Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

martedì 31 marzo 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 20


(Link capitoli precedenti:p.: 19 p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)

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Un paio di settimane dopo fui convocata a colloquio privato dal Faraone.
Lo trovai nel suo studio, immerso nella corrispondenza, da solo.
Mi sbirciò e mi sorrise, senza staccare gli occhi da un paio di lettere dall’aspetto molto ufficiale e per un po’ continuò il suo lavoro.
Sedetti di fronte a lui e restai a studiarlo in silenzio: sembrava pallido, forse preoccupato, forse triste; quel giorno non ero in grado di comprendere la natura del suo umore e questo mi fece sentire a disagio, perché non era mai successo.
Mi parve rallentasse il suo lavoro, come per allontanare il momento in cui avrebbe dovuto parlarmi, ma mi dissi che, probabilmente, era solo una mia idea un po’ stupida.
Alla fine posò lo stilo, ripose l’inchiostro e richiuse le lettere già controllate in un piccolo armadio, ma ancora non si risolveva a parlare, finché si voltò ad osservarmi a braccia conserte: “Ti ho trovato un marito” disse con voce neutra.
Lo fissai sbigottita per un bel pezzo, la mente totalmente vuota. “Non mi serve un marito” dissi alla fine.
“Ti servirà. In ogni caso è tempo che ti sposi. Hai ventitré anni compiuti, Iset. Avresti già dovuto farlo da molto tempo. La gente mormora sul tuo stato.” mi sentii morire, avevo la bocca asciutta e lo stomaco chiuso: “No, non ne ho bisogno. Sono una sacerdotessa, non è necessario che io prenda marito e non intendo farlo!” esclamai.
 Mi tremava la voce, non capivo cosa stesse succedendo, sentivo il cuore battere con violenza nelle orecchie.
Lui restò in silenzio a lungo, immobile come una statua: “Non è un consiglio. È un ordine” disse poi,  la voce sommessa pesante di autorità.
Scattai in piedi, feci un passo verso di lui, i pugni chiusi perché non vedesse che mi tremavano le mani: non potevo credere alle mie orecchie, doveva essere un incubo! “Non puoi farmi questo! Io non voglio un marito, non voglio nessun uomo tra i piedi!”
Non reagiva, lo sguardo rimaneva inespressivo, il viso di marmo: “Ne avrai bisogno. Lui avrà cura di te, quando sarà necessario” disse incolore. “Ma…ma io non ho bisogno di nessuno! Io ho cura di me, non deve averne qualcun altro e quando…se mai sarò vecchia, ci penseranno le novizie ad aver cura di me! So camminare da sola, sono ricca, sono potente, non voglio, non voglio nessuno che abbia cura di me! Non ho mai avuto nessuno, non lo voglio ora!” stavo quasi gridando.
“Non ne hai bisogno adesso, ma verrà un giorno in cui lo avrai e io…io non voglio che tu cammini sola nel mondo. Lui ti sarà al fianco e questo è il mio volere.”
“No! No, non pensarci neppure! Io non sono sola, non lo sono mai, io ho te, TE, anche se dovessimo essere lontani, agli estremi opposti del mondo e non voglio niente e nessun altro!”
“Ormai è deciso” rispose.
Gli voltai le spalle, feci più o meno un giro su me stessa, a braccia conserte: “E, sentiamo, chi sarebbe questo eletto?”
“Il tuo collaboratore contro la corporazione”
 Ero così sconvolta che per un po’ non riuscii a respirare.
Mi lasciai cadere sulla sedia, allibita: “N…non…non è possibile! Un carpentiere? Tu dai la tua Somma Sacerdotessa ad un carpentiere?”esclamai senza fiato.
“Lui tiene molto a te. Gli ho detto di chiedermi cosa desiderasse come ricompensa per il suo operato e lui ha espresso i suoi sentimenti per te. Ci ho riflettuto ed è la cosa migliore. Avrà cura di te, quando io non ci sarò più. So che sarà un buon marito, fedele. E sono convinto che imparerai ad…a volergli bene, almeno. Devi solo impegnarti un po.’”
“Quando? Quando tu non ci sarai più, nemmeno io ci sarò! Non ho intenzione di sopravviverti!!” gridai, ormai alla disperazione.
Impallidì, i suoi occhi immobili si riempirono di lacrime: “Questo non deve accadere. Per questo motivo ti ho trovato un marito, un buon marito, della cui fedeltà sono certo.”
“Perché mi fai questo?” gridai: “Che cosa ti ho fatto per odiarmi in questo modo?” ero ferita e gli gettai in faccia il mio dolore nel modo più crudele.
Mi fissò sconvolto, fece un passo indietro, come avesse ricevuto un pugno in pieno stomaco: “Odiarti? Tu non sai quello che dici!” sussurrò e fuggì via.
Restai ancora qualche istante nello studio, cercando di riordinare le idee, invano, poi mi diressi verso i miei alloggi.

