Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

lunedì 12 gennaio 2015

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p: 13

(Link capitoli precedenti: p.:12 p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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Il giorno dopo era quello scelto per la gita alla mostra di pittura.
Lavorai fino a notte fonda per preparare i minerali per Sainte Marie: mancavano ancora dieci giorni alla partenza, ma non volevo trovarmi all’ultimo momento e tantomeno perdermi la storia di Marabel.
Dovendo portare Grigno e Micky da zia Greta per poi  tornare a riprenderli al ritorno, sarei stata via una settimana buona, quindi, per quanto desiderassi che Marabel ci raggiungesse (meglio ancora se fosse partita con noi), volevo assolutamente che finisse il racconto entro la mia partenza: non mi andava di interromperlo, anche se, purtroppo, un’infarinatura su come andarono a finire le cose, ce l’avevo fin troppo chiara in mente.

Arrivare dove aveva luogo la mostra, richiedeva un’oretta buona di macchina, così decidemmo di partire verso le undici, pranzare nei pressi della sede, trovare un buon parcheggio all’ombra e prendercela comoda.

La giornata era limpida, non eccessivamente calda, l’aria profumata della vegetazione in pieno rigoglio, la strada sgombra, a parte qualche TIR che superavamo senza problemi.
Marabel indossava un completo terra di Siena e un top di maglina di diversi colori che, per qualche motivo, mi faceva pensare all’ultima parte del suo racconto, quando descriveva il suo abbigliamento come Alta Sacerdotessa nel giorno del tentativo di “attentato”.
Cercavo di immaginarla come doveva essere a quel tempo, ma ero disturbata da immagini di donne e regine egizie cinematografiche, così che non riuscivo a farmi un’idea affidabile e realistica.
“Nei film gli egizi sono sempre vestiti di bianco…” buttai lì mentre superavo una coppia di nonnini su una vecchia Renault4, che doveva essere più o meno della stessa epoca delle piramidi.
“È vero, ancora oggi nei paesi arabi molti vestono colori chiari, ma gli egizi amavano i colori e sapevano tingere le stoffe molto bene, non avevano motivo di vestire di solo di bianco”
“Ma non ho mai sentito che le sacerdotesse indossassero abiti rossi o addirittura neri! Non me la vedo una sacerdotessa egizia in abiti neri, sai?”
Lei rise: “Immagino che per l’idea comune sull’antico Egitto, una sacerdotessa in nero possa essere un po’ difficile da immaginare.
A dire il vero l’abito più comune era turchese o bianco con un mantello, ma salendo di grado, si poteva indossare la veste rossa. Il nero era raro, si usava per indicare un ruolo sacerdotale piuttosto pesante, guerriero.
La stessa città di Tebe, che oggi è nota per il grande tempio di Amun, restaurato proprio dal Fanciullo dopo il periodo amarniano, portava il nome di Waset e Aset in abiti guerrieri era il simbolo della città.
Aset era creatrice distruttrice, e “la Nera” era la sua forma distruttrice, la versione egizia di Khali-Durga.
Uma benevola, Mahalakshmi benevola e portatrice di ricchezza in tutte le sue forme, Khali, sposa di Shiva danzante, la distruttrice.
Come vedi, c’è una fonte comune…in seguito, molto in seguito, comparve la Madonna in abito bianco e mantello azzurro, ma nel culto mariano rimasero anche diverse Madonne nere, solitamente in abito rossi o di molti colori, ritenute le più potenti dai devoti.
Aset dal manto multicolore è colei che conduce oltre l’illusione, oltre il gioco della coscienza, alla verità e all’essenza delle cose.

Nel momento in cui mi scontrai per la prima volta con minacce reali, fisiche e non solo teoriche, al Faraone, mi trasformai nella guerriera protettrice del Signore dei Due Regni e  continuai a dare la caccia ai cospiratori, inesorabile.
Non scoprimmo mai, a dire il vero, l’identità della mente che li guidava. Astutamente, i membri sapevano poco l’uno dell’altro: erano divisi in cellule di pochi individui che non erano al corrente di tutto ciò che riguardava le altre cellule. I contatti erano tenuti attraverso messaggi recapitati da ragazzini ignari, reclutati tra il popolo, cui veniva offerta una qualche mancia perché semplicemente recapitassero qualcosa ad uno o all’altro.
Ne interrogammo parecchi, ma essi non furono mai in grado di descrivere coloro che li avevano “ingaggiati”.
Ciononostante, le indagini diedero frutti e molti di quegli esseri abietti finirono a marcire nelle carceri. Ci fu un momento in cui pensammo di averli sgominati definitivamente, ma così non era.
In quel periodo la gente non mi guardava più con desiderio e ammirazione, ma con timore reverenziale, inchinandosi tremante al mio passaggio. Indossavo tuniche nere, gioielli in ossidiana e giaietto e gli occhi erano bistrati di un nero lucido e spesso, che mi dava, assieme all’acconciatura, un aspetto credo davvero minaccioso.”

Marabel si interruppe ridendo: “È strano l’animo umano…quel tipo di abbigliamento e di trucco avrebbe dovuto rendermi in qualche modo repellente, invece pareva che gli uomini mi trovassero ancor più desiderabile…e questo mi procurò un piccolo guaio. Oh, beh, forse sarebbe successo comunque…”
“Quale guaio?!?” domandai uscendo dall’autostrada senza mettere la freccia per la sorpresa.
Marabel mi guardò di sbieco, sorniona: “Oh, lo scoprirai a tempo debito…” non so perché, per un attimo il suo sorriso mi ricordò terribilmente quel gran figlio di una lupa del mio madrino: “Ah, ok, ok, allora vai avanti, siamo quasi arrivate!”
Mi sbirciò come un gatto potrebbe sbirciare un topolino di campagna all’ora della merenda e riprese il racconto:
“Sua Maestà aveva ordinato che il figlio adottivo dei cospiratori fosse tenuto in una cella da solo, lontano dal resto della famiglia, per qualche suo misterioso motivo.
Mi disse che aveva intenzione di interrogarlo segretamente di persona: se c’era una mente a guidare le azioni di quegli esaltati, era naturale che dovesse trattarsi di qualcuno gerarchicamente in alto, tanto abile da celare i propri pensieri reconditi perfino agli occhi dorati e veggenti di Sua Maestà.
Sospirai: per quanto il giovane Re si mostrasse diligente nel riaprire e riportare al loro antico splendore i templi, per quanto si occupasse del regno e cercasse in ogni modo di comportarsi rettamente, secondo le aspettative del popolo e dei ministri, anche i più reazionari, non era, come loro avevano dato per scontato, una docile marionetta nelle loro mani, né si lasciava manipolare o modellare da alcuno.
Doveva scendere a compromessi, doveva barcamenarsi tra i bisogni degli uni e degli altri, ma li dominava dall’alto dei suoi pochi, fragili anni, senza timore, né tentennamenti.
Era pericoloso, lo diventava ogni giorno di più. Se fosse diventato adulto, se fosse stato più forte, se avesse avuto la salute per cui il popolo pregava, sarebbe stato ingovernabile.
Odiavo quella vita, quel doversi guardare le spalle ad ogni istante, ma temo che nelle corti di ogni tempo e paese le cose non siano andate molto diversamente: gli uomini bramosi pullulano a fianco dei potenti, anelando al potere ben più dei loro signori e tessono trame di veleni nell’ombra sicura del trono dietro cui si nascondono, ben lieti che il suo peso non gravi sulle loro spalle, in ogni secolo e in ogni direzione lo sguardo si volga.
Non importa quanto giusto e retto sia il sovrano, le serpi gli cresceranno comunque in seno, a meno che riesca, chissà come, a circondarsi di santi…ma se da qualche parte è mai accaduto, beh, non era quello il caso.

Così, per quanto fosse accorto nello scegliere coloro cui affidare incarichi importanti o più quotidiani e per quanto avesse cura di rendere ogni onore ai meriti di ognuno, erano davvero pochi coloro di cui Sua Maestà si fidasse fino in fondo e questo nonostante le sue capacità di leggere dentro le persone.

Controvoglia mi recai alle carceri, una sera tardi, con solo una guardia fidata ad accompagnarmi, così da incontrare il giovane e prendere accordi prima della visita del Faraone.
Mi pareva folle: aveva intenzione di andare da solo, nascosto solo da un mantello da popolano, due notti dopo, per poter parlare con lui in assoluto riserbo.
Avrei dovuto far si che non ci fossero occhi indiscreti a vederlo, né di criminali, né di soldati, guardiani o altri.
C’era un lungo corridoio laterale, poco usato, che percorreva il grande edificio lungo la strada che conduceva ad una piazza prossima al palazzo reale, in cui, trovando aperta una porticina incustodita, avrebbe potuto infilarsi e raggiungere la cella del cospiratore, la cui porta avrebbe dovuto essere accostata, si che gli fosse sufficiente spingerla per entrare. Il prigioniero aveva una caviglia legata ad una lunga catena, e non avrebbe potuto comunque fuggire.
Non mi piaceva, non dopo quello che era appena successo!
Ero certa che dovesse esserci un altro modo o che dovesse essere accompagnato almeno da due guardie fidate, persone della cui fedeltà fosse certo, ma lui fu irremovibile: una persona sola poteva diventare invisibile e lui ne aveva la capacità.
Poteva scivolare nell’ombra non visto, non udito, poteva, all’occorrenza, celarsi alla coscienza di chi, sfortunatamente, lo avesse sorpreso.

Il prigioniero, quella notte, fu esterrefatto nel vedermi  colpito nel vedermi indossare le vesti nere.
Dovetti sembrargli minacciosa e di questo fui compiaciuta, ma per tutto il tempo del nostro colloquio non smise di squadrarmi con interesse e curiosità: “Devi essere davvero devota al Faraone, Signora” mi disse quando mi voltai per andarmene.
Lo fissai interrogativa: “Dubito sia tua abitudine vestire gli abiti della Punitrice” spiegò: “…o mi sbaglio?”
Socchiusi gli occhi: “Se mai ci incontreremo in futuro, questi saranno i soli abiti con cui mi vedrai” sibilai e uscii senza un saluto.

Non mi fidavo di quell’uomo.
Ammetto fosse di aspetto piacevole, aveva un sorriso affascinante e modi garbati, sebbene un po’ bruschi, dovuti in parte alla sua vita di carpentiere ed in parte ad una sorta di imbarazzo suscitatogli dalla mia figura.
In ogni caso, raccontò di essere stato adottato da quella famiglia all’età di circa cinque anni, quando il suo vero padre, amico del cospiratore, era morto in seguito ad una caduta da un palazzo di Men Nefer, su cui stavano lavorando.
La madre era piuttosto cagionevole e aveva altri cinque figli, così il carpentiere si era offerto di adottare il più piccolo.
Dell’altra sua famiglia ricordava poco, ma, per quanto i genitori adottivi lo avessero sempre trattato bene, non si era mai sentito veramente parte di loro.
Aveva scoperto solo due anni dopo il suo arrivo la loro appartenenza a quel gruppo sovversivo e ne era rimasto affascinato: nella sua fantasia di bambino, il faraone eretico era un orribile mostro zannuto dalle molte teste, che volava di notte lungo il corso del Fiume divorando i raccolti, il pesce e gli uccelli con le bocche fameliche e, se capitava, anche i bambini e le giovinette.
Faticai a trattenere il riso a quella descrizione e lo invitai a proseguire.
Alla morte di Ekhnaton aveva pensato che il tempo di cospirare fosse terminato, ma non era stato così e lui, ormai diciottenne, aveva iniziato a distaccarsi dal loro gruppo, entrando in aperto conflitto con la famiglia alla salita al trono del Faraone Fanciullo: il suo operato, infatti, appariva così limpido ed equanime da non vedere alcuna utilità nell’opporvisi, anzi, riteneva che, se gli affiliati avessero reso onore a Sua Maestà, Egli li avrebbe ricompensati per i rischi corsi in quei lunghi anni bui appena trascorsi.
Purtroppo, era l’unico a pensarla a quel modo.
In disaccordo con gli altri, aveva abbandonato definitivamente la corporazione, occupandosi del lavoro e di una giovane conosciuta durante i restauri del Tempio di Ptah, con cui si era presto fidanzato.
Col passare del tempo, il Giovane Faraone gli piaceva sempre di più, mentre i familiari ne sembravano sempre più disgustati e non perdevano occasione per maledirne il nome e complottare contro di lui.
Sapeva che si incontravano ogni quindici giorni con gli altri membri del gruppo e con altri presumibilmente di altri nomi (distretti n.d.a.), ma non aveva idea di come si accordassero, né dell’identità degli altri membri.
Il fratellastro maggiore lo invitava spesso a diffidare e a tornare nelle loro fila, finché una sera sentì la madre adottiva dire che presto il “ragazzetto” sarebbe finito infilzato come un’anatra e l’Egitto si sarebbe liberato dalla sua presenza malefica, così aveva accettato gli inviti della famiglia e un po’ alla volta si era conquistato la fiducia del gruppo intero, fino ad offrirsi come volontario per colpire il Faraone durante l’attentato.
Il suo proposito era di tirare anticipatamente senza colpirlo, così che le guardie lo avrebbero immediatamente protetto dai dardi dei compagni.

“Ma così facendo saresti stato arrestato comunque. Cosa ti fa pensare che i soldati ti avrebbero creduto?”
Lui si strinse nelle spalle: “Il fatto che mi abbiano creduto!”
“E la tua innamorata? È al corrente di tutto questo? È d’accordo con te o con i cospiratori?” domandai.
“Non ho più un’innamorata” rispose.
Lo guardai sorpresa: “Oh!”
“Lei…so che sembra assurdo, ma mi ha lasciato a causa della mia sorellastra…”
“Oh!”
“Lei ci spiava quando eravamo assieme, Signora. Quella ragazzina è malvagia e invidiosa nell’animo.
Si nascondeva e ci seguiva se passeggiavamo fuori dalla città, tanto che un paio di volte me ne accorsi, ma un giorno…un giorno la scoprii a spiarci in un capanno di caccia in cui ci incontravamo per stare un po’ da soli e non era la prima volta. Quando la interrogai me lo sbatté in faccia mettendosi a scimmiottare la mia innamorata, che fuggì via in lacrime.
Il giorno dopo venne da noi suo padre e, nonostante avessimo obbligato mia sorella a scusarsi, disse che non poteva permettere che la sua figlia prediletta vivesse con l’incubo di essere spiata ed insultata. Da allora non la vidi più.
Mi dispiace, so che ne è stata profondamente ferita e non ho mai osato tentare di riappacificarmi con lei.”
“Perché quella ragazzina si comporta in questo modo?” domandai con un gelo di morte nella voce.
Il giovane scosse la testa, fissandosi i piedi imbarazzato: “Non lo so, o meglio…” osò alzare gli occhi a guardarmi in faccia: “Come ti ho detto, Signora, è malvagia ed è attaccata a me in modo morboso. È innamorata di me. Spesso diceva alle altre ragazzine che io ero il suo fidanzato e io ci ridevo, naturalmente. Ora non rido più” disse sconsolato.
Ero allibita: “Vuoi dire che, dopo quello che ha combinato, ha continuato a dire la stessa cosa?” lui annuì: “Per lei la rottura del mio fidanzamento fu una vittoria. Lei non comprende di aver sbagliato: è capace di mentire e rovesciare le situazioni accusando di ogni cattiveria la migliore delle persone. D’altra parte, hai visto tu stessa come agisce, Signora.
So che ti odia, non ha fatto che maledirti per tutti i giorni della preparazione alle cerimonie. Non serve punirla e purtroppo le idee della sua famiglia nei confronti di Sua Maestà non aiutano: loro non l’hanno rimproverata per il suo odio verso di te, solo le dissero di non farsi sentire” concluse amaro.

Raccontai a Sua Maestà cosa avevo scoperto, sorvolando sulla storia della ragazzina. Di sicuro ora, in esilio da qualche parte nel deserto, non avrebbe fatto molti danni, anche se la notte, da sola nelle mie stanze, mi domandai se fosse saggio lasciare in vita una creatura simile, capace di corrompere qualsiasi cosa toccasse.
Avevo conosciuto molte persone malvagie, ma mai nessuno mi era sembrato così greve di malevolenza gratuita e lei faceva sembrare un esempio di purezza e santità perfino il Gran Visir o le sue spie.

Due notti dopo Sua Maestà si recò all’incontro con il prigioniero.
Ero inquieta, non potevo accettare che si recasse da solo nelle carceri, ma non volle discussioni: nessuno era al corrente del piano, oltre a me e alla guardia che mi aveva accompagnata e lui riteneva di essere completamente al sicuro, quindi avrei semplicemente dovuto attendere il suo ritorno nei miei alloggi.
Naturalmente disobbedii.
Presi un lungo pugnale, mi coprii completamente con un mantello più scuro della notte e scivolai nell’ombra più profonda nella strada che fiancheggiava la prigione.
Era presto, volevo infilarmi nel corridoio poco prima della diramazione che conduceva alle celle vere e proprie usando un passaggio, una specie di presa d’aria sulla strada, nella quale bisognava infilarsi a quattro zampe e solo se si era abbastanza minuti.
Non era guardato e, avevo notato la volta precedente, necessitava di riparazione: la parte sgretolata, che permetteva il passaggio, era coperta da un pannello di legno che si poteva spostare facilmente.
Mentre mi avvicinavo vidi qualcosa che mi gelò il sangue: in direzione opposta si avvicinava una figura piccola, piuttosto goffa, avvolta in un mantello di tela grezza.
La notte era scura e senza luna, ma un paio di torce illuminavano il lato della strada in cui lei camminava poco prudentemente.
La fissai sconvolta: poteva essere la ragazzina? Non era possibile, doveva essere prigioniera a diverse ore di cavallo dalla capitale,  con guardie che si davano il cambio ogni sette giorni, non poteva essere lei!
Mi infilai in fretta nel passaggio e mi nascosi in una rientranza del muro.
Pochissimo dopo la figura goffa entrò faticosamente, sbuffando per far passare la sua ciccia attraverso il passaggio: era davvero la ragazzina malefica!
Estrassi lentamente il pugnale, pronta a colpirla, quando accadde qualcosa.
Silenzioso, il passo ancora elegante, con indosso un semplice mantello da carrettiere, si avvicinava Sua Maestà.

Eva, lui per me era più importante dell’universo intero, è vero, e potrei essere di parte, ma considera che un faraone, lui o chiunque altro, era per l’Egitto veramente il Dio incarnato, intoccabile, qualcosa di talmente immenso ed alto da non essere lontanamente immaginabile ai giorni nostri.
La gente si prostrava al suo passaggio con la fronte al suolo e si sentiva benedetta dal solo poter toccare la terra che lui aveva calpestato.
Il Faraone non era un semplice re, era il padre, il creatore che discendeva nel mondo per guidare e proteggere ogni cosa vivente e il mondo stesso…era Osiride, Horus, Ra, era oro puro e splendente!
Noi non abbiamo la minima idea di cosa significhi una simile devozione, non c’è niente di simile oggi, niente può essere paragonato a ciò che era un faraone di allora.

Così, mentre lui si avvicinava leggiadro, la ragazzina, una popolana maleducata, ignorante, unticcia e dal cattivo odore, si diresse verso le celle.
Lui, nell’ombra, si fermò, in silenzio.
La ragazzina si voltò, lo vide, strizzò gli occhi sospettosa, probabilmente lo riconobbe.
Stringevo il pugnale trattenendo il respiro e trattenendomi a fatica dal colpirla.

E accadde l’assurdo: Sua Maestà il Faraone dei Due Regni, lo stesso che lei pochi giorni prima aveva osato colpire, si ritrasse nell’ombra per lasciarla passare.
Lei restò un breve istante a fissare con gli occhi stretti la figura nel buio, poi trotterellò verso le celle, come niente fosse.
Non ringraziò, non si inchinò, non abbassò nemmeno il capo, non sorrise neppure, né si mostrò imbarazzata, onorata, stupita, spaventata.
Semplicemente, si voltò a naso in su, piena di alterigia e con un’espressione trionfante sulla faccia molliccia, sprezzante verso ciò che nemmeno avrebbe dovuto sporcare con la sua stessa esistenza e sparì oltre la svolta.”


(...continua p.: 14)

6 commenti:

  1. "Quale piccolo guaio?" Quanto capisco Eva....arrivata alla fine di questo capitolo mi chiedo cosa accdrà quando il faraone incontrerà il prigioniero e cosa succederà tra lui e Is quando vedrà che lei gli ha disobbedito...

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    1. Ma lui lo sa...figurati se non lo sa!
      Comunque, al contrario del resto dell'umanità, cara la mia raccomandata, stasera ti puoi leggere il seguito... ;)

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    2. Uhmmmm.......il fatto è....che se io dovessi mandarti un documento word prima, no? Dopo come facciamo con i tuoi commenti carinissimi in diretta?
      Nononononono, non si può!
      Tocca che tu pazienti un attimino. Su, domani posto due o tre cosette carine, poi tu commenti, poi io posto la puntata che Gessica ha già letto e siamo a posto.
      Eh? ^_^

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