Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

lunedì 1 giugno 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:28

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Non sapevo se raccontare quel sogno: l’americano era stato fin troppo affascinato da quello precedente, assieme all’esperienza al tempio di Karnak, eppure non riuscivo a non pensarci; non appena chiudevo gli occhi quell’immagine era lì, vivida, intensa, meravigliosa.
Sentivo il vago odore di muffa di quel luogo evidentemente sotterraneo, misto ad un altro “scoppiettante” ed elettrico, l’odore di sale grosso gettato nel fuoco.

Non so come lo avessi scoperto: quando ero piccola mia mamma temeva sempre che un giorno o l’altro avrei incendiato la casa. Prendevo un piccolo braciere che papà aveva recuperato in cantina quando erano andati a vivere in quella casa, appena sposati, mettevo sulla rete legnetti aromatici e poi disponevo uno strato di sale grosso che annaffiavo con un po’ di brandy.
Infine, con molta cautela, infilavo sotto la reticella un lungo fiammifero da forno e saltavo indietro.
Si sprigionava un fuoco vivo, alimentato sia dagli oli essenziali dei legnetti e delle foglie essiccate, sia dalla sostanza alcoolica, poi, quando la temperatura era abbastanza elevata, il sale iniziava a scoppiare, saltando ovunque. Il risultato era uno stupendo odore di pulizia elettrica, vivo, un odore simile a quello dei temporali.
L’odore della Magia.
Forse erano i miei ricordi a mescolare quegli odori, ora, ma io ero convinta che la mia passione per quel piccolo rito fosse dovuta ad un atavico ricordo di qualcosa di magico.

Spesso le offerte ad Iside venivano bruciate nel fuoco di sale: alloro, cedro del Libano e incenso, bruciavano dinanzi ai Suoi altari.
L’odore del sogno era diverso, troppo umido e freddo, come sale bruciato da un fulmine e non da fiamma.
Era sogno o ricordo?
Era forse qualcosa che io avevo dimenticato migliaia di anni prima?"
“Ne parlasti con l’americano, alla fine?”
“No, non in quel momento. Ne ero ancora troppo sconvolta io stessa, non sapevo darmi una spiegazione che avesse un minimo riscontro.

Tornai in regressione due giorni dopo il suo arrivo.
Volevo tornare esattamente a dove avevamo interrotto la seduta, ma era una cosa apparentemente difficilissima, così programmammo con molta precisione le modalità del viaggio.
Per un po’ non accadde niente altro che un insieme di immagini accavallate e prive di senso, poi mi trovai in una situazione piuttosto imbarazzante, ragion per cui il mio inconscio si opponeva all’emergere pubblico di quei ricordi.
La notte in cui mi disse, infatti, del piano approntato per poter togliere un po’ alla volta potere al Gran Visir e riuscire a sposarmi, non la passammo a guardarci negli occhi.
Credo che, da quel momento, avesse iniziato a considerarmi come roba sua, quasi ufficialmente: doveva passare più di un anno prima che la Sposa Reale dichiarasse formalmente la sua volontà di ritirarsi dal suo ruolo e di aver scelto una donna, nient’altro che una fattrice, da mettere sul trono accanto al fratello, ma ora avevamo una speranza concreta!
Lui era così sollevato, che si lasciò un po’ più libero di essere con me, così come avrebbe sempre dovuto essere, anche se sempre con molta prudenza.
Eravamo felici: avevamo un’opportunità fino al giorno prima quasi impossibile.
Era meraviglioso: come nel sogno, provavo quell’essere uno, quelle sensazioni che non è possibile descrivere, di unità e completezza divine.
Non scambiammo una parola nelle ore seguenti, perché non esistevamo su un livello umano, quotidiano, non comunicavamo in altro modo che istantaneamente, il cuore nel cuore, il respiro nel respiro, la mente nella mente, l’Anima fusa nell’altra Anima. Trasparenti l’uno all’altra, perfetti.
Ebbi delle visioni rapidissime, come lampi, di una luce intensa di due diversi colori che si trasformava in una spirale a due bracci, nella quale però quei colori, pur così fusi insieme, non si mescolavano, mantenendo la propria frequenza e la propria identità.
L’uno e il duale, immersi uno nell’altro, ma sempre se stessi.

