Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 3 febbraio 2012

Frammenti: L'Uomo che diede il nome alle Pòrtune Cap.4

“Siamo salpati poco dopo l’alba, poiché il capitano della nave doveva portare delle merci alla riva opposta del lago, prima di condurci all’Isola Maggiore.
Le acque sono incredibilmente trasparenti, tanto che si scorgono i fondali perfino nei punti più profondi. Vorrei avere più occhi, per poter guardare sia sotto le acque che al di sopra, il cielo e le montagne.
Ho compiuto la traversata riverso sulla chiglia a naso in giù, scrutando gli abissi azzurri e verdi. E l’ho veduta: la fanciulla dell’altro giorno, che pensavo affogata, è salita fino a sfiorare la superficie e, vedutomi, ha seguito la nave per un po’, incuriosita. Quasi cadevo in acqua per lo stupore!
Ella vive nelle profondità del lago, dove si intravedono rocce, sorte di tumuli e qualcosa che si direbbero costruzioni, tra cui esseri incredibili si muovono. Alcuni hanno forma umana, anche se la loro carnagione pare azzurra o verde, e vestono di strani veli chiari, che si agitano elegantemente fluttuando attorno a loro. Maschi e femmine hanno lunghi capelli che ornano con fili di perle, alghe e sassolini lucenti. La loro pelle, in alcune parti, sembra luccicare come squame di pesce.
Purtroppo non si avvicinano a sufficienza per poterli osservare meglio. Alcuni altri, invece, sono ancora più stupefacenti: essi infatti hanno forma umana per una parte del loro corpo, che muta poi assumendo la forma di alcuni grossi pesci, con tanto di coda in tutto simile a quella dei delfini.
Uno dei guerrieri mi ha detto che quelli con la coda non lasciano mai l’acqua, mentre le creature dotate di gambe possono vivere anche sulla terraferma, per brevi periodi.
È perciò una di queste creature la giovinetta che ho visto sulla roccia. Esse vivono nelle acque come noi sulla terra ed hanno una loro civiltà: -Che sarà di loro quando il lago non esisterà più?- ho domandato al capitano della nave. Egli ha sorriso: -Avranno un’altra casa- ha risposto semplicemente.
Al di là del lago, erano ad attenderci altre creature della stessa specie dei nostri accompagnatori, ma di abiti e modi molto diversi. Il Druido mi ha spiegato che i nostri compagni di viaggio sono Elfi Bianchi, mentre questi altri sono detti Silvani. Abitano nelle foreste, in case costruite con gli alberi. Non potevo comprendere: sopra o dentro? No, dicono, “insieme”, come se case e alberi fossero cresciuti le une negli altri. Non ci siamo fermati, ma mi hanno promesso che presto vedrò uno dei loro villaggi, là dove andremo.
Finalmente, verso la prima ora del meriggio, abbiamo attraccato”

“Da quando sono qui, ho visto grandi meraviglie, ma pochissimi uomini.
A parte i miei compagni di viaggio, solo la famiglia che ci ha rifocillati al nostro arrivo nella valle e i la coppia alla Casa del Viandante. Per il resto, ho visto solo creature fatate. Questi grandi Elfi, gli esseri acquatici, e piccole creature sorprendenti, alte una spanna, in abiti marroni o verdi, con buffi copricapi rossi appuntiti. Sono timidi, ma molto gentili e laboriosi. Li si scorge correre e affaccendarsi tra le radici degli alberi, in mezzo ai cespugli o tra le erbe alte. Mettono allegria.
Sono così incredulo, che a volte penso che tutto questo sia un meraviglioso sogno. Nel nostro mondo, solo alcuni aruspici o veggenti sono in grado di vedere questi esseri, così come i fanciulli, a volte e la maggior parte della gente ne parla, facendo a volte confusione sulle loro forme e identità, ma pochi li hanno visti davvero.
Eppure essi esistono, anche là fuori. Forse non gli Elfi. Loro sembrano in carne ed ossa come noi, mentre le altre creature sono più leggere ed evanescenti, così sono convinto che, se ci fossero, li si vedrebbe qualche volta.
Il più ciarliero dei miei compagni di viaggio dice che questi esseri sono qui da milioni di anni, da molto prima che esistesse l’uomo e conoscono la storia della Terra, che essi chiamano sempre Madre.
Sento un grande desiderio di saperne di più e di scoprire almeno alcune delle cose che conoscono”

