Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

sabato 13 giugno 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:29

(Link capitoli precedenti: p.:28 p.:27 p.:26 p.:25 p.:24 p.:23 p.:22 p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)

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Finalmente la stupida umana si rese conto della zampa che continuava a rasparle insistentemente le ginocchia e degli occhi imploranti di un cane barriccato d’annata.
Infilai a Grigno il guinzaglio e ci avviammo verso il parco…il parco, non il chiosco dei panini, sia chiaro.
“Insomma…quella malattia non avrebbe avuto a che fare con le patologie ereditarie del ragazzo, ma con la sofferenza, il conflitto creatogli dalla coercizione politica della corte, della società che lo circondava?” chiesi dopo un po’.
“C’erano una gran quantità di patologie, Eva. A volte aveva aritmie, che portavano quei picchi ipotensivi per cui aveva svenimenti…altre volte c’erano crisi improvvise, in cui si manifestavano le convulsioni, simili ad epilessia.
Alcuni pensano soffrisse di sindrome di Fröhlich, ma ti posso assicurare che…beh, se era ritardato mentalmente, allora mi domando come sarebbe stato da normale!
Aveva un’intelligenza acuta, pungente, anche se a volte sembrava faticare ad esprimere i pensieri, come ci fosse una disconnessione tra il pensiero e la sua esteriorizzazione, la manifestazione verbale.
Certi momenti sembrava gli sfuggissero le parole, si fermava e rifletteva, esprimendosi poi lentamente, spesso con gli occhi chiusi, scandendo le parole una per una, quasi con fatica, come se la bocca non volesse obbedire al cervello.
Ricordi che quando arrivai ad AkhetAton la Governante mi disse che, a volte, di notte parlava nel sonno in lingue sconosciute? Beh, poteva essere xenoglossia, come sarebbe successo a me migliaia di anni dopo, ma per quanto ne sappiamo ora, avrebbero anche potuto essere crisi di afasia momentanea, che a loro volta potrebbero allacciarsi alla malattia.
In genere non durava molto…non so, qualche minuto, poi passava, gli occhi tornavano vivaci ed espressivi e riprendeva ad esprimersi normalmente.
Ad occhi moderni, sicuramente, in quegli attimi, avrebbe potuto sembrare “ritardato”, ma poi, terminato l’episodio, stendeva chiunque con la logica del suo pensiero, ed era saggio, ironico, divertente.
Spesso bambino, quasi infantile, come non avesse voluto perdersi la giocosità e l’innocenza dell’infanzia, ma accostate ad una immensa saggezza e creatività: era come se, mentre ti spiegava un progetto o un’idea, la sua mente fosse già decine di idee e progetti più avanti, avanti nel tempo, nello spazio, in quella sua multidimensionalità.
Chissà, forse quei momenti di difficoltà erano dovuti alll’impossibilità di portare in questo mondo dei concetti per i quali non aveva termini appropriati.
Un ritardo c’era, come abbiamo già detto, nello sviluppo osseo, nella crescita, anche nello sviluppo dell’adolescenza: dimostrava meno della sua età e faticava a svilupparsi, ma a livello mentale, oh, era più intelligente e sveglio di tutti i suoi visir, segretari, sacerdoti e contabili messi assieme!
Purtroppo non ne aveva la perfidia e questo, si, questo…” sospirò: “Era un grosso limite. Forse è di per sé una brutta malattia.
I sintomi che io ho riconosciuto in lui riconducibili alla sindrome di Fröhlich, comunque, sono il citato ritardo nello sviluppo, disturbi visivi, forti dolori agli occhi, crisi emicraniche acute, ipotensione improvvisa, crisi simili a quelle epilettiche (più frequenti nell’ultimo anno), bacino allargato e pancina “morbida”, ma, come dicevamo, niente di così evidente da renderlo ridicolo o deforme.
Negli ultimi tempi aveva anche problemi intestinali, ma questo potrebbe essere dovuto al graduale ridursi del movimento.
Lui si vergognava anche di questo, per quanto non ci fossero cartelli in giro per la reggia con su scritto: “Sua Maestà non va in bagno”, però a corte si sapeva e questo lo imbarazzava moltissimo.
La gente, però, era tenera: si sentiva sussurrare che Sua Maestà aveva problemi intestinali e subito arrivava qualcuno con un rimedio o un altro da suggerirgli, facendo a gara a chi riusciva ad aiutarlo nel miglior modo. Era letteralmente circondato di balie!
Erano tutti così teneri, premurosi, affettuosi. Lo imbarazzavano e lo commuovevano con quel loro modo di fare. Era il loro Bambino…