E poi venne l’alba, che ci trovò abbracciati, bagnati l’uno delle lacrime dell’altra, disperatamente felici.
“Tornerai tra un anno?” gli chiesi quando dovette andarsene.
Lui sorrise come non aveva mai sorriso, radioso, gli occhi d’oro in cui si riflettevano i primi raggi del sole: “Abbiamo molto da preparare e molto di cui parlare, prima dell’annuncio. Ci sono cose che ti sono segrete e che è importante che tu sappia o non potremo portare a termine questo progetto. E comunque, quando mai potrei starti lontano più di pochi giorni?”

Due giorni dopo vidi un cocchio sfrecciare lungo le strade attorno al palazzo reale, inseguito da guardie a cavallo e cocchi di soldati disperati.
Correva verso la periferia della città, in direzione del deserto, un uomo piuttosto anziano e robusto come passeggero e un passerotto incoronato come auriga: non lo vedevo così da anni, ma si sentiva bene, benissimo e voleva correre guidando il suo cocchio, libero per quanto possibile, forte almeno per metà del suo corpo.
Mi sarebbe probabilmente venuto un attacco di cuore se non avessi visto la presenza rassicurante del maniscalco al suo fianco, mentre i soldati sfrecciavano davanti ai miei occhi (e a quelli di mezza Waset) mostrando facce grigiastre di terrore.
Avevo visto scene simili ad AkhetAton molte volte, almeno dieci anni prima, ma i soldati che laggiù erano piuttosto abituati alle sue fughe, ora non c’erano più o non prestavano più servizio a corte, così costoro erano sconvolti dal comportamento del Faraone, troppo abituati a vederlo in piedi per grazia ricevuta, zoppicante, sofferente, in preda a febbri, svenimenti e convulsioni.
Soltanto il maniscalco al suo fianco e io, in quel momento, ricordavamo la sua infanzia, la sua gioia improvvisa e quasi selvaggia di acchiappare la vita non appena ne avesse l’occasione, la sua ribellione al dolore e alla debolezza, così eravamo gli unici a sorridere, in una città in preda allo sgomento.
Tornò ore dopo, ad una velocità moderata, i cavalli sbuffanti, il maniscalco con la faccia d’ebano tagliata a metà da un sorriso scintillante fino alle orecchie e, passando davanti alla nostra casa, ci fece un breve cenno con il capo.
Non un saluto.
Presi un velo, poiché presto sarebbe stata sera, e ci recammo a palazzo.

