Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

martedì 7 aprile 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:21

(Link capitoli precedenti: p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)

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C’era qualcosa di strano in tutto il racconto: “Pensavo che alla fine cambiasse idea! Era davvero necessario? Come ha potuto darti ad un altro uomo?”
Marabel sorrise amara: “Anche lui era stato dato ad un’altra, era un bambino e per giunta era sua sorella, no? E, per quel che ne sappiamo, non fece tutte le storie che feci io! In fondo, l’uomo che mi dava da sposare era, perlomeno, uno che non aveva una sola goccia di sangue in comune con me. È già qualcosa, non credi?”
“Si, beh…ma doveva proprio? Non poteva lasciarti in pace? Come ha potuto farti una cosa del genere, Marabel? E…e come ha potuto farla a se stesso! Lui ti adorava!!” l’idea di essere costretta al matrimonio proprio dall’uomo che la amava, era inaccettabile: “E comunque…ci sono un sacco di elementi che mi confondono. L’aver contribuito a salvare la sua vita non avrebbe dovuto essere un’ottima scusa per prenderti come seconda sposa? Ammettiamo che fossi figlia di enne enne, però eri stata elevata ad altissimo rango ed eri un’eroina, ormai…io ne avrei approfittato, al posto suo! Comunque è assurdo! Il Faraone era la persona meno libera di tutto il regno, ma ti pare? Uno nasce re per essere trattato così?” esclamai.
“Tu pensi che un re faccia quello che vuole, Eva?”
La domanda mi spiazzò: “Ehmmm…ecco…no?”
“Un re, anticamente, non era qualcuno che comanda. Era un essere che incarnava la divinità, il cui dovere era essere al servizio del regno e della terra, presiedere al ciclo delle stagioni, vigilare che tutto mantenesse il giusto ordine, essere tramite da l’umanità e gli Dei.
La sua vita era certo ricca, in qualche modo piacevole, ma fatta di etichetta rigidissima, obblighi e doveri e non solo: se le cose andavano male, se qualche disgrazia gravava sul popolo o sulla terra, il responsabile era il Re.
Ricordi la servetta ad AkhetAton? Diceva: la Sposa Reale è infelice, Sua Maestà è infelice, la Sacerdotessa è infelice e io sono felice di non essere loro!
Quella ragazzina aveva le idee molto chiare. Essere un’ancella era un ottimo mestiere: vivevi nel lusso, mangiavi gli avanzi dei signori, vestivi bene, eri molto più ben pagata di altri, ma eri libera! Sposavi chi volevi, andavi dove volevi finito il tuo lavoro, non dovevi preoccuparti di etichette una volta libera dalle tue incombenze. E, solitamente, nessuno aveva interesse a sgozzarti.

Comunque, tempo dopo, quando ormai ero sposata, scoprii che, al momento della morte di Smenkhara, quando gli imposero di sposare la sorella, lui aveva tentato di rifiutare, insistendo che voleva sposare la sua Tata a tutti i costi. Aveva dieci anni e, in quel momento, per quanto fosse il prossimo Dio Incarnato, era pur sempre un bambino e non venne preso sul serio.
Lo rimbrottarono, gli spiegarono che un Re non può prendere una serva come sposa, che il suo obbligo principale sarebbe stato, negli anni a venire, riprodursi con la sorella per mantenere la linea di discendenza più possibile pura e limpida, che lei era la Vedova Reale e quindi, se voleva salire al trono, doveva per forza sposarla e così via.
Dovettero dirgli anche qualcosa che lo mise in allarme, qualcosa di determinante, una minaccia alla mia vita, perché si levasse i grilli dalla testa.”

