Due parole sul blog

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Su, su, guardate, guardate...

giovedì 19 marzo 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 19

(Link capitoli precedenti: p.:18 p.: 17 p.:16 p.:15 p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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“Restammo parecchi mesi a Men Nefer.
Non mi piaceva, né per  il clima, né per la gente, né per la città stessa, ma, per quanto desiderassi ardentemente tornare all’Alto Regno, usavo quel tempo per indagare sui cospiratori.
Pochi giorni dopo il nostro arrivo convocai il “mezzo scriba” per essere messa al corrente di tutto ciò che di nuovo potesse aver scoperto.
A dire il vero, la mia idea era di farmi introdurre da lui nella sua cellula, in modo da poter avere informazioni di prima mano.
Il ragazzo non era d’accordo, sosteneva che la mia idea fosse troppo pericolosa e che nessuno mi avrebbe potuta scambiare per una popolana: il mio linguaggio, il portamento e, secondo lui, il mio carattere, rendevano più che palese la mia vera natura.

Quella volta litigammo di brutto: lui non voleva saperne di introdurmi tra costoro e io lo accusavo di nascondere qualcosa e che per questo non volesse avermi tra i piedi.
La gente comune, a quell’epoca, vedeva nobili e sacerdoti da lontano, in vesti ed acconciature eleganti, con trucco ricercato, gioielli d’oro, che al popolo non erano concessi, così non era difficile camuffarsi e io ritenevo che le riserve del mio contatto fossero dettate dall’aver qualcosa da nascondere e non da motivi onesti e giusti.
Forse la sua attività per il Faraone non era dettata dalla fedeltà, ma da interesse personale, forse non era sincero, forse era egli stesso un traditore che cercava di avvicinarsi il più possibile a Sua Maestà e l’impedirmi un’azione diretta era un modo per tenermi all’oscuro delle sue trame.

Mi venne vicino, i pugni chiusi e gli occhi stretti di rabbia, mi accorsi che contraeva le dita sfregandole tra loro, la mascella serrata…
Io lo fissavo con sfida, pronta ad afferrare il pugnale nascosto nella tunica, pronta ad afferrarlo.
Mi squadrò dalla testa ai piedi, strinse di più i pugni, si voltò e si allontanò a grandi passi, senza ribattere.
Non sapevo se esserne contenta o delusa: avevo percepito l’odore della sua rabbia, la sua voglia di prendermi a schiaffi era stata palpabile, ma poi si era trattenuto.
Provai una sorta di inquietudine: c’era qualcosa che mi sfuggiva e non ero sicura avesse a che fare con il Faraone.

Come ci eravamo promessi ad AkhetAton, Sua Maestà e io ci incontravamo quasi ogni giorno, così da tenere il suo male sotto controllo.
Non aveva ancora sedici anni, ma i suoi mal di testa erano sempre più frequenti, le febbri lo lasciavano stordito e debole e aveva iniziato ad manifestare brevi quanto improvvisi svenimenti.
Si manifestavano quasi sempre nelle ore più calde e umide del giorno, soprattutto quando, dal sole a picco, passava all’interno del palazzo reale, dove la pietra restava fredda e la temperatura era parecchio inferiore a fuori.
Spesso scioglievo nell’acqua tiepida del miele assieme ad una tintura di rosmarino perché si riprendesse rapidamente.
E poi c’era quel dolore lancinante al piede, naturalmente, che era la cosa che lo stancava e condizionava di più, nonché ciò che spaventava tutta la corte.

