Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 9 novembre 2012

Frammenti: Il Dono p.8

Credo che Black Baccarat mi mangerà per cena, uno di questi giorni...a volte, quando non ce la faccio a preparare nuove cose, prendere un pezzo di racconto e schiaffarlo nel blog parrebbe la cosa più semplice da fare, ma...ma poi ci sono sempre correzioni, va tagliato in un punto piuttosto che in un altro, e...e questa volta l'ho messo lunghino, altrimenti mi pare che non la finiremo nemmeno per il prossimo secolo!
Qualcuno sarà contento, qualcuno penserà che sia una palla...tra l'altro, spesso blogger taglia, aggiunge spazi, ne toglie, restringe le interlinee o le allarga a suo piacimento e di sicuro non è bello.
Beh, sappiate che non è colpa mia.
C'è una piccola parte che potrebbe urtare i vegetariani: avrei voluto essere più politically correct, ma questo avrebbe significato qualcosa che non approvo, cioè il non prendere mai una posizione per non scontentare nessuno, tipo di mentalità ormai tremendamente comune e, a parer mio, terribilmente ipocrita.
Così, sperando nel senso di democrazia di chi passa di qui, cioè: "Ok, non hai la mia idea, ma non per questo sei il demonio", ho permesso ad Eva di palesare il suo disappunto.
Sperando di non annoiare, vi lascio con alcune pagine del suo diario:


L’indomani mattina la Valdombra scorreva davanti ai miei occhi increduli in tutta la sua magnificenza.
Il sole scintillava prepotente sulle nevi ormai in pieno disgelo, sulla terra bagnata e bruna che già si vestiva di morbidi germogli, sui rami bianchi di gemme in velluto.
C’era fermento, ogni cosa vivente pareva affetta da frenesia primaverile.
Bambini correvano per i prati saltando i nevai, cani correvano coi ragazzini spruzzando neve da tutte le parti, scoiattoli volteggiavano tra i rami, volpi fingevano disinteresse, ma non perdevano un gesto di paperelle e galline, uccelli volteggiavano, cuccioli mettevano per la prima volta i nasetti frementi fuori dalle tane,
Miki non era un gatto con gli occhi grandi, ma un paio d’occhi con un po’ di gatto intorno. Non avevamo mai visto tanti animali!
Fermandoci in una stazione nell’Alta Valle, vidi una volpe sferrare l’attacco ad un povero pollo, proprio lì a pochi metri.
Da un cespuglio fuoriusciva una piccola cosa rossa con la punta scura, che si muoveva in modo affascinante, un po’ in cerchio, un po’ saltellando, finendo per attirare irresistibilmente un giovane pennuto bello in carne, che iniziò ad avvicinarsi, prima guardingo, poi sempre più curioso, ipnotizzato da quelle mossettine ritmiche.