Mi sentivo ubriaca, lasciavo che i miei piedi trovassero la strada da soli, inconsapevole di quel che mi circondava.
Mi rintanai nelle mie stanze e restai a fissare il vuoto: doveva essere uno scherzo, oppure sicuramente Sua Maestà si era sbagliato o gli avevano dato dell’oppio per qualche dolore, non stava succedendo veramente!

Più tardi fui convocata nuovamente, questa volta alla sala del trono.
Lui mi aspettava là, con al fianco la Sposa Reale, alla presenza di un paio di segretari, l’onnipresente Gran Visir, uno scriba, un paio di dignitari, alcune guardie.
Incoronato, gli occhi bistrati, un pettorale d’oro raffigurante Heru, lo sguardo indifferente fisso nel vuoto, nel suo aspetto più ufficiale.

Mi avvicinai cercando di mantenere la calma e mi inginocchiai.
“Sua Maestà è lieto di conferire con la Somma Sacerdotessa, la quale lo ha servito con tanta lealtà e dedizione per tutta la vita, fino alla sconfitta dei cospiratori contro di Lui” esordì: “Per questa sua fedeltà, per il suo operato così efficiente e per le cure e le preghiere che ella dedica ogni giorno  a Sua Maestà e alla Sposa Reale, Egli oggi ha deciso di unirla in matrimonio con un uomo di grande valore, per quanto di umili origini.
Il volere di Sua Maestà è quindi che la Somma Sacerdotessa di Aset della Capitale dell’Alto Regno, si unisca in matrimonio con lo scriba  *** e che essi prosperino e generino una prole forte e sana per la terra d’Egitto. Questo è il volere degli Dei e di Sua Maestà”
Non potevo più ribattere, mi aveva messa in trappola. 
Mi inchinai senza una parola, non lo ringraziai come il protocollo voleva e mi allontanai senza essere stata congedata, voltandogli addirittura le spalle prima di arrivare alle porte.
Percepii il mormorio scandalizzato dei presenti, l’ondata di irritazione mista a trionfo del Gran Visir, la perplessità della Sposa Reale, ma, sopra ogni cosa, al di là dello sguardo immoto e della regale indifferenza, percepii il dolore di Sua Maestà.
Fuggii via disperata.
Qualsiasi cosa avesse in mente, io, quella volta, mi sentivo tradita e gettata alle ortiche.

Arrivarono le festività di Opet senza che me ne rendessi conto.
Non vedevo il Faraone dal giorno in cui gli avevo voltato le spalle nella sala del trono, e tutto ciò che succedeva mi sembrava lontano, avvolto in una spessa bruma; i rumori, le voci, mi giungevano attutiti e distanti e vivevo come per inerzia, lasciando che il mio corpo facesse ciò che c’era da fare, del tutto assente.
Stordita,  vivevo un sogno orribile e allo stesso tempo lo vedevo da fuori, rivivendo continuamente il momento in cui mi aveva detto di avermi trovato un marito, anzi: spesso mi svegliavo di soprassalto, la notte, da incubi in cui eravamo abbracciati sulla riva del fiume ad AkhetAton e lui improvvisamente mi diceva che dovevo diventare la moglie di un altro uomo.
Più volte mi toccò recarmi al tempio di Amun percorrendo il viale che aveva voluto ornare con quelle sfingi in forma d’ariete ed ogni volta provavo irritazione, poiché ormai, man mano che i lavori procedevano, cominciavano ad essere numerose  e, ogni volta, non potevo non tornare con la memoria al giorno in cui mi aveva mostrato il progetto, ridendo fino alle lacrime per la mia gelosia infantile, promettendomi una coppia di statue per Ausar e Aset, che avrebbero avuto le nostre sembianze.
Allora non pensavo che, meno di un anno dopo, mi sarei trovata a preparare il mio matrimonio con un uomo di cui non avrebbe potuto importarmi di meno.

In Egitto, a quel tempo, erano ben poche le donne cui veniva imposto un matrimonio che non desideravano e solitamente erano di stirpe reale.
 Paradossalmente, le classi dell’alta nobiltà vivevano quell’assurda mania di matrimoni incestuosi e pedofili, mentre il popolo godeva di una libertà che forse sarebbe fin troppo spigliata perfino ai giorni nostri e le donne, per quanto venissero considerate pronte per il matrimonio appena dopo il menarca, facevano in realtà quello che volevano e solo raramente si trovavano a dover accettare qualche matrimonio di interesse tra due famiglie.
Io, sacerdotessa, non soltanto ero libera, ma non avevo neppure alcun obbligo al matrimonio, e dunque mai e poi mai avrei immaginato di trovarmi un giorno in una simile situazione.
 
Come non vedevo Sua Maestà da settimane, così non avevo praticamente visto il mio futuro marito, se non un paio di volte in cui la tensione si tagliava con il coltello.
Ero furiosa per la sua sfrontatezza, per aver osato chiedere al Faraone la mia mano, ed ero ben decisa a fargliela pagare: lo avrei sposato poiché mi era stato ordinato, ma non lo avrei mai amato, nemmeno fosse crollato il mondo e ritenevo di riuscire a non concedermi a lui nemmeno fisicamente.
Lui era molto in imbarazzo, ma non gli venne mai in mente di fare marcia indietro: pareva veramente deciso a sposarmi e mi chiedevo quale soddisfazione potesse esserci nell’avere una donna che non lo avrebbe mai nemmeno considerato. Il mio cuore bruciava, pieno di rabbia cieca e dolorosa.
Le mie sacerdotesse cercavano di convincermi che si trattava di un ottimo partito, una persona giusta, onesta, un bell’uomo, gentile ed educato, anche se un po’ grezzo, ma le loro parole mi scivolavano addosso, come tutto quello che accadeva intorno a noi.
Il Faraone mi mancava, mi mancava come l’aria a chi abbia la testa sott’acqua da troppo tempo, ma poiché non mi faceva chiamare, io non andavo da lui.
Giorni prima avevo sentito dire che aveva la febbre alta, ma non ero andata da lui: aveva ottimi medici di corte e non potevo, né volevo, avvicinarmi se non per suo espresso ordine.
Ovviamente non ci avevo dormito la notte, avevo fatto riti di guarigione, avevo pianto in solitudine fino a non avere più lacrime e mi mancava sempre di più, man mano che l’acqua della sua assenza mi riempiva i polmoni e l’anima.

Lo vidi, naturalmente, durante le celebrazioni, durante le quali ci ignorammo completamente.
Non avrei mai immaginato che si potesse soffrire così intensamente, mi sentivo come se le mie carni fossero dilaniate dagli artigli di qualche belva spaventosa, eppure ogni cosa continuava normalmente.

Quando ormai la terra era coperta dai fanghi bruni e il mondo intorno a noi riposava silenzioso, una mattina  trovai un frammento di papiro ripiegato sotto la porta: Sua Maestà mi chiedeva di raggiungerlo al tramonto, presso i suoi alloggi privati, con la massima discrezione.
Conoscevo, fin dal restauro dei palazzo reale, uno stretto vicolo d’accesso alla reggia, da cui si poteva accedere ad un ingresso di servitù di cui soltanto pochi, vecchi servitori, erano a conoscenza, il quale portava direttamente nelle sue stanze private.
Negli anni lo avevo usato molte volte, così come lo usava Sua Maestà quando voleva uscire non visto.
Anche quel giorno mi infilai nella porticina e scivolai nelle stanze reali.
Era immerso in una grande vasca di acqua calda e miscele di erbe curative, circondato da alcuni servitori che aggiungevano, man mano che raffreddava, acqua fumante, così da liberare gli oli aromatici e i principi delle erbe; l’aria intorno a lui profumava di rosmarino, salvia e germogli di cedro del Libano.
Mi vide, nascosta dietro lo spigolo del muro e fece un cenno ai servitori, che gli portarono un ampio telo in cui lo avvolsero per asciugarlo.
Li lasciò fare, attese, indifferente, che lo rivestissero, rifiutò gioielli e trucco e li congedò, chiedendo di rimanere da solo e non essere più disturbato fino all’indomani: c'era del cibo su un tavolo là accanto, sicché Egli non aveva davvero bisogno di nulla.

