Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

lunedì 21 gennaio 2013

Frammenti: Il Dono p. 12

...lo avevo promesso. E siccome lo avevo promesso, e poiché non ho cose nuove da mostrare, almeno non roba che valga la pena, posto questo.
La Valdombra ha una storia, una geografia, una società complessa che però, in genere, si intravvede appena nelle esperienze troppo cariche di informazioni incredibili per i poveretti che ci capitano, siano giovani donne, antichi scienziati romani, missionari ribelli.
Di solito riesco a recuperare frammenti di esperienze di uno o dell'altra, mentre Eva, pignola peggio del mio gatto, è la prima "esterna" che incontriamo non solo a tenere accurata cronaca della sua vacanza, ma, non so se per fortuna o sfortuna, a passarmi le sue annotazioni.
E io, diligentemente, le passo a voi, sempre sperando di non annoiare.
Buon viaggio!
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"Quel giorno sembrava che il Sole non si decidesse a sorgere.
Avevo iniziato alle sette a studiare e c’era di nuovo quella nebbiolina del giorno precedente, che non voleva saperne di levarsi.
Le ore passavano, ma l’orologio sembrava non accorgersene e avanzava con una lentezza impressionante.
Non so quale fosse la Magia del Lupo, ma sembrava di vivere immersi in uno strano sogno, dove tutto intorno a noi accadeva al rallentatore e in un silenzio ovattato.
Solo quando chi era all’interno di quella sorta di sospensione temporale incrociava il mondo “normale”, le cose riprendevano a muoversi a velocità normale, che in ogni caso, in Valdombra, ha un significato piuttosto aleatorio.
Ora che riuscivo a vedere le correnti, potevo cominciare ad immergermici consapevolmente e ad adoperarle, per così dire.
Mi avvicinavo a quella specie di vento luminoso, ci tuffavo la mano e…ohcchebello! La luce cominciava a muoversi come acqua, creare piccoli vortici e onde, aderiva alla mia mano e potevo perfino prenderla, tenerla, darle una forma.
Mi accorsi…no, me lo spiegarono, che non ubbidiva più di tanto al mio movimento, quanto alla mia consapevolezza: se mettevo un bastoncino, per esempio, la corrente si comportava come una normale corrente d’aria o acqua, deformandosi attorno all’ostacolo e poi aggirandolo per riprendere il suo cammino e riunirsi a se stessa e lo stesso se immergevo le mani del tutto priva di qualche intenzione: potevo creare un movimento più o meno accentuato, ma niente altro.
Quando invece “pensavo” di prendere la luce e di fare o dare forma a qualcosa, ecco che immediatamente la corrente si allineava alla mia idea. Non ne era succube, solo pareva divertirsi ad assecondarmi.
Così, non riuscendo con le bolle di luce, ne creavo con l’aria delle correnti più piccole e docili. Uno con la vista normale non le avrebbe mai viste, ma pazienza, una cosa alla volta.
Dopo un duro lavoro e un migliaio di tentativi, riuscii ad ottenere una forma geometrica, poi una specie di fiore a quattro petali, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto essere una farfalla, ma quando la mia luminosissima cugina, con un gesto appena accennato dell’indice, creò una nube di farfalle variopinte che si librarono nell’aria e si dispersero come una cascata del solito Champagne multicolore…beh, che dire, capii che c’era ancora un saaaaaacco da fare!
“Non puoi pensare di ottenere in un giorno, anche se più lungo del solito, quello che noi abbiamo realizzato in seimila anni, non trovi?” Mi canzonò Joelle: “È che la zia pensa che io abbia l’abilità di fare un sacco di cose e…”
“Ce l’hai, ma ci vuole tempo. Allenamento. Anche abitudine”
“Ma cosa vuol dire che ci avete messo seimila anni?” domandai a scoppio ritardato: “Beh, da quando i primi uomini arrivarono qui ad oggi. Ammetto che non sia esatto, perché dopo i primi due o trecento anni, i nostri progenitori erano riusciti ad ottenere cose che noi possiamo sognarci, ma…”
“Si, ma vuoi dire che questo posto è abitato da seimila anni?” la interruppi. Lei spalancò due occhioni a piattino grandi così: “Beh, si, perché?”
“Ma ci sono reperti? Come lo sapete? E come ci arrivarono?” la tempestai: “Reperti in che senso? No, cioè, credo di si, ma chissene…insomma, verso il 4000 avanti Cristo qui si insediarono i primi umani. C’erano diverse tribù di popolazioni alpine intorno, ma a volte capitavano tribù provenienti da qualche altra zona che cercavano di prendersi i posti migliori, come succede più o meno ovunque: tribù nemiche, lotte, scaramucce…insomma, sappiamo che un certo numero di cacciatori raccoglitori dell’epoca si perse tra le montagne, fuggendo da questi invasori e si trovò a mal partito. Si trattava di un paio di villaggi, con alcuni bambini e, sai come sono i Lupi con i cuccioli, no? Li videro, si impietosirono e li scortarono in Valdombra, dove li ospitarono in alcune grotte che oggi sono specie di musei, luoghi sacri, in un certo senso. E così fu stipulato il Patto con i Lupi, su cui tutta la storia Valdombriana è fondata. All’epoca i nuovi arrivati la chiamarono “La Valle dei Lupi”, che ancora oggi è uno dei nomi delle Tre Valli. Allora, però, né le Grandi Fate, né gli Elfi si mostravano agli uomini…essi erano in grado di vedere solo le cose che erano loro familiari, diciamo. Insomma, se si avvicinavano al Mare d’Ombra, che allora era solcato da diverse navi elfiche, non vedevano nulla! Vedevano il lago, magari potevano pescare, ma era come se le navi, le Creature che abitavano quelle acque, il castello dell’Isola delle Fate, non esistessero…un po’ come fuori, no? C’è un’infinità di esistenza di cui voi non siete nemmeno lontanamente consapevoli. Sguazzate nell’Universo senza vederlo e pensate di sapere tutto…che sceeeemiii!!”
“Insomma, e poi? Cos’è successo?”
“Ouf! Guarda che ci sono i libri di storia in biblioteca, eh? Beh, conta che i primi uomini erano ancora figli della Terra Madre, al contrario dei moderni, e sapevano che esistono infinite cose celate alla vista. E poi ci sarà stato qualche stregone, no? Insomma, iniziarono a vedere qualcosa, poi si resero conto che le acque mostravano strani movimenti e cominciarono a cercare. Alla fine le Creature Fatate decisero che era il momento di mostrarsi. In un certo senso è da quel momento che inizia la Storia della Valdombra, almeno per noi umani. Per i Fatati è infinitamente più antica.”
“Woooooowwww!!!!”
“Beh, non avevi pensato che avessimo una storia?”
“Ovvio che si, ma non pensavo…insomma…forse avrei dovuto, immagino, ma ero troppo occupata col presente per pensare al passato, a parte il mio! Seimila anni!” ripetei sognante.

