Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

Se volete scoprire la Valle attraverso i RACCONTI potete cliccare sul pulsantino "Frammenti", oppure scegliere attraverso l'indice alla vostra destra. I numeretti indicano l'ordine cronologico.
Se cercate i gioielli, non avete che da scendere col cursorino, oppure cliccare il pulsantino "Gioielli".
Se volete saperne di più sulle diverse Creature, cliccate "Creature Fatate".

Su, su, guardate, guardate...

martedì 20 novembre 2012

Frammenti: Il Dono p.9

Se vi aspettate chissà quali avventure piratesche, almeno per ora, vi devo deludere. Eva sogna, pensa, parla con quei nuovi parenti che si ritrova, riflette, fa il punto della situazione.
Speriamo che sia comunque divertente, in fondo non si può dire che quella ragazza manchi di autoironia.
Per cui ve la mollo e poi me ne vado a nanna. E forse, se va bene, domani lavoro...
******************************************

Il vento.
Anche in città, laggiù da noi, arriva il vento.
Spesso è così forte da fischiare tra le vie, sotto i tetti, tuffandosi poi nei cortili, da ruggire e sbattere tende ben ancorate alle loro guide, spaccandole, da svellere finestre e far cadere alberi troppo vecchi o troppo poco sani.
Succede. Non spessissimo, ma alcune volte si. Allora mi chiudo nella mia stanzetta, mi infilo sotto le coperte e mi sembra di ascoltare la tormenta.
Trasferisco la mia anima dove il Vento ha origine, immaginando il suo ruggire sibilante e rabbioso tra pinnacoli bruni e cornici aeree, così effimere eppure modellate da quelle stesse tormente feroci.
Altre volte il vento arriva più tranquillo e ha odore di neve, di terra, di funghi e di erba…alzo gli occhi e le Montagne sono là che mi osservano, al di là delle case, al di là delle vie ampie e diritte come dita tese ad indicarle.
A volte accarezza le orecchie e sembra di sentire il suono dei pascoli alti, delle pendici rocciose, del muoversi dei ghiacciai.
Allora mi sento spaccata, come un vecchio ciliegio colpito da un fulmine dalla chioma alle radici.
Chiusi gli occhi.
Era lo stesso vento, ma questa volta ero là, dove dovevo essere.
E non volevo, non potevo andarmene!
Quell’altra vita non mi era mai appartenuta: ne ero stata prigioniera per un capriccio schizofrenico e io avevo sempre pensato che fosse l’unica possibile, per me.
Eppure…quanto non riuscivo a starci dentro! Mi sembrava di passeggiare in un set cinematografico dove ero piovuta per caso e non avrei dovuto essere.
Tentavo di recitare una parte, a caso, imparando a memoria battute di qualcun’altro o improvvisando, sentendole false e stonate. Era surreale, ma ci avevo fatto l’abitudine da tanto tempo.
Non adesso…mai più.
Mai più avrei potuto restare a guardare il tempo scorrermi tra le dita, senza poter afferrare quel che mi spettava di diritto, che spetta a tutti di diritto.
Miki non c’era, la porta leggermente aperta e dei miagolii selvaggi mi comunicarono che era stanco di riposare ed era corso a giocare su e giù per le scale, dal momento che fuori il vento era troppo forte. Aveva sempre avuto paura di quel tipo di vento: si nascondeva sotto il letto e mi chiamava mugolando penosamente, finché mi infilavo con lui là sotto, per quanto mi era possibile, e gli mettevo una copertina sotto cui nascondersi meglio.
Ora giocava.
Sentii la zia chiamare per la pappa e una mandria di bufali correre giù per le scale…E poi dicono che i gatti sono leggeri e silenziosi!
“Oh, accidenti! Niente gite, oggi!” Pensai, sbirciando tra le stecche degli scuri l’albero, un grande Tasso bruno e forte, che si piegava e gemeva lottando con la tormenta.
Sentii uno sguardo pungermi la schiena e mi voltai, aspettandomi forse l’apparizione di qualche strana Creatura locale, ma c’era solo il cristallone, appoggiato in un angolo.
Follia, ma mi pareva irritato: “E’ ridicolo!” dissi a me stessa.
BANG!
Il bicchiere sul comodino esplose, lanciando pezzi di vetro ai quattro angoli della stanza.
La zia si affacciò alla porta: “Che succede, cara?”
“Sparano!” esclamai da dietro il letto dove mi ero rifugiata.
“No, tesoro, nessuno ha sparato” fece entrando e, vedendo i cocci sparsi su comodino e pavimento: “Ma guarda” considerò.
Poi li raccolse con calma, intimandomi di non muovermi.
“Ma che…”
“Non è nulla, cara. Succede.”
“Co-cos’è che succede? In che senso?”
Lei si voltò con i cocci ordinatamente in mano: “Sono ancora caldi. È stato un gran bel colpo, eh?” poi sembrò ripensarci: “Non ti sarai mica spaventata, vero?” mi chiese stupita: “No, zia, cosa dici! Più o meno tutte le mattine vengo svegliata da un’esplosione sul comodino!”
La zia uscì ridacchiando e tornò poco dopo con un panno bagnato, casomai fossero rimasti dei frammenti per terra: “Non hai mai visto una pietra rilasciare energia?”
“A volte l’Ambra accumula elettricità statica e può dare la scossa, ma non è una pietra e…e poi l’Opale può accumulare energia e rilasciarla improvvisamente sotto forma di onda sonora, ma non così! E poi…questo non è Opale! E…”
“È una pietra potente, Eva. La vostra scienza è così presuntuosa da decidere cosa sia possibile e cosa no, ma è il classico comportamento degli ignoranti.”
“Che bello!” biascicai tra i denti.
Avevo una mezza idea di trasformare il bestione in una serie di pendagli da lampadario, non appena avessi avuto il coraggio di avvicinarlo.
Prudentemente scesi e mi impegnai sulle bolle di luce. Il cagnone era uscito, convinto che con i suoi sessanta chili il vento non potesse portarlo via, ma pochi istanti dopo sentimmo raschiare alla porta ed entrò una enorme palla di lana imperlata di minuscole particelle di neve di riporto. Gli si vedevano solo gli occhi e il tartufo, almeno finché non si scrollò ben bene davanti al camino dandoci un’idea di come fosse l’atmosfera esterna, dopodiché si spalmò come burro sul pane davanti alla stufa e i gatti lo usarono come tappeto elastico.
Se non pensavo al Quarzone, alla Fata e all’esplosione di poco prima, la giornata iniziava comunque in modo grandioso.
Il problema era non pensarci, ovviamente.
Verso le undici ero comunque piuttosto scoraggiata: “Non penso che ci riuscirò mai, zia!” esclamai mestamente dopo essermi soffiata il naso e sciacquata la faccia abbrustolita.
La zia mi scrutò pensierosa: “È che non riesci a capire che lo sai fare, Eva. Sei troppo influenzata dal mondo là fuori. Dovresti fare un po’ di meditazione, per esempio. Hai mai pensato a trascorrere un po’ di tempo in un tempio Tibetano? Un annetto o due, per esempio?”
No, ma ci stavo pensando proprio in quel momento.

