Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

sabato 6 dicembre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 11

(Link capitoli precedenti:  p.: 10 p.: 9 p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)
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Sei giorni dopo eravamo in viaggio, questa volta verso Sud. Il fiume era quieto in attesa delle piene e sembrava godersi quel momento di inattività ascoltando la vita che ferveva lungo le sue rive.
Incontrammo nuovamente dei soldati, alcuni a cavallo lungo le sponde, altri in perlustrazione sulle acque. L'aria era quasi immobile, l'atmosfera silenziosa, tanto che la natura pareva stiracchiarsi pigra e rigirarsi su se stessa tra le morbide anse del grande fiume. Spesso il silenzio era così profondo da creare una sorta di incanto, per cui era facile essere catturati dallo sciacquio ritmico lungo la chiglia, rotto dall'improvviso tuffo di qualche invisibile animale.  
La vecchia era come rinata durante la navigazione: per quindici anni aveva vissuto nella città eretica senza mai allontanarsene e ora il mondo, l'aria libera sul nastro azzurro, la rigenerava.
Ne ero felice, perché avevo temuto che potesse morire durante il viaggio, senza vedere esaudito il suo ultimo desiderio, ma gli Dei ci assistettero e ci condussero alla meta guidati da un vento tiepido e gentile.
Soffrivo l'essere nuovamente lontana dal mio Bambino, ma sentivo la sua presenza in tutte le cose buone che ci accadevano. Nel vento, che soffiò lieve e costante per tutto il tragitto, nello sciabordio delle acque placide, nel profumo della terra e della vegetazione, nel volo degli uccelli, nella presenza, fino lontano dalle rive, di molte farfalle colorate.
Il Faraone amava quelle creature, definendole spiriti dell'aldilà e guide divine per le anime di tutte le cose viventi. Me lo diceva quando, piccino, eravamo in giro per i giardini o lungo il fiume e si divertiva a seguirne il volo  nascondendosi tra gli arbusti. Ora, in quella presenza colorata e silenziosa, lo sentivo sorridermi e guidarci con la sua mano protettiva.

A Waset il Gran Sacerdote mi attendeva: gli consegnai il tesoro ed egli immediatamente iniziò ad eseguire e far eseguire gli ordini del Fanciullo, poiché ancora non c'erano veri e propri contabili e tesorieri alla capitale e molte incombenze erano nelle sue mani.
C'era così tanto fermento nell'aria, che tutti i precedenti problemi parevano già risolti, perché così era nel cuore della gente e io mi sentivo così fiera di far parte di tutto questo.

