Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

domenica 12 ottobre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:8

(Link capitoli precedenti: p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1 )
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Per oltre sei anni, non ero uscita dalla città del Faraone Eretico, se non per gite al fiume o cavalcate con il Principino e ora, così come quando ero arrivata bambina ad AkhetAton, il mondo mi pareva troppo grande e misterioso.
Fuori da quelle mura, nei lunghi giorni di navigazione, mi sentii libera pur se soffrivo  la lontananza dal mio Bambino.
Se chiudevo gli occhi, vedevo i suoi occhi, se sorridevo tra me, erano le sue labbra a sorridere, se inspiravo il vento sul fiume, erano i suoi polmoni a colmarsene e le sue le orecchie erano quelle che ascoltavano le risate dei battellieri o lo stormire delle fronde quando ci appressavamo alla riva.
Il dolore non mi abbandonava, ma, con mia sorpresa, era un dolore quasi dolce, qualcosa che cullavo dentro di me, in quella lontananza che mi rendeva manifesto quanto il legame tra noi fosse indissolubile e soprannaturale.
Lo sentivo dentro di me, lo sentivo muoversi, camminare, ascoltare e sapevo che, a volte, si fermava nelle sue attività, chiudeva gli occhi e vedeva il mondo attraverso di me e nessuno e niente poteva, né avrebbe mai potuto, cambiare questa realtà.

Il paese non pareva diverso da come lo ricordavo, o da come era sempre stato finché restavamo lontani dai porticcioli lungo il tragitto, ma appena ci avvicinavamo alla costa, miseria, paura, caos, abbandono e decadenza ci assalivano nauseabondi...in tutto questo e nonostante tutto, si intravvedeva un alone di speranza negli sguardi feriti e furtivi della gente: “Dove state andando? Da dove venite?” ci chiedevano vedendo i nostri abiti e i gioielli: “Da AkhetAton, siamo diretti a Waset per preparare l'arrivo del Faraone Fanciullo” ed ecco che le facce si illuminavano come il cielo nell'aurora: “Vuoi dire che il Fanciullino sarà incoronato a Waset? E riporterà lì la capitale? E tornerà le prosperità? Rimetterà le cose a posto?”
Annuivo, felice della gioia e della speranza che riusciva a suscitare ancor prima di salire al trono. “E tu lo conosci bene? E com'è?” Ci chiedeva la gente affollandosi attorno a noi: “È bello come dicono?” Chiedevano le fanciulle: “ È più radioso del sole dopo una pioggia e splende come l'acqua pura in cui esso si riflette” rispondevo ed esse ridevano spalancando gli occhi sognanti.
Era il sogno, la speranza, era atteso ed agognato come un messia...nell'antico Egitto, il faraone era veramente una divinità in corpo di uomo, ma ora, dopo quegli anni bui, allo sbando, in balia di ogni calamità naturale o umana che fosse, quel bambino era tutta la speranza di un popolo.
Tutti volevano vederci, toccarci, ci chiedevano benedizioni come se il solo fatto di essere suoi messaggeri, di essere stati a contatto con lui, ci rendesse colmi di magia.
Avevamo parecchie cose: abiti, biancheria, oro, così distribuivamo quello che potevamo nei villaggi cui approdavamo col risultato, quando giungemmo a Waset, di essere quasi in miseria.
Avevamo comunque un piccolo carico di oro e pietre preziose nascosto in un sacco di grano, da consegnare alla capitale per iniziare il restauro del tempio di Amon e della reggia prima dell'arrivo della Coppia Reale.
Non trovammo pirati, per via, o, se c'erano, non si curarono di noi, poiché la barca aveva l'aspetto di un umile barcone da pesca, ma la notizia del nostro viaggio era ormai nota lungo tutto il fiume ed era dunque improbabile che i criminali non ne fossero a conoscenza. Credo che la popolazione ci abbia protetti per tutto il tragitto.