A pranzo si manifestarono, apparendo chissà come dal bel mezzo della tormenta, Joelle e suo marito Xavier, scodellati da un misterioso calesse.
Erano molto simili, notai: anche lui aveva quei tratti strani, quasi non umani, occhi dal colore improbabile che ricordava il cielo oltre il tramonto, con sfumature indaco e violetto trafitte da raggi dorati e anche lui pareva muoversi come fluttuando, aveva tratti splendidi, anche se un po’ taglienti. Almeno non mi pareva brillasse ed era simpatico.
Volle subito vedere il pietrone, lo lustrò con la manica dove secondo lui c’erano segni di ditate, si complimentò con me (?!?) quando la zia gli disse del bicchiere.
“Ti ci vorrà molto tempo per capire come lavorare insieme a lui e temo non sarà un cammino facile, ma è una pietra potente e di grande conoscenza. Jo dice che la Fata dei Cristalli ti ha guardata…” io gli raccontai cosa fosse successo e lui restò a lungo a riflettere con lo sguardo perso nelle profondità della pietra.
“I cristalli sono i pensieri e i sogni della Terra.” Disse lentamente: “Pensieri che non possiamo nemmeno immaginare, sogni. Pensieri che prendono forma e diventano essi stessi Creature pensanti, sognanti. Entità viventi, una forma di vita così lontana da noi da non riuscire nemmeno a percepirli come tali, a volte, e noi siamo così fugaci che loro stessi penso abbiano problemi a percepirci, almeno finché non entriamo nelle loro sfere di esistenza tagliandoli, strappandoli alla terra, sballottandoli per il mondo…
Un tempo, un tempo infinitamente lontano, esistevano esseri in grado di comunicare con loro, di comprenderli e di creare sintonia con le menti cristalline. Una leggenda delle Valli dice che questi Esseri fossero in grado di viaggiare nello spazio e nelle dimensioni attraverso strade di cristallo…”sospirò: “Ma anche qui molto è andato perso. Quando i primi uomini arrivarono in Valdombra, è pur vero, qui abitavano Creature Fatate, Elfi, ma…beh, che dire, pare che anche loro, attraverso le Ere, avessero perso alcune delle Antiche Conoscenze e in ogni caso non frequentavano granché i nostri antenati. Sai, loro erano una civiltà molto evoluta, dedita alle arti, allo studio e noi…poveri viandanti, dapprima cacciatori e raccoglitori, poi qualche pastore...dei veri primitivi, barbari e selvaggi!” disse ridacchiando.
Io lo guardavo come una cretina: “E…elfi?” lui annuì, divertito: “Beh? Non ti stupisci delle Fate e ti sconvolgono gli Elfi?”
Ma dove cavolo ero capitata?!?
“Ti renderai conto che non è proprio normale, vero?”
Lui sorrise, gli occhi si fecero più chiari e di un color lilla attorno alla pupilla che sfumava fino all’indaco. Istintivamente gli fissai la punta delle orecchie.
“Guarda che è una frottola la storia delle orecchie a punta!” mi canzonò.
Oh, accidenti! Li detesto quando sanno cosa stai pensando!
“Comunque” continuò: “Gli Elfi hanno abitato la Valle dell’Ombra per intere epoche, fino a circa mille anni fa. Poi…beh, se ne sono andati” aveva un’espressione così distante e dolorosa mentre lo diceva che non osai fare domande, anche se la curiosità mi corrodeva lo stomaco.
Scoprii di avere tanti altri parenti, che un po’ alla volta avrei conosciuto, con il tempo. Ci si aspetterebbe che, dopo trent’anni, tutta quella gente si accalcasse davanti a casa della zia per conoscermi, gettandomi nel panico, ma non era così. La loro tecnica consisteva nell’entrare nella mia vita in punta dei piedi, uno alla volta, dandomi il tempo di abituarmi.
Era affascinante.
La sera non riuscivo a smettere di pensare alla chiacchierata con Xavier, allo strano aspetto suo, di Jo, di quell’altro ragazzo in treno, e all’amarezza della sua voce quando aveva detto che gli Elfi se ne erano andati un migliaio di anni fa.
C’era qualcosa di inquietante in tutto questo. E poi…la storia delle pietre, degli “Antichi” che viaggiavano attraverso i Mondi su strade di Cristallo. Ma, intendiamoci, era solo una bella storia, no?
E quando io giravo per le fiere…quando compravo o prendevo dei pezzi in Montagna, o…io stavo cambiando totalmente la vita di un essere vivente?
Vivi, forse…forse tutti noi che li amiamo ne siamo consapevoli, ma vivi in che modo?
Coscienti? Dotati di pensiero e libero arbitrio, volontà e…
Quella notte mi ritrovai al centro di un cristallo immenso. Intorno a me luce calda, vivente, pulsante. Camminavo lentamente, abbagliata dalla luce, tra altissime pareti cristalline, su un sentiero di cristallo…”Lui” era consapevole della mia presenza, ma era totalmente indifferente, eppure avevo la sensazione che mi…mi…mi a…aa…amasse. Una sorta di amore indifferente, divino. Divertito.
Bello, divertivo fate, lupi, perfino cristalli. Forse avrei dovuto rivedere un attimino le mie aspirazioni.
Tutti i miei punti di vista, le mie convinzioni così faticosamente conquistate erano sottosopra: Fatine, Fate grandi e piccole, Lupi parlanti, Fate Lupo padrine, animali dal comportamento assolutamente assurdo, geodi con Fate incorporate, Cristalli che pensano…per non parlare del nonno di Nicolas, che tornava saltellando tutto felice dal lariceto dove era andato per funghi, consapevole di essere totalmente fuori stagione, giusto per starsene un po’ lontano da quella piaga di sua moglie.
Niente di strano, non fosse stato che l’arzillo nonnetto aveva 109 anni, camminava come un marciatore, aveva tipo 11 decimi di vista, era un po’ duro d’orecchi, ma secondo il nipote, come si dice, “ci faceva”.
La zia aveva 103 anni, e, se all’inizio mi ero disperata, pensando che stavo per perderla dopo averla appena ritrovata, ora mi rendevo conto che era più probabile che fosse lei ad ereditare da me, piuttosto che il contrario.
E quel pietrone mi faceva pure paura.
Mi riaddormentai e sognai strade di Cristallo lungo cui perdermi in galassie sconosciute.
“È tutto così assurdo!” dissi a Joelle il lunedì mentre ci raggiungeva per il pranzo: “Surreale! Mi chiedo se sono finita in una candid camera, o cosa”
“Ah, anche tu?”
“Io cosa?”
“Quella cosa della chendicamera…ad un certo punto lo pensano tutti, a meno che io non intervenga prima” disse con un certo disappunto. “In genere c’è bisogno di me per far dimenticare alla gente cose che li farebbero sbarellare, o perché lo sono già, ma loro sono forestieri, tu no!”
“Ma che differenza c’è? Io sono cresciuta lì, in quel mondo, è l’unico che conosco, l’unico reale! Manco sapevo che esistesse la Valdombra fino a due settimane fa!”
Lei storse il naso: non le pareva comunque una buona ragione per essere nevrotica. Anzi, riteneva che avrei dovuto essere felice di non far parte di quella specie di “cosi” privi di senso là fuori.
Insomma, non è che io abbia tutto questo entusiasmo, in generale, per il (de)genere umano, ma, che diamine, ero finita a capofitto nel mondo di Alice e non avevo veramente fumato niente di strano!
Là fuori le cugine non brillavano, i padrini, in genere, erano signori assolutamente normali, le zie si limitavano a fare la calzetta, i Quarzi non facevano esplodere bicchieri a tre metri di distanza.
Non c’erano lupi a cantare alla notte. Non c’era magia, non c’erano Fate, né grandi, né piccole.
O se c’erano state, se ne erano andate da un pezzo.