Attesi un suo cenno per farmi avanti, ancora indecisa su come comportarmi.
Lui non mi guardava, rimase per un po’ seduto, i gomiti sul tavolino da toeletta, i palmi contro la fronte, immerso nei suoi pensieri che non dovevano essere pensieri sereni.
Lì in attesa, in disparte, non mi importava: mi beavo semplicemente della sua presenza dopo tanto tempo e non mi azzardavo a fare o dire nulla.
“Dunque, tra un paio di settimane ti sposerai…” disse alla fine.
“A meno che tu abbia cambiato idea” azzardai.
Finalmente si voltò a guardarmi: “No” disse: “Così è deciso.” Sentii un gelo mortale stringermi il cuore. “È necessario”
“Perché?” la mia voce risuonò implorante nella stanza.
Negli occhi di Sua Maestà si rifletteva la mia stessa disperazione quando si avvicinò: “Ti prego, abbi fiducia in me, anche se ora vorresti farmi a pezzettini con le tue mani!” sussurrò: “Ti chiedo, te lo chiedo, non te lo ordino, te lo chiedo come una preghiera: mostrati con lui, tienilo per mano, sorridigli…vieni a colloquio pubblico da me e ringraziami, chiedendo perdono per la tua intemperanza, mostrati pentita e dì che ti sei resa conto che la mia decisione è buona e saggia, anche se l’uomo che ho scelto è di umili natali. Ti sto davvero chiedendo troppo?”
Si, mi chiedeva troppo, in effetti.
“Vuoi mettere a tacere le malelingue? È per lo schiaffo a Tey?”
“No, non è quello, anche se non aiuta” sospirò, mi prese la mano e mi fece sedere accanto a sé: “È ben più grave, purtroppo. Dopo lo schiaffo non soltanto ti ho perdonata, ma nei mesi seguenti sei diventata un’eroina per la corte, mi hai salvato da una cospirazione che agiva in segreto da molti anni e questo a troppi non è andato giù.
La tua importanza è cresciuta, la tua posizione si è fatta più alta al mio fianco, sei sempre più pericolosa, soprattutto dal momento che i figli continuano a non arrivare e il nervosismo di coloro che vogliono la successione per linea femminile è altissimo. Sanno che presto dovrò scegliere una seconda sposa, e sanno che non accetterei nessun’altra donna  che te.
Se mia sorella non ti teme più, loro ti temono e ti odiano: per la corte non sei che un’impura, una serva, nonostante tutto.
Tu hai trascorso molto tempo con quel carpentiere, avete lavorato fianco a fianco per me, avete corso dei rischi ogni giorno…il rapporto tra voi è cresciuto, senza che nemmeno ve ne rendeste conto e alla fine vi siete innamorati. Tu non lo volevi ammettere perché ritenevi non fosse alla tua altezza, ma ora hai capito che avevo visto giusto, poiché la mia saggezza è grande. Ho bisogno che tu sostenga questa versione, Is, ti prego, ne ho bisogno per tutti noi!”