Una frazione di secondo dopo, la gallina si dibatteva tra le fauci della volpe, che, incurante dell’ala che ancora le schiaffeggiava il muso, se ne andò trotterellando tutta fiera.
Sarebbe stata una scena divertente, se la gallina non ci avesse letteralmente lasciato le penne!
Il micio emise un gorgoglio di ammirazione per la volpe, io ci rimasi male: per quel giorno la volpe avrebbe mangiato, forse nutrito dei piccoli, ma perché deve essere così?
Ognuno di noi si nutre di qualcun altro, prede e predatori, e non mi si venga a raccontare la menata dei vegetariani!
Mangiano le piante perché non li guardano negli occhi e si sentono virtuosi, negando ciò che i americani e giapponesi hanno scoperto da almeno trent’anni, cioè che le piante hanno un’intelligenza individuale superiore e una sorta di “cervello non locale” profondamente evoluto, nonché una sensibilità un migliaio di volte superiore a quella di qualsiasi appartenente al Regno Animale.
Una donna vide la volpe allontanarsi e la sgridò agitando l’indice verso di lei, mentre quella non la degnava della minima attenzione e questo fu tutto; nessuno parve dare peso all’avvenimento, nessuno inseguì l’animale con un fucile a sale, nessuno parve prendersela.
“Ma non mettono delle trappole?” dissi alle mie compagne di viaggio.
“Perché mai?” chiese di rimando Joelle. Io sbattei le palpebre: “Beh…per la volpe! Mica lasceranno che torni a prendere altre galline, no?” mia cugina sembrava non capire, mi guardava sbattendo a sua volta le lunghe, seriche, ciglia: “È una volpe, che dovrebbe fare? Prima o poi tornerà! ” rispose sconcertata.
“Ma, scusate, mica che uno alleva le galline per farsele acchiappare da volpi, faine e donnole, no? Tutti mettono trappole per impedire loro di entrare nei pollai e questa è tranquillamente entrata nell’aia! In pieno giorno!”
“Ovvio! Di notte le galline mica stanno nell’aia!”
Rispose Joelle, stupita dalla mia mancanza di buonsenso.
Presi lentamente, molto lentamente, fiato: “Ma perché glielo lasciano fare? A me sono simpatiche le volpi, ma se rubano le galline!”
“Ma la volpe mica ha rubato la gallina, l’ha semplicemente catturata! È la gallina che è stata stupida, la prossima volta impara!”
A quel punto stavo per dare testate nel finestrino.
“NON CE L’HA UNA PROSSIMA VOLTA! SE L’È PAPPATA!” esclamai sull’orlo della classica crisi di nervi: “Beh, non per questa vita! Ma la prossima…”
Giusto. Come avevo fatto a non pensarci?
Ma…eravamo proprio proprio sicuri che quella valle non fosse in realtà un immenso manicomio a cielo aperto? No, perché uno normale, in quei pochi giorni, io non l’avevo ancora trovato!
In fondo (molto in fondo) capivo perché mia mamma ne fosse così terrorizzata.
…certo…era un gran bel posto. Un paradiso naturalistico, a dir poco, privo di qualsiasi tipo di inquinamento, con una quantità incredibile di animali e piante.
Certo, si mangiava alla grande.
Certo, c’erano dei minerali favolosi, e…e poi mia cugina brillava, non dimentichiamolo!
Alla stazione seguente salirono due ragazzi, uno simile di aspetto a Joelle, a parte che non brillava, l’altro alto, bruno, dal viso serio e pensoso e la classica abbronzatura da alpinista.
Mi presentarono, ovviamente come nipote di Greta e cugina di Joelle, e i due non diedero alcun segno di stupore, né indagarono sul nostro grado di parentela.
Era vero, in quel posto o sei cugino o non lo sei. D’altra parte, forse erano troppo matti per contare i gradi di parentela.
Il biondo surreale si chiamava Antoine, l’altro Nicolas e aveva uno strano modo di fare…mi ricordava un po’ le bodyguard dei capi di stato, solo più alla mano; per un attimo mi parve persino che avesse una specie di jo alla spalla, ma sbattendo le palpebre mi accorsi che non c’era nulla, a parte una leggera giacca di lana blu e bianca.
Boh? Chissà perché avevo avuto quell’idea.
In quel posto c’era decisamente qualcosa di strano e non erano le Fate!
Le Fate erano la cosa più normale, tò!
Finalmente il treno fermò all’ultima stazione, il Picco.
L’aria era frizzante, fredda, limpida e cristallina ancor più che alle Terme.
La neve copriva ancora quasi del tutto i prati, e ne erano accumulati grossi mucchi accanto alle case, per lo più trasformati in campi gioco per i bambini, che avevano costruito pupazzi di ogni forma e dimensione ed ora giocavano ad arrampicarsi per poi scivolare giù su slitte improvvisate con una sorta di coperte di feltro. Ogni tanto uno arrivava in fondo, ruzzolava e quelli dietro gli arrivavano sulla schiena, finendo per ammucchiarsi gli uni sugli altri.
Nessuno si metteva ad urlare o piangere, anzi, ridevano a crepapelle e poi si lanciavano palle di neve.
I cani giocavano e correvano con loro, vigili, di quando in quando qualche adulto buttava l’occhio, poi tornava alle proprie occupazioni.
Che invidia! Come avrei voluto un’infanzia così!
Provai una fitta allo stomaco: io avrei dovuto avercela, un’infanzia così, anche se magari part-time!
Alzai gli occhi verso le Montagne che incombevano su di noi, splendide, maestose, scintillanti nel sole del mezzogiorno, stagliandosi contro il cielo blu zaffiro.
Mi guardarono, un po’ indifferenti, un po’ compiaciute: stavo tornando a casa.
Per loro era trascorso meno di un battito di ciglia da quando, fagottino inconsapevole, me ne ero andata, per me era stata la vita.
Una brutta vita, che non era la mia, che nessuno avrebbe potuto restituirmi.
Infilai il golf e seguii gli altri sul carro per Forno.

