Due parole sul blog

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Su, su, guardate, guardate...

sabato 27 dicembre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 12

(Link capitoli precedenti: p.:11 p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2p.:1 )
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Il Faraone in quel tempo era a Men Nefer e volle fossero organizzate celebrazioni speciali per rallegrare la Sposa Reale e fare offerte ad Aset, la Madre Divina, nella speranza di propiziare una gravidanza felice e, a tale scopo, coinvolse dignitari, contabili, ufficiali e sacerdoti delle due capitali assieme alle loro famiglie.
Furono scelte molte bambine e giovinette come danzatrici, offertrici e figuranti durante le cerimonie.
C’era, tra queste, una che non mi piaceva: era sgraziata, sgarbata e pigra,con piccoli occhi sfuggenti e avidi, che più di una volta fu trovata a mangiare di nascosto dolci sottratti senza permesso dalle cucine reali, alle offerte o addirittura rubati alle compagne.
Non l'avevo scelta io, ma alcune sacerdotesse di Men Nefer, per la sua parentela con un’anziana altolocata.
Un giorno, appena prima dell'inizio delle feste, la colsi a rubare il cibo di un'altra ragazzina: le afferrai il polso, lo strinsi fino a farle aprire la mano e glielo torsi fino a farla gridare.
Scoperta, fu obbligata a scusarsi pubblicamente, ma poiché la festa iniziava il giorno seguente, non era possibile cercare un'altra al suo posto ed ella prese parte nelle celebrazioni.

Avevo un ufficio nella parte centrale del primo giorno e mi preparai con cura: i capelli erano lunghi, lisci e lucenti con molte perline di Lapislazzuli e Calcedonio, un trucco ricercato riprendeva l’acconciatura, blu lapislazzuli e oro. Dopo un bagno rituale in oli profumati e petali di fiori, il mio corpo elastico, sinuoso e morbido, era stato fasciato nella veste rossa, su cui indossavo una collana d’oro a molti strati con Aset alata in pietre preziose.
Molti uomini mi guardavano con ammirazione e desiderio malcelato, molte donne con ammirazione e invidia, qualcuna solo con invidia e non potevo non rattristarmi nel pensare che uno solo era lo sguardo di cui mi importava in tutto l’Universo e a quegli occhi poco importava del trucco e degli abiti.

Indossai infine il mantello e la corona con il simbolo di Aset e discesi presso l’altare.
Immagino che le preghiere declamate più volte nella mia prima infanzia fossero legate a quel giorno, o ad uno molto simile.

Terminato il mio ufficio presi posto tra i sacerdoti, a pochi passi dal Gran Visir e dalla Coppia Reale e le celebrazioni continuarono con danze, riti collettivi, processioni e offerte dove, tra le giovinette, era quella famosa ragazzina.
Sentivo il suo odio verso di me denso e palpabile e, seduta a pochi passi dal Faraone, mi accorsi che egli stesso ne percepiva il peso.
Perfino la Sposa Reale, che era piuttosto triste e silenziosa, fece un commento su come sembrasse fuori posto quella ragazzina e mi chiese perché non l'avessi sostituita: “Non volevo urtare le Sacerdotesse del Basso Regno, Sposa Reale” le risposi seccata. Lei mi osservò per un attimo perplessa, le scappò un mezzo sorriso e non disse più nulla.

Le giovinette, in quel momento, dovevano passare molto vicino a noi, quasi sfiorando i seggi reali e, proprio nel momento di maggior vicinanza, la ragazzina si voltò e gettò addosso al Faraone una grossa palla di letame.
Non so dove l’avesse nascosta, forse dietro l’ampia foglia di palma che reggeva, né mi sarei aspettata tanta rapidità da una creatura così goffa, eppure fu fulminea nel suo gesto di disprezzo.
Vi furono brevi istanti di colluttazione anche tra la folla, più lontano, dove i familiari della ragazzina, già stretta tra le guardie al cospetto del Gran Visir, furono fermati e condotti in una sala della Reggia.