Più tardi avrei voluto parlare con Vehar di quello che avevo scoperto, ma non riuscii a trovarlo, così mi avviai mestamente a cena, così mestamente da non sentire che Mirko mi chiamava, finché non mi si parò di fronte agitandomi la mano davanti alla faccia: “Pianeta Terra ad Eva, pronto, pronto, rispondi, Eva!”
“Uh?”
“Insomma, tua zia ti cercava, adesso l’ho scortata al tavolo, ma mi ha ordinato di trovarti. Carino da parte tua manifestarti, visto che avrei ancora un paio d’ore di turno!”
“Ah, si, sgrrrffgrowlll” brontolai: “Capisco”
“No, pensavo che i Lupi fossero più protettivi…presenti. Insomma…”
“Se cercavi Vehar oggi doveva essere piuttosto impegnato, doveva incontrare i cacciatori”
“Un branco?”
“Ma no!” rise: “I cacciatori! umani, la tribù!” lo guardavo assolutamente ebete: “Insomma, quelli che procurano la carne alla gente!”
“Cioè?”
Lui buttò un occhio intorno per la hall, poi mi prese per un braccio e mi condusse verso il nostro tavolo: “Non penserai che in Valdombra ci siano macellerie, vero? Senti, raggiungimi alla sala da Thé alle nove, così ti spiego un po’ di cose ed eviti di fare la figura della scema totale!”
“Oohh, grazie!” esclamai. Era la prima volta che qualcuno si premurava di evitarmi di essere un’idiota, in quella gabbia di matti…ero in uno stato piuttosto confusionale, e la zia decise di annullare la lezione con il professore, quella sera: “Hai già abbastanza stimoli così, e poi non puoi pensare di imparare tutto in pochi giorni! Al tuo ritorno in città, sarai già abbastanza rivoluzionata!” brontolò: “Ti dispiace se mi faccio un giretto con Mirko, il cameriere, quello bravo con la pasticceria?”
“No, cara, anzi, mi sembra un’ottima idea! È un bene che tu cominci a farti degli amici, a conoscere gente! Esci, su, tranquilla!” disse battendomi piccole pacche sulla mano.
Non so perché, ma per tutta la cena ebbi la sgradevole sensazione che la mia cena mi guardasse con un certo astio, soprattutto l’insalata: “Sto veramente dando i numeri!” sospirai: “Perché, tesoro?” domandò la zia: “Ho la sensazione che l’insalata ce l’abbia con me…”
“Oh, non preoccuparti, l’insalata è sempre piuttosto scorbutica…solo intimale di non starti sullo stomaco, o farai brutti sogni”
Sospirai. Più le cose erano assurde e più loro le trovavano assolutamente normali.
Ero davvero finita in un manicomio!

