Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

giovedì 25 settembre 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.:7

(Link ai capitoli precedenti: p.:6 p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1 )
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Pensare al Piccolo quasi Faraone che si chinava a lavare i piedi alla sua ancella, mi pareva la cosa più dolce ed emozionante che avessi mai sentito, eppure, scoprii, non era di dolcezza o affetto che stavamo parlando.
La lavanda dei piedi, praticamente in tutte le antiche culture, soprattutto se effettuata con essenze profumate, era un gesto di grande, grandissimo onore, riservato a re, imperatori, Maestri.
In qualche modo, dunque, il futuro Faraone Fanciullo aveva posto al di sopra di chiunque, perfino di se stesso, quella giovinetta figlia di nessuno, facendosene a sua volta servitore.
Supposi, e in seguito Marabel me ne diede conferma, che lavarsi con la stessa acqua dovesse essere un gesto di intimità, di appartenenza e devozione molto forte, qualcosa di quasi sensuale, nella sua ritualità.

Più tardi, tornando a casa, mi sentii profondamente triste: l'intensità di quella storia dava il capogiro, eppure quello che era successo mi pareva la cosa più orribile e crudele che avessi mai sentito: bambini che sposavano parenti stretti, addirittura genitori, costretti da una tradizione malata a fare figli con costoro mi pareva ben più di un abuso, di una violenza, era un orrore indescrivibile.
Sicuramente molti avrebbero detto che, per quella civiltà, era normale e nessuno ne era turbato, che la morale è aleatoria, ma la disperazione di Marabel/Is per l'aborto di Merytaton, il terrore del Principino al matrimonio della stessa con il faraone padre, dimostravano che perfino loro, abituati a quegli usi, ne pativano l'abominio.
Permettere al Faraone Bambino di sposare la sua bambinaia, di quasi sette anni più grande, figlia di n.n., sarebbe stato davvero così scandaloso?
Forse un po' eccentrico, ma quantomeno sano.
Invece le cose erano andate molto diversamente e io ancora non sapevo cosa fosse loro successo, in seguito.
Is non c'era nelle (poche) testimonianze di pietra recuperate all'epurazione di Horemheb, Is non c'era nelle iscrizioni della tomba del Faraone, Is non era da nessuna parte. Era stata cancellata più di chiunque o di qualsiasi altra cosa.
Crudeltà o semplicemente non contava nulla?

Volendo anche considerare come pura fantasia l'amore tra lei e il Principino, il fatto che lui avesse una sua ancella personale, soprattutto dalla morte della madre, era non solo probabile, ma assolutamente certo come era certo che dovesse esserle affezionato, ma niente la mostrava.
Non c'erano mummie con cartigli “tal delle tali, fedele ancella del faraone tal dei tali”, non dipinti o bassorilievi, non citazioni.
Come esisteva la nutrice, Maya, che pareva essere considerata quasi una divinità, non avrebbe dovuto esserci lei?
Certo, chissà quanta gente era stata cancellata completamente assieme alla distruzione sistematica di tutto ciò che riguardava quel periodo di storia, ma un accenno, un frammentino di papiro, un cartiglietto sotto il vaso da notte, almeno...
Era normale o c'era una precisa volontà di farla sparire dalla storia?

Il lunedì decisi di cominciare a preparare le casse per Sainte Marie Aux Mines, così, dopo la pizza, avevo chiesto a Marabel se voleva divertirsi ad infilarsi in casse di sassi da lucidare ed etichettare. Da soli è un lavoro noiosissimo e mi distraggo continuamente, in compagnia di qualcuno più giudizioso di un mezzo siberiano con la sindrome di Batman e un cane iperattivo, pensavo potesse essere perfino piacevole.
Lei accettò e arrivò portando pains aux chocolat per merenda.

