Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 30 luglio 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:2

(Link alla parte precedente: Come Polvere...P.1 )
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L'indomani mangiai in anticipo, costrinsi Grigno ad una lunga corsa lungo il viale deserto nell'ora di pranzo, lo portai direttamente al chiosco dove comprai per lui le salsicce, quindi girai attorno al piccolo prefabbricato in cerca di Marabel.
Lei era là, sulla solita panchina all'ombra, con un contenitore di insalata di riso. Pareva meno sola del solito e piuttosto soddisfatta del suo pranzo.
Alzò gli occhi e mi rivolse un sorriso pieno di gratitudine e speranza che mi fece salire un nodo in gola.
Non ho fratelli in vita e per trentadue anni e mezzo della medesima non ho saputo di avere una zia, un certo numero di cugini e un madrino fatato.

Ho sempre avuto difficoltà nelle relazioni con i maschietti, con cui vado d'accordissimo a livello di amicizia, ma non lo stesso se si passa al livello di fidanzati, il mio migliore amico è gay convinto, anche se sostiene di essere certo di perdersi qualcosa di fa-vo-lo-so nelle ragazze, che tanto gli uomini sono tutti dei mascalzoni e i miei genitori sono elementi da tesi di laurea in psichiatria clinica...insomma, non è che la mia vita sociale sia sempre stata rose e fiori: ho imparato a stare in compagnia della mia solitudine molto presto e a sviluppare per le persone sole una specie di sesto senso, ma lei, beh, mi pareva una cosa diversa, come fosse stata tutta la solitudine del mondo in una sola persona.
Mi venne in mente il piccolo E.T. che, lontano dal suo pianeta, stava morendo di solitudine e istintivamente alzai gli occhi al cielo, cercando un qualche mondo lontano da dove Marabel potesse provenire.
Le sedetti accanto e le porsi un grappolo di Quarzo ghiaccio che avevo trovato l'estate precedente dalle parti della zia Greta, raccontandole del grande geode raggiungibile soltanto passando sotto il ghiacciaio. Lei, felice del dono, mi ascoltava affascinata, allungando un pezzetto di wurstel a Grigno tra una forchettata e l'altra di insalata di riso.
I grandi occhi nocciola screziati di pagliuzze dorate erano sognanti come quelli dei bambini. Doveva aver preso quello sguardo dal papà, sicuramente.
Ci avviammo lungo i viali verso il piccolo bar con dehor in cerca di té freddo e Marabel poté lavarsi le mani leccate accuratamente da Grigno, il quale parve molto perplesso: perché mai l'umana doveva lavarsi, se ci aveva già pensato lui e con un lavoro di fino?

“Mi hai detto che tuo papà studiava popoli come Dogon, Aborigeni Australiani e popolazioni siberiane, soprattutto, come mai avete vissuto in praticamente tutte le città con musei egizi del mondo?” osai chiederle quando fummo al nostro tavolino: “Oh, fu a causa mia...ad un certo punto papà fu costretto a studiare quasi di nascosto aspetti non comuni e in modo non proprio ortodosso della civiltà egizia. Argomenti più, come dire...alternativi”
Sollevai un sopracciglio, interrogativa: “Alternativi?”
“Beh, si” fece lei: “Non convenzionali, come dire, non universalmente accettatadallacomunitàscientificaanzi!”
Ridacchiai: “Ma...come a causa tua? Sei scappata dal Louvre con qualche reperto?” Le scappò da ridere: “No, magari! Stavo per farlo ad Al Qahirah, comunque...ma papà mi ha praticamente legata e imbavagliata” ero sempre più curiosa e lei doveva aver davvero voglia e bisogno di parlarne con qualcuno.