Io non ero “normale”, là fuori, e non avevo ancora capito perché accidenti non lo fossi.
Tutti mi trovavano simpatica, ma poi sparivano, e io rimanevo da sola a guardare la vita dalla finestra.
“È che lo sentono che non sei come loro”
“Eh?”
“Loro, là fuori…non lo sanno, ma percepiscono che sei diversa e nonostante tu faccia il possibile e l’impossibile per essere una di loro in tutto e per tutto, non lo sei e loro lo sentono. Non consciamente, ma se ne accorgono. E si sentono a disagio, sentono che qualcosa non va e ti vedono strana. E poi tu li fai sentire stupidi. Fallaci. Corruttibili. Come vuoi che ti accettino?”
“Ma io non mi sento mica tanto intelligente, sai?”
“Naturalmente no!” concesse con un abbagliantissimo sorriso abbagliante.
“…in genere mi considerano idiota per via della dislessia…cioè, forse no. Insomma, io dico una cosa, loro la trovano assurda, poi si scopre che ho ragione e, invece di dire: ‘Ehi, la ragazza aveva ragione!’, che fanno? Mi prendono ancora più in giro! Io…davvero, io non riesco a capirlo!”
“Nemmeno io” mugugnò Joelle imbronciata: “Hanno comportamenti strani, quelli là! Ma, scusa, ti prendono in giro per cosa, perché hai delle percezioni, o…”
“Beh, te l’ho detto, in primis per la dislessia. Una volta, alle superiori, ho detto ad un’insegnante di matematica che non capivo alcune cose delle discussioni di equazioni, che lei continuava a ripetere con le stesse identiche parole. E io ho detto che, se con quelle parole non avevo capito la prima volta, non potevo capire le altre! Mi pareva logico, ma lei ha risposto che, se io ero deficiente, non avrei dovuto fare studi scientifici, anzi, non avrei proprio dovuto studiare. E si sono messi tutti a ridere a crepapelle…”
Le Ametiste di mia cugina erano grosse come palle da tennis: “COSA HA FATTO?!?!?!?!?!?!? E NESSUNO L’HA ARRESTATA??????”
Mi fece ridere. No-no, risposi con la testa. Joelle si alzò di scatto e si mise a camminare avanti e indietro, come avesse voluto scavare un solco nel giardino. “Ma non ha senso, non si possono lasciare in giro persone del genere, è immorale, criminale, è…”