La casa della zia Greta era la casa dei miei sogni: una baita di legno su due piani, con un giardino intorno, un grande albero a sfiorare le finestre della mansarda, camino, veranda, terrazza in legno che presto sarebbe stata piena di fiori da scoppiare.
C’era un gatto color champagne che aspettava la sua umana alla finestra.
In quelle due settimane i vicini avevano avuto cura di lui, ospitandolo, nutrendolo, permettendogli di andare a casa sua quando ne aveva voglia.
C’era anche un cane, un grosso bovaro bianco, simile ad un Cecoslovacco incrociato con un Pastore dei Pirenei.
Ci vide prima ancora che entrassimo in paese e si precipitò giù dalla strada abbaiando entusiasta.
Miki e il micione della zia fecero amicizia più in fretta di quanto Usain Bolt avrebbe corso i duecento piani e cominciarono a saltare per il giardino come palle di gomma, rincorrendosi, duellando, facendosi agguati e rotolando come una grossa palla di colore indefinito con pezzi di foglie e terra appiccicati dappertutto.
Non sarebbe stato facile convincere il mio ragazzo a tornare a casa, in città, forse nemmeno le terme gli sarebbero piaciute più molto dopo quel giorno.
Entrando, il profumo del legno, lo stesso che si sente nell’entrare in un rifugio, ma più dolce e casalingo, mi riempì le narici.
È quello l’odore che dovrebbe avere una casa: legno, resine, vento, un po’ di cenere e stufa, bucato e magari spezie bruciate nel camino.
Dopo pranzo, Joelle mi propose un giro verso il ghiacciaio, a poche centinaia di metri dal villaggio. Schizzai al cancello con un solo balzo felino e fu allora che notai un’altra cosa strana ed inquietante.
Joelle non uscì subito dal giardino della zia, ma rimase in attesa davanti alla staccionata, guardando verso il sentiero. Qualche secondo dopo riconobbi la figura di Nicolas in piedi, in attesa un centinaio di metri lontano e solo allora mia cugina uscì in strada, avviandosi verso il giovane.
Mentre camminavamo verso Nicolas la gente si affacciava alle porte e restava in attesa che lei passasse, rientrando solo dopo che ci eravamo allontanate.
Mi venne in mente che il giorno prima lei era salita alla sorgente con Mirko e con lui era discesa e che la sera prima ancora era stato il capobranco a raggiungerci, davanti al cancello. Sembrava dovesse essere sempre accompagnata, ma perché?
Nicolas ci sorrise, gli occhi due laghi blu nel viso abbronzato. Dalla manica a tre quarti del maglioncino spuntava una lunga cicatrice, dalla strana forma zigzagante piuttosto stretta, simile alla forma di una lama di flamberga, come se qualcuno gli avesse appoggiato di piatto la spada incandescente sul braccio.
Provai una sensazione gelida: cosa poteva essere successo? Forse alcuni erano più folli di altri, in quel posto, e magari pericolosi? O se l’era procurata lontano dalla valle, in una qualche rissa urbana?

