Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

Se volete scoprire la Valle attraverso i RACCONTI potete cliccare sul pulsantino "Frammenti", oppure scegliere attraverso l'indice alla vostra destra. I numeretti indicano l'ordine cronologico.
Se cercate i gioielli, non avete che da scendere col cursorino, oppure cliccare il pulsantino "Gioielli".
Se volete saperne di più sulle diverse Creature, cliccate "Creature Fatate".

Su, su, guardate, guardate...

lunedì 7 gennaio 2013

Frammenti: Il Dono p. 11

Lo avevo promesso, e io in genere mantengo le promesse...diciamo che la Befana porta uno degli ultimi pezzi del diario di Eva. Presto dovrà tornare a casa, anche se non è niente contenta, ma prometto che la ritroveremo, da qualche parte.
Oggi il pezzetto è un po' corto, perché veniva bene tagliato lì, oppure sarebbe stato troppo lungo..insomma, meglio così, perché, se non mi manda qualcosa di nuovo da aggiungere, dovrebbero restare due capitoli. Se fossi andata troppo avanti, ne sarebbe rimasto solo uno, quindi, possiamo dire che lo faccio perché sono buona, anche se non si direbbe.
___________


"Era martedì mattina. Mi rimanevano quattro giorni per imparare il più possibile e mi pareva un’impresa al di là delle mie possibilità. Certo, potevo tornare in qualsiasi momento, zia Greta me lo aveva assicurato, anche se non avevo idea di come avrei trovato la strada…”Non preoccuparti, sarà la strada a trovare te!” ripeteva.

Passai la giornata nelle saune colorate, in bagni di fieno, in quelli sonori, a bere i soliti beveroni di luce liquida, a camminare tra i mandala di pietra, eppure, stranamente, passai anche un sacco di tempo con il professore e i suoi allievi, con il professore senza gli allievi, con la zia e perfino con il mio strano ed incredibile padrino, che è un gran buffone, anche se è un essere potente e coraggioso, passionale ed idealista fino all’utopia.
I Valdombriani lo adorano, anche se gliene dicono di tutti i colori, perché è così impulsivo e matto come un cucciolo mai cresciuto, almeno finché le cose non si mettono male…allora diventa, dicono, una belva. Tremendo, invincibile, inesorabile.
Così raccontano le storie della Valle e così racconteranno ancora.
Nonostante l’ottimismo della zia, le bolle di luce restavano un grande, biblico mistero per me, e non riuscivo a raccapezzarmi tra le correnti di energia che sembravano percorrere la Valdombra come venti.
Ognuna, dicevano, aveva un tipo di funzione o…di forza, non so, diverso, come le correnti d’aria e bisognava imparare a conoscerle e a sfruttarle, proprio come nel volo a vela, per intenderci.
C’erano vortici, incontri e scontri, vuoti d’aria…nei “vuoti” era molto difficile compiere atti magici.
Beh…a me veniva difficile anche nel bel mezzo di una tempesta! Le Fatuzze scintillanti si divertivano un mondo alle mie figuracce e io le minacciavo di sguinzagliare il gatto feroce, scatenando la loro ilarità.
Le Pòrtune sono creature molto simpatiche, ma più ancora sono permalose, eppure non si arrabbiavano con me perché le facevo troooppo ridere!
E, no, non era confortante, anche se mi esentava da gran parte delle loro sassate.
Anche il professore si divertiva un mondo, per quanto ce la mettesse tutta, ma proprio tutta, per rimanere serio.
Una cosa che bisogna imparare, sui Valdombriani, è che loro, seri, non lo sono per niente. Possono trovarsi in situazioni drammatiche, disperate, tragiche e…beh, sono capaci di scoppiarvi a ridere in faccia trovando il ridicolo della situazione.
Si, sono disarmanti, bisogna ammetterlo, ma dopo un po’, se si impara ad adeguarsi, sono anche contagiosi e ci si trova a ridere a crepapelle delle proprie disgrazie.
Certo, non proprio sempre sempre, ma la maggior parte delle volte è così, un po’ come fossero sempre un po’ sbronzi.
Anche alla fine di quella stranamente lunga giornata venne il tramonto. Non un tramonto normale, rosso e dorato come nei giorni sereni di primavera, fu piuttosto una specie di Champagne d’annata che dal cielo si riversasse sulle Montagne in una cascata spumeggiante di luce dorata, mescolandosi ai colori del Sole: “È più o meno così che noi vediamo le cose” mi spiegò pazientemente Jo: “Sviluppiamo la Seconda Vista tra i tredici e i sedici anni, ma in genere nasciamo già, come dire, parzialmente attivati, Alcuni iniziano a vedere i vortici in età scolare. Anche coloro che non hanno alcun potere magico, che noi chiamiamo ‘Aberin’, da una parola della più antica lingua Elfica, hanno la Vista parzialmente attiva, come i bambini piccoli. Certo, per noi Beren, sono…come ciechi, o quasi. È difficile immaginare il mondo come lo vedono loro. Ancora di più immaginarlo come lo vedono i forestieri” disse come a se stessa: “Ehm…” intervenni: “No!” mi rimbeccò anticipandomi: “Tu non sei forestiera. Forse la tua Vista è decisamente scarsina e per niente allenata, ma non vedi come loro. Vedi come un’Aberin, ma…in crescita. Sei mia cugina, Eva. Tu hai potere magico, che ti piaccia o no!” e poi se ne andò allo stesso modo in cui sparisce un’ombra, tanto che si sarebbe detto fosse semplicemente scomparsa. Oh, accidenti!
La zia mi chiamò per la cena e, con molta fatica, trovai la forza di staccarmi dalla mia visione di champagne celeste.