“Non avevo ancora due anni quando presi una delle tante malattie infantili e, come succede in questi casi, mi venne la febbre piuttosto alta.
Il pediatra mi prescrisse dei febbrifughi, ma durante notte accadde un fatto che allora parve incredibile perfino ad uno studioso sognatore come mio padre: erano appena passate le tre del mattino quando i miei furono svegliati da una voce infantile che parlava fluentemente una lingua sconosciuta.
Io ero seduta nel mio lettino, del tutto priva di febbre, e continuavo a parlare con voce, raccontavano, piuttosto imperiosa in quel misterioso idioma. Dopo un po' mi addormentai e al mattino ero tornata quella di sempre.
Mio padre non ne parlò con nessuno, temendo di essere preso per pazzo o di risvegliare l'interesse di qualche neurologo troppo zelante, ma, un po' di tempo dopo, ancora una volta durante la notte, mi svegliai e, parlando in quella stessa lingua, mi feci portare al balcone, davanti alla Luna piena, dove presi a cantilenare quella che parve loro una preghiera.
I miei mantennero il segreto, sperando che il fenomeno scomparisse così come era venuto e chiedendosi dove e cosa potesse essermi successo per scatenare una simile reazione.

Un paio di settimane dopo, mentre pranzava con un collega, papà fu attratto da alcuni incartamenti: si trattava di rappresentazioni di Iside alata di fronte ad una grande Luna piena. Gli chiese spiegazioni e, dopo un po', ebbe il coraggio di spiegargli cosa fosse successo.
Il collega di papà decise di venire a dormire da noi il seguente plenilunio, ma non accadde nulla e io dormii nel mio lettino come tutti i bravi bimbi del mondo.
L'indomani mattina la mia pragmatica e teutonica madre era sollevata, mentre i due studiosi erano profondamente delusi...l'egittologo, però, ebbe l'idea di controllare il calendario: a settembre il plenilunio sarebbe caduto il giorno sei, nel pieno dell’antica Festa di Opet, in cui la Dea Iside aveva una parte fondamentale. Il professore riteneva che, qualsiasi culto lunare avesse scatenato in me quel comportamento, avrebbe potuto essere magnificato proprio da quella ricorrenza.
Attesero il 5 settembre e ritentarono la veglia.
E, di nuovo, alle 3 della notte accorsero sentendo la voce di una bambina di almeno otto anni e mi trovarono in piedi sul lettino che facevo inequivocabili tentativi di superare le barriere e saltare giù. Papà mi acchiappò e mi prese per mano, mentre mi dirigevo impettita verso la porta finestra.
Il professore era incredulo: parlavo fluentemente l'antico egizio dinastico, di cui lui riusciva a capire a malapena alcune parole, pronunciate diversamente da come viene studiato oggi e recitavo preghiere alla Dea Iside, alcune rintracciabili in frammenti di papiri o testi murari nei templi, altre del tutto ignote.

Il fenomeno, comunque, dopo quella volta non si ripresentò, con grande sollievo di mia madre e nessuno ne parlò più, finché...un bel giorno, quando andavo ormai a scuola, la maestra iniziò la parte di storia riguardante l'Egitto.
Per qualche motivo che non comprendevo, quando arrivai a casa dicendo che eravamo passati dai Fenici agli Egizi, i miei divennero terribilmente nervosi.
Forse che gli Egizi erano brutta gente? Papà aveva un sacco di libri sull'antico Egitto, che studiava sempre da solo e che non mi aveva mai permesso di sfogliare, dicendo che si trattava di testi complicati e pieni di appunti che preferiva non venissero maneggiati da nessuno se non da lui stesso, quindi, alla fine, era l'unico argomento di tutto lo scibile presente in casa mia che mi fosse totalmente ignoto.
“Ecco” pensai convinta di aver trovato la gabola: “Papà ha paura che, adesso che studio questi qui, io debba toccare i suoi libri e metta tutto in disordine” così gli preparai un biglietto che sistemai sotto il piatto con scritto: “Prometto solennemente di non toccare i tuoi libri sugli Egizi!” Lui ci rise su, mi prese in braccio e più tardi mi portò a prendere un gelato.