“Già, il mio insegnante di storia e filosofia, alle superiori, diceva che, nel periodo amarniano, era più difficile rimanere vivi fino alla sera che digerire un piatto di fagioli. Naturalmente noi ci ridevamo su.”
Marabel ridacchiò: “Aveva ragione! Comunque il ragazzino si comportò alla grande, in quel frangente: non mi degnò di uno sguardo per settimane, poi mi spedì a Waset a spianargli la strada del ritorno, tenendomi così lontana dal pericolo.  E mi rese Somma Sacerdotessa di Iside, che fu un altro colpo di genio. In quanto i Sacerdoti di Amun e di Iside, erano le personalità religiose più legate al faraone.
In questa veste era scontato che io lo vedessi spesso, lo seguissi, ne avessi anche cura ma, allo stesso tempo, ero intoccabile.
La scomparsa di un’ancella sarebbe stata disdicevole e triste, niente di più, ma prova a far fuori una che viaggia con tanto di seguito, bodyguard d’epoca, novizie, ancelle, coperta di gioielli e abiti preziosi, praticamente adorata dal popolo in quanto forma visibile della Dea delle Dee…eh!
Invidie a gògò, ma anche un certo numero di garanzie. E questo, per inciso, ti fa anche capire come fosse stato grave il mio schiaffone alla moglie del Gran Visir.” Si fermò e prese un respiro: “Credo sia stata la cosa più stupida che io abbia combinato in tutta quella vita!” considerò.

“Vuoi dire che non te ne andavi, chessò, al mercato per i fatti tuoi, come una persona normale?” chiesi: “No, direi di no. Se volevo uscire da sola dovevo farlo quasi di nascosto, vestendomi da popolana. Non era difficile, comunque, bastava poco per non farsi notare.”

“Che significa…ecco…stare come gli dei?”
Abbassò lo sguardo, improvvisamente intimidita, lei che mi raccontava cose così forti quasi senza il minimo turbamento: “Iside e Osiride…gli amanti divini. Essi passavano il giorno sovrintendendo la terra, i campi, le inondazioni, avendo cura dei raccolti e delle creature, lavorando anche tra le genti, come le stesse genti.
E poi…passavano le notti avvinti nell’abbraccio amoroso, fino al sorgere del sole. Si amavano, ma non c’era separazione dei loro corpi dopo l’atto compiuto, in una sorta di sacralità e continuità della loro unione. In questo modo creavano. Creavano dalle loro menti e manifestavano con il loro atto.
Non so se sia chiaro ai moderni, ma loro creavano continuamente in questo atto: la loro creazione non era semplice pro-creazione. Era arte, bellezza, idee, scienza, immagine, forma, musica, divinità, materia-energia. Co-creavano l’Universo.
Riesci a capire la grandezza e la modernità di questo concetto? Con i secoli il messaggio era sicuramente diventato più oscuro, da metafora si era irrigidito in semplice descrizione di un concetto ormai non compreso, come è accaduto in più o meno ogni religione, ma il principio era grandioso, quantico. Mio padre ne andò matto quando si rese conto del significato di queste leggende.”

A malincuore decisi di tornare alle nostre questioni: “Quindi…ti sposasti?”
“Si. Ho la sensazione vaga di una cerimonia in cui il mio sposo era profondamente imbarazzato. Non lo avevo mai visto truccato, invece quel giorno lo era, indossava una tunica delle più fini e un bracciale a serpente in oro massiccio, dono di Sua Maestà. Era davvero avvenente e non sfigurava tra nobili e sacerdoti.
A parte l’immagine di noi davanti all’ingresso del grande Tempio di Amun, tra ali di gente e…e statue di caproni, non ho quasi altri ricordi. So che ero terribilmente infelice, ma vedere quegli arieti guardarmi quasi divertiti, mi strappò un sorriso che non riuscivo a nascondere.
Sua Maestà non c’era. Non venne, mandò uno dei segretari speciali, adducendo un attacco di febbre.
Nemmeno io ero stata presente al suo matrimonio…chissà se anche lui picchiava i cuscini in preda alla stessa disperazione? Sicuramente era solo, al buio, nelle sue stanze private, sicuramente chiese di non essere disturbato.
Il mio cuore sanguinava, ma il mio sangue era il suo.

Tuttavia…tuttavia la vita riprese senza eccessivi cambiamenti.
Mio marito aveva una casa propria, non viveva nel Palazzo Reale, per quanto lo vedessimo dominare il panorama a poca distanza, io vivevo con lui, ma parte del tempo nei miei alloggi nei pressi del tempio.
Avevo bisogno di uno spazio mio, di solitudine, a volte, anche se la casa era spaziosa e linda, in un angolo fresco circondato da alberi e cespugli quasi sempre fioriti.
Non consumammo il matrimonio per un bel pezzo.
Lui non diceva nulla, sembrava perfino sollevato, ma Sua Maestà lo sapeva, così una sera venne da noi e…e disse che dovevamo unirci fisicamente, lì, alla sua presenza.
Ci sentivamo sprofondare, ma lui voleva essere sicuro che io fossi veramente la moglie di quell’uomo.”