Io ho sempre pensato che la sua grande sofferenza, le crisi, i forti disturbi visivi e la fotofobia, anche se occasionale, fossero dovuti alla deformazione cranica.
In ogni caso, quella necrotizzazione delle falangi non dovrebbe avere a che fare con le patologie sospette, certe, quasi certe o molto dubbie.”
“In ogni caso, quando stava con te stava bene!” protestai testardamente.
“È vero” concesse: “Quando stava con me, stava bene. Forse non potevo guarirlo, forse non da tutto, forse no. Ma chissà…”

Lasciammo correre Grigno dietro alle farfalle (ne avesse mai beccata una!) sedendoci su una panchina: “Alla fine, e finalmente, arrivarono le navi. Sua Maestà aveva voluto scendere a Men Nefer ad accogliere gli ospiti, intanto che terminavano i lavori a Waset.
Il popolo era tutto assiepato sulle coste, lungo le rive del fiume, la gente vestita con gli abiti migliori, chi ne aveva indossava i propri gioielli, la gente comune monili di vetro e perline e perline di vetro tra i capelli.
L’Egitto risplendeva specchiandosi nel suo fiume placido prossimo alle inondazioni, fiero di sé e del proprio splendore.
La nave che non aveva raggiunto la Grande Isola del Nord, arrivò giorni prima, accolta festosamente, poiché aveva preso contatto con popoli leggendari, di cui si conosceva l’esistenza dai racconti dei popoli del mare che parlavano di misteriosi sacerdoti bianchi adoratori di alberi e Montagne.

Sua Maestà incontrò i naviganti in pubblica udienza, ascoltò il racconto del loro viaggio in silenzio, senza mai interrompere, se non con cenni del capo e sorrisi o espressioni di educato e moderato stupore, li ricompensò per la loro impresa con pezzi d’oro, lotti di terreno e l’esortazione a chiedere ciò che più desiderassero, ma si mostrò appena stupito e divertito scoprendo che, quasi tutti, non desideravano che una nuova nave e poter solcare ancora i mari al più presto.
“Il cuore di Sua Maestà comprende molto bene i desideri dei Suoi valorosi marinai” rispose dolcemente: “Se fosse un uomo libero, Sua Maestà stesso li seguirebbe sulle loro onde” si sentì un mormorio di confusione tra la gente ed Egli alzò la mano destra, lasciando scorrere sulla folla lo sguardo dorato: “Ma poiché Sua Maestà non è un uomo comune, lascerà compiere grandi imprese ai Suoi valorosi e resterà ad attenderli tra le amorevoli braccia del Suo popolo”
Si sentì un respiro di sollievo generale, così forte che la gente rise di se stessa e Sua Maestà stesso rise di gusto.
La Sposa Reale, al suo fianco, rise un po’ meno: lo guardava contrita ed interrogativa, forse temendo volesse svignarsela.

