Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

lunedì 13 aprile 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 22

(Link capitoli precedenti: p.:21 p.:20 p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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“Quindi? Pensi proprio di non dirmi niente? Pensi che te la farò passare liscia?” la minacciai.
Prese un respiro: “Non si avevano sempre le stesse identiche esperienze, e comunque erano diverse per ognuno. Penso dipendesse sia dal tipo di percezione dell’individuo alla presenza di questo “codice iniziatico”, sia da che punto del bassorilievo o del viale degli arieti ti trovavi e di come l’inconscio codificava, filtrava e traduceva l’esperienza pura, capisci? È un po’ come i sogni: la mente produce o percepisce un’esperienza onirica o di OBE, ma ogni inconscio traduce diversamente, rendendo tale esperienza accettabile a se stesso.
Inoltre molti bassorilievi, oggi, sono scrostati e rovinati. La perfetta alchimia tra le figure, le proporzioni, i colori, ormai non esiste più e quell’incredibile meccanismo non è che l’ombra di ciò che era.
Alcuni possono avere delle esperienze in qualche modo mistiche, di stati alterati di coscienza, ma non è che un sassolino in confronto ad una montagna.
Beh…i new ager fanatici vedono madonne ed extraterrestri ad ogni angolo, naturalmente, ma per quel che ne so, là, non hanno mai avuto esperienze di sorta” Precisò strizzandomi l’occhio.
“Quelle opere, il viale degli arieti, il corridoio di Opet, erano perfetti ingranaggi che innescavano qualcosa a livello neurale e forse anche nella realtà oggettiva, al di fuori della mente, ma dovevano essere integri, capisci?
Ai tempi di Sua Maestà l’Egitto era già una terra antichissima e le opere più antiche necessitavano di restauri o ricostruzioni, quindi certo Egli metteva in conto che il tempo avrebbe rovinato ciò che costruiva, per cui sono certa che ci fossero degli elementi che potessero mantenere attiva l’opera anche nel momento in cui non fosse più perfettamente integra.
Oggi, però, le parti rovinate sono troppo estese.
Entra nel Tempio di Amun a Karnak di notte, ancora di più con la Luna Piena e le cose attorno a te sicuramente accadranno, ma non saranno che la pallida eco di ciò che era nella mente psichedelica e caleidoscopica di quel ragazzino”

Ci rimasi male, malissimo: “Oh, accidenti! Non è giusto! Non è giusto per niente!” brontolai. “Ma quando tu vivevi in Egitto, accaddero delle cose? Cose veramente degne di nota?”
Annuì: “Altro che! Ne ebbi esperienza la prima volta intorno ai venticinque anni.
A quell’epoca ci eravamo trasferiti a Torino, dove passavo gran parte del tempo libero a studiarmi l’architettura esoterica della città.
Mi piaceva la luce di quella terra, la magia delle grandi Montagne che la circondavano, il verde e il profumo dell’aria, ma purtroppo, nonostante ci vivesse uno dei maggiori esoterici del ventesimo secolo, non avevo la possibilità di proseguire le sedute con il mio ipnotista di fiducia e non volevo qualcun altro cui sottopormi. Ero sempre piuttosto diffidente.
Così era necessario che tornassi a Londra o che lavorassi da sola con schemi radionici preparati appositamente per attivare percorsi sinaptici utili a farmi entrare in contatto con una coscienza atemporale, espansa, e questo non solo non era facile, ma mi sentivo frustrata perché non ero mai certa di cosa fosse vero e dicosa, al contrario, potesse essere frutto della mia immaginazione o di suggestioni.