Anche il giorno successivo al litigio mi recai nelle sue stanze per la cura.
Mi attendeva  su un lettino dall’alto schienale imbottito, le gambe appoggiate su uno  sgabello. Per un po’ lavorai in silenzio, sentendo il suo sguardo seguire attento ogni mia mossa.
“Tu hai fiducia in me, Is?” chiese ad un tratto.
Alzai gli occhi, sgomenta: “Ma…come ti viene in mente, Heru Ra? Sai bene quanto la mia fiducia in te sia senza confini!”
Lui socchiuse gli occhi: “Dunque, perché attacchi i collaboratori che pongo al tuo fianco?” compresi immediatamente di chi parlasse, posai le mani sulle ginocchia, prendendo un respiro: “Oh, vedo che è venuto a piangere da te!” commentai secca: “Non a piangere, Ist…era molto arrabbiato, lo hai accusato di fare il doppiogioco e volevi a tutti i costi metterti in una situazione molto rischiosa”
“Non mi fido di lui…” brontolai cercando di ritrovare la concentrazione.
“Dovresti. L’ho posto al tuo fianco, e non a quello di qualcun altro, perché ho visto dal primo momento che il suo cuore è giusto, perché ritengo possiate fare grandi cose, insieme. Perché ti è così indigesto?” ci avevo pensato spesso.

Lo detestavo. Lo detestavo semplicemente perché era nella famiglia che aveva attentato alla vita del mio Faraone, e fratellastro di quel piccolo mostro che lo aveva colpito.
Non mi interessava se fosse stato adottato o se si fosse comportato diversamente dai familiari, la sua esistenza mi era odiosa e basta!
“È un nemico” dissi semplicemente.
“No, Is, non lo è. Ci sta aiutando, si è messo contro tutti per la me. Rischia la vita, lo sai? Che pensi succederebbe se lo scoprissero?”
“Allora perché non vuole che io mi infiltri nel gruppo? Travestita, chi vuoi che mi riconosca? Nessuno di loro mi ha mai vista da vicino, forse nemmeno da lontano, non sospetterebbero mai!”
“Come puoi esserne sicura? Is, noi stiamo cercando di capire chi sia a capo di questa gente…non sappiamo chi siano, potrebbero esserci servitori o scribi o perfino segretari di corte, potrebbero riconoscerti facilmente e ti assicuro che nessuno al mondo crederebbe che tu sia una traditrice. E anche se qualche idiota ci credesse, sarebbe sufficiente che qualcuno dicesse una parola contro di me e tu cominceresti a lanciare fiamme dagli occhi e fumo dalle orecchie, non riusciresti a mentire. Non puoi infiltrarti tra di loro, lui ha ragione.
Ieri era furioso, ma allo stesso tempo molto preoccupato per te, temeva che tu potessi fare di testa tua, mettendoti in pericolo! Quindi…ora mi fai il favore di rappacificarti con lui e di fidarti. Se non vuoi fidarti di lui, fidati di me! Santi dei, Iset, mi proteggi da tutto l’Egitto, dal mondo intero, ma io devo proteggerti da te stessa e ti assicuro, è molto più difficile!”

Ci rimasi malissimo e, naturalmente, lui se ne accorse, così il suo sguardo si addolcì: “Vieni” disse tendendomi le mani. Spinsi lo sgabello al suo fianco. “Iset…” disse prendendo le mani tra le sue: “Perché quel ragazzo ti è così avverso? Non abbiamo uno scopo comune?”
“Non…non mi piace come mi guarda!” brontolai imbronciata.
“Ah. Perché, come ti guarda?” sentivo un riso trattenuto nella sua voce: “Come…come mi volesse strappare i vestiti di dosso, ecco!”
“Ah, quindi più o meno come diciamo…il novanta per cento degli uomini del regno, insomma…” ora rideva apertamente. Io gli lanciai un’occhiataccia: “Lui è sfrontato!” risposi imbronciata.
“Lo immagino. È sincero, un po’ grezzo, qualche volta, è vero, ma è sincero. Sta lavorando bene, Is, e tu gli piaci molto, non puoi fargliene una colpa, non credi?”
Mi strinsi nelle spalle, non risposi, ma sentivo qualcosa che mi rodeva.
“Sono…sono abituata ad un maggior rispetto. È sbagliato?”
“No, certo che no. Ma, credimi, lui ti rispetta eccome, ed è preoccupato per te. Non hai fiducia nel mio giudizio?” chiese nuovamente.
Alzai gli occhi nei suoi e lui mi attirò verso di sé, facendomi appoggiare sul proprio cuore con un abbraccio: “Non dovevamo essere prudenti?” chiesi schiacciando la faccia contro di lui: “Si, dovevamo” rispose.
Sentivo il suono delle sue parole, non dalla bocca, ma direttamente dal cuore contro la mia pelle, da quella posizione e mi beavo nell’ascoltare: “Dovevamo, ma io sono un ragazzino incosciente e capriccioso, voglio abbracciarti e farò le bizze se qualcuno tenterà di impedirmelo. Sono pronto a cacciare chiunque a pedate!” mi fece ridere.
Restai per un bel po’ ad ascoltare il suo respiro, il battito che sembrava all’unisono con il mio, come avessimo avuto un cuore solo.
“Ti prego” disse dopo un po’ “Cerca di andarci d’accordo. Fallo per me, vuoi?”
Annuii e tornai ad abbracciarlo, ad ascoltare il suo respiro contro la mia faccia, accarezzare la sua pelle con la mia.

Avevo l’abitudine di concentrare luce al centro della mia mano, creando una specie di palla calda e poi di posare la mano sul suo ventre, proprio sotto le costole, spingendo così quel minuscolo sole nel suo corpo e lui adorava quel gesto.
Si rilassava completamente, sorridendo ad occhi chiusi, colmo di beatitudine e teneva la mia mano premuta su di sé affinché non la allontanassi, inspirando la luce.
Lo facevo da quando era piccino. Al principio quando stava male, non poteva dormire o qualcosa lo faceva soffrire, poi, vedendo quanto lo calmasse e gli desse piacere, ogni volta che potevo.
Ovviamente dopo la sua ascesa al trono le volte erano diventate molto più rare, così facevo in modo di rendere quel gesto più intenso e più profondo possibile e restavo a contemplare il suo viso, beandomi della sua beatitudine.
“Mio Dolce Bambino delle Meraviglie…” gli dissi: “A volte vorrei morire, per liberarmi da questo corpo così pesante e volare da te, essere sempre con te, diventare te. Ti avvolgerei con il mio spirito, entrerei nella tua pelle, mi fonderei con te, avvilupperei la tua Anima con la mia e sarei una cosa con te, per sempre”
Lui mi prese il viso tra le mani, gli occhi dorati colmi di dolcezza: “Lo sai perché Seth odiava tanto Ausar?”
La domanda mi sorprese. Scossi la testa: “Era pieno di rabbia e di invidia, perché il fratello aveva per sé un così grande amore, così grande e profondo che niente e nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginare, il più grande e meraviglioso. Seth, nella sua bassezza, non poteva sopportarlo. Ricordati, non c’è niente che sia più orribile e disgustoso per i servi delle tenebre, che l’amore assoluto e più puro. Essi lo rifuggono, vengono inceneriti dalla sua luce e avvelenati dal suo profumo. Abbine cura e serbalo dentro di te, per quanto possibile, perché basta che trapeli appena perché si scatenino le furie di invidia e meschinità.”
Passarono ancora diverse settimane, feste che io vissi con molta ansia, ma quella volta non accadde nulla.
Una notte il carpentiere piombò letteralmente nella mia stanza privata, ansimante, con un mantello strappato e la tunica macchiata di sangue.
“Li ho trovati!” sibilò, appoggiandosi alla parete, all’apparenza sfinito.
Lo guardai senza capire. “I capi, accidenti! Dei cospiratori!” Non potevo crederci.
Presi dell’acqua, lo feci sedere e controllai il suo stato. Aveva diversi graffi profondi e qualche livido, una grossa abrasione sul polso e l’avambraccio sinistro, ma mi parve in buono stato.
Lo guardai interrogativa: “No, non è sangue mio. Sono stato scoperto, ho lottato con uno di loro e…beh, non parlerà più, comunque.” Si fermò e mi guardò quasi imbarazzato: “Non era mia intenzione ucciderlo. Davvero!”
“Ti credo” risposi. A dire il vero non me ne importava, lui era ben più dispiaciuto lui di me. “Racconta, dunque, che è successo?”
“Hanno in mente di uccidere il Faraone durante il viaggio di ritorno, sul fiume” iniziò a raccontare, intanto che lavavo le escoriazioni: “Ahi! L’idea era di attaccare il Convoglio Reale prima dell’attracco ad AkhetAton…da quel che ho capito ci sono zone quasi disabitate e ricche di vegetazione dove nascondere piccole barche veloci. Avrebbero dovuto prendere la nave di sorpresa, ma dicevano che è necessario separare la Nave Reale dalle barche di scorta. Vogliono infiltrare dei loro uomini tra i tiratori di Sua Maestà”
“Questo è ridicolo! I soldati sulle navi di scorta sono tiratori sceltissimi e di fedeltà più che provata, non sono semplici guardie!”
“No, ascoltami! Non ho potuto ascoltare fino in fondo, il tizio mi ha scoperto mentre ne parlavano…io dovrei tornare là, ma ora mi è impossibile! Ho gettato il cadavere in un canale, ma devono averlo trovato, mentre venivo qui ho visto gente che di dirigeva di corsa verso quel punto e se si accorgono che sono ferito, capiranno che sono stato io ad eliminarlo. Devo agire con prudenza, nessun altro mi ha visto e se non mi collegano alla morte del loro amico, posso continuare il mio lavoro, ma…ti assicuro che avranno modo di infiltrare almeno un paio dei loro tra le scorte”
“Dovrebbero avere un infiltrato ad altissimo livello nelle milizie di polizia per riuscirci!” protestai: “Pensi che questo sia possibile?” lui si protese verso di me, le mani davanti al viso come a sottolineare le parole: “Signora, non necessariamente nell’esercito o nella milizia, ma ad alti livelli tra i visir, nella segreteria di Sua Maestà, questo si! E io, stasera, prima che l’affiliato mi scoprisse, ho fatto in tempo a sentire un nome, anche se non ne ho sentito la carica!”
Mi guardai attorno, ad assicurarmi che fossimo veramente soli, controllai il corridoio e tornai accanto a lui.
Lui infine disse il nome e io mi sentii gelare: si trattava di uno dei visir fedeli ad Ekhnaton, con cui Sua Maestà aveva discusso a lungo nel primo anno del suo regno, si da convincerlo a rientrare a Waset.
Un uomo non più giovane, che aveva avuto molto rilievo nella corte eretica e che aveva accumulato grazie ad Ekhnaton grandi ricchezze.
Egli, quando il Principino era salito al trono, era tra coloro che tentarono di spingerlo a continuare la politica paterna e tra lui, Sua Maestà, il Gran Visir e pochi altri, si era creata una grande tensione, sfociata in vere e proprie guerre verbali sfociata in minacce quando il Bambino aveva dichiarato apertamente l’intenzione di ristabilire le vecchie usanze.
Ai tempi della restaurazione Sua Maestà gli aveva permesso di rimanere ad AkhetAton, ma gli aveva sequestrato gran parte dell’oro per finanziare la ripresa del paese.
L’uomo aveva obbedito a malincuore, ma le terre e la sua servitù gli erano rimasti, tanto che aveva presto riconquistato, se non il suo potere, almeno una più che invidiabile ricchezza.
In seguito aveva sposato due delle figlie ad un commerciante siriano e ad un alto sacerdote probabilmente del Libano, arricchendosi ulteriormente.
Dopo i primi tempi, aveva sempre mostrato deferenza a Sua Maestà, finché, più o meno nel terzo anno di regno, si era trasferito presso il delta, lasciando l’ormai quasi deserta AkhetAton.