La sera ci fu una cena, con danzatori, musici, giocolieri e guitti di ogni tipo, durante la quale Egli mangiò pochissimo e parlò tantissimo con il capitano della nave e i suoi ufficiali.
Io non ero accanto a Lui e non potei ascoltare, ma osservavo la sua espressione, ormai non più formale come al pomeriggio, passare dallo sbigottimento, al riso, al timore, perfino alla commozione, a seconda delle parole di quegli uomini.
Ascoltava con tutto il corpo, rapito, proteso verso l’uno o l’altro oratore, con due occhioni più grandi del cielo, pieni di meraviglia.
Che importa di che parlassero, quei marinai? Che importa se infarcivano il loro racconto di favole per renderlo più fantastico o sentirsi più eroi?
Era bellissimo e meraviglioso era lasciar sognare il Re Fanciullo e specchiarsi nei suoi sogni.
Andammo a dormire molto tardi e il giorno dopo tutto il paese sonnecchiava.

Ci fu giusto il tempo di riorganizzare la seconda grande accoglienza, che arrivarono le altre due navi.
Ancora la popolazione si assiepò sulle coste, splendida e fremente d’attesa, ancora una volta l’Egitto mostrò se stesso in tutta la sua meraviglia, ci fu perfino una parata militare all’arrivo degli ospiti.
Non avevamo mai visto una nave simile e non l’avremmo mai più vista.
Sottile, dall’alta polena con testa di uno strano animale dalle fauci spalancate, gli occhi minacciosi fissi nel vuoto, di un legname scuro, diverso da qualsiasi cosa avessimo mai visto e una grande vela quadrata dagli strani disegni.
Per quelli che sono i miei ricordi, la nave somigliava a quelle di molti secoli dopo ben più di quanto si potrebbe credere ed aveva un aspetto robusto e leggero ad un tempo, una nave creata per mari tempestosi e sconfinati, che nessuno di noi era in grado di immaginare.
Mi parve splendida e spaventosa mentre la guardavo incapace di distoglierne gli occhi.
E c’erano davvero uomini strani, i più incredibili che avessi mai visto: immensi, forti, le loro donne altissime, dai muscoli possenti simili a quelli degli uomini,  lunghissimi capelli del colore del grano maturo, del miele, del sole al tramonto. La loro pelle, invece, non aveva il colore del latte, a causa del lungo viaggio per mare sotto il sole, ma avevano il viso e le braccia cosparsi di piccole macchie rossastre.
Quasi tutti gli uomini avevano la barba e alla barba molti avevano fatto gli intrecci che le donne facevano ai capelli. E i loro occhi! Davvero avevano il colore dell’acqua o del cielo o degli alberi!
Con loro era una donna vecchissima, tutta coperta di segni blu scuro, lunghi capelli bianchi sciolti fino alla metà della schiena e con molte ciocche colorate dello stesso blu dei disegni sul corpo.
Passandomi accanto si fermò e mi studiò per un lungo momento, con gli occhi socchiusi, sorrise reclinando la testa e se ne andò senza una parola.
Non sapevo come avrei potuto comunicare con quella gente e me ne dispiaceva davvero molto.
Sua Maestà li attendeva sul trono, indossava una lunga tunica di stoffa finissima, un pettorale con Corniole, Turchese e quelle lucenti Lacrime del Deserto che tanto gli piacevano, due bracciali alti d’oro massiccio e sandali con intarsi d’oro.
Pure, mi resi conto che di tutto l’oro che Egli indossava, agli stranieri interessava solo quello dei Suoi occhi: nessuno si soffermò su corone, pettorale, bracciali, né sul trono, né su altro: il capo di quella gente si inchinò appena a Sua Maestà, piantò gli occhi nei suoi per un lungo momento e sorrise: “Tu, Signore Rathotis, sei davvero grande come si dice” ammise: “Immensa è la Tua anima, puro il Tuo cuore e infinita la Tua saggezza. Possano gli Dei proteggerti e donarti lunga vita, felicità e salute”
Bisogna dire che quel grande uomo dalla barba gialla intrecciata e dagli occhi blu come le profondità dell’Iteru, aveva si una voce tonante, ma un accento terribile, comunque si espresse in modo che potessimo capirlo.
Ero affascinata da loro, dai loro costumi, dalla loro pelle chiara, ma soprattutto dalle donne: fiere, forti, armate, mai abbassavano lo sguardo, mai fingevano disinteresse se osservate, anzi, piantavano gli occhi appassionati o gelidi in quelli di chi le osservava, sfrontate e orgogliose.
Avevano uno strano odore, che mi faceva pensare a spazi immensi,  a climi che non potevo nemmeno immaginare e cieli senza fine.
Se chiudevo gli occhi e inspiravo il loro odore, vedevo venirmi incontro immense nubi che si rincorrevano come cavalli in battaglia su fertili terre di smeraldo e ruggenti acque scure, che si scagliavano contro grandi rocce dai volti scarni di Dei pietrificati.
Una di loro mi diede, giorni dopo, un po’ di unguento che chiamò con un termine simile ad “wra” e tentò di spiegarmi che era un fiore selvaggio che ricopriva il verde ventoso, spesso vicino agli scogli, per molte miglia. (Wra o Ura era il nome celtico del Brugo N.d.a.)
Ci furono molte feste, doni da entrambe le parti, Sua Maestà invitò gli ospiti a risalire il fiume prima dell’inondazione, per raggiungere la capitale del Sud, nell’Alto Regno, si che potessero vedere per intero il nostro splendido paese.
Gli stranieri furono deliziati dall’invito: avevano sentito parlare delle meraviglie della nostra terra fin dai tempi dei loro nonni e desideravano sinceramente vederle.
Ridevano molto, ad alta voce, si inebriavano facilmente, non abituati al vino forte e alla birra del nostro paese e diventavano piuttosto burrascosi, così Sua Maestà, di nascosto, ordinò ai servitori di mescolare acqua fresca alle bevande.