Due giorni dopo iniziarono i problemi.
La maestra iniziò a parlare di un certo Faraone Amenophis IV° e io iniziai a sentirmi male. Poi disse, con molto sussiego, che quel grande uomo aveva cambiato il suo nome in Akhenaten e io mi sentii peggio. Mi girava la testa e avevo la nausea, così, all'improvviso.
Al principio non dissi nulla, ma sentivo le orecchie ronzare e cominciavo a vedere ogni cosa attorno a me di una sfumatura bluastra, finché la voce dell'insegnante mi raggiunse da una distanza infinita: “E così fondò dal nulla la leggendaria città di Amarna, dove istituì una religione monoteista, cioè fondata sul culto di un uuunico dio, una cosa cooosì evoluta ed illuminata, un uoomo meeee-ra-vi-gliooso...”
“Ekhnaton era un pazzo assassino e chiamò la sua città AkhetAton! Lui ha mandato in rovina l'Egitto! Lui uccideva i suoi oppositori!” strillai mentre tentavo di non perdere l'equilibrio. Poi tutto si fece nero.

Mi risvegliai al suono della voce della mamma che discuteva animatamente con l'infermiera scolastica e la maestra.
Per loro era chiaro che io avessi avuto qualche allucinazione dovuta al malessere che mi aveva colpita, evidentemente avevo mangiato qualcosa di avariato, dicevano, ma mia mamma le stava apostrofando malamente, dicendo che era impossibile che io avessi mangiato cibo avariato, non solo a casa, ma anche a scuola o per strada, che non avrei mai toccato roba non mia, era fuori discussione, piuttosto non capiva come avesse potuto da insegnante e responsabile degli alunni, non accorgersi che non mi sentivo bene.
La maestra ribatté che, in ogni caso, ero stata molto maleducata e prepotente, cosa che, senza ombra di dubbio, mi veniva dalla famiglia, poiché era evidente che quelle parole non potessero essere farina del mio sacco! Mamma si arrabbiò ancora di più e la minacciò di denunciarla per calunnia, diffamazione e altre cose che non capivo.
Ero contenta: ero sempre contenta quando le maestre avevano torto, ma non riuscivo a smettere di piangere e avere paura. Avevo dentro di me un dolore che non mi sapevo spiegare, ma che sembrava più grande del mondo intero.
Quel faraone, quello strano uomo dalla faccia lunga, mi terrorizzava più del mostro di Frankenstein, che era per me la cosa più spaventevole e orrenda che si possa immaginare.
Quella sera papà e mamma erano molto preoccupati, ma finalmente riuscirono a calmarmi raccontandomi la storia della Principessa della Luna, che papà aveva inventato per me quando avevo cinque anni.

Restai a casa due giorni, ma, quando tornai a scuola, c'era di nuovo la lezione di storia.
E c'era di nuovo l'Egitto.
Questa volta la maestra estrasse una grossa fotografia di una maschera funeraria e non appena la vidi, mi si fermò il cuore.
Quel viso, quello sguardo immobile di smalti e Ossidiana che mi fissava da millenni di distanza, era il senso della mia vita. Avrei voluto gridare, ma restai in silenzio, incapace di qualsiasi cosa, dimenticandomi di respirare, le lacrime che mi pungevano gli occhi sbarrati, senza scendere.
La volevo! Quell'immagine doveva essere mia, nessuno poteva o doveva toccarla! Sapevo, in un modo o nell'altro, che lui era “mio”, più di qualsiasi cosa al mondo.
Ma la mia maestra, in quei due giorni, non era diventata né più colta, né più intelligente.
Mentre ancora fissavo l'immagine, trattenendomi dal lanciarmi verso la cattedra e strapparla dalle mani impure di quella donna, la sentii dire: “Ovviamente si tratta di un faraone minore, di nessun rilievo, in quanto la sua figura era solo di rappresentanza e l'Egitto veniva governato dai dignitari...”
“COME OSA?” gridai saltando in piedi, i pugni stretti da far male.
Silenzio.
I miei compagni erano terrorizzati dall'idea che mi sentissi nuovamente male, la maestra era indignata e basta: “Marabel...dovresti sederti...” disse gelida.
Ma io non ero Marabel.
Io ero una donna adulta, forte, importante, mi sentivo come la principessa della favola di papà!
“Come osa parlare in questo modo del Bambino Sacro?” ripetei sibilando come una serpe. La maestra rise: “Oh, abbiamo un'esperta in storia dinastica, qui! Sentiamo, chi sarebbe il bambino santo?” disse sarcastica.
Io ero furiosa! Lei non aveva il diritto di sporcarlo con la sua bocca impura! La insultai e lei mi guardò sconvolta, la vidi impallidire come un cencio, terrorizzata.
Solo in seguito scoprii di non avere parlato francese, ma un idioma sconosciuto.
La donna tentò di riprendere il controllo, pallidissima e tremante e disse con un tono piuttosto isterico: “Marabel, smettila con queste sciocchezze! Quel bambino era per l'appunto un bambino, come avrebbe potuto essere in grado di governare l'Egitto o qualsiasi altra cosa?” io la fissavo con odio: “Lei non ha mai sentito parlare di bambini prodigio? Lei pensa che davvero la tenera età fisica del Signore di Tutte le Cose potesse essere per Lui un ostacolo? Egli era una Grande Anima da molto prima di nascere nel mondo e lei non deve sporcare il suo nome con la sua boccaccia impura, brutta popolana ignorante!”
Inutile dire che la mia carriera scolastica in quell'istituto terminò bruscamente e una settimana dopo iniziavo le lezioni in un'altra scuola.

