Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

sabato 27 giugno 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.30


(Link capitoli precedenti: p.: 29 p.:28 p.:27 p.:26 p.:25 p.:24 p.:23 p.:22 p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)  

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Nei giorni seguenti, mentre gli alloggiamenti per gli stranieri venivano smantellati e la vita tornava alla normalità, Sua Maestà appariva sempre più stanco e distante: per giorni e giorni non ci incontrammo, non parlò mai con me, né mi guardò durante un paio di udienze cui fui presente, nonostante la nostra muta comunicazione continuasse.
Sembrava da un’altra parte, il viso più smunto, lo sguardo spento. Nessuno aveva detto nulla, ma mi venne il sospetto che qualcosa non andasse con la Sposa Reale, poiché  pure lei si faceva vedere poco in giro.

Un giorno sentii le ancelle rammaricarsi perché che Sua Maestà era di nuovo sofferente proprio mentre la Sposa Reale era nei suoi giorni fertili, così che era piuttosto malinconica: ormai, questo non riuscir ad avere figli era per per lei un vero tormento e nemmeno riusciva a superare la morte della bambina.
Una di loro raccontò che, poco tempo prima, aveva avuto delle perdite, e le vecchie dicevano che si era trattato di un altro aborto molto precoce, tanto che neppure lei si era ancora resa conto della gravidanza.
Era come temevo, sospirai.

Fingendo di passare oltre, come presa da altri pensieri, avevo invece ascoltato i loro discorsi: dunque il Faraone era nuovamente peggiorato e certo in quelle notti sarebbe stato solo nelle sue stanze…attesi il buio e mi recai da lui attraverso il passaggio di servizio, mi nascosi dietro il pesante drappo che celava una nicchia nel muro in cui Sua Maestà riponeva rotoli di papiro più personali di altri o documenti importanti, e restai in attesa.
Arrivò dopo poco, accompagnato da un servitore che lo sosteneva: aveva le labbra livide, il viso pallido, un lungo bastone che teneva inerte nella mano sinistra, mentre con il braccio stava aggrappato all'uomo, che quasi lo teneva di peso. Il servitore si muoveva attorno a lui, sistemandolo sul suo giaciglio, avvicinandogli un vassoio con cibo e bevande, con movimenti nervosi e occhiate preoccupate.
Come si fu sistemato, il Faraone lo congedò, pregandolo di non disturbarlo fino al mattino; l’uomo ripose che per qualsiasi cosa ci sarebbe comunque stata la guardia alla porta e si allontanò inchinandosi profondamente.
Potevo sentire l’odore della sua paura, e sicuramente anche Sua Maestà lo percepiva.
Lo vedevano appassire sotto i loro occhi, erano tutti preoccupati e spaventati e io non riuscivo a darmi pace: era stato bene, così bene negli ultimi mesi! Che stava succedendo, ora?
Si distese, restò per un lungo momento appoggiato ai cuscini, assorto.
“Vieni” disse dopo un po’, tendendomi la mano.
Avrei voluto abbracciarlo, ma ero troppo intimorita dal suo comportamento degli ultimi giorni, così mi avvicinai senza dire nulla e restai in piedi di fronte a lui, finché aprì gli occhi e li alzò verso di me. Erano spenti, feriti, privi della loro luce, vederli così era come ricevere una pugnalata.

“È successo di nuovo, non è vero?” chiesi sottovoce.
 Lui chiuse gli occhi con un sospiro: “Ormai non ci resta molto tempo…non può continuare così, non possiamo. Bene, vuol dire che qualcosa dovrà succedere, a questo punto, è inevitabile.”
Si voltò faticosamente per sistemarsi e mi accorsi che era di nuovo dimagrito, i muscoli delle braccia avevano perso tono e si vedevano le vertebre sulla schiena.
Deglutii, sopraffatta dal terrore.

