Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 14 settembre 2011

Frammenti: L'Uomo che diede il nome alle Pòrtune Cap.2

74 d.C. Primavera, Gallia Transalpina, da qualche parte ad Est di Casuaria:

“E’ uno strano posto, questo, nella Gallia Transalpina, quasi ai piedi delle grandi Alpi.
Non ci sono quasi campi romani, la gente ancora ci guarda come nemici, ma mi trovo in una minuscola locanda di proprietà di un liberto, trasferitosi qui venti anni orsono, alla morte del suo patronus. C’è sempre vento. A volte scende dai monti, a volte spazza la pianura cambiando direzione all’improvviso, gettandoti maligno la polvere negli occhi.
Da sette giorni sono qui, da sette giorni non è mai caduto e si diverte a strapparmi pergamene o mantello.
Sono in attesa di qualcuno.
Il mio amico Druido, prima che ci lasciassimo, mi ha promesso questa visita e io attendo con  l’impazienza di un fanciullo. Ah, se avessi domandato più dettagli! Ora non so chi o quando arriverà e neppure perché, anche se Dianchect mi disse che si tratta di un grande privilegio. Questi Galli, questi Celti tutti, sono così sibillini e di così strano spirito!
Non mi resta che aspettare, o ripartire per Roma, da cui manco da molto tempo. Aspetterò altri sette giorni, se nessuno verrà, mi metterò in viaggio”

“Anche oggi c’era vento, più forte del solito. Scendeva dalle Montagne, freddo e aveva odore di neve. Una cosa così inusuale per me, anche se ho percorso molte strade nelle terre dei Germani, dei Gaelici, Belgi, e più o meno in tutte le Gallie.
Lottavo contro il vento per tenere acceso un piccolo lume, qui nel mio cubicolo, che mi permettesse di studiare, ma era un gioco da cui continuavo ad uscire perdente, quando alla mia porta si è affacciato il liberto annunciando una visita, con la faccia scura, diffidente e spaventata. Mi sono alzato di scatto, tra l’impaziente e il preoccupato. Finalmente! Ma chi era dunque il mio ospite?
Nel cubicolo è  entrato un uomo alto, avvolto in un mantello gallico grigio chiaro e ho compreso. Ho sentito la mia faccia illuminarsi: -Benvenuto, benvenuto mio caro ospite!- ho detto accogliendolo.
Da sotto il cappuccio, l’uomo ha guardato il liberto, che se ne è andato quasi di corsa, poi ha finalmente levato il mantello, rivelandomi il suo aspetto.
Si tratta di un uomo di non più di trent’anni, alto e segaligno, dalla stretta di mano forte e il piglio di chi non accetta ordini. Un condottiero, se fosse un soldato: -Ebbene, Romano, tu sei l’amico delle genti barbare!- non era una domanda, e c’era una punta di divertimento nella sua voce.
Ho fissato lo sguardo nei suoi occhi chiari e diretti, come lo fissavo in quello del mio amico, lassù. Non si può mentire ai Druidi, e sarebbe stupido tentare di farlo. Ancora oggi mi domando come sia stata  possibile la decadenza del loro potere, tra le loro genti. Ma mi è così chiaro, invece, come la stolta condotta dei popoli barbari, accecati da chissà quali promesse di ricchezza da Roma, abbia causato la loro stessa rovina: pur se valorosi, non erano che fanciulli inesperti nelle grinfie di un potente leone, quale l’esercito di Roma. Come sarebbe andata, se i Druidi avessero ancora avuto il loro antico ascendente?
Mentre questi pensieri, fuggevoli ma netti attraversavano la mia mente, ho accolto il mio ospite come si conviene.
Non ha voluto dirmi da dove viene esattamente. Un luogo, dice, tra le Gallie. Oltre l’ombra di Roma, dove l’Impero non ha voce. Sono sorpreso: come può esistere, qui, a poche miglia, una terra al di fuori delle Province?
La curiosità si fa sempre più forte.
Il Druido dice che partiranno domani all’alba. Se voglio andare con loro, non dovrò mai raccontare quello che vedrò, né dare indicazioni sull’ubicazione del posto dove mi condurranno.
Per una intera luna, scomparirò dalla storia. Sarò io solo con loro.
Ho deciso di andare, anche se pare una folle imprudenza.
Il vento è finalmente cessato e la primavera è esplosa in tutta la sua magnificenza.”

