Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

martedì 21 aprile 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:23

(Link capitoli precedenti: p.:22 p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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 “Quanti anni aveva a quel tempo?” i camerieri avevano portato via i piatti, lasciandoci due grandi bicchieri di lassi offerti dalla casa.
Al contrario dei pizzaioli, pareva non avessero alcuna fretta di buttarci fuori e che, anzi, volessero farci perdere tempo perché restassimo nel locale più a lungo.
Erano le nove e mezza e desideravo ancora un pezzetto di quella storia che, nel suo procedere, mi conduceva sempre più verso una fine tragica.
Avrei voluto tornare indietro, a quando Iset aveva incontrato quel Bambino, avrei voluto riportare indietro e far andare a ripetizione il film della loro vita nei loro primi anni, arricchendoli di particolari, di giochi, di quella loro felicità intima ed esclusiva, impedendo loro di crescere e di soffrire, impedendo qualsiasi cosa fosse successa alla fine, lasciandoli sospesi in un eterno presente in cui potessero bearsi l’una dell’altro…ma non potevo.

Ogni cosa muta, cresce e decresce nell’Universo, ogni bambino deve alla fine diventare grande e affrontare la vita per quanto dura ed ingiusta possa essere.
Ma quel bambino aveva diciassette anni, a quel tempo, gliene restavano da vivere tre e, probabilmente, ne era consapevole.

“Ne avrebbe compiuti diciassette di lì a poco” mi confermò Marabel amara. Anche lei doveva avere i miei stessi pensieri: “Di già?” sussurrai.
Lei fece una smorfia con le labbra, una specie di sorriso di circostanza incrociato con un’espressione di disappunto e annuì appena.
Presi un bel respiro: “E quindi?”
Anche Marabel prese fiato: “Quindi, alla fine, dopo essersi ripreso, non mi aveva espresso qualsiasi cosa avesse in mente riguardo la responsabilità del Gran Visir sul suo male.
Non volevo affrontare l’argomento, se non era lui a parlarne, ma quella frase, buttata là nel dolore, mi rodeva come un tarlo.
Durante la navigazione mio marito, io e la Coppia Reale, passavamo il tempo discorrendo, giocando a senet, ascoltando storie e racconti e riposando.
Lei aveva spesso desiderio, come è normale, delle cose più assurde, così la prendevamo bonariamente in giro per questo: si era creato un clima di serenità e speranza che non ricordavamo di aver mai vissuto.
Per la prima volta mi parve che quel viaggio terminasse troppo presto.

Non molti giorni dopo il nostro ritorno, incontrai un membro di gabinetto del Faraone il quale mi disse quasi distrattamente che il Gran Visir doveva già essere in viaggio, o sarebbe partito nei giorni immediatamente seguenti.
In quelle ultime settimane mi ero “dimenticata” della sua esistenza e ora quell’uomo mi riportava bruscamente alla realtà.
Era la prima volta che non era appiccicato al Faraone, lontano mille miglia (in realtà circa 500km n.d.a.) e quel periodo era stato in assoluto il più felice delle nostre vite.