“Devo parlarti” disse quando si fu accomodato, con un filo di voce. Sembrava molto combattuto. Sedetti ai suoi piedi, ma lui mi tese la mano e fece cenno di alzarmi e di sedergli accanto.
“Non vorrei, ma è necessario…non doveva andare così!”
Non risposi: gli avevo sentito dire quelle parole molte volte, negli anni, ma sapevo che quel giorno avrei finalmente saputo cosa celavano.
 “Ricordi, la sera in cui arrivai a Waset per l’incoronazione, cosa mi dicesti? Che c’era una profezia su di me e tu ne eri parte”
“Si, me lo aveva raccontato il Gran Sacerdote settimane prima, al mio ritorno e tu dicesti che lo sapevi, ma non hai mai detto altro.”
Mi sfiorò il viso con due dita, riflettendo: “Fu molto strana la tua nascita, o meglio, come fosti trovata, poiché della tua venuta al mondo non conosciamo alcunché.
Non lontano dal tempio di Aset, presso un sentiero che conduce al fiume attraverso una zona di sterpaglia, si sentiva piangere un neonato, ma, non appena qualcuno si avvicinava per cercarlo, il pianto cessava, tanto che, tra canne e arbusti, non si riusciva a trovarlo.
Scese la sera e l’aria si fece più fredda, e la gente impegnata nelle ricerche temeva che potesse morire, perché sembrava molto piccolo: cercavano con l’aiuto di torce, infilando lunghe canne tra erbe e giunchi, ma non si arrivava a nulla, finché sorse la Luna; salì proprio al centro del cielo specchiandosi nell’Iteru e la sua luce colpì un grosso cespuglio illuminando un fagotto. Sembrò magia.
Il Gran Sacerdote ti sollevò in alto e ti chiamò Luna Nascente.
Ti affidò alle donne, ma tornato ai suoi alloggi cominciò a riflettere e decise che non potevi essere soltanto un’orfana, doveva per forza esserci altro, così si alzò, scese al Tempio e passò la notte in preghiera.
L’indomani chiamò alcuni sacerdoti, la Somma Sacerdotessa di Aset, un paio di aruspici e insieme partirono per consultare l’oracolo di Amun (probabilmente il Tempio Oracolare dell’Oasi di Siwa, nel deserto occidentale n.d.a.), così si avviarono verso il deserto e rimasero lontani quasi due lune.
Ed ecco che si manifestò la profezia.
Parlava della bambina come di “figlia di Aset, forma della Dea manifesta nel mondo” e la definiva come “Sposa di Ausar”, poiché essi furono creati dal respiro dell’Unico prima dell’alba del tempo e sono due e sono uno, una sola cosa in due forme distinte, inviati insieme su questo mondo.
Un’Anima che l’Uno aveva voluto dividere in due esseri perché si completassero e si beassero l’uno dell’altra fino alla fine del tempo.
Queste prime parole sconcertarono i sacerdoti, poiché, sebbene la nostra storia si fondi su questa tradizione, mai si era sentito che gli Dei fossero due e uno, separati per essere insieme, era un concetto diverso rispetto al semplice: “Ausar e Aset erano fratello e sorella, marito e moglie”.
Il Gran Sacerdote trovò invece questa interpretazione commovente e meravigliosa: egli era a conoscenza dell’esistenza di queste Duplici Anime, che non sono molte nel mondo e spesso sono incomprensibili alla gente comune, ma la cui esistenza è una benedizione per l’umanità e per tutti gli esseri, pur se ne sono inconsapevoli.
La profezia continuava dicendo che da una giovane sposa dal viso dolce e il cuore d’Oriente sarebbe nato il Piccolo Re, unico figlio dell’eresia, benedetto sposo di Aset.
Ausar era destinato a distruggere le Tenebre, sarebbe stato Colui Che Uccide la Morte, il nemico di Seth, un’Anima antica dal corpo divino.
Insieme alla sua Sposa, sarebbe salito al trono per riportare la luce alla terra, la comprensione e la memoria perduta agli uomini, ma…ma c’erano molti punti oscuri.
I figli di Seth vogliono la distruzione di quella coppia divina da quando esiste il mondo, e le probabilità che la Figlia di Aset fosse distrutta erano molto alte, in ogni possibile futuro i veggenti guardassero.
Senza di lei il Figlio dell’Eresia non poteva vincere, ma Egli poteva essere vittorioso e perderla molto probabilmente, essere sconfitto e perderla certamente.
Se da una parte l’oracolo diceva “insieme invincibili”, dall’altra c’erano ostacoli e nemici potentissimi da sconfiggere prima di poter essere insieme così come è nell’ordine delle cose, sposi e regnanti, e non era affatto certo che i nemici sarebbero caduti senza che lei fosse perduta.

