Due parole sul blog

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Quasi.
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Su, su, guardate, guardate...

venerdì 29 agosto 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p.: 6

(Link ai capitoli precedenti: p.:5 , p.:4 , p.:3 , p.:2 , p.:1 )

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Aveva lasciato, forse di proposito, il lucido con lo schizzo del Faraone sul tavolino del bungalow e io passai la serata a fissarlo.
Bello, elegante, dallo sguardo distante e divinamente indifferente.
Per quanto lo rigirassi, rimaneva così.
Eppure lo avevo visto bene, dal giorno in cui lo aveva fatto, guardare Marabel con una tenerezza infinita. Ero sicura che non fosse autosuggestione, ero allenata a non subire quel tipo di condizionamento...ma come poteva essere? Era un disegno, che diamine! Nemmeno un bel ritratto su carta o tela, uno schizzetto indelebile su un lucido!
Eppure...eppure io lo avevo visto.
Che ne era stato di loro due, di quella loro unione più forte del cemento armato?
E perché pareva che Marabel non avesse la più pallida idea di cosa fosse successo dopo la morte del ragazzo?
Ricordai le parole che aveva detto all'amico egittologo, quando era bambina: “Era tutto buio e silenzioso, dopo, come si fosse spento il sole e il mondo intero fosse morto”

L'indomani decidemmo di andare in pizzeria: Marabel conosceva un posto ottimo aperto il lunedì sera e non era neppure lontano.
“Ma le cose che mi stai raccontando” le chiesi mentre aspettavamo le pizze: “Le hai scoperte...ricordate tutte quel giorno, quando lo hai incontrato in quella specie di nebbia?”
Lei rise: “No, mi ci vollero anni per mettere insieme tutti i pezzi e non è un lavoro finito, inoltre ci sono cose che so di non voler ricordare, verso le quali ho molta resistenza.

Quel giorno a Zermatt, appena mi svegliai, corsi di sotto strillando e chiamando i miei...ero esaltata. “L'ho visto, gli ho parlato! Gli ho parlato, lui mi ha abbracciata!” continuavo a dire in stato confusionale.
Mamma non riusciva a capire, papà cercava di calmarmi, l'ipnotista era già provvisto di penna e quaderno e iniziò a farmi domande: “Marabel, devi chiudere gli occhi, cercare di rilassarti e raccontarci tutto quello che ricordi, non importa se non vai in ordine, ce ne occuperemo dopo.” Mi disse.
Così, pochi minuti dopo, ci trovammo sotto un albero, io seduta in mezzo a loro, che declamavo immagini e ricordi accavallandoli uno sull'altro e loro tre armati di quaderni che prendevano appunti forsennatamente. Doveva essere una scenetta piuttosto divertente...” disse sorridendo.
“Mi sentivo strana, continuavo a ripetere ossessivamente di averlo veramente visto, di avergli parlato, che non era un sogno e volevo rivederlo!
Mio padre si fece descrivere molto bene l'immagine del luogo in cui il Faraone mi aveva portata...era difficile, perché non era un luogo...era tutto grigio luminoso, ovattato, senza un sopra o un sotto e le cose si formavano e dissolvevano di continuo...era affascinante, senza dubbio, ma totalmente alieno.
Papà e lo psicologo si lanciarono uno sguardo d'intesa: “Mondo matrice” disse lo psicologo: “Tempo di Sogno” rispose papà”

La ascoltavo in trance: “Mi stai dicendo che quella NON era soltanto una visione, secondo loro? Che tu avevi, in qualche spazio/tempo incontrato davvero il Faraone?”
Lei mi guardò intensamente: “Di sicuro il mio corpo fisico era sdraiato sul letto nella pensione svizzera, ma...seppure vogliamo definirlo sogno, non lo era nell'accezione comune di prodotto di attività neurale.
Non posso nemmeno definirlo esattamente un sogno lucido: in quei casi, solitamente, sai di sognare, ne sei consapevole per tutto il tempo, mentre io...beh, io semplicemente ero lì, non sapevo né dove, né come ci fossi arrivata, ma ero lì. C'era lui, quindi ero al posto giusto.”