In quegli anni la New Age aveva già fatto parecchi danni, e vedere ad ogni angolo pseudo sensitivi amici degli alieni e reincarnazioni di Napoleone, Cleopatra, Giulio Cesare e via dicendo non aiutava la mia fiducia.
Non mi comportavo come costoro, ma tra un'invasata che strilla ai quattro venti di essere Cleopatra ed avere visto tutte le sue antiche vite da regina e io, che ricordavo in modo particolareggiato, ma mai abbastanza, una vita al fianco nientepopodimeno del mitico e misteriosissimo Faraone Fanciullo, per di più una vita che non pareva esistere da nessuna parte…è lecito domandarsi chi fosse più suonato, non credi?
È pur vero che negli anni ottanta nessuno era al corrente della reale identità di Kiya, o delle malattie del Fanciullo, ma non sono certo prove sufficienti. Indizi, forse…un po’ aiutano…” si riscosse e riprese il filo del discorso.
“Quindi, pur applicandomi quotidianamente alle meditazioni che mi erano state insegnate e al lavoro con gli schemi, mi limitavo a mantenermi pronta ed allenata per quando mi recavo a Londra, o quando l’ipnotista, bontà sua, scendeva a Torino.
Poi, un giorno, facemmo il primo viaggio in Egitto, per le vacanze pasquali.
Saltammo a piè pari Giza e tutta l’area del delta, quella volta, per atterrare direttamente ad Al Uqsur.
E…era terribile per me: passavo da un’emozione alla sua opposta quasi continuamente, sballottata da odori, sensazioni, flash back.
Considera che oggi, dell’antica Tebe, non rimangono che i due famosi templi di Luxor, di Karnak, i colossi di Memnone e poco altro; l’intera struttura della città è andata perduta, distrutta prima intorno al 660 a.C. e poi nel primo trentennio dopo Cristo, quindi, tutto ciò che c’è ora è per me…terrificante. Doloroso. E, purtroppo, totalmente estraneo.

Mi aggiravo nelle strade con smarrimento crescente, anche se sapevo fin da molto prima del viaggio che la mia città non esisteva più: non esiste più il Palazzo Reale, né il mio tempio, né la scuola dove vivevano e studiavano i sacerdoti di Amun, non le piazze del mercato o il porto così come lo ricordavo.
Sua Maestà aveva fatto costruire una statua di Aset alata alta diversi piedi, di diorite, ordinando allo scultore che mi ritraesse perfettamente e poi l’aveva fatta decorare con gioielli in oro e sottili lastre di madreperla per il bianco degli occhi, circondati di Lapislazzuli, mentre le iridi erano, seppure di diorite, coperte di uno strato sottile di vetro in cui erano state fuse pagliuzze d’oro.
Era la cosa più bella che avessi mai visto e tutto il popolo era incantato a guardarla, davanti all’entrata del tempio.
Credo che se oggi fosse ancora là, o l’avessero ritrovata da qualche parte, sarebbe un’opera meravigliosa, darebbe lustro al museo che la possedesse più di qualsiasi altro reperto, a parte le maschere e il sarcofago di Sua Maestà…ma non esiste più.
Potrebbe essere stata distrutta o rubata da Assurbanipal, ma ne dubito: se fosse durata per così tanti secoli, dal 1300 al 660, ce ne sarebbero tracce in qualche testo.
Io penso sia stata distrutta alla mia morte o poco dopo, con l’epurazione di Horemheb, o forse la distrusse Aye, prima ancora.
Io dovevo sparire, ero lo scandalo, ogni cosa parlasse di me doveva essere cancellata.
In ogni caso, trovarmi a Al Uqsur fu per me insopportabile.
Il giorno dopo ci recammo al Grande Tempio di Amun.
Non sai l’emozione quando mi trovai là, nel viale di ingresso sottolineato da due lunghe file di “asini”! Non sono i suoi asini, e mi resi conto che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nelle proporzioni, eppure riuscivo a non piangere, tanto che la gente, le guide, cominciavano a guardarmi perplessi; così papà e io decidemmo di svignarcela e lasciammo la mamma a continuare il giro turistico.
Al ritorno in albergo ci disse di aver avuto, lei, la teutonica pragmatica, delle strane sensazioni nella sala Ipostila, tra le mastodontiche colonne di Ramsess e poi durante il percorso del viale dei miei asini. Ci disse anche di aver allungato una copiosa mancia ad un guardiano per farci entrare di notte. Ti pare che avremmo potuto tirarci indietro?”
“OVVIAMENTE NO!!!”
“Appunto.
Quella notte sgattaiolammo nel Tempio da un ingresso laterale che dava sul piccolo Tempio di Mut, costeggiato dal Viale degli Arieti.
La Luna era più o meno ad un quarto, il cielo molto limpido, il guardiano disse che poteva darci un’ora di tempo e di non fare fotografie” scoppiò a ridere: “Ti pare? Come se quello che cercavamo si potesse fotografare! Nella notte camminare tra gli arieti mi diede una sensazione stranissima: presumo che dieci anni di meditazione, radionica e ipnosi abbiano avuto il loro peso, naturalmente, ma…oh, Eva, vorrei poterti trasmettere ques’esperienza, perché dubito molto che chiunque, anche il più grande autore o poeta della storia, sia in grado di trovare le parole per descriverla!”
“provaci!! Io sono mezza Valdombriana, ho viaggiato attraverso la coscienza degli alberi!” Lei reclinò la testa, riflettendo: “Si, lo hai fatto…”