I sacerdoti furono molto preoccupati da quelle parole: c’era da considerare che la bambina era un’orfana, una figlia di nessuno, probabilmente non aveva una goccia di sangue nobile, cosa che sarebbe sicuramente stata molto d’intralcio nel matrimonio con un Faraone, ma di sicuro non sarebbe stata la causa di attacchi tanto determinati verso di lei: era chiaro che sarebbe stata invece attaccata a causa di ciò che rappresentava, quindi era necessario tenerne nascosta l’identità.
Per proteggerla, il Gran Sacerdote, al suo ritorno alla capitale, mise in giro la voce che la piccola era sua nipote, figlia di suo figlio ucciso ai confini del deserto da una banda di ladroni e che la madre era morta dandola alla luce.
Questo dava alla piccola dei nobili natali, sicuramente non sufficienti perché potesse diventare Sposa Reale senza che qualcuno storcesse in naso, ma, speravano i Sacerdoti, sufficienti a metterla al sicuro.
Purtroppo, un po’ alla volta, essere nipote del Gran Sacerdote di Amun era sempre meno un onore e sempre di più un onere, dal momento che Amenophis IV stava cancellando Dei, templi e sacerdoti.

Quando compisti un anno vennero fatti nuovi vaticini: tu eri molto carina, con un carattere determinato e dolce, ma spesso ti comportavi come una principessa, insomma eri piuttosto imperiosa, per essere un’orfanella” si interruppe ridendo: “Ho una vaga idea di come dovessi essere, sai?” Io mi sentii profondamente imbarazzata, ma lui nascose il viso nei miei capelli: “La mia piccola Dea…come avrei voluto poterti vedere!”  ridacchiò.
“Gli oracoli dissero che la bambina celava nel cuore l’oblio di sé.” Riprese: “Aveva in sé un grande potere, di cui però non aveva alcuna coscienza e raccontarle la profezia, finché non avesse ricordato e compreso se stessa, l’avrebbe messa in pericolo maggiore. 

Il cammino si prospettava irto di pericoli e dall’esito oscuro.
Se ella non ricorderà, il Faraone, diceva la profezia, dovrà salvare la terra o la sua sposa.
Se avesse tentato di salvare entrambe, non avrebbe salvato se stesso.
Pareva non esserci scelta, le possibilità che tutto andasse per il meglio erano davvero una su…migliaia, credo.
Il Gran Sacerdote volle parlare con Kiya, che a quel tempo aveva forse undici anni, e le domandò se avesse avuto l’ordine di sposare Amenophis, poiché ella rispondeva perfettamente alla descrizione, essendo figlia di una donna d’Oriente.
Le raccontò della profezia e le disse di meditare molto su ciò che doveva fare.
In seguito vennero fatte altre divinazioni, ma sempre dissero che il figlio del faraone eretico sarebbe stato una Grande Anima, ma che la sua stessa natura avrebbe messo in grave pericolo l’esistenza sua e della sua amata.
Bada bene, non la vita, Is, ma l’esistenza!