“L’isola è ricca e fertile, abitata da Elfi e da strane, meravigliose creature la cui vita è legata profondamente agli alberi. Ognuna di esse abita un albero e lo lascia raramente.
Spesso le si vede sporgere per metà dal tronco, come affacciate ad una finestra, ma se le si incontra lontano dallo stesso, subito, timide, corrono al tronco, nel quale spariscono. Fuori da queste valli sono così rare, che la gente pensa non posseggano gambe, ma solo la metà superiore del corpo. Invece, a volte, si prendono per mano e danzano insieme tra gli alberi, maschi e femmine insieme. Ho veduto tra i rami e tra i cespugli anche altre creature. Piccolissime, sfuggenti e piuttosto ritrose, ma in grande quantità. Mi hanno detto però di non avvicinarmi, a meno che non ci sia una Creatura degli alberi con me, perché sono dispettose e irascibili.
Con gli Elfi salpiamo per l’isola più piccola, quella dove è la costruzione di madreperla e da lì partiremo a piedi per la parte alta della valle, abitata dagli  uomini.”

“Finalmente abbiamo attraccato all’Isola piccola. Ero ansioso di vedere da vicino il palazzo.
Non è più grande di una domus patrizia, ma slanciato e ricco di torri, di cui quattro volte ai quattro punti cardinali e una centrale, più alta. Le torri sono bianche, rosate e celesti, ma quella centrale, a seconda dell’ora del giorno e del punto di osservazione, risplende dei colori dell’arcobaleno. La costruzione è tutta circondata da un giardino traboccante di fiori sconosciuti.
L’isola è chiamata “Isola delle Fate” e il piccolo palazzo è loro domicilio e tempio. In un angolo del   giardino è un bellissimo tiglio così mi sono seduto all’ombra dei suoi rami a riposare e godermi ciò che mi circondava, ma, appena appoggiato le spalle al tronco, sono stato investito da una gragnuola di sassolini, una grandinata da cui non sapevo come ripararmi.
Il Druido è intervenuto, intimando ai miei assalitori di smettere. Ho scoperto che i colpevoli erano quelle minuscole fatine da cui mi avevano messo in guardia la mattina stessa.
Ai loro occhi ero colpevole di aver sostato sotto il loro albero senza permesso. Le fatine, per niente intimorite dal Druido, hanno iniziato a lanciare sassolini anche su di lui, su uno dei guerrieri e sul capitano della nostra nave, nonostante egli faccia in qualche modo parte del loro stesso popolo, così che sassolini piovevano da ogni parte e le creaturine ci sfrecciavano intorno colpendoci e afferrandoci le tuniche, i capelli, la barba.
Inoltre emettevano grida simili allo squittire di piccoli topi, ma acutissime e feroci.
Finalmente una signora alta e luminosa come il sole è apparsa e con un gesto della mano le ha scacciate, mandandole sui rami più alti. Quindi ha intimato loro di lasciarci in pace e, alla sua persona, esse non hanno osato ribellarsi e sono rimaste quiete anche dopo che la signora è scomparsa.