Improvvisamente capii che non era stato il carpentiere a chiedermi come ricompensa, ma che Sua Maestà gli aveva imposto quel matrimonio.
 Me lo metteva accanto sia per distrarre quella parte della corte fanaticamente devota alla linea di sangue di Nefertiti, sia come una sorta di guardia del corpo.
Lui e il carpentiere dovevano averne parlato a lungo, soppesando e valutando ogni particolare e, alla fine, l’uomo aveva accettato, pur sapendo che sarei stata ribelle e non lo avrei mai amato.
Mi apparve immediatamente sotto una nuova luce e provai rispetto per lui.
“Ma perché non mi hai mai detto nulla? Hai permesso che la rabbia e la disperazione mi accecassero, mi hai tenuta lontana da te per settimane, perché?”
Sua Maestà mi guardò socchiudendo gli occhi: “Non sai quanto mi pesi! Fino all’ultimo non ero certo di avere la forza di farlo, né di come sarebbero andate le cose. Volevo allontanarti, farti sposare con lui ed obbligarvi a prendere casa lontano, sulla costa, ma questa prospettiva mi era insopportabile…dovresti sapere quanto io sia egoista.
Quando te ne sei andata voltandomi le spalle, nella sala del trono, ho pensato di averti persa per sempre…in queste settimane non ho sentito amore.
Ero solo con me stesso, nei giorni e nelle notti, come non ero mai stato da quando ero piccolo. Ho provato un dolore così profondo da pensare di non poter sopravvivere e mi stupivo della crudeltà degli dei, che ancora mi tenevano in vita. Poi ho capito che continuavo a vivere perché, anche se non potevo sentirlo, tu non avevi smesso di essere in me.”
 “Ti prego, non allontanarmi da te, non lo fare mai! Io ero arrabbiata e tu non mi mandavi a chiamare per nulla!” esclamai, abbracciandolo.
Lo sentii sorridere, tenne la mia testa contro la sua spalla: “Sei pronta, Is? Puoi farlo?” annuii: “Non mi stai dicendo tutto, vero?” fece segno di no, mordendosi le labbra.
“Quindi c’è dell’altro? E lui lo sa?”
“In parte” rispose.
Non mi avrebbe detto altro, lo sapevo, e non insistetti.
“Lui allora non è innamorato di me?”
“Dovresti sapere che lo è. Lo è dalla sera in cui sei andata in carcere ad interrogarlo la prima volta. Quella donna sensualissima, splendente come un fiore di loto, così determinata, coraggiosa e pericolosa, gli rubò il sonno ed il cuore. Accettare questo matrimonio è per lui un veleno, Is, ma un veleno che sarà ben lieto di sorbire fino in fondo”
Mi sentii avvampare. Ero stata inquietante, pericolosa, ma non avevo capito, fino a quel momento, l’effetto che questo faceva sulla gente intorno a me, forse non avevo mai veramente capito come gli altri mi vedessero.
E provai vergogna per come mi ero comportata verso quell’uomo.
“Entro due settimane sarai sposata…con un uomo che io ho scelto per te.
Ma io sono il faraone. Agli stolti occhi del mondo io posso tutto, posso avere tutto ciò che voglio. E io ora, prima che tu sia sua, voglio te”
Mi sollevò tra le braccia e, pur zoppicando, mi portò nella sua alcova, mi posò sul letto e sedette accanto a me.
“Nessuno verrà questa volta, nemmeno se crollasse il mondo” disse in un soffio, il viso che sfiorava il mio.
Lentissimo fece scivolare via la tunica, ancora più lentamente accarezzò e baciò ogni più piccola parte di me, come volesse imprimersi a fuoco dentro l’anima tutto ciò che ero.
 Poi non ci fu più né spazio, né tempo, il mondo scomparve, cancellato dal nostro abbraccio, dal battito dei cuori che erano uno solo. Sentii la mia Anima fondersi nella sua, esplodendo come un sole invitto, sentii vagamente il sale delle sue lacrime tra le mie labbra.
E fu perfetto, un amore fatto non per mera soddisfazione di un piacere fisico, ma per la totale adorazione che avevamo l’uno per l’altra e perché, nel mondo della materia, non esiste altro modo per essere più vicini.
Non saremmo mai stati separati, mai più, qualsiasi cosa fosse accaduta.”

“Ma allora…allora ce l’avete fatta, alla fine! Ma…ma poi lui ha cambiato idea? O ti ha fatta sposare lo stesso con quel ragazzo?” esclamai con il cuore in gola.
 Marabel era molto in imbarazzo, in imbarazzo e sognante allo stesso tempo.
 Io mi rendevo conto di vivere una speranza piuttosto cretina, poiché sapevo benissimo come la storia fosse andata, ma continuavo a desiderare che loro fossero stati assieme per sempre, da quel giorno, che avessero avuto dei bei bambini molto disubbidienti e che Sua Maestà avesse vissuto fino ad una veneranda età, sanato dai suoi mali.
È ridicolo, vero?
Eppure, si, una parte di me ci credeva. In fondo, quante migliaia di volte, da ragazzina, mi ero addormentata con la faccia su qualche aforisma del Manuale del Messia, pensando, in qualche parte di me, che davvero siamo liberi di scrivere un diverso passato?
Non le ho mai contate, ma so che sono state tante, qualche volta mi succede ancora.