Vedi, ciò che i figli di Seth vogliono da tempo immemorabile non è la mia o la tua morte, ma la distruzione delle nostre anime, per essere certi che non torniamo un giorno a combatterli ancora.
Qualsiasi cosa sia successa in passato, qualunque sia la ragione per cui non ricordi e per cui io sono così fragile, non sarà per sempre: la nostra natura, prima o poi, si farà forte, tornerà alla nostra coscienza, sapremo chi siamo, e dunque rappresentiamo un pericolo per loro, anche quando siamo separati e fragili.
Per questo la leggenda narra come Seth abbia distrutto Ausar smembrandolo e sparpagliandone i pezzi sulla terra, capisci?
Così facendo la sua anima era frammentata, egli non poteva più essere integro e, se pure fosse tornato in vita, sarebbe stato incompleto, debole e privato della memoria di sé e del proprio potere.
Ma l’amore di Aset è così infinito da far si che Ella abbia ritrovato ogni parte del suo sposo e l’abbia ricomposta, riportandolo alla vita, e ricreando da se stessa una piccola parte che non poté riprendere.  C’è una ferita, in Ausar, si. Ma Aset prende una parte di sé e la divide con il suo Sposo, così entrambi non hanno che una piccola mutilazione.

La tradizione vuole che sia stato smembrato il suo corpo, ma questa non è che una favola per menti semplici, una mera ombra della realtà.
La favola è un cammino iniziatico e simbolico, chiaro a chi sappia guardare ed ascoltare, ma nient’altro che una favola per gli altri.
Vi è un che di vero, incompreso, quando si racconta che Aset e Ausar si amavano già nel ventre materno: nella mente dell’Uno, essi erano uno e due, maschile e femminile, avvinti nel loro amore, ma di diversa energia.
Alla nascita si separarono per poter danzare insieme eternamente, uno nel cuore dell’altra, una nella mente dell’altro, una danza dell’Amore Cosmico, che nulla ha a che fare con ciò che l’umanità chiama con quello stesso nome.
Da secoli l’Egitto si riproduce seguendo una leggenda incompresa, pensando che la linea di sangue da tramandare sia quella dei fratelli nel corpo e non è così! Aset e Ausar erano una sola energia, una sfera di luce di due polarità al centro del Tutto.
Noi non ci innamoriamo l’uno dell’altra quando ci incontriamo, noi ci amiamo e i nostri corpi si incontrano, attirati irresistibilmente l’uno verso l’altra, poiché tutto è già compiuto.
Ti ricordi, Is? Ti ricordi come eravamo, laggiù, nella città dell’eretico? Ti ricordi come ci amavamo, già da bambini, come fosse innocente il nostro amore eppure così grande e completo?
Ti ricordi, come vivevamo immersi l’una nell’altro, persi in un Aaru (corrisponde a Paradiso per gli egizi) soltanto nostro, mentre al di fuori di noi quell’impero d’argilla crollava? E poteva crollare il mondo, senza che nulla potesse turbarci, te lo ricordi?”

Annuii con le lacrime agli occhi: da quasi dieci anni non pensavo ad altro.
Non c’era giorno in cui non rimpiangessi quel tempo, non c'era giorno in cui, chiudendo gli occhi, non lo vedessi piccino sulle mie ginocchia, ridere tenendomi le mani, le braccia allargate nel gioco, gli occhioni dorati nel visetto minuto che non desideravo che riempire di baci.
E lo acchiappavo, abbracciandolo e ridendo, non lasciando un solo minuscolo pezzo di quel faccino privo di baci, lui faceva lo stesso con me e poi ci facevamo il solletico rotolando nell’erba vicino al fiume, in un amore bambino eppure perfetto e totale, già allora…il mio cuore era là, in quel tempo, in una città che avevo temuto e odiato e mai avrei pensato di rimpiangere così intensamente.