Abbassò lo sguardo sul poori ben pucciato nel Chutney e si guardò attorno dubbiosa.
Gli altri avventori erano distanti dal nostro tavolo appartato e decisamente distratti, soprattutto dal megaschermo che trasmetteva un coloratissimo musical di Bollywood.
Poco dopo, lustrato il piatto fino all’ultima goccia di salsa di Yogurt e l’ultima briciola di poori, incrociai le braccia guardandola insistentemente.
Marabel ridacchiò sotto i baffi e riprese il racconto:
“Era notte fonda, il cielo era limpido e la luna al primo quarto sembrava una gemma lattea sospesa tra le stelle di aprile. Era fresco, secco, il Viale degli Arieti era appena illuminato dal riverbero della luna e dalle luci soffuse nascoste tra le colonne poco più avanti, sicché ci pareva di essere circondati da fantasmi oltre il tempo. Potevamo sentirne il respiro leggero, gli sguardi che ci seguivano attenti. Sentivo un senso di vertigine, come se le Stelle e la Luna non fossero lì, nel finire del ventesimo secolo, ma onnipresenti  sia in ogni epoca che nella nostra.
D’altra parte, presumo sia esattamente così: in tremila anni si sono certo spostate, la Luna è un po’ più distante dalla Terra, ma in modo impercettibile. Eppure la sensazione di essere sospesa in una dimensione atemporale era molto intensa.

Camminavamo lentamente e ci accorgemmo di come l’aria, appena entrati tra le due file di sfingi, cambiasse temperatura e densità: improvvisamente era più densa, permeata di elettricità, leggermente luminosa e calda, o almeno più calda della temperatura intorno.
Ci guardammo, uno sguardo d’intesa che mi fece capire che anche papà aveva avuto la stessa esperienza e ci prendemmo per mano, intimoriti.
Abbassai lo sguardo e mi accorsi che la strada sotto ai miei piedi era trasparente e brillante, come polvere di diamanti sospesa nel nulla. Mi spaventai, mi aggrappai istintivamente al braccio di papà, ma i miei piedi erano posati sul solido, anche se non potevo più vederlo.
Qualcosa dentro di me, una voce forse divina, forse un Super Io, mi disse, rassicurante: “Non puoi cadere” e sentii una profonda fiducia scendere dentro di me.
Lasciai il braccio di mio padre, alzai gli occhi e vidi gli arieti convergere: le due file non sembravano più parallele, formavano un angolo, o meglio, si congiungevano all’infinito, ma l’infinito era ovunque e io, per un attimo, troppo breve purtroppo, penso di aver provato uno stato di illuminazione, perché sentii un’emozione incredibile.
Volevo trattenerla, ma il mio tentativo creò una tensione che la fece svanire.
Gli arieti  tornarono pietra e le due file parallele furono nuovamente troppo corte anche per dare semplicemente l’illusione ottica di convergere.
Un po’ alla volta la strada ai nostri piedi tornò solida, chiara nella notte.
L’atmosfera era sempre magica, tutto, in quel tempio, pareva respirare e osservarci, ma l’esperienza sconvolgente di poco prima era ormai svanita.