Ho così potuto osservarle meglio. Hanno in tutto e per tutto la forma di minuscoli uomini e donne, alti non più di uno o due pollici, a volte più piccole, ma i loro corpicini sono quasi trasparenti e paiono fatti di luce. Al centro dei loro piccoli petti splende una luce più intensa, in corrispondenza del cuore.
Ero così affascinato nel guardarle, anche se vedevo che avrebbero voluto riprendere a picchiarci e molte si nascondevano più rapide dei fulmini.
-Oh, che meraviglia!- Ho esclamato: -Portunes!-
È come se avessi detto qualcosa di terribile. Ogni cosa è diventata immobile intorno. –Che dici, straniero?- ha chiesto cautamente uno dei guerrieri: -Portunes- ho ripetuto: -I romani chiamano così queste creaturine. Io non le ho mai viste, ma gli aruspici le descrivono in questo modo, piccolissimi uomini o donne luminosi. Dicono che portino molta buona fortuna e le case presso cui vivono siano benedette- l’Elfo, il Druido e tutti si sono guardati gli uni gli altri in silenzio: -Portunes…- ha sussurrato il Druido. Alcune creaturine sono uscite dai loro nascondigli e a loro volta si guardavano, indecise.
Poi, improvvisamente si sono alzate in volo tutte insieme, in alto e un notevole numero è volato in tutte le direzioni, mentre le altre mi circondavano, ma ora senza minaccia.
Ed ecco che, mentre ancora mi chiedevo cosa mai stesse succedendo, abbiamo visto un grande sciame levarsi in cielo, così da creare una nube luminosa tanto grande da oscurare la luce del sole.
Quale meraviglia! Non potevo capire cosa stesse succedendo.
Tutte insieme si sono messe a danzare e risplendevano sempre di più. I miei compagni ridevano a crepapelle e ripetevano: -Portunes! Portunes!- indicandole.
Che stava mai succedendo?
Alla fine il Druido mi ha raccontato che molto tempo fa queste creature erano allegre, giocose e amichevoli. Non avevano un nome, gli Elfi le chiamavano Tinay, che non è un nome, ma una parola che significa “piccolo essere”. Con il passare dei secoli, però, gli uomini che arrivavano a volte da oltre le montagne incominciarono a dare nomi propri a tutte le cose, viventi o meno, ma per qualche motivo non diedero mai un nome alle fatine.
Pian piano questo sembrò irritarle. Divennero sempre più irascibili e scontrose, fino a non permettere agli uomini di passare accanto ai loro cespugli o agli alberi che abitavano.
La gente della valle cominciò a cercare un buon nome per loro, ma pareva che ogni nome fosse già preso da qualche altra creatura, o facesse riferimento al loro essere piccole e questo le faceva arrabbiare sempre di più: possibile che in tutto il grande mondo non ci fosse un buon nome per loro?
Così la loro rabbia non si placò mai e divennero nemiche non solo degli uomini, ma perfino degli Elfi, poiché erano amici dell’uomo.
Da secoli i valdombriani non possono sostare sotto un albero o raccogliere bacche o fiori o erbe. Per creare pozioni medicinali devono chiedere a Driadi o altre fate benevole di raccogliere le cose per loro. Perfino la raccolta dei frutti è diventata pericolosa: le fatine permettono per il bene degli alberi la raccolta, ma, nonostante ciò, accolgono a sassate la gente e, di nuovo, quando decidono che i frutti colti siano abbastanza, li cacciano allo stesso modo.
Ora, però, hanno un nome, un nome tutto loro che non indica una cosa piccola, ma qualcosa di buono e di buona fortuna.
Sono molto felici e non smettono di circondarmi, toccarmi e portarmi in dono piccoli fiori, bacche, frutti, e del filo colorato e meravigliosamente morbido e lucente. Ricorda certe stoffe provenienti dal lontano Oriente, ma è ancora più bello. Sono qui, seduto al centro del giardino delle fate, circondato da doni preziosi e scintille danzanti e tutti festeggiano e danzano intorno a me.”