“Oh, santo cielo! Non dirmi che…che avete obbedito?!? E come? Io non ci sarei mai riuscita, ma scherziamo?”
“Sai che lui aveva metodi piuttosto persuasivi, vero?”
“Vuoi dire che vi ha…ipnotizzati?”
Prese un respiro: “Mah, non saprei, forse questo non è il termine adatto, ma qualcosa fece. Posò le mani sulle nostre teste e sentimmo una sensazione strana, fluida, come se qualcosa di liquido e caldo scendesse dalle nostre teste dentro la colonna.
E poi tutto divenne come una specie di sogno, in cui, comunque, facemmo come il Faraone ordinava. Non ricordo come fu, a dire il vero, forse non lo ricordavo nemmeno allora.
Sai cosa ricordo? Lo sguardo di Sua Maestà. Il dolore infinito con cui mi guardava mentre posava la mano sul mio capo, la lacrima silenziosa che scivolava dagli occhi dorati. Dopo un po’ mi ripresi, le mie percezioni tornarono normali e mi trovai sdraiata accanto a mio marito.
Sua Maestà, invece, era nella stanza accanto, lo vedevo attraverso la porta: sedeva accanto alla finestra da cui si vedeva la reggia, voltandoci le spalle, guardava fuori. Mi avvolsi nel mantello e andai da lui. Credo di avergli detto qualcosa, lui si voltò a guardarmi…non credo di aver mai visto tanto dolore.

Aveva l’espressione immobile, distante, ma il viso era rigato di lacrime che gli scendevano lungo il collo e scivolavano giù, sul suo corpo, come i molti rivoli di un fiume alla foce.
Forse gli domandai perché lo avesse fatto. Lui aprì la bocca per rispondere, poi fece cenno con la testa, si alzò di scatto e scappò via, senza preoccuparsi di avvolgersi nel mantello che usava per non essere riconosciuto.
Mio marito, che nel frattempo era tornato in sé, lo rincorse, dicendo che non poteva tornare da solo, di notte, così, senza nemmeno coprirsi. Io restai a guardarli correre verso la Reggia, incapace di pensare, attonita.
È strano: non zoppicava quella notte. Non so se non avesse dolore o se non lo sentisse, stordito dall’altro male che aveva nel cuore”
“Perché? Perché costringerti ad un vero matrimonio? Non bastava la copertura?”
La voce di Marabel era talmente bassa che faticai a sentirla, a quel punto: “Me lo domandai, a quel tempo. Lo avrei scoperto tempo dopo, mentre mio marito era in viaggio lungo il Fiume con dei carichi di legname. Avrei capito molte cose, allora”
“Quindi, alla fine, lui tornò da te!” esclamai trionfante.
“Certo che tornò, troppo raramente, ma tornò, tornò sempre.
Dopo il matrimonio continuammo a vederci quasi quotidianamente, anche se spesso in pubblico e per breve tempo, a volte in privato assieme al Gran Sacerdote, più spesso per continuare i tentativi di curarlo.
La salute di Sua Maestà peggiorava. Immediatamente dopo il mio matrimonio…” si fermò, cercando la forza di continuare: “Dopo il mio matrimonio ebbi la sensazione che a corte molti tirassero il fiato, c’era una certa soddisfazione, in giro. Diciamo che questo mi permise di andare e venire abbastanza regolarmente, anche se non riuscivo quasi mai ad essere sola con lui.

Non molto tempo dopo ci fu un evento molto importante, citato nella storia come una pietra miliare del regno del Fanciullo: l’incoronazione di Huy a viceré sui territori Nubiani.

Una parte dell’esercito si trovava in Nubia quasi costantemente, poiché le scaramucce e le ribellioni erano continue e, allo stesso tempo, quelle terre fornivano all’Egitto molte ricchezze.
Venne così convocato quest’uomo per ricevere l’incarico di Viceré sui territori conquistati e l’ordine di portare ogni possibile ricchezza da quelle terre all’Egitto, così Huy raggiunse Waset con tutta la famiglia per ricevere l’investitura da Sua Maestà.
È scritto, però, che egli fu accolto a corte da un membro della segreteria del Faraone che lo salutò dicendo che tutte le terre da Nekhen fino a Nesut-Towey gli erano state affidate.
Huy rispose invocando la benedizione di Amun di Nesut-Towey perché ciò che era stato comandato dal Sovrano potesse avere luogo e, soltanto allora, Sua Maestà lo congedò raccomandandogli di tornare con ogni possibile mercanzia e ricchezza reperibile in quelle terre.
Quando eravamo al Cairo ci fu una discussione su questo: alcuni storici sostenevano come fosse chiaro che il faraone avesse solo un ruolo di rappresentanza, in quanto era stato un suo segretario a dare l’investitura ad Huy, mentre il ragazzo si era limitato ad eseguire l’ordine, altri dicevano che invece fosse una prassi: il membro di gabinetto accoglie, il faraone si limita ad un gesto ufficiale.
Ebbene, la verità è un’altra: si trattò di un espediente.
In quei giorni Sua Maestà aveva avuto dolori lancinanti, tanto da non poter né mangiare, né dormire, i medici e medici sacerdoti di Sekhmet erano impotenti, e io stessa faticai non poco, quella volta, a sconfiggere il dolore.
Così, all’arrivo di Huy, Sua Maestà non solo era sfinito, ma non era in grado di camminare. Ricevette dunque l’uomo assiso sul trono e non si alzò finché la sala non fu vuota, eccetto per le sue guardie personali e fu solo in quel momento che una delle guardie lo sollevò tra le braccia come un bambino e lo portò nelle sue stanze.

Questo non appare, nella storia. Non è da nessuna parte, esattamente come non lo sono io.
 Il Faraone Fanciullo doveva essere sempre allegro, vivace, atletico, campione in ogni attività, cullato da una vita felice e prospera, circondato da una corte amorevole.
Nella storia ufficiale non c’erano malattie, né tradimenti o corruzione attorno a lui, non c’erano lacrime, né figli abortiti, se non le due bambine che fu impossibile nascondere per volontà del Faraone stesso.
 Nessuno avrebbe mai dovuto conoscere la verità, nei secoli, anche se ora si comincia ad intravvederne un barlume…per quanto, come abbiamo detto più volte, falsificato e corrotto da volontà maligne.

