Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

giovedì 27 ottobre 2011

Frammenti: L'Uomo che diede il nome alle Pòrtune Cap.3

“I lupi sono venuti. Ci attendevano alle prime luci dell’alba, presso lo sperone roccioso che il guerriero mi aveva indicato. Dunque non si erano presi gioco di me: davvero questa gente comprende il linguaggio delle bestie.
Quelle fiere sembravano in attesa da un po’, e, vinte dalla noia, parevano liete di mettersi in marcia, un po’ davanti a noi, un po’ al nostro fianco. Il sentiero si faceva sempre più ripido e scivoloso, composto di piccole pietre grigie e piatte, scivolose come cera. Sopra di noi, cime di roccia nera e nevi eterne e minacciose.
Camminavamo silenziosi, tentando di mantenere leggeri i nostri passi. A volte uno dei guerrieri mi sorreggeva senza fatica, se il mio passo era incerto. Un lupo mi camminava a fianco, indifferente ai miei frequenti sguardi di timore.
C’è qualcosa, in quelle bestie, che non sono in grado di descrivere. Un potere che emana da loro, selvaggio e primitivo, eppure nobile. I posteri mi daranno del pazzo, ma mentre camminavo fianco a fianco con quella bestia feroce, tremante di paura, esso mi lanciava occhiate divertite, e questo mi terrorizzava una volta di più.
Giurerei che, un paio di volte, guardandomi con la coda dell’occhio, si sia leccato i baffi sogghignando. Oppure l’altitudine e la stanchezza giocano brutti scherzi.
Ci hanno fatto strada fino alle nevi, su cui si sono incamminati in fila per uno, leggeri, silenziosi, sicuri, con noi al seguito: -Devi rimanere nelle orme dei lupi- ha sussurrato il guerriero alle mie spalle: -Lì la via è sicura, ma non indugiare troppo su un passo- Ho ubbidito, sempre più confuso. Faticavo a respirare. Dalla neve siamo stati condotti in una stretta gola, un passaggio così arduo che potevamo passare solo uno alla volta, sotto lo sguardo severo di grandi pareti nere, ricoperte di ghiaccio. Non erano che poche decine di passi, ma mi sono sembrate cento e cento miglia.
All’improvviso ci ha raggiunti un rombo sordo e la terra tutta tremava, gemendo come un gigante morente. Uomini e fiere, siamo rimasti immobili, in ascolto, finché il mondo è tornato quieto: -Vedi, Romano?- ha sussurrato il mio compagno di viaggio: -Le valanghe sono passate e noi siamo in salvo-
Il Druido ha ordinato di fermarci a riposare, bere acqua fresca e mangiare un po’ di pane e formaggio. L’acqua è stata data in abbondanza anche alle bestie, ma non il cibo, poiché non ne necessitavano.”