Due di quelle donne erano mogli del capo, che non era un re come noi lo intendevamo, ma un capo abbastanza importante, mentre una delle sue mogli era la figlia di qualcosa di simile ad un re, quella più altera, dai lunghi capelli colore del rame colato, la stessa che mi aveva dato quell’Wra.
La persona più importante, però, era la vecchia, che era una strega e una veggente.

Così, non molto prima dell’inondazione, salpammo per il Sud.
Mi accorsi che i nostri ospiti, pur affascinati dal nostro paese, dal sole e dal cielo sempre terso, soffrivano molto il nostro clima.
Raccontavano che, là nelle loro terre, l’estate durava tre mesi, poi gli alberi cambiavano colore, alcuni si facevano di un verde cupo e silenzioso, altri rossi o gialli e poi lasciavano cadere le foglie in uno spesso strato sul suolo.
Questa era una buona cosa, perché dopo iniziava a piovere per parecchio e dopo ancora scendeva una cosa che non aveva traduzione nella nostra lingua, l’acqua bianca in fiocchi, dissero.
Scendeva dal cielo in grossi boccoli, gelida, si posava sul terreno e lo copriva come una pesante coperta. A volte, se era abbastanza compatta, ci si poteva camminare sopra agevolmente, a volte invece si affondava anche fino alle cosce!
Succedeva che, se colti per via e senza possibilità di riparo, si potesse anche morire. Era una morte dolce, arrivava come una donna sensuale e gentile, abbracciava e cullava con un canto suadente, che portava un sonno profondo. Ma era il sonno era la morte.
Ero molto in dubbio se credere loro o meno, ma i nostri marinai confermarono le loro parole. Dissero anche che il sole restava poche ore in cielo nel periodo freddo, mentre, nei mesi caldi, rimaneva per moltissimo tempo, con albe e tramonti lunghissimi e, a volte, quando se ne andava, apparivano luci verdi, rosse, viola, che si rincorrevano come immense, meravigliose e terrificanti serpi nel cielo.
Noi tutti ascoltavamo estasiati, ma più di tutti Sua Maestà, che guardava con intenso rimpianto e desiderio quella gente.
“È molto più bello di quello che mi aspettavo…” mi disse un giorno, quando eravamo ormai prossimi alla meta.
“Le nostre terre sono un grande dono, una meravigliosa ferita verde nel deserto e grandi le opere che nei secoli ha compiuto la nostra gente. La vita è dolce per questi popoli insediati da millenni attorno al mare, benché essi non perdano occasione di complicarsela con guerre, beghe politiche, invidie e mali che potrebbero evitare senza fatica” disse a voce bassa: “Ma qui è sempre tutto uguale! E c’è così tanta sabbia, anche!
Là…là deve essere meraviglioso! Montagne verdissime, mari tempestosi, cieli mutevoli, stagioni tanto diverse! E pensa come sarebbe bello correre nella notte sotto il sole, come di giorno! Riesci ad immaginarlo, Is?”

