Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 22 febbraio 2013

Frammenti: Il Dono p. 13

Si, sono ancora piuttosto abbacchiata.
Oggi avrei dovuto finire alcuni lavori nuovi, ma sono stata simpaticamente interrotta da una dozzina di necessità altrui, per cui sono riuscita giusto a...guardare il lavoro.
Così, per non perdere tempo e rendere felice qualcuno e molto infelice qualcun altro, copincollo un capitoletto rapinato alla povera Eva.
Anche questo è corto, vero. Il fatto è che, prima di postarli, correggo e ricorreggo i capitoli, così il tempo ci vuole lo stesso, anche se meno di quel che serve per altre cose. Inoltre, Eva sta vivendo un tipo di avventura diversa dal solito, forse più, come dire, difficile da metabolizzare sia per lei, che per chi segue la sua storia.
Speriamo vi piaccia, anche se non ci sono esperienze alla Indiana Jones e non appare nemmeno di striscio una Fata di Lignaggio. Perfino il gatto dorme...
Buona lettura!
_________________________

"Era di nuovo mattina e nuovamente c’era quella strana luce simile ad un albeggiare senza fine, quell’aria lattescente e glitterata che faceva parte dell’incanto del mio madrino.
Piovigginava, eppure, ad un certo punto, affacciandomi al balcone, vidi due signore con gli occhiali da sole avviarsi lungo il sentiero che portava agli stagni caldi.
Insomma, no, non è proprio che le “vidi” e tantomeno “avviarsi”. Era come una specie di visione nella nebbiolina, un’immagine che apparve per un istante intersecando quella dimensione atemporale in cui ci trovavamo nella suite.
Osservai le Pòrtune, che sembravano del tutto indifferenti allo strano fenomeno, ma si muovevano più lentamente, tanto che riuscivo quasi a seguirne le misteriose attività e a dare un senso al loro vorticare.
A quella velocità davano l’idea di Creature operose, ma non iperattive e nevrotiche come mi sembravano di solito.
Il professore, definendosi super moderno, arrivò carico di poster di stereogrammi e immagini gestaltiche che si divertiva a mostrarmi sempre più rapidamente.
Ok, le gestaltiche, una volta sgamato il trucco, diventano perfino banali, ma il difficile era spostare rapidissimamente il punto di vista e poi riconcentrarsi sul 3D degli stereogrammi.
Quando gli occhi cominciarono ad uscirmi dalle orbite e le lacrime cominciarono a scorrere sulla mia faccia, ebbe pietà e mi rifilò un panino con un numero di strati di leccornie indefinito, compreso il patè di olive, che gli avevo confidato essere per me uno dei piaceri irrinunciabili della vita: “D’importazione” disse a mo’ di scusa porgendomi l’involto tiepido, insieme ad un bicchiere gigantesco di succo di ribes.
“Perché devo arricciarmi gli occhi con queste cose?” domandai tamponandomi le lacrime con un fazzolettino: “Che cosa ha a che fare con…con le cose che si suppone io debba fare, o quello che è?”
Lui addentò il suo panino con entusiasmo: “Oh, lo vedrà quanto prima! Ho scoperto di recente queste buffe cose tecnologiche di produzione estera e, incredibilmente, le trovo davvero deliziose e utili, soprattutto per istruire gli Aberin”
“CHI?”
“Oh, mi scusi, certo…la parola Brin, o Berein, nella antica lingua Elfica, significa “dotato di potere magico”, mentre la variante A-berin, cioè privo di potere magico, indica normalmente un Valdombriano non dotato di alcun potere, per l’appunto.
Ce ne sono parecchi, sa, direi più o meno la metà della popolazione, ma…insomma, come può facilmente immaginare, nessuno di loro è veramente Aberin, come potete esserlo voi esterni, mi spiego?”
“Ciomp-gioè?”