Intanto, dopo avermi spedita in direzione e aver chiamato papà, mi avevano mandata a casa.
Ero ancora furiosa, ma avevo paura che papà fosse veramente arrabbiato con me. Pensavo che, quella volta, non avrebbe capito, ma mentre tornavamo in taxi lui pareva soltanto triste. Quando scendemmo mi prese per mano e mi chiese di raccontargli quello che sapevo del Faraone Bambino.
Poco...sapevo solo che non volevo più, per nessun motivo, perdere di vista la sua immagine, che non avrei potuto sopravvivere senza rivedere quel viso, anche se non era il suo vero viso, ma una maschera d'oro e smalti.
Lui prese uno di quei grandi, misteriosi libri e, incredibilmente, strappò con cautela una pagina con la foto della meravigliosa immagine del mio Faraone e me la regalò. Ricordo che la presi reggendola con la punta delle dita, trattenendo il respiro per l'emozione e la gioia e me la strinsi al cuore.
Sentii uno strano calore scendere dentro di me, qualcosa di simile ad una carezza e una bevanda tiepida e dolce insieme, ad un tempo bellissimo e ancor più doloroso.
Cercammo una cornice, non potevo certo appenderla al muro con puntine o nastro adesivo e la sistemai proprio di fianco al mio letto, perché fosse la prima cosa che vedevo appena sveglia e l'ultima prima di addormentarmi.

La sera venne quel suo collega che spesso cenava da noi, l'archeologo.
Di solito parlavano di tutto e io spesso stavo ad ascoltarli, ma non avevano mai parlato di Egitto, almeno in mia presenza, sicché io non sapevo che fosse effettivamente egittologo, ma quella volta mi fece un sacco di domande.
Non sembrava prendermi in giro come fanno di solito i grandi quando i bambini mostrano di sapere più cose di loro o almeno di quanto dovrebbero, invece sedeva a terra, di fronte a me, e mi interrogava stupendosi delle mie risposte e prendendo accuratamente appunti, come fossi stata un suo pari o ancora di più.
Una parte di me era orgogliosa, l'altra spaventata: volevo fare la bambina, volevo giocare e poi andare a dormire con la foto del mio Faraone.
Mi chiese che aspetto avesse realmente, se somigliasse alla maschera o meno: “Si, molto, solo che il viso era meno tondo, da grande. E la pelle aveva il colore del bronzo vecchio”

Sembrava stupito: “Non era come gli altri Egizi?” No, risposi. Era più scuro dei nobili, ma più chiaro del popolo, però di quel colore lì, bronzo vecchio. E gli occhi sembravano miele. Il professore prese dalla borsa delle foto e me le mostrò: rappresentavano persone di diverse popolazioni asiatiche e io indicai un ragazzino delle montagne della Turchia, verso l'Iran.
Aveva un bel visetto dai lineamenti regolari e occhi ambrati, colore del miele scuro.
“Sei sicura, Marabel?” chiese quando io puntai sorridente il dito sul faccino della foto: “Si!” risposi decisa. Lui e papà si scambiarono sguardi stupiti: “Dunque, doveva avere sangue Parsi...forse la madre era Persiana...forse il faraone ne fu attratto perché proveniva dalla terra che gli aveva suggerito la sua eresia...oh, se potessimo provarlo!”
“Quindi” disse poi: “Dici che salì al trono dopo i dieci anni? E che regnò fino quasi a ventuno? Le nostre informazioni, soprattutto grazie alle lettere di Amarna, sono diverse...”
Io non sapevo perché, non sapevo cosa fossero quelle lettere, ma sapevo che sbagliavano: “Non so cosa siano” risposi diligente: “Ma lui salì al trono a quasi undici anni. Ne aveva quasi ventuno quando lo...lo uccisero. Lo uccisero tre volte.” Il professore mi guardò incredulo: “Marabel? Come si può essere uccisi tre volte?”