“ La Signora del Castello delle fate ha voluto vedermi. È un essere dall’aspetto straordinario: alta, bellissima, avvolta di luce. Non riesco a vederne bene i lineamenti, poiché la luce che emana quasi disturba i miei occhi.
È come se mutasse, come il suo corpo non fosse solido come il nostro e i capelli dorati, lunghissimi e sciolti lungo i suoi fianchi, si muovono intorno a lei, come mossi da brezza. È la cosa più stupefacente che abbia mai veduto.
Essa ha voluto ringraziarmi di persona per il grande servigio reso al suo mondo. Non ho fatto nulla, ma quel semplice nome, per queste genti, è un miracolo. –Straniero, il solo veto che noi ti diamo, e già ne sei a conoscenza, è di non rivelare a nessuno l’esistenza delle Tre Valli. A parte questo, chiedimi ciò che desideri e io te lo concederò. Rifletti fino a domani. Domani si terrà un banchetto per festeggiare la pace con le…Portunes e allora mi dirai la tua decisione-

Sono confuso: che posso chiedere a questo mondo, se il mio premio è già quello di essere testimone di questo luogo? Non è forse un premio meraviglioso essere per queste genti un eroe? Non posso riposare stanotte. Continuo a guardare le foreste e giardini ammantati di luci, come se tutte le stelle del firmamento fossero cadute su queste montagne. “

“Ho deciso, alla fine. Non posso smettere di pensare alle meraviglie di questi luoghi e al grande sapere di queste alte creature chiamate Elfi. Gli uomini non vivono mille anni, ma la loro vita è lunga il doppio della nostra, al di fuori di qui. Vorrei poter tornare qui, un giorno, quando avrò concluso ciò che devo fare per il mio mondo, e finire i miei anni tra queste genti. Vorrei restare già da ora, ma la nostalgia per i miei congiunti mi assale: so di dover tornare da loro e restare ancora per un po’, in qualche modo congedarmi dalla vita che conosco, per poi iniziarne una del tutto nuova e sconosciuta.
Vorrei un giorno morire per Roma per tornare qui e qui rimanere per sempre.”
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79 d.C. notte 24/25 agosto, largo del Golfo di Neapolis

...Era come fosse arrivata la fine del mondo.
La notte era  illuminata da fuochi sibilanti che attraversavano il cielo, cadendo a miglia di distanza dalla montagna squarciata, raggiungendo a volte perfino il mare, dove cadevano producendo alti, furiosi, getti di vapore che sembravano gridare verso il cielo.
Un immenso fiume di fuoco correva lungo i fianchi della montagna, dividendosi in innumerevoli altri più piccoli che si rincorrevano, si riunivano al corso principale, se ne separavano nuovamente, schiacciando e cancellando ogni cosa nella loro corsa.
Una nube fitta, nera come pece e ugualmente appiccicosa si levava torreggiando fino al cielo, spandendo ovunque un sulfureo odore di morte, divorava il cielo, puntava verso la terra devastata.
Il golfo era affollato di barche e galere, alcune che portavano soccorso, altre che fuggivano cariche di gente disperata e addirittura lì, al largo, al sicuro nel manto della notte, era possibile percepire l’eco della disperazione e del terrore.