Dimentica di quel che dovevo fare, andai di corsa verso gli uffici di Sua Maestà: dopo quel giorno, in cui mi aveva accennato di ritenere colpevole l’uomo serpe del suo male, per un meraviglioso momento, avevo sperato che lo avrebbe cacciato o relegato in qualche nome lontano e sperduto ai confini del regno.
Invece stava tornando.
Trovai il Faraone in un piccolo ufficio, seduto con la gamba sinistra sollevata su uno sgabello, un papiro aperto, gli occhi chiusi nel viso concentrato, che giocherellava con lo stilo tra le dita, tamburellandosi le labbra con l’indice e il medio della sinistra.
Restai ad osservarlo sorridendo tra me: anche da piccino, quando era immerso nei compiti, faceva così, ma da molto tempo non avevo occasione di osservarlo durante il lavoro di “scartoffie”.
Non aprì gli occhi, né si voltò, ma mi tese la mano, consapevole della mia presenza. La presi tra le mie, la baciai e mi accoccolai accanto a lui, in attesa, la testa contro la sua gamba.
Dopo un po’ lasciò andare il papiro, che si arrotolò su se stesso con un fruscio secco e si voltò verso di me: “Ti adoro” disse pianissimo.
“HeruRa? È vero che lui sta tornando?”
Si morse il labbro, fissando un punto nel vuoto: “Credo partirà domani. Dovrebbe fermarsi ad AkhetAton, credo…credo voglia controllare qualcosa, quando siamo partiti gli ho comunicato che non era mia intenzione tornarci.
Le tombe sono smantellate e vorrei chiudere definitivamente. Vorrei dimenticare, se possibile”
“Quindi, poi tornerà a Waset?”
“Dovrebbe essere qui nel giro di una ventina di giorni, si”
“Ma…ma tu hai detto che lui è la causa del tuo male! Non puoi farlo tornare!”
Lui mi guardò pensieroso, l’accenno di un sorriso amaro e lo sguardo distante: “Non posso cacciarlo, Ist. È il Gran Visir, ed è il Gran Visir dai tempi di mio nonno. È stato il braccio e la mente di Ekhnaton, il pensiero della Reggente NeferuAton, è diventato potente come nessuno prima di lui ed è incredibilmente abile con i giochi diplomatici, conosce tutti i nostri amici e più ancora i nemici, i segreti delle corti, ha conoscenze ovunque ed è stimato, temuto e rispettato fino al più lontano Oriente e al grande oceano d’Occidente.
E io sono malato.
Non ho un altro dignitario da poter mettere al suo posto e, al momento, non ho una buona scusa per liquidarlo, inoltre, se lo allontanassi, se gli dicessi, per esempio, che è vecchio ed ho intenzione di mettere un uomo più giovane al suo posto…ricordati che segnerei la mia fine.
Non ho intenzione di dovermi far carico delle sue ire e della sua vendetta o dovermi difendere dagli innumerevoli amici che si lascerebbe alle spalle.
Non ho intenzione, nemmeno, di dovermi barcamenare in qualche disastro diplomatico a causa di un Gran Visir inesperto o sgradito ai popoli amici e, peggio ancora, nemici.
Is, quell’uomo è potente, abile e…pazzo. È pazzo di se stesso, ha manie di grandezza ben superiori a quelle di Ekhnaton e non mi stupirei se un giorno dovessi scoprire che fu lui a sobillare la Coppia Reale perché si appartasse dal mondo e lasciasse tutto il resto, pensando di avere il campo libero per aumentare giorno dopo giorno il proprio potere. Si, non andò così, alla fine, ma…”

Le sue parole mi angosciavano: quante volte mi aveva ripetuto di non fidarmi mai del Gran Visir e della sua corte, anche se si mostrava sempre gentile e premuroso!
“Ma…tu lo hai sempre saputo?”
“Non ne sono del tutto certo, ma, si, penso di aver ragione. Ho fatto e faccio il possibile per arginare il suo potere, ma è questo il punto: più io mi indebolisco, più lui si rafforza.
Ora, noi sappiamo come il male che permea il mio corpo abbia origine dal sangue dei miei antenati, ma ci sono mali che mi opprimono e non hanno a che fare con il mio sangue malato.
Spesso sento come una enorme, invisibile sanguisuga che risucchia la forza vitale da me. Non ho prove, ma sono certo che ne sia lui la causa, perché succede sempre, o quasi sempre, quando è alle mie spalle, o quando mi osserva mentre tento di liberarmi dalla sua morsa.
Sento la sua volontà gelida avvolgersi come spira attorno alla mia gola, anche se non sono sicuro che lo sappia: penso agisca senza rendersene conto, soltanto per un suo perverso desiderio. Ti pare follia?”