È vero: alle Terme i cellulari prendono, se c’è un po’ di vento e, in Primavera, di vento ce n’è praticamente sempre, a meno che non piova. Mentre mi strofinavo gli occhi cercando una sorta di normalità, arrivò una telefonata di Franco: “Tesooooro, ho una notizia FANTASTICA!!!”
“Ti sei fidanzato?” domandai non troppo convita (avevo già assistito agli entusiasmi amorosi di Franco e alle sue rapide e disperate delusioni): “Macché! Meglio, molto meglio!! Hai presente i miei studenti? Beh, se ne vanno! Tutti e tre!!! Capisci cosa vuol dire?”
“Oh, cavolo! L’alloggio rimarrà vuoto! E adesso?”
“Come 'e adesso?' ?? Non sei contenta?!? Non aspettavo altro!”
Non capivo. Forse era lo stare troppo in un mondo così fuori dal mondo, ma non vedevo che ci fosse di fantastico nel perdere tre inquilini paganti in un colpo solo: “Ma cara, puoi prenderlo tu!! Non ti andrebbe di venire a vivere nel mio appartamentino?”
Cavolo, quell’appartamentino, come lo chiamava lui, era una f…era stupendo! Una bellissima cucina su un balcone verandato che si trasformava in terrazza, due stanze ampie, un bellissimo bagno e perfino una deliziosa mansarda: “Fra, non credo di potermelo permettere…” azzardai: “Ma scusa, mica che te lo lascio a prezzo pieno, no?!? Sei mia sorella, e io non ho bisogno di tutti quei soldi, mi bastano, chessò, trecentocinquanta!”
Stavo per cadere dalla sedia: “Rrrttt…trcc…scrai zetando?”
“Mannò che non scherzo! Non vedevo l’ora, e poi ho l’affitto della casetta a Montmartre e del monolocale! Con quelli e i tuoi tre e cinquanta, in teoria non avrei nemmeno bisogno di affaticarmi a lavorare!”
Non aveva mai voluto affittare il monolocale sopra la casetta di Montmartre e pensai che lo facesse per potermi dare quell’alloggio a prezzo ridicolo: “Allooora, vuoi venire? Guarda che c’è la fila, sennò!” Non avevo dubbi: “Vengo che certo…cioè…sono già lì!”
Fu quella notizia a rendermi sopportabile l’idea del mio prossimo ritorno al mondo di sempre, in effetti.
A ventun anni Franco aveva ereditato da una bisnonna un appartamento su due livelli a cinquecento metri dall’Arc de Triomphe, con posto auto in un edificio storico. Arredamento settecentesco, di lusso, una roba da sballo, di cui lui non sapeva che fare. Lo aveva venduto e con il ricavato aveva preso la casetta di Montmartre e, qui da noi, una villetta liberty proprio in centro città, con un enorme giardino chiuso verso l’interno e una bellissima terrazza al primo piano, avanzando perfino un gruzzolo che aveva messo da parte.
Gli affitti e la casa di proprietà, gli permettevano di fare quello che voleva e quando voleva: poteva viaggiare, poi tornare e lavorare in teatro come scenografo e truccatore, dare ripetizioni di inglese e francese, fare il bohemien di lusso.
La casa era un oasi nel cemento, anche se ammetto che in genere le città sono molto meno verdi, alberate e piene di parchi della nostra e che quindi non dovremmo lamentarci, ma…
La zia si era innamorata della villetta e mi aveva chiesto se non avrei desiderato viverci…quindici giorni prima.
Già, c’è qualcosa di strano, vero?
L’eccitazione per la casa nuova mi fece scordare la tristezza per dover lasciare quel posto da favola, almeno per un po’, ma la sera, quando il cielo era ormai di un blu di Prussia scurissimo e tutta la vegetazione risplendeva di piccole luci colorate sotto le stelle, mi prese un’ansia disperata.
L’aria era meno fredda delle sere precedenti, carica di profumi primaverili tra i quali l’odore della neve si mescolava come a creare una particolare armonia di fragranze. L’odore della neve, in quella valle, era sempre presente, come quello della terra, insieme a quell’altro odore cui ormai mi stavo abituando.
Pensandoci, a casa della zia era più intenso, soprattutto quando faceva le sfere di luce…