Troppo colpiti per proseguire, tornammo verso l’uscita, dove il guardiano ci aspettava arrabbiatissimo: “Cosa avete combinato?” ci apostrofò: “Vi avevo detto un’ora al massimo! È quasi l’alba!” ci guardammo allibiti: non avevamo nemmeno completato il giro, ci eravamo fermati al viale degli arieti, non potevano essere passati più di venti minuti!
L’uomo ci guardò accigliato, borbottò qualcosa scuotendo la testa e se ne andò.
Tornammo in albergo che albeggiava e la mamma cominciava ad essere preoccupata: erano le sei, e noi eravamo entrati nel Tempio a mezzanotte e un quarto.
Non riuscivamo a capacitarci di questa discrepanza, noi non ci eravamo addormentati, e poi là, nella notte, il clima era piuttosto fresco ad inizio aprile! Sapevamo esattamente cosa avevamo fatto, passo per passo, non potevamo, semplicemente, essere stati via cinque ore e mezza!”

Abbassai gli occhi e scoprii di avere nel piatto la mia insalata, del cui arrivo non ero minimamente stata cosciente, rapita dalla magia di quell’episodio. Per quegli istanti avevo avuto la visione delle sfingi criocefale in un cosmo intensamente stellato e pulsante, immense e coscienti attorno a me.
Scossi la testa e sbattei le ciglia un po’ di volte, concentrandomi sulla salsa di yogurt, intanto Marabel riprese il discorso:

“Ci buttammo sul letto e ci addormentammo, risvegliandoci poco prima di pranzo, ancora incapaci di una spiegazione e, dopo una doccina e un cambio d’abito, scendemmo in sala da pranzo. C’era uno studioso scozzese che dovette sentire i nostri discorsi perché ci chiese di sedersi con noi. Raccontammo tutto e lui ci spiegò che non eravamo i primi ad avere esperienze del genere,  ne conosceva nella Grande Piramide: tempo prima, un suo collega si era fatto chiudere per pochi minuti nella Sala del Re e aveva tentato di distendersi nel sarcofago vuoto al centro della sala.
Aveva avuto strane percezioni, suoni, vibrazioni come sordi boati sotterranei, ma quando era uscito era stato accolto da persone affannate che, gli dissero, lo cercavano da ore! Per lui si era trattato di meno di pochi minuti.
Lo studioso disse che in effetti la cosa interessante era che anche gli orologi del collega e dei guardiani segnavano ore molto diverse: c’era una discrepanza, se non ricordava male, di forse due ore.
Gli descrissi le “visioni” avute nel viale e lui ne fu affascinato: “Signorina, non si rende conto di cosa ha visto?” io lo guardavo vacua: “Lei non poteva cadere, perché semplicemente ha visto la vera natura della materia! Non era sospesa da qualche parte, era sempre lì, con i piedi nel viale, ma non vedeva la materia solida, come noi la percepiamo, la vedeva invece nella sua natura di particella/energia! Un immenso vuoto pieno di energia pura, ecco cos’ha visto!” ancora ero dubbiosa: quello che più di tutto mi aveva mandata in uno stato di subbuglio emotivo era stata la visione degli arieti viventi che si moltiplicavano innumerevoli volte e convergevano ad un infinito omnipervasivo, connessi gli uni agli altri in una rete luminosa ed intricata.
Lo studioso ritenne si trattasse del medesimo fenomeno: in qualche modo avevo sperimentato la non località dell’esistenza a livello quantico e la rete energetica che connette tutto il creato.
Vedi, oggi un discorso del genere non sconvolgerebbe più di tanto, ma è successo trent’anni fa! A quell’epoca certe affermazioni non avevano senso, se non per una ristrettissima élite di fisici.

