Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 13 febbraio 2015

Frammenti "Come Polvere Nel Deserto" p.: 15

(Link capitoli precedenti: p.: 14 p.: 13 p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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Ecco. Ma perché diavolo quel ragazzo doveva essere così morigerato, che diamine? E per di più in età da piena tempesta ormonale?

Ma non c’è più religione!
E dopo quel racconto così forte da far rizzare i capelli, tutto quello che la mia testolina dislessica riuscì a formulare fu: “Ma anche quel giorno indossavi la veste nera?”
Immediatamente dopo averlo detto avrei voluto prendere a testate il muro, ma Marabel, ancora assorta nel ricordo, si riscosse, mi spalancò due occhi così e scoppiò in una risata parossistica da cui riuscì a fermarsi dopo un quarto d’ora.
“No” singhiozzò cercando di contenersi: “Non ne avevo alcun bisogno in quel luogo appartato e lontano dal mondo, al sicuro da qualsiasi  pericolo. In quei giorni indossavo solo vesti bianche o azzurre e quel giorno, se la mente non mi inganna, era bianca”
“Scusami. Sono veramente idiota!” esclamai: “È che stamattina dicevi che a causa di quegli abiti neri e il tuo essere minacciosa, avevi avuto effetti opposti a quel che ti aspettavi e così…”
“Si, ma questo venne in seguito, vediamo…un annetto dopo. All’epoca di questa tappa ad AkhetAton lui non aveva ancora quindici anni e l’altra cosa accadde che ne aveva sedici. Se vuoi salto quell’anno di vita e passo subito a…”
“NON PENSARCI NEPPURE!!!” la minacciai puntandole contro la forchetta.
“D’accordo” rispose sorniona.
“Ma poi…ma poi…voglio dire, perché si fermò? Era giovanissimo, è vero, ma non era certo un novellino visti i suoi obblighi matrimoniali, no? Allora perché non lasciare che le cose facessero il loro naturale corso?” chiesi appassionatamente.
L’espressione di Marabel era distante e malinconica: “Aveva le sue buone ragioni. Lui riteneva di non potermi avere e, in quel momento della nostra vita, nemmeno io ne capivo la ragione: era il Faraone, poteva avere tutto ciò che voleva, o chi voleva. Inoltre, se la mancanza di progenie fosse continuata, avrebbe dovuto per forza trovare una seconda sposa e allora perché, mi domandavo, non quella che veramente desiderava?”
“GIUSTO! Perché?”
“Lo scoprii presto, anche se un po’ alla volta e…ammetto di non essere del tutto sicura di aver ricostruito ogni cosa, a volte è così complicato mettere insieme tutti i pezzi!” sospirò. “In ogni caso, pochi giorni dopo ne realizzai una parte importante.”

Uscimmo poco dopo per avviarci verso la mostra e io, lontano dall’atmosfera riservata della trattoria, iniziai improvvisamente a saltellare intorno come un’invasata: “Ma ti rendi conto?!? Dico, lo hai baciato, hai baciato….LUUIII!!!!! Il…il Faraone, quel faraone, proprio LLUUIIII!!! Ohmmmioddio!!!!!”
Marabel mi guardava accigliata e parecchio perplessa: “Eva? Non so come dirtelo, ma…io vivevo in simbiosi da parecchiuccio, con lluuii!”
“Ssiiiiiiiiiiiiiiii, ma lo hai baciato, cioè LUI ha baciato TE!!!! Ti è praticamente saltato addosso!!! Oooohhhhhhh!!!!” strillai facendo una piroetta e riprendendo a saltellare tutto intorno. “Sai? Sembri una dodicenne in prima fila ad un concerto degli One Direction…”
“Ah. Oh. Ehm…”
“Già”
Mi squadrava come il mio docente di entomologia avrebbe studiato uno strano insetto dal comportamento anomalo.
“Ma insomma, ti rendi conto che è l’uomo più desiderato della storia?” protestai.
“Dici? Strano, visto che non ha fatto nemmeno in tempo a diventare uomo e che per tremila anni nessuno ha saputo della sua esistenza” replicò con una smorfia.
“Era per dire”
“Capisco”
Entrammo nelle sale e per un pezzo ci concentrammo sulle opere dell’artista. Un paio di ore dopo uscimmo, io trionfante per aver acquistato ad ottimo prezzo due stampe a tiratura limitata, Marabel con diversi libri ricchi di illustrazioni e commenti dell’autore e discutemmo per tutto il tragitto verso l’auto di soggetti e tecniche pittoriche, confrontando mentalmente il nostro ad altri animaliers tra i più noti.
Più tardi, ormai sulla strada di casa, ci fermammo in un locale in legno e grandi vetrate che si affacciavano sul lago lì accanto a prendere qualcosa di fresco.
Poco dopo, passeggiando sul lungolago con le nostre bibite, riprendemmo il discorso.

“Restammo ad AkhetAton per una decina di giorni, durante i quali ci incontrammo pochissimo e sempre con altri. Non è che Sua Maestà volesse evitarmi, era più che altro necessità.
Per la prima volta nella sua giovane e tormentata vita aveva conosciuto una passione cui non aveva saputo resistere e non era sicuro di essere in grado di nasconderla, d’altra parte, per quanto avessi oltre sette anni più di lui, non ne ero in grado nemmeno io.
La mattina seguente al nostro incontro, ancora nel tempietto, restammo a lungo abbracciati in silenzio: non sapevamo come allontanarci l’uno dall’altra e non osavamo fare un solo gesto, sapendo che avremmo infranto l’incantesimo.
Alla fine, quando ormai il sole era alto, prima di allontanarsi mi posò l’indice sulle labbra, a suggellare un patto di silenzio.
Ero stordita.
Felice, infelice, incredula eppure conscia che l’accaduto non era che l’ineluttabile, qualcosa che era in attesa di sbocciare dal giorno in cui ci eravamo guardati negli occhi la prima volta.
Mi sentivo come camminassi ad almeno due spanne da terra, lui pareva irradiare luce e negli occhi mescolava una malinconia infinita ad una gioia senza limite.
Sua sorella, si, probabilmente percepiva qualcosa perché la vedevo spesso  nervosa.
Lui era con lei come al solito: gentilissimo, scherzoso, premuroso, affettuoso, preoccupato della sua salute, del suo benessere e del suo umore. Eppure il suo sguardo era lontano e spesso le sfuggiva con una o l’altra scusa, tra cui la faccenda dello smantellamento delle tombe reali.
Io mi tenevo in disparte.

Un paio di giorni prima della partenza me ne andai in un angolo del fiume dove ero usa portarlo a nuotare da piccolo, non lontano dal tempietto di Kiya, un luogo ombroso, lussureggiante e dove l’acqua era particolarmente pura e fresca.
Lasciai un telo e un’ampolla con il mio olio preferito sulla riva assieme alla tunica e mi tuffai, nuotando per un po’ e immergendomi sott’acqua.
Il Principino e io facevamo un gioco, un tempo: ci immergevamo fingendo di essere cercatori di tesori e di trovare incredibili meraviglie sul fondo del fiume e i nostri tesori erano…sassolini, di solito, per cui vinceva chi trovava i più particolari e i più lucenti o colorati. Mi divertivo a ripetere, ora, quel vecchio gioco e andai avanti per un po’.
Certo, non era divertente da sola, così mi stufai presto e tornai verso la riva e…e lui era là, seduto su un tronco ad osservarmi, i piedi nell’acqua fresca. Seguiva i miei guizzi in silenzio, quel silenzio assorto e concentrato, gli occhi appena stretti volti verso un punto inconoscibile, l’ombra accennata di un sorriso, presente e distante, che l’intero mondo oggi conosce per la maschera d’oro. Uguale, solo il viso più sottile, nessun orpello addosso, nemmeno un cenno di bistro sugli occhi dorati.
Vedendomi uscire dall’acqua sorrise apertamente: “Attenzione, pericolo a prua!” mi canzonò. “Mi stai dando del coccodrillo?” esclamai contrariata.
“Oh, no!” ribatté: “I coccodrilli sono creature dolci e indifese!”
Io lo schizzai e lui saltò giù dal tronco ridendo e mi tese le mani per farmi uscire.
E mi scoprii, all’improvviso, a pensare che non avevo niente addosso.
Questo era buffo, davvero: là l’essere o meno vestiti non aveva la stessa valenza di oggi. La gente si svestiva per lavorare, per combattere, per nuotare ed era normale.
Non esistevano i costumi da bagno e noi eravamo cresciuti insieme, spesso nuotando e giocando, senza mai porci domande o trovare in questo qualcosa di sconveniente, ma in quel momento mi sentii in imbarazzo, pure se solo pochi giorni prima mi aveva sfilato la tunica…o forse proprio per questo.
Lui prese il mio telo e mi ci avvolse, me lo sfregò addosso per asciugarmi, quindi lo distese a terra e si sedette con me.
C’era lui tra me, la mia veste e la mia ampolla e io non sapevo cosa fare, speravo almeno mi porgesse la tunica, ma non lo fece.
Afferrò l’ampolla, si versò un po’ di olio sulle mani e prese a passarmelo sulle caviglie, lungo le gambe e oltre, sui fianchi, la schiena, sul ventre, salendo ancora con movimenti lenti, dolci e profondi, per cui mi sentivo scuotere fino nei più insondabili recessi di me stessa.
Avrei voluto chiedergli di smettere, avrei voluto che non finisse mai: “L’acqua era fredda…hai freddo, ora” disse sottovoce quando le sue mani erano ormai sulle mie spalle e sfioravano dolcemente il collo: “No, non ho freddo” risposi tentando di mantenere un tono normale: “Si, hai freddo” ribatté, così piano da sentirlo appena, le labbra a due dita dalle mie.
E poi mi avvolse, mille soli esplosero dietro le mie palpebre, il suo cuore nel mio, il mio respiro nel suo, la sua pelle che fremeva contro di me, come gridasse.
Percepivo il suo desiderio molto…nitidamente e mi resi conto che quel giorno non si sarebbe fermato.
Lo stringevo, la mia mano scivolò lungo il suo fianco, sotto la stoffa per sfilargli il gonnellino e…e sentimmo delle voci avvicinarsi”

“NO! NONONONONONO!!!!” strillai a quel punto: “Marabel, non è possibile, non può essere!” Lei si strinse nelle spalle, guardandomi un po’ mortificata: “Eh, che vuoi farci?”
“Ma chi era?!? Come osavano costoro arrivare lì, così…che ci facevano? Li avete affogati, vero?”
Rise: “No, veramente. Ma ciò che ascoltammo fu, purtroppo, molto importante, tanto che cambiò radicalmente quel che successe poi”
“Cioè???”
“Andiamo alla macchina? Non volevi tornare abbastanza presto per portare fuori Grigno?”
“Grigno ha il giardino, se vuole. Non sporca lì, di solito, ma se scappa, scappa. Comunque, avviamoci”

Tornammo alla macchina in silenzio, io personalmente offesa con chi aveva osato interrompere una cosa attesa da una vita tra lei e il Faraone, lei immersa nei suoi pensieri.
Ero curiosa e temevo che guidando mi sarei persa qualche particolare importante….
Per un po’ non parlammo e io non volevo forzarla, poi mi infilai nella tangenziale e la mia testolina iniziò a formulare domande su domande che non espressi.
“Si sente da qui” disse Marabel, rompendo il silenzio.
“Che?”
“Il rumore. Delle rotelline. Lì, dentro la tua testa”
“Ooohhhhh, ceeerto!”
“Scusa, mi stavo chiedendo cosa sarebbe successo se quel giorno non avesse cambiato il corso delle cose. Sai, quella faccenda dei continuum spazio temporali alternativi, dimensioni parallele, eventi apparentemente casuali che cambiano la storia…cose del genere”
“Come poterono cose ascoltate per caso cambiare la storia? Era così importante? Chi stava arrivando?”
Marabel si sistemò meglio sul sedile e prese un respiro: “Due giovinette, una delle mie novizie e l’altra, la cui voce sul momento non riconobbi, una delle ancelle della Sposa Reale.
Stavano chiacchierando liete di tornare alla capitale dell’Alto Regno e ridacchiavano di come quel posto abbandonato fosse inquietante, all’inizio. Vediamo, voglio provare a riportarti il loro dialogo in modo più preciso possibile, se ci riesco.
La prima era l’ancella. La sua voce era più di testa, denotava un carattere più superficiale e pettegolo: “…perché non ci dormo di notte all’idea” stava dicendo.
La voce più bassa e riflessiva della mia novizia mi sorprese: “Dai, non è poi così terribile! Glielo ha chiesto la Sposa Reale e lui vuole farla contenta, no?”
“Si, ma ti sembra il caso? Mettersi a scavare nella montagna per portare via i sarcofagi? Meno male che il lavoro non è terminato, mi viene male all’idea di viaggiare con tutti quei morti sulla barca!” la novizia rise: “Figurati, non li avrebbero comunque caricati sulla nostra barca, non c’è posto! Sicuramente verranno trasportati con i tesori e con tutto quello che le tombe contenevano, per cui ci vorranno diverse chiatte e molti viaggi!”
“Non mi piace lo stesso!” ribatté l’altra, petulante: “Comunque, lui fa di tutto per accontentarla, ma…ah, dai, non vanno così bene come si dice, sai?”
“Che intendi dire?” domandò la novizia sospettosa.
“Beh, due sere fa, quando si è ritirata, la Sposa Reale ha chiesto di portarle una bevanda calda di erbe perché non si sentiva troppo bene. Io sono scesa alle cucine e, quando sono tornata…altro che non star bene, piangeva come una fontana, singhiozzando! Allora ho posato la bevanda e le ho chiesto cosa le fosse successo e lei mi fa: “Sono tanto brutta???” io non capivo e ho risposto senza pensarci: “Signora, vorrei essere io brutta come te!” poi stavo per scusarmi, ma ho visto che le scappava da ridere, così ho sorriso anch’io e mi sono seduta vicino a lei.
E lei mi fa: “Ma perché non mi vuole?” ho capito che parlava di Sua Maestà, naturalmente e non sapevo che rispondere! Lui è sempre così carino, premuroso e affettuoso! E le fa regali, ha fatto fare delle statue di loro due insieme e io non capivo proprio.
E lei mi fa: “Chi è più bella, io o lei?” e lì davvero mi ero persa del tutto e le ho chiesto di chi parlava, no, e lei: “La Somma Sacerdotessa! È più bella di me?” oh, che dire? Non c’è paragone! Così le ho detto, che poi è vero: “Reale Signora, il tuo viso è sublime, molto più raffinato e pieno di grazia del suo! Sei certamente più bella di lei!” ma non ci è cascata, mi fa: “Di viso, va bene, ti credo. Ma il resto? Guardami” e si è alzata in piedi lasciando cadere la veste. Ah, che difficoltà! Cercavo una scusa, sai, una cosa qualsiasi da dirle che lei ci credesse, no, e poi…non ridere, prometti!” presumibilmente la novizia fece un cenno, perché la ragazza continuò: “Le ho detto: “Tu sei soave e sottile come una gazzella dagli occhi grandi e lei, al tuo cospetto, è grassa come una mucca!” così le ho detto!”
“COSA??? Ma che dici?”
“Beh, potevo mica dirle che lei è secca come paglia e la Sacerdotessa ha più curve di una serpe arrotolata al sole, no?”

Sentii Sua Maestà trattenere il riso a fatica. Ero piuttosto basita da quel discorso.
“E lei? Ci ha creduto?” esclamò abbassando il tono la novizia.
“Mah, non so, forse…comunque almeno ha riso. Sai, ha diciassette anni e nemmeno un figlio! Mia madre, alla sua età, ne aveva già tre!”
“Ma lei ne ha persi due, poverina!”
“Lo so!” disse l’ancella, calcando sulle parole: “È questo il punto! La gente comincia a storcere il naso: dicono che è colpa sua e che Sua Maestà dovrebbe prendere un’altra sposa e lei ha paura.
A Men Nefer, quando è venuta quella delegazione dall’Assiria, ricordi? Il loro Gran Visir, che è un principe, no, aveva portato la figlia per presentarla al Faraone e lui non l’ha neppure degnata di uno sguardo!
Educato, gentile, pieno di attenzioni per le esigenze degli ospiti, ma non saprebbe dirti se la ragazza aveva la faccia da rana, per quanto l’ha guardata! Lei, però, durante la prima cena, ha guardato per tutto il tempo Sua Maestà e poi guardava la Sposa Reale con disprezzo e, alla fine, dopo un beeel po’ che la fissava, le fa: “E così, non sei ancora riuscita a farci un figlio? Ma che aspetti, se non ti va io mi offro volontaria, sai? Gliene faccio quanti ne vuole, tutti maschi!” così Ankhesenamon non ha più toccato cibo, come non fosse già abbastanza gracile!”
Percepii Sua Maestà stringere la mascella e irrigidirsi, il respiro trattenuto: “Ma che maleducata! Avrebbe dovuto prenderla a schiaffi!”
“Seeee, come no! E poi lei avrebbe frignato dal paparino e magari si scatenava una guerra! E il generale è già impegnato in una delle sue campagne, ti pare? No, lei non ha reagito, ha mostrato molta più classe, ma quella lì è stata orribile!”
“Si, hai ragione, ma perché ora lei pensa di non essere desiderabile?”
“Perché lui, pur essendo tanto gentile e premuroso, pare non…non impazzire dal desiderio, ecco. Cerca scuse per non andare da lei, la febbre, la stanchezza, incontri con visir, ufficiali, segretari…però ha sempre tempo per la Sacerdotessa, anzi, la chiama per qualsiasi cosa!”
“Ma è naturale! Lei gli impone le mani, lo cura! E poi, insieme fanno delle preghiere e delle offerte per il Regno e per la Sposa Reale, sai, per fare in modo che abbia dei figli! E poi…lei lo ha cresciuto! Credo lo abbia preso con sé quando aveva cinque anni, forse perfino meno. È una specie di sorella mamma, per lui!”
“Sorella mamma? Beh, non è questa la sensazione che si ha, sai? Ma hai visto come si guardano?”
“Ma se non si guardano nemmeno! Da quando siamo qui, non si sono quasi rivolti la parola!” protestò la novizia: “Certo, come no! È una tattica! Giorni fa, durante il pranzo, lui per un attimo le ha sorriso e io sono passata in mezzo, tra i loro sguardi in quel momento e…oh, beh, ti assicuro che quello che ho sentito lo so solo io e NON era affetto materno o filiale!! Mi si sono rizzati i capelli in testa!”
La novizia non rispose, ne potevo percepire l’imbarazzo.  
“Lei è così…così seducente, eppure è sempre così distante. La Sposa Reale dice che il Gran Visir la odia, ma ti dico io, da come la guarda non capisci se vorrebbe di più tagliarle la gola o saltarle addosso, quel vecchiaccio! Probabilmente tutte e due le cose!”
Silenzio.
Le sentimmo avvicinarsi, i loro abiti che frusciavano tra le alte erbe: “Che hai portato?” chiese poi la novizia, la voce ora molto vicina.
Sua Maestà mi fece cenno verso una palma a pochi passi da noi. Probabilmente sedettero all’ombra delle grandi foglie: “Pane dolce, datteri, uva e formaggio!” rispose l’ancella allegramente.
Per un momento non si sentì nulla, noi non osavamo muoverci e nemmeno lo desideravamo. Restavamo abbracciati a guardarci negli occhi, in attesa.
“Perché la odia?” chiese la novizia dopo un po’.
“Non si può dire che abbia un carattere docile, no? E questo al Gran Visir non piace. Non gli piace che qualcuno gli tiene testa, anche se Sua Maestà lo fa sempre, ma almeno lui lo fa con molta grazia. E lo ascolta. Lei lo guarda come se fosse un insetto orrendo, invece. Schifata, ecco!”
“Luna Nascente è forte. Ed è importante, non puoi schiacciarla, anche se sei il Gran Visir…” buttò lì la novizia.
“Sarà, ma a lui non piace!” fece l’altra. “Comunque, ho sentito delle brutte voci, a Men Nefer”
“Quali?”
“Beh, sai…nei mercati, nessuno fa molto caso a te, non ci vai in giro con scritto in fronte che sei un’ancella della Sposa Reale e così senti molte cose. Cominciano a girare discorsi tipo che lei, Ankhesenamon, è maledetta e che per questo non riesce ad avere figli e che Sua Maestà è ammalato per colpa sua e che dovrebbe cacciarla e prendere un’altra sposa.
E lei è molto spaventata, al di là di questi pettegolezzi, se non riesce a dargli un figlio, almeno uno, lui dovrà prendere per forza un’altra e lei verrà reclusa nel serraglio delle donne, in disgrazia”
“Lui non lo farebbe mai! Voglio dire, prendere un’altra sposa si, ma non caccerebbe mai sua sorella! La terrebbe, magari un po’ in disparte, ma la terrebbe comunque con sé!”
“Lui non vuole un’altra sposa, però. Lui vuole la Sacerdotessa! E prima o poi se la prenderà, sicuro! Solo che…”
“Solo che?” l’ancella abbassò la voce, ma in quel silenzio irreale, le loro voci arrivavano chiare a noi, nascosti là dietro l’erba alta: “Lei è un’orfana! Una figlia di nessuno, capisci? Lui non potrebbe mai prendersela come sposa!”
“No, non è così!” rispose la novizia: “Lei è cresciuta nel tempio. Poi, quando è stata grandicella e lui aveva bisogno di una sua bambinaia, un’ancella, perché aveva perso la madre, lei è stata mandata qui. Almeno, credo sia andata così, non ne sono sicura perché una volta Luna Nascente ha detto che la madre di Sua Maestà, era una donna dolcissima e gli assomigliava, quindi deve averla conosciuta…comunque sia, l’hanno mandata qui, ma lei è la nipote del vecchio sacerdote di Amon…”
“No, non lo è! È una menzogna che il sacerdote aveva messo in giro apposta! Lei è una figlia di nessuno, capisci? Lo so, perché ci ho una sorella che ha dieci anni più di me e per anni è stata ancella qui, quando c’erano ancora i vecchi regnanti. Poi, tornata a Waset, si è sposata e ha lasciato questo lavoro, ma la conosceva.
Dice che aveva un nome finto e che era sempre con lui, sempre, giorno e notte e diceva di essere di Men Nefer e aver perduto la madre poco prima, ma non era vero!”
“Ma è naturale! Mica poteva dire di essere una novizia di Aset della capitale e di chiamarsi con il nome della Dea, no?”
“Vero! Però non è nipote del Gran Sacerdote! Giuro, eh! Sai perché si chiama Luna Nascente? Perché la trovarono avvolta in stracci in un canneto dietro il tempio, con ancora il cordone ombelicale mezzo attaccato, una sera mentre la Luna sorgeva sopra le acque! La sentivano piangere, ma con il buio non la trovavano, poi sorse la luna e la videro, così le diedero quel nome! Non è un caso! E ti assicuro, lo dice mia sorella e anche il marito, che è una guardia, no, che se per caso a corte si sospettasse che Sua Maestà possa volerla come sposa o almeno come amante, finirebbe misteriosamente avvelenata, o qualcosa del genere! Forse è anche per questo che il Gran Visir la odia: lui sa che…si, dai, che Sua Maestà la ama e non come qualcuno che ti ha cresciuto!
E poi, dice mio cognato, che quando lui era piccolo, no, loro giocavano sempre insieme e lui andava in giro a raccontare a tutti che, da grande, avrebbe sposato lei, che non ricordo come si faceva chiamare…comunque, Luna Nascente, ecco. La voleva già da piccolo, pensa, anche se era promesso ad un’altra da quando aveva tipo tre anni, una specie di cugina, che però credo sia morta. Poi, però, crescendo ha smesso, è diventato più prudente, ma io credo che abbia continuato a pensare la stessa cosa. Vedi che la Sposa Reale ha ragione ad essere gelosa?”
“Ma se dici che tanto non gli permetteranno mai di sposarla!”
“Che importa? Potrebbe essere la sua amante, no? E stai sicura che figli gliene farebbe senza problemi quanti ne vuole! Figli bastardi, però, metà sangue reale, metà sangue sporco! Mostri! No, sono sicura, tutti a corte ne sono sicuri, la ucciderebbero se solo sospettassero che tra loro ci sia qualcosa di…fisico.”
“Credi sarebbe facile? Hai visto com’è diventata per difendere Sua Maestà? È una belva!”
“Si, ma è sempre soltanto una donna mortale. Se la colpisci, muore come tutti gli altri, fidati! Veleno, coccodrilli, un carro che perde il controllo, un cavallo imbizzarrito”
“Sei terribile!” disse la novizia sull’orlo delle lacrime.
“No, non sono terribile, vedo la realtà! So come vanno queste cose, io, non vivo nel mondo ovattato del tempio! Là, nel mondo dei comuni mortali, le cose vanno così! Lui deve prendere una principessa, non un’orfana, anche se l’ha trasformata in una delle donne più potenti del regno!”
“Quindi, mi stai dicendo che la Sposa Reale è in pericolo perché il popolo e una parte della corte la considera una maledizione, mentre Iset è in pericolo perché il resto della corte la considera il pericolo opposto?”
“Brava! È proprio così! E poi, lei rifiuta tutti gli uomini, lui ha solo sua sorella, come sappiamo, e non per sua volontà…è inutile che faccia lo sposo tutto dolcino, lo sa tutto il mondo che lo hanno costretto a sposarla! Pensa, poverina: prima sposa a dodici anni il cugino, vedovo di sua sorella, che per riuscire ad accoppiarsi con lei la chiamava con il nome della prima moglie, poi gli fanno sposare un fratellino gracile che ama la sua bambinaia e poi non riesce ad avere figli! Povera ragazza, ce n’è da dare di matto!”
Restarono in silenzio per un po’, consumando le loro provviste e di tanto in tanto ridendo e commentando la qualità del cibo.
Sua Maestà era immobile come una statua.
La gioia intensa, l’estasi di poco prima, aveva lasciato il posto a terrore e sofferenza. Era come se il suo cuore fosse andato in pezzi come un vaso di coccio.
“Io so che Iset vive per lui e so che lui trova pace solo se è con lei. Sono una cosa sola e sono così lontani, anche se sono a pochi passi” disse tristemente la novizia.
“Lo so” rispose l’altra, quasi altrettanto triste: “La Sposa Reale è infelice, Sua Maestà è infelice, la Sacerdotessa è infelice. E io sono felice di non essere loro”

Dopo un po’ si allontanarono, parlando d’altro.
Noi restammo ancora a lungo immobili, in silenzio, abbracciati, lui con la guancia sui miei capelli.
Alla fine si scostò abbastanza da potermi guardare in faccia: “Dobbiamo essere prudenti, Is. Molto più di prima”
“Non puoi cambiare tanto i tuoi comportamenti, non possiamo, sarebbe sospetto!” protestai.
“Farò in modo di non essere sospetto e mi impegnerò di più come sposo. Non potevo immaginare che Smenkhara le facesse questo…non posso umiliarla”
“Tu non l’hai mai umiliata!” esclamai.
“No. Non ancora. Ma sarebbe umiliata se si sapesse che io e te siamo...oh, presumo lo sappia, ma se non succede niente…”
“Che dici? Tutti i tuoi antenati, da quando esiste il mondo, hanno avuto più mogli o concubine, perché non tu?”
Lui ebbe uno scatto d’ira, mi afferrò il braccio stringendo forte: “Tu non sarai mai una concubina!!” disse quasi ruggendo: “E non voglio doverti piangere come ho pianto mia madre!” si alzò di colpo e si allontanò di corsa, iniziando a zoppicare dopo un breve tratto.
Non aveva male, non ancora, ma spesso, inconsciamente, tendeva a non poggiare del tutto il piede, come per prudenza.
Attesi un po’, poi mi vestii e tornai alla reggia.”
 
(...continua p.:16 )

2 commenti:

  1. Credo di averlo già scritto, ma.. è meraviglioso!!

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    1. Si, forse l'hai detto un paio di volte...
      'assie, comunque... ^_^

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