Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

martedì 22 marzo 2011

Frammenti: Dal Diario di Padre Lukas_p.1

 
Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di fare un’interessante chiacchierata con un Valdombriano onorario, che mi ha permesso di rendere pubblico il racconto del suo primo impatto con la Valle.
Questo signore è il parroco di Vaymallez-Thyem, un delizioso paesetto a quasi 900 metri di quota posto tra la Media e l’Alta Valle Centrale, famoso per il suo vino (rosso!) d’alta quota, una specie di concorrente del Blanc de Morgex, insomma.

Padre Lukas è stato per oltre vent’anni missionario in Amazzonia, ma, essendo un prete un attimino atipico, decise che il posto migliore per un missionario non era la chiesa, ma la trincea. Per anni, quindi, non solo ha aiutato moralmente le popolazioni Native nei confronti del disboscamento, dello sfruttamento minerario e petrolifero e così via, ma ha anche ideato piani di guerriglia, alzato le trincee e imbracciato fucili, bombe a mano e, all’occorrenza, sassi o noci di Buritì (Mauritia flexuosa, un tipo di albero da avorio).

È inutile dire che la Curia non era molto contenta e, dopo un numero indefinito di richiami, discorsi, punizioni, alla fine lo richiamò a Roma per l’ennesima e definitiva lavata di testa.
Padre Lukas, pur chiedendo il perdono del Clero e del Papa, non si pentì e non promise di mettere la testa a posto, così, per punizione, venne mandato a fare il parroco in Valdombra.

“Il Cardinal *** mi fece pervenire in tarda serata tutte le indicazioni necessarie per la mia destinazione. L’indomani stesso sarei partito con un diretto Roma-Milano, da dove avrei dovuto cambiare almeno tre o quattro treni e un paio di pullman per raggiungere la Valdombra, una strana, minuscola e gelida valle incassata pressappoco tra Svizzera, Italia e Francia.
Cercai a lungo sulle cartine, inutilmente: non la trovai citata da nessuna parte.
Alla fine un impiegato nella Biblioteca Vaticana, un pretino magro e minuto dagli occhiali spessi e la postura un po’ ingobbita di chi passa troppe ore sui libri, mi portò una vecchissima cartina ingiallita, disegnata a mano, con un opuscolo fitto di appunti, che, in ogni caso, non spiegavano dove effettivamente quella valle si trovasse.
Piemonte? Val D’Aosta? Svizzera? Savoia? Non era chiaro, e il fatto che i mezzi che dovevo prendere sapessero la strada, non mi rassicurava affatto.
Sconsolato osservai la cartina: rappresentava una valle strettissima, dai pendii scoscesi e irti, con un fiume impetuoso, privo di argini, che correva nel fondovalle in un susseguirsi di rapide. Erano rappresentati pochi, scarni paesetti dall’aspetto misero, accavallati l’uno sull’altro e tutti insieme abbarbicati a quei pendii prepotenti.
Gli abitanti erano definiti rudi e selvaggi, resi aspri e diffidenti dalla vita durissima che conducevano nel tentativo di strappare alla terra qualche rapa e di difendere il poco, patito bestiame da branchi di lupi altrettanto affamati.
Sentii il gelo percorrermi la schiena: fino a poco prima, avevo accarezzato l’idea di gettare la tonaca alle ortiche e tornare da civile in Amazzonia, dai miei Indios, a continuare la lotta al loro fianco. Avevo amici che mi avrebbero aiutato, sapevo dove vivere e come cavarmela, non avrei avuto problemi. Ovviamente rischiavo la scomunica, ma ero certo che questo non avrebbe turbato più di tanto il Padreterno: una cosa è la religione, un’altra la Fede, l’una appartiene all’uomo, l’altra a Dio e la mia fede era un discorso tra me e Lui.
Ora, però, mi parve che questa prova fosse talmente dura da meritare almeno un tentativo.
Quella gente sembrava più povera, più disperata di qualsiasi tribù alle prese con le multinazionali petrolifere, minerarie o con piranha, sanguisughe e serpenti velenosi.
L’Amazzonia è una terra che dà tutto, di per sé, fertilissima e ricca di una quantità pressoché infinita di specie animali e vegetali. Se ora là la gente soffre, è a causa della stupidità e dell’avidità dell’uomo, ma qui, in questa Valle dell’Oscurità, la miseria doveva essere profonda. Assoluta. Senza speranza alcuna.
Gli appunti parlavano di un luogo dove la luce del sole arrivava solo poche ore al giorno e mai raggiungeva il fondovalle, dove residui di nevai ghiacciati restavano tutto l’anno. Un posto sferzato da venti gelidi, in cui il fiume, privo di spazio, esondava alle prime piogge, il rischio di frane era costante e le uniche cose che abbondavano erano sterpi, rovi e sassi. E vipere, naturalmente.
Dovevo portare un po’ di speranza, se possibile. Un po’ di conforto.
Almeno, dovevo provarci.
Col cuore che si faceva via via più pesante, partii verso il mio destino.