Tornammo a Torino pochi giorni dopo, senza aver visitato molti luoghi del nostro programma ideale, né il Tempio di Luxor con il famoso corridoio di Opet: avevamo bisogno di riflettere, di metabolizzare quell’episodio e mamma aveva una certa paura di perderci da qualche parte in una sorta di chissàchedimensione.
Due settimane dopo ero a Londra.
Cominciammo la seduta di preparazione e, contrariamente a quanto era sempre accaduto, entrai in regressione spontaneamente, prima della seduta vera e propria.
Ero seduta sulla riva del Fiume, tra alberi e campi rigogliosi.
Ero triste e malinconica.
C’era di mezzo un’altra gravidanza.
Questa volta era certo fosse una femmina e la gravidanza stava procedendo.
Nessuno ne parlava, naturalmente: tutti erano troppo preoccupati che potesse accadere di nuovo.
Quel giorno in particolare, avevo lasciato Sua Maestà a riposare dopo diversi colloqui molto ufficiali che lo avevano sfinito: i dolori alla testa ormai erano quasi quotidiani, anche se non se ne lamentava finché non arrivava veramente al limite della sopportazione.
Da mesi non lo vedevo ridere, era sempre più pallido e fragile, anche il piede peggiorava e io mi sentivo morire: avevo la sensazione che tutto attorno a me avesse preso una piega sbagliata, come se vivessi non la mia vita, ma una sorta di vita parallela, qualcosa che non riuscivo a spiegarmi e mi spaventava.
Ricordavo la notte che avevamo passato insieme, prima del mio matrimonio, in cui lui aveva detto che tutto era sbagliato, che le cose non andavano come avrebbero dovuto e quel cumulo di errori era sulle sue spalle e cercavo, senza trovarlo, un appiglio, un bandolo di quella matassa in cui si accavallavano i fili di troppe vite e di troppe morti e di cui era impossibile scorgere un senso.
Sentivo gli Dei perdere potere, io perdevo potere, cose che mi erano parse normali e facili fin da bambina ora mi affaticavano profondamente.

Sua Maestà, intanto, aveva iniziato la costruzione delle due statue per Aset e Ausar che mi aveva promesso un anno e mezzo prima.
Il viale degli arieti era ultimato e il lavoro per i bassorilievi di Opet procedeva spedito.
Il Faraone era riuscito a convincere l’alta corte che quelle due statue avrebbero propiziato la nascita della bambina e che gli Dei sarebbero stati così grati per quel dono che probabilmente avrebbero concesso alla Coppia Reale un altro figlio maschio e sano.
Non so se ci abbiano creduto: alcuni di noi credevano e veneravano i loro dei, ma molti sacerdoti, più che mai in quegli anni, non credevano che nel proprio tornaconto…d’altra parte, anche a quel tempo, la massima: ‘non è vero, ma ci credo’ andava per la maggiore.”

“Ma lui come stava?” domandai in apprensione e ancora immersa nei postumi della visione degli arieti.
“Male. A volte meglio, spesso male. Quell’anno fu il peggiore della sua vita, fino a quel momento. Era frustrante, e io venivo additata da Tey come la causa di tutto o quantomeno come truffatrice e incapace.
Alla fine i medici di corte mi proposero di lasciare Sua Maestà totalmente affidato a loro, così da allontanare la tensione e far si che la nobile Tey la smettesse di gettar discredito sulle Sacerdotesse di Aset e soprattutto su di me. Mi chiesero di restare alla capitale mentre Sua Maestà era a Men Nefer, dove loro lo avrebbero curato, così, se nulla fosse cambiato, questo avrebbe quantomeno dato torto alla nobildonna.
Accettai, accettammo entrambi, Sua Maestà e io,  e restai nell’Alto Egitto.

Mio marito rimase con me, naturalmente: non andava volentieri nella sua città d’origine, dove era possibile che potessero sospettarlo per i molti arresti dei cospiratori.
In quei mesi eravamo diventati molto amici.
Mi rispettava, conosceva bene i miei sentimenti e li accettava, vivendo con me quasi in castità. Consumavamo raramente e solo se ero io a deciderlo.
Mi sembrava corretto e in ogni caso, lui era molto dolce, affettuoso e riusciva a lenire il mio tormento, almeno per un po’.
Per quanto mi sentissi sgretolata nel concedermi ad un altro, sapevo di eseguire il volere di Sua Maestà, che questo era quanto Lui mi chiedeva, capisci? E così mi lasciavo avvolgere dalle attenzioni dell’uomo che ufficialmente era il “mio” uomo.
Lui non mi chiedeva niente, intuiva, sapeva leggere in me quando il mio dolore era più lancinante e io gli ero grata per la sua presenza discreta e premurosa, per il suo silenzio, la sua pazienza.