Non è possibile, dunque, scrivere una storia diversa, in cui il Faraone Bambino diventa un vecchio, saggio, amato re, guarito dall’amore della sua Seconda Sposa? Non espressi i miei pensieri, ma avevo imparato, in quei giorni, che Marabel era in grado di leggere in me, in un modo o nell’altro.
A volte la vedevo socchiudere gli occhi e guardare non me, ma attorno, leggermente di fianco o un po’ più in alto e, in quei momenti, mi sentivo molto osservata.
Anche in quel frangente socchiuse gli occhi, pareva persa in profonde riflessioni: “Se un modo c’è, noi non lo conosciamo” rispose poi in un soffio.

“E dopo? Devo sapere il resto, adesso!”
“Per me il mondo si fermò, quella notte…” Sorrise tra sé: “È come se tutto fosse sospeso là, esistesse quel al centro della Creazione, eterno e poi…e poi l’esistenza riprende dal giorno dopo.
Restammo abbracciati fino all’alba, in assoluto silenzio, accarezzandoci e guardandoci negli occhi, persi l’uno nell’altra.

Quando il primo raggio di sole fece capolino oltre le finestre, si alzò e fece quello che aveva fatto un giorno ormai fin troppo lontano, ad AkhetAton.
Prese una morbida spugna del mare, la immerse nelle acque profumate di oli preziosi e lo passò su di me, lentamente, profondamente concentrato in preghiera, benedicendo ogni parte di me, mano a mano.
Questa volta, però, non fu lui a fare lo stesso su di sé, come l’altra volta: io presi la spugna dalle sue mani e ripetei i suoi stessi gesti, benedicendo il suo corpo divino.”

Avevo la pelle d’oca a quel punto. Qualsiasi cosa fossero, o fossero state, quelle due persone, non erano semplicemente umani e non era umano quello che li univa.
Mi guardai attorno: il mondo era opaco, smorto, confrontato allo splendore evocato dal racconto di Marabel.
Ancora una volta, ossessivamente, mi tornarono in mente le sue parole di bambina: “Tutto era buio e silenzioso, dopo. Come se si fosse spento il sole e il mondo intero fosse morto.”
 
Lasciai correre Grigno, nonostante il guinzaglio, fino a quando la lingua iniziò a strascicare sul terreno, quindi gli diedi un bello scodellone di acqua fresca, pappa e ce ne tornammo alla macchina. Salì dietro senza fare storie e si addormentò con un sonoro sbadiglio.
 Noi tornammo verso casa, decidendo cosa fare.
“La fiera inizia il ventisei giugno, per i professionisti” le spiegai: “Io dovrò essere là il venticinque e  devo portare cane e gatto da mia zia, in Valdombra, quindi partirò presto, mollerò le creature ad un amico e…non è che ti va di venire?” trovai i coraggio di buttarle lì.
“Quanto staremmo via?”
“Una settimana tutta” risposi.
 Lei scosse la testa: “Non posso. Beh, si, ho degli impegni, ma…è che…non ho chi mi guardi il gatto. E non posso portarlo da tua zia, di sicuro: non l’ha mai vista e io non l’ho mai lasciato solo tanti giorni, soprattutto con sconosciuti, si sentirebbe abbandonato” fece una pausa: “Ti sembra stupido?”
No, ovviamente no. Un tempo avrei reagito come lei, prima di avere la possibilità di “usare” zia Greta.
“Sai…non mi va di andarmene senza che tu abbia finito il racconto…”
Le scappò da ridere: “Hai ragione. Potrebbe succedere di tutto: un cataclisma biblico, la terza e quarta guerra mondiale, un’invasione aliena…dovremmo fare un intensivo, eh? Abbiamo quattro giorni con oggi e sono solo le quattro e mezza”
“Io non ho lavoro con la casa editrice, in questo periodo e ho sistemato quasi tutto per la partenza…ci sto! Decidiamo cosa fare per cena. Se andiamo in pizzeria questa volta chiamano la neuro. Potremmo un indiano: capiscono la nostra lingua, ma sono abituati a stranezze come viaggi astrali e reincarnazioni, loro!”