Poco dopo eravamo alla seraccata terminale; davanti a noi una grotta blu, dalla quale usciva un ruscelletto grigio azzurro da inizio disgelo, non ancora evidente a quelle quote.
Presto si sarebbe trasformato in un torrente impetuoso e il posto sarebbe diventato pressoché impraticabile, ma non quel giorno, così entrammo tenendoci ben accosto alle pareti della grotta.
Dentro ogni cosa era blu, di tutti i blu possibili fino all’ultravioletto e oltre.
Nicolas ci indicò un passaggio dove in ghiaccio si biforcava intorno ad un’isola rocciosa cui ci avvicinammo guadando il ruscello; dalle pareti stillava qualche goccia che cadeva con un –plink!- nell’acqua ai nostri piedi.
La grotta blu si diramava in tutte le direzioni, in una miriade di cunicoli che facevano pensare alla tana di un coniglio, scomparendo nell’oscurità man mano che si allontanavano dalla galleria principale.
Nicolas disse qualcosa del tipo: “Qui non possono toccarci” o qualcosa del genere, di cui mi sfuggì il senso logico, ma non indagai: ormai avevo rinunciato a capire, anche se ero costantemente accompagnata da una leggera nausea e dallo stupore per le mie stesse reazioni. Mi comportavo come se fosse quasi tutto normale, padrini fatati, cugine luccicanti e ustioni da flamberghe compresi.
“Questo cunicolo porta ad un lago delle Marmotte, di solito” sussurrò Nicolas indicandomi una galleria piuttosto bassa e particolarmente scura alla nostra sinistra. Calcolai che dovesse essere molto vicina alla morena, di cui sembrava seguire l’andamento.
Pochi passi e mi accorsi di camminare su roccia detritica nella quale era stato creato un sentiero che i miei amici parevano conoscere piuttosto bene…
…Sentiero che, come è noto, potrebbe sparire da un momento all’altro, allagarsi, sgretolarsi, insomma, fare tutte quelle cose carine che fanno di solito i ghiacciai, soprattutto nelle loro parti terminali. “È mai capitato che qualcuno finisse spiaccicato durante un’escursione in queste gallerie?” mi scappò detto.
I miei amici si scambiarono un’occhiata e sghignazzarono sottovoce: “Ancora no, ma c’è stato chi ci si è messo d’impegno!” ridacchiò mia cugina lanciando una strana occhiata a Nicolas, che finse di non sentire.