Lavorammo per circa un'ora e mezza senza accennare alla vera ragione per cui continuavamo ad incontrarci ogni giorno, cercando di dare ai nostri incontri un alone di normale frequentazione tra amiche, ma io continuavo a pensare al grande mistero di Marabel, e l'angoscia che traspariva dai suoi occhi all'improvviso, nel mezzo di una qualunque normale azione, come impacchettare minerali fragili o disporre i fagotti di carte stropicciate nelle casse di metallo, mi comunicava che quella donna viveva in un qualche altro luogo, in un altro tempo contemporaneamente e parallelamente alla realtà ordinaria, un luogo ed un tempo dove “Lui” esisteva ed era ogni cosa.
Finalmente sistemate le prime casse, ci spolverammo e scendemmo in cucina.

Il gatto faceva versacci minacciosi verso quegli irrispettosi pennuti che abitavano gli alberi, Grigno dormiva al sole a pancia all'aria sulla mia terrazza e sotto la pergola cui si avviluppava il mio bellissimo glicine, il tavolino era fresco in un'ombra riposante.
“Menta, thé alla pesca o pompelmo?” dissi mentre sparivo in cucina.
Per non sbagliare portai tutto, assieme ad un vassoio di salatini che avevo opportunamente comprato la mattina stessa. Lei addentò un salatino poi, tenendolo tra i denti, acchiappò Micky e se lo sistemò sulle ginocchia.
Lui sgranò tanto d'occhi, accennò un tentativo di fuga, ci ripensò immediatamente e iniziò a fare rumorose fusa, sporgendo il collo per farsi grattare.
“Ruffiano!” brontolai con una smorfia sprezzante.
“Perché non ci sei? Non c'è nessun segno di te nella storia...” chiesi a bruciapelo.
“Non è esatto. Ci sono, solo...” prese un respiro: “Alterata. E la cosa più importante non c'è, invece. Fu rubata prima della chiusura del sarcofago, prima della sepoltura.”

“Quindi...non da profanatori di tombe?”
Marabel scosse la testa: “Assolutamente no! Forse da Aye. Anche se...quando lo affrontai sembrava veramente sorpreso e arrabbiato, ma...era un uomo astuto, sfuggente, abituato a fingere. Eppure...”
Ero curiosissima: “Di che si trattava?” Lei mi guardò: “Una cosa alla volta. O vuoi che salti direttamente alla fine?”
No, per carità, non volevo perdermi un nanosecondo della vita della Sacerdotessa e del suo Faraone, che cavolo!

“Vennero a prenderlo all'alba. Pochi istanti prima dell'arrivo di dignitari, ancelle, sacerdoti di Aton o presunti tali, lui era sgattaiolato nel suo letto.
All'arrivo di quella gente mi alzai e feci per entrare nella sua stanza, ma due delle donne che dovevano prepararlo mi diedero una spinta e chiusero quella pesante porta che mai, in oltre sei anni, era stata toccata.

Caddi in ginocchio, attonita: non c'erano porte tra noi, non c'erano mai state. Non c'erano mai stati ostacoli, non separazione, né distanza alcuna, pure quando non eravamo insieme. Nessuno, mai, aveva osato impedirmi l'ingresso in qualsivoglia luogo dove lui fosse, e ora ero segregata dietro una porta di duro legno Nubiano.
Fuggii via. Non andai al matrimonio, scappai alla casa dei miei contatti.
Io non volevo, non potevo vederlo andare in sposo alla sorella, io non potevo restare dietro una porta chiusa, non lo potevo sopportare.

I miei amici non c'erano: al contrario di me, erano dove tutto il popolo di AkhetAton era e doveva essere, davanti al palazzo reale, dove si sarebbe svolta la cerimonia. Mancavano ancora almeno tre ore, ma la folla previdente era già là in attesa, molti da prima che sorgesse il sole.
Mi gettai su un letto e piansi fino ad essere scossa da singhiozzi indomabili, tanto che quasi non riuscivo a respirare e gridavo, prendendo a pugni il cuscino fino a ferirmi le mani.

Mi addormentai molto più tardi, sfinita e senza fiato.
Mi svegliarono i miei amici, dopo il tramonto. Erano passate ore e ancora tremavo ed ero scossa dai singhiozzi: “Eravamo sotto il balcone, abbastanza vicini da poter essere riconosciuti” mi spiegò l'uomo: “Quando il Gran Visir ha presentato la Coppia Reale, ci siamo accorti che lo sguardo del Principino continuava a saettare tra la folla, sembrava disperato. Abbiamo capito che ti cercava, così sono riuscito a farmi notare, senza dare nell'occhio, naturalmente. Non poteva fare nulla, ma ci fissava così intensamente, così disperatamente e non sapevamo cosa fare. Eravamo certi di trovarti qui”

Io non volevo tornare. Non avrebbe più alloggiato nelle sue stanze di fanciullo, ma negli appartamenti Reali, e io sarei stata solo una presenza inutile in quella reggia improvvisamente ostile.
“Si sarà dimenticato di te entro mezzogiorno!” mi aveva canzonata una servetta: “Se vuoi possiamo darti un posto in cucina come sguattera!” aveva riso andandosene via.
“Voglio tornare a Waset, al Tempio! Non mi importa se è chiuso e deserto o se cade a pezzi!” dissi tra i singhiozzi: “No, non devi! Non puoi abbandonarlo ora, che ti prende?”

Avevo gli occhi così gonfi che quasi non vedevo, e parlare, con quei singhiozzi convulsi che non mi abbandonavano da ore, mi era difficile e mi faceva sentire sconfitta ed incapace: “Non mi permettono nemmeno di vederlo! Mi hanno sbattuta fuori, mi hanno chiuso la porta in faccia! Che cosa faccio, la sguattera nelle cucine, sperando di intravvederlo da lontano assieme a quella smorfiosa di sua sorella? Non lo ha mai degnato di uno sguardo e ora è la sua Sposa Reale! Ora lui è suo e io conto meno dello straccio per lustrare i sandali delle guardie!”

La donna sedette accanto a me e mi abbracciò: “Non preoccuparti. Attorno a te c'è solo molta invidia e basta. Fino a ieri nessuno poteva dire una sola parola o alzare lo sguardo su di te, eri sacra in quanto sua, ma ora pensano tu non abbia più ruolo, non goda più della sua protezione e si scagliano contro di te. Ma non sarà così, lui non ti abbandonerà mai!”
“Mia moglie ha ragione, Luna Nascente. Nei prossimi giorni starà buono, obbedirà al Gran Visir e ai dignitari e si preparerà all'incoronazione, ma dagli il tempo di salire al trono e vedrai che nessuno oserà più alzare lo sguardo su di te, nemmeno la Sposa Reale.”

Loro ne erano davvero convinti, ma io avevo visto troppe volte la sua volontà piegarsi al potere di quel grasso coccodrillo che era la Corte. Per anni aveva detto che niente e nessuno gli avrebbe impedito di sposarmi, eppure non era andata così. Forse erano state solo le fantasie di un bambino e io ero folle per averci creduto contro la mia stessa volontà, ma soltanto la sera prima avevo visto nei suoi occhi la disperazione mentre mi chiedeva di poter restare con me l'ultima volta...
L'ultima volta...come l'ultimo desiderio di un condannato.
E lui, come un condannato, quel giorno era morto.
Il Principino era morto ed era nato il Signore d'Egitto.
Forse anche tutte le altre cose sarebbero andate come volevano i dignitari, i visir, i potenti che lo circondavano famelici e lui, fanciullino e solo, che avrebbe potuto fare? Obbedire o finire come Smenkhara.

Comunque sia, il giorno dopo tornai al palazzo reale.
Scoprii che la mia stanza era stata sgomberata e le mie cose ammassate in un ripostiglio solo grazie all'intervento della vecchia Governante, che aveva ancora un notevole ascendente su tutta la servitù.
La donna me ne diede un'altra, più piccola e in disparte e poi, maltrattando una servetta, la stessa che mi aveva derisa la mattina del matrimonio, la obbligò a pulire tutto perfettamente e portarmi della biancheria nuova per il letto e tutto ciò che mi occorreva.
Era un letto cui non ero abituata: una semplice tavola inclinata, priva di fregi di sorta e con solo un poggiatesta di legno, cui la vecchia fece avvolgere delle pelli di sua iniziativa. Non lo usai mai ma gliene fui grata comunque.

“Stai qui e stai buona. Per ora non posso parlare con il Principino e lui non sa dove e come ti abbiamo sistemata, ma presto le cose cambieranno, vedrai. Pensano di eliminarti, ragazza mia, ma dovranno passare sul suo cadavere e al momento non è conveniente. Potrebbero passare sul mio, ma sanno che il mio bastone è rapido e doloroso...” concluse strizzandomi l'occhio.
Era una donna acida e dura, ma a modo suo mi voleva bene e sicuramente venerava il Principino quanto e forse più di quanto avesse venerato suo nonno e fui grata per la sua presenza.

Ero tutt'altro che povera e non avevo bisogno di un nuovo lavoro per restare nel palazzo, ma era terribile aggirarsi a vuoto per i corridoi e i giardini senza un vero scopo...attendevo.
A volte lo vedevo passare, circondato di dignitari, sacerdoti, precettori, quasi di corsa e affannato, pallido per le troppe incombenze e la tensione.
Solo un paio di volte lo vidi passeggiare per mano alla sorella e mi si strinse il cuore: chiacchieravano fitto, complici, lei lo guardava adorante e protettiva.

Ero gelosa, Eva.
Lo so, io avevo diciassette anni e lui era un bambino, forse non avrei dovuto, forse tutto ciò non era lecito, ma...è forse lecito sposare un fanciullo di dieci anni e mezzo alla sorella vedova del cugino?
Cosa è più folle, più criminale?
Non sapevo cosa accadesse tra loro due nell'intimità, ma lui era piccino, troppo!
Avrei voluto strapparlo a quella ragazzetta viziata e portarlo lontano...sarei rimasta ad adorarlo in attesa che si facesse uomo, perdendomi nei suoi occhi.

Passarono un paio di settimane, eterne, noiose e dolorose, poi venne da me.
Me lo trovai nella stanzetta, accanto alla finestra, appoggiato coi gomiti al davanzale, il mento sul palmo e l'aria assorta, lo sguardo fisso nel vuoto oltre la linea dei confini della città.
Sembrava molto più grande, molto più serio e molto più stanco.
Mi accoccolai ai suoi piedi, senza dire né chiedere nulla, soltanto beandomi della sua presenza e per un po' lui continuò a fissare oltre la finestra. Pareva quasi non sapere che ero lì.
“Presto partiremo” disse poi: “L'incoronazione si terrà a Waset”.
Ebbi un tuffo al cuore: mi stava dicendo che sarei tornata a casa?

“Tu partirai prima. Voglio che tu mi preceda, assieme ai tuoi contatti, e prepari il mio arrivo, o meglio...voglio che tu riapra il Tempio, che completi la tua formazione per uscirne come sacerdotessa e lo farai per me. Ti darò un documento da mostrare al tuo arrivo, che attesterà la mia volontà e la tua identità...mi risulta che il vecchio Sacerdote di Amon sia deceduto e hai bisogno di...di tutte le garanzie possibili. Non so se troverai ancora persone amiche, là, ma porterai le mie insegne e nessuno oserà toccarti...questa stanza è uno schifo. Non permetterò oltre che tu sia trattata come una serva.”
Sorrisi: “Non è male. La lontananza da te rende ogni cosa terribile e il mio non aver nulla da fare mi rende ancora più insopportabile il trascorrere dei giorni”

Si voltò e abbassò lo sguardo dorato verso di me: “Nel volgere di pochi giorni partirai. Mi ucciderà averti così lontana, ma sopporterò sapendo che questa separazione è per il bene di entrambi. Non sarai mai più la mia ancella, la mia bambinaia o compagna di giochi e studio, Is. Sarai quello che devi essere: la Somma Sacerdotessa. Tutti dovranno inchinarsi al tuo passaggio, come si conviene.
L'Egitto si inchina al passaggio di mia sorella in quanto Sposa del Faraone Fanciullo, ma a te si inchinerà perché rappresenterai Aset nel mondo degli uomini”
Il suo visetto smagrito e affaticato era in ombra, ma gli occhi risplendevano più del solito, non per il riflesso del sole, ma di una luce propria, magnetica, meravigliosa e terrificante.
Era presto, troppo presto, ma egli stava calandosi nel ruolo per cui era venuto al mondo. Ne sentivo la potenza, la grandezza, la divinità...non so, forse oggi lo chiameremmo carisma, potere personale o qualcosa del genere, banalizzandolo, ma, ti assicuro, era qualcosa di immenso.

Non risposi. Non sapevo che dire, solo sapevo di avere interrotto la mia preparazione sei anni prima ed ero ben lungi dall'essere pronta a diventare sacerdotessa a tutti gli effetti.
Dovette percepire i miei dubbi, perché sorrise: “Non temere. Hai tutto il tempo per ogni cosa, ma” posò la punta delle dita sulla mia fronte, toccandomi appena e sentii una specie di corrente che dalla fronte scendeva lungo la schiena, dolorosa e piacevole insieme: “Tu hai molta più conoscenza di quello che immagini. Tu conosci, ma hai dimenticato” era strano: nel pronunciare quelle ultime parole la sua voce si era fatta profondamente triste, piena di rimpianto.
Scossa, alzai gli occhi e vidi che erano troppo lucidi e infinitamente antichi, pure non osai chiedergli nulla, né cercai di confortarlo.

“Dopo l'incoronazione torneremo qui.
Ho bisogno di un po' di tempo per prepararmi e, soprattutto, per smantellare questa città. L'Egitto ha fame e qui c'è molto oro, troppo. L’oro rubato all’Egitto.
Prima di chiedere tributi al popolo, voglio che tutto ciò che può essere utile venga preso da qui. Che l'oro sia rifuso e riforgiato, le pietre preziose utilizzate per pagare i debiti, anche le pietre, dove possibile, siano utilizzate.
Questa città non è mai stata veramente viva, era come un pupazzo d'argilla mosso dalla mano del faraone cui egli dava voce, in un'illusione di vita...presto non sarà che ciò che è sempre stata: una città morta, un teatro abbandonato dai suoi commedianti e noi...” disse prendendo un respiro e alzandosi in piedi: “Noi ricostruiremo Waset, Men Nefer, la potenza e la ricchezza dell'Egitto tutto.
E in seguito potrò completare ciò per cui sono venuto...se non mi succede nulla di strano” commentò amaramente.
“Non ti succederà nulla!” esclamai: “Nessuno oserà toccarti, e...e se qualcuno osasse sfiorarti anche solo con un cattivo pensiero io ti proteggerò, mi parerò davanti a te, contro qualsiasi pericolo. Ti proteggerò col mio corpo e, se mi uccideranno, li perseguiterò con il mio spirito. E per te io diverrò grande e potente” conclusi sollevando fieramente il mento e fissando gli occhi nei suoi.
Lui sorrise. Presto sarebbe stato alto come me. Erano finiti i tempi in cui me lo prendevo in braccio e lo facevo roteare in una buffa danza, nella quale finivamo a terra e guardavamo il cielo, a pancia in su, ridendo e cercando il volo degli uccelli o qualche rara nuvola diretta a Nord.

Partii tre giorni dopo, quasi di nascosto.
Il viaggio via fiume, risalendo la corrente, durava diversi giorni ed entro un paio di settimane la corte sarebbe partita a sua volta, su un'imbarcazione molto più grande, viaggiando lentamente per permettere alla popolazione di vedere la Coppia Reale, di tributare ai due fanciulli ogni onore e riceverne benedizioni.
Al loro arrivo a Waset ci sarebbe stato giusto il tempo di far sistemare Reali, servitori e dignitari non in rotta con le decisioni del Fanciullo, quindi ci sarebbe stata l'incoronazione in una capitale in rovina...
Presto sarebbe stato un uomo.
Il più potente, il più grande tra gli uomini.

(...continua p.:8)

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