La nave era quasi invisibile. Silenziosa, buia, pareva avvolta in un magico incanto che rendeva l’oscurità più profonda, celandone la presenza.
Eppure era lì. Leggiadra, immobile, quasi un fantasma.
A prua una figura alta, avvolta in un mantello con cappuccio altrettanto scuro, fissava la costa immobile, come in trance. Gli occhi soli scintillavano di un colore inusuale, argenteo, nel quale si riflettevano il fuoco e i lapilli che graffiavano il cielo. 
Curiosità, forse pietà, forse anche indifferenza era ciò che esprimevano; non terrore, non dolore o qualsiasi altro sentimento sarebbe stato normale immaginare su un volto umano di fronte ad una simile tragedia.
La montagna ferita ruggiva vomitando l’inferno lungo i suoi stessi fianchi, cancellando vite, storie, passato e futuro.
“Comandante?” una seconda figura, altrettanto avvolta di oscurità era apparsa sul ponte: “Sono rientrati. La missione è riuscita, sebbene a fatica”
Il Comandante non staccò gli occhi dal vulcano: “Sta bene?” domandò sottovoce: “Non molto, signore. È stato difficile avvicinarsi, era sempre circondato da altre persone. Solo quando la situazione è stata per loro insopportabile anche i suoi familiari più stretti hanno dovuto lasciarlo e i nostri hanno potuto effettuare la sostituzione. In ogni caso, gli umani non si accorgeranno di nulla. Penseranno sia stato ucciso dal calore e dalle ceneri. Abbiamo fatto un buon lavoro, molto somigliante.” concluse il nuovo arrivato con una punta di autocompiacimento.
Sotto il cappuccio si intuì il lieve balenare di un sorriso: “C’era da immaginarselo. È un incosciente…o molto fiducioso nel suo destino…se la caverà?” Anche la seconda figura dovette sorridere, più apertamente: “Naturalmente. Lo stanno già curando, sottocoperta”
 “Bene.” Disse il Comandante dopo un silenzio interminabile: “Non abbiamo più nulla da fare qui. Possiamo salpare...Non c'è nulla che possiamo fare” disse come a se stesso.
Volse quasi a malincuore le spalle alla Montagna di Fuoco, avviandosi al timone.
La nave, leggera come un soffio di brezza, scivolò sulle acque cupe, silenziosa, accompagnata da quell’incanto di luce buia in cui era celata.
“Comandante?” sussurrò un’altra voce, femminile questa volta: “Abbiamo un messaggio della Sacerdotessa. La tua sposa ha dato alla luce vostro figlio, un maschio. Dice che non avevate scelto un nome quando sei partito e domanda se ne hai uno buono da suggerirle”
La voce venne sopraffatta da un tremendo boato, un bagliore rosso li raggiunse ancora da terra, agitando le acque, superando addirittura la Magia che pareva proteggere la nave.
La Montagna gridava, gemeva piegata su se stessa, spezzata dal proprio dolore, tanto che perfino il Comandante ne parve scosso, almeno per un istante. Lasciò finalmente scivolare il cappuccio, rivelando tratti taglienti, strani occhi obliqui dal colore argenteo e una leggera luminosità che pareva provenire dal suo stesso essere.
Rimase alcuni istanti in silenzio, assorto, contemplando la costa: “Dille…” sorrise lentamente. La lieve luminosità si fece più intensa: “…Chiamatelo Plinio”

                                                                                             Fine

Nota: l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. viene convenzionalmente accettata come tra il 24 e il 26 agosto, rifacendosi alla lettera di Plino il Giovane. Attualmente, però, ritrovamenti negli scavi stanno suggerendo un periodo autunnale. Qui consideriamo valida la descrizione del Giovane, testimone oculare e cronista.

7 commenti:

  1. Mentre leggevo mi sono venuti i brividi..riuscivo quasi a sentire i suoni, a percepire le sensazioni che provavano durante l'eruzione e..era come se fossi lì..!

    è sempre emozionante leggere le pagine del tuo blog..

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  2. Grazie,degna conclusione ad un racconto bellissimo,sei grande come sempre,e la fata nuova è deliziosa...

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  3. ...ok...e i colliers? Non sono una fi...ehm...una favola? ;)

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  4. Ciao,provengo dal blog creativando creativando,mi ha incuriosito il nome Valdombra. Appena inizio a leggere mi rendo conto che parli dei miei antenati, beh ! si, sono campana. Magica coincidenza,comunque è interessante ciò che scrivi,ma anche ciò che realizzi.Bella la creazione in rosa del post precedente.Ciao.

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    1. Ciao a te!
      Anche la Marianna è campana, però devo correggerti: l'unico pezzo in cui si parla della Campania è l'eruzione del 79, il resto si svolge da tutt'altra parte. Per avere chiaro il racconto dovresti leggere il racconto dall'inizio, questo è solo l'ultimo capitolo. Trovi l'indice qui a destra.
      Ciao, a presto!

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