E poi fui davanti a quella cosa.
Una parete di granito levigata da migliaia di anni di sfregamento col ghiaccio. Scura, liscia come uno specchio, dalla forma curva, sensuale, tipica dei mamelloni glaciali. Solo che, lì, davanti ai nostri nasi, c’era un passaggio, chiaramente lavorato da mani pazienti, così da permettere l’ingresso di un adulto un po’ spremuto alla volta.
Era un geode con all’interno Quarzi, Ametiste, Calciti e Aragoniti dalle forme folli, Fluoriti, Vesuviane, pallette di Stilbite e altra roba che non finii di registrare, avendo una improvvisa paresi ai neuroni.
I Quarzi crescevano per lo più a grappoli, che iniziavano perfettamente trasparenti e viravano al fumé, fino al morione puro, tutto nello stesso gruppo.
Non avevo mai visto niente del genere. C’erano geminati da una faccia ialina e l’altra, opposta, mora come cioccolato e davanti a me c’era un cristallo di Ametrino che mi arrivava tranquillamente alla cintura.
Ma il peggio era che, in fondo alla pancia del geode, immobile tra la roccia completamente incastonata di cristalli adamantini e un grappolo delle dimensioni tavolino, c’era una ragazza.
Solo che non era una ragazza.
Aveva carnagione alabastro, in contrasto con i capelli scuri che le ondeggiavano attorno al viso ovale, intento in una profonda meditazione, le mani a coppa attorno al cristallo più grande, con cui sembrava essere in comunione. Non sembrava consapevole della nostra presenza ed era, come dire, leggermente trasparente, tanto che potevo intravedere la parete alle sue spalle.
Non riuscivo a staccare gli occhi da quell’apparizione. Mi voltai interrogativa verso gli altri, che mi fecero segno di restare silenzio.
Joelle sedette tra i cristalli come in un prato di margherite e, tranquillamente, si mise a raccoglierli. Ero basita: quelle pietre si staccavano come fiori dalle loro basi non appena lei li toccava.
Prese un Ametista con diverse geminazioni, un paio di Fluoriti Rosa grosse così, qualche Morione di un incredibile grigio antracite, lucenti come stelle, Quarzi ialini che sfumavano nel bruno e un Quarzo a Scettro fantastico.
La ragazza non diede segno di accorgersi di nulla, immersa nella sua meditazione.
Nicolas mi fece cenno di sedermi e raccogliere, ma non osavo: mi limitai a toccare con reverenza quelle cose meravigliose e a prendere piccoli cristalli staccati al suolo, che comunque mi riempirono le mani. “Davvero posso?” mimai a Nicolas, che sorrise.
Lui prese dalle pareti un po’ di cose che ripose nello zainetto e poi mi fecero segno di andare. Mi alzai un po’ a fatica, non potendo usare le mani piene di pietre e urtai leggermente un grande gruppo proprio accanto alla mia caviglia, che si staccò dalla base, finendo in bilico contro la mia gamba. Restai immobile, col piede a mezz’aria e le mani piene di tesori quasi all’altezza della faccia.
Dovevo sembrare parecchio idiota. Nicolas prese tra le braccia il grappolo e io potei posare i piedi a terra, infilai i cristallini in un sacchetto che mia cugina mi porgeva e ci avviammo alla fenditura.
Mentre uscivo mi voltai e lei, improvvisamente, alzò su di me grandi occhi nero pece, profondi come pozzi fino al centro della terra.
Mi fissò per un istante interminabile, mentre qualcuno mi spingeva oltre l’apertura.
Provai un incredibile sensazione di terrore e di attrazione che non mi mollò fino a quando i miei piedi calcarono i caldi detriti della morena, nel sole.