Quell’anno, Sua Maestà restò soltanto tre mesi al Nord.
Molto prima di quanto mi aspettassi, mi arrivò una missiva in cui mi si comunicava che il Faraone e la Sposa Reale, con pochissima corte, erano partiti per AkhetAton, dove avrei dovuto raggiungerli con una decina di guardie, un paio di wabu (medici sacerdoti) e almeno un sunu (medico laico, non legato ad alcuna divinità).
Mi sentii inquieta e partii il giorno stesso su una barca veloce, ordinando al resto del personale richiesto di partire il giorno dopo, assieme a mio marito.
Non sapevo cosa fosse successo e il viaggio mi parve eterno.

AkhetAton, al mio arrivo, era più deserta del solito: c’erano un pugno di guardie sceltissime, pochi servitori, il medico di corte e naturalmente la Sposa Reale. Nessun altro: il Faraone era partito alla chetichella, lasciando la reggenza al Gran Visir.
Sorrisi amaramente tra me, immaginandolo pavoneggiarsi come vero re d’Egitto, probabilmente ripetendo che senza di lui il Faraone non avrebbe saputo come governare.
Appena scesa dalla barca corsi negli alloggi di Sua Maestà: lo trovai a letto, pallidissimo, la febbre alta, le labbra con un colorito grigiastro, perfino i suoi dolci occhi dorati parevano aver perso colore, apparivano spenti.
Il piede era violaceo e gonfio, ed era così da giorni, disse la stessa Ankhesenamon, non era assolutamente in grado di camminare e veniva portato solo in braccio o su portantine.
Mi mostrò il pancino ormai bello tondo, era ormai al sesto mese, con un sorriso che avrebbe dovuto essere radioso, ma era stanco e preoccupato, il viso smunto e segnato da profonde occhiaie.
Appena al capezzale di Sua Maestà lo abbracciai: non mi inchinai, non lo salutai secondo il protocollo, non mi preoccupai della presenza di servitori e guardie e nemmeno della Sposa Reale, gli gettai semplicemente le braccia al collo e lo tenni stretto contro di me, cullandolo, la guancia sulla sua fronte sudata e calda.
Ankhesenamon ordinò a tutti di uscire e se ne andò ella stessa, chiudendo cautamente la porta dietro di sé. Appena fummo soli scoppiai in lacrime, coprendolo di baci convulsi: “Aiutami!” sussurrò implorante: “Non ce la faccio, non ce la faccio più! Is, stavo impazzendo, non posso stare lontano da te, non dovevo lasciarmi convincere, io…io credo…io credo che la causa di questo male sia lui”
Mi ritrassi come mi fossi scottata: “Aye?” esclamai, terrorizzata: “Come?”
Lui mi fece cenno di tacere, di avere pazienza: “Ti prego! Ti spiegherò tutto, ma ora aiutami perché non ce la faccio più a sopportare tutto questo!”

Non bastava imporgli le mani, avevo avuto un’idea durante la lontananza: feci chiamare il suo medico personale, l’unico di cui mi fidassi veramente, e decidemmo di praticare delle incisioni per far uscire il sangue infetto.
L’uomo mi confidò di aver usato diverse volte delle sanguisughe, ma poiché la tumefazione non migliorava se non per brevissimo tempo, aveva anch’egli avuto l’idea di incidere le carni e mi mostrò i segni sulla pianta, proprio sotto l’attacco delle due dita centrali. Purtroppo si correva il rischio di infettare le ferite, anche se, appena spurgate, il piede veniva avvolto in bende zuppe di miele.
Io però avevo un’altra idea: avevo preparato dell’unguento con la sostanza con cui le api chiudono le celle (propoli n.d.a.) e il cibo della Regina, sciolti insieme a mirra in una soluzione di aceto di miele.
Sicuramente gli avrebbe dato bruciore, ma ritenevo potesse disinfettare la malattia e le ferite e rendere forti le carni sane, tanto da mandare indietro il male.
Il medico ne fu entusiasta, anzi, scappò di corsa tornando poco dopo con una tintura a base di erbe molto forti e ci apprestammo ad incidere il piede.
Il sangue era molto scuro, il dolore doveva essere insopportabile mentre il medico strizzava letteralmente il pus fuori dalle ferite, ma Sua Maestà stringeva forte i denti, aggrappandosi alle mie mani e trattenendosi dal gridare, devastato dal dolore.
Subito dopo il medico spalmò pappa reale, propoli ed erbe fin dentro le ferite e le chiuse con mirra e propoli, poi bendò accuratamente il piede.
Bruciava, la febbre salì parecchio e io restai molte ore ad imporgli le mani e cambiargli pezze fredde su fronte e polsi assistita da un’ancella, poiché non volevo che la Sposa Reale lo vedesse in quelle condizioni, né che si affaticasse ulteriormente.
Finalmente si addormentò.