Soffrivo. Ero piena di rabbia e disperazione e il nodo alla gola che mi soffocava era così grosso che non potevo parlare.
Mamma cercò di farli smettere e di portarmi via, ma io non volli saperne, dovevo far uscire quel grosso rospo che mi toglieva il fiato: “La prima volta non morì e...e non so. Stava molto male, però, e dormiva, ma quando si stava svegliando lo avvelenarono”
“Dunque è vero...” disse sottovoce. “E...e sopravvisse anche al veleno? Come poterono ucciderlo una terza volta?” Io sentii improvvisamente freddo, un freddo gelido che mi stringeva il cuore e si espandeva ovunque, come ghiaccio che veniva da un punto infinitamente profondo dentro di me. Iniziai a tremare violentemente: “Ha...hanno ucciso la sua Anima!” gridai e scoppiai in singhiozzi disperati.
Gli adulti restarono in silenzio e mi lasciarono piangere per un po', incapaci di raccapezzarsi, poi mamma mi diede dell'aranciata con un po' di zucchero e mi prese in braccio per portarmi via. Io tremavo ancora, avevo paura a restare sola e al buio, così papà decise di farmi restare con loro e di distrarmi.
Più tardi, l'egittologo, cautamente, mi chiese se sapessi che successe dopo la morte del giovane Faraone.
Feci cenno di no.
Tutto era buio e silenzioso, dopo, come se si fosse spento il sole e il mondo intero fosse morto.

All'improvviso mi sentii stanca e papà mi portò a letto, dove cominciai a piangere senza potermi fermare, finché abbracciai la foto e mi addormentai con il quadro contro di me.
Non mi fecero mai più domande e non fui mai interrogata sulla storia dell'antico Egitto, nemmeno anni dopo, da più grande, ma nei giorni seguenti sentii mamma, papà, l'egittologo e un loro conoscente psicologo che parlavano di me, dicendo che era sicuramente un caso di reincarnazione.
Lo psicologo riteneva che questa fosse una condizione comune a tutti, anche se non accettata dalla scienza ufficiale, ma casi di bambini che ricordassero come me erano eccezionali.
Se ne trovavano a volte in India, o comunque in paesi dove è comune considerare la reincarnazione come un fatto naturale e dove evidentemente i ricordi spontanei dei bimbi non vengono repressi, ma rimanevo comunque un caso straordinario. Dai loro discorsi appresi anche che, a meno di due anni, avevo avuto diversi episodi di xenoglossia.

Non sapevo cosa volesse dire, ma mi parve spaventoso. Sentii il professore raccontare che avevo enunciato diverse preghiere e incantesimi riguardanti le celebrazioni isiache, alcuni dei quali erano totalmente sconosciuti.
Purtroppo, terminati gli episodi, dimenticavo ogni cosa, evidentemente tornando ad uno stato in cui il cervello conscio sopprimeva completamente l'attività e la conoscenza appartenenti a quella parte sconosciuta della mente, o del superconscio o qualsiasi cosa fosse.
"E' chiaro che i ricordi della bambina sono molto dolorosi e traumatici. Pare avere avuto un ruolo di rilievo nella vita del giovane Faraone...forse una parente? In ogni caso, deve aver vissuto in prima persona eventi terribili, per questo, sicuramente, ha manifestazioni così intense” diceva lo psicologo: “Se questi ricordi fossero accettati dalla scienza ufficiale, potremmo avere un arricchimento incredibile, fare scoperte straordinarie” commentò amaramente l'egittologo: “Ma passeranno ancora secoli perché discorsi di questo genere vengano lontanamente presi in considerazione”
Non so se avessero in programma di interrogarmi ancora o cosa, ma qualsiasi cosa avessero in mente, mia madre vi si oppose e, per l'appunto, da quel giorno venni lasciata in pace.
Non so neppure se fu un bene o se avremmo dovuto approfondire, certo ero piccola e i ricordi sembravano troppo sconvolgenti per poterli sopportare.