“Che diavolo…” iniziai, ma Nicolas mi mise in braccio circa otto chili di Ametrino assolutamente perfetto: “Eh?” dovevo avere davvero un’aria molto intelligente: “C-c-ciciò ncimpato…nn volevo! Era così abbarriata!”
“Chi era arrabbiata?” intervenne Joelle: “La cosa, la ragaz…fata, la fata. Era molto arrabbiata quando mi ha guardata. Pensavo mi volesse arrostire!”
Loro si guardarono, perplessi: “Lei ti ha guardata?”
“Massì! Ha occhiato gli alzi e mi ha fuadrata…guardata fisso, poi uno di voi mi ha spinta fuori, e…sono nei guai, vero? Dobbiamo riportarle subito i sassi, prima che ci cucini per cena!” esclamai afferrando il cristallone per riportarlo al geode:
“No, Eva!” esclamò Nicolas: “Ascolta, quei cristalli non si staccano per caso. Lo decide la Fata insieme alle pietre stesse. Lei ti ha voluto dare queste pietre, come ha dato a noi le nostre, e a coloro che entrano nel geode, le loro. Forse voleva solo intimarti di farne buon uso”
Li ascoltavo in stato confusionale, avvinghiata al “regalo” che ero dispostissima a restituire,
“Raga? No, scusate, ma…che significa farne buon uso? È un cristallo! Bellissimo, fantastico, stupendo, galattico, ma…Che si può fare, se non metterlo in bella mostra, lustrarlo, coccolarlo e magari cantargli la ninna nanna?”
E mi presi una scossa tremenda, tanto che mollai il pietrone con uno strillo: “Non era contento” fece laconica Jo.
“Ma che accidente…cos’è stato?” chiesi non osando toccare quel bestione che ora mi osservava dal centro di un bellissimo cuscino di muschio: “Te l’ho detto. Non è contento. Immagino il problema sia la ninna nanna…”
Non capivo. Non capivo neppure cos’era esattamente che non capivo e non capivo da che parte iniziare a cercare di capirci qualcosa.
Com’era frustrante!!
Nicolas raccolse con rispetto la bestia e se la tenne in braccio come un bebé: “Così…” iniziò: “Tu i minerali li hai solo per…bellezza? Collezione, insomma? E li lasci lì, a fare niente?”
“…nggh…”fu la cosa più intelligente che mi venne in mente di rispondere.
“Non li usi?”
Incalzò mia cugina: “M..mm…ma-a-a per fare che?” chiesi in stato confusionale.
“Pietre…cristalli…energia…mai sentito?”
“..piezoelettricità?”
Loro scossero la testa, sconsolati. Anche il quarzone sembrava depresso.
Oh, come avrei voluto essere a Sharm el Sheik, possibilmente tra i denti di uno squalo!
“Secondo me fa crollare la parete” sospirò Joelle: “Adesso si che sarà abbarriata!”
“Glielo riporto!” insistetti: “Non ci provare!” mi intimò mia cugina minacciandomi con la becca della piccozza: “Non ci provare!” ripetè infilando l’attrezzo nella guaina.
Imbruniva. Le voci dei bambini, l’abbaiare dei cani, si erano quietati e il silenzio era profondo, rotto solo dal suono della Montagna.
Sentivo il lento respiro del ghiacciaio che si avvolgeva su se stesso.
Nicolas si avviò sul sentiero, portando amorevolmente il cristallone tra le braccia, seguito da mia cugina.
Sospirai e trotterellai loro dietro, rimpiangendo i tempi infelici di un paio di settimane prima, quando avevo una vita terribilmente noiosa, precaria e prevedibile.

La Valdombra, da lassù, era assurdamente diversa da com’era alle terme.
I suoni, la gente, l’odore dell’aria e…e tutto il resto, erano diversi.
Era come se alle terme tutto fosse “travestito” ad uso e consumo dei visitatori, mentre lassù il mondo si mostrava senza veli.
I gesti, i rumori, lo scorrere del tempo, parevano diversi.
La gente non era ficcanaso, come succede in genere nei piccoli paesi: erano discreti, non c’erano pettegolezzi o curiosità morbose, ma allo stesso tempo c’era una schiettezza cui non ero abituata.
Così, in quel momento, pareva che tutta Morione parlasse del mio Ametrino e c’era la processione per venirlo a vedere.
Una curiosità educata, semplice, entusiasta, priva di giudizio. Nessuno criticava che una pietra del genere fosse andata ad una sconosciuta, una cittadina.
Nessuno parlava di nascosto della mia strana storia, anche se probabilmente tutti la conoscevano, nessuno faceva domande indiscrete.
Tutti arrivavano, chiedevano gentilmente di vederlo, sgranavano gli occhi ammirati, sorridevano e mi facevano le congratulazioni.
Mi arrivò anche qualche pacca sulla spalla e alcuni barattoli di cose fatte in casa.