Per tutto questo tempo, da quando la tomba fu scoperta, storici a archeologi hanno esaltato le immagini in cui sua sorella lo accompagna a caccia, gli prepara le frecce e del loro “splendido” rapporto di coppia, teoria rafforzata dall’assoluta mancanza di un harem, caso unico in tutta la storia d’Egitto.
Devi sapere che sua sorella non sapeva cavalcare, anzi, aveva paura dei cavalli.
Non vi salì mai, non saliva sul cocchio, nemmeno alla presenza degli stallieri e di soldati di cavalleria e non lo ha mai accompagnato a caccia, né a pesca.
Io lo accompagnavo, a volte, quando ancora era in grado di muoversi agilmente, ma quei giorni finirono prima dei suoi quattordici anni.
Man mano che la sua salute peggiorava, al di là dei molteplici impegni di reggente, i suoi medici personali e le guardie lo controllavano a vista quasi a tempo pieno, terrorizzati dall’idea che potesse accadergli qualcosa.
E, in effetti…l’unica volta in cui non erano con lui, qualcosa gli accadde, come sappiamo…ma questa, almeno per ora, è un’altra storia.
Dopo la partenza del Viceré, Sua Maestà fu lasciato da solo a riposare.
Io non ero presente all’incontro ufficiale, sicché il suo medico personale venne più tardi a chiamarmi: era molto preoccupato e continuava a camminare avanti e indietro, sembrava voler scavare un solco nel pavimento.
“Non può andare avanti così!” continuava a borbottare: “Sembra che non ci sia una sola anima sulla terra in grado di distruggere quel demone che lo sta divorando! Chi, per Sekhmet, chi può avergli mandato un simile maleficio, dico io? Quel ragazzo non può continuare a combattere da solo…anche se non è solo, naturalmente, ma…”
“Abbiamo fatto tutti i possibili riti, tutte le preghiere e le magie che conosciamo, ma non è mai servito. I medici non hanno potere su questo male, né gli stregoni. Io mi sento distrutta dalla mia impotenza.” Dissi sconsolata. L’uomo si sentiva peggio di me: “Almeno tu riesci a farlo stare bene, per un po’ di tempo. Sei l’unica che riesca ad ottenere qualche risultato, con buona pace del Gran Visir”
Mi scappò era una risata amara: “Io…io ho…potrei avere un’idea, ma è molto rischiosa e non sono sicura sia la cosa migliore da fare…”
“Ti prego, Signora, mettimi al corrente così che io possa valutare” esclamò portando la sedia accanto a me e sedendo con le mani sulle ginocchia, attento. “Io…quel male che lo divora e lo avvelena è circoscritto al suo piede sinistro, anzi, alle dita centrali del piede, ma si estende, lentamente, ma inesorabilmente.  Se lo si…” presi un respiro: “…amputasse. Soltanto le due dita centrali, prima che si estenda, forse si potrebbe risolvere definitivamente. Ti pare possibile?”
L’uomo si alzò di scatto, carezzandosi una barba inesistente, nervoso, e prese a camminare avanti e indietro un’altra volta: “Potrebbe, ma…” mi guardò e lessi lo spavento nei suoi occhi: “Sua Maestà è fragile, Signora. Tu lo sai che potrebbe non sopravvivere?” chiusi gli occhi, una spada che mi trafiggeva da parte a parte.
Annuii, inghiottendo la nausea.
“Ho combattuto in molte guerre, Signora, ho amputato mani, piedi, gambe ai feriti, molte volte con successo. Molte volte quegli uomini sono sopravvissuti e la loro vita è stata lunga e in buona salute, nonostante la menomazione, ma…” sedette nuovamente al mio fianco: “Erano uomini forti, rudi soldati abituati alle ferite, ai campi di battaglia, anche, gli Dei mi perdonino, alla sporcizia, che avevano sviluppato una grande resistenza a malattie e infezioni, eppure, nonostante questo, molti di loro non sopravvissero”
“Lo so, ma quel male sembra impossibile da sconfiggere e sta peggiorando. Se dovesse estendersi? Se quel demone dovesse corrodergli anche le altre dita e poi correre lungo le ossa fino alla gamba e invadere il suo corpo?”
L’uomo sospirò amaramente: “Allora temo dovremo fare come tu suggerisci. Però è rischioso, quasi quanto lasciare che la malattia faccia il suo corso, quindi dovremo tentare qualsiasi altra cosa, prima. E pregare che Sua Maestà sia abbastanza robusto da superare l’operazione”

È sempre blu e limpido il cielo, in Egitto. Si fa cupo solo quando le tempeste di sabbia avvolgono nell’oscurità tutto ciò che esiste, nascondendo il mondo intero intorno…quel giorno non c’era alcuna tempesta, eppure il cielo aveva uno strano colore livido, come per un dolore tenuto stretto nella sua immensità.

Quando arrivai da lui lo trovai profondamente addormentato.
Sembrava ancora un bimbo, indifeso, innocente, con gli occhi attorno ai quali le linee di bistro erano sbavate e gli avevano lasciato spessi segni blu sugli zigomi.
Gli accarezzai la fronte, lo coprii e diedi una rapida controllata dalla testa ai piedi, per sincerarmi delle sue condizioni, poi feci per allontanarmi. “Is…” sussurrò senza aprire gli occhi: “Non lasciarmi…”
 Mi sdraiai accanto a lui, così com’ero, senza né svestirmi, né coprirmi e restai con lui abbracciandolo, con la faccia contro la sua spalla.