Arrivò la cameriera con le pizze, chiese per chi era la diavola e per chi la margherita: “Vuoi dire...O.B.E.?” domandai mentre indicavo me stessa per la diavola: “Un viaggio astrale interdimensionale?” la cameriera posò le pizze e mi lanciò un'occhiata sospettosa: “Si, probabilmente favorita dalle sedute di ipnosi, ma...ricordi cosa disse il Faraone? “Ti ho chiamata, perché ci hai messo tanto?” Mi aspettava, paziente, in quel non-luogo, chissà da quando”
La cameriera, che aveva ritirato i menù e portato le bevande ci lanciò un'occhiata terrorizzata e filò via di corsa, probabilmente a chiamare la neuro. “Ma lui...lui...insomma, dov'è? O dov'era?”

Marabel si appoggiò stancamente allo schienale: “Questo è il punto. È qui, da qualche parte, ma non siamo mai stati in grado di spiegarci dove o chi fossimo.
Pochi giorni dopo, comunque, tornammo a Londra.
Ovviamente, al suo ritorno, lo psicologo venne a trovarci per informarsi su come andassero le cose e io gli dissi, sull’orlo delle lacrime, che, in oltre tre settimane, non ero più riuscita a vederlo! Vivevo nel desiderio di andare a dormire e ritrovarlo, ma sognavo le cose più stupide, gente di cui non avrebbe potuto importarmi di meno, ma non lui e, ora che lo avevo rivisto, che lo avevo abbracciato...non volevo più perderlo!
Lo psicologo mi spiegò che era proprio il mio desiderio così forte a bloccare il contatto. “L'inconscio funziona in modo strano, Marabel. Quando desideriamo con troppa forza qualcosa, si crea una tensione che provoca proprio l'effetto opposto. Per questo sogni persone di cui non ti importa nulla, perché non ci pensi e non crei un blocco verso costoro.
Inoltre si trattava di un tipo di sogno iniziatico e questo rende ancora più delicata la situazione. È molto probabile che ci siano dei tempi e delle modalità precisi.
Faremo ancora delle sedute e vedremo cosa succede.” Allora mi sembrava davvero difficile.
Era ricominciata la scuola, ma io ero assolutamente distratta, sempre nelle nuvole e le sedute delle settimane seguenti non portarono a nulla, mi stancavano e basta.
Quando viene praticata l'ipnosi si crea un rilassamento profondo, per cui, al di là di quello che succede, ci si dovrebbe sentire bene e riposati alla fine, ma io ne uscivo distrutta, tanto che il nostro amico decise di sospendere per un po'.
Era frustrante!
Poi, un pomeriggio, tornai da scuola con un gran mal di testa: avevo litigato con una mia compagna antipatica che sosteneva le avessi rubato un giornale  con il poster di...ah, si, di Rod Stewart, che allora era agli inizi della carriera.
Continuavo a ripeterle che non era vero, finché arrivò un'altra ragazza dicendole di aver trovato il giornale il palestra.
Lei non volle chiedermi scusa e io mi infuriai, afferrai quello stupido giornale, lo gettai a terra e lo calpestai, povero Rod Stewart...beh, per come gli sono poi andate le cose, non penso di avergli fatto gran danno.
Comunque, arrivata a casa, mi buttai sul letto, ma il mal di testa non mi passava, così presi un antidolorifico.

E, appena qualche istante dopo, mi trovai in quella sala del trono, come l'altra volta.
Non lo vedevo, anche se ne percepivo la presenza in ogni cosa, tutto sapeva di lui, là. Lo chiamai, ma la mia voce riecheggiava sulla pietra, inquietante: ero sola.   
Cominciai ad avere paura e corsi lungo un corridoio che sembrava infinito, con la sensazione che qualcuno mi seguisse, anche se non vedevo nessuno e...all'improvviso sbattei contro qualcosa di morbido e mi trovai tra le sue braccia. Non avevo bisogno di vederlo per sapere che era lui.
La sua pelle, il suo profumo caldo di aria e sole, come fosse appena rientrato da fuori, perfino il battito del suo cuore contro di me e il suono del suo respiro erano diversi da qualsiasi altro, mi erano così intimi, come facessero parte di me.
“Tranquilla, sono qui, sei al sicuro!” disse abbracciandomi.
“Mi inseguono!” esclamai. Non c'era nessuno oltre a noi, eppure io sentivo delle presenze minacciose. “Lo so, ma ora va tutto bene, ci sono io qui, sei al sicuro”.
Posai la testa sulla sua spalla, lo respirai, mi tenne stretta, gli baciai la gola mentre lo accarezzavo e mi accorsi che tremava, tratteneva il respiro, ma sentivo il cuore battere forte contro di me.
Era vero, reale, non era un sogno, qualsiasi cosa fosse, non era un sogno!
Cercai la sua bocca, sentii le sue labbra contro le mie, ne sentii la morbidezza calda, viva, ne sentii la pienezza, le assaporai.