Per quanto mi ferisse, non mi stupiva che si fosse schierato dalla parte degli oppositori al Faraone, ma c’erano alcune cose che non mi tornavano.
In primo luogo, pur vivendo nella sua riconquistata ricchezza, non aveva, dalla salita al trono del Fanciullo, alcuna carica politica, inoltre era sempre stato fedelissimo, quasi devoto ad Ekhnaton, mentre i cospiratori avevano dichiarato di esserne gli esecutori.
“Non capisco” dissi sconcertata: “Sei sicuro di aver sentito giusto?” l’uomo mi guardò stupito: “Penso di aver ancora buone le orecchie, Signora” ribatté, guardandomi interrogativo: “Non mi credi?”
Scossi la testa: “I tuoi familiari, così come tutti coloro che abbiamo interrogato nell’ultimo anno, sostengono di essere stati i giustizieri di Ekhnaton e quest’uomo gli era assolutamente fedele, non può essere stato uno dei loro capi, non a quel tempo!”
Lui reclinò la testa, pareva intenerito: “Come puoi esserne certa?”
Lo guardai vacua. “Signora, quale miglior copertura della devozione? Chi ha ucciso il precedente faraone aveva qualcuno all’interno della reggia, laggiù, qualcuno di molto vicino ad Ekhnaton, tanto da entrare e raggiungerne gli alloggi rapidamente e durante una tempesta di sabbia, quando era necessario   muoversi alla cieca. Non si racconta forse come il faraone, a quell’epoca, fosse molto malato? Che la reggenza fosse nelle mani del suo successore Smenkhara e dei dignitari? Tu lo sai meglio di me, tu eri là. Probabilmente era ormai inutile, forse perfino di ostacolo ai loro piani.”
“Ma il giovane Smenkhara stava adottando una linea politica non lontana da quella che poi adottò Sua Maestà, totalmente opposta ad Ekhnaton. Dunque, non sarebbe stato più utile mantenere in vita il vecchio faraone il più possibile, per costoro?”
Il carpentiere strinse le mascelle: “Non mi pare sia durato molto anche lui, no?”
Sentivo le lacrime pungermi gli occhi. “Mi stai dicendo che la vita di Smenkhara era segnata fin dall’inizio? Ma…se Merytaton non fosse morta? Se il bambino fosse sopravvissuto, che sarebbe successo? Avrebbero ucciso tutti e tre? O avrebbero ucciso solo il faraone e mantenuto in vita la Sposa Reale e il piccino, facendoli agire secondo il loro volere?”
“Forse Merytaton avrebbe spontaneamente seguito le orme del padre…in fondo la reggente Nefertiti era ben più integralista del faraone, nella nuova religione, o mi sbaglio?” no, non sbagliava.

Improvvisamente lo strano e quasi negligente comportamento di Smenkhara assumeva ben altro significato. Provai un moto di profonda pena per lui e una rabbia infinita per i suoi assassini.
Ricordai lo sguardo triste nei grandi occhi di Merytaton, la rividi nei giardini del Palazzo Reale camminare al fianco del marito e fare progetti per un domani che non sarebbe mai arrivato.
Ricordai il dolore cupo di Smenkhara, passato in meno di un giorno dalla gioia alla disperazione, con il cuore spezzato e un sordo rancore verso quello che era il suo regnare e la sua corte, ne ricordai la scomparsa dolorosa e lenta, il suo amaro andarsene sconfitto da una vita che, seppure così breve, gli era stata così di peso.

La voce sommessa e rispettosa del carpentiere mi riportò alla realtà: “Signora? Che facciamo, a questo punto? Lo comunichiamo ai capi delle milizie, che procedano agli arresti?”
Fissavo il vuoto, assente: “No. Lascia che seguano il loro piano, creeremo un contro agguato. Ho solo bisogno di sapere con certezza dove intendano agire, e di saperlo con un certo anticipo…in questo modo potremo arrestare gli infiltrati, nello stesso tempo alcuni soldati forzeranno a sorpresa la villa del traditore, così da sgominarli, anche se…” sospirai, ero piena di dubbi e incertezze: “Mi chiedo se sarà veramente la fine. Mi sembra che traditori e assassini siano più numerosi dei granelli di sabbia nel deserto.”