Le campanelle di cristallo sparse per la hall e il giardino si misero a suonare, indicando che era il momento di entrare nella sala da pranzo.
Mi precedette a passo di carica, senza aggiungere altro, ma avrei giurato di vedere del fumo scuro uscirle dalle orecchie.
Non so perché, la rabbia di mia cugina mi dava un gran senso di appagamento e per la prima volta dal mio arrivo, mi sentivo rilassata e a mio agio.
“Eva?” disse alla fine degli antipasti: “Ma tu, come ti vedevi? Che percezione avevi di te stessa?”
Che domanda difficile! Chiusi gli occhi, riflettendo: fin da quando mi ricordavo, mi guardavo allo specchio e mi sembrava di non conoscere la faccina che rispondeva al mio sguardo.
Mi studiavo a lungo, ma non riuscivo mai a riconoscermi.
Ovviamente, con la sua solita incredibile perspicacia, mia mamma strillava che ero vanesia, sempre a guardarmi allo specchio, che ero ‘vergognosa’, e chissà cosa sarei diventata da grande, ma io cercavo semplicemente di riconoscere quella faccia estranea. Non glielo avevo mai detto, naturalmente.
Riflettendoci ora, a mente fredda, mi sentivo goffa e fuori posto. Sempre con l’ansia di non essere all’altezza, non delle aspettative, non della mia idea di me stessa.
Il molto sport, l’alpinismo, il nuoto, lo sci, la ginnastica ritmica e le arti marziali, non erano serviti a darmi un’idea di me che mi facesse sentire più…più “giusta”, ecco!
Ora, per la prima volta, stavo tentando, sempre molto goffamente, di spiegare tutto questo a qualcuno.
Difficile. Soprattutto dal momento che dovevo mettere ordine tra il sentire, il concetto e le parole…eccheccavolo! Eppure la zia e Joelle mi capivano, prima ancora che iniziassi a parlare, come sentissero il fluire dei miei pensieri o potessero leggere le pagine della mia vita.
Mirko ci si avvicinò dicendoci di nascosto che il dessert lo aveva preparato lui e ci teneva al nostro giudizio, poi se la svignò strizzandoci l’occhio.
“Però” ragionavo tra me: “Posso capire la ragione del mio non riconoscermi, fino ad un certo punto, ma io non riconoscevo la mia faccia! Questo non è troppo strano, anche alla luce di tutte queste novità? Voglio dire, la faccia è comunque la mia, no? O mia mamma mi ha fatto una plastica appena il lupacchiotto mi ha riconsegnata?”
La zia sorrise: “No, non fisicamente. Ma un po’ alla volta, ti renderai conto che una ‘plastica’ mentale è altrettanto efficace di una fisica, se non di più.
La materia obbedisce alla mente, Eva, soprattutto in un bambino. Non potevi riconoscerti perché non ti conoscevi, e la forma esterna di te obbediva duttile ai tuoi pensieri e alle tue convinzioni. La materia è molto meno rigida e stabile di quello che pensate, là fuori”
Beh…anche “là fuori” esiste la fisica quantistica. E a Bohr, per le sue idee folli,  hanno dato il Nobel, non l’ergastolo.
Mi pulsavano le tempie. Troppo, tutto insieme.