Ci recammo in un paese affacciato sul lago, pochi chilometri fuori città, dal bellissimo centro storico medievale e trovammo un angolino riparato e discreto.
“Bene” esclamai prendendo il notes: “Oggi, venti giugno, la Somma Sacerdotessa e Sua Divina Maestà, hanno finalmente consumato. Ora non resta che vedere cosa accadde dopo…”
Marabel rideva: “Lo dici come fossimo stati due tardoni stagionati! Ricordati che Sua Maestà aveva sedici anni, all’epoca!”
“Quindi?”
“Quindi…tornai di nascosto ai miei alloggi, in trance. Ho cercato diverse volte di ricordare i giorni successivi, ma sempre senza successo. Non so, forse a quel punto ero talmente nelle nuvole da non sapere che accadesse intorno a me, ma mi chiedo come ci comportassimo. Qualcosa doveva essere per forza cambiato, non palese agli altri, sicuramente, qualcosa di nostro, di segreto...ma non ci sono ricordi, per le due settimane seguenti.
Mi aveva chiesto di presentarmi a lui con il mio sposo, di ringraziarlo pubblicamente, dunque probabilmente lo feci, ma è tutto vuoto, uno schermo bianco che aspetta vi si proiettino chissà quali immagini.
So che mi sentivo strana, questo si. Era come se il mio corpo si estendesse fino a lui, lo sentivo come sovrapposto a me, per la maggior parte del tempo.
Contemplavo semplicemente quella sensazione, così, senza giudizio, completamente assorbita in quell’esperienza.
Le nostre menti sembravano fuse, anche se i nostri pensieri non sempre lo erano, probabilmente per volere di Sua Maestà stesso.

La sera precedente al matrimonio, no, aspetta, la sera prima ancora, lo trovai nella mia stanza.
Mi apparve all’improvviso, dal nulla, il solito mantello scuro gettato sulle spalle, in piedi, immobile sulla porta che conduceva all’esterno.
Non disse nulla, non salutò, non salutai, lasciò soltanto cadere il mantello e ci gettammo l’uno nelle braccia dell’altra.
Il resto, forse, puoi immaginarlo, anche se…quell’essere totalmente uno, quella reciproca adorazione disperata, io non lo so se si possa immaginare, dal di fuori. Mi stringeva contro di sé, mi abbracciava con tutto se stesso, lo sentii sussurrare: “Mia, soltanto mia!” come se gli si stesse dilaniando il cuore e mi persi in lui, dimentica di qualsiasi cosa, perduta in un’estasi di gioia e disperazione. “Tienimi, tienimi!” gemette: “Tienimi tutta la notte, come stanno gli dei, finché verrà il mattino!”

Molto più tardi restammo fronte contro fronte, abbracciati, in silenzio, timorosi che addormentandoci avremmo perso tempo, quel poco che ci restava.
“Vivrai nella casa con lui?” Non mi andava di affrontare quell’argomento. “Forse…” risposi riluttante. “Starai qui, a volte, vero?” annuii: “È questo il mio posto”
“Io non verrò, anche se sarai qui da sola” disse piano.
 “Vuoi dire che non verrai mai più?” avevo la sensazione che un baratro senza fondo si stesse spalancando sotto di me.
Lui quasi rise: “Oh, dovresti saperlo che non ne sarò capace. Dovrebbe essere così, dovrei stare lontano, ma non succederà, non sempre. Non resisterò a lungo” Il baratro si richiuse, il cuore si fece più leggero, anche se sanguinava.
“Dì che mi vuoi per te, che gli darai qualsiasi cosa voglia, ma che io sono roba tua!”
Mi accarezzò i capelli: “Non posso. Ho promesso davanti al mondo. Forse anche a lui non dispiacerebbe, sai? Deve essere difficile per un uomo normale sposare una Somma Sacerdotessa che non ne vuole sapere. Ma non è possibile.”
“Perché? Credi davvero alle parole di quella servetta? Prendi…prendi un paio di mogli secondarie, a caso, quelle che ti offrono e poi prendi me! Sarò una di loro, nessuno dovrà sapere la verità. Fai un figlio o due con delle principesse e poi, che importa se ne avrai da me o meno? La discendenza sarà salva, il sangue reale sarà mantenuto e tutto andrà a posto, io non sarò un pericolo!”
“Io non voglio altre donne” disse neutro. “Non ne voglio e non ne vorrò. Sai bene quanto me che una principessa straniera vorrebbe dire far cadere in disgrazia mia sorella e io non voglio saperne!
Quanto a me, ho già una donna che non avrei voluto e non ho quella che voglio, non me ne accollerò un'altra, sicuramente interessata solo al potere e al trono d'Egitto, una principessa che non proverebbe che disgusto per un giovane re ormai storpio, no, non protestare: è la verità, è sotto gli occhi di tutti, ormai, non sono più in grado di nasconderlo."
C’era una piccola lampada che bruciava in un angolo, così potevo vedere il suo viso nella penombra: “Non farò mai di te una concubina e non posso prenderti come sposa, non in questa situazione. Sono troppi coloro che non aspettano che una scusa per farmi sparire.”
“Ma li abbiamo sgominati, hai visto!” protestai.
 