Tempo dopo ci trasferimmo a Londra, dove a papà era stata offerta una cattedra di antropologia. Non aveva tanta voglia di diventare un insegnante, a dire il vero, ma, dopo quegli episodi, aveva iniziato a patire Parigi e tutti avevamo bisogno di cambiare aria e, forse, di poter studiare di nascosto dove nessuno fosse al corrente di cosa mi fosse successo.
D'estate passavamo le vacanze in Svizzera, in una pensioncina vicino a Zermatt, dove rincorrevo marmotte e camosci e fotografavo qualsiasi cosa si muovesse o meno. Lontano dalla cosiddetta civiltà, in mezzo a quelle splendide Montagne e nell'aria cristallina, non c'erano brutti sogni, malesseri di sorta, né ansie a tormentarmi.

Avevo quindici anni quando, nella nostra pensione, arrivò uno studioso inglese.
Si occupava di regressioni ipnotiche, di cui era un pioniere, a quel tempo e a cui lavorava in gran segreto onde evitare di essere preso per pazzo totale: erano i primi anni settanta e cose del genere erano considerate alla stregua di stregonerie, d'altra parte, le sue ricerche ufficiali vertevano per lo più su questioni psicoanalitiche o sulle possibilità di usare l'ipnosi in campo ospedaliero. I miei fecero amicizia con lui e un giorno papà gli raccontò la mia storia.
L'uomo rimase molto colpito e, a cena, mi chiese se avessi voglia di saperne di più.
In quegli anni ero diventata maniacale con le immagini che ritraevano il Faraone, da cui non mi separavo mai, pena sentirmi male, ne avevo una piccola e tutta sdrucita perfino nel portafoglio, mentre tendevo ad avere attacchi di ansia se per caso vedevo immagini di Ekhnaton.
In ogni caso, non avevo mai voluto approfondire, non leggevo nulla al riguardo, avevo nuovamente evitato di studiare quella piccola parte di storia e di esserne interrogata e sapevo di fare sogni strani, a volte, soprattutto durante i pleniluni, sogni che però dimenticavo appena sveglia.
Ci pensai su un paio di giorni, poi, con sorpresa di tutti, decisi di sottopormi alle sedute di ipnosi.
Lo studioso sosteneva che tutto fosse appena al di sotto della mia soglia di coscienza, eppure allo stesso tempo, quei ricordi sembravano talmente violenti da far si che il mio io cosciente li combattesse con tutte le sue forze, cercando di ancorarsi al mondo materiale, reale o tangibile che dir si voglia.
Mamma era convinta che fossero i suoi geni a rovinarmi, ma forse, tutto sommato, mi permisero di vivere una vita più o meno normale, a parte qualche eccentricità.

Iniziammo le sedute e per alcuni giorni non successe nulla, cosa che pare fosse del tutto nella norma, poi, un pomeriggio, iniziai a sentirmi soffocare e fu necessario interrompere.
Avevo mal di testa, andai a distendermi in camera mia con un analgesico.
Mi addormentai quasi subito e mi trovai, così, come fossi stata là fisicamente, in una sala di pietra, ampia e silenziosa, due grandi lampade ad olio bruciavano contro il muro alle mie spalle, alla mia sinistra grandi finestre a trapezio si affacciavano su quello che doveva essere un giardino lussureggiante, davanti a me un seggio e qualcuno ad aspettarmi.

Non guardavo in quella direzione, tenevo ostinatamente gli occhi fissi sulle finestre, terrorizzata e allo stesso tempo attratta come una calamita dalla presenza che percepivo.
“Ti aspettavo” disse una voce sommessa e gentile, eppure forte e autorevole come la Terra, che mi strappò un singhiozzo: “Da tanto tempo. Ti ho chiamata...perché ci hai messo tanto?” Alzai la testa verso la voce tenendo gli occhi strettamente chiusi, il cuore che mi batteva nelle orecchie con violenza: non potevo, non avevo il coraggio di guardare!