Era di nuovo sera, un altro giorno era passato in quel nuovo mondo e io ero triste, nonostante tutto. Mi sentivo fuori posto, inetta, imbranata. Confusa.
Quel mondo là fuori, quello cui non appartenevo, mi era familiare, ci ero abituata, sapevo quali meccanismi lo governavano, anche se potevano non piacermi.
Eppure…eppure…io sentivo la voce delle Montagne.
La sentivo da piccola e non avevo mai smesso.
Non ascoltavo, non volevo ascoltare, cercando di immergermi nella vita normale, ma la sentivo ancora, come poco prima avevo sentito il suo sguardo, il suo respiro lento, la sua voce come un profondo Ohm.
Mi bastava fermarmi, immergermi in quel suono, lasciare che mi attraversasse…
Dovevo, dovevo…dovevo riabbracciarla, appoggiare la faccia alla roccia e ascoltarne il battito.
Osservai il cristallo: non è contento di me, pensai.
“Ecco, cominci a capire” disse una voce alle mie spalle, facendomi prendere un accidente.
Nell’ombra il tapetum lucidum risplendeva come oro fuso, rendendo spettrale e inquietante il viso scarno della Fata: “Stai cominciando a capire. Pensi che la pietra non sia contenta. Sai, vero, che loro, là fuori, direbbero che sei matta?”
“Oh, beh…lo dicono lo stesso…” replicai sconsolata.
“Lasciali perdere, dimentica le baggianate che ti hanno insegnato. Lei ha deciso di partire con te, di lasciare la culla in cui è rimasta milioni di anni per seguirti”
“Ma io non so cosa fare…” brontolai.
“Questo non è un problema!”
“Ma tra una settimana torno a casa e…”
Nessuno. Né a due, né a quattro zampe. Nemmeno una coda che svaniva nel buio.