“Cioè, mia cara ragazza, là fuori siete non solo privi di qualche potere magico attivo, vero e proprio, ma siete assolutamente ciechi, sordi e goffi. Sa, una volta ho visto una signora darsela a gambe solo perché era convinta di aver sentito “qualcosa” nella stanza in cui si trovava. Era convinta si trattasse di un fantasma…solo perché non lo vedeva. Ma poi, diciamocelo, perché uno dovrebbe scappare davanti ad un fantasma?”
“Vediamo…per paura?”
“D’accordo, ma paura di che? E’ solo un fantasma! Anzi, se lo è, è perché ha avuto i suoi bei problemi, parlandolo da vivo, ci rimane malissimo se vede la gente scappare, no? Lei cosa penserebbe se fermasse una persona, chessò, per chiedere un’informazione e quella scappasse urlando?”
“Ma io non sono un fantasma!”
“Beh, suvvia, non perdiamoci in dettagli irrilevanti!”
No, dico, in che senso irrilevanti?
Incurante del mio sbigottimento e delle mie proteste, finì il suo panino e si alzò sbattendo le mani per liberarle da un paio di briciole: “Su, finisca lo spuntino, poi facciamo una corsetta per tirare giù tutto e le mostro l’utilità del lavoro di stamattina”
Miki era stanco di giocare e ora riposava, gli misi nel piattino mezza porzione di filetti di quaglia in salsa, brontolando qualcosa sul fatto che a casa sua non avrebbe più voluto saperne del vecchio cibo, e uscimmo nel parco.
Mi portò in un angolo dove non ero mai stata: sembrava una cosa a metà tra un giardino vero e proprio e un frutteto.
Era ricco di cespugli di rose di diverse qualità e colori, quasi tutte, mi accorsi, antiche e per la maggior parte praticamente scomparse dal…da ”là fuori”, che si alternavano a piccoli alberi da frutto, quasi tutti Prunus, manco a dirlo, rosacee loro stessi e, anche loro, varietà antiche.
Riconobbi ciliegi, peschi, susini completamente vestiti di gemme argentee pronte ad esplodere in una magnificenza di colori e profumi: “Manca poco alla fioritura” constatai avvicinandomi alle gemme di un piccolo ciliegio: “Si” confermò il professore: “Questo è un angolo riparato e la pergola crea un ottimo riparo da buona parte del vento. Tra una settimana qui tutto sarà un sogno profumato.”
La pergola era ricoperta di convolvolo, che creava una tenda leggera e robusta e, dove non arrivava il pergolato, il confine era segnato da cespugli di agrifoglio.
Ai lati, tra cespugli e alberelli, alcune panchine di legno.
“Mi…mi sembra molto, come dire, romantico” commentai.
“Davvero? Oh, bizzarro, davvero bizzarro…” rispose soprappensiero: “Avete un bizzarro modo di vedere le cose. Romantico, dice? Non credo questa ipotesi abbia mai sfiorato le nostre menti, ma…immagino…fiori, api…”
“No, aspetti! Non intendevo quello!”
“Oh, davvero? Sempre più bizzarro…”
Sospirai rassegnata.
Il mio pittoresco Pigmalione mi fece sedere su un sasso piatto, da dove non solo potevo vedere tutto il frutteto e la pergola, ma le Montagne alle spalle delle Terme, fino a dove la Valle si biforcava una prima volta, dando origine alla Vall’Inverso.
Mi fece chiudere gli occhi e mi disse di concentrarmi sul punto che toccava con il polpastrello, da qualche parte in mezzo alla fronte e di respirare attraverso quel punto.
All’inizio non era facile, perché la mia testolina razionale mi diceva che è una cretinata, ma un po’ alla volta cominciai a capire la faccenda e, davvero, mi pareva veramente di attirare l’aria dentro di me attraverso quel punto.
Sentivo l’aria, più fredda di come avrei voluto, entrare nella mia testa e scivolare giù dal cervelletto lungo la colonna, anche in modo piuttosto doloroso, proprio come deve essere il primo respiro di un bambino.
Non so se passarono cinque minuti o cinquanta, ma un po’ alla volta divenne quasi normale e cominciai a sentire la testa leggera, tanto che quasi sembrava volesse staccarsi dal corpo e galleggiare verso l’alto.