Lui sospirò, tristemente: “Non hai sentito, vero?” lo guardai interrogativa: che era mai successo?
“Ho ricevuto una missiva da Men Nefer. Il prigioniero è stato trovato avvelenato nelle carceri, un paio di settimane fa. Le guardie escludono un suicidio: dicono che l’uomo avesse gli occhi spalancati e l’espressione terrorizzata, forse ha tentato di difendersi, inutilmente. Non è finita, Is.”
Ricordai che il mio quasi marito, aveva detto di non aver potuto sentire l’altro nome mentre spiava i cospiratori, ma eravamo certi che il visir avrebbe confessato presto, una volta prigioniero. Evidentemente anche i complici la pensavano allo stesso modo.
“Ma allora? Sei ancora in pericolo, nonostante tutto? Non è servito a niente tutto quel che abbiamo fatto?”
Sorrise, amaro: “È servito, eccome, ma è vero, non è finita. Ricordi cosa ti dissi al tuo arrivo ad AkhetAton? Avevo quattro anni e mezzo, a quel tempo”
Certo che ricordavo. Aveva detto di essere in pericolo, ma che io non avrei dovuto esserlo mai.

“Is, io sono il Distruttore delle Tenebre. Non sono un messia (il termine è in realtà ebraico, usato qui per convenzione n.d.a.), non sono un profeta, ma ho questo compito che è così grande da non immaginare. Altri verranno dopo di me nei secoli, a volte saranno molto più grandi di me, saranno messia o profeti, a volte solo esseri della mia specie, ma grandi agli occhi degli uomini. Eppure il peso che porto è così grande, così difficile quel che ho da fare e io sono troppo fragile in questo corpo!”
“Io farò in modo che tu torni ad essere forte! Troverò il modo, non smetterò mai di cercare, rovescerò il mondo, se necessario!”
“Tu sei la mia forza. Sei il sangue forte che mi tiene in vita, mentre il sangue dei re mi avvelena. Io prendo da te la forza di esistere, e mia sorella prende la mia per continuare a vivere.
Un giorno mi sopravviverà, perché io non potrò più rigenerarmi e le malattie avranno il sopravvento. Forse mi uccideranno, perché è questo che i figli di Seth vogliono. Io sono in pericolo, Is, a causa della mia stessa natura, e tutto intorno a noi è sbagliato. Non è così che doveva andare…ma ora sono qui e mi tocca affrontare questo cumulo di errori” 

Feci per protestare, ma mi strinse forte contro di sé, sussurrando un “ssstt” con le labbra contro la mia pelle.
Non voleva parlare, non voleva che il tempo trascorresse, non voleva che sorgesse il sole.
Ma, alla fine, anche quel giorno ebbe inizio.
Il mio ultimo giorno da donna nubile.
E, con il sorgere del sole, Sua Maestà se ne andò."
(...continua p.:21)

4 commenti:

  1. Beh... pensavo peggio!!!
    Direi, invece, che sono contenta... per ora!!!
    Se fossero arrivati all'ultimo giorno della Sua vita senza neanche... beh insomma ci sarei rimasta male... per tutti e due. XDDD
    Spero che riescano a ritrovarsi prima o poi!

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    1. Ah, bene. Quando la mia amica Gess ha letto "Ti ho trovato un marito" stava per uccidermi. Come fosse colpa mia! Tzk!

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    2. XDDD
      Lui non farebbe mai una cosa del genere per cattiveria, qualsiasi cosa faccia è per proteggerla, anche perchè la ragazza è fumantina e anche un po' di coccio... e se nessuno la tiene a freno... XD

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    3. Di coccio nel senso che è tarda? :D

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