“Il cammino, dopo esserci rifocillati, mi è parso più leggero. Il sentiero si è fatto più stabile, di pietra solida e terra bruna e compatta. I lupi procedevano mettendo le zampe nelle impronte del capo con precisione, così da rendere impossibile capirne il numero. Poiché nessun nemico ci inseguiva, né c’era alcuna minaccia, immagino lo facessero per abitudine.
Finalmente siamo sbucati su una grande distesa di neve che salendo dolcemente portava ai piedi di una parete inaccessibile. Mi sono chiesto cosa mai mi aspettasse, dove i miei compagni di avventura mi stessero conducendo, quando, dietro una roccia affiorante dalla neve, ho visto uno stretto passaggio, tale da permettere l’ingresso di una sola persona magra alla volta.
Si trattava di una galleria, forse naturale, forse scavata dall’uomo antico, che attraversava la montagna liscia e sicura, snodandosi in leggera discesa. Dopo un centinaio di passi, alla flebile luce di un’unica torcia, la galleria si trasformava in una grotta scintillante di pietre meravigliose incastonate in ogni dove, solitarie o a gruppi, piccole e grandi e, per quanto riuscivo a vedere, di diversi colori.
Non so quanto camminammo lì dentro, perché mi persi a contemplare quelle meraviglie, quasi dimenticando dove mettessi i piedi e costringendo i miei compagni a sorreggermi al volo mentre inciampavo in un sasso o nei miei piedi stessi, ma altre meraviglie mi attendevano all’uscita. Sbucammo su un costone roccioso, ai piedi delle nevi eterne e appena sopra i pascoli.
 Il sole era alto, dovevamo essere ormai verso la metà del giorno, come mi era stato predetto dal mio compagno di viaggio.  Intorno a me vedevo picchi arditi, crepacci e pareti lisce come tavole, pizzi di ghiaccio che formavano ponti e torri, ed il cielo era di un blu che nessun uomo, a parte questo popolo, doveva aver mai visto.
Dietro un colle, i miei occhi affaticati dal biancore accecante e dal buio della grotta, hanno  finalmente avuto una  tale sorpresa da togliere quel po’ di fiato rimastomi: davanti a me, tutta circondata di cime inaccessibili e irte, si stendeva una valle immensa, fiorente, verdissima di pascoli, boschi e vallette fiorite.
Cascate e torrenti scendevano dai costoni, animali dalle corna uncinate ci osservavano con grandi occhi pensosi, privi di diffidenza. Ai miei piedi si stendeva un immenso lago di acque lucenti in cui il sole e le montagne si specchiavano. Nel lago ho contato almeno tre isole, una di dimensioni piuttosto grandi, quasi interamente boscosa e due più piccole. Sulla più piccola è una costruzione che sembra fatta di madreperla e domina dall’alto la vista di tutte e tre, tutte dotate di piccoli porti.  L’acqua ha strani riflessi, indaco, rosato, verde ed è la più trasparente che i miei vecchi occhi abbiano mai visto.
-La Valle dell’Oro, la chiamava Cesare- ha detto il Druido: -La Valle dell’Ombra, per noi che la abitiamo. Molti tra la tua gente la cercarono invano, ma tu ora sei nostro ospite e sei il benvenuto- ai nostri piedi ho scorto un sentiero agevole tra le rocce, che scendeva in tornanti tra i pascoli e ancora si perdeva tra pinete dal profumo inebriante.
L’aria risplendeva, come formata da minuscole briciole di luce, i colori erano i più vivi e brillanti che avessi mai visto, alcuni indescrivibili e così i profumi. Su tutto, percepivo un odore diverso, particolare, che vagamente mi ricordava l’odore dei temporali e quello sentito nella capanna di Diancecht, ma era diverso e più intenso. Come ubriaco, ho preso a correre e saltare e i miei compagni hanno dovuto fermarmi perché non avessi a cadere dal dirupo. I lupi mi osservavano, avrei detto con espressione di rimprovero, giudicando inappropriata e disdicevole la mia condotta. E io ridevo e ridevo, come non facevo da molti, molti anni.
Finalmente ricondotto alla ragione, ho seguito i miei compagni sul sentiero. Poco dopo i lupi ci hanno lasciati, proseguendo per altri sentieri e, ormai avvezzo alla loro presenza, con mia stessa sorpresa, me ne sono dispiaciuto.
In quella abbiamo udito un suono profondo provenire dalle sponde del lago e i miei amici mi spiegano che è il corno che indica l’ora mediana. Il Druido ha detto una preghiera e ci siamo diretti ad una capanna, dove una famiglia di pastori ci ha accolti per il pranzo.”

“Siamo finalmente sulle sponde del lago, ed è ormai quasi sera. L’aria è tersa, qui, come non ne ho mai viste, l’erba più verde e l’acqua non perde i suoi riflessi mutevoli e maliardi. Abbiamo preso rifugio in una piccola costruzione che pare uscita da un sogno: una casa di legno e pietra tutta scolpita, così da sembrare a sua volta viva come gli alberi, con una piccola torre slanciata e aguzza circondata da un balcone coperto di verde. Eppure, non capi o re la abitano, ma la famiglia di un costruttore di barche e reti, che offre anche alloggio e vitto ai viandanti.
Non ho mai visto una simile architettura, così elegante, leggera e ardita, né un così abile uso di legno e pietra. Pare dotata di vita propria.
Non finisco di guardarmi attorno e di stupirmi: non basterebbe tutta la pergamena e il papiro del mondo per descrivere ciò che sto vedendo!
Poco fa ho scorto una giovinetta seduta su una roccia e intenta a pettinarsi lunghissimi capelli color del rame. Era molto bella, ma non riuscivo a vederne bene i lineamenti, forse a causa della luce o della stanchezza. Pareva quasi circondata da una sorta di alone luminoso. Mi sono avvicinato, pensando di conversare, ma lei, vedendomi, si è tuffata nel lago ed è scomparsa. Ho atteso a lungo che riemergesse, ma non è successo.
Preoccupato e sono corso a chiedere aiuto. Il Druido, sentito il mio racconto, è scoppiato a ridere di gusto. Ho pensato che fosse impazzito: la giovinetta è certo affogata ed egli ride? Questa gente non tiene alla vita dei propri simili?
-Non riemergerà- ha detto alla fine: -Non oggi- ha scrollato le spalle, in quel modo tipico dei Galli e mi ha ricondotto alla magione. Ho continuato a guardare il lago finché la luce me lo ha permesso, inutilmente.”