La sala thé, al primo piano, aveva una grande vetrata che guardava verso il sentiero di passo, quello dove avevo incontrato i lupi, e da lì si poteva spingere lo sguardo ben oltre, sul fianco della Montagna, spaziando tra la pineta al Lago grande, fino ad un paesino di forse venti case che aveva nome Fourrez (Fhùrre n.d.a.), o Fourresc (pron. Fhurrésk n.d.a), a seconda della pronuncia e che sorgeva su un pendio cosparso di rododendri.
Dall’Hotel si snodava una mulattiera in terra battuta che vi conduceva e da cui avevo visto un paio di volte arrivare Mirko: “Vedi? Casa mia si riconosce, è quella da sfigato” disse con una punta di amarezza: “In che senso?” domandai osservando gli ordinati e lucenti tetti bruni sotto la luna: “Beh, dai…è l’unica con i pannelli fotovoltaici!”
“Ehm…”
“Loro non ne hanno bisogno…lo sai come fanno a produrre il fuoco per cucinare o il riscaldamento?”
“No, ma mia zia fa le bolle…”
“Ecco, appunto! Poi hanno le Salamandre nelle stufe e perfino nelle caldaie dei treni. E per il ghiaccio? Alcuni fanno delle bolle, tipo quelle di luce, ma la maggior parte ha delle piccole Fate, le Selie del Ghiaccio, che vanno da loro e creano delle specie di celle frigorifere nei crotìn. Nessuno usa televisioni o computer, se non in casi rari, anche perché tutta l’energia che c’è nell’aria li manda in tilt, ma non ne hanno bisogno. Niente radio, televisioni…a parte nelle scuole e in un paio di uffici. La tecnologia è quasi inesistente, per la maggior parte a beneficio dei forestieri, per dare loro la sensazione che non ci sia niente di strano, a parte un certo gusto retrò. Tra tutte le stranezze e le assurdità di questo posto, paradossalmente la più assurda è l’apparenza “normale”. E che la gente ci creda, soprattutto!”
“Quindi tu produci energia con i pannelli, invece?” si strinse nelle spalle: “Beh, per forza! E poi, conta che io vivo qui da giugno dell’anno scorso, prima andavo e venivo, avevo fatto la stagione da giugno a settembre l’anno prima, ma poi…” terminò con una scrollatina di spalle.
“Ma non sei contento di essere qui?” ero perplessa: perché mai avrebbe dovuto restare, se non era quello che voleva?
Lui sedette sul bracciolo del divano, guardando oltre la vetrata: “Si, sono contento di essere qui. Più che altro, ormai è l’unico posto dove posso stare, ma…non sono come loro. È questo il problema” disse come a se stesso.
Sentii un brivido gelido percorrermi la schiena: “L’unico posto?” gli feci eco: “Si. Ero venuto per qualche giorno di scampagnata con dei compagni di scuola, ma poi abbiamo combinato dei casini e ci siamo beccati un mese di lavori forz….socialmente utili. E, per quanto la Valle ci rifiutasse e si mostrasse quasi normale, al mio ritorno a casa io ero cambiato, tanto che i miei stentavano a riconoscermi. Non che avessi cambiato faccia, intendiamoci, ma ero cambiato. Le cose non erano più come prima, e non riuscivo più a sentirmi a mio agio, anzi, era peggio più il tempo passava. Lo stesso era successo agli altri, che lo volessero accettare o meno, nel bene e…nel male. Un paio di ragazze erano praticamente diventate delle criminali, uno ha dato di matto dopo due giorni, è scappato e nessuno di noi lo ha mai più rivisto, due si sono accodati alle criminali…e così via”
“…Crinimali?” balbettai senza capire: “Oh, beh” rispose: “Non è che fossero due sante, prima, solo che qui sono esplose nella loro stupidità e disonestà. Come se la Valle avesse tirato fuori il loro…lato peggiore!”
“E quindi, alla fine…”
“Già! Ma era quello che volevo, davvero! È solo che poi, quando vivi qui a tempo pieno, ti rendi conto di quanto sei imbelle!” mi venne da ridere a quel termine, ma forse era davvero quello più adatto.