Naturalmente esposi il mio piano a Sua Maestà, che si trovò d’accordo.
Scoprendo il nome dell’uomo apparentemente a capo della corporazione, non parve particolarmente sorpreso, solo profondamente triste.
Nei giorni che seguirono si comportò normalmente, ma la l’amarezza non lo abbandonava e si fece più solitario e pensieroso.
La corte, la Sposa Reale, io stessa, badavamo a non disturbarlo, ma, a parte me e il capo della milizia cittadina, nessuno era al corrente della causa della sua tristezza, così tutti si prodigavano per rallegrarlo con piccoli doni, gentilezze e premure.
Il carpentiere continuava la sua opera di spionaggio con maggior cautela: la morte violenta dell’affiliato aveva colpito e innervosito molto l’organizzazione, anche se nessuno sospettava del nostro uomo, che la notte dell’omicidio avrebbe dovuto trovarsi da tutt’altra parte.
Riuscì a scoprire, finalmente, i dettagli del piano con cui avevano in mente di attaccare il Convoglio Reale e questo ci permise di preparare le nostre contromosse.

Il giorno in cui mi comunicò i particolari che ci servivano fui così felice che mi misi letteralmente a saltare di gioia, con veste e trucco neri, pugnale e perle di Ossidiana nei capelli.
Dovevo essere uno spettacolo piuttosto insolito, anche se l’unico presente era un esterrefatto carpentiere colto al servizio del Faraone.
Mi osservava divertito, le braccia incrociate, appoggiato al muro e io dimenticai perfino la mia avversione per lui.
Ero quasi certa che presto avremmo sgominato la corporazione, fatto cadere molte teste (in senso metaforico, dal momento che Sua Maestà rifiutava di  ripristinare la pena capitale, pur trattandosi della Sua Persona) ed ero sicura che avremmo potuto dormire sonni tranquilli, almeno per un po’.

Preparammo il piano nella massima segretezza, ogni giorno sentendoci più forti e determinati. Il carpentiere era certo che dovesse esserci qualcun altro oltre all’uomo che avremmo dovuto catturare, qualcuno ad altissimo livello nelle sfere del potere.
Non seppe dire di più, ma speravamo che gli arresti ci avrebbero permesso di venirne a capo.
Finalmente venne il giorno della partenza.
Pochi giorni di navigazione ci avvicinarono al sito scelto per l’agguato, così, durante la notte, lasciai la Nave Reale e raggiunsi la barca di scorta che la precedeva.
La Luna era un arco così sottile, nel cielo, da rendere la notte più scura che mai quando, nell’ora più buia, quando sono ormai tramontate le stelle, ma ancora il sorgere del sole è lontano, frotte di piccole imbarcazioni scivolarono rapide e silenziose sulle acque di pece, scoccando sciami di frecce tanto numerosi da quasi formare un solo corpo, verso la nave reale rimasta isolata dalla scorta (come nel loro piano), con l’intento di colpire chiunque fosse di guardia sui ponti.

Poco prima altre barche avevano abbordato le altre navi, su cui gli infiltrati avevano fatto salire a bordo i compagni, i quali avrebbero dovuto sgozzare una per una le guardie addormentate da bevande drogate.
Naturalmente questo non era accaduto: i soldati erano ben svegli ed attenti, gli infiltrati erano stati catturati poco prima e a far salire a bordo i nemici erano stati gli stessi uomini di polizia, che li avevano immediatamente arrestati.
Un istante, e un numero di torce impressionante si accese in sequenza, circondando gli assalitori, troppo sorpresi per riuscire a mantenere la concentrazione e continuare a scoccare frecce.
Assistendo dalla prua della prima nave storsi il naso: i cospiratori erano molto preparati e votati alla loro missione, ma erano chiaramente privi della disciplina dei professionisti.
All’accendersi delle torce, infatti, pur circondati, avrebbero potuto continuare a scoccare frecce con maggior precisione, invece che essere preda del panico non appena resisi conto di essere circondati e sotto tiro.
Si arresero, molti tentarono la fuga gettandosi in acqua, qualcuno a terra probabilmente riuscì a fuggire, ma il giorno dopo raggiungemmo AkhetAton con un bel manipolo di prigionieri.