Accennai di no, ora veramente spaventata: “Dobbiamo fare qualcosa, allora”
Scosse la testa: “Non so come agire, ora. Se potessi, se solo riuscissi a vedere dentro di lui! Potrei prevenire le sue mosse, potrei…Oh, sono stanco, Is…sono così stanco!
È così orribile il conflitto che ho dentro di me, sapere esattamente cosa sono venuto a fare in questo mondo ed essere costretto ad agire diversamente. Scegliere, ogni momento, tra ciò che il mio cuore brama di compiere e ciò che mi tocca compiere realmente per non sconvolgere l’equilibrio che ho appena cominciato a ricostruire.
Io cammino nel mondo come il suo Signore e ne sono allo stesso tempo soggiogato, impedito dalla mia debolezza, dagli errori dei miei predecessori e dalle aspettative del popolo, dei popoli, della corte…devo accontentare tutti, non scontentare nessuno e il maleficio sulla mia progenie grava come un macigno sulla mia credibilità.
Eppure, io li devo proteggere: essi sono nelle mie mani, a me s'affidano e in me confidano, come bambini...io, il Faraone Fanciullo, non padre di un proprio figlio e padre di un intero popolo di piccoli, incapaci di compiere un solo passo senza la sua guida! Io chioccia, io Dio...
Forse se…quando nascerà la bambina, le cose si aggiusteranno, qualcuna almeno. Ormai non mancano che un paio di mesi.”

Avevo la bocca asciutta: c’era qualcosa che non andava, lo percepivo, ma non ne comprendevo l’origine.
Poco dopo lo lasciai, controvoglia.
Quel giorno avevo letteralmente paura del ritorno del Visir, come la sua presenza portasse con sé nuove sciagure.
Uscendo dal Palazzo incontrai la Sposa Reale: si reggeva il ventre con una mano e sbocconcellava un frutto con l’altra. Aveva il viso stanco e le occhiaie, ma sorrideva: “Comincia a pesare un bel po’!” disse allegramente.
Le sorrisi e continuai a camminare, poi mi voltai a guardarla.
C’era qualcosa di strano, qualcosa di sbagliato e non erano gli occhi segnati o la stanchezza: era piuttosto gracile e aveva tre aborti alle spalle, sarebbe stato strano se non fosse stata stanca.
In quel momento rideva con l’ancella al suo fianco, di profilo rispetto a me. Stava per entrare nel settimo mese. La bambina avrebbe dovuto muoversi parecchio, ma la luce che circondava il suo ventre era nebbiosa, non vivace e colorata come avrebbe dovuto essere, ed era come spaccata in due in senso verticale. Non avevo mai visto una cosa del genere. La bambina pareva muoversi lentamente, faticosamente dentro di lei, come avviluppata in qualcosa di denso che la imprigionava.
Feci per chiamarla, poi mi ricordai della minuziosa opera di calunnie e maldicenze tessuta dalla nobile Tey e mi resi conto che, se l’avessi avvertita o l’avessi toccata e poi fosse successo qualcosa, le sostenitrici di quella vecchiaccia avrebbero accusato me di averla maledetta o di aver portato disgrazia sulla bambina.
Inghiottii le parole e corsi via.

Nei cortili incontrai il medico personale di Sua Maestà, di ritorno dal Tempio Meridionale, con gli occhi brillanti e un sorriso stampato che gli dava, devo dire, un’espressione piuttosto stupida.
Gli domandai dove fosse il Gran Sacerdote e mi rispose che si trovava al Tempio, dove si sarebbe fermato fino a dopo il tramonto, poiché aveva qualcosa da sbrigare.
Non indagai e mi avviai di corsa verso il Tempio a mia volta.
Arrivai che era quasi il tramonto, mi infilai da un ingresso laterale e corsi verso il Corridoio di Opet, dove un operaio mi aveva indicato si trovasse.

Lo trovai a naso in su, intento a discutere con un capomastro e un paio di scalpellini: “Vi dico che è perfetto così, non dovete cambiare nulla, non un solo punto” stava dicendo. Mi vide e mi corse incontro con un sorriso stranamente simile a quello del medico, poco prima: “Luna Nascente! È finito, è grandioso!”
Lo era sicuramente, ma al momento avevo altro per la testa: “Hai visto la Sposa Reale di recente?” domandai invece. “Oh, si, un paio di giorni fa. Comincia ad essere bella tondetta, eh?” disse ridendo: “E alcune rotondità le donano decisamente” esclamò mimando due sfere con le mani all’altezza del petto. Lo guardai malissimo: “Maschi!” sibilai.
Lui scoppiò a ridere: “Per gli dei tutti, Iset! Non sei cambiata di un graffio negli ultimi vent’anni! Eri alta un palmo e già usavi lo stesso identico termine e lo stesso identico tono sprezzante!”
Sospirai rassegnata: immagino che non si possa cambiare la natura degli uomini. Dei maschi, intendo.
“Smettila con queste sciocchezze!” lo apostrofai: “C’è qualcosa che non va!”
Si fece serio e sedette accanto a me, ascoltando attentamente il mio racconto: “Non le hai detto nulla, vero?” gli dissi di no, che non mi ero avvicinata, né tantomeno l’avevo toccata: “Bene. Ci manca solo che, nel caso succeda qualcosa, ti gettino fango addosso!”
“Ma non capisco, non va! Non so cosa fare!”
Lui rimase un bel pezzo a riflettere: “Ma è viva?” chiese preoccupato.
“Si muove, ma è lenta, debole, sembra spaccata in due lungo la schiena. Io credo che stia soffrendo”
L’uomo strinse le labbra: “Anche questa volta? Per gli dei, non può succedere un’altra disgrazia, Iset, non so cosa provocherebbe…in ogni caso, ormai è quasi di sette mesi, non possiamo fare nulla, ora. Se la bambina nascerà malata, debole o deforme, se ne accorgeranno fin troppo presto. Avvertirli farebbe cadere noi in disgrazia, non farlo ci farà passare per incompetenti, ma almeno saremo in buona compagnia. Wabu, sunu, streghe e levatrici o chi per esse…saranno alla nostra stregua o noi alla loro. Non possiamo che pregare e offrire. Danza, Signora, suona il sistro alla Dea per il tuo Re e canta per la Sua Sposa.”
Mi lasciai cadere contro una colonna, sconsolata.
“Non prendertela, Luna Nascente. Ti odiano perché hanno invidia per te, la tua intelligenza, la tua passione, la tua capacità di entrare nel cuore della gente e, soprattutto, in quello di Sua Maestà. Ti odiano perché sei sincera, diretta, coraggiosa e, come non bastasse, sei una delle più belle donne del regno. Sai imporre le mani e la tua stessa voce porta sollievo alle pene dell’anima e del corpo, sai scrivere e leggere come i più elevati e questo ti rende grande.”
Sospirai. Odiavo sentirmi impotente.
“Vieni, piuttosto, devi vedere cosa ha combinato quel ragazzino!” esclamò afferrandomi la mano e trascinandomi dentro il corridoio.
Lo seguii inciampando in un paio di calcinacci, lui cacciò tutti coloro che ancora erano al lavoro, insistendo che era ormai buio e lasciassero solo un paio di lumi ai lati del bassorilievo e restammo soli.
“Ora prometti di non spaventarti”
Strabuzzai gli occhi: “Eh?!?” il Gran Sacerdote rise: “Dai retta, ora fermati, medita, libera la mente mentre aspettiamo che gli operai si siano ritirati nel loro accampamento e poi vedrai. Ci vogliono un altro paio di lumi…non muoverti.” Ordinò.
Sedetti ad un capo del corridoio, chiusi gli occhi, mi concentrai svuotando la mente e pregando gli Dei per avere luce e discernimento, cercando di allontanare l’inquietudine per gli avvenimenti di quel giorno, per quella cosa spaventosa che vedevo nella Sposa Reale.
Sentii il Gran Sacerdote passare alle mie spalle come un leggero spostamento d’aria e un fruscio di veste appena percettibile, un breve attimo dopo un lungo, basso suono di un gong si diffuse nel tempio, facendo vibrare l’impiantito e ripercuotendosi dentro di me.
“Vieni” sussurrò lui al mio fianco appena l’eco si spense.
Mi alzai con un leggero brivido: era ormai buio e la temperatura era scesa.
Gli presi la mano, lui che mi sorrideva rassicurante ed emozionato, e lo seguii lungo il corridoio.
Feci due passi e mi sentii girare la testa, in preda a forti vertigini, tanto da dovermi fermare e aggrapparmi al braccio del Gran Sacerdote: “Tranquilla” sussurrò al mio orecchio: “Respira lentamente, profondamente e muoviti senza scatti.”
Obbedii e la nausea si allontanò. Dopo qualche attimo provai ad aprire gli occhi: eravamo sospesi in un buio profondo, completamente punteggiato di stelle, alcune ammassate le une alle altre, altre dall’aspetto di nubi o leggeri veli stracciati e colorati, altre ancora doppie, alcune circondate da piccoli, numerosi mondi, altre solitarie e tristi.
Tutto era colore, un colore puro e freddo come non ne avevo mai visto nel nostro mondo ed era ovunque, sopra di noi, attorno, sotto i nostri piedi: “Perché non cadiamo?” trovai la forza di chiedere: “Non so, penso sia una specie di visione. Non credo siamo veramente qui, i nostri corpi devono essere nel Tempio. Sua Maestà non permetterebbe ci accadesse qualcosa di male”
Sentir nominare il Faraone mi diede un senso di sicurezza e pienezza. Eressi la schiena cercando di camminare, pure lentamente, senza timore.