“Tempo dopo mia madre sposò Ekhnaton, si trasferì nella nuova città e quasi subito restò incinta. Tu avevi circa tre anni, a quel tempo”
Sgranai gli occhi a quelle parole: “Come tre? Che significa?”
Lui annuì paziente: “Si, Is. È la prima delle cose sbagliate che sono successe. Lei era giovane, forte, bellissima e, dopo appena sei settimane, le levatrici dissero che sicuramente si trattava di un maschio e così dissero anche gli astrologi e gli wabu.
Il faraone era pazzo di gioia, e così tutta la corte, ma…ma ad un certo punto Kiya perse il bambino. Una notte, così, all’improvviso, stette molto male, vomitava come fosse stata avvelenata e perdeva molto sangue, i medici non riuscivano a fermare l’emorragia.
Quando finalmente l’emergenza fu superata, la vecchia governante scoprì, negli avanzi del cibo di mia madre, una gran quantità di estratto di prezzemolo (fortemente abortivo n.d.a.), il cui sapore era mascherato da spezie e datteri dolci. Praticamente, mi avevano assassinato ben prima che nascessi.

Kiya non parlò del veleno, né della profezia: non aveva idea di chi avesse voluto farle perdere il bambino, ma sapeva che NeferuAton…credo che a quell’epoca si chiamasse ancora Nefertiti, era molto arrabbiata per quella gravidanza di un maschietto, che la metteva in ombra a corte, visto che lei non riusciva a  procreare figli maschi.
Così Kiya non disse nulla, pianse il suo bambino in solitudine e in preghiera, certa che si fosse trattato di rivalità ed invidia di altre donne, ma la sua salute non fu più quella di prima.

Passarono oltre tre anni prima che restasse nuovamente incinta e non fu una gravidanza facile, quella volta, ma alla fine…arrivò un marmocchietto gracile, di cui fu necessario avere molta cura fin dai primi giorni di vita, perché all’inizio pareva ogni suo respiro potesse essere l’ultimo.
Ero venuto al mondo, nonostante tutto, ma ero fragile e malato e non avrebbe dovuto andare in quel modo. Non ho dubbi che il sangue di Ekhnaton avesse trasmesso delle malattie anche al primo feto, ma, mentre fin dal principio la prima gravidanza era forte e felice, questa era stata difficile e rischiosa.
Il resto, lo sai: dai sei mesi ai due anni restai sulla costa, allattato dalla mia nutrice che era una donna sana e forte.
Il suo latte mi rese più forte e l’aria del mare mi aiutò a crescere, a sua volta dandomi forza e salute, per quanto possibile.
Mia madre mi raccontava la profezia, ma narrandomene solo la parte felice, come una favola prima di addormentarmi: diceva che io ero destinato a compiere meraviglie, che ero stato mandato dagli Dei antichi e che presto sarebbe arrivata l’altra parte del mio cuore, che mi avrebbe amato come mai nessuno lo era stato nel mondo e che con lei sarei stato invincibile, poiché io ero il Signore di Tutte le Cose.
Ti aspettavo. Ormai eravamo tornati ad AkhetAton, avevo superato i tre anni e, come spesso fanno i bambini, mi sentivo grande. Ogni giorno mi facevo portare nel punto più alto del palazzo reale e guardavo il fiume, le barche che attraccavano, la gente, cercandoti…ma dovette passare ancora oltre un anno prima che tu arrivassi.
Quando finalmente ti abbracciai, pensai che la mia vita fosse meravigliosa e che sarei stato felice per sempre, che sarei guarito da qualsiasi male e sarei diventato forte, come uno di quei soldati grandi e grossi che erano di guardia alle porte della reggia.
Poi uccisero Kiya e scoprii che, nonostante tutto, non potevi scacciare tutto il male dal mondo: non eri che una bambina di pochi anni più grande di me.
Bellissima, dolcissima, eri molto più di quanto avessi sognato, così piena di grazia e dolcezza, paziente, a volte severa, forte e protettiva, immensamente amorevole. Non mi stancavo mai di guardarti…”
Si fermò, commosso dai ricordi, mi strinse forte contro di sé: “Ma eravamo bambini, Is. Bambini soli in un mondo di menzogne e ipocrisia, di invidie, di morti…noi soli. Eravamo protetti, certo, ma eravamo soli in quella città ostile. La governante, il maniscalco, il mio precettore, lo ricordi, Is? Quell’uomo dall’aspetto vecchissimo, con più rughe di quante la sua faccia ne avrebbe potute portare? Penso fosse nato così, vecchio e pieno di rughe, non sono mai riuscito ad immaginarlo giovane!" rise a quel pensiero, prima di riprendere:
"Passarono alcuni anni, anni in cui riuscii ad essere felice, nonostante tutto: avevo te, avevo tutto. Eri la mia vita, la mia certezza, il mio sogno. La profezia diceva che, qualsiasi cosa fosse successa, tu eri la mia sposa, lo saresti stata sempre e mi aggrappavo a quella certezza.
Finché morì Ekhnaton. Dopo innumerevoli lutti, se ne andò anche lui troppo presto.
Allora il mio precettore mi prese da parte e mi diede una lettera che gli aveva affidato Kiya anni prima. Avrebbe dovuto consegnarmela quando avessi compiuto dodici anni, ma visti gli sviluppi, ritenne di dovermela consegnare in quel momento.
E lì c’era…il resto.