La differenza tra luce e ombra, lassù, era netta come può esserlo solo sulle montagne: là in alto, contro il cielo che sfumava dall’indaco al lilla dorato, le cime che dominavano le Valli si stagliavano in un trionfo d’oro e rosa, mentre qui, a millesettecento metri, dominava la notte e già vedevo le finestre illuminarsi una dopo l’altra, alcune di luci un po’ più tremolanti, altre, notai, di morbide tonalità madreperlacee.
Strano. Forte, però!
Non era luce elettrica, a meno che ci fossero dei generatori individuali, di cui però non sentivo alcun ronzio e, in ogni caso, era troppo strana.
Sentii diversi “Ciao”, “Salve” “Buonanotte”, un signore passò di corsa soffiandosi sulle mani e mandandomi un saluto mentre correva verso casa.
Il mio cristallo era gelido e finalmente rientrai.
La cucina era quasi al buio, non fosse stato per il fuoco acceso nel caminetto: “Eva?” chiamò la zia: “Facciamo un po’ di luce?”. Mi guardai intorno alla ricerca di candele o di un interruttore, ma lei scosse la testa: “No, vieni. La facciamo alla moda nostra” disse.
Sembrava terribilmente seria.
I gatti erano crollati su un grande cuscino colorato e dormivano con i musi uno sulla spalla dell’altro, beati.
Il cagnolone si stiracchiava poco più in là sul tappeto, osservando le fiamme con un gran sorriso stampato sul muso.
Zia Greta si inginocchiò davanti al camino, con le mani protese verso le fiamme, come avesse voluto scaldarsi e mi fece cenno di avvicinarmi. Non vidi esattamente cosa stesse facendo, finché non le fui a fianco e feci un salto di un metro: aveva le mani avvolte di fuoco!
“Oddio!” strillai acchiappando una coperta, ma lei mi fermò: “Eva, insomma! Vieni qui e stai buona!” mi intimò: “M-m-mmaa…ti smananno le fuoche!” strillai di nuovo, svegliando i gatti e strappando un uggiolio di protesta al cane. “No, non mi vanno a fuoco le mani, vieni qui e impara!”
Mi avvicinai con cautela, reggendo ancora la coperta.
In effetti, le mani della zia erano ad una certa distanza dalle fiamme che scoppiettavano allegramente tra i ceppi, ma c’era una corrente di luce aranciata che, come staccandosi dal falò, le avvolgeva in una bolla: “Guarda” disse la zia: “Questo è il modo più semplice. Non so se riuscirai al primo tentativo, ma insistendo un po’, dovresti…”
Non capivo. Feci come mi diceva, mi accomodai su quello strano inginocchiatoio e protesi le mani: “Devi concentrarti sulla luce. Non sul calore, ma sulla luce vivente. Con il tuo pensiero devi portarla verso di te, tirarla in qua e prenderla con le mani”
Provai, E poi provai ancora e poi ancora, finché cominciarono a bruciarmi gli occhi: “Bi viede da sdardudire…” biascicai.
Forse era che non avevo idea di dove la zia volesse andare a parare, ma cominciavo ad avere le mani bollenti, le ginocchia doloranti e, dopo gli occhi, mi colava il naso: “Interrompiamo, proveremo più tardi” sospirò la zia. Allontanò le mani dal camino…portandosi via quella bolla luminosa!
E non solo: prese ad espirare soffiando lentamente dentro la bolla, la cui luce divenne sempre più intensa, tanto da illuminare la stanza di una luce oro-arancio madreperlata e poi la spinse in su, verso il soffitto. E la bolla rimase là, come un lampadario da fiaba, sospesa a perpendicolo sul tavolo.
wwwoowww!!!!!” esclamai dimentica degli occhi che bruciavano e del naso che colava.
“Ci…ci…cedi, dici che farei poterla anch’io?” balbettai incantata, beandomi di quella luce madreperla: “Naturalmente, cara! Sono assolutamente sicura che tu possa riuscirci!” rispose la zia apparecchiando la tavola.
Forse la zia era stata eccessivamente ottimista.
Dopo cena mi impegnai parecchio a cercare di produrre bolle di luce, con l’unico risultato di scottarmi la faccia, quasi ustionarmi le mani e procurarmi due occhi da ranocchia ubriaca, gonfi e lacrimanti.
Alla fine mi arresi, lustrai ben bene le mie pietre, consumai due pacchetti di fazzolettini, scoprii che la maggior parte di quelle raccolte da Joelle erano per me, comprese quelle due Fluoriti Rosa grosse un pugno e sgridai un paio di volte due grosse palle di pelo che, saltate sul tavolo, dopo aver infilando le zampe con cautela tra l’una e l’altra per un po’, presero a giocare a bocce con una semisfera di Stilbite.
Più tardi, decisamente più tardi, ormai nel mio comodo e caldo lettuccio profumato di bucato, sentii il coro sommesso dei lupi. Sembravano cantare sottovoce, come non avessero voluto disturbare le Valli addormentate.
Il loro canto cullava, anche se Miki tremava ancora un po’ contro le mie gambe, attraversava le cime, i colli e i passi sotto la Luna, raccontando chissà quali storie che non potevo comprendere, povera forestiera ignorante. Era la cosa più affascinante, commovente e grandiosa che avessi mai sentito.
Sentivo nella notte la presenza della Montagna, il suo silenzio dalla voce forte, il suo sguardo divinamente indifferente e allo stesso tempo di amorevole Madre che abbracciava la terra alle sue pendici.
La Luna, i Lupi, la Montagna.
Il mio gatto.
E avevo una famiglia.
Tutto il resto…era irrilevante. Oppure si sarebbe risolto, in qualche modo.
Avrei voluto che quell’istante fosse l’Eternità.
(...continua link p.:9)

4 commenti:

  1. Black Baccarat non ti mangerà per cena se continui a produrre mondi come questo :-)
    Però ti posso bacchettare un po' perchè mi fai aspettare troppo??!!! XD

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  2. No, ehm, ecco, infatti la mia preoccupazione era quella, ma c'erano un sacco di cose e poco tempo, e...va beeeene, farò in modo di metterli più spesso...

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  3. Eccomi eccomi eccomi!!!!concordo con Black Baccarat!!!che mondo, ragazzi!!!meraviglioso!!!riesco proprio a "immergermi" in quella realtà...
    eh..non è mai troppo lungo un racconto, se poi quando lo leggi ti fa stare bene!!ancora ancora!!

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