Ci trovammo a seguire il sentiero e poco dopo ero nel villaggio di Fourrez, in una minuscola deliziosa piazza lastricata, con una fontana antica al centro. Il silenzio era profondo, così che la voce dell’acqua riecheggiava amplificata sui muri attorno e rimbalzava sui sampietrini.
Sulla fontana era incisa una data in numeri romani:

MLXII

“Millesessantadue?” tradussi. Mirko annuì: “è l’anno di fondazione di Fourrez, ad opera di…di una colonia di forestieri” ebbi la sensazione che volesse tagliar corto e, per il momento, non approfondii.
Dalle finestre filtrava la luce madreperlata che sapevo prodotta dalle ‘bolle’, oppure un tipo che sembrava provenire da luci ai LED: “Quella è luce delle Pòrtune” mi spiegò Mirko indicando un balcone di fronte a noi: “Offrono loro miele profumato con essenze, di cui sono ghiotte, e loro se ne stanno lì tutta la sera a rimpinzarsi, diventando sempre più luminose. E più mangiano e brillano, più producono seta. Io non sono ancora riuscito ad addomesticarle, con tutta la buona volontà. Quelle delle piante di casa mia mi prendono in giro o, nella migliore delle ipotesi, mi ignorano completamente” disse mesto: “Dai, guarda il lato positivo: almeno non ti prendono a sassate!”
Lui sorrise: “No, in genere non prendono a sassate il padrone di casa, a meno che proprio non lo vogliano, allora lo scacciano, ma è piuttosto raro”
Mirko mi portò a vedere casa sua, che sarebbe stata il sogno di un bioarchitetto e che lui considerava “da sfigati”.
Il riscaldamento e la luce provenivano dai pannelli solari, aveva casse di compostaggio per i rifiuti totalmente differenziati e praticamente non c’era plastica, a parte un piccolo computer portatile e un cellulare che però era spento in un angolo.
Al posto del frigorifero aveva una cantinetta, il crotìn, scavata nella roccia cui era appoggiata la casa, che rimaneva chiusa e manteneva una temperatura costante di circa tre gradi, grazie a delle lastre di ghiaccio poste alle pareti.
Per la luce aveva dei LED, visto che le microfate non collaboravano, amplificati da quelle strane lampade con sottili lastre di Quarzo a specchio asimmetriche.
Erano geniali, davvero! “Dì, ma con una candela si riesce ad illuminare una stanza a giorno, con queste?” chiesi: “Forse con una no, ma in Hotel le candele sono molto poche rispetto alla luce dei lampadari”
Mi offrì dell’idromele e ci sistemammo sul terrazzino, su seggioline in giunco tra i vasi ancora spogli.
Qua e là vagava, tra rametti potati e bulbi seminterrati, qualche scintilla colorata, senza degnarci di uno sguardo: “Quello che è frustrante” mi confidò Mirko: “È che loro le usano come…cellulari. Prendono una Pòrtuna, le soffiano un messaggio o glielo affidano su un bigliettino, e questa scappa dal destinatario, velocissima. Ovvio, solo quelle “domestiche” lo fanno, con le altre bisogna andarci piano, ma a me…manco si voltano, se le chiamo! Ormai sono qui da quasi un anno! Non so più che fare, mi sento troppo scemo!”
Non sapevo che dire. Io non avevo minimamente provato a chiamarle, anzi, ero sempre piuttosto impegnata a far finta che non ci fossero…”E tu hai mai visto altre Fate, oltre alle Pòrtune?” indagai: “Qualche volta, beh, insomma, Salamandre, quelle certo che le vedi se lavori in cucina, e poi quelle bellissime del ghiaccio, per esempio. Ah, una volta ho visto una Driade. A volte so che ci sono, ma non riesco a vederle e questo mi manda in depressione. Anni fa pensavo che non ci fossero e che tutti i valligiani si fossero messi d’accordo per tirarmi uno scherzo colossale. Beh, forse non sarebbe stato così male, in fondo” sospirò deluso: “Beh, poi hai visto il mio madrino, no? Mica è roba di poco conto!” lui rise: “Si, lui lo vedo. E non solo io! Tre o quattro anni fa un paio di alpinisti ci hanno lasciato i neuroni! Erano sulla balconata di un rifugio, e lo hanno visto chiacchierare con una guida e poi si è voltato ed era un lupo! Hanno dovuto recuperarli con l’elisoccorso e portarli giù a Chiusa alla neuro! Tua cugina ha avuto un bel daffare, quella volta e ha tirato giù tante di quelle avemarie che non ti dico! Avrei troppo voluto esserci!”
Immaginai la scena e cominciai a ridere da sola.
“E quindi…’sta storia dei cacciatori?” azzardai, visto che eravamo in argomento: “Si, è complicato, sai? Loro sono i discendenti dei primi umani arrivati in Valle e vivono quasi come i loro antenati. Insomma, come…mah, sai, le popolazioni sciamaniche siberiane, tipo? Una cosa così. Non abitano nelle case, non vanno a scuola, anche se hanno degli insegnanti che vanno nei loro villaggi un paio di volte alla settimana. Raramente puoi vederne uno in un paese, ancora peggio in città, figurati, e sono, come dire, i custodi delle Valli. Come i Lupi. Vivono come lupi e sono come loro”
“Ma perché?” Mirko sfregò le mani sui jeans un paio di volte, cercando le parole: “Presumo siano felici così”
“D’accordo, ma perché sono i custodi delle Valli? Che ruolo hanno, alla fine?”
“Qui non ci sono veramente allevamenti, bestiame, insomma, non come fuori. Ad inizio estate e autunno c’è la transumanza, ma io credo sia più una ricorrenza teorica, come dire, gli animali partono e vanno ai pascoli alti, poi tornano per l’inverno, e ci sono uomini e cani con loro, ma non sono i padroni e nemmeno i pastori, non veramente. Nessun animale viene marchiato o bollato o timbrato, ci sono quelli che dicono che una mandria è tua o meno, ma è una specie di apparenza. C’è come una gara tra pastori a chi ha gli animali migliori, più sani, più intelligenti, più, si, anche più liberi! Non li portano nelle stalle, ci vanno da soli se ne hanno voglia, se fa freddo, se piove. E le stalle non sono del tutto chiuse, sono più come grandi tettoie ricoperte di erba, in genere appoggiate contro una parete rocciosa o il costone di una Montagna, con una parete aperta sui pascoli e con tutto l’occorrente per gli animali, acqua fresca, fieno, zona toilette, perfino coperte, nursery, ma non ci sono gioghi, catene, niente di niente. Se viene la tormenta, o piove forte, le pareti scorrevoli vengono spinte fino quasi a toccarsi. È bellissimo entrare in una di queste stalle, dovresti farci un giro.”