Quando ero piccolissimo Kiya aveva preso accordi con il Gran Sacerdote che ti stava crescendo: io avrei dovuto salire al trono verso i diciassette anni, a dispetto di qualsiasi circostanza.
Ekhnaton non aveva una grande salute, si supponeva che non avrebbe vissuto a lungo, ma in ogni caso, tra i sedici e i diciassette anni, io avrei dovuto salire al trono.
Se il faraone fosse morto precocemente, Smenkhara ne avrebbe preso il posto, poi io sarei stato suo coreggente e al momento giusto avrebbe abdicato in mio favore e se ne sarebbe andato: non voleva il trono, anche se era disposto a tenerlo in attesa che crescessi.
Se le cose fossero andate per il verso giusto, le mie sorelle sarebbero state sposate, almeno le più grandi, e forse sarei riuscito a sposarti subito, ma, se anche mi fosse stata imposta una di loro, ti avrei presa nel giro di un anno come Seconda Sposa, con buona pace di tutta la corte.
Smenkhara avrebbe dovuto riportare la capitale a Waset, ripristinare l’ordine e, appena fossi stato abbastanza grandicello, imporre la mia volontà sul mio matrimonio non sarebbe stato così difficile, con la restaurazione ormai in corso e mio cugino al governo. Quel giorno, però, scoprii che tutti questi piani non erano che illusione, che la storia stava andando da un’altra parte.
Non avevo ancora nove anni, e il mondo mi crollò addosso un’altra volta.
Non avrei mai potuto sposarti, non me lo avrebbero permesso e io, per parte mia, mai avrei messo a rischio la tua vita, per nulla al mondo!
Se anche Ankhesempaaton si fosse sposata, non potevo sposarti! Anche la mia promessa era morta poco prima, non c’erano più parenti di sangue puro disponibili, ma come potevo fare?
Era troppo rischioso, avrei dovuto allontanarti da me, ma io non volevo! Potevo sopportare qualsiasi cosa, ma non potevo mandarti via.
Fui troppo egoista, ma volevo proteggerti tenendoti con me, temevo che, lontana da me, ti sarebbe successo qualcosa!