“Ho dormito poco. Forse l’aria di qui, forse l’eccitazione per questo posto misterioso, forse perché continuavo a pensare alla giovinetta. All’alba sono andato a camminare lungo il lago e mi sono seduto vicino al masso da dove lei si è tuffata. Ho fissato l’acqua finché gli occhi hanno cominciato a bruciare. È strana. Luci misteriose si agitano nelle sue profondità. Ombre silenziose paiono muoversi tra colori inusuali: rosati, oro, violetti e verde intenso e trasparente, come quello di certe pietre preziose d’Oriente. Non lontano dalla riva si allarga una macchia di diverso colore, al centro della quale appaiono, a tratti, grosse bolle. Un pescatore mi ha detto che si tratta di una sorgente calda che affiora dal fondo e che da tempo immemorabile, la gente va a prendere l’acqua magica con delle ampolle per guarire da vari malanni.
Poco fa è arrivata una nave, che ha attraccato nel piccolo molo davanti alla magione. È piuttosto piccola, naturalmente, molto più delle galere romane o delle navi greche, non dovendo solcare l’ampio mare, ma è di una bellezza innaturale. Leggera, sottile e slanciata, con strani disegni lungo la chiglia e alte polene raffiguranti una strana bestia, un insieme di rettile, leone e uccello, forse una sorta di drago. Era condotta da strani esseri. Alti, di nobile aspetto, direi belli a vedesi, ma diversi da qualsiasi essere umano. C’è qualcosa nella loro figura, nei loro volti, nei colori e nella forma dei loro occhi, che li rende lontani dall’uomo. Una stranezza è che emanano una debole luce, che meglio si nota quando si trovano in ombra. Sembrano brave persone, un po’ altezzosi forse, ma mi inquietano.”

“Domani partiremo. Un po’ mi rattrista: questa casa, quasi solitaria, mi fa sentire in pace e la solitudine tra questi magnifici  monti, mi ritempra. Dopo pranzo il comandante della nave ha camminato con me lungo le rive. È molto alto, gli arrivo appena alla spalla e ha gli occhi, allungati ed obliqui come quelli di un lupo, del colore del miele con strane sfumature grigio argento. Ha un bel sorriso, invece, che mi pare rassicurante in quei tratti altrimenti così severi ed affilati.
-Vedi, Straniero?- mi ha detto, mostrandomi la linea di costa: -Un tempo il lago arrivava fino là, avrebbe sfiorato il tetto della Casa del Viandante. Ora si è abbassato e presto, forse nemmeno mille anni, scomparirà. Laggiù, dove l’emissario si getta dalle rocce, pian piano l’acqua erode la serra. È roccia piuttosto tenera: quel lungo bastione, che è solido granito al di là del fiume, qui è stato creato molte ere fa da immensi ghiacci di cui il lago ha preso il posto quando il clima si è fatto più mite. Non è roccia compatta. Presto, troppo presto, le Creature che abitano il lago dell’Ombra dovranno trovare una nuova casa- Guardando quel grande lago dai così meravigliosi colori e dalle acque limpide e quiete, specchio dei cieli e dei monti, mi si è stretto il cuore: -“Ma potete costruire una diga!- ho protestato: -Con una diga potreste salvare il lago! Se non sapete come fare…io…insomma, a Roma sappiamo come costruirle. Potrei portarvi dei progetti, operai e…- l’essere ha sorriso: -No, Straniero. Era il tempo dei ghiacci e i ghiacci dominavano la terra. Poi il loro tempo è finito ed è venuto il tempo dell’acqua. Per molti millenni il lago ha nutrito i Primi Nati, gli Uomini e le altre Creature. Quando il suo tempo finirà, verrà il tempo della terra e degli alberi…sarà una terra fertile, saranno grandi alberi. Laggiù, dove la corrente è calda e medicamentosa, resterà una sorgente, come…quelle che voi chiamate “terme”. Forse ci sarò ancora quando questo avverrà: il mio popolo vive molto più a lungo del tuo, forse lo vedrò e saprò che sarà buono. Allora racconterò ai miei nipoti del grande lago di un tempo. Si scriveranno canzoni e si dipingeranno quadri per non dimenticare-
Dunque quelle Creature chiamano loro stessi “primi nati”. E vivono più di mille anni. Non riesco ad immaginare una vita così lunga! Quante cose si possono apprendere e scoprire in mille anni?”

(Continua link p.:4 )

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