“Ok, e quindi?”
“E quindi, non ci sono neppure macelli! Ci sono i cacciatori. Loro entrano nelle mandrie, osservano, studiano gli animali, stanno lì che sembra non facciano niente, e invece studiano gli animali molto attentamente. Poi, come fanno i lupi, individuano quelli…papabili e li indicano con una specie di lancia, li toccano. Se quelli non si muovono, o se fanno l’atto di attaccarli, lasciano perdere, se fanno il gesto di scappare…”
“…li inseguono” conclusi per lui:
“Se è uno solo, si. Altrimenti si siedono in mezzo alla mandria e pregano. Pregano lo Spirito di quell’animale, finché la mandria si allontana e quello che dovrà lasciare la sua vita si avvicina. Allora si, lo cacciano e devono essere così abili da abbatterlo con una sola freccia o un solo colpo di lancia, così che non senta nulla. Niente armi da fuoco, disturberebbero la Montagna, spaventerebbero gli animali e il loro “Spirito che Cammina”. Poi aiutano lo Spirito dell’animale a liberarsi dal corpo e fanno una specie di rituale per accompagnarlo sui sentieri dell’altra vita. Poi lo allontanano in un posto riparato e lì utilizzano ogni più piccola parte. Non sprecano nulla, sarebbe un insulto allo Spirito, sia quello, come dire, della loro specie, sia quello del singolo che ha dato la sua vita. Sai, i Valdombriani, in generale, non hanno molta stima dei forestieri, lo avrai notato (ma va’?!?), ma i cacciatori nutrono veramente disprezzo per…per noi. Sanno che esistono cose mostruose come i macelli, gli allevamenti intensivi, le porcherie che vengono date al bestiame, le farine, gli ormoni…e tutto il resto. Loro dicono che l’umanità dovrebbe sprofondare nel magma per queste cose, senza contare tutti gli altri peccati. Sai, la cosa strana è che sarebbe logico pensare a queste tribù come gente pittoresca, magari, ma con un livello culturale bassissimo, invece sono pazzeschi, sanno tutto, o perlomeno sanno un gran mucchio di cose, su un grandissimo mucchio di argomenti!”
“E il mio padrino che c’entra con questo?”
“Scherzi? C’entra eccome! Lui è il Padre dei Lupi, e i cacciatori, quelli bipedi, si consultano e discutono spesso con i Lupi. Incontrano i Capobranco e le loro Fate, credo una volta al mese. Non ho mai assistito a questi incontri, ma so che viene data loro grande importanza.”
Non avevo ancora chiare alcune cose, tipo la mungitura, per esempio: “I pastori vanno per la mandria e, quando il vitellino ha finito la poppata, siedono accanto alla madre. Se lei se ne va, la lasciano perdere, se si avvicina, la mungono. In genere la vacca si lascia prendere il latte in eccesso, per il proprio benessere e perché sa che ne produrrà di più fresco. Così anche i latticini sono molto migliori, come tutte le cose: perché gli animali non sono schiavi, ma padroni e donano spontaneamente, senza dolore o costrizioni. Figo, eh?”
Urka! Cominciavo a capire perché le cose fossero così buone, e perché, ancora nel 2012, il burro e il latte fossero considerati “cibo sacro”, come mi aveva detto la zia.
Mi rendevo conto di avere solo un microscopico pezzo di un enorme puzzle della Valle, ma era già di per sé così immenso e misterioso, da darmi il capogiro!