No, non molto, a dire il vero. Faticavo ad immaginare il mare che lui mi aveva descritto tempo prima, ed era qualcosa semplicemente a poche miglia dal delta. Come potevo, per davvero, immaginare mondi così lontani?
“Mi hanno chiesto di andare con loro.” Disse voltandosi a guardarmi: “Poiché non è possibile, ho pensato di mandare qualche nostro dignitario: sarebbe meglio si trattasse di volontari, per esempio qualche giovane coppia, che vada a nome mio e di mia sorella. Qualcuno che magari non abbia mai avuto alcun ruolo a corte e che sarebbe contento di vivere quest’avventura e presentarsi per conto del Faraone, non pensi?” Sedette con un sospiro: “Quanto vorrei poter andare, poter fuggire con questa gente, almeno per un po’, ma guarda!” disse alzando gli occhi oltre la chiglia: “Come potrei lasciare questo paese, ora che si sta appena riprendendo? Tra l’altro, forse nemmeno sarei in grado di sopravvivere, ad un simile viaggio…ma quanto vorrei solcare i mari!”
si interruppe, ricacciò in gola il rimpianto e mi guardò di sottecchi, malizioso: “Tu lo vorresti?” Come non volerlo? Al di là di quei racconti incredibili, come avrei potuto non desiderare di fuggire con lui, lontano, tanto lontano da non poter mai più tornare?
Liberi. Lui e io. Quante volte lo avevo sognato, lungo gli anni, quante! “Io verrei ovunque con te e vorrei qualsiasi cosa tu potessi volere” mi sorrise e mi prese la mano, di nascosto.

A Waset gli alloggi lungo il fiume erano ormai pronti e degni di re e, sebbene costruiti con tufo e legname nubiano, erano ampi e lussuosi, con tutte le comodità che potevano esistere a quel tempo.
I nostri ospiti erano deliziati, perfino imbarazzati da tanto lusso: a quanto pareva i loro costumi erano molto più austeri e sobri dei nostri.
Pensai che non avessero bisogno di alcun lusso, poiché portavano i loro tesori addosso, nei loro occhi e nei capelli, e il loro paese era un gioiello cui nessun re avrebbe potuto aspirare.
La gente li guardava passare a bocca aperta, c’era chi, più ardito, si avvicinava per toccare loro i capelli, quasi temendo di scottarsi, i bambini si nascondevano dietro le gambe dei genitori, sbirciando di nascosto quegli stranissimi esseri, domandandosi se si trattasse di uomini e donne di questo mondo.