Mi disse di aprire gli occhi, ma lentamente, intanto lo sentii spostarsi di lato, come a non volermi coprire la visuale: "Deve lasciare che lo sguardo vada oltre, come quando guardiamo uno stereogramma. Non deve guardare la superficie, ma "dentro" il disegno, giusto? Bene, faccia lo stesso ora"
E allora vidi.
Vidi come una Valdombriana, come una Berein vedeva dalla nascita e come, probabilmente, dovremmo vedere tutti, se non fossimo ciechi, sordi e stupidi.
L’aria brillava, ma non di quella luce glitterata della nebbia magica del Lupo.
Brillava, semplicemente, come composta di particelle di luce intelligente, come se ogni singolo atomo, ogni elettrone o particella risplendesse di luce propria.
E ogni cosa era allo stesso modo illuminata, di una luce diversa per ogni elemento.
Ogni cosa emetteva una propria luce, viva, mutevole eppure sempre uguale a se stessa, che si muoveva, respirava, “pensava”.
Gli alberi…gli alberi erano uniti gli uni agli altri da fasci luminosi nei quali sembravano scorrere i loro pensieri.
Le rose erano già fiorite, anche se i boccioli erano ancora, nella loro forma fisica, piccoli e chiusi strettamente tra i sepali, gli alberelli da frutto erano luminescenti nei loro progetti di fiori, e alcuni erano perfino già carichi di frutti che non sarebbero nati se non mesi dopo.
Ogni cosa era consapevole, cosciente di sé e di tutte le altre, ogni cosa conversava con tutto il resto.
Era scioccante e meraviglioso.
“Questo è più o meno quello che là fuori chiamate Aura, o Campo Energetico. Qualcuno chiama Anatomia Sottile lo studio di questo campo, ma anche coloro che ne parlano e ne scrivono tonnellate di trattati, raramente sono in grado di vedere poco più di una traccia, un’idea di tutto questo. Come dicevo, il più Aberin dei Valdombriani, vede più di un sensitivo o veggente eccezionale di là fuori.”
Non avevo dubbi. Non riuscivo a spiaccicare parola, né a smettere di guardare tutto con gli occhi di fuori.
Lentamente mi voltai a guardare l’uomo in piedi lì vicino e mi resi conto che il suo Essere energetico e il mio si compenetravano, strato su strato.
Non aveva, né dovevo averla io, una forma a forma di umano, no: eravamo più o meno grosse uova di luce con dentro delle cose, tra cui un corpo fisico che mi parve piuttosto buffo.
Il professore aveva un colore di base di un bel giallo mimosa, con un sacco di sfumature aranciate di varie gradazioni e giallino chiarissimo, fino al panna, che poi sembrava sfumare nel verde tenero. In tutto ciò c’era però dell’azzurro, qua e là, del violetto, del rosso, che sembrava andare verso terra e dei colori non identificabili. Se si pensa che indossava un completo molto retrò grigio gessato, beh…è chiaro come facesse a pugni con tutto il resto.
“Ma…vedete sempre così? Tutto?”
Il professore sedette sul terreno accanto a me, incurante del terreno spoglio e umido: “No, veramente. È piuttosto una visione laterale…possiamo chiamarla così? Non mi viene un termine più appropriato. Ecco, noi vediamo sempre molto più di quello cui lei è abituata, certo, ma usiamo la seconda vista solo volontariamente, altrimenti è quasi una cosa, come dire, inconscia. Comunque, non è semplicissimo da spiegare, bisogna viverlo perché sia chiaro, direi. Il nostro cervello si stancherebbe eccessivamente assorbendo continuamente tutte queste frequenze luminose, per cui crea una sorta di filtro per attenuarle e…un coso, un…un interruttore mentale, che permette di allargare o meno la nostra percezione, così, semplicemente portandovi o meno l’attenzione. È piuttosto pratico.”
Restò un po’ a fissare il vuoto, o meglio, il pieno che pare vuoto ad occhi ciechi, assorto.
