi piace è la gente: gente che proviene da ogni parte del mondo, con vecchi furgoni scalcinati pieni di tesori, che si mescola parlando in qualche modo e in qualche modo ci si riesce sempre a capire. I colori, lo scintillio, sembra di entrare in un mondo incantato, no?”
Non avrei saputo descriverlo meglio, le risposi.
Pensai che, prima di partire, le avrei chiesto se voleva raggiungerci, o comunque l'avrei invitata. Ora no, la conoscevo appena e non volevo sembrare invadente, anche se mi dava l'idea di avere molto bisogno di qualcosa che colmasse la sua solitudine.
Le raccontai di come cercavamo i minerali e di quanto la Valdombra ne fosse ricca e lei mi fece molte domande sul Quarzo e i minerali in forma cristallina.
 
“Sei mai stata a Giza?” mi chiese a bruciapelo, mentre le raccontavo le strane caratteristiche di alcuni cristalli trovati dalle mie parti. La fissai ebete, a bocca aperta: “G...Gi?”
“Giza, in Egitto...alle Piramidi” feci no-no con la testa.
“Peccato!” esclamò stringendo le labbra: “Dovresti andarci, una volta o l'altra. E cercare di entrare senza troppi turisti caciaroni al seguito. Prendere una guida è la cosa migliore, poi si allunga una bella mancia sostanziosa per rimanere un po' di più.”
“Beh, se sostanziosa è una sostanza che posso permettermi...”
“Dipende dalla guida, bisogna contrattare” rispose strizzandomi l'occhio.
Mi parve che non stimasse particolarmente le guide locali, o le guide in generale.
 
“Ma che c'entra la piramide con i quarzi?” domandai: “Molto. Per molti secoli le piramidi, almeno quelle serie, erano ricoperte di calcare bianco, che rifletteva la luce solare come neve. Doveva essere un'immagine fantastica, non credi?” Annuii, cercando di immaginare che pugno negli occhi dovesse essere trovarsi davanti quei tre catarifrangenti sotto il sole del tropico.
Le immaginai sotto la luce lunare e mi sentii rinfrancata. “In ogni caso, all'interno della Camera del Re si possono avere delle esperienze particolari, molto intense, a volte...molti pensano sia magia, e può darsi che sia vero, ma esiste una spiegazione logica.”
Storsi il naso: quella parte del mio cervello da formazione scientifica era in sollucchero, l'altra metà, quella che voleva a tutti i costi che la Magia fosse la vera forza motrice dell'Universo, era profondamente contrariata: “Le rocce con cui sono edificate le piramidi di Giza hanno un'altissima concentrazione di Quarzo e, per via di come sono costruite, le proporzioni, le proiezioni e posizione lungo le linee telluriche e corrispondenze astronomiche, di cui la cosiddetta scienza ufficiale non vuole sapere di tener conto, fanno si che vi siano delle basse frequenze che sono le stesse emesse dalla Terra, magnificate dalla presenza proprio del Quarzo che le rifrange e amplifica, mentre la struttura fa da cassa di risonanza. Questo provoca effetti sulle percezioni e, in generale, sull'attività neurale. Effetti che andrebbero studiati, invece che negati, ma...” sospirò. Immaginai non fosse strano che facesse discorsi di quel tipo, avendo vissuto al Cairo con un padre perennemente infilato per metà nel Tempo di Sogno, ma continuavo a sentirmi inquieta.
Eppure avevo sempre trovato interessante l'antico Egitto...
“Dovresti provare ad usare delle basse frequenze in una gabbia di cristalli di Quarzo e vedere cosa succede. Emissioni sonore particolari potrebbero avere effetti molto singolari, usate con cautela, naturalmente...”
Ehi, questo si che era interessante! Pensai.
“E che effetti si possono produrre?” domandai curiosissima: “Dipende dalle frequenze che usi e da come le fai risuonare con le tue pietre” rispose: “L'ideale sarebbe provare diversi suoni e diverse disposizioni” estrasse dalla borsa un notes e prese a schizzare schemi con appunti a bordo pagina tanto rapidamente che non riuscivo a starle dietro, quindi mi affibbiò una dozzina di fogli che mi fecero pensare ad una via di mezzo tra i codici di Leonardo e gli studi di Tesla.
Avevo l'acquolina in bocca, ma dubitavo di riuscire a capirne qualcosa.
“Wow, io...grazie! Non so cosa riuscirò a cavarne fuori, ma...sembra fantastico! Queste cose le hai studiate quando vivevi in Egitto?” lei mi guardò sorpresa: “Studiate? Oh, io...immagino di no, veramente. Mi sono venute in mente adesso, dai tuoi discorsi”
Ecco.
“E suppongo che NON siano mai state studiate da nessuno, almeno in questi termini, eh?” indagai: “Non che io sappia, anzi...ti suggerirei di non mostrarli in giro, quelli. E di tenere per te i tuoi progressi. Ho scoperto che gli avvoltoi abbondano” considerò spalancando gli occhi con un'espressione innocente che le faceva dimostrare non più di vent'anni, benché, da come parlava e dalle esperienze che aveva, dovessero essere come minimo il doppio.
 
Ci salutammo quando Grigno emise un sonoro sbadiglio, un paio d'ore dopo.
Non ci promettemmo di rivederci, né ci scambiammo indirizzi o numeri di telefono, nulla, ma io sapevo che l'indomani l'avrei trovata ad aspettarmi.
Sicuramente non ero io la persona che pareva attendere dall'alba dell'Universo, ma, almeno, io sarei arrivata!
Fosse pure cascato il mondo, io sarei arrivata!
(...continua link p.: 2)

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