Lo sentii sorridere, pur senza vederlo.
Conoscevo quel sorriso più di quanto conoscessi me stessa. Trovai il coraggio di aprire gli occhi e lui era là, mezzo seduto sul seggio di pietra, mezzo in piedi, il gomito appoggiato al bracciolo e con in mano un rotolo di papiro. Teneva la testa leggermente china verso il foglio, ma gli occhi dorati mi guardavano, dolcemente divertiti.
E io mi precipitai da lui: “Ka-Nekhet! Nibhurrereya!” gridai gettandogli le braccia al collo.
Lo sentivo. Sentivo la sua pelle di velluto, profumata di sole e di ambra, la morbidezza soda dei muscoli slanciati ma forti, la forza gentile del suo abbraccio che mi avvolgeva protettivo, la sua mano dalle dita lunghe e sottili sulla mia schiena libera dalla tunica, i polpastrelli che mi sfioravano leggeri come piume, togliendomi il respiro.
Sorrideva, un po' malinconico.
“Oh” sussurrò con le lacrime negli occhi ambrati: “In questo tempo i capelli sono così morbidi...e hanno un buon profumo” mi guardai. Vestivo una tunica bianca, con una cinta dorata dall'effige di Iside alata, ma sapevo che il mio aspetto era quello cui ero abituata nel ventesimo secolo.
Ero confusa, mi girava la testa e lui dovette sostenermi: “Che succede? Dove siamo, io...io ho la sensazione di non vederti da tanto tempo. Dov'eri? Perché te ne sei andato?”
“Non ricordi?” scossi la testa, tentando di liberarla dalla nebbia che avvolgeva i miei pensieri. Sapevo che era successo qualcosa di terribile, ma cosa?

“Eppure non mi hai dimenticato...mi hai portato dentro di te per tutto questo tempo...”
Le sue parole facevano male, evocavano qualcosa che non volevo vedere, sentire, non doveva essere!
Lui sorrise, più con gli occhi che con le labbra: “Non si può uccidere l'Anima...l'uomo non può, per grazia divina. Può imprigionarla, ferirla, spezzarla, ma non distruggerla tanto da ucciderla. Solo alcune Forze Divine possono, a volte. Non l’uomo.”
Quelle parole scatenarono dentro di me un'eco terribile: “Lo hanno ucciso, hanno ucciso la sua Anima!”
Ricordai. Gridai con tutte le mie forze, mentre lui mi stringeva forte contro di sé.
Era lì, ora, era reale, non si poteva uccidere l'Anima, ma quanto male gli avevano fatto? Cos'era successo? Non ricordavo, ma provavo un terrore gelido e abissale.
Vidi i suoi occhi trasformarsi nel guardare dentro di me, farsi vortici scuri, come il cielo in tempesta, che risucchiavano, trascinavano irresistibilmente verso di loro, in un altro universo: “Ritrova la tua memoria. Ritrovami! Io ho posto in te il mio sigillo!” Tutto vorticava intorno a me. Conoscevo quelle parole, si, lui aveva posto il suo sigillo in me, una volta...tanto tempo prima...
Sentii la morbidezza piena e calda delle sue labbra posarsi sulla mia fronte, il lieve soffio del suo respiro tra i miei capelli scivolò come un brivido lungo le tempie e fin dietro il collo: “Vieni” sussurrò prendendomi le mani.
Ora eravamo in un luogo senza tempo, sospesi in un grigiore diffuso e luminoso che prendeva di quando in quando forme e colori fuggevoli per poi mutare nuovamente o tornare alla non forma. Lui sedette a...beh, a quella che avrebbe dovuto essere terra e mi fece fare lo stesso, poi mi toccò la fronte e io chiusi gli occhi.”