Io riportai la mia attenzione alla mia visione.
Tutto sembrav risplendeva, l’aria, le nuvole, la terra…gli alberi. Ecco, le piante erano così incredibilmente affascinanti!
Il loro “progetto” per la primavera era tutto scodellato lì, davanti ai miei occhi, proiettato come un ologramma tutto intorno.
Vidi le Pòrtune chiacchierare con le gemme, discutendo sul come organizzare la fioritura e chissà quante altre cose. Gli alberi, pur fermi nel loro posto, si muovevano e si scambiavano messaggi continui che affidavano a correnti aeree…socchiusi gli occhi: correnti di pensiero! Questo erano!
Poi vidi altro: attorno ad un susino dalla faccetta molto simpatica si era formato un cono di luce dorata e all’interno vidi…una grande foresta tropicale, con alberi immensi e silenziosi ai piedi di Montagne altissime. Mi avvicinai con cautela e riconobbi la vetta a coda di pesce del Machapuchare svettare alle spalle della foresta. “È così che fanno!” esclamai sopraffatta dall’emozione: “È così che gli alberi viaggiano! Non sono immobili come pensiamo noi! È così che fanno a sapere cosa succede lontano da loro!”
Il professore si era avvicinato e se ne stava ad osservare quella sorta di meraviglioso ologramma con le mani dietro la schiena: “Davvero ben fatto, davvero! Questi alberi hanno una tecnica notevole!” commentò ammirato.
Posò una mano contro la superficie del cono e rimase per un istante assorto, finché la luce cominciò a vibrare, simile ad acqua di una lenta cascata e si aprì, facendoci entrare. Eravamo ancora nel giardino, ma eravamo in Nepal. Sentivo il rumore di un fiume, l’odore dell’aria delle alte quote, i profumi di incenso e spezie di un villaggio non lontano. Tra il verde, poco più a valle, delle bandiere Lung-Ta sventolavano colorate riflettendo nell’aria cristallina i loro Mantra. Eravamo accanto ad un albero altissimo.
Lo toccai e la mia mano vi passò attraverso. In trasparenza vedevo le panchine di legno e i cespugli di agrifoglio: “Questo è…è fantastico!” biascicai.
Il cono di luce si spense, insieme al lontano scroscio di una cascata e al suono di una campana chissà dove. Il grande albero scomparve guardandoci benevolo, la Dea dalla Coda ci benedisse da oltre le nuvole.
Mi lasciai cadere sulla terra umida senza fiato. Di tutte le cose possibili o impossibili vissute in quel posto in quei dieci giorni, quella era la più straordinaria!
Più straordinaria delle mie origini, più del mio Fato Madrino, più del mio Sasso Malefico.
Il susino mi guardava ridacchiando: “Quando torni ti regalo un cesto dei miei frutti!” disse nella mia mente: “Promesso, eh!”
Lo guardai sbigottita, ma il mio compagno d’avventura sorrise: “Ah, l’alberello fruttifica per la prima volta, quest’anno. L’anno scorso ha fatto le prove, si, ha dato due o tre susine deliziose, ma era solo una prova generale”
Beh, che diamine! Se viaggiano e si spediscono per telepatia dall’altra parte del mondo, perché non dovrebbero anche parlare?
“Su, è la mezza passata. Andiamo a pranzo, ha bisogno di una pausa”
(...continua link p.: 14)

"Riconobbi la vetta a coda di pesce del Machapuchare"
"Il grande albero scomparve guardandoci benevolo"

2 commenti:

  1. Che meraviglia!! Che meraviglia!!! Ancora!! Ancoraaaaaaaaa!!! ^_^

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  2. News! "Roma: svaligiati tutti i negozi di giochi educativi. Sono stati portati via solo poster e albums di stereogrammi. I ladri hanno non hanno toccato niente altro: "Perfino le casse erano intatte" hanno detto gli inquirenti.
    Chi si nasconde dietro la "Banda del 3D"? Quali sono i loro scopi reconditi?
    La polizia brancola nel buio" O_O

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