Non passò molto tempo che Huy tornò dalla Nubia, così carico di tesori che non si poterono nemmeno far entrare nel palazzo reale e fu necessario sistemarne una grossa parte nel cortile principale.
Oro e pietre preziose erano così abbondanti da renderci increduli: non sembrava possibile che nel mondo potesse esserci tanta ricchezza!
Legni preziosi, avorio, anche schiavi nubiani e bellissime donne dalla pelle d’ebano perché Sua Maestà ne scegliesse a suo piacere, e poi due strani, incredibili animali dalle zampe e il collo lunghissimi, alti quanto una casa signorile.
Li guardavo a bocca aperta, un po’ intimorita, ma essi, nonostante le dimensioni smisurate, avevano immensi occhi dolci e parevano molto mansueti.
Anche Sua Maestà ne era affascinato, offriva loro del foraggio, così che abbassassero le grandi teste e potesse accarezzarli.
“Che farai di queste creature?” Gli domandai qualche giorno dopo, quando Huy, la famiglia e il suo seguito se ne erano ormai andati e tutte le ricchezze sistemate in posti ben più adatti di un cortile: “Sono così belle…” rispose pensieroso: “E così grandi! Hai visto che gambe lunghe hanno? Le immagino correre nei loro paesi sconfinati…le terrò in un grande recinto, per un po’. Poi le lascerò libere, ma non qui, qui non c’è posto per loro. Le manderò a Sud con carri o su delle chiatte. Le desideravo, desideravo vederle, ma ora mi sanguina il cuore a pensare di tenerle prigioniere senza che possano correre, anche se questo le tiene lontane dai pericoli.”
Non so se poi il suo progetto di rimandarle a casa loro si concretizzò: non conservo alcuna memoria di quegli animali, se non il mio stupore nel vederle e l’emozione stupita di Sua Maestà.
Osservandolo, quel giorno, girare attorno e accarezzare quelle creature mi resi conto di come sognasse di essere libero, di poter correre nel vento con quelle gambe lunghissime, senza pensieri e senza dolori.

“Hai visto i figli di Huy?” mi domandò più tardi.
“Solo da lontano, quando sono arrivati. C’era troppa folla per me, sono rimasta fuori dalla reggia ad aspettare che ci fosse meno confusione. Però ho visto tre ragazzi, uno mi pare più o meno della tua età” risposi. “Si, ha poco meno di me” rifletté lui: “Dice di avere una fidanzata e, ora che suo padre è viceré, le chiederà di sposarlo. Guardavamo le giraffe, io mi chiedevo come possa essere guardare il mondo da lassù e lui mi ha detto “Te lo mostro, Maestà! Vieni con me!” così l’ho seguito dietro i giardini, là, dove c’è quel grande albero. E lui si è arrampicato lesto come una scimmia e poi mi ha sporto la mano perché lo seguissi. Ero molto in imbarazzo, così lui è sceso e mi ha chiesto scusa, poi si è offerto di portarmi sull’albero, in alto, in spalla”
“Non avrai accettato, vero?” esclamai preoccupatissima.
Lui chinò la testa, sorrise della mia reazione e mi guardò di sottecchi: “Avrei voluto, Is. Ma avevo troppe guardie intorno e troppa gente molto ufficiale.
Il faraone che si fa portare in spalla in cima ad un albero non è esattamente secondo l’etichetta, così abbiamo desistito. Ma avrei voluto, davvero. So che non mi avrebbe lasciato cadere”
Quand’era piccino anche lui si arrampicava sugli alberi, di nascosto dei servitori e delle guardie, che lo sgridavano quando se ne accorgevano.
Correva su e si nascondeva tra le fronde e fingeva di essere qualcos’altro rispetto a ciò che era: un uccello, una scimmia, un pirata nascosto in attesa di una barca…giocava, come tutti i bambini del mondo, appena poteva.
Poi gli anni erano trascorsi e lui, ora, non correva più, nemmeno nei rari giorni in cui il dolore si allontanava lasciandogli respiro.
Durante la prima visita di Huy, come ti ho detto, era molto debole e quasi non camminava, ma quando egli tornò con i tesori, si era ripreso più che discretamente.
Usava il bastone fuori dai suoi alloggi e con questo camminava piuttosto spedito, così, evidentemente, il figlio del Viceré non si avvide subito della reale gravità del suo problema.
Guardai le giraffe correre intorno nel loro grande recinto, così leggiadre nel loro movimento e desiderai che Sua Maestà potesse correre allo stesso modo in una verde valle senza fine. 
 
Non so cosa accadde agli schiavi, penso se ne siano occupati i dignitari. Quanto alle donne…è inutile dire che non le degnò di uno sguardo. Presumo che la Sposa Reale ne abbia scelte alcune per sé e forse qualcuna venne a compiere dei servizi nel tempio.
È buffo e amaro: ho la vaga percezione di figure silenziose portare vivande, pulire pavimenti o lavare, ma non sono neppure immagini vere e proprie, passano come fantasmi ai margini del mio campo visivo, quasi prive di sostanza, come non ci fossero realmente.
Qualcuno faceva delle cose che né io, né le novizie facevamo, quindi, in qualche modo, dovevano esserci, ma erano talmente prive di importanza ai nostri occhi, da non avere materia.