Il viaggio fu interminabile, fatto di attese in stazioni sempre più fuorimano e viaggi su mezzi sempre più scalcinati che mi costrinsero ad una sosta, prevista, per la notte.
Alla fine mi trovai di fronte ad un bastione roccioso, in cima al quale svettava una costruzione che aveva dell’incredibile: una sorta di monastero medievale, costruito su uno sperone di granito proteso nel vuoto. Mi avevano detto che la parte più antica risaliva ad almeno un secolo prima del mille, e mi domandai quale miracolo potesse aver guidato le mani e le menti di quella povera gente. Il Monastero incombeva su di me con uno sguardo severo e gelido, splendido e distante da qualsiasi cosa, imponente eppure leggero come levitasse, sfiorando appena lo sperone granitico.
Non potevo smettere di fissarlo: era umanamente impossibile costruire una cosa del genere! L’opuscolo diceva che, secondo la leggenda, la costruzione originaria era stata costruita in una sola notte da una squadra di Arcangeli. Una bella favola, ma, per quanto folle, mi parve l’unica spiegazione plausibile.
Di fianco ai binari correva un fiume rabbioso, dall’acqua scura di sassi e fango, che dava l’impressione di sgorgare direttamente dalla roccia.
Per un attimo pensai che il treno stesse filando dritto verso la montagna e che ci saremmo schiantati, ma, all’ultimo momento, mi accorsi che la roccia era divisa, separata da una strettissima gola che permetteva appena il passaggio del fiume e di pochi metri di prati incolti, sicuramente spazzati dalle frequenti piene.
La strada correva lungo il fianco del bastione a due corsie che, a brevi tratti, erano scavate direttamente nella roccia, protette da frequenti grossi paracarri e tratti della roccia stessa a formare colonne di un paio di metri di larghezza. La ferrovia, invece, correva un po’ più in basso in un susseguirsi di brevi gallerie.
Sentivo incombere le pareti della gola su di me, con sguardi di feroce derisione.
“Mio Dio!” pensai prima che il treno fosse inghiottito dall’ultima galleria: “Sto finendo dritto all’inferno!”

Un paio di minuti dopo una luce intensa colpì le mie palpebre chiuse.
Aprii gli occhi…davanti a me si apriva una valle immensa, magnifica, coperta di prati lussureggianti, boschi e campi a terrazze sdraiati al sole lungo i fianchi di montagne imponenti su cui scintillavano nevi perenni.
“C’è un errore!” pensai incredulo: “Abbiamo sbagliato strada!”.
Ovviamente era assurdo, visto che eravamo su rotaie e che il cartello arrugginito prima della galleria diceva: “Chiusa di Valdombra- Km8”. Eppure, ero certo, DOVEVA esserci un errore!
Davanti ai miei occhi il fiume scorreva ora lucente, veloce ma privo di rapide o gorghi e due laghetti, divisi da una stretta lingua di terra, scintillavano sotto un sole che non solo raggiungeva il fondovalle, ma lo faceva in modo trionfale.
Oltre i laghi, una strada sterrata portava verso un minuscolo villaggio sovrastato da una sorta di palazzo al centro di un parco, su cui, perfino dal treno, potevo vedere la scritta: “Grand Hotel des Thermes” e le cinque stelle che brillavano accanto alla scritta.
C’era verde ovunque. C’era luce ovunque.
C’era un errore. Ovviamente.
Il treno deviò verso destra e mi trovai di fronte un grande cartello colorato su cui campeggiava la scritta:

BIENVENUE EN VALDOMBRE!-
BENVENUTI IN VALDOMBRA!-
WILKOMMENN IM VALDOMBRA!-
WELCOME TO VALDOMBRA!

Nel passarci a fianco, il treno fece due lunghi, gioiosi fischi di saluto e io compresi, basito, di essere arrivato nel posto giusto. Qualsiasi cosa questo significasse”.
                                                  (continua... p.:2 )

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