Approssimandoci al porto, a Waset, fummo accolti da un lezzo nauseabondo, tanto che pensai fosse scoppiata qualche epidemia: “È normale” mi spiegò il capitano della barca: “Da anni la sporcizia nelle strade aumenta e ora che i templi sono praticamente quasi del tutto abbandonati, nessuno si cura più della pulizia della città. I rifiuti si accumulano, le strade sono piene di pidocchi e ratti. E di miserabili”
Sospirai: avevamo poco più di un mese di tempo e un gran mucchio di lavoro da fare!
Per fortuna eravamo lì con buone notizie e lavoro da offrire...

Il Tempio di Aset era sbarrato, cupo, scrostato e così pure il grande Tempio di Amon: sembravano abbandonati da secoli.
Il Principino mi aveva detto che il vecchio Sacerdote di Amon non era più in vita...non sapevo se avessi o meno ancora persone amiche, qualcuno che si ricordasse di me, in quella città.
Entrai nel mio tempio forzando una porticina secondaria.
I miei passi risuonavano sul pavimento, amplificati dal vuoto dell'ambiente: una volta abbandonato, era stato saccheggiato forse per ordine dell’Eretico, poi dai ladri o dalla gente, che si sentiva in diritto di prendere ciò che poteva.
Restava una sola statua, la stessa che stavo lustrando quel giorno di sei anni prima. Provai un tuffo al cuore, mi prostrai, sentii il suo sguardo di pietra su di me.
Me ne ero andata bambina, tornavo donna, con un ruolo importante e il cuore in pezzi.
Luna Nascente!” Mi voltai. Nella penombra non riconobbi l'uomo che mi chiamava e mi correva incontro, finché non fu ad un passo da me, sorridente, le braccia tese ad accogliermi.
Era il ragazzino che io consideravo “stupido maschio”, il novizio che mi aveva accompagnata dal Gran Sacerdote: “Non posso crederci, gli dei ci ascoltano! Sei tornata! Per Amon, sei bellissima, chi l'avrebbe mai detto?” mi canzonò.
Non mi piaceva, da bambino, ma forse ero sempre stata ingiusta con lui.
Era un ragazzetto timido, piuttosto chiuso, ossuto, ultimo di una nidiata troppo numerosa di una famiglia modesta, che se ne era liberata spedendolo al tempio, dove sarebbe stato nutrito, vestito e, soprattutto, istruito, portando benessere ai suoi.
Non si sentiva all'altezza di altri e si era trovato in quella situazione folle in cui eravamo tutti, per cui la classe più ricca e potente d'Egitto era quella che versava in condizioni peggiori, un giorno dopo l'altro, così lui, da risorsa, come ci si aspettava, si era trasformato in un peso inutile...
Ora, dopo anni, mi resi conto del fardello che doveva aver portato per molto tempo e mi sentii colpevole per le volte che lo avevo trattato con sufficienza.
Lo abbracciai, con più entusiasmo di quanto avrei voluto: “Ehi! Che succede?” chiese stupito, scostandomi per osservarmi. Quegli anni mi caddero addosso di colpo e scoppiai a piangere.