Sua Maestà non aveva emesso un solo suono, solo la fissava mortificato e stupito e io mi sentii bruciare negli occhi lacrime di rabbia. Le diedi uno schiaffo che non la gettò a terra soltanto perché era trattenuta dalle guardie e le chiesi per chi o per cosa avesse compiuto quel gesto.
Non rispose, la faccia rossa per la collera e il mio ceffone, gli occhi piccoli, un po' sporgenti, fissi sui propri piedi.
“Vedremo di farti parlare con le cattive, piccola serpe” sibilò il Gran Visir accanto a me: “Ti assicuro che non ci sarà nulla che non ci dirai nel volgere di un battito d'ali”
Detestavo quell'uomo, i suoi modi viscidi, il gelo da rettile dei suoi occhi, ma bisogna ammettere che spesse volte aveva una sua utilità.

Il Faraone era immobile, lo sguardo su di lei, il letame che ancora spiccava sul suo corpo, il pettorale e la tunica, poiché egli stesso non aveva permesso ai servitori accorsi al suo fianco, di ripulirlo, in attesa di una spiegazione.
La Sposa Reale era stata portata via in lacrime da uno stuolo di ancelle e io provai uno strano piacere nel vedere quella ragazzetta terrorizzata ai nostri piedi, la faccia in fiamme, sotto gli occhi di tutta la popolazione.
“Volevi un momento di gloria, ignobile creatura? Ebbene, ecco, ce l’hai ora…” dissi con voce ferma, sicché nel silenzio assoluto che era calato, le mie parole arrivarono a grande distanza.
 Il comandante delle guardie fece un cenno e la ragazzetta fu condotta all’interno, a raggiungere il resto della famiglia, dove ora Sua Maestà sedeva sul trono.
In ginocchio, in disparte, c’era una donna somigliante alla ragazzina, con un neonato e una bimbetta di forse tre anni, ai piedi del trono tre uomini, di cui uno, che pure fu presentato come figlio, dall’aspetto del tutto diverso dal resto della famiglia. Doveva avere poco più della mia età, era slanciato e all’apparenza agile e nervoso, non tozzo e dalla faccia tonda come gli altri.
Essi erano appartenenti ad un gruppo di cospiratori di cui non comprendevo la natura, che odiavano il Fanciullo perché era figlio dell'Eretico, ritenendolo per questo una maledizione peggiore del padre.
Temevano che il giovane Faraone mostrasse un volto giusto e saggio per conquistare l'amore del popolo, per poi tradirlo e sconvolgere l'Egitto come mai era avvenuto prima, in modo ben più radicale e definitivo rispetto al padre.

Confessarono di aver preso parte alla sommossa in cui era stato assassinato Ekhnaton, anni prima.
Ne fui sorpresa: Ekhnaton era molto malato, si stancava molto facilmente e quasi non si reggeva in piedi da solo. Mai avrei sospettato che la sua morte non fosse stata del tutto naturale.
Sebbene le opinioni siano discordanti su una mummia che potrebbe essere la sua, di cui non è nemmeno certa l'identità e nemmeno, tutto sommato, il sesso, egli aveva all'incirca 35 anni, età nella quale la sua malattia raggiungeva il culmine e si faceva letale.
Dunque, che senso avrebbe avuto ucciderlo, dal momento che non gli restava molto da vivere?

Il Faraone non batté ciglio nemmeno in quel frangente, a quanto pare perfettamente a conoscenza della verità.
Per quanto riguardava Sua Maestà, invece, il piano era di aspettare il culmine dei festeggiamenti, prima del tramonto e poi, quando il Faraone si fosse alzato per l’offerta ad Aset e tutti sarebbero stati prostrati ai suoi piedi, lasciandolo scoperto, colpirlo con frecce avvelenate da tre angoli diversi, così da avere certezza dell’esito e confondere le guardie.
Era quasi certa la cattura, almeno degli esecutori materiali del gesto, ma la loro missione sarebbe stata portata a termine.
Il figlio minore, quello che non somigliava ai familiari, era uno degli arcieri.
Mi voltai a guardarlo e mi accorsi di uno strano guizzo nello sguardo, che per meno di un battito di ciglia incontrò quello di Sua Maestà, tanto rapido e fugace, che nemmeno io fui certa di averlo visto.
Il Faraone ascoltò fino alla fine, impassibile ed immoto nonostante si parlasse del suo stesso assassinio, poi, posato per un breve istante lo sguardo su ognuno di essi, ordinò che gli uomini venissero imprigionati e che la madre, le due figlie e il neonato fossero recluse al confino in un luogo lontano dalla città, mentre si cercavano gli altri membri di questa società segreta, infine si alzò, ordinò che si proseguisse con le cerimonie, mentre lui si prese un po’ di tempo per ripulirsi e cambiarsi e che non si parlasse oltre dell’accaduto.

“E' volere di Sua Maestà che d’ora in poi sia sempre seguito il consiglio della Suprema Sacerdotessa di Aset dell'Alto Regno” disse: “Come è chiaro ella aveva ben ragione di non sopportare quella donnetta. D’altra parte, Sua Maestà deve la vita alla stupidità di quella orribile creatura” aggiunse con un’ombra di divertimento nella voce.
Mi allontanai per riflettere, col cuore in gola: mille piccole cose, episodi, frammenti di ricordi mi si affollavano alla mente assumendo un alone molto più oscuro ed inquietante di prima.
Per quanto pesante mi fosse parso, fino ad allora, il fardello che il mio Bambino portava sulle spalle, mi rendevo improvvisamente conto di non conoscerne che una parte e mi sentii impotente, minuscola, inetta.
Da quel giorno indossai quasi sempre le vesti nere, a simbolo della mia missione nel proteggere il mio Signore e del potere guerriero che rappresentavo.
Ancora oggi non mi capacito della ragione per cui quella ragazzina stolta ed invidiosa abbia compiuto un gesto così stupido, ma, contro la sua stessa volontà, aveva salvato la Coppia Reale e condannato la sua famiglia.

Due giorni dopo l'accaduto il Faraone mi convocò nei suoi alloggi.
Era molto stanco e provato, ma era riuscito a convincere Ankhesenamon che tutti i cospiratori erano stati catturati e che non c'erano più grossi pericoli.
La Sposa Reale ne fu rasserenata, ciononostante sapevamo non fosse la verità.
“Non sappiamo effettivamente quanti membri contasse questo gruppo di oppositori, né come o dove si ritrovino. Mi ero illuso di aver guadagnato l’apprezzamento e la fiducia del popolo. È evidente che sono solo un ragazzino stolto” disse stancamente.
Era seduto su un seggio di pietra in un giardino privato della reggia e io sedevo ai suoi piedi, che tenevo in grembo.
“Non sei un ragazzino stolto…nessuno aveva idea che potessero esistere simili idioti, NebKheperuRa” risposi accarezzandogli le caviglie: “Non sanno davvero cosa dicono! Sono dei folli malati e bugiardi!”
Lui mi fissò pensieroso: “Ne dubito molto, Is”
Alzai gli occhi, interrogativa: “Probabilmente è come dici tu, essi non sanno cosa dicono, né perché lo dicano, ma alle loro spalle c’è senza ombra di dubbio qualcuno che ne guida le azioni e, sopra ogni cosa, i pensieri” sussurrò turbato.
“Ma loro sono convinti che tu tradirai il popolo! Questo è folle, quale savio potrebbe mai inculcare in loro simili idee?” ribattei.
“Is…loro dicono il vero. Non ho alcuna intenzione di tradire il popolo, no, ma ciò per cui sono venuto è davvero ben più radicale e profondo di qualsiasi rivoluzione abbia mai potuto immaginare Ekhnaton”
Lo guardai vacua.
Aveva meno di cinque anni quando mi aveva detto che, se non avesse compiuto ciò per cui era venuto, sarebbe discesa una notte di cui nemmeno lui riusciva a vedere l’aurora, ma non vedevo come questo potesse essere considerato un pericolo o una cosa spaventosa da qualcuno, se non un folle esagitato: "Ma come può essere, se le tue azioni sono per il bene di tutti?" 
Lui non rispose. Si sporse verso di me, lo sguardo colmo di dolcezza e mi sfiorò il viso con una carezza in punta di dita che si fermò sulle mie labbra.
Chiusi gli occhi, assaporando quel contatto, mi volsi appena per chiudergli le dita in un bacio e percepii una forza sconcertante che ci univa, i cuori che battevano all’impazzata.
Poi la sua mano si allontanò lentamente, quasi a fatica, dal mio viso. Una cosa grossa e soffocante mi chiudeva la gola.

Mi concentrai sulla mia veste, sui suoi piedi posati sulle mie ginocchia, sul profumo della fioritura rigogliosa: “Hanno detto di aver ucciso Ekhnaton, Heru Ra…ma questo è assurdo!”
Lui prese un respiro: “No, è la verità, Is” ancora lo guardai perplessa: “Ricordi quando morì il faraone?” si, certo, come dimenticarlo?
Fu durante una tempesta di sabbia durata giorni. Eravamo chiusi nei nostri alloggi, nessuno metteva il naso fuori dalle case o dal palazzo reale, eppure c’erano stati dei tafferugli con, pareva, commercianti o briganti venuti da fuori, nell’area del mercato.
Da lì avevano cercato, favoriti dalla tempesta, di penetrare nel palazzo, senza successo.
“Non andò così” disse: “I sovversivi, briganti o qualsiasi cosa fossero, erano molto ben armati ed entrarono di sorpresa nel palazzo reale, uccidendo le sole tre guardie che incontrarono. Nessuno si sarebbe aspettato che qualcuno potesse arrivare, con quella tempesta, e fu per loro facile sopraffare la poca vigilanza di quel momento.
Silenziosi raggiunsero le stanze del faraone, che era a letto, e certo pensarono fosse semplicemente a riposare in attesa della fine della tempesta.
Lo colpirono diverse volte e tentarono la fuga. Naturalmente, nel frattempo, ci si era accorti delle guardie assassinate, e costoro furono circondati quasi subito, ma  un paio si uccisero prima di essere catturati, qualcuno, forse due, riuscirono ad uscire e scomparvero nel vento.
C’era molto nervosismo ad AkhetAton, in quel tempo, Visir e dignitari decisero di tenere nascosta la verità, così da non appesantire ancora l’atmosfera, generando paura. Il faraone era morto, questa era l’unica questione di cui tener conto ed immutabile. Sua Maestà era molto stanco e si era spento durante la tempesta inviata da Aton per venire a riprendere il suo adorato figlio. Smenkhara avrebbe preso il suo posto. Una bella storia, non trovi?”

Una bella storia, non c’è che dire…una storia finta per un mondo d’argilla, un teatrino dalle pareti dipinte di illusioni e dalle verità nascoste perfino ai propri attori.
“Ma tu lo sapevi…e non mi hai mai detto nulla, perché?” strinse le labbra in quel modo tutto suo, la testa appena reclinata: “Perché dirtelo, Is? Eri così sola, laggiù, così sperduta. Io ero il tuo mondo, il tuo tutto, il resto ti era estraneo, nemico, sospetto.
La tua stessa vita da ancella non ti apparteneva, accettavi di viverla per il tuo paese, per me, chiudendoti a quel che ti era intorno per non rischiare di tradirti ed eri tu stessa quasi bambina, non molto più grande di me.
Cosa sarebbe cambiato, se non nel darti un altro motivo di repulsione per quella vita e quel posto? Io c’ero e questo era tutto ciò che contava per te e per me. Il resto, in fondo, era irrilevante”

Quel giorno compresi come lo sguardo del Faraone Fanciullo, già anni prima di diventare tale, fosse su di me con un’intensità e una forza che nemmeno io immaginavo: il suo proteggermi ed il suo amarmi erano ben più grandi e profondi di quanto potesse apparire.
Vegliava su di me, si faceva carico del peso di quel mondo fittizio in silenzio, trasformando il dolore e la paura in gioco, spensieratezza, in una gioia di vivere che erano, probabilmente, il dono più grande che potesse offrire alla sua gente.
Conosceva, unico in tutto il regno, la verità e, con infinita delicatezza, mi aiutava a nasconderla, correggendomi là dove sbagliavo, sorreggendomi se rischiavo di cadere, donandomi se stesso al posto dell’esistenza che, per lui, mi ero lasciata alle spalle.
Gli abbracciai le gambe, appoggiai la guancia sulle sue ginocchia, lo sentii sorridere e posare la mano sui miei capelli e restammo così, in una nostra intimità.”


(...continua p.:13)

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