Grazie alle grandi ricchezze portate dalla Nubia, si poterono continuare le grandi opere iniziate dal Faraone, senza tutto sommato intaccare le tasche ancora un po’ traballanti del popolo.
In quei giorni Egli era impegnato nelle opere al Tempio di Amun, dove io mi recavo raramente, dal momento che continuavo ad esserne piuttosto indispettita.
Il numero dei caproni lungo il viale aumentava e il lavoro era ormai prossimo al termine. Non si trattava soltanto di opere decorative, come si sarebbe potuto credere, ma di un vero e proprio percorso “iniziatico”, magico, che lui stava, con discrezione, quasi nascostamente, mettendo in opera per un’umanità evoluta, per coloro che avessero in quel tempo, o in altri tempi a venire, avuto occhi per vedere.

Oltre ai caproni stava facendo incidere lungo un meraviglioso corridoio colonnato, costruito da suo nonno, al Tempio Meridionale, la rappresentazione delle festività di Opet, così come si svolgevano ogni anno e la sconfitta dell’eresia del suo predecessore. Il corridoio era, ed è, lungo un centinaio di metri, e conduce al cortile dove si svolgeva la cerimonia più importante.
Il ragazzino aveva avuto buon gusto.  
A volte mi domandavo la ragione per cui volesse a tutti i costi opere molto costose e magnifiche, perché per certi versi pareva che il lusso e la ricchezza che lo circondavano per lui fossero quasi una seccatura.
Un po’ alla volta, negli anni, mi resi però conto che non compiva tali opere per intimorire il mondo di fronte all’Egitto, o per gratificazione personale: lasciava messaggi “criptati” e li metteva in bella vista sotto il naso del mondo intero.

A volte, osservando una delle sue opere, mi accorgevo di come si trattasse di qualcosa di realmente straordinario: pareva, se entravi in uno stato meditativo, che i bassorilievi si animassero e si trasformassero, prendendo ad esistere su diversi livelli di esistenza e manifestando una specie di natura tridimensionale e attiva, caleidoscopica e in movimento.
 Quando riuscivi ad entrare in quello stato avevi un’esperienza magica incredibile, entravi in una specie di superologramma dove ogni particolare riconduceva ad innumerevoli altri e ognuno di quelli ad altri, finché si riunivano creando un nuovo livello, in una spirale di conoscenza che saliva verso…non so, forse verso il cielo.
Era meravigliosamente spaventoso, era entrare all’interno della sua mente, una mente grandiosa che lasciava senza fiato, storditi.”
“Ma oltre a te altri riuscivano ad entrare in quello stato?”
“Beh, si e no. il Gran Sacerdote si, ci riuscì un paio di volte. Ne uscì ridendo come un matto, dicendo di non volerci riprovare e che quel ragazzaccio era sicuramente il Signore degli Dei! Disse che se l’esperienza mistica fosse durata un attimo di più, ne sarebbe uscito pazzo.
Io non lo so. Era così straordinario che non avrei voluto vivere mai nella normalità, a costo di impazzire completamente.
Una volta, invece, un giovane sacerdote…io credo di Sekhmet, doveva essere un medico, decise di entrare all’interno del corridoio di notte, con la Luna piena. Dopo pochissimo lo sentimmo uscire di corsa gridando.
Non ho mai saputo cosa avesse visto o cosa gli fosse successo, ma non ci provò mai più.”

Avevo l’acquolina in bocca: “E…seeenti…ma…oggi…secondo te…è ancora possibile avere esperienze del genere?”
Lei scoppiò a ridere: “Oh, sarei stata molto delusa se tu non me lo avessi chiesto. Mio padre e io abbiamo provato diverse volte a recarci al Tempio di Amun, di notte, a volte allungando mance, a volte rischiando di essere acchiappati dai guardiani.
Abbiamo avuto delle sensazioni, alterazioni sensoriali, si, ma niente di paragonabile all’esperienza che io ricordavo attraverso le regressioni. Comunque, sai…dovresti provarci, un giorno o l’altro.”
“Immagino non mi dirai cosa succedeva, esattamente, in questi casi, vero?” domandai con una smorfia.
Mi guardò sorniona: “Non vorrei influenzarti. Sono quasi sicura che un giorno andrai là e tenterai in ogni modo di avere delle visioni.
Forse non otterrai più di noi, forse si, in ogni caso è un’esperienza che devi assolutamente vivere senza farti influenzare.”
Restai a riflettere un bel po’.
Tornammo in città, andai a casa, lei andò a casa sua, entrambe coccolammo e nutrimmo i reciproci gatti, promisi a Micky che il giorno dopo avremmo invitato la “zia” Marabel e che saremmo rimaste con lui tutto il giorno, gli dissi che le avrei proposto di portare il suo micio, se lo desiderava, così che non restasse solo.
Forse sarebbe stato un po’ spaesato, ma Marabel mi raccontava spesso di come fosse giocherellone e curioso, anche se molto territoriale.