 “Ascoltami!” sussurrò, tremante nelle mie labbra: “Ti prego!” in una preghiera per trovare la forza di opporsi al suo stesso desiderio: “Is, non so quanto tempo abbiamo, devi ascoltarmi!” gemette.
“Voglio restare con te per sempre, qui, non ho bisogno di nulla...non voglio nulla!” protestai: “Non riuscivo più a trovarti, non sapevo cosa fare!”
Eravamo sotto un albero, un grande albero ombroso che non ricordavo di aver mai visto in Egitto, accoccolati e abbracciati ai suoi piedi.
“Io so chi sono stato, so ogni cosa di me dall'origine del mondo a prima di nascere in questo tempo, ma al risveglio non ricordo nulla, se non che mi manchi, sento la tua mancanza ogni istante della mia vita e ti cerco, disperatamente.
Qui di solito la gente vive la propria vita pensando sia tutta lì, non ricorda, non ha coscienza, spesso nemmeno si pone domande e se mai qualcosa in loro si risveglia in un sogno che li riporti alle loro memorie, o attraverso i mondi, non ne comprendono il senso. Se sapessero avrebbero paura o dimenticherebbero di vivere nell'adesso. Non hanno equilibrio, non comprendono la continuità e la molteplicità dell’esistere, sono malati, sono persi.
Ma noi non siamo questo, Is.
Sono incompleto e ancora fragile, non sarò integro in me stesso finché non ti avrò ritrovata nel mondo, finché non ti potrò abbracciare come ora.
Io ho posto in te una parte di me perché tu la custodissi, perché mi proteggessi attraverso il tempo e lo spazio. Ho potuto vedere ancora il sole attraverso i tuoi occhi, mentre ero prigioniero di un nulla senza fine, ho potuto sentire la voce del mare e il canto degli uccelli mentre ero sospeso nell'assenza silente, ho respirato attraverso di te, battevo nel tuo cuore mentre non ero che una scintilla di coscienza prigioniera del vuoto.
Tu mi hai strappato al nulla.
Tu mi hai portato in te attraverso i secoli, passo dopo passo, spesso senza saperlo, a volte sentendomi nel tuo cuore, nella tua anima, chiedendoti chi e dove fossi e grazie a te il mio spirito non è impazzito, ha saputo resistere fino a poter tornare libero.”
Restammo ancora abbracciati, stretti, avevo paura che se avessi fatto il più piccolo movimento sarebbe svanito.
Volevo piangere, volevo gridare contro il mondo intero, contro la crudeltà di qualche dio feroce che ci faceva questo, ma restai immobile per non spezzare l’incantesimo. “Non temere” mi disse: “Tu mi hai portato con te. Un giorno mi hanno liberato e ora io sono qui. Ferito, frammentato, ma esisto. Amami, cercami e ogni giorno sarò più forte, e ogni giorno saremo più vicini.
E forse, alla fine, potremo ritrovarci. Io ti troverò, in qualche modo.”

Poco dopo successe qualcosa, forse mia madre entrò nella mia stanza, forse semplicemente non potevo restare là per sempre. Mi resi conto che mi stavo svegliando, mi ribellai.
Sai, fu una sensazione strana: eravamo accoccolati sotto l'albero e improvvisamente per una strana forza ci trovammo orizzontali e poi mi sentii sfilare via dalle sue braccia. Sentii il mio letto, la coperta che mi ero buttata addosso, eppure sentivo ancora l'aria, il profumo dell'erba, le sue braccia che cercavano invano di trattenermi, le sue dita che scivolavano via dalle mie.
Un attimo prima di riaprire gli occhi sentii “Ti amo”e poi fui nella mia stanza, abbracciata ad un cuscino in un mondo vuoto in cui lui non c'era”

La stavo fissando con una fetta di pizza in mano probabilmente da un bel pezzo, perché era ormai disgustosamente fredda.
“Cavolo!” mi riuscì solo di dire. “Cavolo! Per la miseria!”
Marabel bevve un po' d'acqua, masticò lentamente un boccone di pizza e restammo in silenzio per un po'. Nel mentre mi accorsi che la cameriera ci teneva d'occhio da dietro il bancone, parlottando con il proprietario che, vidi dal labiale, le stava dicendo: “No, ma dai, non sembrano pericolose”