Il comandante a terra riferì che il visir traditore era stato catturato con tutta la famiglia ed era nelle carceri di Men Nefer, dove sarebbe stato interrogato.
Non c’erano state fughe di notizie e, in ogni caso, nessuno, per terra o per fiume, avrebbe potuto viaggiare più veloce dei messaggeri della milizia, così il nostro piano era andato per il meglio.
Il giorno dopo Sua Maestà mi impose di ripartire per Waset. Lui sarebbe rimasto tre, forse quattro giorni, per verificare i lavori di smantellamento delle tombe: i lavori, infatti, procedevano a rilento perché gli operai restavano poco tempo ad AkhetAton, avendo ben più urgenti incombenze nelle altre città.
“Non voglio che tu rimanga qui da solo!” protestai.
“Non sono da solo! Ho con me guardie, architetti e capomastri, un paio di segretari, contabili e infine il Gran Visir. Ah, anche il medico anziano rimane con me, per ogni evenienza, quindi ho tutto ciò che mi occorre”
“Non voglio lasciarti tra le zampe del Gran Visir in mia assenza!” ribattei cocciuta.
“Invece io non voglio te nelle vicinanze del Gran Visir, soprattutto della moglie del Gran Visir. Ti ricordo che, cinque mesi fa, hai combinato un guaio niente male e non ho intenzione di dividervi mentre vi accapigliate!” rispose accigliato.
Ero molto, molto offesa, ma lui era inamovibile.
Io facevo il broncio, lui tentava di rimanere serio con poco successo, così non eravamo davvero molto credibili e mi arresi a malincuore.
“Is, tu non vivi negli alloggi delle donne, ma io ho una Sposa Reale che al contrario ne è a capo e ti assicuro che la nobile Tey non ha dimenticato la tua bravata. Non perde occasione per tentare di metterti in cattiva luce e parlare male di te, quindi, fammi il favore, continua il viaggio e precedimi a Waset. Presto ci saranno le celebrazioni di Opet e sicuramente il Gran Sacerdote avrà bisogno del tuo aiuto.”
Sorvolai sulla questione Opet, concentrandomi sulle parole di Tey: “E che cosa dice, quella vecchiaccia malefica?”
Sospirò, spazientito: “Non è importante cosa dica, Is! Non lo era cinque mesi fa, non lo è ora. Importante è che tu non ripeta una scenata come l’altra!”
Sapeva che non avrei mollato, così prese un respiro: “Ouf! Cosa vuoi che dica? Che sei una figlia di nessuno, che sei prepotente, selvaggia e violenta, che vuoi a tutti i costi stare alle costole del Faraone e che faresti carte false per accalappiarlo…più o meno quello che ti aveva buttato in faccia quel giorno, sebbene più velatamente. Ora, per piacere, vuoi farmi il favore di ripartire? O devo ordinartelo?”
Così partii la mattina dopo e lo lasciai là, con quella gentaglia insopportabile.

In ogni caso me ne andavo da trionfatrice: il piano aveva funzionato alla perfezione e nessuno, nemmeno il Gran Visir e la sua vecchiaccia, erano al corrente. I loro sguardi nel rendersi conto di come io fossi parte dell’operazione, e di come mi venissero tributati grandi onori, mi erano sufficienti per andarmene a testa alta lasciandoli lì, per quanto al fianco di Sua Maestà, a leccarsi l’orgoglio ferito."


(...continua p.:20 )

6 commenti:

  1. Forza Is!!!
    Come procede il progetto di pubblicazione?? :)

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    1. Per ora non procede per nulla, perché voglio finirlo, prima. Poi vedrò, a me piacerebbe pubblicarli assieme, Il Tocco e questo, perché sono due facce...beh, una cosa del genere.
      Comunque, al momento sto pubblicando su Fb dei micropezzetti di ogni puntata, con il link per il blog e mi servirebbe la massima condivisione e, possibilmente, commenti...
      'azie!

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  2. "perchè voglio finirlo" significa che avevo ragione????? :)
    comunque vado su FB ciao ciao

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    1. XD.... intendevo che avevo ragione a dire che era farina del tuo sacco, giusto??!!

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