Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 29 ottobre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 9

(Link capitoli precedenti: p.: 8 p.: 7 p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1)

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Era quasi buio quando il racconto di Marabel terminò e io ero lì a guardarla come un'ebete: ancora una volta mi rendevo conto di quanto quella storia fosse sconvolgente, terrificante e straordinaria.
Fino a quel momento avevo avuto chiara l'adorazione che lei aveva per il Fanciullo, ma ora, dopo l'ultima parte del suo racconto, mi si apriva una nuova prospettiva: vedevo, attraverso le sue parole, un intero popolo in trepida attesa di quel bimbo che era, ed era veramente per loro, un “salvatore”.

Definito da sempre “Faraone minore”, per la giovane età e per la breve durata del suo regno, era incompreso nella grandezza del suo ruolo, sminuito, usato, poiché credo che si sia detto e scritto di lui più che di chiunque altro, almeno della storia d'Egitto e, sempre più evidentemente, ciò che si sapeva non erano che teorie su un frammento di storia cancellato con violenza.
Del Faraone Fanciullo, la maggior parte di ciò che colpiva l'immaginario collettivo era la storia della “maledizione”...ero sempre stata dubbiosa su tutta la faccenda, ma esistevano interi volumi sulla “Maledizione di Re Tut” e ora, ascoltando la sua storia e quasi vedendolo, evocato dalle parole di questa donna innamorata oltre ogni immaginazione, mi pareva definitivamente una cretinata...a meno che, come spesso avevo sospettato, la maledizione non fosse DEL Faraone, ma SUL medesimo, da parte di qualcun altro.

Tornammo a lavorare per un'oretta.
Una mia amica mi ha raccontato, tempo fa, che molti lo descrivono come un arrogante, presuntuoso e pieno di sé” dissi mentre preparavo una tisana, dopo cena.
Marabel mi guardò sorpresa: “Chi dice questo?” mi strinsi nelle spalle: “Non ne ho idea, veramente. La mia amica è piuttosto appassionata di Egitto e un giorno, parlando, mi ha detto questa cosa, che molti testi lo descrivono in quel modo. Insomma, alla fine, ciò che si sa di questo ragazzo sta tutto nella sua tomba! Ammetto che non appare proprio umile un sarcofago di...quanti? Oltre cento chili d'oro, senza contare la famosa maschera e via dicendo, ma...”
Si alzò di scatto, seccata da quelle parole: “Idioti!” sibilò.
“Scusami, non volevo farti arrabbiare, io non la penso così. Mi è solo stato riferito”
Sorrise, ma aveva lo sguardo ferito: “Lo so”

C’era una cosa che mi rodeva da parecchio: “Senti, ma...” deglutii: “Tu hai detto che il nome con cui eri conosciuta ad AkhetAton, ovviamente, non era legato ad Iside...non lo ricordi?” Lei scosse la testa: “No, non era importante. Nomi, numeri, la lingua, anche in casi di ricordi molto precisi sono qualcosa di molto raro, presumo perché sono simbolici. È facile ricordare il senso di qualcosa, l'immagine che evoca, per esempio, ma non un numero o un nome, soprattutto se la lingua è molto antica e diversa. So che era un nome corto, probabilmente banale. Ma in fondo, che importanza aveva? Non era neppure il mio nome, era come l'abito prestato di qualcun altro”
Quindi non sai come ti chiamavano, in pubblico? Tutto ciò che ti è rimasto è quell'Is o Iset che il Principino usava quando eravate soli? Ma glielo avevi detto tu? O era così veggente da saperlo?”
Lei rise: “Presumo di averglielo detto, quando mi buttò il faccia di conoscere la mia identità”
Non potresti esserti chiamata...Maya?” Lei spalancò gli occhi, basita: “Maya? Maya era il suo capo contabile...oh, Matia, vuoi dire?” Mi sentii gelare la schiena: “SI!” lei scoppiò a ridere: “No! Io avevo circa sette anni più di lui! La donna che dici tu era la sua balia, sai?” e con le mani fece un gesto ad indicare un “davanzale” notevole: “Lei lo allattava! Gli insegnò le prime parole, a camminare, cose così, io ero piccola, come avrei potuto?”
Mi sentii sprofondare: per un momento avevo creduto di aver trovato una traccia della sua identità, invece, ancora una volta, mi ritrovavo senza nulla: “Perché pensavi si trattasse di me, Eva?”
Perché lo ha tenuto tra le braccia da piccino, perché ha una tomba, perché c'è! E poi...di lei non si sa nulla, non sono citati i genitori, né niente altro...tu non avevi genitori! Dove sei?”
Lei mi guardò a lungo, intensamente: “Nel deserto.” rispose soltanto.
Aprii la bocca, ma non trovai un suono da pronunciare: “Se io fossi lei...” iniziò cautamente: “Sarebbe una cosa grave, sai?” non capivo.
“Eva, io ammetto che avrebbero potuto mentire, scrivere sulla tomba che io ero stata la sua “nutrice”, colei che lo allattò, mentre non era vero, hanno addomesticato tante di quelle verità, perché non quella?
Sai, gli egizi pensavano che, se non veniva ricordato il nome del defunto, questo non potesse avere vita eterna, che la sua anima morisse poiché perdeva la propria identità. Ma un nome palesemente falso, non pensi che sarebbe stato come imprigionare l'anima di Luna Nascente in un viaggio nell'aldilà che non le apparteneva? Un modo perché lei si perdesse? Forse una cosa peggiore che essere negata e dimenticata”
Marabel teneva lo sguardo fisso sul pavimento: “Non so dirti molto di quella donna, se non un'immagine: siamo ad AkhetAton, i primissimi tempi. Lui vede una famiglia, una donna piuttosto prosperosa, con un uomo e tre bambini, uno più grande, uno praticamente della sua età e un fagottino in braccio all'uomo. Le corre incontro per salutarla chiamandola Ma-Ma...lei sorride e lo prende in braccio. Io resto a guardare da lontano. Doveva per forza essere madre di un piccolo dell'età del Principino, o non avrebbe potuto allattarlo e in seguito ne ebbe un altro. In ogni caso...la data della morte di Matia o Maya è intorno al 1330 e ti posso assicurare che ero viva e vegeta."

Lasciò sciogliere nella tisana mezzo cucchiaino di miele di trifoglio.
“Mancavano pochi giorni all'incoronazione, che si sarebbe tenuta con la Luna piena e aveva giornate veramente intense, tanto che ero seriamente preoccupata per la sua salute, ma lui decise di prendersi due giorni di pausa.
La febbre era scesa rapidamente, ma era stanco e aveva ancora intensi mal di testa.
Mi chiedevo spesso se i suoi problemi fossero dovuti a qualcosa legato a quel suo sguardo magico, se semplicemente la fotofobia fosse un effetto della deformazione del cranio o fosse legata al suo sangue malato, ma non riuscivo a trovare una risposta certa.
Oggi penso che ci fossero diverse verità: la deformazione aveva prodotto certamente uno sviluppo anomalo del cervello durante l'infanzia e in seguito l'adolescenza, provocando l'attivazione di aree diverse dalla norma, o meglio di diversi percorsi neurali.
Era possibile che questo producesse picchi di attività cerebrale che lo rendevano prodigioso, che gli davano quelle capacità ESP che si manifestavano piuttosto intensamente assieme a quello sguardo particolarmente intenso, radiante, magnetico, ma, per contro, provocassero fotofobia, dolore e affaticamento.”
Annuii: “D'accordo, ma le febbri? Dicono che soffrisse di malaria, alla sua morte. Che in realtà, più che la botta in testa, ad ucciderlo siano state setticemia e malaria...”
Lei mi guardò sorpresa: “Soffriva di febbri da quando era piccolissimo, Eva.
Io lo presi che aveva quattro anni e mezzo e già ne soffriva da parecchio. Io non penso proprio fosse malaria, penso fosse una manifestazione dei suoi mali, in ogni caso so per certo che non morì per quello, anche se, in una situazione di forte debilità, una febbre alta può certamente essere fatale. In quel tempo e in quel clima, la malaria era un male molto comune, loro avevano delle cure, anche se a volte non funzionavano. Lui non si è mai preoccupato delle febbri, comunque...sentiva che a renderlo debole, ad accorciare la sua vita, a parte l’eventualità che lo facessero fuori, era la malattia trasmessagli dal padre.
Anni fa ho voluto studiare la sindrome di Marfan, che è oggi comunemente accettata come il male da cui era affetto e di cui le caratteristiche sono evidentissime in Ekhnaton, mentre i figli che mi sono più noti, Merytaton, Ankhesenpaaton e lui, avevano...beh, le mani, direi...aveva le dita molto allungate, ma, per esempio, non era particolarmente alto, rispetto alla norma, anzi, c'era un ritardo nello sviluppo scheletrico: solo pochi di giorni prima del presunto incidente, venne da me perché aveva dei forti dolori ai peroni e mi chiese di mettergli un unguento balsamico, molto riscaldante, che usavo in quei casi.
Per anni ho pensato che fossero i dolori che hanno i ragazzini nella fase dello sviluppo, quando le ossa si allungano rapidamente, ma lui aveva molto dolore. Negli ultimi anni prese a camminare male.
Si sforzava di stare sempre eretto, di muoversi elegantemente in pubblico, finché gli era possibile, ma spesso doveva usare un bastone, quando non ce la faceva più e...i medici di corte non sapevano cosa fare, non avevano la più pallida idea di come guarirlo.
Io imponevo le mani su di lui e il dolore passava, per un po', ma non guariva. “Perché non riesco a guarirti?” mi faceva paura questo. Era come una continua lotta tra la nostra volontà di riportarlo in salute e una specie di volontà avversa che si divertiva a creargli sempre nuovi problemi. Da bambino era matematicamente certo che sarebbe morto intorno ai quarant'anni, se non fosse successa qualche strana disgrazia, ma andando avanti si rese conto che, se anche non lo avessero tolto di mezzo, la sua vita sarebbe finita molto prima.”

Mi rattristava scoprire che un bimbo con tutta la vita davanti, potesse avere anche la certezza che sarebbe morto al massimo entro i quarant'anni e solo con un parecchia fortuna.
Forse all'epoca non era nemmeno così poco e a dieci anni i quaranta ti sembrano così lontani da non preoccupartene più di tanto, ma trovavo triste ed angosciante quella spada di Damocle. D'altra parte...se ne era andato ben prima e in modo ben più drammatico.
Comunque” riprese Marabel: “Ebbe modo di riposarsi in quel paio di giorni. Gli piaceva stare a Waset. Non vedeva l'ora di stabilircisi definitivamente e osservava attento i lavori di restauro e i colori, le decorazioni, l'architettura.
Era cresciuto in una città incantata, dove tutto era arte e arte innovativa per di più, per cui non era tanto stupito da ciò che vedeva, piuttosto per la grandiosità della capitale e di tutto ciò che era oltre la prigione dorata che era stata tutto il suo mondo.
Gli piacevano i vecchi dei, quelli rinnegati da Ekhnaton e non faceva che chiedere conferme a quello che aveva segretamente imparato in quegli anni. “Finalmente vi ritrovo” lo sentii sussurrare ad Anepu (Anubi).
Soprattutto amava Aset: non si stancava di ascoltare la sua storia, la storia con Ausar (Osiride), Seth ed Heru (Horus) e socchiudeva gli occhi, stringendo le labbra al suo modo quando ascoltava. Sembrava che cercasse nella mente dei ricordi lontani e annuiva concentrato.
Non sembri convinto di ciò che ti raccontano, Divino Signore” gli dissi mentre lo aiutavo a distendersi dopo il pomeriggio passato a naso in su verso i bassorilievi della reggia.
Pensavo a quanto la storia sia alterata...” rispose pensieroso.
Gli avevo tolto i sandali, che era stato costretto a portare, e gli stavo avvolgendo i piedi in un panno impregnato di unguenti lenitivi. Lo guardai sorpresa: “Alterata? È riportata così da sempre, così è scritto nei testi antichi e...Cosa sai che è ignoto al mondo?” lui mi osservava con gli occhi socchiusi, studiandomi.
Restò in silenzio per un po', mordicchiandosi il labbro: “Non ricordi? Perché non ricordi?”
Mi aveva detto qualcosa del genere prima che partissi da AkhetAton, quando mi aveva toccato la fronte, ma non capivo. C'era qualcosa che sembrava muoversi dentro di me, qualcosa di lontano e indefinito, che non riuscivo ad afferrare, ma...ricordare? Cosa dovevo ricordare? Scossi la testa, chiedendogli aiuto e lui tese la mano ad accarezzarmi i capelli, senza rispondere, immensamente triste.
Gli massaggiai le tempie e la nuca, lo feci addormentare e poi uscii a camminare nella sera. Ero altrettanto triste perché lui lo era: mi sentivo ferita dalla consapevolezza di averlo deluso, ma non capivo come.
Per quanto sembrasse assurdo, sapevo che aveva ragione e che c'era qualcosa di molto importante che avevo dimenticato e non sapevo dove andare o da chi per avere consiglio.
Andai dal nuovo Gran Sacerdote. Mi faceva un po' specie, veramente, chiamare Gran Sacerdote uno che aveva tre anni più di me, ma i vecchi sacerdoti non avevano lasciato successori, mancava un’intera generazione.
Lo trovai seduto davanti alla finestra, la stessa da cui guardai una sera, tanto tempo prima, quando avevo deciso di accettare il compito ad AkhetAton, cambiando la mia vita per sempre.
Osservava assorto i lavori che fervevano nella città: “Quel ragazzino sta facendo miracoli” disse tra sé: “Troppi. Troppo in fretta. Finirà che pretenderanno la luna e chissà che altro, da lui!”Non ha fatto nulla!” risposi con mezzo sorriso: “Ha solo chiesto al popolo di riprendere a lavorare, niente di più”
Restammo un po' ad osservare, ma la notte calava rapidamente in Alto Egitto e presto fu troppo buio per lavorare, anche con torce e lampade accese.
Il popolo lo adora e ancora non è nemmeno stato incoronato...pretendono troppo da quel fanciullino, paiono coccodrilli famelici pronti a smembrarlo! Mi chiedo come farà a sopportare tutto questo. È così fragile! L'altro giorno era sfinito, eppure continuava a sorridere e rispondere a tutti e per tutti aveva qualcosa: un consiglio, una speranza, una promessa. Avevo io il capogiro e lui resisteva!”
Lui era tutte le cose e tutte le meraviglie del mondo. Eppure, considerare la sua grandezza, mi fece sprofondare nell'inquietudine, così ricordai la ragione per cui ero venuta e gli raccontai l'accaduto.
Il Gran Sacerdote restò a lungo seduto davanti a me, le mani sulle ginocchia, pensieroso, cercando parole che non poteva trovare.
Lo sai che le molte conoscenze del passato sono perdute, Luna Nascente” disse poi.
“I Misteri possono parlarci, almeno in forma di metafora, ma è difficile oggi discernere cosa sia corretto e cosa sia stato alterato dalla piccolezza umana”
D'accordo, ma come posso io aver dimenticato? Ho diciotto anni, quello che so e che posso ricordare è tutto qui! C'è forse qualche insegnamento importante che non ricordo di aver ricevuto? Qualcosa che dovrei sapere e non so?”
Lui mi studiò nell'ombra, sentivo gli insetti, giù tra l'erba, frinire e sussurrare: forse conoscevano le risposte che io non trovavo.
“Non ero certo io quello bravo, Iset” rispose divertito: “Eri tu quella che sapeva sempre tutto, ricordi? La bambina insolente e saputella trovata nel canneto al sorgere della Luna, era quella che sapeva tutto. Sei tu che dovresti dare a me le risposte che mi mancano” mi canzonò.
“Ero così orribile?” chiesi preoccupata. Lui rise: “Solo un po'. E solo con coloro che consideravi stupidi, in pratica direi...più o meno tutta l'umanità, a parte qualcuno. In ogni caso...non sono io, davvero, ad avere le risposte che cerchi” disse tornando serio.

Due giorni dopo fu il momento dell'incoronazione, che fu memorabile e sfarzosa in quell'enorme cantiere che era diventata la città.
Il Fanciullo salì al trono con cinque nomi reali, di cui solo l'ultimo era il suo nome di nascita e...e qui ci fu, come diremmo oggi, il colpo di scena.
Durante l'incoronazione, due ragazzini, seduti su troni posti uno di fianco all'altro su un alto palco così da essere visibili anche da molto lontano, sconvolsero il mondo.
Il Gran Sacerdote e il Gran Visir presero ad imporre sul Fanciullo i suoi nomi: il nome Heru, oggi noto come Horus, cioè Ka Nekhet Tut Mesut, Toro Possente dalla Nascita Perfetta, il nome associato alla Dea Cobra e alla Dea Avvoltoio, cioè le Due Signore: Nefer hepu segerehtawy Werahamun Nebrdjer,  il nome Heru d'oro: Wetjeskhausehetepnetjeru Colui che porta con sé l'ordine divino e compiace gli dei, il nome reale, Colui che regna sul giunco e sull'ape (cioè sui due regni) NebKheperuRa e, infine, il Gran Sacerdote arrivò al suo nome natale, ma mentre stava per pronunciarlo, il Fanciullo toccò Aye e gli sussurrò qualcosa all'orecchio.

I cuori si fermarono: era un gesto mai visto, una specie di eresia interrompere, seppure con graziosa discrezione, il cerimoniale di incoronazione, soprattutto al suo culmine.
Il Gran Visir lo fissò sgomento per un lungo istante e lui sorrise, facendogli un cenno con la testa e Aye, imbarazzatissimo, sussurrò a sua volta qualcosa all'orecchio del Gran Sacerdote, che sorrise e declamò trionfante Amon Tut Ankh, gettando la folla nel delirio.

L'età dell'eretico si era conclusa, definitivamente e per sempre. Quel gesto, all'apparenza quasi una bambinata dell'ultimo momento, era un macigno che cadeva sul passato, cancellandolo ufficialmente e restaurando gli antichi Dei e l'antico ordine naturale.
Fu la sua prima rivoluzione.

Ero immobile, il respiro fermo, quando lo vidi scambiarsi uno sguardo d'intesa con la Sposa Reale, che, pochissimo dopo, appena terminata l'incoronazione del Faraone, venne incoronata come Ankhesenamon.
Nessuno ne sapeva niente, ma loro due si, erano d'accordo.
Mi sentii ferita, esclusa, profondamente tradita. Eravamo stati molto insieme, in quei pochi giorni e mai aveva fatto cenno a questa sua intenzione.
Certo, era logico che la sorella dovesse saperlo, visto che sarebbe cambiato anche il suo nome, ma in quel momento il mio dolore di donna copriva qualsiasi ragionamento logico e sensato.
Semplicemente mi sentivo messa in un angolo, come un gioco infantile che non serve più a nessuno.
Ancora una volta lo tradii andandomene.
Voltai le spalle alla folla in delirio, alle lacrime e alle grida di giubilo, al suo visetto sorridente a nascondere la stanchezza ed il peso opprimente di quelle due corone e andai a nascondermi nelle mie stanze.
Non mi cercò quella sera, nessuno venne a chiamarmi.
Forse era semplicemente troppo stanco, forse circondato da gente da salutare e da cui accettare offerte e doni, forse il protocollo proseguì a lungo.
La notte era illuminata da fuochi, danzatori, giocolieri, l'Egitto intero era in festa.
Io mi sentivo in lutto: avevo paura, una terribile paura di perderlo, che non mi abbandonava mai. Quando finalmente si fece silenzio, mi resi conto che lui doveva essere sfinito.
Forse stava male e io non c'ero.
Mi avvolsi in un mantello e riuscii a raggiungere il Palazzo Reale senza farmi vedere, scivolai all'interno dei cortili e raggiunsi le sue stanze usando un passaggio attraverso i ponteggi e le balconate.
Lui era sveglio, troppo stanco per addormentarsi, troppo stordito dalla festa e da quella girandola di banchetti e sfilate di gente.
Mi guardò, non disse nulla, ma lessi il rimprovero nei suoi occhi.
Io...io non ce la faccio a sopportare tutto questo” dissi sedendomi ai suoi piedi.
Non rispose, lo vidi stringere la mascella, seccato. Si distese su un fianco e si tirò addosso una coperta. Mi alzai e gliela rimboccai, gli scoprii i piedi per massaggiarli.
Credi forse che per me sia facile?” disse dopo un po'.
No, non lo era, certo che non lo era. Sopportava tutto senza lamentarsi, sorridendo e distribuendo benedizioni, scherzando mentre il suo cuore era colmo di angoscia.
Mi vergognai, perché non sopportavo una situazione che era mille volte più facile della sua e mi ribellavo per egoismo.
Solo pochi giorni prima mi aveva chiesto perché me ne fossi andata, mi aveva detto di aver bisogno di me, lì, ora. “Non ti abbandonerò mai. Mi spezza il cuore sentirti lontano, mi manchi, mi manca l'averti tutto per me...”
Lo sentii tirare su col nasino e, nella penombra, vidi brillare qualcosa nei suoi occhi e scivolare lungo lo zigomo.
In quel momento era un bambino di dieci anni e mezzo, fragile, orfano, con un fardello che avrebbe terrorizzato un uomo adulto grande e grosso.
Mi distesi al suo fianco e lo abbracciai, cullandolo: “Perdonami, Signore Ra”
(...continua p.:10)

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