Sedemmo in un angolo tranquillo, all'ombra delle colonne e gli raccontai della mia vita ad AkhetAton. Non del mio reale rapporto con il quasi Faraone, ma gli dissi molte cose, cose che non avevo mai detto a nessuno, nemmeno alla coppia di spie che mi era rimasta accanto.
Lui mi ascoltò in silenzio, senza farmi domande.
Il Sacerdote era molto preoccupato nel mandarti là. Sapeva che era un covo di serpi, ma sapeva anche di non poter inviare nessun altro che te. Non ne conosco i particolari, ma so che c'erano di mezzo degli oracoli...una profezia, qualcosa che aveva a che fare con il tuo ritrovamento appena nata, sai...”
Ne fui sorpresa: avevo sempre creduto di essere stata scelta semplicemente perché ero la più piccola e perché sapevo parlare come la gente della costa.
No” mi disse: “Ti prepararono anni prima della nascita del Sacro Fanciullo, perché tu ti occupassi di lui. Dicevano esserci un legame immenso tra le vostre anime”
Ero al settimo cielo: io, la ragazzina di nessuno, facevo parte di una profezia!
Io, la trovatella buttata tra gli sterpi, avevo un immenso legame con l'anima del Fanciullo Sacro!
Mi sentii forte, mi sentii viva.
Lui era mio, veramente mio! Non c'erano sorelle, né leggi che tenessero, io ero in una profezia ed ero per lui!
“Dimmi di più!” lo pregai.
Non sapeva altro, solo quello che mi aveva appena detto e il Gran Sacerdote era morto senza potergli raccontare altro. “Ma si crucciava ogni giorno per la tua sorte, soprattutto man mano che arrivavano notizie di quanto laggiù ci fosse la tendenza a morire prematuramente”
“Il Principino vuole che io completi la mia formazione come sacerdotessa, ma come è possibile, se non c'è più nessuno?”
Alcune vecchie sacerdotesse sono morte, alcune partite e non saprei rintracciarle, ma qualcuna è rimasta, ti porterò da loro. Il popolo non vede l'ora di poter tornare a lavorare, produrre, servire gli dei.”
Si voltò in direzione del fiume, lasciando scorrere lo sguardo sulla città di cui arrivavano i miasmi pure al tempio: “Waset rinascerà. Il Fanciullo riporterà la ricchezza, la gloria e l'Egitto conoscerà un tempo di luce e prosperità tali da non aver pari nella storia...così è scritto. Porterà saggezza, giustizia e verità, ma...” si volse verso di me, guardandomi molto penetrante: “La profezia dice anche che Egli corre gravi pericoli, poiché i Servi del Male vogliono offrire la sua testa a Seth. Deve essere protetto, amica mia. Se c'è una cosa di cui non c'è penuria, a Waset, sono ratti malvagi e serpi velenose”
Rabbrividii. Il sole stava rapidamente calando alle nostre spalle, tingendo di un intenso colore rosso le strade e le case sotto di noi e quel colore, tutt'a un tratto, prese l'aspetto di una marea di sangue che ricopriva la terra, densa e minacciosa.

La mattina dopo, di buon'ora, cominciammo ad assumere lavoratori: uomini e donne si accalcavano speranzosi presso il tavolo dove si sceglievano operai, maniscalchi, fabbri, falegnami, sarti, muratori e così via.
Gli occhi brillavano di speranza, alcuni chiedevano se anche i templi fossero da restaurare, se servissero soldati e alle risposte, per lo più positive, che davamo loro, gli occhi si facevano più brillanti, i sorrisi più ampi, la voglia di fare si sostituiva all'inerzia e alla frustrazione.
Più volte, rivolgendosi a me, la gente mi chiamò “Signora”, come io fossi già colei che avrei dovuto diventare.

Nel primo pomeriggio la vita ferveva nel Palazzo Reale, nel Tempio di Amon, lungo la strada per il porto, le strade venivano lavate, ripulite, la folla si accalcava davanti a bottegucce dove barbieri tagliavano e pettinavano incessantemente.
Era magia: era bastato il suo nome perché la vita rifiorisse prepotente.
Camminavo tra i lavoratori come in estasi e la gente si inchinava al mio passaggio e mi chiedeva benedizioni.
Nessuno, mi resi conto, mi chiese della Sposa Reale, o ne fece mai il nome.
A loro non importava della figlia di Nefertiti che forse avevano già dimenticato.
Le settimane trascorsero veloci come in vento nel deserto, in un'attività frenetica e piena dei colori delle stoffe appena tessute e dei filati appena tinti e distesi ad asciugare, nell'odore della pietra tagliata e levigata, delle mescole di stucchi e del tintinnare di scalpelli.
E, in tutto questo, io ripresi il mio studio con quelle due o tre donne della Dea su cui ancora potevo contare.

Finché un giorno, un giorno in cui gli uccelli volavano più alto, il cielo era più  blu che mai e l'aria traboccava del profumo dei gelsomini, la voce dell'arrivo della Barca Reale percorse le vie come una piena.
In men che non si dica la folla era tutta radunata presso il fiume, qualcuno venne alle mani per poter guadagnare un posto migliore, solo per poter vedere il Fanciullo e la sua Corte.
E la nave arrivò, risalendo lenta e maestosa la corrente, splendente per gli addobbi e le ghirlande di palma e fiori che lungo la via erano state donate dalla gente, una specie di palco di legno su cui erano sistemati i troni su cui la Coppia Reale era assisa, perché tutti potessero vederli.

Lei era molto elegante, molto graziosa, più fine della madre, di una bellezza più discreta e meno altera.
Lui sembrava fatto d'oro tanto risplendeva. Vestiva una tunica semplice, bianca, un collare di turchese a mezzaluna e un copricapo rosso e oro, ma niente di più, poiché non ne aveva bisogno. La luce sembrava provenire direttamente da dentro il suo corpo e, pure da lontano, vedevo risplendere i suoi occhi dorati.
Non era più il mio Bambino.
Era il Divino Fanciullo, la Divinità incarnata, era ciò che era sempre stato e doveva essere: il Signore d'Egitto.
Discese dalla barca tra due ali di guardie d'onore, al fianco della Sposa Reale che si guardava attorno smarrita da quell'immenso mondo nuovo e sconosciuto, seguito da dignitari, altre guardie (il Generale appena alle sue spalle con il Gran Visir), servitori, ancelle...camminava sorridente, a testa alta, gli occhi che scintillavano tra le linee di bistro lapislazzuli, perfettamente a suo agio.
Mi parve cresciuto in quei due mesi di lontananza, ma forse è normale a quell'età...i fanciulli crescono in fretta, quasi li vedi cambiare sotto i tuoi occhi quando li hai lì, ogni momento della tua vita. E quando li hai lontani per un periodo, nel rivederli sono così mutati da strapparti il cuore.

La folla era prostrata in ginocchio, qualcuno tentò di porgergli un bambino da benedire, lui si fermò e posò dolcemente la mano sulla testa del piccolo, chinandosi appena.
Mi era lontano, ancora.
L’uomo che era stato novizio sei anni prima, ora Gran Sacerdote di Amon, lo accolse e condusse lui e il corteo reale verso il Palazzo, che, in quelle settimane, aveva cambiato totalmente aspetto.
Lui levò gli occhi a guardarne la facciata e sorrise con un cenno di approvazione.
Lo sentii così lontano...lassù, in cima al mondo...io non ero più nulla.
Sua sorella, pur con quella sua aria sperduta, camminava al suo fianco, si faceva forte di lui, della sua essenza, adorante.
Chi ero io?
Esistevo ancora?
Io ero nata per lui, ero colei che era stata inviata al Bambino, ma...ma cos'ero per l'uomo che doveva diventare?
Mi inginocchiai quando mi passò vicino, la fronte quasi a toccare il suolo. Non si fermò, non mi sfiorò, non mi guardò neppure, ma percepii il suo sorriso.
Poi scomparve alla mia vista, dentro il Palazzo.
Me ne andai, sola, verso il Tempio ancora chiuso e restai a lungo seduta ai piedi della statua di Aset, incapace di pregare, di pensare, immersa nei ricordi che, semplicemente, scorrevano davanti ai miei occhi chiusi.
Per gli dei, come mi mancava! Come mi mancava la nostra vita di prima, insieme!
Quegli anni senza ieri, senza oggi, né domani, in cui vivevamo immersi in un nostro sogno, al di fuori del tempo, immemori del resto del mondo, perduti l'uno nell'altra, crescendo insieme, l'una per l'altro! Ora, ora che tutto era passato e perduto per sempre, mi rendevo conto di quanto, nonostante tutto, nonostante i pericoli, i mille lutti, le minacce, le preoccupazioni, avessimo vissuto intensamente ed intensamente felici, ebbri di noi due soltanto.

Non so quanto tempo passò.
Era quasi buio quando mi sentii chiamare con insistenza. Uscii sbattendo le palpebre alle lame di luce del tramonto e vidi una ragazzina correre verso di me: “Signora, Signora, presto! Ti cercano da tempo, il Far...il Fanciullo ti vuole!”
Corsi verso il Palazzo così in fretta, con il cuore che volava e mi portava sulle sue ali, che quasi non respirai per tutto il tragitto, la ragazzina che mi rincorreva affannata.
Mi accolse il Gran Visir in persona, accigliato: “Dove eri finita?” Si interruppe, mi fissò attonito: “Ma...cosa sei?”
Una Sacerdotessa di Aset, Gran Visir. Il Fanciullo ne è sempre stato al corrente, fin dal primo giorno” risposi alzando il mento e fissandolo fieramente negli occhi gelidi.
Non rispose, socchiuse gli occhi e serrò la mascella.  
Mai avrebbe sospettato che la bambinetta sempre appiccicata come un'ombra al Principino potesse essere qualcosa di diverso e di più di una bambinetta timida e sola.

Mi scortò in una stanza con grandi finestre volte verso i giardini interni.
C'era ancora odore di stucchi e calce, ma era stata arredata con cura ed estrema ricchezza con ogni sorta di oggetto prezioso.
Lui stava osservando un tavolino d'ebano e avorio con un prezioso senet degli stessi materiali: “Chissà se avrò mai il tempo di usarlo?” disse tra sé.
Si voltò a guardarmi. Era stanco, pallido, oppresso da settimane di fatica.
Il sorriso e l'espressione di totale, distaccata serenità, avevano lasciato il posto ad un visetto di fanciullo sfinito, le spalle incurvate, gli occhi dorati lucidi e dilatati.
Lo feci stendere su un divano carico di cuscini, gli bagnai la fronte bollente, lo coprii con un telo di lino ricamato: “Perché te ne sei andata? Mi hai lasciato solo in mezzo a tutta quella gente...” sussurrò lasciandosi cadere tra i cuscini.
Mi dispiace, mi sentivo di troppo. Là in mezzo non potevo neppure avvicinarti, ero inutile. Sono andata al Tempio a riflettere”
Sentii i suoi occhi puntati su di me: “Perché mi hai abbandonato? Per lasciarti cullare dai ricordi? Non possiamo tornare indietro, ci sono troppe cose davanti a noi da portare a termine. Non è là, in quel tempo, che ho bisogno di te. È qui, è ora.”
Sedetti su un poggiapiedi accanto al divano: “Lo sai che...mi hanno mandata da te per via di una profezia?” lo dissi ad occhi bassi, un po' vergognosa, sentii che sorrideva e trovai il coraggio di guardarlo: “Certo che lo sapevo. Io non sono nulla senza di te” disse dolcemente.
Gli feci una smorfia e gli diedi un buffetto sul braccio per quella presa in giro, ma il suo sguardo era velato e sapevo che il dolore alla testa e agli occhi lo stava opprimendo.
Il viaggio, lentissimo, era durato oltre due settimane e lui aveva dovuto, ogni giorno, passare ore ed ore immobile sul trono a farsi ammirare ed adorare dal popolo, a sorridere sotto il sole cocente che riverberava sull'acqua.
Lo costrinsi a mangiare qualcosa, gli infilai in bocca dei piccoli dolci preparati in suo onore, cercai acqua fresca e latte di capra, lo feci ridere, lo cullai tra le braccia come da piccino, poi passai l'intera notte accanto a lui, sostituendo i panni freddi sulla sua fronte e accarezzandogli il petto e la testa per curarlo, sussurrando formule di guarigione.
A tratti ne ripeteva alcune, lasciandosi poi andare con un sospiro alla fatica.
La notte era fresca, fuori, sotto la luna che presto sarebbe stata piena, frinivano innumerevoli minuscole creature, cantando ad Aset la loro canzone.

"Mi dispiace, Is..." disse ad un tratto: "Non doveva andare così. Oh, se avessi potuto aspettare, salire al trono tra...cinque anni, come sarebbe stato giusto! Allora sarebbe stato tutto diverso: mio cugino avrebbe restaurato l'Egitto, riconquistato i territori perduti, generato qualche figlio e io avrei avuto il tempo di essere pronto, di essere adulto o quasi...invece sono lì, tutti attorno a me come avvoltoi, pensando di avere una bambola di palma e stracci cui far fare ciò che vogliono e tutto è troppo, semplicemente troppo per me.
Mi sento schiacciato sotto questa responsabilità, con un intero paese sulle mie spalle, un paese grande, pesante come una montagna, che aspetta da me miracoli...e io ho bisogno dell'aiuto dei consiglieri e cortigiani, pur se non mi fido di loro.
Dovrò compiacerli e tenerli a bada, permettergli di guidarmi e mostrare il peso della mia mano, che si rendano conto che il Fanciullino è il Faraone e non un loro trastullo.
Eppure dovrò essere cauto: se anche sono l'ultimo della mia dinastia, se non sarebbe una buona idea farmi fuori, non posso essere imprudente.
Ho bisogno di te, Is. Non c'è niente e nessuno di cui io possa fidarmi completamente e nessuno che possa comprendere il mio cuore fino in fondo, a parte te. Tu sei l'unica con cui io possa sentirmi davvero al sicuro e amato, lasciando fuori tutto il resto"
"Sono qui, mio Signore. Sono qui e lo sarò sempre, perché è per te che io esisto, finché tu esisterai e finché mi vorrai al tuo fianco. Il tuo regno sarà un'età dell'oro e durerà almeno settant'anni"
Gli scappò da ridere: "Dubito di poter arrivare ad ottant'anni, Is! Sarei felice di raggiungere i quaranta, a meno che tu diventassi così potente da guarire i mali che il faraone padre ha impresso in me. Chissà...forse il tuo amore un giorno troverà una via per guarirmi e rendermi forte e indistruttibile...ma a me basterebbe che la mia vita finisse tra le tue braccia, che cullassi i miei ultimi istanti e mi dessi un ultimo bacio al momento della fine."
Inorridii a sentire quelle parole: era un bambino di nemmeno undici anni a pronunciarle e mi sentii gelare dal terrore.
"Io ti cullerei e ti darei l'ultimo bacio, ma non potrei esalare un solo respiro dopo di te. Prometti che, se mai accadesse, prenderai la mia anima e la porterai con te, qualunque sia il tuo cammino dopo questa vita."
Non rispose. Si rigirò sul fianco, verso di me e abbracciò una spessa coperta avvolta lì accanto, posandovi il viso sfinito e si addormentò.
Io restai a lungo ad ascoltare la notte, le sue parole che risuonavano spaventose dentro di me.

Quando sorse il sole sentii entrare qualcuno: "Cercavo mio fratello...” disse la voce esitante di Ankhesenpaaton: “È vero che non sta bene?" lui dormiva profondamente.
Le feci cenno di tacere e lei sedette dall'altra parte del divano. Restò a guardarlo dormire, giocherellando con i molti braccialetti.
Era elegante, carica d'oro, di unguenti profumati dei più rari e preziosi, ma non aveva nulla. Tutto ciò che aveva era un fanciullo fragile addormentato tra sete e broccati.
(...continua link p.:9)

2 commenti:

  1. Risposte
    1. Pazienta, donna...è bello che qualcuno commenti, a volte ho la sensazione di parlare da sola!

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