Ancora un paio di passi e non riuscii più a percepire la mano del mio compagno di viaggio, mi trovai sola, sospesa in quel nulla stellato per qualche momento, finché qualcosa sembrò attirarmi verso un punto.
Le figure si erano scomposte, erano scomparse, al posto loro vidi un grande Heru fissarmi con occhi di fuoco. Aprì la bocca e io precipitai, inghiottita dal Dio.
Volavo.
Non ero sola, sentivo accanto a me qualcuno. Un’onda di luce verdazzurro chiaro e trasparente mista ad un rosa delicato proveniva da chi era con me.
La luce mi avvolse e mi accorsi che era oro puro. Era strano: rosa verde e oro. Erano insieme, ma non si mescolavano, pur fusi uno nell’altro.
“Heru Ra?” non rispose, lo sentii sorridermi. “Dove sei? Dove siamo?” la luce mi avvolse completamente, in un abbraccio totale.
Avvolta e colmata, mi sentii luce io stessa. Ero felice: provavo un senso di beatitudine che non avevo mai nemmeno immaginato.
Vidi il grande sole nero al centro del nostro cielo (la Via Lattea n.d.a.), vidi soli nascere, vivere, esplodere o spegnersi, mondi sorgere e svanire, le loro vite racchiuse nel tempo di un respiro e poi nuovi mondi sorgere al posto dei primi.
Gli Dei si muovevano tra le stelle, prendevano forme, si trasformavano, lottavano e si amavano, creando nuove stelle, disgregandone altre, incessantemente, mentre lo spazio si faceva via via sempre più grande e tutte le cose si allontanavano le une dalle altre, più raramente si avvicinavano e si scontravano.
Poi le immagini cambiarono: le stelle che riempivano lo spazio cominciarono ad assumere un aspetto regolare, ordinato, mi parve di intuire costellazioni completamente diverse da tutte quelle che conoscevo, alcune forse da una visuale diversa, altre ignote.
C’era luce attorno a noi, una luce bianca, morbida, stranamente viva e familiare.
Nella mia visione mi guardai attorno: accanto a me c’erano sottili fogli, non di papiro, né di qualsiasi altra cosa potessi avere mai visto, leggerissimi e trasparenti, su cui però erano tracciate linee precise, reticoli, punti e scritte in geroglifici sconosciuti, né simili ad alcuna scrittura.
Nella  visione, tuttavia, conoscevo e comprendevo quei simboli.

Ebbi paura, per un istante, un solo istante che però dissolse quell’incanto e mi trovai seduta sul freddo pavimento del Tempio, ancora stordita e con un leggero mal di testa che sembrava deciso a farsi più forte.
Le lampade accese dal Gran Sacerdote gettavano ombre inquietanti nel buio ormai profondo del Tempio e l’uomo mi osservava da lato delle colonne, sorridendo in attesa del mio ritorno.”

(...continua p.:24 )

2 commenti:

  1. Risposte
    1. Eh? Ci sei ancora? Io stavo appuntando un paio di correzioncine...futuro? Non direi, veramente.
      Se parli della visione nel Corridoio di Opet, ha visto una cosa ben diversa dal futuro.
      Ha visto un passato molto, molto remoto...infatti, avevo molti dubbi se mettere o meno questa parte e le parti che verranno. :(

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