Tutto era oscuro, tutto si sgretolava intorno a noi: Merytaton morì, Smenkhara crollò come un castello di sabbia e morì poco dopo e io dovetti salire al trono, così presto!
È vero, cercai di chiedere te come Sposa Reale, un tentativo più per tastare il terreno sulle loro reazioni, ma appena fu chiaro che per loro non eri che una serva impura e che non avrebbero esitato a levarti di mezzo, mi arresi al loro volere e sposai mia sorella.
Con i templi in stato di abbandono da anni, i sacerdoti scomparsi, il Gran Sacerdote di Amun ormai morto, era venuto in qualche modo a galla l’inganno sulla tua parentela con lui ed eri diventata a tutti gli effetti una figlia di nessuno, rendendoti una sposa inaccettabile.
Chinai la testa e diventai lo sposo della Vedova Reale.
Feci di te una somma sacerdotessa perché ne avevi il diritto, grazie agli anni passati al mio fianco e alla tua dedizione.
Tante volte pensai di allontanarti, quando poi ci fu…quello schiaffone a Tey, ecco, sarebbe stata una scusa perfetta per esiliarti! Eppure, invece di esserne sollevato, mi sentivo morire!
Quei pochi momenti in cui fosti nel castelletto con me, mentre ti sgridavo e cercavo una punizione per il tuo gesto, il mio pensiero si bloccò, non riuscivo nemmeno a formulare un’idea di esilio, pur sapendo che era un’occasione irripetibile. 
Poi, la reazione di mia sorella cambiò tutto. E io continuai testardamente a cercare un’altra via per tenerti al sicuro e tenerti con me, soprattutto.
L’unica speranza che avevo era che tu ricordassi, ma non è successo e io non so se il piano mio e di mia sorella sia sicuro.
Tu piaci alla gente, ma non ai potenti, Is…tu piaci perché tendi loro le mani, tratti i più umili come tuoi pari, ma tratti i più altolocati come umili e questo è scandaloso oltre misura per la loro arroganza.” Mi sollevò il mento per guardarmi negli occhi: “Sei molto, molto cattiva, sai? Sei davvero un pericolo!”
Lo guardavo ammutolita, tutte quelle rivelazioni che si rincorrevano e si scontravano nel mio stomaco e mi si attorcigliavano nella pancia.

Ancora una volta riprese il filo del discorso: “I miei nemici, i nostri nemici, loro vogliono la nostra anima, ma non sanno chi tu sia, se solo...se solo sospettassero la verità, vorrebbero annientarti.
Ti ho fatta sposare, ti ho imposto un matrimonio vero, fisico, per unirti a quell’uomo, per legarti a lui: qualsiasi cosa accada, tu vivrai. Se io sarò imprigionato nel nulla, tu non lo sarai.
Tu attraverserai la vita, tu nascerai, tu camminerai attraverso i secoli, libera, nel sole e nel vento e lui sarà al tuo fianco, ti prenderà per mano, non ti abbandonerà perché questo è ciò che io ho ordinato, qui ed ora.
Non saprai chi sei, sarai amata, forse sarai perfino felice, un giorno o l’altro.
Forse mi dimenticherai e allora io morirò definitivamente, ma saprò che tu sarai libera e al sicuro, per sempre.
Dovevo scegliere tra te e l’Egitto e ho scelto te.
Dovevo scegliere tra te e l’eternità e ho scelto te.”

“NO!” gridai: “Non mi interessa vivere, non mi interessa l’intero universo! Io voglio te! È meglio un eterno nulla con te, che un solo giorno di vita senza di te! Non mi interessano le profezie, non voglio che tu ci creda, tranne…tranne che tu e io siamo una cosa sola, perché questo è vero, io lo so che è vero! Questa è l'unica cosa che conta! Portami con te, anche se questo significherà l’oblio!”
C’era in me un potere di cui non avevo coscienza e che non sapevo usare, ma, da qualche parte, esisteva e se soltanto io avessi potuto accedervi, allora anche quei mali ereditati dal sangue di Ekhnaton avrebbero potuto essere schiacciati, ne ero certa.
Mi accorsi di non saperlo fare e scoppiai a piangere dentro il suo abbraccio.”
(...continua cap.:31)

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