All’alba la febbre era passata e il piede quando era sgonfiato, il poco sangue che ancora uscì nello staccare la stoffa, rosso e limpido. Nemmeno noi potevamo crederci!
Eva, io quel giorno pensai, lo pensammo tutti, di aver trovato il modo per guarirlo, pensai che avessimo sconfitto il male per sempre! Eravamo così felici, piangevamo e ridevamo abbracciandoci come privati del senno, ci pareva che tutto potesse essere tornato al suo posto: sarebbe nata un’erede, la maledizione che gravava sui due giovani reggenti sarebbe stata debellata, Sua Maestà sarebbe guarito, chissà, fantasticavamo, forse sarebbe guarito anche dai mali che si portava dietro dalla più tenera infanzia!
Penso che quello e i giorni che seguirono siano stati i più felici di tutta quella nostra vita.

Appena si riprese decise di ripartire: fece preparare le imbarcazioni e lasciò la città morta per sempre. Quella, infatti, fu l’ultima volta in cui si fermò ad AkhetAton: benché i lavori di smantellamento non fossero conclusi, Egli decise che, almeno per quanto lo riguardava, non c’era più nulla da fare, là.
Non so se la Sposa Reale ne fosse contenta, ma la città era ormai del tutto abbandonata e la desolazione amplificava nel riecheggiare dei passi e nelle voci, non facendo altro che aumentare la malinconia.
Partii restando, per l’ultima volta, a fissare la città dell’eretico, con tutto il suo bagaglio di ricordi, portando negli occhi e nel cuore l’immagine di me ragazzina che, smarrita e spaventata, mi perdevo negli occhi dorati di un bimbo divino, senza ancora sapere come Lui fosse il mio destino, il mio sogno, la mia vita e la mia morte.”

(...continua p.: 23)

4 commenti:

  1. Wow, magari l'avesse veramente guarito!!
    Mi sa che mi sono persa un pezzo... non mi ricordo quando Eva abbia parlato a Marabel della Valdombra e della coscienza degli alberi. Che capitolo era?

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    1. Ehi, bella fanciulla!
      In realtà, la storia della coscienza degli alberi, la trovi ne "Il Dono", quando nel frutteto, di notte, Eva vede gli alberi trasportare la loro coscienza ai piedi dell'Ama Dablam.
      Nelle prime puntate, Eva cita di aver raccontato a Marabel della Valdombra, dei minerali e della vita di là, quindi si può supporre che ne abbiano parlato.
      Ovviamente, chi non abbia letto Il Dono, non potrebbe capirlo, è vero. In ogni caso...non possiamo riempire la gente di ciò che comunemente sarebbe chiamato "inforigurgito", per cui...nel caso qualcuno volesse pubblicare 'sta roba in cartaceo, si metterà una noticina a piè pagina, o qualcosa del genere.
      Oppure l'editore mi imporrà di eliminare la frase.

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    2. AAAHHH, infatti ero sicura di non aver letto della coscienza degli alberi in questo racconto... vada per la noticina a piè di pagina :)
      E comunque se l'editore ti impone di eliminare qualcosa... mandalo da me... ci penso io!!!

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