“Più tardi parlai dell'accaduto con i miei e in seguito con l'ipnotista.
Non sapevamo se il mal di testa o l'analgesico potessero collegarsi al manifestarsi dell'esperienza, a dire il vero, ma era probabile che, almeno il farmaco, provocando sonnolenza e un sonno più profondo del normale, avesse una parte rilevante nelle mie uscite involontarie.
Avevamo fatto qualche progresso, comunque: era in un corpo fisico, un ragazzo giovane da qualche parte...da qualche parte nel mondo.”
Ordinammo due tiramisù. Dopo quel racconto e la pizza congelata, sperai di non mangiare un semifreddo caldo.
Ora volevo sapere cosa fosse successo veramente dopo la morte di Smenkhara.
“Non erano ancora trascorsi i settanta giorni della mummificazione di Smenkhara, che il Gran Visir annunciò alla folla il matrimonio del Principino e della giovane vedova.
Li annunciò dal balcone che era stato per anni teatro delle follie di Ekhnaton e li presentò. Lui con lo skentis regale, il copricapo altrettanto regale che non sopportava, grossi anelli d'oro alle orecchie, troppo pesanti e grandi per lui, tutto coperto di collane, bracciali da polso e da braccio alto, scintillante come un lingotto.
Accanto c'era sua sorella. Aveva tre anni più di lui ed era più alta, truccata come un'adulta, anche lei coperta di gioielli e con un'acconciatura che doveva pesare come piombo.
Era già stata presentata come Sposa Reale meno di un anno prima, ma aveva l'aria spaventata, pur se agitava graziosamente la mano in segno di saluto, sorridendo compiacente verso la folla festante.
Stava succedendo esattamente quello che sapevo sarebbe successo, da sempre, eppure mi sentii morire, mi accasciai contro una colonna e fuggii via.
Nessuno se ne accorse: per tutti io esistevo solo in quanto la sua ombra.

Tornò tardi.
Io avevo pianto a lungo, disperatamente, finché non avevo avuto più la forza nemmeno per singhiozzare. Entrò, venne nella mia stanza senza una parola e sedette sul mio letto fissando il pavimento. Osservai le sue spalle minute curve, abbattute e trovai la forza di alzarmi, prendere un catino, versare la sua acqua profumata cui aggiunsi un po' di loto e mi chinai per lavargli i piedi, ma lui mi fermò. Saltò giù, mi spinse a sedere al suo posto, si inginocchiò ai miei piedi e li lavò con cura, lentamente. Poi li avvolse in un panno dei più fini, posandoseli in grembo e mi abbracciò le gambe, appoggiando il viso sulle mie ginocchia.
Dopo un po' prese il suo olio più prezioso e mi unse fino quasi a metà gamba.
Non osavo respirare. Ricordai come una volta, dopo la morte della madre, mi avesse lavato il viso nello stesso modo.
Allora era disperato, ma forte e pronto ad affrontare la vita davanti a sé. Ora mi parve sconfitto, come avesse dovuto salire al patibolo.
Finita quella lavanda mi posò sul letto, si lavò nella stessa acqua e poi la gettò nel giardino, con una benedizione.
“Posso stare con te l'ultima volta?” disse in un soffio. Annuii, gli feci posto accanto a me, lo abbracciai stretto.
Non so se si addormentò o meno, a dire il vero. Era troppo immobile, il respiro troppo leggero. Forse restammo soltanto in silenzio ad aspettare l'alba”


(...continua link p.:7 )

2 commenti:

  1. Full immersion completata!!! Dio quanto è bello questo racconto!!!!
    Lui, o meglio l'idea di Lui, il mistero della maledizione etc, mi hanno sempre affascinato tantissimo!!
    Attendo con ansia il resto... complimentoni a chi l'ha scritto!!!

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    Risposte
    1. ^_^

      La storia della maledizione dovrebbe arrivare nella prossima parte.
      Comunque ti do uno spoiler (che penso si possa trovare in giro): fu un'invenzione di Lord Carnavon per giustificare i ritardi nella catalogazione dei reperti e nell'aumento delle spese della spedizione. Nonché trovata pubblicitaria con gli editori americani.
      Povero ragazzo!

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