E, come in tutte le storie che si rispettino, in quel momento squillò il mio cellulare ed era pure una chiamata urgente. Dovevo confermare immediatamente la prenotazione a Sainte Marie, o rischiavo di perdere il posto. Ci misi un po' a capire dove mi trovassi e cosa stesse succedendo, totalmente rapita dal racconto di Marabel. E mi resi conto che qualcosa in quella telefonata non quadrava: il posto lo avevamo prenotato l'anno precedente, come potevamo perderlo ora?
La guardai mortificata: “Oh, mi dispiace tanto! Come può la tecnologia interrompere qualcosa di così importante?” dissi, quasi con gli occhi lucidi.
Lei sorrise: “Non preoccuparti...ci sono sempre forze opposte a disturbare, no? Forse è meglio così, se vuoi ti racconterò, ma un po' alla volta.”
Certo che lo volevo! “Domani?” domandai vedendo che il cielo si stava coprendo rapidamente. Lei annuì con grazia e Grigno mi portò a casa di corsa.
Lui è un cane incredibilmente coraggioso, ma ha il terrore dei temporali e di parecchie altre cose.

Più tardi, mentre la pioggia batteva insistentemente sui vetri, ripensai alle parole di Marabel.
C'era qualcosa di incredibile, a parte l'intero racconto, ovviamente: l'adorazione, ma anche la corrente elettrica che si percepiva quando parlava del Faraone erano qualcosa di oceanico.
Non aveva parlato d'altro che di un abbraccio, di un bacio in fronte, eppure la descrizione, la profondità delle parole e del suo tono, creavano la tensione erotica più intensa e struggente in cui mi fosse mai capitato di imbattermi in tutta la mia vita. Poche parole che mettevano i brividi, facevano venire la pelle d'oca perfino ai sassi!
Cercai di riscriverle così come le avevo sentite, ma rimasero a galleggiare sul foglio prive di quella forza, di quella corrente di magia che le permeava e le rendeva così potenti nella mia memoria.

Accesi il computer e cercai di ricordare i nomi con cui lo aveva chiamato, ma non mi riusciva di ricordarli correttamente...na kether? Kal nakor? Alla fine scrissi il nome con cui lo conoscevo e trovai alcuni riferimenti: “Ka-Nekhet Tut Mesut” e “Nibhurrereya” (Marabel li aveva pronunciati entrambi diversamente, soprattutto il secondo, che, ora ricordavo, suonava come Nae-barriryà o qualcosa di simile, mentre il primo, di cui aveva pronunciato solo la prima parte, era un K'ae N'tàk, suppergiù).
In ogni caso, il primo era il Nome Reale, che, a quanto lessi, probabilmente era molto più usato del nome di nascita, tanto che, per secoli, gli egizi più antichi non trascrivevano nemmeno il nome natale dei Faraoni nei documenti ufficiali, usando invece il nome reale, o “Nome Horus” come veniva definito.
Il secondo aveva un suono che a me sembrava più sumero che egizio, e, dai documenti in possesso di noi moderni ignoranti, non era nemmeno del tutto certo che fosse attribuito proprio a quel Faraone, anche se era molto probabile.
Ma lei…chi era, per amarlo così?

Ero basita. Troppo abituata all'incredibile per pensare si trattasse di una pazza, io che ho una zia ultracentenaria che dimostra settant'anni, un Fato Padrino e una cugina utilissima in caso di black out, visto che brilla di luce propria...
Certo, i pazzi esistono. Quanti affetti da sindrome di Napoleone ci sono in giro? Eppure, un anno e fischia di esperienze mi facevano pensare che, davvero, quella donna così affascinante e misteriosa, così profondamente sola, non solo non mentisse, ma non fosse pazza affatto.
Pazzi e ciechi, sordi e stupidi, eravamo noi tutti che andavamo in giro come zombies senza sapere chi fossimo, o senza vedere nulla al di là del nostro naso. Non vedevo l'ora che venisse l'indomani e sperai intensamente che non piovesse...anche se sarei andata al parco in ogni caso.

(...continua link p.: 3)

3 commenti:

  1. Ho i brividi e non ti dico che sto aspettando la 3 parte con la bava alla bocca perchè non sarebbe elegante!!! però... sbrigati!! ;)

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  2. Io adoro questa donna...
    Fammi postare prima almeno un gioiellino, come intermezzo...

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