Presto ebbe inizio il miracolo della piena che arrivò puntuale e più abbondante del previsto.
Il Fanciullino pare fare miracoli” commentò il Gran Sacerdote: “Il popolo, a ragione o torto, ritiene questa abbondanza un suo dono. Dimmi, sorella, egli è consapevole di quanto sia grande il suo peso e l'aspettativa delle genti?”
Non lo so. Io immagino di si, a dire la verità, ma lui si definisce un bambino poco saggio che tenta di sembrarlo. È una sua facezia, poiché il suo giudizio è equanime e fermo, nonostante la tenera età e le mille volontà che cercano di manovrarlo. Hai visto, è riuscito ad inviarti quella ricchezza senza che nemmeno il Gran Visir e la Sposa Reale ne venissero a conoscenza.
E cresce in fretta, credimi. È sconvolgente rivederlo dopo poco e quasi non riconoscerlo per quanto è cambiato nel corpo e nelle azioni. Sarà un grande re, ne sono sicura”
Il Gran Sacerdote mi osservò per un lungo istante: “Lo è già. Ma non sarà un compito facile quello che lo attende. Dai buon cibo ad un coccodrillo e non lo sfamerai se non per un giorno. Domani ti chiederà di più e di meglio e diventerà insaziabile. Il Fanciullo dovrebbe tenere a freno la sua grande compassione e stringere le redini prima che se lo mangino in un boccone...Per quale ragione Aye non doveva essere a conoscenza di questo carico?” chiese socchiudendo gli occhi: “Ho idea che Sua Maestà si diverta a far capire al Gran Visir che non è la copia minuscola di Ekhnaton. E comunque, non fa che ripetere da quando ricordo di non fidarmi di quell’uomo.”
il mio ospite sgranò gli occhi, interrogativo: “Si, lui...ovviamente era al corrente dell'oro necessario alla realizzazione della stele, ma presumo il Faraone non voglia troppe ingerenze da parte sua nelle decisioni che sta prendendo e, se Aye fosse stato al corrente di quest’oro, avrebbe messo naso e zampe nelle destinazioni del medesimo. Di sicuro Aye non sarà contento quando saprà di essere stato tenuto all’oscuro di qualcosa, è l'uomo più ambizioso che abbia mai camminato nel mondo e sa essere altrettanto pericoloso e senza scrupoli” conclusi contrita.
Non preoccuparti per Sua Maestà: Aye è furbo quanto abile e pericoloso, sa bene che non gli conviene in alcun modo urtare il giovane Faraone. So che Egli non si fida di lui, pur sapendo quanto sia necessario un visir del suo livello per il paese, ma è sua ferma intenzione tenerlo a bada, fin da ora. Un giorno sarà in pericolo, ma non oggi: la sua morte non conviene a nessuno e il popolo è follemente innamorato di lui”
Non risposi, riflettevo. Dal giorno dell'incoronazione mi ero resa conto di quanto il Fanciullo sapesse essere imprevedibile, talmente da cambiare il suo nome come quello della Sposa Reale senza preavviso per nessuno, nemmeno per Aye, tanto che cartigli e documenti erano già stati stilati con in nome originario, né erano stati corretti sul momento e presero a cambiare dicitura un po’ alla volta, in seguito. Pareva che nessuno conoscesse veramente a fondo i suoi disegni, che ad ognuno egli spiegasse soltanto una piccola parte tenendo per sé la totalità del piano, forse per impedire che venissero cambiati contro la sua volontà. Bambino capriccioso, avrebbe detto qualcuno.
Per un attimo lo vidi piccolissimo sorreggere piangendo la testa della sua bambinaia assassinata, seduto in una pozza di sangue.
Nel suo silenzio non aveva mai dimenticato, era cresciuto serbando in sé la responsabilità delle vite dei suoi sudditi e con la determinata volontà di proteggerle. Se lui solo conosceva i suoi stessi piani, nessun altro poteva pagare al posto suo.
Piccola vita innocente, si faceva non solo re, ma protettore, padre, fratello.
D'altra parte, più della voracità del popolo e i molti nemici che fremevano di rabbia nel vederlo liberarsi dalla loro stretta, mi preoccupava la sua salute: per quanto fosse circondato da medici reali e da sacerdoti più o meno fidati, era facilmente vittima delle sue febbri, dei dolori agli occhi e dei ricorrenti e violenti mal di testa che si facevano più frequenti con la stanchezza e la tensione e io ero l’unica veramente in grado di curarlo.
Ciò che il mondo vedeva era il suo splendore, ciò che viveva era fragilità e malattia, che teneva nascoste il più possibile.

Venne il tempo del silenzio, mentre i fanghi nutrivano la terra e la fecondavano, venne il tempo del raccolto.
Erano passati dieci mesi dall'incoronazione, la città aveva cambiato aspetto, era piena di colori, di profumi, era operosa e, sebbene non ancora prospera, aveva allontanato da sé la miseria.
E di nuovo, un mattino si diffuse la voce dell'arrivo della Barca Reale, di nuovo tutte le attività si fermarono, il popolo si precipitò lungo le rive per vederlo arrivare e quando la barca attraccò e lui apparve a prua i respiri si fermarono e i cuori, per un istante, cessarono i battiti.
Era cresciuto ancora, come era naturale.
Era un fanciullo, ma emanava regalità e potere da ogni più piccola parte di sé, risplendendo come il sole.
Le spalle si erano fatte più forti, il fisico si era fatto più slanciato, sebbene sempre sottile come un giunco, il portamento regale, lo sguardo che si posava sulla gente e poi si perdeva in lontananza, erano ormai testimonianza della sua totale identificazione con la divinità.
Nel giro di pochi anni, quello che lui definiva “povero scrigno malriuscito” si sarebbe piegato su se stesso nella malattia, ma in quel momento era ancora flessibile e aggraziato, radioso come si pensa debba essere una creatura divina.

Nei giorni che seguirono visitò i campi militari ed ebbe diverse udienze con il nuovo contabile, un uomo giovane dalla mente brillante, la più brillante che avesse scovato.
I primissimi giorni della sua presenza a Waset, lo convocò pubblicamente nella sala del trono e lo interrogò sulle sue conoscenze, sulla sua vita, sulla sua famiglia.
L'uomo era persona apparentemente per bene e, nonostante il suo mestiere, non mi parve avido o disonesto, ma esisteva la possibilità che fosse corruttibile. All'epoca, infatti, non mi parve così coraggioso da non cadere in qualche imbroglio se ne avesse avuto occasione o tentazioni, magari provocate da terzi e questo dovette essere il pensiero di Sua Maestà, perché, al termine del colloquio, lo fissò con quello sguardo, quello che metteva chiunque in ginocchio, gli occhi che irradiavano quella strana e misteriosa luce, e disse: “Se rispetterai Sua Maestà e manterrai nella tua opera assoluta onestà, Sua Maestà ti renderà merito e sarai elevato al cospetto degli Dei, ma se mancherai ed Egli scoprirà la tua disonestà...e credimi, EGLI la scoprirà, ti farà tagliare le mani e la lingua e le getterà ai coccodrilli. E poi...ti manderà in giro per i due Regni con attaccato al collo un cartello che denuncerà la tua infamia”
Lo guardai stupita e mi accorsi che, sotto gli occhi radianti, le labbra gli tremavano nel trattenere il riso, ma forse soltanto il Gran Visir se ne accorse e, in ogni caso, l'uomo ne fu terrorizzato.
Nei millenni è poi passato alla storia non solo come il contabile di Tutankhamon, ma come il migliore che la terra d'Egitto abbia mai avuto.

Mentre in cui si preparavano le future campagne di riconquista dei territori, volle visitare le carceri. Era passato poco più di una anno dalla sua ascesa al trono ed in quel periodo le pattuglie avevano catturato e arrestato non solo pirati e briganti, ma moltissimi ladruncoli, tanto che le prigioni traboccavano.
I Visir e il Generale erano molto contrari: le carceri erano luogo insicuro, malsano e mai si era visto nella storia d'Egitto un Faraone andare in visita ai prigionieri!
Se sono luogo insicuro, mio Generale, allora è bene che io me ne renda conto di persona, così da poter ovviare a questo inconveniente e se è malsano, mi porterò il medico di corte e la Sacerdotessa di Aset, così da essere protetto. Che nessuno prima abbia compiuto questo gesto, mi renderà primo in qualcosa e chissà che per questo io non sia ricordato nelle epoche a venire.”

Ammetto che non sarei andata in quel posto per niente al mondo se non me lo avesse chiesto lui: era un posto orribile, dove gli uomini erano ammassati in celle umide e buie, maleodoranti per la loro sporcizia e i loro stessi escrementi che venivano portati fuori raramente.
In alcune aree erano prigioniere delle donne, assassine, meretrici, ladre o tutto questo insieme, ma alcune si erano macchiate di crimini più terribili e i loro occhi erano folli, le loro facce deformi, alcune mutilavano le compagne a morsi, si che erano tenute legate a catene e, non potendo sfogare la loro follia su qualcun altro, si mutilavano da sé medesime.
Avrei voluto scappare e lessi negli occhi degli altri lo stesso desiderio.
Un paio di dignitari, a dire il vero, scapparono fuori in preda a conati di vomito, il Gran Visir resistette tenendo gli occhi fissi sui propri piedi, certamente chiudendo le orecchie alle grida e le narici al fetore.

Tra costoro, peraltro, c'erano anche persone dall'aspetto infelice e disperato, mansueti e commoventi nella loro dignità: “Chi sono costoro?” Chiese il Faraone indicandone un paio: “Ladri, Divino Signore...poveracci che negli anni di oscurità si sono trovati alla fame e hanno rubato”
Lui ebbe un gesto di sdegno: “Dunque, essi hanno rubato per fame? A causa delle eresie del mio predecessore?” Si, Signore” rispose cautamente il Generale: “Dunque, noi dobbiamo loro qualcosa! Prendete coloro che hanno rubato per fame o per disperazione, lavateli, vestiteli in modo decente e liberateli. E sia dato loro un sacco di grano come simbolico risarcimento. Questo è il volere di Sua Maestà!” intimò.
Io provai un tuffo al cuore e mi sentii così orgogliosa di quel pulcino che sedeva in cima al mondo, che temetti mi sarebbe scoppiato il cuore per il troppo amore. Vidi negli occhi di quei disperati venerazione, stupore e gratitudine, ma vidi in altri occhi ben diversi sentimenti...Chissà se fu quello il giorno in cui il Faraone Fanciullo segnò il suo destino.

Presto prese confidenza con la nuova capitale e non solo: passava a Men Nefer alcuni mesi dell’anno, così da essere a stretto contatto con il popolo del Basso Egitto, muoversi un po', lui che aveva vissuto i suoi primi anni in una gabbia dorata, e infine avere una più chiara visione di quel grande regno che si aspettava da lui miracoli.
Pur nell’innata regalità e nel grande carisma che emanava, sapeva essere buffo e regalare sorrisi e scherzi come nei giorni ormai lontani di AkhetAton. Poteva essere talmente divertente, che, a volte, vidi perfino sulla faccia gelida ed inespressiva del Gran Visir un accenno di riso trattenuto.
Intanto l’esercito era stato ricostituito ed erano iniziate le campagne di riconquista: per quanto potesse essere odioso e prepotente, il Generale era un abile condottiero, coraggioso e capace di instillare fiducia negli uomini e di guidarli a rapide e frequenti vittorie, portando, attraverso i prigionieri di guerra, numerose ed economiche braccia per lavorare.
I debiti, all'inizio rattoppati con l'oro recuperato da Sua Maestà, ora erano solo un ricordo grazie alla gestione di Maya, che non perdeva occasione per mettere il Faraone al corrente dei bilanci di ogni regione, fiero del suo operato.
Furono necessarie nuove tasse, ma il popolo non se ne lamentò più di tanto, poiché vedeva il paese rifiorire sotto la guida di quel ragazzino prodigioso.

Maya ideò un nuovo modo di tassare il popolo, basato sulla presunzione di reddito. In pratica, veniva calcolato il probabile raccolto di ogni appezzamento di terra in base alle dimensioni, alla posizione, alle piene e quello era ciò che veniva tassato. Significava che, se il contadino, proprietario del bestiame o quant'altro, era abile e laborioso, la sua rendita sarebbe stata superiore a quella presunta, si che le tasse sarebbero state meno gravose, mentre, se non avesse agito saggiamente, la rendita sarebbe stata minore e il contribuente si sarebbe impoverito.
Questo fece si che la gente si impegnasse maggiormente, sicché non solo le casse dello Stato si riempivano facilmente, ma la ricchezza pro capite cresceva...l'Egitto prosperava, più in fretta e meglio di quanto ci si potesse aspettare.

Non so quando accadde, esattamente, ma un giorno mi accorsi che Ankhesenamon era diventata più radiosa e più tenera verso il fratello e compresi.
Ormai il Faraone aveva quasi tredici anni, tremendamente pochi, ma abbastanza per quel mondo assurdo, soprattutto per un re che doveva, a tutti i costi, creare una discendenza: mai, per quanto se ne potesse ricordare, c'erano state tante perdite e lutti in una dinastia, pure se se ne contavano altre diciassette disseminate lungo la storia.
Il piccolo e fragile TutAnkhAmon portava sulle spalle anche quel fardello: non ci sarebbe stato alcun futuro, se non avesse procreato.
Un mattino fui chiamata prima dell'alba da un'ancella in lacrime che mi condusse dalla Sposa Reale: Ankhesenamon piangeva disperata stringendosi il ventre e le sue vesti erano zuppe di sangue.
Fu solo il primo di una lunga serie di aborti.
Nella tomba del Faraone, Carter trovò le mummie di due piccoli feti malformati, due bambine, ma non furono gli unici: Ankhesenamon perse molti figli, quasi tutti nelle prime cinque o sei settimane di gestazione e solo quelle due piccole permisero loro, per un po', di sperare.
Oggi penso che i feti che non riuscivano a superare la quinta settimana, fossero maschi.
Anche Nefertiti era riuscita a procreare unicamente figlie femmine e non penso si sia trattato di una semplice casualità: penso si trattasse di un qualche problema genetico legato al cromosoma Y, che impediva fin dal principio lo sviluppo del feto.
Il Fanciullo non era ancora cresciuto, eppure già il Regno era in pericolo e non era che l'inizio.

Un giorno lo trovai in un angolo nascosto di un cortile della Reggia, a Waset.
Si mordeva il labbro cercando di trattenere le lacrime e si massaggiava la gamba sinistra.
Mi inginocchiai al suo fianco: il piede era gonfio, soprattutto nella zona delle dita. Mi sembra che un ratto mi stia divorando, Is! Lo sento mordere fino al cuore!” sussurrò cercando di non piangere. Lo osservai a lungo: non c'erano segni di punture di insetti o morsi di qualche animale: “Da quanto ti fa male?” lui scosse la testa: “Così da stamattina. A volte mi fa male, un po', ma poi passa...Se non ci cammino tanto sopra” aggiunse titubante.
Il piede bruciava. Lo presi tra le mani e mi concentrai, facendo scorrere nella mia mente acqua pura e fresca dentro quel piedino. Dentro c'era qualcosa, sembrava davvero che un invisibile mostro lo divorasse. Invocai la Dea, proiettai la luce di Aset finché tutta la parte non fu che luce dorata e, alzando gli occhi, lo vidi sorridere.
Per quel giorno il dolore passò, ma sarebbe tornato e presto non sarei più riuscita ad ricacciarlo dagli inferi da cui proveniva.
Non dire niente a nessuno, Is, per piacere. Sono già così pieno di malanni, io...io ora sto bene. Starò bene, te lo prometto. Questo corpo è troppo fragile per contenermi, come potrò portare a termine ciò che sono venuto per fare?”
Lo abbracciai e provai un brivido di terrore. C'era qualcosa, in quel nuovo male, di inquietante e di oscuro.
Guardami, Is! Lo vedi?” disse sconfortato: “Sto crescendo. Sto crescendo e gli somiglio sempre di più! Come potrò liberarmi del suo sangue maledetto? Lo sento deridermi, scorrendo nelle mie vene. Che ne sarà di me?”
Non compresi, subito, poi mi resi conto che crescendo i suoi fianchi avevano assunto la forma piuttosto allargata, quasi femminea, di quelli di Ekhnaton.
Non si notava molto, ma ora, a tredici anni, quella caratteristica strana di un padre che lui non voleva riconoscere, iniziava a rendersi visibile. Di per sé non sarebbe stato un problema, niente più che una piccola stranezza, ma sapevamo che era un segno dell'aggravarsi delle sue condizioni.
Non dissi nulla, ma la mia preoccupazione cresceva ogni giorno.
Invece di farsi più robusto, nell'adolescenza, si faceva più fragile: i dolori alla testa erano più frequenti, gli occhi gli si arrossavano spesso, le febbri non smettevano, periodicamente, di tormentarlo e si affaticava più facilmente. Certo, gli impegni erano quasi infiniti ed egli quasi mai accettava di delegare qualcosa, se non era strettamente necessario.
Voleva esserci, voleva essere a disposizione del mondo intero, ma la fatica lo sopraffaceva, come la preoccupazione per sé e per la sorella, che era sempre più triste e smarrita nella sua impossibilità di procreare.
Sapevo che Ankhesenamon aveva paura: se non fosse riuscita a dargli almeno un figlio, lui avrebbe dovuto prendere un'altra sposa e facendola cadere in disgrazia. L’altra non sarebbe stata una seconda sposa, ma La Sposa Reale, in quanto madre dei suoi figli. Ero certa che lui non avrebbe mai cessato di tenerla al proprio fianco, per carità, ma le cose si sarebbero fatte molto più difficili.
Il Faraone la proteggeva, soffrendo in silenzio quel matrimonio assurdo ed innaturale che lui mai avrebbe voluto e che nessuno, mai, avrebbe dovuto pretendere, eppure lei non ne era consapevole: le pareva nella natura delle cose essere stata data a lui in sposa, si riteneva fortunata e, raffrontata alle sorelle, sicuramente lo era. Sposa ad un fratellastro così grazioso e gentile, giovanissimo, perfino più di lei, privo delle perversioni cui aveva assistito spesso nella sua giovane vita, comprese quelle del padre, affettuoso...come avrebbe potuto non sentirsi privilegiata?
Così i suoi occhi erano spesso gonfi di pianto e di paura, man mano che il tempo passava.

Sai, la maschera d'oro, il sarcofago, tutte le statue che lo ritraggono, anche nella tomba, lo mostrano poco più che bambino. Ricordi quando ad otto anni, mi fu chiesto se la maschera fosse somigliante? Risposi che lo era abbastanza, ma che da grande il viso non era tondo come raffigurato. Né mio padre, né l'egittologo capirono, ma la verità era semplicemente che nelle immagini era raffigurato come a dodici, tredici anni.

Non so se fu per vergogna o per amore che gli artisti dell'epoca continuarono a raffigurarlo fanciullino, quando era ancora lesto, agile e pieno di vita e speranze, ma quello che è nell'immaginario del mondo intero, non è l'aspetto del giovane morto a vent'anni, ma quello del fanciullo che corre nei giardini a fare scherzi per poi nascondersi nelle siepi o dietro un muro, ridendo.
Non fu mai sano, nemmeno nei suoi primi anni, ma non pareva dare peso ai suoi mali: li sopportava, come una sua naturale caratteristica, li osservava arrivare e allontanarsi sereno e, appena si riprendeva, si inebriava di vita.
Il dolore lo aveva reso più sensibile alla gioia nello star bene, ma soprattutto era capace di grande compassione e sapeva, il Dio incarnato, essere profondamente umile al cospetto degli umili.

Pur pensando in grande, come si confà ad un grande re, era capace di ricordare sempre quanto per la gente comune potesse essere importante anche un singolo chicco di grano e teneva conto dei bisogni di ognuno, come davvero fosse in grado di conoscere ogni singolo individuo del suo grande popolo.
Ed era amato, Eva, lo era veramente. La gente desiderava vederlo, poterlo almeno sfiorare quando passava nel cocchio reale o a cavallo e più avanti, quando camminare divenne per lui una tortura, c'era chi faceva a gara per sorreggerlo o spianare la sua strada dai sassi o fabbricargli morbide protezioni per il piede malato.
Gli donavano unguenti, panni, oli, frutti o oggetti semplici e lui accettava ogni cosa come un dono raro e meraviglioso, anche la più umile.
Un giorno, quando la Sposa Reale aveva appena perso la prima bambina, egli si trovò ad attraversare le vie di Waset sul cocchio, come spesso accadeva, in un giorno di mercato.
Un bambino di forse cinque anni, corse attraverso la via tenuta sgombra dalle guardie per porgergli un cavallino di legno.
Lui scese dal cocchio, si inginocchiò nella polvere della strada accanto al piccino e si mise a giocare con lui. Poi il bimbo lo abbracciò e gliene fece dono e lo vidi guardarlo, lui che a quel tempo non aveva molti anni di più, con un profondo rimpianto e gli occhi lucidi.
Lo accettò con grazia, ma diede ordine che fosse consegnato al padre un cavallino d'ebano ornato con foglie d'oro in cambio.

Un'altra volta un uomo gli si avvicinò e gli porse tre uova. Ricordo come si chinò ad accettarle prendendole con delicatezza dalle mani ossute, mostrando stupore e gratitudine come avesse ricevuto chissà quale tesoro, lui che poteva avere qualsiasi cosa, regalando all'uomo una carezza sul capo e un sorriso colmo di dolcezza.
E vidi l'uomo andarsene camminando a due spanne da terra per l'orgoglio, con gli occhi brillanti di gioia, mentre tutti lo guardavano ammirati ed in qualche modo invidiosi: probabilmente quello fu il momento più emozionante ed importante della sua vita, sicuramente lo raccontò a chiunque fino al suo ultimo giorno, lo immagini?
Ho incontrato Sua Maestà, gli ho dato tre uova, le mie uova lo hanno reso così felice. Sua Maestà si è inchinato a me ringraziandomi! Ah, quale meraviglia, quale benedizione, ho reso felice il mio Signore!”
Così era il Faraone Fanciullo: la sua luce radiosa era tale da fugare le ombre al suo passaggio, costringendole negli anfratti più bui, disintegrandole nel mondo e nei cuori della gente.
Eppure...eppure c'era chi lo odiava.
Pochi tra il popolo, numerosi tra i nobili e gli avversari politici.
Chiunque fosse corrotto, bramoso di potere, avido, ingiusto, lo odiava.
Non i criminali, poiché perfino gli assassini incalliti lo amavano a modo loro e provavano, almeno per qualche momento, rimorso per le loro colpe al suo cospetto e profonda ammirazione, no...non loro.
Ad odiarlo erano quelli il cui animo è così oscuro, malvagio e pesante, da provare più rabbia e disgusto tanto più la luce sia pura ed è strano come a volte tanta malvagità si manifesti dove e quando meno te l'aspetti.
Aveva quattordici anni quando tentarono di ucciderlo la prima volta.


(...continua p.:12)

1 commento:

  1. Aiutooooo!!!! l'ultima frase non me l'aspettavo.... sono saltata sulla sedia!!!
    Ottimo taglio di puntata, proprio di quelli bast@X*$!!! :)

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