Ogni giorno Sua Maestà organizzava qualcosa per i nostri ospiti, banchetti, viaggi, danze, mostrava loro i templi, iscrizioni, ogni possibile meraviglia e discorreva, per quanto le difficoltà di linguaggio lo permettevano, di filosofia, religione e ogni aspetto della conoscenza.
Era così bello vederlo tanto felice!
Sfinito, certo, ma radioso di felicità.
Purtroppo, nonostante i nostri wabu e la loro strega, quelle genti erano del tutto impreparate a mali che per noi erano comuni e alcuni di loro si ammalarono a causa di parassiti e malaria. Sua Maestà si era raccomandato diverse volte di stare molto attenti alle punture di zanzare, ma con tanto di precauzioni e unguenti, a volte anche noi venivamo punti o colpiti da malanni del genere.
Il problema è che i loro corpi non conoscevano quei mali e non avevano difese.
Alcuni guarirono, due morirono.
Sua Maestà era disperato, non sapeva come fare per aiutarli e come consolarli per i loro lutti: si sentiva nuovamente maledetto, poiché stava portando sciagura a gente che ammirava e da cui era molto amato ed ammirato.
I visir si offrirono di mummificare i due defunti, ma, nonostante lo sgomento, il loro capo scoppiò a ridere: la loro gente, almeno sulle coste, costruiva zattere su cui componeva i corpi e poi, portatele al largo, le incendiava, così che bruciassero e affondassero nelle acque assieme ai corpi mortali, mentre l’anima si librava nell’immensità celeste.
Questo sconvolse profondamente la corte, ma affascinò il Faraone, che, come ti ho raccontato una volta, la pensava piuttosto diversamente dai sacerdoti.
Il capo straniero, comunque, raccontò che anche nella sua terra molti immergevano i defunti nelle torbiere per un periodo, poi li seppellivano in tumuli sottoterra, a volte cosparsi di bitume perché si conservassero.
Lui non amava quelle usanze, ma, diceva, la gente ha bisogno di avere tombe su cui piangere e ricordare e, forse, non per i ricordi propri, ma per lasciare testimonianza di sé a coloro che verranno.
Sua Maestà fece preparare due zattere identiche, comporre i corpi, li fece ricoprire di fiori e cospargere di miele e birra, poi lasciò che i loro compagni compissero il rito funebre bruciando le zattere e liberando le anime verso il cielo.
“Lo spirito dei nostri fratelli ti benedice, Rathotis” disse il giorno dopo la vecchia strega: “Tu sei grande nel cuore e immenso nell’anima. Se maledizioni gravano su di te, il mio popolo, la mia terra, i nostri Dei, ti benedicono.”

Quando ancora la terra era bruna e coperta dai fanghi neri dell’inondazione, i nostri ospiti decisero di partire: il clima era per loro dannoso e gli ammalati necessitavano del vento del mare aperto per riprendersi.
Poiché era stato spiegato che la malaria è ciclica e che sicuramente avrebbero sofferto di febbri per il resto della vita, dovevano tornare e cercare cure con i loro maghi bianchi. 
Almeno due coppie del nostro popolo partirono con loro, ma non ho altro ricordo. Erano giovani e volonterosi, so solo questo. Portarono con sé alcuni gioielli e altri gli stranieri li lasciarono a noi, come pegno di imperitura amicizia.


Quando furono prossimi a salpare, la strega si fermò ancora una volta a fissarmi intensamente, con i suoi occhi stranamente scuri per quella gente, poi, senza una parola, come la prima volta, se ne andò.
Ero affascinata dal suo potere, avrei voluto poterle correre dietro e salpare per quelle terre misteriose, imparare tutto ciò che conosceva e molto di più: la sua Magia aveva qualcosa di potente e totalmente ignoto, antico, primordiale, che mi faceva sentire come una formica, davanti a lei…ma non potevo partire. Qui avevo qualcosa di molto più prezioso, più prezioso di qualsiasi dono e qualsiasi conoscenza.
Guardai la nave straniera scivolare leggiadra sulle nostre acque troppo quiete, tra ali di folla festante, le due coppie di giovani sulla poppa a salutarci.
Con un sospiro tornai a casa, stordita da quelle settimane di meraviglia e di dolore. Una delle mogli del capo mi aveva regalato un piccolo oggetto in argento, con dei simboli sconosciuti. “Per proteggerti” aveva spiegato.
Lo tenni stretto nella mano per tutta la strada.


(...continua p.: 30)

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