Micky è un gattone ficcanaso, ospitale, territoriale con i cani, molto disponibile e socievole con i suoi simili o con la maggior parte degli umani. Ritenevo che i due potessero diventare amici, dopo i primi momenti di diffidenza e poi, ammetto, volevo entrare in un pezzetto della vita quotidiana e “normale” di Marabel, della quale non sapevo niente.
Sapevo quale fosse l’edificio in cui abitava, ma non il piano, la scala e tantomeno ero stata a casa sua e, a volte, segretamente, continuavo a temere che fosse una paziente psichiatrica.

Alle sette e un quarto suonò il citofono e ce ne andammo al ristorante indiano più vicino, dove trovammo un comodissimo tavolo in un angoletto un po’ desolato, almeno secondo i proprietari, ma a noi andava benissimo.
Le esposi la mia proposta e lei ne fu sollevata: lasciare il micio a casa solo così a lungo e per giorni le sarebbe pesato molto. L’indomani mattina aveva un impegno veloce al Museo d’Arte Moderna, poi avrebbe fatto un salto a prenderlo e mi avrebbe raggiunta con pollo e patatine.
Mi sentivo leggera: un impegno lavorativo in un museo, un pollo allo spiedo e un gatto in carne ed ossa erano tre cose meravigliosamente lontane da un ospedale psichiatrico.
Poteva essere una bugiarda patologica, naturalmente, e non avere nulla a che fare con alcun museo, anche se mi aveva portato i biglietti per la mostra, però le cose, apparentemente, tornavano.

“Quindi!” dissi davanti ad un piatto di Basmati al Garam Masala, fregandomi le mani: “Dicevi oggi che quei bassorilievi nel tempio erano…ehm…magici?”
“Immagino si possa dire così, si, anche se non è il termine che avrei usato. Non so, era più come una forma di tecnologia magica. Insomma, anche nella Grande Piramide, come sai, si possono avere alterazioni della percezione del tempo e dello spazio, checché ufficialmente se ne dica, ma  non so se si possa definirla magia”
Storsi il naso: “Quello che dicevi la prima volta che si siamo parlate…riguardo alle frequenze esaltate dalla struttura piramidale e dalla presenza di concentrazione di biossido di silicio all’interno delle pietre, in pratica.
Secondo te si tratta soltanto di rapporti matematici e chimico fisica? Niente…niente magia?”
“Non è magia questa?” disse con quell’aria sibillina che a volte le si incollava alla faccia, mandandomi in confusione.
“Va bene, andiamo avanti…” borbottai maltrattando il basmati.

“Ebbene, a quanto pareva, nessuno, a parte Sua Maestà, sapeva veramente cosa significassero le opere che ordinava, che funzione avesse un rilievo, un simbolo o la disposizione di un’immagine invece di un’altra.
Spesso sentivo scalpellini e artisti dire di non riuscire a capire perché Sua Maestà insistesse su determinati particolari che a loro parevano del tutto insignificanti o, a livello artistico, perfino inferiori ad un’alternativa che essi proponevano.
Era il Faraone e loro facevano come Egli ordinava, lasciando da parte le perplessità, ma non erano convinti: “Sua Maestà è un sovrano gentile e ragionevole” dicevano: “Ma a volte si impunta come un mulo e non vuole saperne di ascoltare i consigli dei più grandi. Egli deve avere qualche piano in mente, noto a lui solo!” disse un giorno un capomastro.
 E io me ne andai ridendo tra me delle sue parole."

(...continua p.:22)

2 commenti:

  1. Nemmeno con della "roba" buona si potrebbero fare "viaggi" così!!! :)

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    1. AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!!!!!!!!!!!!!!

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