Più tardi Mirko insistette per accompagnarmi all’hotel, anche se continuavo a protestare: la notte era chiara, il sentiero ampio e liscio, l’Hotel si stagliava illuminato ad un paio di chilometri. Che problema avrebbe potuto esserci? Arrivammo fino verso metà strada praticamente in silenzio, poi, alle nostre spalle, si levò un lungo ululato e Mirko, improvvisamente, rilassò le spalle e sorrise: “Ah! I Lupi cantano!” esclamò, avrei detto, sollevato.
Mi accompagnò saltellando ancora per un tratto, poi si fermò sistemandosi la sciarpetta: “Beh, se non ti importa, penso di lasciarti proseguire da sola, ora…va tutto bene” ne fui sorpresa: un minuto prima era così teso, continuava a guardarsi intorno come temesse qualche agguato, non voleva saperne di lasciarmi da sola e ora…
“Ma si, ovvio! È mezz’ora che te lo dico! Non sono una fragile femminuccia bisognosa di protezione, io!” lui rise: “Non si sa mai” rispose sibillino: “Comunque, coraggiosa guerriera, non ti lascio sola” mi strizzò l’occhio indicando con la testa la Montagna accanto: “Ti affido a loro!”
Un secondo ululato, in risposta al primo, e Mirko era già per via, facendomi ciao con la mano.
Nella notte non riuscivo a vedere le correnti luminose, ma gli alberi, i cespugli e le stesse Montagne, sembravano emanare una luce argentea, vibrante e viva.
Io guardavo la luce e la luce guardava me, come aspettandosi qualcosa.
“Gli alberi parlano” pensai: “Parlano tra loro nella notte e parlano alla Luna”
Mi avviai verso l’ingresso laterale continuando ad avere in testa lo sguardo ostile della mia insalata."

(...continua link p.:13)

2 commenti:

  1. Bellissimo!!
    "gli animali non sono schiavi, ma padroni e donano spontaneamente, senza dolore o costrizioni"... magari fosse così!! :(

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  2. Dovrebbe essere così, se l'umanità si fosse evoluta diversamente...per questo esiste la Valdombra ^_^

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