Dalla Montagna alle spalle dell’Hotel arrivò un lungo ululato, molto vicino. Sorrisi: ormai avevo imparato a distinguere quella voce.
La zia era nella sala relax con un paio di altre signore, così presi la giacca a vento e mi incamminai verso il cancello sul retro.
Lui era là, seduto sul monticello che fungeva da giardinetto pietroso, quello dove, pochi giorni prima, ero rimasta in apnea a guardare i lupi: “Quindi te ne vai?” chiese prima ancora che lo raggiungessi: “Si, sabato” risposi a fatica. “Come farai?” disse dopo un bel po’.
Sedetti accanto a lui: ormai mi era quasi normale l’idea di avere un…una “Fata Padrina” con cui sedermi a chiacchierare in mezzo ad un giardinetto botanico zeppo di lucine colorate che svolazzavano qua e là: “Non lo so, esattamente. Non so nemmeno se ho ancora voglia di tornare al mio vecchio lavoro, anche se in qualche modo devo mantenermi…avrò la casa, vado a stare nell’alloggio di un mio amico, lui abita sotto e c’è un giardino bello grande”
Sbuffò, con un leggero ringhio: “Qui È bello grande!” brontolò con voce molto lupina.
“Lo so, ma è là che devo stare, per adesso e…Sai, Vehar, vorrei diventare schifosamente ricca, comprare della terra, ma un gran bel po’, e poi ricostruire villaggi abbandonati, rimboschire e anche creare aree coltivate tra casette tipo quelle di qui, e…far venire gente che voglia vivere in un modo diverso, nuovo…o molto antico. Che sappia vedere le Fate, parlare con gli animali, almeno un po’, e…”
Grrroouurrvv!!!”
“Dicevi?”
“…Succursale di Valdombra”
“Beh, il mondo è molto grande…e ci sono brave persone, forse non moltissime, ma…meritano anche loro un posto dove ricominciare in un altro modo, non trovi?”
“Ne hanno avuti migliaia di posti e li hanno rovinati tutti. Hanno avuto migliaia di occasioni e le hanno gettate via. Il mio Popolo è piuttosto stufino di quella specie, sai?”
Qualcosa, nelle sue parole, mi mise in allarme: “Non sono tutti così, davvero! E poi…e poi pensa alla terra, ritrovare luoghi dove vivere un po’ come migliaia di anni fa, ma con possibilità super moderne! Come se ci fosse stata un’evoluzione intelligente, anziché tecnologica e distruttiva…come se l’uomo e la terra fossero cresciuti insieme! Dai, non trovi che sarebbe fantastico?”
“Non so, io ci vivo in un posto così”
I lupi sono testardi, soprattutto alcuni. “E quando torni?” chiese poi: “Appena posso. Tipo, verso giugno, per esempio. Mi piacerebbe fermarmi un po’ e poi tornare ad agosto, quasi tutto il mese.”
“wow!”
“Non ti va che me ne vada, eh?”
“Non è il tuo posto, là” rispose malmostoso:
“Non mi stai aiutando!”
“Non ne avevo proprio intenzione!”
“Ma sarà tutto diverso, adesso! Andrò in una casa bellissima, con un giardino stupendo e…ascolta! Quanta gente, là fuori, forse sta sognando un posto come questo e lo sogna come un mondo da favola, che non può esistere se non in quel sogno! O magari non lo sogna nemmeno, perché ha smesso di farlo, come era per me fino ad un mese fa! Come sarebbe andata se io avessi saputo fin dall’inizio la verità sulla mia nascita, sulla Valdombra e…e se qualcuno mi avesse…” restai a metà della frase, folgorata da un pensiero: “Se qualcuno mi avesse insegnato le cose che ho impiegato anni a capire, fino a quando non sono arrivata qui…se avessi saputo di avere uno scrigno pieno di tesori, di cui qualche burlone ha gettato la chiave…”

Avevo ancora tre giorni per mettere a punto le idee che si stavano accavallando nella mia testolina forestiera, umana e civilizzata ( quasi), e li avrei sfruttati al massimo. Vedevo gli occhi luminosi ed obliqui del mio padrino fatato, nel buio: “Domani durerà tre giorni. Tre giorni saranno nove. Non posso fare di più, dovrai farteli bastare!” disse senza guardarmi. Lo abbracciai e corsi, incespicando al buio in una radice, verso l’albergo.
(...continua link p.:12)

4 commenti: