Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

domenica 17 maggio 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 26

(Link capitoli precedenti: p.:25 p.:24 p.:23 p.:22 p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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La fissavo non so da quanto, con un pezzo non ben identificato di pollo tra le dita.
Dovevo avergli dato un paio di morsi ad un certo punto, perché c’era un ossicino spoglio che mi osservava incuriosito.
“Marabel?” deglutii: “Ti ha…detto…questo? Lui ti ha veramente detto queste cose sulla religione?”
“Si, si espresse molto chiaramente contro le religioni create come strumenti politici. Un credo religioso è sicuramente molto più forte di qualsiasi partito, lui stesso era il frutto di una situazione di questo tipo, era l’inquisitore di un’eresia creata da suo padre e preparava la strada ad una rivoluzione definitiva.

Il suo intento era, una volta riportata prosperità, benessere e fiducia, insegnare al popolo ad essere libero dalla paura, e far comprendere la vera natura degli Dei e di alcuni dei rispetto ad altri, non Dei di natura ma costrutti e questo avrebbe fatto perdere potere alle classi sacerdotali.
Ci sarebbe stata una rivoluzione di pensiero mai vista nella storia dell’umanità e che tutt’oggi è inimmaginabile. Le grandi religioni esistono e sono così potenti proprio perché lui non poté portare a compimento la sua opera.
A quel tempo nessuno poteva entrare nei templi, a parte i sacerdoti e, ovviamente, il Faraone. Il popolo poteva vedere le immagini degli Dei solo durante alcune celebrazioni, come Opet, ad esempio, quando le statue venivano portate fuori dai templi, quindi  aveva una devozione all’insegna di un oscuro timore reverenziale per il loro  mistero.

Rivelare al mondo verità su di essi e la loro natura avrebbe completamente infranto questo timore, ma attenta: non avrebbe creato ateismo!
Sarebbero crollati quegli “dei prepotenti”, ma le Forze Divine, stellari, terrestri, solari, sarebbero tornate a splendere nella loro purezza e questo era solo l’inizio. Ancora oggi mi domando a chi o a quando fossero rivolti i suoi giochetti magici con bassorilievi, sfingi criocefale, messaggi criptati di cui ogni cosa lo riguardasse era cosparsa.
Ogni cosa era là, a disposizione imperitura: bastava mettersi in ascolto e tendere metaforicamente le mani. Oggi l’enorme ricchezza di messaggi nel Codice Tutankhamon è a brandelli, stuprata da mani ignoranti e violente prima che dal tempo, ma io so che quello che Lui ha potuto compiere non è che una piccola parte”

“Ma loro, i sacerdoti, sapevano di non servire gli Dei? Ci saranno stati sacerdoti veramente fedeli al loro credo, no?”
Lei mi osservò tra le ciglia un po’ abbassate: “Sicuramente c’erano, ma…Eva…i sacerdoti avevano costruito il loro potere per almeno duemila anni su egregore di Dei ambiziosi, lunatici e a volte minacciosi, sebbene mai crudeli, come invece avvenne in altri regni. Li crearono proprio per i loro scopi e nei secoli li resero sempre più potenti, così da diventare loro stessi sempre più potenti.
Il mondo è pieno di egregore, alcune più piccole, altre gigantesche. Guarda l’egregora del Nazional Socialismo, che si servì di simboli divini, sradicandoli dalla loro natura per asservirli ai propri scopi: quanta gente conosci, oggi, che riconosca in una svastica la forma dell’Uno Senza Nome, della Sua volontà creativa ed eterna? Non sono invece tutti, indistintamente o quasi, convinti di vedere il simbolo di un demone? Il simbolo dell’odio nazista, la chiamano.
Bestemmiano, non sanno di farlo ed è proprio a causa di questo che il demone, seppure frammentato, è ancora forte: prende forza dall’ignoranza di chi lo teme, molto più che dalla devozione di chi lo ama. Non mi stupirei di vederlo risorgere, uno di questi giorni…” disse riflettendo.

“D’accordo, ma gli altri? Gli alcuni che citavi?”
“Alcuni avevano veramente una profonda devozione e un potere che derivava non solo dallo studio, ma direttamente dall’essere che servivano. Non sempre ne erano consapevoli, come non lo è la gente oggi, spesso completamente persa in una o più egregore e assolutamente convita di parlare di un vero Dio, che solitamente considerano quello giusto, a dispetto degli altri.
Tra l’altro i costrutti odierni, nonostante siano nutriti da un numero di menti innumerevoli volte più numerose, hanno un potere molto inferiore a quelli di allora.
Vedi, oggi, per quanto templi, sinagoghe, chiese o quant’altro siano zeppi, i pensieri dei “fedeli” sono vaghi, dispersivi, frammentati, distratti e la loro energia va a perdersi in migliaia di rivoletti inutili.
A quell’epoca non era così: le menti erano sicuramente più semplici, magari incolte, spesso analfabete, ma erano capaci di grande concentrazione e meditazione, di pensieri lineari, diretti ed efficienti.
Non importa se pregavano o adoravano per fede o paura, in ogni caso erano ben determinati e, quindi, forti; se noti, i miracoli erano molto più frequenti di oggi, nelle epoche passate.

Le caste sacerdotali, a loro volta, usavano i pensieri dei fedeli, sommati alle proprie conoscenze, agli incantesimi, ai riti per ottenere un risultato quantomeno soddisfacente. Come credi avrebbero mai potuto imprigionare un’anima, non una qualsiasi, ma un’Anima così grande ed antica come la Sua, altrimenti? Un simile potere, fortunatamente, non è proprio dei comuni mortali, no?

Ebbi un flash su cosa potesse essere successo dopo la morte del Fanciullo, ma ne scacciai l’immagine. Non aveva ancora diciotto anni, non volevo anticipare quel che sarebbe successo, non potevo, semplicemente, accettarlo!
Lo avrei fatto fin troppo presto, ci sarei stata costretta, ma ora, in quel momento, lui era vivo e, nonostante i suoi mali, ancora forte.

“Hai detto che in quei giorni tuo marito era sul delta per un carico di legname dal Libano?” chiesi cambiando discorso.
“Si, era lontano. Quando c’erano carichi commerciali da imbarcare per Waset, spesso lui era lo scriba sulle navi; non dimenticare che lo ieratico era la scrittura usata commerciale e contabile, era normale che si occupasse di incombenze del genere”
“Ma…stava via molto? Se non erro, via fiume, ci volevano un paio di settimane tra Tebe e Menfi, no? significa che stava via…un mese? È così?”Marabel reclinò la testa da un lato, socchiudendo gli occhi: “Stai pensando che in quel modo Sua Maestà e io avevamo il campo libero?”
Distribuii equamente le patatine tra il suo piatto e il mio, vagamente imbarazzata: “Beh…magari un pochetto…” azzardai.
“A dire il vero, Sua Maestà non si faceva vedere spesso, soprattutto se mio marito era lontano, d’altra parte, non mi si può definire come sua amante: per quanto ci vedessimo spesso, questo avveniva per lo più pubblicamente, in modo del tutto formale e, se veniva da me o mi chiamava, era per passare del tempo insieme in pace e quel che succedeva era di restare abbracciati a parlare, addormentandoci in quel modo, oppure gli imponevo le mani e poi restavo a vegliarlo.
Dopo le due volte in cui eravamo stati assieme prima del matrimonio, non era più successo nulla e, a quel punto, era passato un anno e mezzo, forse di più.”

“Già” brontolai delusa: “Non dovevi essere una concubina. Ma cheppalle!”
Ridacchiò: “Non lo sarei stata comunque, anche se tra noi ci fosse stato qualcosa di fisico e continuo. L’idea di concubine gli era inaccettabile, una mancanza di rispetto per se stesso e per la donna, la divinità della donna. anche la fedeltà era sacra, per lui e l’amare un’altra donna che non era la Sposa Reale, era per lui un conflitto tremendo, anche se era stato costretto a quel matrimonio innaturale. Non avrebbe mai voluto dover avere due spose, o dover amare una donna che non era la sua sposa. D’altra parte, non poteva amare per forza una donna che non era “la sua” e cui lui non apparteneva.
Tutto questo è unico nella storia d’Egitto: nemmeno la Grande Nerfertari, una delle donne più importanti mai esistite in quel paese, braccio destro e anche sinistro di Ramsess il Grande, fu la sua unica sposa: oltre a lei, il Faraone aveva almeno altre sei, sette spose solo tra quelle principali e alcune fu proprio Nefertari a procurargliele…”

Allungai un paio di patatine a Grigno, che mi guardava adorante e poco dignitosamente piagnucoloso: “Insomma…quella faccenda della bambina…Mi risulta che nessuno studioso le abbia mai dato grande importanza. Io l’ho sempre vista come una specie di eccentricità, una curiosità storica, quasi un capriccio di due genitori disperati e un po’ infantili, ma loro non erano i primi reggenti a perdere uno o più figli, no? Eppure, né prima, né dopo, qualcun altro ha fatto una cosa del genere e quasi nessuno la prese bene, a quel che racconti. Cosa rappresentava, davvero, una simile scelta?”
“Un’eresia. Una grande, enorme eresia”
“E quindi? Il popolo era spaventato?”
“Non venne reso pubblico, all’inizio, ma la voce, durante i quasi due mesi e mezzo della mummificazione, in qualche modo si sparse…e, si, questo rese molto nervosa la popolazione.
Sette anni di regno esemplare non erano serviti a cancellare la paura di una nuova eresia, né a far dimenticare gli anni bui: la gente preferiva tasse e balzelli per nuove ricchezze in templi cui nemmeno aveva accesso, ad una simile ed incomprensibile stranezza.
Lo amavano, era per ognuno un figlio, un nipote, un fratello, ma cominciarono ad avere paura.
Quanto ai nobili, ai sacerdoti, loro vedevano in quel ragazzo un pericolo sempre più grande”
“E lui se ne rendeva perfettamente conto, ma questo non gli impediva di continuare per la sua strada, è così?”
Marabel annuì. “Come da programma, direi. Anche se i suoi programmi erano andati a farsi benedire almeno nove anni prima”
Presi del maraschino per condire la macedonia con il gelato: avevo l’acquolina e non era per il dessert. Mi rendevo conto di essere arrivata al punto focale di tutta la storia, che ormai si sarebbe dipanata in modo drammatico, ma mi avrebbe rivelato retroscena forse inimmaginabili.
Le posai la scodellina di fronte, infilai con un eccesso di decisione il cucchiaino nel gelato e restai ad osservarla.
“In ogni caso, le cose andarono avanti. La Sposa Reale stava molto da sola, nei suoi alloggi, o passeggiava assieme alle due ancelle più fedeli nei luoghi più ombrosi, a volte si faceva portare in barca sul fiume nelle ore più calde.
A volte andava al Tempio a pregare con uno o due sacerdoti, a volte veniva a pregare Aset, con lo sguardo basso e spento.
Non la vedevo più con la nobile Tey, anzi, se era nei dintorni, pareva patirla parecchio, come era infastidita dalla presenza del Gran Visir e loro se ne accorgevano eccome.

È come la lama di una ghigliottina, quel periodo: c’è il prima, la vita che scorre a volte più leggera e lieta, a volte dolorosa, a volte drammatica, poi c’è la bambina e qualcosa che cade con un colpo secco e tagliente sulle vite di tutti.
Solo dopo, un dopo dai contorni indefiniti e nebbiosi, c’è di nuovo la vita.
Zoppa, pallida, piegata su se stessa, ma c’è di nuovo, ed è lì, che ci guarda in attesa delle nostre mosse.

Qualche giorno dopo la visita del Faraone, un membro della segreteria venne a portarmi un messaggio: Sua Maestà stava molto male, il suo medico mi pregava di raggiungerlo negli alloggi di Sua Maestà.
Mi precipitai, naturalmente. Era molto debole e la febbre era alta, aveva avuto forti convulsioni, una crisi più lunga del solito e anche il piede era nuovamente peggiorato; ora gli avevano dato dell’oppio, così che riposava e il medico aveva un’espressione cupa quando arrivai.
Mi portò nei suoi uffici perché potessimo parlare senza essere ascoltati. “Non va bene per niente” disse: “Non abbiamo una via sicura da seguire, ormai non posso negare che vi sia una potente maledizione su di lui, su di loro e dubito che i riti eseguiti alla morte della bambina siano serviti a qualcosa.”
Sedette, come era sua abitudine, con le mani appoggiate sulle ginocchia, la testa abbassata e lo sguardo sul pavimento: “Se tu hai qualche magia che non conosco, ti prego di usarla. Se non ce l’hai, ti prego di andarla a cercare, anche in capo al mondo, perché non c’è più niente che possiamo fare”
Deglutii la nausea che mi aveva assalita: “Io ho tentato tutto ciò che conoscevo. Se esistono altre cose sono andate perdute prima della mia nascita e non ho come recuperarle, oppure non sono ancora state inventate.”
Quando fu disceso il buio tornai nelle sue stanze, di nascosto: da dietro lo spigolo che copriva l’ingresso di servizio, vidi la Sposa Reale accudirlo.
Lo lavò con un panno caldo, cambiò il lenzuolo che lo copriva, lo imboccò con un po’ di cibo.
Era carina e premurosa e mi si strinse il cuore: lui era mio, ma era lei lì accanto.
Avrei mai più potuto essere al suo fianco come un tempo? Meglio di un tempo, non più ancella, ma compagna, se non sposa?
Restai in attesa a lungo. Ankhesenamon restò con lui finché si fu addormentato, poi spense un paio di lumi e se ne andò.
Mi domandavo se fosse il caso che me ne andassi anch’io, quando sentii la sua voce: “Ist?” era sveglio, sapeva che ero lì nascosta e aveva finto di dormire per rimanere solo. Corsi al suo fianco, accovacciandomi sul seggio dove poco prima era seduta sua sorella e lo abbracciai: “Perché non mi hai chiamata? È venuto da me un messaggero, io avrei dovuto essere qui!”
Lui mi accarezzò con la guancia: “No, non è il momento. Non voglio irritarli.
Ho delle cose importanti da dirti, ma occorre che mi riprenda un poco. Anche il mio piede peggiora e il medico dice che, se continua, non resterà che tentare il tutto per tutto e amputare almeno una parte. Io sono disposto a farlo, ma lui sostiene che è tanto rischioso, soprattutto per me.
E sai una cosa? Teme anche che il popolo veda un re mutilato come una nuova sciagura…vedi come le genti siano stolte, rese paurose e prive di volontà, spaventate da superstizioni inculcate dai loro padroni?” gli si incrinò la voce, a quelle parole: il popolo preferiva vederlo soffrire o addirittura vederlo morto, che privato di un pezzetto del suo corpo, perché il Faraone è Dio, il suo corpo è la casa di Dio e non si può dare a Ra una casa privata di un pezzo.
Ma dunque, si può dare a Dio una casa di dolore?
Gli imposi le mani, afferrai la sua sofferenza e la estirpai dal suo corpo finché non fui sfinita. Misi le mani nell’acqua fredda di un bacile a lungo, per scaricare il male là dentro, poi mi rannicchiai accanto a lui, passando il resto della notte ad accarezzarlo e mi dileguai per lo stesso passaggio da cui ero venuta, prima dell’alba.

Non si era ancora ripreso che dovette affrontare nuove diatribe tra contabili, visir e il Generale, che, tornato dall’ultima guerra, reclamava nuove forze per controllare i confini e lasciare guarnigioni nelle terre riconquistate.
Voleva, anzi, iniziare nuove campagne per estendere il dominio Egizio fino all’impero Ittita, approfittando delle loro continue lotte con i Kaska, ma Sua Maestà rifiutò energicamente e ripetutamente: il Regno era ormai restaurato, l’Egitto era nuovamente ricco, temuto e rispettato e non voleva impoverirlo con una nuova ed inutile guerra.
Non so quale fosse la posizione del Gran Visir, rispetto a questo argomento, ma sicuramente, se pure non avesse gradito una guerra, doveva temere la determinazione del Faraone: sempre più debole fisicamente, provato dal dolore per la perdita della figlia, segnato dal crescente nervosismo di chi lo circondava, mostrava una forza al di là di ogni previsione.
Sicuramente questo preoccupava l’uomo serpe. Sicuramente sentiva la terra tremargli sotto i piedi.

Sua Maestà mi chiamò pochi giorni dopo una lite con i capi dell’esercito.
Quando arrivai teneva le gambe in una grande tinozza di acqua calda e sale marino: per quanto gli fosse molto utile, bruciava come fuoco, ma lui se ne stava lì, gli occhi stretti, mordendosi il labbro per non lamentarsi.
Sedetti ai suoi piedi: “Basta ora, lo hai fatto abbastanza!” Lui mi fece un gesto con la mano, come a dire di aspettare e dopo un po’ annuì e posò i piedi sul panno che tenevo in grembo: “Ho bisogno del tuo aiuto” disse. Era triste e molto stanco.
“Ho bisogno che, durante le udienze ufficiali, tu sia presente. Dovrai stare in un angolino, in silenzio, senza farti notare, come, non so, come semplice membro del mio gabinetto, come un’osservatrice. Non piacerà ai segretari averti tra i piedi, perciò ti chiedo di non intervenire mai e di rimanere in silenzio.”
“Ma allora a che ti servo?” si passò una mano sulla fronte: “A tutto. Nessuno lo sa, né lo deve sapere, ma leggere dentro di loro mi è diventato difficile e mi provoca dolori alla testa insopportabili, non posso andare avanti così.
Riesco ad intuire se siano o meno sinceri, ma non basta. Essi devono pensare che io continui a conoscere ogni loro pensiero, come è stato per anni e questo lo farai tu per me. Se sapessero, tenterebbero in ogni modi di manovrarmi.”
“Ma io non sono abile come te, Heru Ra!” protestai.
Lui mi prese il viso tra le mani: “Non hai mai dato abbastanza valore alle tue capacità, sei sempre troppo critica e, in ogni caso mi è completamente naturale sentire i tuoi pensieri e le tue emozioni, quindi, qualsiasi cosa tu comunicherai al mio cuore, io lo saprò.
Andrà benissimo, te lo prometto. E poi, chissà, magari se mi potrò riposare per un po’, dopo mi sarà più facile…” lo disse, ma non sembrava crederci.
“Che cosa ti sta succedendo ancora, Heru Ra? Come puoi perdere i tuoi doni?” trovai il coraggio di chiedere: “Non sto bene, sono sempre più debole…Santi Dei, come vorrei riposare! Vorrei andare al mare! Hai mai visto il mare, Is?”
Scossi la testa: da bambina ero stata sul delta, un paio di volte, ma non avevo mai visto il mare aperto, solo l’immensa foce dell’Iteru, ricca di anse, campi alternati ad anfratti e zone paludose. Non mi piaceva molto, a dire il vero.

Sua Maestà chiuse gli occhi, sorridendo al ricordo:“Io ci sono rimasto oltre un anno e mezzo, quando ero molto piccolo. Kiya pativa le polveri che aleggiavano su AkhetAton, che a quel tempo era un solo, grande cantiere, e nemmeno io stavo bene: tossivo spesso e avevo attacchi di asma, temevano potessi morire, così piccolo, così Ekhnaton ci mandò a Men Nefer, con la corte di mia madre e la mia nutrice. Restammo un paio di settimane, poi gli wabu ci fecero trasferire sulla costa.
Là mi portavano sulla spiaggia, mi mettevano nella cesta e io mi addormentavo cullato dalla voce del mare…ero piccolo, ma ne ricordo il suono, l’odore…era meraviglioso, come ascoltare il canto della vita. Quelle onde raccontavano la storia del mondo, tutte le storie del mondo, ed era così straordinario restare ad ascoltare e sognare al mormorio di quella voce, ora dolce, ora grandiosa, lasciarsi rapire, cavalcare con l’anima le acque sconfinate, volare nelle grida degli uccelli attraverso sogni più veri della realtà.
Era meraviglioso svegliarsi alla risata di mia madre e delle sue ancelle, sentirsi la faccia calda e le labbra salate. Osservavo incantato le veloci navi che attraccavano, quelle grandi navi Keftiu (minoiche n.d.a.), fenice, dalle prue affusolate e le alte chiglie dipinte e mi facevo portare, appena in equilibrio sulle gambette ancora instabili, a guardare i marinai che scaricavano le merci o la pesca, così grandi, scuri contro il cielo, gli occhi eternamente fissi oltre l’orizzonte, anche quando si abbassavano sulle casse o sulle reti, o quando si posavano su quel bambinetto curioso e accennavano un sorriso.
Non guardavano davvero me, o le cose intorno: erano là, in quel punto inarrivabile, sempre, e nel sorriso di quegli sguardi io mi specchiavo, si che rapivano il mio cuore e mi conducevano a quello stesso infinito.
Erano forti, i visi scavati da venti di innumerevoli tempeste e bruciati dal sole, le barbe incrostate di salsedine, così come le pelli brunite macchiate di sale biancastro, silenziosi portatori di misteri insondabili ai miei occhi appena aperti sul mondo.
Restai là fino a circa due anni, là appresi a camminare e a dire le mie prime parole, ma ricordo...
Sai, Is? Non ebbi mai febbri per tutto quel tempo, né dolori alla testa o agli occhi, nonostante a volte mi bruciassero per il riflesso del sole sull’acqua, che non mi stancavo mai di guardare, né ebbi convulsioni, mai una volta!
Là il clima è diverso: spesso il mare si fa grosso,  il cielo si riempie di nubi e arriva il vento, forte, potente, carico di odori che parlano di paesi lontani, di genti, di colori…era un sogno!
Ricordo le risate, mentre mi rotolavo spinto dalla spuma bianca sulla battigia e poi venivo risucchiato verso la risacca, al ritrarsi dell’onda. Ricordo la sensazione di sabbia e sassolini che scivolavano via da sotto di me e dalle mie mani, o prendevano spessore all’arrivo dell’onda seguente e io ridevo, avvolto di spuma e di alghe.
Anche il mare rideva con me, giocando a spingermi e trascinarmi.
Per tutto questo tempo mi è rimasto impresso nel cuore. Come vorrei poter crescere sul mare, un giorno…un’altra vita…”

Lo ascoltavo a bocca aperta, sognante, sentendo odori e suoni che non avevo mai conosciuto, né immaginato, ma le sue ultime parole mi erano oscure, tanto che mi riscossi: “Cosa?”
Lui aprì gli occhi, ancora sognanti e sorrise: “Scusami, mi sono perso dietro ai ricordi...Farai questo per me, Signora di Aset?” Mi sentivo in imbarazzo all’idea di assistere alle udienze pubbliche e, a volte, ad alcune private, ma non lo avrei abbandonato, di sicuro; piuttosto mi turbava il peggiorare delle sue condizioni, ma mi morsi il labbro e non dissi nulla.

Iniziai così questo mio nuovo ruolo: alle udienze in sala del trono sedevo alla sua sinistra, non vicina, per non suscitare scontento e chiacchiere, ma in una posizione da cui Lui potesse vedermi con la coda dell’occhio, e me ne stavo lì, buona, buona, osservando.
Alla Sua destra sedeva spesso la Sposa Reale, alle Sue spalle l’onnipresente Gran Visir e a ventaglio attorno c’erano Maya, alcuni membri di gabinetto, scribi, segretari, qualche servitore e le guardie alle porte e ai lati della sala.
Osservavo i postulanti susseguirsi e prostrarsi ai Suoi piedi, richiedendo giustizia, elemosine, aiuti o soluzioni a complicate diatribe e gli indicavo l’onestà o malafede, l’innocenza o la menzogna di quella gente, poiché mi bastava osservare quella gente e Sua Maestà, il cui cuore era uno con il mio, immediatamente conosceva ciò che io scoprivo.
Lo vedevo distendersi, fiducioso, meno affaticato da quelle continue suppliche e richieste, e, a volte, sentivo lo sguardo da serpe su di me.

Non molto tempo dopo le prime udienze ci fu una riunione privata, in una saletta secondaria, cui Egli mi chiese di partecipare, più discretamente del solito, per non destare sospetti.
C’era il Generale, il solito Aye, Maya, due scribi, un secondo contabile. Nessun altro, nemmeno sua sorella.
Quando entrai di soppiatto nella stanza, sentii la tensione soffocarmi, densa da tagliarsi col coltello: attorno ai due contabili vedevo un alone livido, i loro occhi che si interrogavano a tratti l’un l’altro, gli scribi, pur mantenendo l’apparenza indifferente, non meno preoccupati dei colleghi; il Gran Visir era circondato da una strana luce verdastra, simile a fiele, e il Generale, che dominava la scena in ogni modo, era avvolto da nubi di tempesta cariche di fulmini. 
Era sempre stato molto fiero del suo ruolo, della grande libertà d’azione che Sua Maestà gli attribuiva e della fiducia nelle sue capacità militari, nonché della gratitudine per le sue molte conquiste: in quel momento mi parve spaventoso.
Non mi era mai piaciuto, fin dalla prima volta in cui lo avevo incontrato, il giorno dell’assassinio di Kiya: era arrogante, troppo sicuro di sé, convinto di poter avere qualsiasi cosa volesse semplicemente prendendosela, ma era sempre stato entusiasta del suo giovane Re, lo guardava con totale adorazione e, quando ne riceveva premi ed onori, diventava improvvisamente più alto, tronfio e gongolante.
Per quanto ambizioso e sgradevole, non avevo mai, per un solo attimo, pensato potesse rappresentare un nemico per il Faraone.
Ora non era così: lo temevo, soffocava.

Poco dopo Sua Maestà salì sul trono, quasi si arrampicò per non poggiare l’avampiede sinistro, tutto sbilanciato a destra e sul tallone. Quella postura lo affaticava, gli dava un aspetto fragile e disarmonico, ma lui non se ne curava, anzi, sospetto che volesse mandare un messaggio al mondo: “Il Tempio del Dio è ferito, il Dio è ferito”.
Provavo sempre una stretta al cuore al vederlo così fragile, l’immagine di lui piccino che rideva sulle mie ginocchia che si sovrapponeva a quell’amaro presente, e non finivo mai di sentirmi fallita nella mia incapacità di guarirlo.

Lui si sistemò comodo, distese la gamba e si guardò attorno, osservando e soppesando i presenti uno per uno, pensieroso, prima di prendere la parola: “Dunque, Gran Visir, quali sono le ragioni per cui siamo qui riuniti oggi, inaspettatamente?” domandò giocherellando con le pieghe della tunica: “Dobbiamo stendere un programma delle future campagne militari, Maestà” disse la voce gelida di Aye.
Sua Maestà restò in silenzio, apparentemente del tutto assorto nello studio del disegno che la tunica formava sulle sue ginocchia. Il silenzio attorno era profondo e carico di tensione; l’aria attorno al Generale era bollente, dardi rossastri partivano dalla sua fronte proiettandosi attorno.
Gli inviai il mio timore, preoccupata. Lui mi osservò, non visto, e accennò un sorriso ironico: “Quali campagne?” disse poi, cadendo dalle nuvole.
Uno degli scribi fece uno scarabocchio sul papiro per lo stupore, Maya strabuzzò gli occhi e gli cadde la mascella fino allo stomaco: “M…Maestà?” soffiò, incredulo: “Sua Maestà si sente bene?”
Il Faraone si strinse nelle spalle, pareva annoiato.
Era un gioco che, in quel momento, mi sembrò molto pericoloso: “’on so…perché?”
“Come può Sua Maestà domandare quali campagne, quando da giorni ne parliamo ed Egli conosce bene quale sia il problema…” insistette il contabile, intimidito. Sua Maestà alzò gli occhi nei suoi, stupito ed innocente come un bimbo: “Problema? Problema di chi, di grazia?”
“D…di noi tutti, poiché riguarda ogni sfera del governo…” sembrava molto confuso, il Gran Visir livido, il Generale stringeva forte i pugni.
Mi si posò involontariamente lo sguardo su quel pugno e istintivamente i miei occhi scattarono verso il Faraone: sembrava un pulcino di fronte ad un toro inferocito.
“No, non è un problema, non di Sua Maestà. Sua Maestà si è già espresso riguardo questo inutile spreco di vite, oro e tempo.
Dunque, poiché il volere di Sua Maestà è che gli Ittiti si facciano gli affari loro e noi i nostri, Sua Maestà non ritiene esista un problema legato ad alcuna campagna militare. Ci sono ottime pattuglie ai confini e, se Sua Maestà non erra…” si fermò, lasciando scorrere malandrino gli occhi dorati su ognuno, a sottolineare quel “non erra” del tutto retorico: “Una parte dell’esercito si occupa stabilmente della Nubia e dei Regni vassalli riconquistati negli ultimi sei anni, dunque…se non esiste una ragione valida, a parte infastidire i nostri nemici, rendendoceli più nemici di quanto non vogliano essere, non ci saranno campagne verso Oriente. Questo è il volere di Sua Maestà.”
Strinsi le labbra per non ridere: il pulcino stava tenendo testa a tori e serpenti velenosi e li canzonava, oltretutto.
“SUA MAESTA’ NON CAPISCE!!!”Urlò a quel punto il Generale: “Mursilis è distratto dai Kaska e ad Hatti c’è la peste! Sono deboli, non avremo un’altra occasione simile per sconfiggerli!”
Sua Maestà lo guardò vacuo: “La peste?!? Oh, questo si è interessante! Dunque, Sua Maestà dovrebbe inviare i propri eserciti di uomini sani contro eserciti di appestati, Generale? E per quale oscura ragione si dovrebbe fare una cosa così stupida? Vogliamo forse portare la peste all’Egitto? O vogliamo fregiarci dell’onore di avere sconfitto eserciti di cadaveri? Per inciso, Generale, Sua Maestà Amenophis terzo e tutte le Loro Maestà prima di Lui avrebbero fatto giustiziare qualsiasi suddito per un’affermazione come quella di poco fa…si vuole forse accusare Sua Maestà di essere stupido?”
Il Generale fece un passo indietro, umiliato: “No, no, niente di tutto questo, Maestà, io chiedo perdono, mi sono lasciato trasportare dalla passione, ma intendevo che non avremmo contatto alcuno con Hatti e di certo Mursilis non manderà malati in battaglia, solo…solo potrà disporre di molte meno truppe! Sua Maestà non può non vedere come l’occasione di schiacciarli sia ghiotta e irripetibile, non saranno mai più così deboli!”
Il Faraone non rispose, si limitò a guardarlo, vagamente stupito: “Maestà! Ti sei sempre fidato del mio giudizio, e io ho riportato per Te grandi vittorie e tesori inestimabili! Abbi ancora fiducia in me e nel mio valore!” sembrava allibito nel vedere come il suo Re non intendesse in alcun modo assecondarlo, non questa volta.
Sua Maestà restò a lungo in silenzio, osservandolo e basta, senza giudizio alcuno, si sarebbe detto.
Poi, con un sospiro rassegnato, si alzò lentamente, appoggiando il ginocchio sul trono con un secondo sospiro di sollievo, in un gesto quasi infantile: “Non ci sarà alcuna guerra. Non ci sarà mai alcuna guerra contro deboli e malati. Questo è il volere di Sua Maestà” lo disse quieto, come avesse chiesto un bicchier d’acqua, ma inamovibile.
Il Generale era senza parole, con gli occhi fuori dalle orbite, incredulo e sconfitto, gli altri ammutoliti, il Gran Visir furioso: sebbene non potessi vedere dentro di lui, aveva attorno quello sgradevole alone verdastro che contraddistingueva il suo disappunto e, per quanto mi riguardava, era più che sufficiente.
Io lo avrei pugnalato in quel momento, ma non mi era permesso, naturalmente, e mi sarebbe anche stato difficoltoso farlo sembrare un incidente.
“Maestà” iniziò mellifluo: “Comprendo che la nobile persona di Sua Maestà sia preoccupata per i nostri eserciti, ma ci sono innumerevoli ricchezze nell’impero Ittita”
“Ci sono innumerevoli ricchezze anche in Egitto, Gran Visir” rispose senza guardarlo.

Poi lo fece. Da anni non glielo vedevo fare e sapevo come ora fosse per lui penoso, ma lo fece.
Vidi i suoi occhi cambiare colore, trasformarsi in cupi vortici radianti, mentre con due dita della mano destra accennava il gesto di abbassare qualcosa.
E il Generale si abbassò, cadendo in ginocchio, schiacciato dallo sguardo dorato del suo Faraone.
Sorrideva, sembrava piuttosto stupido, per quanto, a parte l’abilità militare, non mi fosse mai parso particolarmente intelligente.
“Il volere di Sua Maestà è che non vi siano nuove guerre, d’ora in poi, se non per difendere il Regno e mantenere l’ordine, né verso Oriente, né verso Occidente, o Sud. E neanche a Nord, naturalmente, a meno di voler combattere contro le onde. Sua Maestà ordina che ogni campagna sia limitata al necessario e il necessario è il bene del popolo. Questo è il volere di Sua Maestà e il volere di Amun Ra.”
Sedette, sfinito, il Generale si rialzò, si guardò attorno, quasi meravigliato di trovarsi in quella sala e così Maya, gli scribi e i segretari.
Solo Aye sembrava consapevole di quanto successo. Il suo sguardo saettò per un istante verso la colonna dietro cui ero nascosta, poi tornò a posarsi sul Faraone.
Chiusi gli occhi e inghiottii la paura che mi attanagliava il cuore.”

(...continua p.:27)

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