“Siamo in viaggio da quattro giorni. I miei compagni, il Druido e tre giovani guerrieri, sono più euforici ad ogni passo che li conduce verso casa. Io comincio ad avere qualche timore: non sono più un ragazzo, sono più un vecchio che un adulto, eppure questa gente mi sta conducendo verso le nevi eterne, su sentieri percorsi solo da capre di montagna e da lupi. Loro sono felici, spensierati. A volte, nel vedermi turbato, si burlano di me.
Sono gentili, eppure misteriosi. Ancora non ho idea di dove siamo diretti. Oggi,  uno dei guerrieri, offrendomi un bel pezzo di carne essiccata e un leggero vino di miele, mi ha detto che sto per trovare ciò che Cesare ha cercato per tutta la vita.
Non ho idea di cosa intenda: Cesare cercava il potere, ha reso Roma il più grande impero della terra, cosa avrebbe cercato invano, qui? Forse qualche pianta dotata di potere magico, come l’immortalità?
Non mi resta che continuare il cammino con i miei compagni. Dicono che presto arriveremo, ma che prenderemo una strada un po’ più lunga, più agevole per me.”

“E’ successa una cosa spaventosa, oggi, di cui ancora non mi capacito.
Per gli dei, chi è veramente questa gente? Ho fiducia nel mio amico Diancecht, so che mai mi avrebbe mandato gente non fidata, pure questi individui mi inquietano.
Ieri sera, dopo aver consumato un pasto caldo, ci siamo accampati attorno al nostro piccolo fuoco.
Dopo un po’, quando stavo scivolando nel sonno, sono stato svegliato da lunghi ululati, molto vicini.
Sono balzato a sedere, e ho visto i miei compagni in piedi, guardare verso la notte. Volevo prendere grossi pezzi di legna per attizzare il fuoco e scacciare così le belve, ma i miei compagni mi hanno proibito di muovermi.
Poco dopo sono apparsi almeno una dozzina di grossi lupi. Se ne stavano a fissarci, a pochi passi dal fuoco, tutti in fila, uno a fianco all’altro. Gli uomini si sono disposti allo stesso modo, reggendo due piccole torce, non per spaventarli, ma semplicemente per fare luce. Sudore gelido mi percorreva la schiena: io possiedo un piccolo gladio, il Druido un semplice pugnale che porta al fianco e solo i tre guerrieri sono armati di spade e frecce, ma quelle belve erano così vicine che si sarebbero potute combattere soltanto con le spade.
Erano immobili, e così noi, fronteggiandoci come eserciti, di cui uno quasi disperato.
Poi, dalla fila di bestie, uno, nero e con occhi come tizzoni ardenti, è venuto verso di noi. Il sacerdote, allo stesso modo, ha fatto qualche passo verso di lui. Sono rimasti per alcuni momenti a fissarsi e avrei giurato che comunicassero. Avevo la bocca secca e la testa ronzava come un nido di vespe.
Il lupo ha guardato verso oriente e ha battuto con le zampe per terra, a sinistra del Druido, che si è inchinato leggermente. In quel momento, il capo delle bestie è tornato tra i suoi e l’orda, in silenzio, si è allontanata.
Solo allora il mio cuore ha ripreso a battere, ma ero stordito e sudavo freddo.
-All’alba ci aspettano dietro quello sperone- ha detto uno dei guerrieri: -C’è pericolo di valanghe sul sentiero normale, ci porteranno su una via più sicura- io continuavo a guardarli, senza capire. Ho combattuto contro i barbari Germani, ho visto molte cose spaventose, ma mai ho provato un terrore così puro. Il guerriero ha riso: -Dice che fortunatamente non ci sono pericoli vicini, perché l’odore della tua paura è così forte che potrebbe attirare i nemici come il miele le mosche!-
Non capivo le loro parole. Si sarebbe detto che avessero conversato con le belve, che ne comprendessero il linguaggio e si fossero accordati sul sentiero da prendere e mi avessero anche deriso, tra loro.
E questo non è possibile.
I miei compagni si sono messi a ridere: -Che succede, Romano, forse il lupo ti ha mangiato la lingua?- ha chiesto il Druido. Poi, sorridendo, si è seduto al mio fianco: -Per la metà del giorno saremo a casa- mi ha spiegato: -Ci sono pericoli, ma i nostri Fratelli Lupi ci condurranno per strade sicure. Presto potrai avere cibo raffinato e un letto più comodo di quello del tuo imperatore. Ora goditi l’ultima notte all’addiaccio-
Come potevo ancora dormire? Quell’uomo ha chiamato fratelli quelle belve feroci. Sono al sicuro? Sono forse pazzi e mi stanno conducendo ad una orribile morte? Eppure le bestie non ci hanno attaccati. Temevano le spade o il piccolo fuoco? No, non pare possibile. Eppure non posso fuggire: non avrei dove andare e non ho punti di riferimento. Mi tocca rimanere con questa gente e affrontare il mio destino.”

(continua link p.:3)

Casuaria: oggi Faverges, nell'Alta Savoia circa a metà strada tra Annecy e Albertville

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