Quel pomeriggio assistetti alla più divertente scenata matrimoniale che si possa immaginare: la Sposa Reale doveva essere in ansia da parecchio, così, quando annunciarono il Suo ritorno, corse nei cortili ad attenderlo, trafelata, circondata da alcune ancelle e, non appena lo vide, ritto sul cocchio, radioso, felice e sorridente insieme al maniscalco, gli corse incontro strillando improperi mai uditi da una così nobile donna, tanto che Egli fece uno scarto e riprese a correre, ora da solo, poiché il maniscalco era saltato giù un istante prima delle urla di Ankhesenamon, facendo un bellissimo slalom tra i presenti, cavalli, ostacoli di varia natura che gli si presentavano di fronte.
Non poteva scendere, perché non avrebbe potuto scappare alla sorella a meno di imparare a volare molto velocemente, inoltre il tempo impiegato a slacciarsi le cinghie le avrebbe permesso di acchiapparlo, così continuò per un bel pezzo a scorrazzare per i cortili, inseguito dalle urla della Sposa Reale, osservato da guardie, corte, soldati e perfino servitori che si sbellicavano dalle risate.
Purtroppo, Sua Maestà era fragile e, anche se quel giorno era miracolosamente buono, presto iniziò a dare segni di fatica e mancamento, si che ebbe bisogno di essere soccorso: un soldato saltò sul cocchio in corsa, fermò i cavalli e gli slacciò le cinghie, prendendolo a braccia e portandolo lontano dalle ire della regal consorte.
La gente se ne andò alla spicciolata, scuotendo la testa, alcuni commentavano che Sua Maestà a volte era davvero avventato, altri che aveva ragione di prendere la vita per la coda appena ne avesse la possibilità, in ogni caso era stato un pomeriggio memorabile.
Mio marito e io restammo nei cortili chiedendoci cosa dovessimo fare: ci aveva chiamati, ma ora che lo avevano portato via a braccia, forse doveva riposare ed era bene ce ne andassimo?
Alla fine decidemmo di restare per un po’, in attesa di vedere che sarebbe successo.
Non passò molto tempo che un servitore venne a chiamarci per condurci agli alloggi di Sua Maestà. “La Sposa Reale è molto arrabbiata, i medici l’hanno convinta a non picchiarlo, ma era davvero molto, molto arrabbiata.” Ci confidò timoroso, mentre ci scortava lungo i corridoi.

Lo trovammo disteso sul letto, un cesto di frutta accanto, un piatto in cui era abbandonato un rimasuglio di anatra e un ampio panno freddo a coprirgli la testa fino a metà del viso.
Sedetti al suo fianco e gli presi la mano: “Non mi ha ucciso…” commentò un po’ contrito.
Mio marito e io ridacchiammo e lui si scostò il panno da un occhio per guardarci: “Le sorelle possono essere una gran seccatura, ma se oltre ad essere più grandi di te sono anche la tua sposa…non importa chi tu sia, faraone o imperatore, sei cucinato come un’anatra!” disse indicando con un cenno il piatto accanto.
“Ammetterai di essere stato avventato, oggi, Maestà!” lo rimproverai.
Lui si mordicchiò il labbro, una buffa espressione molto poco regale e molto tanto infantile su un visetto ancora imberbe nonostante i diciotto anni, poi fece una smorfia, ridacchiando piano, casomai la sorella fosse ancora stata nei dintorni e avesse deciso di infilarsi nelle sue stanze.
Si spinse un po’ in su per appoggiarsi contro un grosso involto di pelli e indicò a mio marito un sacchetto su un mobile poco lontano: “Prendi quello, devo mostrarvi una cosa” disse con gli occhi brillanti.

Prese il sacchetto e fece scivolare sulla coperta un mucchietto di piccole pietre giallo chiaro, alcune quasi bianche, semi trasparenti e molto brillanti, dall’aspetto zuccherino del miele solido (Silica Glass). Così com’erano non mi parvero straordinarie, ma Sua Maestà ne era affascinato come un bimbo: “Vedi? Gli uomini del deserto raccontano che, tanto tempo fa, cadde una stella dal cielo e bruciò la terra e, quando finalmente fu di nuovo possibile avvicinarsi, il deserto era pieno di queste pietre, come gocce di miele schizzate in giro e pietrificate. Se ne trova una moltitudine ad Occidente, in mezzo al grande mare di sabbia. Dicono si trovino anche dei piccoli diamanti, così, sai, in superficie, in mezzo alla sabbia…non è incredibile?
Ecco, queste sono quasi sempre gialle molto chiare o a volte verdi, altre volte come queste, vedete?” spiegò mostrandocele sul palmo: “Attendevo una carovana, tempo fa avevo chiesto di poterne avere e oggi i beduini sono arrivati e ne hanno portate molte, alcune grandi come la mia mano” disse allargando la mano al massimo: “Sono rare, si trovano soltanto là, dove è caduto il cielo! Ora sono opache, ma quando le tagli, brillano come stelle, dentro. Anche Ekhnaton ne aveva alcune…” rifletté.
Le guardava affascinato, con gli occhi sognanti di un bimbo piccolo, sembrava dimentico di tutti i suoi mali, delle responsabilità, dei lutti. Era tenerissimo.
Non avrei saputo dire se quelle pietre mi piacessero o meno e quanto, ma lui ne era così felice che non potevano che sembrarmi la più grande meraviglia della terra.

Ne prese un pugno e ce le diede, un po’ a mio marito, un po’ a me: “Prendetene, fatene ciò che volete. Monili, oppure tenetele con voi, o regalatele a chi ne ha bisogno; valgono un bel po’” disse sorridendo.
“Sua Maestà è sempre troppo generoso. Non abbiamo fatto nulla per meritarcele” disse mio marito chiudendo le mani su quel piccolo tesoro. Lui lo osservò intensamente per qualche istante: “Io ti priverò del tuo tesoro più grande. Non ho abbastanza per ripagarti di quello che ti porterò via” disse, improvvisamente serio.
Sentii mio marito irrigidirsi leggermente. Non rispose, si limitò ad inchinarsi profondamente e ripose le pietre in una pezza che il Faraone gli porgeva.

 “Presto succederà una cosa bellissima!” esclamò guardandoci, gli occhi brillanti di eccitazione: “Ricordi, Is, quando ti parlai di quelle terre lontane dove l’acqua cade dal cielo come fiocchi di lana e ricopre la terra per molti mesi? Ricordi che mandai due delle nostre navi, con l’ordine di esplorare le coste fin dove fosse possibile? Volevo conoscere quelle genti del Nord con cui mio nonno e suo nonno prima di lui, commerciavano rame, argento, stagno…”
Si, ricordavo bene, era passato almeno un anno e mezzo, da quel giorno. “Ebbene, stanno tornando! E non sono sole! Una delle navi si è fermata sulle coste delle terre dei Liguri, l’altra ha percorso le coste esterne fino alle immense isole verdi, a Nord. I vecchi racconti narrano che siano completamente coperte di grandi alberi, e che per mesi scenda quella lana bianca e gelida a ricoprire la terra e, se continui a viaggiare verso Nord, arrivi ad un punto in cui, quando se ne va il sole, luci misteriose verdi e rosse si rincorrono nel cielo.”
Si fermò e prese fiato, perso in quel sogno incredibile: “E ora tornano con una delegazione di quelle genti. Si dice abbiano gli occhi come acqua, i capelli di fuoco e la pelle color del latte!”
I suoi occhi scorrevano da me a mio marito, brillanti di curiosità, persi nel sogno e in un’immensa emozione: “Nessuno di loro è mai stato qui! Alcuni Keftiu, a volte, ne hanno incontrati e raccontano che gli Sherden (popolo del mare, spesso pirati, probabilmente identificabili la civiltà nuragica dell'antica Sardegna n.d.a) siano stati lassù, ma poche navi si spingono così a Nord e ancora meno delle loro scendono tanto a Sud…in genere i mercanti portano le merci fino alle terre dei Liguri, e poi caricano sui mercantili diretti a Sud e Oriente.
I vecchi, quando ero piccolino, quelli che erano alla corte di mio nonno, raccontavano che alcuni della nostra gente, da Men Nefer, partirono verso quelle terre non fecero ritorno. Poi…” sospirò tristemente: “Poi ci furono gli anni oscuri e, se delle navi partirono, forse furono attaccate dagli Sherden…in ogni caso, sappiamo che non c’era di che pagare i debiti, dunque i contatti si persero. Voglio che i commerci rifioriscano e voglio conoscere quella gente di persona” concluse. “Maestà?” intervenne mio marito: “Potremo intenderci con costoro?” Il Faraone sorrise: “Oh, i nostri si sono intesi là, nel misterioso Nord, avranno certo con sé qualcuno che ne comprenda la lingua e forse, nel mentre, avranno avuto il tempo di apprendere da loro medesimi qualche cosa, no?”
“Heru Ra? Come possono avere i capelli di fuoco?” domandai preoccupata.
Lui si strinse nelle spalle, guardava nel vuoto vedendo chissà quali meraviglie, sognante e malinconico ad un tempo: “Non lo so, Is.” Poi si voltò a guardarmi e gli si illuminò il viso: “Ma lo sapremo non appena arriveranno qui! Quanto li ho sognati, da bambino, desidero così tanto incontrarli!”
Si voltò verso mio marito, giocherellando con le dita immerse nei sassolini e lo guardò con quegli occhioni innocenti che aveva quando si sentiva al sicuro: “Sto preparando degli alloggiamenti presso il porto, per loro. Vorresti domani presentarti al direttore dei cantieri su mio ordine, si da sovrintendere che tutto sia edificato nel migliore dei modi?”
Mio marito esitò: “Maestà…non se ne avranno a male gli attuali capimastri?”
“La cosa mi è del tutto indifferente. Il Faraone vuole che ci sia una mente in più a controllare e dirigere i lavori, i capimastri possono essermene saggiamente grati e vivere felici, oppure aversene a male e vivere infelici. In ogni caso, dovranno eseguire i miei ordini”
Mio marito si inchinò sorridendo a quelle parole e decise di andare subito a dare un’occhiata, finché ancora c’era luce e gli operai erano al porto, così da essere pronto l’indomani.
Io restai accanto al Faraone ad attendere il suo ritorno: “Mi vuoi curare un poco, Is?” disse Sua Maestà quando fummo soli: “Mi sono molto stancato, oggi, sono successe tante cose. Per quanto felice, questo stolto scrigno malriuscito non fa che reagire con malattia perfino ai più bei doni della vita! Ma tu vuoi curarmi, un po’?”
Lo aiutai a distendersi meglio e gli posai le mani sulle tempie calde.
Aveva il viso arrossato dalla corsa, dal sole a picco, dall’emozione. “Stai molto bene in questi giorni, Mio Signore” gli dissi all’orecchio.
Lui mi sbirciò con un occhio solo: “Lo so. È la verità, sto molto bene. Il mio solo cruccio è che per il mio bene, qualcuno che mi è fedele dovrà soffrire”
Chiuse gli occhi aprendo se stesso alla luce che scendeva dalle mie dita e sorrise al sonno ristoratore che arrivava ad abbracciarlo.

Ci fu molto lavoro, lungo il fiume, nelle settimane seguenti. A volte arrivavano dispacci con qualche notizia sulle navi, ormai al largo delle coste libiche, così tutta la città, e probabilmente tutte le città dal delta fino a Waset, erano in fermento.
Mio marito passava alcune ore al giorno assieme ai capimastri, più che altro per la sua esperienza come carpentiere edile, ma stilando per Sua Maestà ogni particolare sui materiali impiegati e sul lavoro svolto. I sacerdoti preparavano al meglio i templi e le statue, tanto che anche le due famose statue delle loro Maestà assise alle porte del tempio furono terminate prima dell’arrivo delle navi.
Ci fu un’inaugurazione, i sacerdoti le consacrarono, le sacerdotesse suonarono i sistri, cantarono e danzarono, io officiai in veste di Aset Alata e danzai di fronte alla Coppia Reale, e tutti tornarono a casa felici e contenti.
Restai, più tardi, a guardare quelle due statue con i sorrisi bugiardi stampati sulle facce di pietra.

Qualche giorno dopo venne una delle Sue guardie più fidate a chiedermi di raggiungerlo: “Sua Maestà ha necessità di conferire con te, Signora, e con il suo medico personale. Presumo sia per via della delegazione, vuole essere al meglio della sua forma, se possibile”
Saltai sul cocchio con l’uomo e in un soffio fui al palazzo reale.

Accadde una cosa strana, quel giorno, cui non diedi peso sul momento: mentre il cocchio si fermava nel cortile e il soldato mi prendeva con garbo la mano per farmi scendere, mi si parò di fronte la nobile Tey.
Stette immobile a guardarci, accigliata, bloccandoci la strada, il soldato che le si inchinava rispettosamente, senza però degnarla di uno sguardo, come forzasse se stesso in quel gesto.
Restai interdetta a guardarla a mia volta, chiedendomi cosa volesse e perché si comportasse in quel modo, finché, poiché non si spostava, il soldato mi prese delicatamente per la vita e mi fece compiere un giro attorno al cocchio, così da poter proseguire dall’altra parte.
Non disse nulla, ma lo vidi stringere la mascella.
Non c’erano stati quasi contatti tra noi dopo lo schiaffone di ormai due anni e mezzo prima: ci si incontrava, se non era possibile farne a meno, ognuna ignorava l’altra e si andava per la propria strada.
Tutta la corte era al corrente delle cattiverie e delle menzogne messe in giro da Tey su di me, dei problemi che mi aveva creato, ma ormai nessuno le dava più corda da un pezzo e la vita scorreva indifferente a quella donna, pur così potente, così non sapevo spiegarmi cosa fosse successo.
Tuttavia, avevo altro cui pensare e me ne dimenticai.

Medico e paziente reale mi aspettavano negli alloggi di Sua Maestà, stranamente sereni: “Oggi ho camminato fino all’ufficio della corrispondenza senza bastone, sai?” mi accolse il mio Re con un sorriso: “D’accordo, ho un po’ saltellato, un po’ appoggiavo male il piede, ma ero senza bastone. Non ho febbri da settimane e forse sono perfino ingrassato un pochetto” concluse osservandosi le braccia.
Era sottile, aveva braccia snelle, ma forti, mentre le gambe, soprattutto la sinistra, erano disarmoniche: da anni portava tutto lo sforzo e il peso del corpo a destra, mentre la sinistra era per lo più sollevata o mal poggiata sull’esterno del piede o al più sul tallone, per cui la muscolatura era atrofizzata.
A causa delle sue malattie, però, aveva il pancino morbido sui fianchi un po’ troppo larghi, di cui si vergognava parecchio.
Non era sgradevole, non si può dire fosse flaccido, ma era così, si può vedere nei ritratti in cui è seduto e si vede un fanciullino magro dal pancino un po’ tondo, o nella grande statua del tempio funebre, dove lui è in piedi, le mani lungo i fianchi, e il pancino un po’ pronunciato sui fianchi più larghi del normale.
Tutti questi, che ora vengono sbandierati come malformazioni che avrebbero dovuto renderlo deforme e ridicolo, in realtà erano difetti appena visibili.
Difetti, senza dubbio, ma niente di così evidente.
È buffo, io trovavo molto carina la sua pancina morbida, mi faceva tenerezza. Credo che oggi la definiremmo sexy” spiegò ridendo.

Approfittai della sua risata per chiudere la bocca, che tenevo spalancata da un pezzo, tanto che ero quasi sicura di aver inghiottito una mosca, ad un certo punto.
“Ferma, ferma, ferma!” esclamai: “Lascia stare la sua pancina sexy, parliamo di quelle navi!!” strillai. “LUI avrebbe inviato a Nord delle navi?? In un’isola verde? L’Inghilterra?”
Marabel mi guardò quasi preoccupata: “Perché? Non ti piace?”
“Ma…ma…ma…” lei appoggiò i gomiti sul tavolo, intrecciò le dita e ci appoggiò il mento, restando a guardarmi come uno strano insetto: “Vedo che ti turba” commentò.
“Non se ne è mai saputo niente, ma niente!!”
“No, Eva, non è così.” rispose tranquilla.
“La gente, oggi, pensa che gli antichi passassero il loro tempo in un posto, che non avessero idea di cosa li circondasse, ma sbagliano. Gli antichi viaggiavano e lo facevano con molto più coraggio di ora, poiché spessissimo non sapevano dove sarebbero arrivati, quanto sarebbero stati lontani e quali fossero le incognite…ma erano molto, molto preparati, abili, capaci.
Viaggiavano per amore della scoperta, per commercio, per conquiste, per molti motivi. Sai, alcuni ricercatori hanno scoperto navi egizie risalenti ad almeno seimila anni fa e probabilmente non erano nemmeno le prime. C’è chi ritiene che i Fenici abbiano imparato dagli Egizi a navigare, pensa un po’!
Ekhnaton si era arroccato nella sua città eretica con la sua corte e là era rimasto senza mai uscirne, poiché sosteneva che suo padre Aton gli avesse ordinato di fare così, ma questa era la sua follia, non la norma.
Oltretutto, come sappiamo, era riuscito ad indebitarsi con tutto il mondo antico e le razzie dei pirati erano il tributo che finiva per pagare per la sua inettitudine.
Sua Maestà disse che i commerci di metalli si erano interrotti con il regno eretico e questo avrebbe senso, ma ci sono prove di contatti piuttosto frequenti con le popolazioni dell’odierna Gran Bretagna, probabilmente precedenti a lui, il quale, appunto, parlava di epoche precedenti a suo nonno.
La cosa ridicola è che alcuni attribuiscano proprio a suo padre tali contatti, mentre in quel ventennio l’Egitto era chiuso al mondo…chissà perché tanta gente va matta per Ekhnaton? Era una calamità, altro che…”
si fermò a riflettere, per un momento: “Come sappiamo, invece, il Fanciullo non aveva mai amato AkhetAton, forse anche a causa dei suoi ricordi legati al mare, in ogni caso, per lui, quel posto era una prigione.
Così…poiché non poteva viaggiare personalmente, aveva deciso di mandare delle delegazioni ad esplorare il mondo al posto suo.
Voleva conoscere le grandi terre del Nord, ne era affascinato, come i bambini dei nostri tempi lo sono dalle storie dei Pirati della Malesia, dei Caraibi, o da Indiana Jones, per esempio.
Voleva vedere, sapere, conoscere.
Se avesse potuto, se la sua carica e la sua salute glielo avessero permesso, credo avrebbe fatto il giro del mondo almeno otto volte!”

“E poi, arrivò quella delegazione? E che successe?”
“Oh, si, certo…un paio di mesi dopo, così ci fu il tempo di sistemare gli alloggi per gli ospiti. Non erano molti, una ventina di persone o poco più, ma Sua Maestà voleva che tutto fosse perfetto, ci teneva tantissimo a fare bella figura.
Inoltre…temeva il giudizio dei popoli lontani sul regno di suo padre, così voleva che fosse ben evidente come lui avesse riassestato ogni cosa e come ora il paese fosse splendido e degno di fiducia.
Anche le statue terminate prima dell’arrivo degli ospiti furono un traguardo cui teneva molto. Sai, Sua Maestà tendeva ad essere piuttosto pignolo e meticoloso.

Nel periodo di attesa ci incontrammo in privato ancora un paio volte.
Per quanto mi avesse detto che era necessario preparare ogni particolare con attenzione, avevamo a disposizione ancora molto tempo e, in quei giorni, Sua Maestà era parecchio distratto dall’attesa delle navi.
Ogni volta che arrivava qualche messaggio era in fibrillazione e se non arrivava lo era ancora di più! Sembrava improvvisamente regredito all’età di cinque anni!
Lo prendevamo in giro, per questo, quasi tutti: Maya non osava e il Gran Visir non ne era capace e forse nemmeno gli interessava.
 La spedizione verso Nord era stata un’impuntatura del Fanciullo, contro il parere di Aye, il quale riteneva fosse meglio lasciare ai mercanti Keftiu o ai Liguri l’onere di procurarsi ciò che occorreva alla nostra terra e portarcelo direttamente a casa e ora, il fatto che la spedizione avesse avuto successo, era uno smacco.
Il potere gli stava sfuggendo sempre di più, proprio mentre era convinto di poter manovrare quel ragazzino a piacimento, visto il peggiorare delle sue condizioni.
E qui…accadde qualcos’altro.”
Si fermò, riflettendo. Io mi accorsi di essere tutta sporta verso di lei, ignorando completamente Grigno che mi porgeva il guinzaglio con occhioni penosamente lacrimevoli e mi chiamava con la zampetta. “…Si?”

Marabel rifletté per un po’, cercando le parole: “Beh…lui…lui migliorava. Stava meglio, molto meglio. Aveva fame, gli occhi erano brillanti e limpidi, i mal di testa erano diminuiti in modo considerevole, non ebbe convulsioni, e i giramenti di testa a causa delle crisi ipotensive, erano molto leggeri.”
“E il piede??”
“Si, migliorava, o perlomeno non peggiorava. Era passato un certo tempo da quando il medico lo aveva inciso l’ultima volta, ma le falangi erano pulite, la pianta ben cicatrizzata. Questo era un traguardo straordinario, credimi!”
“Lo immagino!” esclamai entusiasta: “Lo vedi? Lo sapevo, lo sapevo, era felice, sapeva di poter finalmente creare una vita insieme a te, senza timori, almeno non troppi, e quindi la salute ritornava, vedi?!?”
Avevo questa tendenza ad entusiasmarmi, dimenticando come, alla fine, fossero veramente andate le cose e, quando mi tornava in mente, mi sentivo terribilmente frustrata.

“Si, hai ragione. Niente sensi di colpa, niente conflitti. Cosa sai di riflessologia plantare?” Mi colse di sorpresa: “Eh? Io? Mah, che è utile. Se fatta bene serve in un sacco di cose, perfino per il sistema endocrino o osseo…perché?”
“I piedi rappresentano l’avanzare nella vita. L’avampiede, l’avanzare verso il futuro. Il dito che l’osteonecrosi prese a divorare per primo, rappresenta l’esercizio del proprio potere personale, l’autorità. Il piede destro l’autorità temporale, attiva, come dire, razionale o politica; il sinistro…il potere legato alla propria parte intuitiva, spirituale, l’ispirazione e l’aspirazione, un esercizio di potere legato al proprio sentire.
Il secondo dito, quello che iniziò a farlo soffrire un po’ più tardi, è invece legato a creatività, al piacere e anche alla sessualità.
Come vedi, due cose in cui era stato profondamente costretto e limitato.
Capisci quando diceva di sentire come fosse la presenza del Gran Visir a farlo stare male, cosa intendesse? Quell’uomo lo braccava da ogni parte, sia per quanto riguardava il suo “compito nel mondo”, sia per quanto riguardava il suo lato non tanto affettivo, ma proprio sessuale, imponendogli dei rapporti che gli creavano, giustamente, un profondo conflitto esistenziale.
Non aveva problemi alla parte destra, poiché la sua regalità, la sua capacità di comando e l’autorità erano più forti dei conflitti con i voleri dei visir e dei consiglieri in competizione tra loro, ma l’altra sfera, quella più profonda, sensitiva, legata all’aspetto spirituale del suo compito nel mondo, era fortemente e costantemente violentata.
Il come lui avrebbe voluto modellare il mondo attorno a sé era in conflitto con il come era costretto a lasciarlo o riportarlo ad un modello statico precedente a suo padre.
Era una ferita costante: non era per questo che era venuto al mondo.
Quindi, si può dedurre che, per quanto assurdo potesse sembrare a prima vista, Sua Maestà non aveva torto.”
Non dissi nulla, perché non c’era nulla da dire. E poi, perché avevo qualcosa di molto grosso e fastidioso in gola, in quel momento.

(...continua p.:29)

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