Come sarebbero andate le cose se fossi stata seguita, se mia mamma non avesse buttato giù il telefono alla psicologa, se avessi capito come risolvere i miei problemi di accesso ai comuni strumenti di apprendimento? Se fossi stata accettata per com’ero, perché ero io e basta, senza tante storie? mi chiedevo mentre tuffavo il cucchiaino nel bônet alla primula e bucaneve con cioccolato fondente di Mirko.
Felice, ecco come sarei stata…per inciso il bônet era spettacolare.

“Là fuori ti hanno insegnato che la dislessia è una, come la chiamano? Disabilità?” disse zia Greta, come al solito leggendo i miei pensieri:  “Vi mandano da logopedisti, da psicologi, da insegnanti di sostegno…vi insegnano a non essere più dislessici, cioè a non essere più voi stessi. Vi dicono come dovete pensare, agire, sentire. Vi dicono che sarete a posto quando sarete “guariti”, come foste dei malati terminali e, se questo non succede, siete dei disadattati, gente ‘con dei problemi’.
È un’idiozia, Eva: la dislessia non è un limite, è un grande dono.
È come se alla nascita ti fosse stato regalato uno scrigno pieno di tesori, di cui qualche burlone ha gettato via la chiave. Quello che decidi di farne dipende da te. Puoi lasciare lì lo scrigno e vivacchiare una vita comune, senza mai chiederti cosa ci sia là dentro. Puoi cercare di scassinarlo usando tutte le chiavi possibili, inutilmente. Puoi rompere la serratura e vedere cosa riesci a cavarne in questo modo. Puoi prendere un’accetta e dargli picconate: lo aprirai, ma avrai distrutto buona parte del contenuto. Oppure…puoi cercare un’altra chiave, una chiave vera, che apra tutte le chiusure del tuo scrigno, una dopo l’altra, fino alla porticina più segreta. E allora il mondo ti apparterrà: scoprirai che i tesori che hai sono infiniti e inestimabili, e che puoi davvero conquistare qualsiasi cosa desideri. Devi solo trovare la tua chiave”

La mia chiave…la chiave d’accesso al mio grande dono…ma da dove potevo cominciare a cercarla?
(...continua link p.:10)

1 commento: